facebook
instagram
f9bca955-f691-4fe6-b05d-fc4ed9a6d485.jpeg

GRECIA

 

GRECIA

 

1200 A.C. – 336 A.C.

 

Non è facile definire quella greca una religione, non ci sono rivelazioni, non ci sono profeti, non ci sono libri sacri ma l’attaccamento dei greci ai loro déi, la molteplicità degli stessi e dei relativi ambiti di influenza, che coprono ogni minima azione o evento, l’integrazione con l’apparato politico e con le funzioni economiche e civiche delle Polis, il ricorso agli oracoli, la ritualizzazione di ogni attività, i sacrifici, i misteri, trasformano la mitologia e i racconti in religione. Non ci sono libri ma c’è una tradizione orale che si tramanda dagli albori Micenei e Cretesi, civiltà devastate dal cataclisma che intorno al 1600 a.c. spazzò via la possibilità a queste culture di emergere ed evolversi. Il conseguente ristagno culturale lascia in eredità ai territori greci delle divinità obsolete che non hanno modo di soverchiarsi l’un l’altra fin quando un uomo, che non sappiamo chi sia ma lo chiameremo Omero, intorno al 900 a.c. non ne crea l’epopea e la mitologia e un altro, Esiodo, intorno al 700 a.c. non ne definisce la Teogonia e la Cosmogonia. Per tutte le religioni potremmo benissimo dire che la loro origine deriva da un racconto, qualcuno oserebbe dire favola, Max Gazzè ha osato, ma in questo caso lo possiamo affermare con certezza, se Omero non avesse divulgato oralmente i suoi racconti, l’Iliade e l’Odissea, la storia della Grecia sarebbe stata completamente diversa, senza un collante divino a radunare le forze e le armate e forse oserei dire che, con molta probabilità, la futura cultura occidentale sarebbe stata soppiantata da quella Persiana, Zarathushtra sarebbe il nostro profeta e Ahura Mazdā l’unico vero dio, chissà?

 

La rinascita delle culture greche dopo quanto accaduto nel 1600 a.c. è lenta, Creta si riprenderà solo con la riconquista minoica intorno al 1400 a.c., l’area continentale svilupperà civiltà divise, che costituiranno le Polis del periodo più luminoso ma non diverrà mai un unicum, unito e capace di creare una nazione. Le Polis alleate riusciranno ad arrestare l’invasione di Serse ma nulla potranno prima contro Alessandro Magno e meno che mai più tardi contro l’astro nascente d’occidente, Roma.

 

L’area continentale svilupperà civiltà divise, che costituiranno le Polis del periodo più luminoso ma non diverrà mai un unicum, unito e capace di creare una nazione, questo però lo farà la religione, lo faranno gli déi dell’Olimpo, tirati per la veste da ogni angolo della Grecia. Le numerose divinità diverranno protettrici di questa o quella Polis, ogni città si avocherà la nascita di questa o quella divinità, in ogni isola dell’Egeo sarà nata una divinità, in ogni fiume, in ogni antro e la stessa divinità avrà avuto i natali in decine di città, di isole, di fiumi, di antri e per ogni antro si indicheranno genitori, mogli, mariti, figli e accadimenti diversi; in fondo forse per Omero era solo una favola e perché mai non raccontarne sempre di nuove.

 

Le divinità Micenee e Minoiche si fondono con quelle della Frigia, della Lidia e della Fenicia attraverso le colonie greche sulla costa turca, le divinità che prendevano origine dagli elementi e dagli accadimenti, dal mistero e dalla paura, dalla meraviglia e dalla speranza, si trasformano, si antropomorfizzano e si umanizzano a tal punto da avere i poteri più desiderati dall’uomo, fino all’immortalità e i difetti più comuni nell’uomo, fino all’invidia. Dio creò l’uomo a Sua immagine e somiglianza qui invece si palesa innocentemente la creazione di divinità a immagine e somiglianza dei più grandi poteri esercitati dall’uomo e delle più meschine azioni che si possano compiere. Esopo, il primo vero favolista, greco di adozione, ci avrebbe trovato una morale, se non puoi giustificare le tue azioni basta affermare che le compiono anche gli déi. Ma questa è la religione di stato, è la ritualizzazione di azioni da affermare come volute o protette dalle divinità, poi il popolo invece si affeziona e allora prega, invoca, osanna; questa sì che è la religione, qui può davvero nascere la fede; poi arriva un Ebreo che parla di un Dio che ama e perdona e tutto trova la sua spiegazione e di queste divinità così umane rimangono solo i miti.

 

La civiltà greca attraversa tremila anni di storia ma alla fine il tutto si concentra in pochi eventi fondamentali rivelatori di una civiltà:

 

1200 a.c. Guerra di Troia

 

800 a.c. Omero

 

700 a.c. Esiodo

 

490 a.c. Battaglia di Maratona

 

480 a.c. Battaglia delle Termopili

 

480 a.c. Battaglia di Salamina

 

Dal 460 a.c. al 430 a.c. L’età di Pericle

 

338 a.c. Alessandro Magno di Macedonia conquista e unisce la penisola greca e dal 336 a.c. ne diviene il sovrano, da questo punto in poi in realtà la Grecia non esite più ma diviene parte della Macedonia, come il resto del mediterraneo orientale e del Medio Oriente, dall’Egitto fino al Pakistan.

 

Pochi essenziali eventi molti dei quali concentrati in meno di sessant’anni, ma questi eventi hanno cambiato la storia dell’umanità, dando vita a quello che oggi chiamiamo Occidente.

 

Gli déi greci sono divinità molto particolari, non sono creatori, sono solo dei Superman immortali; nascono sulla terra, operano sulla terra e vivono sulla terra arroccati nel loro castello sul Monte Olimpo. Si cibano di ambrosia, nettare e del fumo dei sacrifici. Potrebbero benissimo vivere una vita nel beato far niente invece si occupano delle cose terrene e se ne preoccupano, sono invidiosi fra di loro e sono spietati con gli umani, uniche possibili vittime delle loro rivalse intestine, se non puoi uccidere un deo allora uccidi un umano a lui caro, tanto non morirà nemmeno quello perché diverrà un albero, un fiore o una costellazione. Copulano con gli umani, copulano a non finire con gli umani, li raggirano, li ammaliano e li stuprano, palesi o sotto ogni forma che renda possibile il rapporto sessuale. Si tradiscono, si ingannano, si derubano fra loro ma sono déi e anche in una civiltà capace di istituire la svolta sociale che cambia il mondo, la Democrazia, rimane il timore ancestrale che l’uomo delle caverne provava al rombo del tuono o al tramonto del sole. Che ne sarà di noi? Affidiamoci agli déi che ci aiutino. E dunque anche se gli déi a cui rivolgersi sono dei gradassi, prepotenti e permalosi, sono comunque l’unica cosa che ci resta e non ci resta che osannarli perché domani sorga ancora il sole, perché i raccolti siano fruttuosi, perché ogni infatuazione d’amore sia soddisfatta, perché la ricchezza venga a noi, perché il nemico sia sconfitto, perché il potere sia nelle nostre mani. Poveri, piccoli, meschini, miseri umani.

 

Della miseria di queste divinità se ne accorgeranno anche i colti filosofi greci che, forse proprio per la mancanza di una vera religione, sviluppano l’arte della speculazione, cercando la vera natura dell’uomo e la vera essenza del creato, ultime vestigia di una cultura indoiranica, i Veda, che aveva accompagnato i loro progenitori nella lunga migrazione che a più riprese li ha portati sulle sponde dell’Egeo. Senofane nel 500 a.c. afferma che “la loro forma è solo l’ombra prodotta da coloro che li pensano”; Platone nel 400 arriva a dire che “le loro maniere e le loro inclinazioni non sono degne della perfezione che è inseparabile dall’idea di divino”; Epicuro nel 300 a.c. asserirà che “il loro modo di vivere passionale e segnato dalla preoccupazione non è compatibile con la certezza, naturale per tutti gli uomini, della loro felicità assoluta”. Meno male vivevano nel paese che ha inventato la democrazia, per queste affermazioni mille anni più tardi sarebbero stati bruciati sul rogo.

 

Il confine fra favola e religione è molto nebuloso, le antiche divinità Minoiche e Micenee risorgono a nuova vita con i racconti di Omero, l’antropomorfizzazione raggiunge il suo apice e il come in terra così in cielo, l’esatto contrario di ogni altro culto, dona al mondo greco un Olimpo in cui la famiglia vincitrice degli scontri fra déi creatori, Titani e divinità ha stabilito la propria dimora, a metà strada fra il celeste e il terreno e al suo comando c’è Zeus. Rivalità, favoritismi, screzi e vendette, che si compiono anche per mezzo dell’umanità, contraddistinguono gli déi greci e i loro rapporti fraterni e fratricidi; le narrazioni dell’Iliade e dell’Odissea fermano, al pari di un testo rivelato, lo stato delle cose e un paio di secoli dopo, le genealogie di Esiodo le complementano confermandone la validità e in un certo senso la verità. In un modo costellato da profeti, da sogni illuminanti e da visioni, sia prima che dopo il periodo greco, il culto politeista dell’Ellade si fonda sulla storia romanzata di due eventi: la guerra di Troia e le peripezie del ritorno a casa dell’eroe Odisseo, Ulisse. In questi miti le ancestrali divinità agricole che avevano accompagnato i greci, onoratamente fino al cataclisma e umilmente nei secoli seguenti, appaiono improvvisamente come nobili e guerriere, la rinascita orgogliosa della terra ellenica si riflette nella rinascita delle proprie divinità e i contrasti fra gli déi nei contrasti e nelle alleanze fra le Polis. Tutti, amici o nemici, adorano però gli stessi déi, tutti sacrificano negli stessi Santuari e tutti chiedono risposte ai medesimi oracoli; l’unione continentale che solo il macedone Alessandro il Grande riuscirà a compiere è in realtà già presente a livello religioso e nonostante non vi sia un vero Libro Sacro e nella latitanza di un Dogma, colonie e conquiste non inquinano la religione greca che mantiene i propri déi in tutto il mediterraneo. l poemi omerici non hanno bisogno di conferme soprannaturali, di rivelazioni e illuminazioni, sono la verità e su questa verità è possibile speculare con nuove narrazioni di avventure, eventi e disgrazie mitiche che diverranno la Tragedia greca e il Teatro diverrà il luogo in cui cosmogonia e teogonia verranno illustrate, è questa la Chiesa dei greci, il luogo in cui i loro déi vengono esaltati, onorati ma anche sbeffeggiati per la loro somiglianza a noi miseri, umili, meschini uomini. Se la cantano e se la suonano affidandosi ciecamente ai racconti di Omero e alle teorie di Esiodo quasi come se questi fossero stati assunti a Profeti. Lo stesso Erodoto fa presente che Omero ed Esiodo hanno dato i nomi agli déi e ne hanno identificato le competenze e il potere e addirittura ne hanno indicato l’aspetto e le peculiarità, prima di loro c’erano solo i Theòi, entità soprannaturali, divine e immortali, il cui potere comandava il mondo. QaQQueste in parte rimarranno, saranno l’ineluttabilità e il fato a cui neppure Zeus potrà opporsi.

 

Le originarie divinità micenee si evolvono, si trasformano, alcune si estinguono dando vita ad un nuovo Pantheon sorto dalle macerie delle civiltà precedenti, dal caos come dal caos nasce l’universo, violento e sregolato delle prime divinità, che sono lì da tempo immemore come lo sono gli altri attori della notte dei tempi, mostruosi o umani. Anche per gli uomini non c’è un momento della creazione come non vi sarà un Paradiso, esistevano, senza chiedersi perché e più saranno, senza che questo li preoccupi, è solo in questa vita la sola e unica vita da vivere. Ma anche no, la speculazione sui miti successiva a Esiodo narra di una Umanità plasmata dagli déì; Apollodoro, intorno al 100 a.c. racconta che fu Prometeo a generare la razza umana e successivamente a salvarla dal Diluvio Universale grazie all’Arca costruita dal figlio Deucalione, chissà cosa avrebbe da dire Noè.

 

Secoli di buio segnano la rinascita della cultura greca, in quello che viene definito Medioevo Greco, lentamente le città rinascono ma anche se nemiche o distanti conservano tutte le stesse divinità, ben identificate nei racconti omerici in una grande famiglia, alla cui guida c’è Zeus, che ha portato l’ordine nel mondo. In principio c’era Chaos, il vuoto e Gaia, Gea, la Terra e per partenogenesi; quindi, non creati né generati da un’unione sessuale, generano Erebo, le tenebre e Notte, Urano, i monti e Ponto, il mare e ancora i Ciclopi, Bronte il tonante, Sterope l’abbagliante e Arge il luminoso, creature celesti che doneranno a Zeus il fulmine e il tuono. La fecondazione forzata di Gea darà vita anche ai Centimani, dalla forza sovrumana con cinquanta teste e cento mani, Cotto, Briareo e Gige. Sarà invece dall’unione di Gaia e Urano, il cielo, che ogni notte si corica su Gea e la feconda, che saranno generati gli déi della prima generazione: Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Teia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti e Crono; i Titani. Crono, il più giovane, spodesterà il padre dal potere divino, castrandolo con una falce dentata in Adamanto, il non domato più duro del ferro, per punirlo della sua ignobile rivalsa sui loro figli, ricacciati nel ventre di Gea per impedire il sopravvenire di nuove generazioni. Questa evirazione sarà però anche fertile e darà vita a numerosi esseri soprannaturali e alla dea fra le dee, Afrodite. L’impotenza di Urano genererà anche il distacco definitivo fra il cielo e la terra e tutte le cose nel mezzo potranno finalmente essere e crescere e le famiglie divine potranno moltiplicarsi. Sarà ancora Crono protagonista della genealogia divina e dalla sua unione con Rea nascerà la seconda generazione di divinità, gli Olimpi: Zeus, Poseidone, Ade, Hestia, Era e Demetra. Per impedire l’avverarsi della profezia di Urano e Gaia, nella quale annunciavano che anche Crono sarebbe stato spodestato da uno dei suoi figli, questi li inghiotte una volta nati con estremo dolore per la madre Rea, la quale per evitare tale sorte a Zeus, porge al consorte una pietra avvolta nelle fasce e nasconde il figlio in una grotta. Una volta cresciuto Zeus scatenerà una guerra famigliare per il potere e riuscirà a vincerla, confermando la profezia e mandando Crono e tutti i Titani nel Tartaro, un luogo desolato a metà strada fra una prigione e l’inferno. Sarà Zeus a dar vita, con le sue numerose copulazioni, alla terza generazione delle divinità, quella corrente, formata da déi, dee e da esseri semidivini nati dall’accoppiamento con semplici umane, spesso uno stupro vero e proprio, sovente con l’inganno o nel sonno delle malcapitate. Narrare ed elencare tutta la mitologia greca è praticamente impossibile e non mi permetto di pretendere di poter analizzarne che una minima parte, chi si appassiona ha una vita di letture davanti a sé; le speculazioni successive a Omero ed Esiodo danno il via a una serie incalcolabile di eventi che fanno sbiancare la famiglia Forrester di Beautiful.

 

Da tutti questi eventi ne esce un cosmo generato, non creato, dal nulla del Chaos in cui Gaia è presente a prescindere da come lo possa essere, si giunge a Zeus, che impone un ordine necessario e per questo viene acclamato dagli altri déì ed eletto a loro padre. Zeus sarà giustizia e potere su tutto e la suddivisione narrata da Omero nell’Iliade è solo una spartizione di regni di cui lui ne è l’imperatore: “A Poseidone toccò di vivere nel canuto mare; ad Ade l’oscura tenebra, Zeus ebbe il vasto cielo, nell’etere tra le nubi. La terra e l’alto Olimpo restarono a tutti comuni.

 

Con la Teogonia di Esiodo si apre la stagione dei miti che avrà la sua conclusione con l’avvento di Roma e l’oblio con Cristianesimo. La peculiarità Indoiranica della speculazione non eretica, sommata all’assenza, anzi alla non necessità, di un Dogma, alimenta la proliferazione di miti, a volte ancestrali del substrato Indoeuropeo delle precedenti migrazioni, a volte mutuati dal Vicino Oriente, riadattati alla cultura Micenea. Le tracce sono più che evidenti sia nelle similitudini di culti preesistenti nell’asia Minore e in Egitto, sia per le etimologie degli appellativi degli déi, su tutti Zeus, dal Vedico Dyaus, che si trasporrà anche nel Romano Iuppiter dalla sua definizione più completa di Dyaus Pitar. Già in Esiodo si trovano le prime differenze tra la sua sistematica catalogazione delle divinità e gli attributi invece presenti nelle narrazioni di Omero e queste si faranno più varie e colorite man mano che la poetica greca incrementerà la sua produzione. Zeus rimane sempre e comunque la divinità suprema che ha portato l’ordine nel mondo, deo celeste, condottiero dei cieli, artefice e controllore di ciò che in essi e sotto di essi accade. La particolarità della cultura greca interferisce però nella trasposizione in terra di quanto è dato di fatto nei cieli, l’onnipotenza di Zeus non si trasferisce nella creazione di un istituto regale in terra, non si trova in Grecia un Re che lo sia per volere divino, la politica in terra è una questione di tutti, è così che poi è nata la Democrazia.

 

I Titani vengono dunque sconfitti e relegati nel Tartaro, Chaos e Gaia, Gea, non sono mai state considerate divinità ma nemmeno creatori, più dei compartecipanti alla creazione insieme a Eros, che poi si ripresenterà come deo antropomorfo e personificazione della passione amorosa, che invece agli albori del mondo è più forza generatrice, come l’Artha Vedico. Zeus vittorioso instaura finalmente l’ordine nel mondo e consolida i propri attributi sposando Metis, la saggezza, che ingoierà da puerpera per essere poi lui solo a padroneggiarla e possederla e sarà lui a donare al mondo l’ordine e la sapienza dando alla luce la figlia Atena, scaturita dalla sua testa, generata, quindi autonoma e non, alla maniera Hindù, come ipostasi, derivazione. Sposa poi Teti, l’ordine delle leggi, quelle del mondo, quelle degli déi e quelle degli uomini e tutte quelle che regolano i rapporti fra questi divenendo il depositario della giustizia, espressione del potere giusto che applica le leggi di questo mondo. Le altre divinità si muovono solo all’interno dei limiti segnati dagli ambiti della propria specifica divinità, anche se non di rado travalicano questi limiti pagandone le conseguenze per mano di Zeus o dell’ordine delle cose. Alcune divinità si confondono fra di loro si soprammettono nelle competenze e nella genealogia, Zeus sposa Era, dea madre che però viene spodestata da Demetra, a loro si affianca Afrodite, che però in realtà è una divinità della seconda generazione in quanto nata dalla spuma del mare fecondata dal membro evirato di Urano, sfugge pertanto al controllo di Zeus e l’erotismo non ha controllo, d'altronde come si dice ancora: al cuor non si comanda. Gli déi si moltiplicano e Zeus di sicuro non si trattiene dal generarne di nuovi con chi più gli piace, Apollo e Artemide con Latona, Efesto, lo storpio che quindi è generato dalla sola Era, abile nelle attività fabbrili; Ares, personificazione della violenza che diverrà comunemente il deo della guerra. Accanto a lui fratelli, sorelle e progenie: Hestia, il focolare domestico, l’intimità della casa e della famiglia; lo sciagurato Dioniso, la trasgressione fatta deo, lo strano, lo straniero dalle fattezze strane iconizzato nel Prosopon, la maschera dalla forma cava che ne distorce le forme; Hermes sempre in movimento ai margini delle competenze come i cippi di confine, le Erme, per la sua instancabile mobilità diviene messaggero degli déi e Psicopompo per le anime da traghettare nell’Ade, o meglio da Ade, divinità degli inferi popolati dai morti in un limbo di inesistenza fatto di ombre e larve semiumane che poco conservano della forma terrena. Infine, Poseidone divinità degli oceani e Ennosigaios, scuotitore della terra. Intorno all’800 a.c. lo svilupparsi delle Polis porta alla costruzione di templi e santuari e viene riorganizzata la gran mole di divinità strutturando il culto verso solo dodici déi ma anche questo non ne limiterà il numero perché a parte i canonici Zeus, Era, Poseidone, Artemide, Apollo, Atena ed Hermes gli altri cinque diventano intercambiabili a seconda del tempo e del luogo, pur rimanendo comunque sempre e solo dodici; i più comuni sono Demetra, Ares, Afrodite, Efesto ed Hestia, con le varianti di Dioniso, Crono, Rea, Ade, Persefone, il fiume Alfeo, Charis, Anfitrite e l’eroe Eracle.

 

Ecco che, a un certo punto, si sente la necessità di riavvicinare gli déi agli uomini, di umanizzare, se non lo fossero già abbastanza, le divinità e nasce la categoria degli Eroi che, se possibile, annovera un numero di variabili superiore a quello delle divinità.

 

Che sia stato tutto pianificato o che il cattivo esempio degli déi abbia influenzato la cultura greca fatto sta che, a differenza di molte altre religioni, in cui la divinità delle forze superiori trasmigra, così in cielo come in terra, sui rappresentanti amministrativi creando re che governano il popolo e il mondo per volere e investitura divina, nel mondo greco l’arroganza, l’iracondia e i pessimi comportamenti delle divinità allontanano la politica greca dall’ideale regale, con conseguente crisi delle aristocrazie e con lo sviluppo dell’idea sociale del potere al popolo, greco e con cittadinanza, che dà l’avvio alla Democrazia, non unitaria del mondo ellenico ma specifica di ogni singola Polis. Gli eroi divengono quindi il sigillo della divinizzazione della stessa città e ognuna di esse se non lo ritrova nelle ancestrali origini se la crea; ogni eroe si lega ad una divinità quasi sostituendosi ad essa, confondendosi con questa e se possibile confondendo ancora di più l’ingarbugliata massa di divinità greche.

 

Se le divinità insegnano al popolo greco l’irraggiungibile e l’ineffabile, gli déi non invecchiano e non muoiono e hanno poteri soprannaturali che sovente usano proprio contro l’umanità, da qui appunto il disprezzo per l’istituto regale, di cui Zeus rappresenta il paradigma, gli eroi ne delimitano definitivamente i confini materiali. Le azioni, Praxis, compiute dagli eroi, sono opere sovrumane, ossia oltre la possibilità fisica e biologica degli uomini, per cui non ripetibili dai comuni mortali. In questo modo ci si allontana ulteriormente dal divino, a cui ci si rivolge con rispetto e prostrazione derivanti dal timore più che dalla fede, l’Eroe diviene il difensore della Polis e intercessore presso l’Olimpo, la vera divinità diventa in questo modo la Città Stato, il vero Ente a cui sentirsi devoti e in cui si ha fede.

 

Senza un Libro Sacro, senza un Dogma, senza una gerarchia Ecclesiastica è ancora più difficile identificare quella greca come una religione ma per il mondo ellenico la religione è un affare di tutti i cittadini, il che non vuol dire ovviamente tutta la popolazione. I cittadini erano quelli che per le leggi di ogni Polis potevano essere considerati tali, addirittura Aristotele ne avrebbe escluso anche contadini e artigiani; la cittadinanza e i conseguenti diritti si acquisiscono per nascita, si è greci per nascita e si partecipa alla vita religiosa, ufficiale, per diritto di nascita, non c’è evangelizzazione, non c’è proselitismo, siamo greci e adoriamo gli déi dei greci e gli altri sono tutti pagani. Usi e costumi si differenziavano di città in città ma la linea generale era la stessa per tutto il mondo greco, religione e stato si complementano e si attengono ai medesimi principi anche perché le attività amministrative si attengono a quelle religiose e quelle religiose fanno altrettanto verso quelle amministrative, tant’è che è spesso difficile comprendere se lo stato ha ingerenze nel religioso o se il religioso ha influenze sullo stato, perché non è un’amministrazione religiosa, non è uno stato Teocratico ma uno stato Democratico che si rivolge, si attiene e si completa con il religioso. Ogni cittadino può essere sacerdote, eletto o estratto a sorte per rivestire la carica per circa un anno, la sua funzione non è evangelica ma amministrativa il compito è il mantenimento dell’Eukosmia; l’ordine, la decenza, il rispetto dei riti minuziosamente regolamentati, il presiedere ai sacrifici in nome di tutta la cittadinanza; l’attenersi il più scrupolosamente possibile al Mè Kinein, il non muovere nulla, il non modificare il non progredire dell’impianto religioso. Quello che nelle culture Hindù era invece la meraviglia della fede, la speculazione, perché evolveva in ogni direzione la ricerca della verità, qui non è concesso e quindi la speculazione esce dal religioso; mentre in India è parte integrante e forza della fede, qui semplicemente se ne astrae e quelli che avrebbero potuto essere i più grandi profeti, Santi e esegeti greci diventano Filosofi.

 

La figura del sacerdote non è però così periferica come la si vorrebbe far apparire e sempre più spesso assume un aspetto professionale e di potere. Sacerdoti e sacerdotesse, indovini, oracoli, custodi di culti misterici arrivano a tramandarsi le cariche di generazione in generazione, i Patriai, che rimangono nelle mani di famiglie aristocratiche anche oltre le riforme amministrative che si potessero andare a manifestare negli anni. Dunque, anche se sminuito ad una semplice formalità il servizio sacerdotale era comunque un centro di potere tanto da arrivare in alcune Polis, soprattutto nelle colonie orientali, a comprare la carica per ingenti importi che assicuravano il benessere alla città e per la famiglia acquirente la certezza di una considerevole influenza politica negli anni a venire. Mille anni più tardi pratiche come questa avrebbero provocato uno scisma e dato il via alla disgregazione della comunità Cristiana.

 

L’investitura sacerdotale, comunque acquisita, era molto riverita al pari delle cariche della Magistratura ma nella sostanza non aveva alcun potere deliberante né tantomeno esecutivo, addirittura i sacerdoti erano tenuti a quella che veniva definita “Resa dei conti” dove i conti in questione non riguardavano aspetti amministrativi e monetari, i bilanci che i sacerdoti dovevano presentare riguardavano il loro operato di custodia e salvaguardia della moralità dei Santuari, il non aver abusato della carica rivestita e l’aver operato conformemente alle leggi e ai decreti di chi poteva deliberare e ordinare, il Démos, il popolo, i cittadini. Il Démos affidava a veri Magistrati civili, politici e militari la gestione degli affari religiosi; festività, sacrifici, lavori, inventari e bilanci patrimoniali erano di competenze di figure nominate fra quelle che amministravano la città. Il popolo, attraverso i magistrati incaricati ha dunque il controllo degli affari di stato e degli affari divini, dell’ordine nelle cause civili e in quelle divine. La Democrazia affida il potere al popolo e oculatamente il popolo, o quelli che potevano farne parte di diritto, se la ridistribuisce coinvolgendo tutti a rotazione, rafforzando in questo modo la coesione nella guida della città anche con il rispetto verso gli déi. Ma la democrazia finisce con il titolo di “Cittadino”, in pratica un’oligarchia democratica, i non greci, e anche le donne, non hanno voce in capitolo, democrazia non vuol dire suffragio universale, anche se però gli déi alla fine erano di tutti, come sempre ognuno per i propri bisogni.

 

Per soddisfare questi bisogni e per onorare questi esseri soprannaturali, che tanto potere hanno sugli eventi e sulla vita di séni uomo, il culto greco è ricco di eventi e di luoghi dove celebrare, offrire e sacrificare alle tantissime divinità, la gestione amministrativa, quella politica e quella della propria casa sono già di per se atti religiosi quotidiani, ogni attività è preceduta, contiene od è seguita da un rito a significare la sacralità dell’atto e la benevolenza degli déi per quanto fatto o chiesto, dalle decisioni politiche all’intimità della famiglia.

 

È proprio dal luogo più intimo che cominciano le devozioni agli déi, la casa è un altare in cui compiere i riti ad ognuno degli déi per quanto ad esso competente. A guardia della casa c’è l’effige o l’attributo dei Hermes Propylaios o di Apollo Agyieus, nel cortile è collocato l’altare di Zeus Herkeios, il vero e proprio patrono dell’abitazione, qui si offrono i sacrifici cruenti e le libagioni; nella cucina è il focolare stesso a rappresentare l’altare di Hestia, vergine e pura come il fuoco stesso e puri è necessario essere per avvicinarsi ad esso, anche solo per riattizzare le braci. È con quel fuoco che si purifica ogni ambiente domestico, Omero ci ricorda che Ulisse brucia zolfo nella sua casa per purificarla dopo l’eccidio dei proci, è a quel fuoco, simbolo della famiglia stessa, che si presenta la sposa o lo schiavo acquistato, purtroppo questo accostamento è emblematico della considerazione nei confronti della donna, nonostante le numerose divinità di sesso femminile che nel mondo ideale dell’Olimpo hanno forza e potere, sulla meschina terra le donne non hanno voce in capitolo. A questo fuoco viene presentato il neonato e al pasto quotidiano ad Hestia è offerta la prima libagione e una porzione di ciò che ha contribuito a cuocere. L’attività rituale nasce nella casa e ogni uomo l’apprende e la riporta nell’attività rituale comune dei riti della città e in quelli panellenici.

 

Nell’Agorà, fulcro civico, amministrativo e politico della città è presente il Pritaneo, l’altare dedicato ad Hestia, che riporta e ripete l’intimità della casa nella comunità, ogni edificio pubblico è di per sé un altare, è di per sé sacro e come per la casa i confini dell’Agorà sono delimitati, anche se aperti, e possono essere varcati solo da i puri, coloro che possono fregiarsi della qualità di Cittadino. Il fuoco dell’altare viene periodicamente rinnovato con il rito delle Pyrphorié, il trasporto del fuoco, con braci che provengono direttamente dai Santuari di Apollo a Delfi o a Delo. Anche il recinto dell’Agorà è protetto da Zeus, garante dell’ordine sociale, la sua protezione si estende ai Magistrati, ai tribunali, ad ogni giuramento fatto, alla giustizia mentre la parte economica, sempre sacra e parte dell’Agorà è sotto il patrocinio di Hermes Agoraios, che supervisiona gli scambi ed evoca la concordia e la correttezza nei rapporti. Tutti gli edifici politici hanno un altare su cui elevare sacrifici a Zeus Boulaios e Artemide Boulaia, patroni della buona deliberazione, prima di ogni seduta quale auspicio di decisioni corrette.

 

Il luogo di preghiera dell’Agorà è rappresentato dal Recinto dei Dodici, dove può essere portata ogni supplica, nei pressi ci sono anche i cenotafi dei fondatori, degli eroi e delle personalità influenti, a loro volta divinizzate in memoria delle gesta compiute. Ma nell’Agorà c’è tutto, il Coro dove celebrare le feste e danzare, il posto per l’orchestra che accompagna i riti e lo stadio dove gareggiare in onore di déi ed eroi. Con l’espansione delle città, soprattutto ad Atene, si dovrà ovviare alla mancanza degli spazi trasferendo il Coro nel teatro e costruendo lo stadio in luoghi lontani dall’Agorà ma che di questa manterranno la sacralità.

 

La vita rituale e religiosa di un culto così ricco di divinità non può rinchiudersi però all’interno della sola Agorà e sempre di più e di consistente importanza sorgono fuori dal recinto dei Témenos, appezzamenti conferiti con atto pubblico che destinano un luogo alla sacralità, costituendo di fatto per la loro sola esistenza un Santuario, Hieron.

 

Come per l’Agorà anche i Santuari, che in alcuni casi si limitano strettamente all’appezzamento di terra, sovente un bosco, delimitato da confini chiari anche se non fisicamente invalicabili, questi confini però non possono essere superati dagli impuri, non cittadini, rei di crimini e addirittura figli indegni; vere e proprie cinte munite di portoni si trovano solo qualora il Santuario sia un Tesoro, ovvero vi siano conservate le offerte preziose, oro ma anche statue, cimeli e attributi divini, come nel caso del Partenone ad Atene che custodiva la statua crisoelefantina di Atena e il legno di olivo, emblema della pianta che la divinità aveva donato ai greci, oltre ovviamente alle riserve auree della città. Solo per i culti misterici come ad Eleusi e a Samotracia, la cinta impedisce fisicamente l’ingresso ai non iniziati e in questo caso il Santuario è più simile a quello che noi intendiamo per Chiesa, con sedute per i fedeli, mentre nella maggior parte dei casi l’ingresso al Santuario è riservato ai soli sacerdoti o aperto per alcuni giorni all’anno, il Santuario non è quindi un luogo di preghiera ma la casa in terra della divinità.

 

Il Santuario soddisfa in questo modo le tre specificità del culto greco, il sacrificio, la rappresentazione iconografica delle divinità e le offerte, spesso preziose, come nel caso dei Tesori. All’interno del Témenos trovano collocazione gli elementi essenziali per i riti religiosi il più importante dei quali è l’Altare, il Bộmos, che spesso rappresenta l’unico elemento del Santuario. Il Bộmos è costituito semplicemente da un blocco di pietra con un focolare per bruciare le offerte condivise fra l’offerente e la divinità, l’Eschara, ma può raggiungere anche dimensioni smisurate come quello di Siracusa, lungo centonovantadue metri o quello monumentale di Pergamo, in onore di Zeus, con colonnati ed enormi bassorilievi. Per le divinità degli inferi l’Eschara è posto direttamente sul terreno e le carni sacrificate vengono offerte completamente al déo, è in questo caso che si utilizza la, oggi divenuta tragica, definizione di Olocausto, l’offerta non è condivisa con l’offerente ma è completamente affidata nelle mani della divinità ctonia affinché ne abbia cura, perché gli inferi non sono l’inferno come, d’altra parte, non esiste neppure l’idea del Paradiso. Spesso costituiti dal solo Bộmos i Santuari cittadini, come quelli nell’Agorà o quelli più importanti, hanno un Tempio, costituito da un luogo per l’esposizione della statua della divinità a cui è dedicato e da un porticato sotto il quale vengono deposte le offerte preziose, proprio da questa pratica necessità deriva l’architettura tipica dei Templi greci che poi si ritroverà nell’Ellenismo e di cui si approprierà Roma.

 

La rinata cultura greca poggia le proprie origini su quella Micenea, congelata dagli eventi naturali di Santorini, e proprio come questa anche i Templi più preziosi sono edificati sulle vestigia di precedenti luoghi sacri. L’Eretteo di Atene, costruito sui resti di un tempio dedicato ad Atena, è dedicato al fondatore mitico della città allevato dalla stessa dea; il tempio di Apollo a Delfi è edificato su quello anticamente dedicato a Gea, la terra, dalla cui fessura l’Oracolo comunicava con la Pizia, la sacerdotessa di Apollo Pizio, che aveva sconfitto il pitone, e continuerà a fornire le profezie ai fedeli che gli si affidano. Questo è l’unico Oracolo di cui ci siano riferimenti letterari che ne attestano l’esistenza e si è stati col tempo portati a credere che siano state le esalazioni sulfuree della fessura a procurare la Trance oracolare della Pizia, che in uno stato estatico proferiva i responsi che dovevano essere poi interpretati.

 

Elemento distintivo del Santuario e del Tempio è la statua della divinità a cui è dedicato e, in quelli maggiori, quelle delle dodici divinità, sottolineiamo ancora una volta che Dodici nell’antichità non evidenziava un numero preciso ma spesso veniva utilizzato per indicare un gran numero di, come nel caso dei Dodici Apostoli, le Dodici Divinità sono pertanto il simbolo del vasto politeismo del culto greco. La statua o, meglio, la rappresentazione della divinità, afferma il proprio valore indipendentemente dalla fedeltà della riproduzione o dal materiale di cui è costituita, ma dalla sua antichità e dalla sua origine, la statua può ridursi ad un semplice cippo o ad una maschera, vestigia delle precedenti culture, onorate e rispettate o, come nel caso di quella di Atena, caduta dal cielo quale dono diretto della dea. Le statue venivano unte, vestite, esposte, portate in processione o incatenate, ognuna di queste modalità era volta al “controllo” della divinità e della sua enorme potenza convogliandola nel rapporto con gli uomini e a loro beneficio. Nell’era classica, grazie alla potenza e alla ricchezza di Atene e panellenica, sempre più si sviluppa la visione antropomorfa nella rappresentazione degli déi, che però è volta non a assimilare l’uomo al deo ma il deo ad una versione ideale dell’uomo; il deo, anche qualora assomigliasse nelle fattezze all’uomo, che a sua meschina immagine sia stato riprodotto, non può avere le caratteristiche materiali, terrene e umane e quindi la sua rappresentazione deve andare oltre a quello che l’uomo potrebbe mai essere. L’ideale estetico di perfezione che vediamo nelle statue greche non è l’ideale estetico dell’epoca ma è la visione soprannaturale di un corpo; non è come l’uomo avrebbe voluto essere ma come l’uomo immaginava potessero essere gli déi. È forse questo il segreto delle statue di Antonio Canova che ancora nel 1800 riusciva a vedere oltre il modello e a divinizzarne le fattezze.

 

Le statue recano non solo l’effigie ma anche l’attributo della divinità, il suo simbolo distintivo, le saette per Zeus, il tridente per Poseidone, il Tirso, bastone nodoso, per Dioniso ma spesso questi attributi si sommano e si amalgamano, il numero elevato di statue o la pluralità degli attributi sono l’emblema della ricchezza del politeismo che il culto e la cultura greca vogliono mettere in evidenza, la ricchezza di divinità a cui rivolgersi e la pluralità dei loro campi d’azione rassicurano il fedele e assicurano la completezza degli ambiti di influenza nella ritualizzazione e nella preghiera, arrivando perfino ad erigere templi al deo ignoto, per essere sicuri di non averne tralasciato alcuno e di ricevere la protezione e la benevolenza di proprio tutti gli déi. La stessa disposizione delle statue nel tempio ma anche e soprattutto fuori da esso, invita alla combinazione delle potenze delle varie divinità accostate fra loro e orienta il pensiero del fedele evocando i corretti propositi che ne influenzeranno il corso della vita.

 

La struttura creata da Omero si manifesta come il tentativo di mettere ordine nel mondo ellenico, come Zeus fa con il mondo intero, e si sviluppa proprio in questo senso come se fosse un Codice Civile in divenire che aggiornandosi, contestualizzandosi e attualizzandosi, riesce a mettere ordine nel mondo ellenico. Gli déi sono un dato di fatto, esistono ed esisteranno per sempre, immortali, si nutrono di Nettare e Ambrosia, irosi fra loro e con gli umani; rappresentano un esempio da non seguire ma a loro sono dovuti offerte e sacrifici per ottenerne il favore, nella vita quotidiana come in tempo di guerra. Appartengono ad un tempo lontano ed è comunque grazie a loro se il mondo è passato dal caos all’ordine, vanno temuti e onorati ma sono di un’epoca che non è più l’attuale. Gli Eroi si collocano fra il divino e l’umano, ma anche in questo caso l’evolversi della poetica e della speculazione ne assegna un valore non dogmatico, per Pindaro la classificazione è: déi, eroi e poi uomini; per Platone invece dopo gli déi ci sono i Demoni, poi gli Eroi e infine come sempre l’umanità; Per Esiodo invece erano da considerarsi dei semi déi, Hemitheoi, con poteri iatrici e mantici anche perché non pochi fra loro erano frutto dell’unione sessuale di divinità e umani. Eracle è figlio di Zeus e Alcmena ed è l’unico a guadagnarsi l’Olimpo con le proprie azioni, appunto le famosissime Dodici Fatiche di Ercole compiute per la conquista della dea Ebe; l’altro Eroe che assurge all’Olimpo è Diomede, protetto di Atena, premiato per aver ferito in battaglia la rivale Afrodite. Tutti gli altri Eroi rimangono comunque mortali o tuttalpiù guadagnano l’accesso alle Isole dei Beati, una sorta di Paradiso ai confini della terra. Gli Eroi non compiono atti magici ma estremamente terreni, violenti e sovrumani, solo loro possono oltrepassare i limiti della Hybrys, la presuntuosità di poter compiere atti oltre l’umano e proprio questa peculiarità li eleva sopra gli uomini di cui stabilisce i limiti che si traspongono nel quotidiano della politica, dell’amministrazione e della guerra. Gli Eroi divengo i protettori delle Polis grazie ad atti violenti e orrendi ancora una volta da non imitare ma da venerare, loro hanno potuto compierli, l’uomo comune no.

 

Gli atti narrati nell’epica eroica provengono dalla cultura micenea distrutta pochi secoli prima e ben identificabile ma il culto greco li pone in un tempo non meglio definito ma ancor di più che non è neppure necessario definire; c’è stato il tempo degli déi che hanno messo ordine nel mondo, poi c’è stato il tempo degli Eroi che hanno combattuto contro mostri liberando il mondo dalla loro presenza, giovani che compiono questi atti per la conquista di una donna e per la creazione di una famiglia, che si rivede appunto nella città che protegge. Infine, ci sono gli Eroi del tempo di adesso, uomini maturi capaci di dominare l’Hibrys ma sono solo uomini, anche se hanno il favore degli déi; sono questi a definire che adesso, dopo gli déi, dopo gli Eroi semidivini e gli Eroi umani il mondo finalmente era degli uomini. Ovviamente un mondo che comprendeva l’Ellade, le coste del Mediterraneo e poco oltre e quegli uomini erano cittadini greci liberi da impurità e di sesso maschile. Le azioni compite da questi ultimi eroi sono il definitivo distacco fra umanità e divinità, azioni non più ripetibili e in gran parte aborrite, il Mytos, racconto, narra di atti e fatti sanguinosi e cruenti, padri che uccidono i figli, figli che uccidono i padri e amano le madri, fratricidi e incesti che la cultura greca relega in un tempo che non è più, un tempo che ha creato l’oggi ma che è monito della sua irripetibilità. Gli Eroi sono i fondatori delle Polis e ognuna delle città si dichiara autonoma nel nome dell’Eroe e in nome della Praxis e dell’Hybris si allontana da ciò che era prima, l’aristocrazia decade, la regalità viene bandita, addirittura l’immortalità viene rifiutata, d’altra parte gli esempi del tempo che fu sono tutt’altro che positivi, l’irosità di Zeus, la volubilità degli déi e la violenza degli Eroi; adesso è il nuovo tempo, quello degli uomini e della loro autodeterminazione, la Democrazia, sempre però temendo, adorando ed evocando il divino per ottenerne i favori e allontanarne le malevolenze, non si sa mai.

 

L’affermarsi delle Polis e la stabilità economica e politica che ne consegue favoriscono la speculazione sul Mytos e sull’esistenza dell’uomo, mentre nel mondo Indoiranico dei Veda questo porta all’evoluzione religiosa, in Grecia, dove il culto non è di fatto una religione ma rimane un ancestrale deferenza verso gli déi, il pensiero si sviluppa in maniera atea e antropocentrica, non si approfondisca la ricerca e la definizione di Dio ma si apre l’ideale della Filosofia volta a approfondire la ricerca e la definizione dell’uomo per comprendere chi siamo ma ancor più se siamo, se il mondo esiste davvero o è solo una grande illusione.

 

La Filosofia si allontana ancor più da quel poco di religioso che c’è nel culto delle divinità greche, Senofane di Colofone intorno al 500 a.c. critica l’antropomorfismo degli déi e ne afferma l’unicità e l’invisibile onnipresenza, ingenerata e sempiterna, ripudiando quanto contenuto nel ciclo degli déi e in quelli del Mytos, dove gli déi sono presentati con le peggiori bassezze e depravazioni tipicamente umane, quella non è divinità, Dio è qualcosa di altro. Si arriva così a una revisione del Mytos, non a una sua cancellazione ma a una rilettura; Teagene di Reggio sempre intorno al 500 a.c., propone una visione allegorica delle narrazioni dimostrandone l’inattuabilità e mostrandone l’inefficacia quale esempio. Nello stesso periodo Eraclito identifica la divinità con il Mondo stesso alienandone la creazione dalla mano di déi, Eroi o uomini. È qui chiaro che il mondo greco si manifesta già propenso ad accogliere o quantomeno a non disdegnare, cinquecento anni dopo, l’idea di Dio proposta da Paolo di Tarso, il Cristianesimo.

 

Nessuno disdegna i riti o osa trasgredire il culto verso gli déi, è questa condotta a garantire la buona sorte della Polis e del popolo greco, ma il pensiero filosofico e forse anche quello popolare è ben evidenziato nelle parole di Senofane da Colofone nella sua critica ai Poeti: “Omero e Esiodo hanno attribuito agli déi tutto quanto presso gli uomini è oggetto di onta e di biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi reciprocamente. Ma i mortali credono che gli déi siano nati e che abbiano abito, linguaggio e aspetto come loro. Ma se i buoi e i cavalli avessero mani e potessero con le loro mani disegnare e fare ciò appunto che gli uomini fanno, i cavalli disegnerebbero figure di déi simili ai cavalli e i buoi simili ai buoi, e corpi foggiati così come ciascuno di loro è foggiato. Gli Etiopi dicono che i loro déi sono camusi e neri, i Traci che sono cerulei di occhi e rossi di capelli.” L’ineffabilità della verità e la deviazione verso una fede e avulsa da quanto dichiarato vero per assunto è palese ancora nella sua affermazione: “Il certo nessuno mai lo ha colto né alcuno ci sarà che lo colga e relativamente agli déi e relativamente a tutte le cose di cui parlo. Infatti, se anche uno si trovasse per caso a dire, come meglio non si può, una cosa reale, tuttavia non la conoscerebbe. Perché a tutti è dato solo l’opinare.

 

La filosofia si sostituisce all’ideale religioso in aperto contrasto con la politica che ancora si artiglia al Mytos e agli Eroi; gli déi hanno dato l’ordine al mondo e gli Eroi lo hanno liberato dalle mostruosità lasciando il posto agli uomini, incapaci per natura di ripetere le gesta del tempo che è stato e alla famiglia che si rispecchia nella più ampia famiglia che è la Polis. Come la famiglia attua i propri riti di devozione agli déi, lo stesso lo fa la famiglia che è la Polis fino a divenire essa stessa semi divina per la sua natura che è dono degli déi o degli Eroi. In preda ad un delirio di onnipotenza la Polis avoca a sé tutti i diritti e la propria indipendenza e onnipotenza e la supremazia sulle altre Polis. Sarà questa la strada spianata che troverà Alessandro di Macedonia per la conquista dell’Ellade e del mondo intero, che si amplierà sempre di più davanti alle sue conquiste.

 

Nella filosofia si fa strada il Logos, il prodotto del pensiero scientifico, che inizialmente si pone come il Discorso, al pari dei racconti del Mytos ma che più tardi diverrà invece la Ragione. Se per Eraclito di Efeso intorno al 500 a.c. ancora il Logos è un Discorso, anche se ha abbandonato la poetica del Mytos trasformandosi in prosa, in quanto udito, sarà poi la diffusione della scrittura a metterne in risalto le contraddizioni e già Ecateo di Mileto, storico e geografo, nello stesso periodo a prenderne le distanze in quanto a suo dire; “I logoi dei greci sono molti e risibili”. Sarà poi Erodoto, il più importante storico greco, a dover scindere definitivamente il tempo degli déi e degli Eroi da quello degli uomini per evidenti necessità cronologiche, relegando quegli eventi ben al di là delle civiltà Minoiche e Cretesi. Da contro la Polis consolida la propria identità divina nel tempo e nello spazio, l’ambiente familiare con i propri luoghi di culto e di ritualizzazione si ritrova negli spazi della città rappresentato da edifici monumentali, i dodici déi evocano i dodici mesi dell’anno e i dodici segni zodiacali e il culto dedicato a questi più che un atto di devozione rappresenta il controllo della Polis se questi Enti sopraelevandosi ad essi a esercitarne addirittura il controllo per mezzo dei riti e delle festività. Esiodo afferma: “È indispensabile conservare intatta la concordia con gli déi per ottenere dalla terra i prodotti con cui sostentarsi”. La religiosità scompare, il culto diviene una mera offerta per tenersi buoni degli esseri soprannaturali. Credere non è avere fede. Credere è avere paura. E in questo clima la Polis arriva addirittura a intentare, fra il 450 a.c. e il 400 a.c., processi per empietà verso i filosofi come Anassagora, Socrate e Diagora di Mileto.

 

Il culto è una dimensione pubblica, amministrato politicamente da appositi magistrati, non da sacerdoti, il sistema cultuale manifesta l’unità ideologica dei cittadini, affermandone l’identità nella Polis, accredita la gerarchia politica rispondendo alle esigenze dell’intera città, di ogni città, con le proprie festività, i propri riti e l’indipendenza cultuale di un culto dedicato in tutta l’Ellade alle stesse divinità, questo l’unico fattore unificatore della Grecia. I riti, le cerimonie e le festività diventano lo strumento attraverso il quale il culto provvede alla conservazione dell’ordine istituzionale, per il bene, la sussistenza e la grandezza della città mantenendo il rapporto di dipendenza con la clemenza degli déi e degli eroi fino a compiere in casi estremi il Pharamkoi, una cerimonia attraverso la quale si lavavano i peccati gravi compiuti dalla città, il rito prevedeva la scelta di un capro espiatorio fra i non cittadini ovviamente, il quale veniva esiliato dalla città oppure percosso o, se le avversità causavano pesanti danni economici, militari o di salute pubblica, ucciso in sacrificio per ottenere il perdono degli déi e riottenerne il favore.

 

Anche i riti domestici vengono privati della loro valenza strettamente familiare e divengono cerimonie che la famiglia compie in quanto parte della Polis, l’ingerenza dello Stato nella vita quotidiana diviene oltremodo presente e incombente, instaurando nel cittadino una forzata consapevolezza della sua appartenenza alla città, ma questa non viene percepita con fervore campanilista quanto obbligata, insinuandosi nelle menti come se così dovesse essere per poi, come se fosse naturale, così essere, cementando, con un subdolo lavaggio del cervello, il cittadino alla Polis. Questo sistema si rivelerà ottimo e ottimale per il consolidamento delle varie amministrazioni cittadine, stimolandone e favorendone la crescita, soprattutto per le due grandi potenze di Sparta e Atene ma allo stesso tempo allontanerà la possibilità di un Ellade unica e unita e quando la politica prenderà definitivamente il posto della religione, ovvero quando la religione diverrà solo uno strumento politico, la fede nell’Olimpo, che era l’unica cosa che unificava la Grecia, vacillerà anch’essa sotto i colpi delle nuove “eretiche” filosofie. Prima come gli déi; poi come gli Eroi; poi diversamente dagli déi irosi e suscettibili, impersonati in terra da un’aristocrazia da abbattere la cui sola capacità è quella di punire; poi diversamente dagli Eroi violenti e snaturati, per evitare di poter far finire il potere nelle mani di uno solo; infine per la Polis e solo per essa, capace di fare e dare giustizia; i grandi miti che ancora oggi affascinano e intrigano più di qualsiasi trama brasiliana, americana o turca, cadono uno ad uno laicizzando sempre più una religione che sempre meno si occupa di cosmogonia e escatologia e sempre più si assimila ad una mera superstizione.

 

Il tempo degli déi finisce intorno al 800 a.c. con la decadenza, così in cielo come in terra, dell’istituto della Monarchia, sostituita dall’Oligarchia aristocratica nel tempo degli Eroi. Anche questi però vengono relegati in un tempo che fu e sostituiti dalla Polis che si assume anche la carica religiosa della celebrazione dei culti, pubblici e privati. L’identità del singolo non deriva più dal Genos, la genealogia, vera o presunta, che fa capo ad un Eroe e che prosegue nell’aristocrazia greca ma dalla Città, ad Atene si arriva ad affermare l’ideologia della nascita direttamente dallo stesso terreno, dal territorio, separando e discriminando gli altri greci. L’individuo si riconosce nella Polis, capace di soddisfare i suoi bisogni, di difenderlo e di concedergli il benessere. La Polis suddivide i poteri e articola le competenze divine in base a quelle civiche, prima circoscrivendo le competenze di ogni divinità in specifici e propri campi, poi mescolando le carte in un orgia di poteri in cui si celebravano riti in nome di Afrodite-Era, Hestia si invocava per le giuste leggi, Zeus Boulèus vigilava sulle assemblee cittadine la Bulé; ogni attività di rilievo non fa più capo ad una sola divinità, in questo modo la Polis congela l’azione divina relegandola ai Santuari e alle festività, se non sostituendosi almeno controllando in questo modo il divino. La Polis diviene mediatrice con il divino, esorcizzando, più che invocando, l’intervento degli déi; compiacciamo le divinità in modo che se ne stiano tranquille e non compiano azioni contro la città. Atene addirittura si proclama depositaria del potere in nome e per conto degli déi e in loro nome dispensa benefici all’umanità, cioè ai cittadini ateniesi. L’azione manipolatrice verrà attuata attraverso la gestione dei riti e delle cerimonie e educando il popolo greco attraverso le rappresentazioni teatrali del Mytos, divenuto ormai un paradigma negativo il cui corrispettivo positivo è la stessa città. Questa politica manterrà saldi i poteri delle Polis per pochi secoli fino a quando per mezzo della filosofia, a causa della filosofia e con la filosofia come effetto, il depauperamento del potere delle divinità si riverserà nello stesso crollo del potere della Polis. Poi arriverà Alessandro il Macedone e scriverà una nuova storia.

e9a9ea68-dddb-4fe4-b362-e8bcb286a07c

DANAE DI GUSTAV KLIMT fecondata dalla pioggia d’oro.

DANAE DI GUSTAV KLIMT fecondata dalla pioggia d’oro.

9037699a-61a4-43fe-897d-ea92b44a4a79

ZEUS CON LA FOLGORE IN MANO

ZEUS CON LA FOLGORE IN MANO

 

ERA

 

LA REGINA DEL CIELO

 

Figlia di Crono, sorella e sposa di Zeus Era si considera per questo la migliore tra le dee. Sorella maggiore del deo lo aveva accudito e cresciuto nella sua infanzia nascondendolo a Creta. È però dura per lei mantenere questo status accanto a un tipo come Zeus, per il quale la procreazione non è un dovere o un potere ma uno stato di fatto, Zeus è il generatore per antonomasia. L’esistenza di Era si protrae fra tentativi di riconquista del marito, punizioni inflitte alle rivali e scontri olimpici con il consorte. La sua figura divina rimane in ombra rispetto alle sue crudeli vendette, relegandola a consorte del potente che pur di non perdere la posizione acquisita perdona eternamente il marito ma scatena i suoi poteri per rendere impossibile la vita alle di lui amanti, ucciderle o farle uccidere in una sorta di stalking masochista senza fine. L’antica figura di Dea Madre viene soppiantata da quella maschile di Zeus e anche se Era viene considerata Madre di Ogni Cosa, ormai non le resta che recriminare sulle autonome decisioni del marito mentre lei ancora crede che, come coppia divina, dovrebbero essere prese di comune accordo. Il mondo è cambiato l’umanità è passata dal ringraziare la natura a possederla, il pragmatismo femminino è soppiantato dalla forza e dalla violenza maschile, anche gli déi diventano forti, violenti, autoritari, così in terra come in cielo.

 

Ad Era rimane il patrocinio di tutto quanto riguarda l’ambito familiare, un tempo avremmo detto femminile ma oggi abbiamo superato le ideologie di Zeus. Il matrimonio è posto sotto la sua tutela in ognuna delle sue fasi, come Era Pais, la promessa sposa, come Era Teleia, la completa che ha già celebrato le nozze e Era Chera, la solitaria senza nozze, che può essere vedova, separata o semplicemente nubile. Presiede la nascita per il tramite della divinità Ilitia favorendo o ostacolando il parto, come con la rivale Latona che tanto deve patire per generare i gemelli Divini Apollo e Artemide. Di nuovo ha a che fare con un adulterio quando allatta, lei che è la patrona, Ermes senza sapere che è figlio di Zeus e Maia, scopertolo distacca con veemenza il pargolo dal seno e lo spruzzo di latte che ne consegue genererà la Via Lattea, la creazione procede per caso e non per volere e non è un'unica divinità a portarla avanti.

 

AFRODITE

 

LA DEA DELL’AMORE

 

Semplificare la definizione di Afrodite come dea dell’amore e soltanto una maniera superficiale per classificarla, lei è l’irresistibile energia del desiderio e delle trame messe in atto per la bramosia incontenibile. Anche se per Omero è figlia di Zeus e di Dione, che si rivela essere solo lo sdoppiamento femminile di Zeus e quindi sarebbe la progenie della funzione maschile e femminile del padre degli déi, la sua presenza sulla scena non può essere così tardiva perché il desiderio era già presente e non si parla solo di desiderio sessuale, l’amore lo si rivolge verso tutto e tutti umani e inanimati, potere, gloria, saggezza, immortalità. Si propone cronologicamente più opportuna la Teogonia di Esiodo che almeno la pone fra Urano e Crono, ben prima dell’avvento di Zeus e anche per questo molto più indipendente delle altre divinità Olimpiche. L’evirazione compiuta de Crono nei confronti del padre Urano stilla umori ed essenze della divinità nel mare che trasportati dalla spuma, appunto Aphròs, giungono fino a Cipro, da cui l’appellativo di Cipride per la dea, per altri a Citera, da qui la definizione Citerea, entrambe comunque la contraddistinguono. Afrodite è la forza impalpabile che muove il mondo, nulla può essere creato senza di lei, è lei l’artefice di ogni unione. È per il suo tramite che il cielo e la terra si uniscono, fecondando con la pioggia e danno vita alle cose del mondo. Afrodite agisce per mezzo di Eros, la misteriosa alchimia che governa i legami fra gli esseri di tutte le specie, non segue un ciclo e non soggiace ad alcuna legge se non l’indomabile legge non scritta del desiderio.

 

Accanto a lei Pothos, il desiderio di ciò che non ci appartiene e Imeros, la ferrea volontà di possederlo, quandanche fosse a noi sconosciuto, non c’è modo di sfuggirle; il desiderare ciò che non ci appartiene si insinua in noi, inesorabile padrone della nostra fame di potere e di possesso e con Imeros siamo definitivamente perduti arrivando a desiderare anche quello che non sappiamo neppure che esista, in questo modo l’umanità, il mondo e l’universo intero proseguono e progrediscono indipendentemente dalla loro volontà, il nulla è sconfitto, il caos è ordinato, l’eternità assicurata. Le sue armi magiche sono la cruenta ruota dell’amore, in cui un uccello viene inchiodato ad una ruota fatta girare vorticosamente, è con questo espediente che fa innamorare Medea di Giasone incurante della tragica fine dell’unione, e la “cintura ricamata di tanti colori, dov’erano chiusi tutti gli incanti, vi erano amore, desiderio, dolci parole, e la seduzione che rapisce la mente dell’uomo più saggio” così ce la presenta Omero nell’Iliade. Il suo ambito prediletto, ma non unico, è certamente quello sessuale, il cui piacere è alla base della vita stessa, ma ovviamente non si cura di canalizzarlo verso opportune modalità socialmente rette, anzi, in tantissimi casi mette nei guai coloro che subiscono il suo influsso e spesso anche quelli che gli stanno intorno. È lei che instilla in Elena l’amore per Paride e la loro fuga a Troia segnerà la fine di una città.

 

Chi viene avvolto dalle spire del desiderio di cui Afrodite è padrona la riconosce benissimo come Doloplòkos, la tessitrice di inganni, come quelli orditi per arrivare al possesso, che non necessariamente sono atti cruenti il più delle volte è la sola menzogna raccontata per raggiungere le grazie della persona desiderata. Platone afferma che Amore è figlio di Penia, la povertà ovvero la mancanza di amore e Poros, l’espediente ma ancor più l’arguzia per ottenere ciò che non si ha.

 

La sua funzione è fecondativa, cioè di mettere in campo tutte le forze, tutte le energie e tutti gli espedienti affinché la fecondazione avvenga, sono poi altre dee a curarsi di ciò che accade dopo il concepimento, è Demetra che favorisce la crescita delle messi, è Hestia che a cura dell’intimità familiare rappresentata dal focolare domestico, sarà Era a far sì che le unioni create da Afrodite si perfezionino nel matrimonio e che abbiano lunga durata. Soprattutto non si circonda di amiche vergini rimanendo vergine anch’essa come Artemide. Afrodite professa e pratica, eccome se pratica.

 

Di lei si innamora Efesto, già bruttarello di suo per essere una divinità, in più reso deforme da Zeus che lo getta giù dall’Olimpo per aver preso le parti della madre o proprio da Era, disperata per aver generato un figlio tanto brutto. Mastro metallurgico, costruisce delle catene con cui immobilizza Era e promette di liberarla solo se Zeus gli concederà la mano della figlia Afrodite. La dea, bellezza per antonomasia, si ritrova sposata con il più brutto fra gli déi e forse anche fra gli uomini. Sicuramente Afrodite non gioisce di questo stato delle cose ma nemmeno se ne cura più di tanto e avvia il suo rapporto amoroso col bellissimo e impavido Ares. Ancora una volta Efesto userà le sue arti per incatenare gli amanti e metterli alla berlina nell’Olimpo, ma alla fine sarà una magra consolazione e Afrodite continuerà a innamorarsi e far innamorare di sé, déi e uomini. Fra questi Anchise, di cui si innamorò per vendetta di Zeus per aver sparso il suo influsso anche fra le divinità, un bel pastore che rimarrà consumato per la vita dopo un solo amplesso con la dea; da questa unione nascerà Enea, capostipite della genealogia romana della Gens Iulia.

 

Afrodite non è immune dal coinvolgimento in un mito agreste, le radici dell’umanità sono sempre e comunque fondate sulla necessità di sfamarsi e tutte le divinità mettono un po’ del loro in questo. Varie versioni del mito fanno iniziare la storia con nomi diversi, che si voglia o meno far intravedere l’origine orientale e non greca del mito. Fenice, proprio come la terra di origine del mito la Fenicia, e Alfesibea, oppure il padre si chiama Cinira o Tiante come il re assiro, fatto sta che questa coppia ha una figlia di nome Mirra che si innamora del padre e con un inganno e l’aiuto della nutrice riesce a giacere con lui per dodici buie notti, l’ultima il padre deciso a scoprire chi fosse la focosa amante che gli si concedeva accende un lume e scopre che è la figlia. Il padre tenta così di ucciderla ma questa scappa e per volere degli déi, per salvarla da morte certa, viene trasformata in un albero, quello della Mirra; le lacrime della povera ragazza diverranno i preziosi e profumati grani che verranno anche offerti in dono dai Re Magi al Bambinello. Per la cronaca il padre si uccide per la vergogna, ma da quella incestuosa unione nasce tra i nodi del tronco un bambino che sarà chiamato Adone, dal semitico Adonai, Signore, appellativo che gli Ebrei riservano a Yhwh, dato che non possono pronunciare il suo nome invano. A questo punto interviene Afrodite che è ammaliata dalla bellezza del bambino e chiede a Persefone di nasconderlo per un po’ nell’Ade, ma anche questa se ne innamora e lo vuole tutto per sé. Comincia così una disputa sul possesso del bambino che Zeus è chiamato a dirimere, la sua decisione sarà salomonica, per sei mesi Adone starà con Persefone nell’Ade, l’autunno e l’inverno, per sei mesi dimorerà nell’Olimpo con Afrodite, primavera ed estate in cui la bellezza di Adone risplende nella bellezza della rinascita della natura fecondata da Afrodite. Sarà Botticelli a darcene la piena meraviglia nella sua opera “La nascita di Venere”, nella versione romana della dea.

 

ATENA

 

LA SIGNORA DELLA GUERRA

 

Dopo che Zeus si è unito a Metis, questi la ingoia al fine di contrastare la profezia che ella gli avrebbe dato un figlio più potente di lui ma la potenza di questo figlio, anzi figlia, superò questo inganno. Gravido nella testa Zeus chiede a Efesto di spaccargliela con una delle sue potenti armi magiche, è così che dal cranio Zeus partorisce Atena.

 

Di lei si hanno tracce già nelle antiche culture micenee e minoiche, su una tavoletta rinvenuta a Cnosso si legge il suo epiteto Atena Potinija, la Signora Atena o la signora di Atene. Omero la definirà Glaucopide, dagli occhi verdeazzuro, come una civetta e la civetta diviene suo simbolo e insieme simbolo della città di Atene tanto da essere impressa sulle sue monete. Altro epiteto è quello di Pallade, che fra le varie etimologie di questo particolare epiteto, la più accreditata è quella che lo fa derivare dal Palladio, termine con cui si indicavano le statue di déi cadute dal cielo a protezione di una città e la sua sarebbe caduta direttamente nel proprio santuario in costruzione a Ilio, Troia, ma qualcosa poi deve essere andato storto vista la sorte della città, per questo sono nate numerose leggende su come il Palladio sia stato trafugato lasciando Troia senza alcuna protezione. La sua nascita è collocata alle sorgenti di un non meglio identificato fiume o lungo di esso o presso un lago dal nome Tritonio, a Creata o in Arcadia o sulle coste dell’Africa, che le assegna l’epiteto di Tritogenia. Il suo appellativo più cruento, e quello più attinente alla sua funzione, è Agheléie, la Predatrice, e fa riferimento alla sua funzione di dea della guerra. Alla nascita esce fiera nella sua potente armatura da Oplita, reca in testa l’elmo e imbraccia la lancia e lo scudo, l’Egida con cui terrorizza i nemici.

 

Atena è vergine, non contrae matrimonio, né ha interesse sessuale per divinità o uomini, la sua vocazione è per la città, la Signora della Rocca con le sue armi difende fino all’ultimo baluardo della Polis, incita gli eserciti, ama il clangore delle spade e l’entusiasmo della battaglia. Diversamente da Ares la sua è una guerra giusta e la violenza è commisurata alla ferocia del nemico. I suoi prediletti sono uomini nobili e coraggiosi, intelligenti e corretti, convince Achille a non lasciarsi travolgere dall’ira e protegge lo scaltro ma corretto Odisseo che non si abbandona alla violenza, ma combatte per giusta causa senza infierire inutilmente. Complice di Perseo contro la Gorgone, esorta gli Argonauti nella salita delle Simplegadi, concede a Bellerofonte il morso d’oro per domare Pegaso. Si accanisce invece contro i sanguinari, fa impazzire Aiace per salvare Odisseo, lascia morire Tideo, che prima stimava, dopo averlo visto rodere il cranio del suo nemico abbattuto, infierire è l’atto che Atena disdegna nella guerra.

 

Patrona dell’intelligenza e della sapienza, d’altra parte è nata dalla testa, la parte più sacra e, pur essendo figlia di solo padre, in realtà la gestazione appartiene a Metis, è anche patrona dell’arte della tessitura, divinità civilizzatrice per aver donato l’Olivo all’umanità e provetta musicante per l’invenzione del flauto. Per queste tre peculiarità non potevano certo mancare miti da cui si evince la sua per niente femminilità, la caparbietà, la mancanza di umiltà, un pizzico di superbia e la sua integrità ai propri principi di abbandono alla violenza, beh un pochino sì ma poi si pente e rimedia.

 

Aracne spudorata e sfrontata, pretendeva di essere superiore alla dea Atena nella tessitura, andando in giro a vantarsi che l’avrebbe battuta se la dea avesse accettato la sfida. Magnanima Atena si presenta a lei sotto mentite spoglie esortandola ad abbandonare l’intento e a rivolgersi alla divinità con umiltà per le sue preci ma Aracne rincara la dose e a questo punto la sfida è bella che servita. I due pepli vengono finemente lavorati, quello di Atena esalta le divinità sugli uomini a indurla ancora alla redenzione, quello di Aracne dileggia le menzogne e gli artifici degli déi. Purtoppo il suo è il più bello e se ne rende conto anche Atena, così da gran signora quale è strappa il peplo e colpisce Aracne più e più volte sulla testa. Per l’umiliazione Aracne si impicca ma finalmente esce fuori la giustizia da Atena che per evitargli una fine così infame la trasforma in ragno, a tessere per l’eternità la nefasta tela, forse era meglio la morte, ancorché infame.

 

Atena e Poseidone si contendevano il patronato sulla città di Atene e per dirimere la sfida fu deciso che sarebbe divenuto il protettore della città chi le avesse fatto il dono più bello ma anche utile. Poseideone donò quindi alla Polis il primo cavallo che si fosse mai visto ma quando toccò ad Atena ella fece germogliare il dono vincitore, l’olivo, pianta di estrema importanza per la civiltà greca tutta. Atena divenne pertanto la patrona dei Atene e dell’Attica, e Poseidone devastò il territorio con un maremoto, così tanto per non far dimenticare agli uomini che con gli déi non si scherza. La vittoria fu raggiunta per aver ricevuto il maggior numero di voti fra i cittadini, gli uomini votarono tutti per Poseidone ma le donne, più numerose, votarono per Atena decretandone la vittoria. Dopo la devastazione del maremoto fu deciso che le donne non avrebbero più votato. Se le colpe degli déi non ricadono sugli uomini lo fanno sulle donne.

 

Inventato il flauto, l’Aulòs, Atena si reca sull’Olimpo a mettersi in mostra con il suo nuovo strumento ma le altre dee la dileggiano, ignara del motivo fugge ma quando si mette a suonare sulle sponde di un ruscello e si vede con gli occhi di fuori e le guance gonfie riconosce di essere davvero ridicola, decide così di gettare il flauto che, caduto sulla terra, capitò nelle mani dello sfrontato e per questo dono, sfortunato musico Marsia. Ne divenne un virtuoso e anch’egli si sentiva più bravo degli déi e decise di sfidare Apollo, il più esperto esecutore di musica, facendo una orribile fine. Se hai a che fare con gli déi se tutto va bene diventi una stella del cielo ma il più delle volte ti aspetta la morte o una dolente eternità, in ogni caso la tua vita sulla terra è terminata.

07d5f567-9c48-4697-8e36-e9ab217a9d3c.jpeg

RICOSTRUZIONE DELLA STATUA CRISOELEFANTINA DI ATENA PARTHENOS NEL TEMPIO DEL PARTENONE

RICOSTRUZIONE DELLA STATUA CRISOELEFANTINA DI ATENA PARTHENOS NEL TEMPIO DEL PARTENONE

 

ADE

IL SIGNORE DELL’ALDILA’

Nella suddivisione, casuale o meno, dei mondi ad Ade spetta o, meglio, tocca il mondo dell’oltretomba, quello sotto la terra ma non ha il dominio nel sottosuolo solo sui trapassati, quello delle vanescenti anime dei morti e lui lo governa con l’austerità e il cipiglio che questo luogo richiede, che si sia adattato o che fosse proprio adatto per questo. Il regno sotterraneo porta lo stesso nome della divinità ma questa a sua volta non viene nominata col suo nome per il terrore e la sventura che questo può causare, viene così appellato con epiteti che lo indicano senza evocarlo, come per gli Ebrei Adonai per Yhwh, come l’Innominato dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni o come a Hogwarts per Voldemort, “tu sai chi”. Plutone, il ricco, è uno di questi, Aidoneo e l’Ospitale, quest’ultimo è estremamente ironico.

Il regno di Ade si popola di tutti coloro che muoiono, Èidola, le ombre, il suo nome si riferisce infatti al luogo delle persone invisibili. Posto a occidente, verso il tramonto che raffigura quello della vita umana, accoglie le anime dei morti accompagnate da Ermes. Queste entità sono custodite da demoni che impediscono loro il ritorno sulla terra. Queste ombre non sono solo vanescenti ma anche impalpabili, ne fa le spese Odisseo che, eroicamente sceso nell’Ade, per ben tre volte prova invano ad abbracciare la madre Anticlea.

L’Ade è descritto come una buia dimora cinta da mura e fiumi invalicabili per impedire che le anime possano tornare sulla terra e intaccare l’equilibrio del mondo, Come nei Veda l’Equilibrio Universale è il fondamento della continuazione dell’esistenza del mondo, ordinato e non inquinato dal Caos, il ritorno in terra delle anime provocherebbe un disallineamento capace di rigettare l’universo nel Caos primordiale, non sono il bene o il male a definire l’esistenza o la distruzione del mondo ma l’equilibrio fra le cose che sono, buone o malvage che siano; non sono l’Amore, la bontà, Fede, Speranza e Carità ha permettere la continuazione dell’Universo ma solo che questo rimanga in bilico fra nefandezze e virtù, un universo il cui fine non è il Bene ma la sussistenza a sé stesso.

I fiumi che delimitano l’Ade vengono attraversati dalla barca condotta da Caronte, quello della Divina Commedia di Dante Alighieri, dalla lunga barba e lo sguardo torvo, che conduce le anime attraverso l’Acheronte, il suo compenso è una moneta che veniva posta nella bocca dei defunti per assicurare loro un meno penoso ultimo viaggio; a guardia dell’ingresso c’è il cane Cerbero con tre teste, scodinzola a coloro che entrano ma azzanna chiunque provi ad uscire. Più che il fuoco infernale l’Ade è il regno delle fredde acque i tre grandi fiumi che lo circondano, sono l’Acheronte, il Piriflegetonte, il Cocito e il più conosciuto di tutti, lo Stige; questi salgono verso l’alto per divenire i fiumi della superficie e in varie zone si ritrovano in essi le caratteristiche infernali che li hanno generati, nell’Arcadia si narrava di una cascata dal nome Stige le cui acque avevano il potere di corrodere ciò che vi veniva immerso a parte gli zoccoli dei cavalli. In Tesprozia si diceva scorresse l’Acheronte direttamente dagli inferi e presso Efira i pellegrini andavano ad evocare i trapassati nel Nekyomantéion, l’Oracolo dei morti.

L’Ade funge anche da barriera fra l’Olimpo e il Tartaro, la prigione a cui sono destinati gli oppositori degli Olimpi e gli sconfitti della guerra con i Titani, una sorta di intercapedine fra il mondo divino e i suoi acerrimi nemici.

PERSEFONE

CORE, LA RAGAZZA

Nonostante l’amore fosse più che estraneo al regno dei morti, Ade non disdegna di accasarsi con una componente della grande famiglia dell’Olimpo, la nipote Persefone figlia di Zeus e Demetra. Ade chiede la mano al fratello che non se la sente di rifiutare e con un inganno la fa rapire da Ade. Il deo dell’Aldilà appare dirompente dal sottosuolo alla guida del suo carro trainato da cavalli neri come il buio mentre Persefone è inebriata dai profumi di un nuovo fiore mai visto sulla terra e creato per l’occasione da Gea, il narciso. La zona del rapimento è individuata nella Magna Grecia, i luoghi indicati sono Nisa, Enna o Siracusa ma anche sul continente a Colono o Eleusi, dove era osservato il culto delle Due Dee, Demetra e Persefone.

Demetra vagherà per ogni dove alla ricerca della figlia, penetrata da un dolore universale cha la priverà del sorriso e la porterà a inaridirsi. Quale dea della fertilità il suo avvizzimento si ripercuote sulle messi e sulla natura tutta che smette di crescere, ogni tentativo di riportare il sorriso sul volto della disperata madre è vano, fino a che incontra una vecchietta, Iambe o Baubò, che mostrando le sue nudità alla dea la farà finalmente sorridere; la fertilità riprende il suo corso grazie alla sessualità di un gesto maldestro compiuto da chi del sesso ormai non ha ricordi, come allo stesso modo la terra non aveva più ricordi del suo essere fertile. Nell’avvizzimento delle nudità della vecchietta Demetra rivede l’inaridimento della terra e le ridà vigore. Alla fine, Zeus ha compassione della sorella e permette a Persefone di abbandonare l’Ade e Ade. Purtroppo, la sventurata ragazza aveva mangiato sei chicchi di melograno della frutta dell’Ade e questo le impedisce di abbandonarlo per sempre. La salomonica decisione è quindi di lasciarla nell’Ade i sei mesi invernali e riportarla alla luce nei sei mesi estivi. Figlia della dea della fertilità non poteva meglio rappresentarne il ciclo di morte, discesa nell’Ade, dall’autunno all’inverno e quello di rinascita, risalita all’Olimpo della primavera e dell’estate.

L’appellativo di Core nasce nello sdoppiamento delle funzioni di Demetra che inizialmente era individuato nella dea e nel suo doppio giovanile, che probabilmente rappresentava inizialmente il risveglio della primavera che prima di essere personificato in Persefone viene individuato in una Demetra giovanile, appunto Core, la Ragazza.

DEMETRA

LA DEA DELLA FERTILITA’

Demetra è austera e solenne, ferma e votata alla sua funzione della crescita e ancor prima della fertilità di messi, armenti e degli uomini; non agisce né sul concepimento né sulla germinazione del seme, questo è territorio di Afrodite, ma fa sì che la terra o l’utero possano accogliere il germoglio e l’ovocita fecondato e quando l’atto è compiuto che il frutto dell’unione gametica cresca forte e fruttuoso diventando spiga, capra o essere umano. Benevola e mite verso l’umanità suo appellativo è Deò, la Donatrice, è lei che ha donato all’umanità l’agricoltura, Kourotròphos, la Nutrice, è lei che si prende cura degli abbandonati.

Centrale nel mito di Demetra è Eleusi, uno dei luoghi in cui la dea si sofferma durante il suo vano errare alla ricerca della figlia Persefone data in sposa al sovrano dell’oltretomba Ade. Qui si presenta con le sembianze di una vecchietta e viene accolta affettuosamente dalle figlie del re Trittolemo o Celeo o Demofonte, curata e accudita ricambia le attenzioni ricevute prendendosi cura del figlio del re e per ringraziare anche quale divinità lei è, opera le sue magie per renderlo immortale bruciando il suo corpo mortale nel fuoco; la madre Metanira però si avvede di quanto la dea, nelle mentite spoglie di anziana nutrice sta facendo al suo pargolo. Scioccata dall’atto cruento dell’incendiare quel povero corpicino nel focolare domestico, la ferma inorridita. Demetra non prende bene il suo intervento, consapevole della benevolenza dell’atto che sta compiendo e allora abbandona la reggia interrompendo il rito e lasciando così morire il bambino senza però lasciare a metà il proprio intento, il piccolo Demofonte diviene il primo iniziato ai Misteri Eleusini che promettono la beatitudine nell’oltretomba, non lo ha reso immortale nel corpo ma lo fa nello spirito oltremondano e nella memoria misterica. La dea diviene l’ispirazione per i riti misterici, il Ciceone, acqua orzo e farina, l’infuso che Misme le aveva dato per sostentarla durante il suo vagare, diviene la bevanda dell’estasi, il rito compiuto su Demofonte diviene il paradigma della morte e rinascita ad una vita beata.

Il legame con Eleusi è molto forte e anche materiale, è a Trittolemo che Demetra dona l’arte dell’agricoltura ed e lui che la divulgherà in suo nome per il continente e quelli che gli si opporranno dovranno vedersela con Demetra. Per questa sua fedeltà alla dea e per il suo impegno, Trittolemo è considerato un eroe civilizzatore, il portatore dell’agricoltura all’umanità.

Anche per la dea sono numerosi i Mytos che la coinvolgono, quelli su Demetra riguardano sempre la fertilità e la fame. Quello che racconta il suo incontro con Iasione è la trasposizione di un antico rituale agricolo; la dea vede il bel Iasione ad un banchetto di nozze e presa da passione si allontana con lui e, su di un campo a maggese arato tre volte, si uniscono fertili come la terra su cui giacciono, e concepiscono Pluto il demone della ricchezza, come ricchi saranno i campi benedetti da Demetra. La fame invece pervade i miti punitivi ed è l’arma preferita da Demetra, ne fa le spese l’arrogante Ersittone che si fa beffe della dea in forma di sacerdotessa quando questa lo invita a non abbattere inutilmente un albero. Questi però deve costruire un luogo per i suoi banchetti e non si ferma, la punizione sarà un’insaziabile fame che consumerà tutte le sue ricchezze e costringerà la figlia Mestra a prostituirsi per nutrire il padre che alla fine divorerà sé stesso. Meglio avere rispetto della natura e dei suoi doni.

POSEIDONE

IL SIGNORE DELLE ACQUE E DEL SOTTOSUOLO

Poseidone è il terzo fratello che partecipa alla spartizione del mondo, il celeste a Zeus, l’oltretomba a Ade e le acque e il sottosuolo a lui. Tra i suoi appellativi ci sono Gaiaoco, l’Abbracciatore, per le acque che abbracciano tutta la terra e Enosigeo, il Signore del Terremoto, che scatena con un sol colpo del suo tridente. Altero, iroso, potente e gelosissimo del fratello Zeus di cui vorrebbe il regno, forse per questo raramente soggiorna nell’Olimpo, preferisce il sole rovente dell’Etiopia o le profondità del regno marino, dove si trova la sua reggia, celata in un posto inaccessibile e sconosciuto. È qui che si reca il figlio Teseo durante la sfida con Minosse re di Creta, per dimostrargli di essere figlio di Poseidone, Teseo risale con una ghirlanda dono ironico del deo al perfido Minosse, questa corona di fiori diventerà la costellazione della Corona Boreale. I suoi domini sono le acque, che può agitare o calmare con il suo tridente e la terra che scuote per la sua rabbia.

I miti sulla sua nascita raccontano che nemmeno lui fu inghiottito dal padre Crono ma nascosto da Rea la quale affermò di aver generato un cavallo, bestia che dette in pasto al marito. Il legame con i cavalli si perpetuerà nell’esistenza di Poseidone, nella sfida con Atena lui dona all’umanità il primo cavallo mai visto da umano, il suo carro è trainato da puledri immortali talmente veloci che le ruote non sfiorano il pelo dell’acqua e cavalli sono alcuni dei suoi figli.

Come ogni divinità maschile anche Poseidone sparge figli per il mondo con trucchi, inganni e stupri senza curarsi della consorte Anfitrite. Allevato da Cafira, figlia di Oceano e dai Telchini, si invaghisce di una loro sorella Aria, la Marina, con cui genera ben sei maschi e una femmina Rodos, che darà il nome all’isola della sua fanciullezza, Rodi. Si invaghisce della bella Teofane dai molti pretendenti e per assicurarsene i favori la nasconde da essi trasformando l’intera città in un gregge; dall’unione animalesca con la ormai pecorella Teofane, nascerà il mitico ariete dal Vello d’Oro. Ancora un’altra vittima, Tiro, già di per sé sfortunata nipote di Sisifo da cui viene stuprata per generare i figli che avrebbero dovuto assassinare il padre di lei secondo una profezia, nel proseguo della sua sventura la povera Tiro si innamora del fiume Enipeo ma nel frattempo di lei si è invaghito Poseidone, il quale per possederla si muta nel fiume amato dalla ragazza unendosi a lei in un amplesso fluido ma ingannevole, dall’unione nascono i gemelli Pelia e Neleo. Melanippe, la Cavalla Nera, era figlia di uno degli uomini delle origini Eolo e ovviamente con un nome così Poseidone non poteva che innamorarsene, copulare e generare due gemelli, Beoto ed Eolo, Eolo il nonno quando scopre tutto acceca la figlia e la rinchiude, i pargoli vengono affidati a dei pastori che a loro volta li donano a Teano, regina sterile che li presenta al marito Metaponto, la tragedia prosegue quando Teano genera davvero due gemelli che però non sono i preferiti, lei li esorta ad uccidere gli altri ma invece sono i figli veri quelli che periscono, Metaponto scopre tutto, Poseidone rivela la loro genealogia e tutti insieme vanno a salvare Melanippe che viene presa in sposa da Metaponto che ne adotta i figli, roba da Fratelli Grimm. Anche la sfortunata Alope si unisce a Poseidone e genera Ippotoo, capostipite della tribù ateniese degli Ippotoontidi, per paura del crudele padre abbandona il figlioletto, che ovviamente però si salva, non si salva Alope che scoperta viene murata viva mentre il figlio si salva nuovamente e dopo la morte del nonno, il re Cercione diviene il signore di Eleusi, in tutto questo la povera Alope ha pagato per tutti.

APOLLO

IL DEO DELLA BELLEZZA E DELLA RAGIONE

Bellezza, ragione e arte ma anche inaudita violenza, come quando scuoia Marzia, il rivale in musica; dispensatore di epidemie, come nell’Iliade, che poi sana osannato; razionale ma estatico, criptico rivelatore con i suoi oracoli, agente guaritore attraverso la iatromanzia. Apollo deo della musica, della medicina, della profezia, dell’intelletto e delle scienze, divinità solare la cui vastità del campo di azione ne fa uno dei più venerati, invocati e consultati. Eterno Efebo, Koùros, incarna la gioventù che non sfiorisce mai, il più bello fra gli déi, in un culto che più che nella giustizia o nella bontà esalta il divino proprio nella bellezza e, come affermava il filologo Walter Friedrich Otto, Apollo si erge come il più greco degli déi, in fondo anche Fëdor Dostoevskij affermava che “La bellezza salverà il mondo”.

Per la visione culturale greca la bellezza esterna è sinonimo di bellezza interna, che si traduce in virtuosità, onestà e coraggio, déi ed Eroi sono rappresentati belli fuori per manifestare la loro bellezza interiore e le loro virtù, l’arte greca esalterà il caratteristico canone della bellezza proprio per comunicare che nessun umano può raggiungerlo, solo déi ed Eroi esaltarsi in tanta beltà perché la stessa è manifestazione delle loro sovrumane virtù. Si rifarà a questo canone e ai suoi modelli anche Michelangelo Buonarroti nel Cristo Giudice affrescato nella Cappella Sistina, in cui ritrae un Gesù, giovane, senza barba e con i capelli corti, riprendendo l’iconografia paleocristiana che ha mutuato proprio dall’Apollo giovane, imberbe e aureolato le prime rappresentazioni di Gesù.

I suoi appellativi rispecchiano pregi e difetti della sua controversa divinità, Akersekòmes, dai capelli non tagliati, per la sua selvaggia chioma da giovinetto; Febo, il luminoso, il solare, sia per il suo carattere uranico che per la sua discendenza dalla nonna Titanide Febe, la splendente; per le sue doti artistiche Mousaghètas, il conduttore delle Musa; per la sua arte medica, Peana, il guaritore; Iperboreo, per il suo migrare nelle lontane e fredde terre del nord; Licio per le sue origini nell’Asia minore; Loxias, contorto, per i suoi criptici oracoli impenetrabili per gli uomini incapaci di concepire il pensiero divino; uccide, violenta, scuoia e appesta come un bimbo bizzoso ma poi si sente in colpa, si pente e in qualche modo rimedia alle sue marachelle, come si fa a non perdonarlo, è così bello.

Le sue attività sono legate alla musica, alla danza e al tiro con l’arco, non sembrerebbe ma l’intelletto e la razionalità sono sue qualità; incanta con la musica, colpisce con l’arco e inquieta con gli oracoli è in questa sua ambiguità che la cultura greca ne riconosce la divinità.

Figlio della scappatella tra Zeus e Latona che tanto dovrà penare per questa indesiderata copula. Era gelosissima impedisce ad ogni luogo di accogliere la puerpera e inoltre trattiene sull’Olimpo la dea del parto Ilitia per impedirle di partorire. Zeus, mai sazio, dopo aver posseduto Latona ci prova anche con la sorella Asteria che tenta di sfuggire ma viene colta da un fulmine, trasformata in roccia è spinta alla deriva nel mare finché non vi approda Latona che le promette delle fondamenta se la accoglie, sarà quindi la sorella a donare infine alla poveretta un luogo per il parto, l’isola sarà poi chiamata Delo. Il settimo giorno del mese di Bisio, tra febbraio e marzo, Latona finalmente partorisce grazie all’intervento di Iride che trasmette a Ilitia la promessa di una sfarzosa collana d’oro per compiere questa ardita e segreta missione, a questo prezzo Ilitia accetta di rischiare e si allontana di nascosto da Era permettendo la fine delle dolorose doglie di Latona. La prima ad uscire è la gemella divina Artemide che subito si fa levatrice per agevolare la nascita del gemello divino Apollo. Dopo il parto madre e figli si trasferiscono in Licia a purificarsi nel fiume Xanto.

Oltre a tutte queste peripezie quando Era era venuta a sapere della gravidanza di Latona le aveva sguinzagliato dietro anche il mostro Pitone, altri miti raccontano che Pitone era il depositario dell’Oracolo di Delfi e che proprio per questo sapeva che sarebbe stato ucciso e spodestato dal figlio di Latona, così le dava la caccia per impedirle di far nascere il proprio assassino. Ma un oracolo è un oracolo e quattro giorni dopo la nascita Apollo si reca sul Parnaso e con un solo abile, come solo lui poteva, colpo di freccia uccide Pitone e ne prende il posto. Sarà qui a Delfi che il settimo giorno del mese di Bisio la Pizia profetizzerà i suoi oracoli, poi visto l’incessante peregrinare che affollerà il Santuario di Apollo a Delfi lo farà il settimo giorno di ogni mese. Il santuario, fondato direttamente da Apollo, diviene un centro di sapienza, sulle sue mura viene inciso il motto “Conosci te stesso”, che forse è l’unico modo di interpretare gli intricati oracoli della Pizia, le risposte in fondo sono sempre state dentro di noi.

I resti del mostro Pitone rimangono a imputridire, Pùthein da cui Pito, alle falde del Parnaso dove, a memoria della sua impresa contro Pitone Apollo istituì i Giochi Pitici, una tenzone musicale che si teneva ogni otto anni, il periodo di espiazione che il deo dovette scontare per la sua violenta vendetta. La pelle di Pitone ricopre il tripode su cui si siede la Pizia e al suo interno sono custodite le ossa, le carni invece sono sepolte sotto l’Omphalos, la pietra inghiottita da Crono credendola Zeus e che poi vomitata cadde a Delfi. Il sito oracolare di Delfi ha origini antichissime, rilevate anche archeologicamente; all’inizio Temi, divinità femminile ctonia, è la signora dell’Oracolo, poi forse se ne impossessa Poseidone che lo dona ad Apollo o Dioniso che lo lascia a Pitone spodestato da Apollo, sul sito verità e leggende si alternano, forse erbe allucinogene o gli effluvi sulfurei della frattura posta al di sotto del tempio sono i veri responsabili delle estasi delle Pizia e dei suoi oracoli misteriosi, dal 900 a.c. fino al 393 quando il tempio fu fatto chiudere dall’imperatore Teodosio I. L’importanza di Apollo sta nel fatto di essere considerato il deo sapiente, è a lui che ci si rivolge per la conoscenza, per il sapere, per sapere ma in realtà Apollo è il deo rivelatore, l’unico autorizzato da Zeus a profetizzare e a rivelare a agli uomini il tempo che tutti gli déi già conoscono.

5d80691d-32f6-4f81-bee6-1cf463abf8ef

APOLLO

APOLLO

 

ARTEMIDE

 

LA DEA DEL SELVAGGIO E DELLA CACCIA

 

Artemide è la manifestazione dell’antifemminile, in aperto contrasto con Afrodite; belle, anzi bellissime entrambe, mentre Afrodite personifica la bellezza che si compiace nell’unione sessuale procreativa, Artemide è la bellezza sfrontata, consapevole di sé stessa ma che aborrisce anche il solo contatto con il genere maschile umano. Alleva e poi violenta, alleva i cuccioli e poi li caccia e li sbrana da adulti, cresce ma non procrea, concupisce ma non concepisce. È il senso di questa vita, che ci fa nascere, crescere e morire senza mai dirci perché, ci toglie la meraviglia della possibilità che per tutto questo ci sia un fine comune da raggiungere e conquistare. Dove andiamo? E soprattutto, Perché? Alleva e cresce le sue vittime senza rimorso. Lo fa, perché lo può fare!

 

Gemella Divina maggiore, è lei che aiuta la madre Latona a partorire il Gemello Divino Apollo, questo la eleverà a patrona del parto; ci getta in questo mondo e poi ci attende spavalda con l’arco teso.

 

Il Mito la rende greca ma le origini della dea hanno radici nell’Anatolia dove già erano presenti in Lidia Artimùs e in Licia Ertemìs come divinità della caccia. La figura antica e austera viene mitigata nel Mytos che la vede ancora bambina, saltare sulle ginocchia del padre Zeus per chiedergli di rimanere vergine, come le ninfe che chiede come compagne, e di avere un arco infallibile, che il padre le farà costruire dai Ciclopi. Indipendente e pura come Atena, ma lontana dalla guerra, le sue battaglie sono contro cervi e cinghiali che caccia per puro divertimento, la faccia sardonica della natura. Il suo culto proviene da un ambiente preagricolo in cui non si percepisce la brutalità dell’uccisione perché dettata dal bisogno primario di mangiare, questa violenza si trasferisce anche sugli umani di cui chiede il sangue offerto in sacrifici cruenti nel suo Santuario sui monti Tauri dell’Anatolia. Ifigenia sua sacerdotessa decapitava le vittime infilandone le teste sulle picche; sorte che sarebbe stata riservata anche a lei, poi Artemide all’ultimo istante la salva. La sua statua trafugata da Oreste in Grecia non corrisponde ai canoni dell’arte greca classica, a Efeso presso un idolo abbozzato con centinaia di mammelle che nutrono ogni tipo di animale, venivano ancora fatti sacrifici umani poi sostituiti da animali. L’allattatrice universale che nutre ogni forma vivente per il destino che le sarà riservato, il nutrimento per il ciclo della vita di tutti. Giovane, bella, casta, pura e vendicatrice, molti cadranno sotto le sue frecce anche solo per averla incontrata per caso e il caso, guarda caso, è sempre ad una sorgente limpidissima dove nuda fa il bagno con le sue Ninfe, anch’esse nude.

 

Divinità celeste come il fratello ma di carattere lunare, i loro temibili archi simboleggiano i raggi che provengono dai due corpi celesti e quello di Artemide lo si può distinguere molto bene nel buio del cielo ad ogni fase crescente o calante della luna. La morte improvvisa veniva assegnata proprio ad uno dei loro archi da cui scoccavano le Dolci Frecce, da Apollo per gli uomini e da Artemide per le donne, che donavano una morte senza dolore né agonia, un privilegio dunque, non un castigo. Apollo è un deo cittadino, Artemide invece accorre in città solo se invocata per un parto altrimenti il suo ambiente naturale è l’incolto, il selvaggio, dove ogni specie animale vive insidiando o fuggendo le insidie; Agrotéra il suo appellativo, la Selvaggia. Con il suo gruppo di Ninfe rappresentano il prototipo delle iniziazioni femminili; giovani, vergini, caste e avverse agli uomini; la più popolare e certamente quella delle Orsette.

 

Con le solite molte variazioni il Mytos racconta che un’orsa fu regalata al tempio di Artemide a Brauron, nei pressi di Atene, la povera bestia graffiò una bimba che giocava con lei e il fratello d’impeto la uccise. La peste colpì Atene e l’Oracolo rivelò che doveva essere espiata la colpa per la morte dell’orsa e che tutte le ragazze dovevano fare l’Orsetta, atteggiandosi come l’animale. Da questo evento ne deriva l’usanza per tutte le bambine fra i cinque e i dieci anni dell’obbligo di fare l’Orsetta come pratica iniziatica necessaria per poter poi contrarre matrimonio. Con una veste fulva come il pelo dell’orsa, il colore è definito Croco, un giallo rossiccio come i pistilli dello zafferano, muovendosi come un’orsa, cospargevano di miele la statua di Artemide; come instillare una scintilla di selvaggio in ogni fanciulla, per proteggerle dalla non piacevole vita matrimoniale che le attendeva.

 

Fra le vittime di Artemide si annovera Calidone, figlio di Ares, vede la dea nuda e viene trasformato in roccia; il cacciatore Atteone, figlio di Aristeo e nipote di Apollo, Artemide gli getta l’acqua della fonte addosso gridandogli di raccontare se avesse potuto, di averla vista nuda, l’acqua lo trasforma in cervo e viene sbranato dalla sua stessa muta di cani; Calidone, cui Dioniso dona l’arte della viticoltura e le cui terre vengono devastate da un cinghiale inviato dalla dea per non essere stata onorata nei sacrifici in quanto selvatica e non agricola; Niobe, per aver messo in dubbio la sessualità sua e del fratello e per essersi professata più prolifica di Latona, vede sterminata dalle frecce dei Gemelli Divini la propria numerosa prole; Orione per averla sfidata, per aver tentato di toccarla, per aver fatto violenza a una delle sue Ninfe o, la peggiore delle versioni, perché innamoratasi di lui viene ingannata da Apollo, geloso, che la sfida a colpire quel puntino nero nel mezzo al lago e lei prontamente lo trafigge, quando poi scoprirà che è Orione lo porterà tra le stelle.

 

ERMES

 

IL DEO DELL’INGANNO

 

Figlio di Zeus e della pleiade Maia, Ermes è il patrono del sotterfugio. Divinità astrale di carattere lunare si accompagna all’ombra e al buio, dove è più facile il furto e l’inganno, il buio della caverna in cui è nato e dove trascorre la sua fanciullezza, il luogo in cui si rifugia dopo ogni bricconata, perché grave quanto possano essere gli atti compiuti, in fondo è solo un fanciullino. Ermes non è un deo negativo ma la manifestazione divina della necessità di dover agire a volte non proprio deontologicamente, cosa che già agli déi riesce particolarmente bene.

 

Ancora in fasce compie subito un atto che manifesta le sue abilità, mentire, rubare, ingannare, manipolare, uccidere e non trovar diletto nelle belle cose. Appena uscito dalla caverna e ancora in fasce uccide una tartaruga con la quale costruisce la prima cetra dal suono direi “divino”, non gli dà soddisfazione e la abbandona per dedicarsi al suo primo furto, le mandrie di Apollo, una serie di fatti e misfatti, durante i quali ovviamente alcuni umani ne subiscono le conseguenze, portano Apollo e Ermes al giudizio di Zeus, padre di entrambi, e qui viene perdonato, diventando la giustificazione per proseguire le sue attività malavitose anche per gli uomini, perché bimbo in fasce. È in questo momento che compie l’atto che non gli appartiene ma che in fondo può solo significare che anche i briganti hanno un cuore, regala ad Apollo la cetra che diviene suo strumento e suo attributo. I due divengo ottimi amici, figuriamoci.

 

I suoi attributi e i suoi appellativi esprimono tutte le sue specifiche caratteristiche e gli ambiti in cui opera con dedizione. Un inno a lui dedicato recita “A volte giova, più spesso inganna” il Divino Imbroglione, patrono dei ladri e dei guadagni, meglio se illeciti; ladri trafficoni e arrampicatori sociali sono sotto la sua protezione. Divinità pastorale accresce gli armenti ma non disdegna che questo avvenga non solo grazie alla fertilità degli animali ma anche per mezzo della razzia, protetta direttamente dal suo intervento; il suo accostamento alla fecondità si manifesta nelle Erme che lo rappresentano, colonne al cui apice solitamente è rappresentato un volto divino, recano nel suo caso un fallo ben visibile nella parte inferiore. Per favorire la buona sorte queste venivano erette davanti alle abitazioni, agli incroci, dove la fortuna avrebbe fatto prendere la direzione più vantaggiosa, nella piazza, da cui il suo epiteto Agoràios, Protettore della Piazza, dove si sviluppa il commercio e il guadagno, anche illecito; Ermes è fautore dell’arricchimento improvviso, del colpo di fortuna, improvvise situazioni favorevoli o il trovare qualcosa di prezioso venivano definite Hérmaion, la trovata di Ermes.

 

Grande affabulatore conquista anche il cuore di Omero, il posto di messaggero degli déi, riservato quasi sempre a Iride, solare arcobaleno, nell’Iliade, viene assegnato esclusivamente a Ermes già nell’Odissea dove inganni e raggiri divini sono sempre opera sua, veloce nella consegna e nell’azione suo attributo sono infatti i calzari alati, appare all’improvviso e appena compiuto il misfatto svanisce prodigiosamente. Ermes, infatti, non è solo il portatore del messaggio ma il più delle volte è proprio colui che, oltre a comunicare l’azione desiderata dalla divinità mittente, la mette in atto, con dedizione e intenso divertimento è proprio lui che con i suoi poteri opera per stravolgere gli eventi della storia. Lo troviamo nei momenti salienti con Priamo, con Odisseo e con il padre Zeus, per il quale addormenta il mostro dai cento occhi Argo, per permettergli di approfittare della povera Io che aveva mutato in una vacca.

 

Suo attributo è il Caduceo d’oro che usa come una bacchetta magica, Ermes diviene infatti sinonimo di mago, si fonderà con la divinità egizia Toth per dar vita ad un non meglio identificato personaggio mitologico, mago e filosofo, Ermete Trismegisto, il tre volte grande.

 

Agitando il Caduceo addormenta o risveglia chiunque come un ipnotizzatore, Oneiropompòs, guida dei sogni, è lui che porta i sogni nelle notti dei Greci, le sue immagini venivano intagliate nelle gambe dei letti proprio per evocare il suo intervento per essere accompagnati nella notte da sogni beati. Buonanotte e sogni d’oro, l’ultima libagione prima di addormentarsi era un brindisi benaugurale al deo per una notte accompagnata da sogni sereni.

 

Legato al buio non poteva certo astenersi dal più buio dei luoghi, come Psicopompòs, conduttore delle anime, accompagna gli spiriti dei morti verso la loro destinazione finale, sulle Erme delle tombe veniva raffigurato Ermes perché mediasse nel momento del trapasso per un quieto passaggio. Durante le festività Antesterie accompagna come Ermes Chthònios le anime per un giro nelle vie della città di Atene per poi riportarle come una mandria al loro posto nell’Ade.

 

DIONISO

 

IL DEO DELLA FOLLIA E DELL’ESTASI

 

Se gli déi sono entità difficili da comprendere e complicate nei loro atteggiamenti Dioniso è il più complicato e complesso degli déi, folle e portatore di follia, emblema del fatto che esauriti gli ambiti e le competenze primarie dall’epoca greca l’umanità sente il bisogno e si concede la libertà di riconoscere, perché non sta bene dire “creare” o “inventarsi” dato che sarebbe riferibile ad ogni deo e a ogni Dio, divinità per ogni tipo di ulteriore attività, anche ludica e ancor più con Dioniso ciò che è stravagante, dissacrante, degenerato, il popolo e non solo, ha bisogno di trasgressione, il potere ha bisogno di giustificazione, con Dioniso si soddisfano i bisogni umani e le malefatte politiche.

 

Le molteplici disgraziate vicissitudini lo portano a estraniarsi dal mondo con il vino e l’estasi liberatoria; le sue più accanite fedeli, sono donne, le Baccanti o Menadi, oppresse da una cultura che non le considera se non per la procreazione, che trovano in Dioniso e nelle sue pratiche rituali il modo per sentirsi finalmente libere. Come qualche millennio più tardi le Salentine, dell’ex Magna Grecia, punte dalla Taranta che vivranno un momento di estatica libertà fingendosi pazze a causa del morso del pericoloso aracnide e possedute dalla sfrenata voglia di muoversi che si trasformerà nella danza della Pizzica.

 

Per cercare di comprendere ciò che Dioniso rappresenta credo che il modo più semplice sia di narrare la sua storia, che come tutte le storie, anzi i Mytos, ha versioni diverse, contrastanti, anacronistiche come quelle di tutti gli déi e di tutti i personaggi che sono investiti di grecità.

 

La versione Classica ha come protagonisti Semele, bellissima principessa tebana, e Zeus che di lei si invaghisce e ovviamente conquista e ama. A volte sembra che Zeus ordisca i più raffinati tradimenti ma alla fine ogni sua scappatella viene scoperta dalla gelosissima consorte Era. Questa si presenta a Semele nelle vesti della di lei vecchia nutrice e riesce a convincerla a chiedere a Zeus di mostrarsi a lei come appare nella sua forma divina, così come fa dinanzi alla sua Divina Sposa a cui Semele veniva illusa di potersi sostituire. Per amore Zeus promette e esaudisce il fatale desiderio indotto in Semele con l’inganno. Nessun uomo sarebbe capace di poter vedere forme o udire parole divine, questo vale per qualsiasi fede, il divino ha sempre un medium per dialogare con l’umano, che sia una forma, un suono o un messaggero così è per Semele a cui Zeus infine si mostra fra folgori e saette che inceneriscono la povera amante gravida di sei mesi. Dalle ceneri Zeus recupera il piccolo feto che alloggia subitamente all’interno delle proprie carni in una coscia, per portarne a termine la crescita; giunto il momento Zeus lo partorisce e lo affida alle Ninfe di Niso che in seguito diverranno le prime seguaci del neodivino Dioniso. Una variante lo vede consegnato a Ermes che lo affida a Ino e Atamante da cui poi deriva il Mito di Leucotea, la Dea Bianca. Altro Mito lo vede accudito dalle Ninfe della pioggia, le Iadi Arsinoe, Ambrosia, Bromie, Cisseide e Coronide e che per questo saranno trasferite in cielo nella costellazione del Toro.

 

Chiunque abbia provveduto al suo svezzamento Dioniso cresce ma resta nelle mire di Era che non essendo riuscita ad ucciderlo lo rende folle e folle il deo rimarrà per sempre anche dopo la guarigione ma questa volta per scelta. Vagando immerso nella sua follia Dioniso viene assistito dalla Grande Dea Madre Rea, che lo guarisce e gli insegna i riti segreti e le danze estatiche che diverranno il fulcro del culto dionisiaco. Nel suo vagare Dioniso arriva fino in India prima di fare ritorno in Grecia, questo suo viaggio diventa essenziale nel culto in quanto lo identifica come il deo straniero, il deo che viene da lontano ma anche il deo che ritorna. Questo suo ritorno fisico simboleggia il ritorno di un culto che è stato riscontrato già in età micenea e la follia che rappresenta è forse il ritorno alla spensieratezza dopo secoli di rinascita a seguito della distruzione delle culture micenee e minoiche; dopo aver pregato e sacrificato per i bisogni essenziali finalmente si poteva tornare a pregare e sacrificare per il puro divertimento, la Grecia è rinata ed è forte, adesso divertiamoci. Il ritorno è festosamente accompagnato da turbe di seguaci, le Menadi o Baccanti che si dimenano in liberatorie danze estatiche.

 

La versione Orfica, che lo venera come Dioniso Zagreo, lo vede invece figlio di Zeus e Persefone; da bimbo viene assalito da Titani con maschere di gesso che lo attirano con l’inganno, lo smembrano, lo bruciano e infine lo divorano. Zeus fulmina i Titani e li rinchiude nel Tartaro e dal solo cuore salvatosi dall’olocausto, fa rinascere il figlio; dalle ceneri invece nascerà il genere umano che porterà così in sé una scintilla divina. Con una lieve variazione una diversa versione vede il cuore di Dioniso salvato da Atena e custodito in una statua di gesso. Il cuore ridotto in poltiglia da Zeus viene dato come bevanda a Semele che rimane incinta, da qui riprende la versione classica. Per gli Orfici quindi Dioniso è “nato tre volte”, da Persefone, da Semele e poi da Zeus ed è “figlio di due madri”. Per una di queste, Semele, Dioniso scenderà nell’Ade e con uno stratagemma riuscirà a portarsela via con sé sull’Olimpo. Durante il viaggio di ritorno dall’oriente, prima di andare a prendere il posto che gli spetta tra le altre divinità, Dioniso si reca a Lerna, tra le cui vicine paludi si trova una delle porte dell’Ade; il deo incontra Polimno, un abitante del luogo, che, invaghitosi di lui, in cambio della promessa di un rapporto sessuale gli indica l’entrata. Anche nell’Aldilà fu costretto ad un compromesso, Ade acconsente a concedere l’anima di Semele ma in cambio chiede a Dioniso la cosa da lui più amata; le passioni del deo erano l’edera, la vite e il mirto e quest’ultimo fu lasciato nell’Ade e diviene il simbolo con cui i suoi iniziati si coronavano la testa nei riti a lui dedicati. Risalito dall’Ade Dioniso scopre che Polimno è morto e per non mancare comunque alla parola data, costruisce un fallo con la pelle di cervo e con questo si sodomizza, tale atto gli vale l’epiteto di Enorches che oggi tradurremmo con “uno con due coglioni così”, rafforzando l’affermazione con il gesto appropriato. Una promessa è una promessa e una promessa divina viene sempre mantenuta, nel bene e nel male.

 

Con un’infanzia del genere resistere alla follia è impossibile e aver desiderio di folleggiare è il minimo che si possa fare per dimenticare le drammatiche morti e le faticose rinascite. Una follia benefica che rinfranca e fa dimenticare i guai della vita quotidiana, un ritorno al selvaggio primordiale, al di là del tempo, dello spazio e dell’Io, divenendo un unicum con il deo e il suo corteo. Alla ricerca dell’indefinibile, dell’inarrivabile, dell’inimmaginabile in una dimensione estranea alla realtà, come un viaggio fantastico per mezzo dell’LSD, in cui puoi vedere i draghi rosa.

 

È lui il primo folle a folleggiare alla testa del suo corteo di ritorno dall’India, con maschere che ne nascondono e ne moltiplicano le forme, che allontanano dall’individualismo ma che mettono in dubbio l’identità; saranno proprio le maschere i simboli delle Tragedie rappresentate nelle feste Dionisiache ad Atene, maschere che nascondono anche a sé stessi impedendo di sapere con chi si ha a che fare ma anche di sapere chi siamo. Dioniso, ma anche Bacco, deo della possessione o Iacco, deo del grido, come le grida che accompagnano la sua processione di Baccanti, la Menadi possedute dal deo; sono infatti donne le più agguerrite seguaci di Dioniso che oppresse e relegate ai margini della società greca trovano nel culto dionisiaco l’effimera liberazione dai canoni culturali ellenici. Il corteo si dipana fra canti e danze sfrenate, le Menadi sono completamente possedute dalla divinità in uno stato definito Enthousiasmòs, in cui il posseduto diviene Éntheos, colui in cui dimora un deo, è il compimento dell’unione e della condivisione fra déi e umanità. Oggi il termine “entusiasmo” è sinonimo di gioiosa partecipazione, fare qualcosa con entusiasmo, con passione, ma il suo significato rimanda al ritenere di avere gli immensi poteri di un deo manifestandoli nel più brutale degli atteggiamenti, il fare perché lo si può fare tipico della divinità che non hanno bisogno di un motivo per incenerire, trasformare in roccia o far sbranare un uomo; da qui l’atto cruento delle sbranamento di vittime vive, lo Sparagmòs, l’acme dei riti dionisiaci che commemora lo sbranamento subito da Dioniso a opera dei Titani, i Mytos dionisiaci finiscono sempre con qualcuno che viene sbranato.

 

Dopo tanta selvaticità all’improvviso Dioniso appare però anche come deo civilizzatore per il suo dono agreste, la vite ma soprattutto il vino; Dioniso insegna all’umanità l’arte della cultura della vite e quella della vinificazione. Quale miglior dono poteva offrire un deo folle ai suoi folli seguaci se non qualcosa che stimolasse la fede in lui, una bevanda inebriante e propiziatoria dell’estasi che porta prima all’Enthousiasmòs e poi, nella piena convinzione di essere un deo, a fare perché lo si può fare e innalzarsi al divino per il tramite dello Sparagmòs.

 

Dioniso e il suo dono divengono essenziali per la cultura greca, Euripide intorno al 450 a.c. dichiara: “Egli donò il vino che fa cessare il dolore e se non c’è il vino non c’è neppure l’amore e più agli uomini non resta alcuna gioia.” Il vino è quindi lo strumento per amare e, forse ancora oggi, per trovare il coraggio di dichiararsi e amare; finché non diventa uno strumento di violenza, mostrando le due facce, quella benevola e quella tragica, di Dioniso.

 

Dioniso è civilizzatore arboreo più che agreste, sì la vite ma anche l’edera e il mirto sono piante sacre per i suoi fedeli e i boschi selvatici sono il suo ambiente, il luogo adatto per folleggiare.

 

Ovviamente anche intorno al dono dell’arte della viticultura si creano numerosi Miti di fondazione che, nel più classico stile greco finiscono sempre in tragedia, soprattutto quelli relativi al deo che la tragedia l’ha ispirata. I Mytos del vino sono infatti legati alla nascita della Tragedia Greca che poi troverà la sua acme nell’Agone delle feste Dionisiache; quella che è considerata il paradigma da cui ogni tragedia si è poi sviluppata è il “Canto del Capro” un racconto grottesco che ha come protagonista la vite donata da Dioniso.

 

Durante il famoso viaggio che lo riporta in patria dall’oriente Dioniso viene ospitato da Icario ad Atene, per ringraziarlo della sua disinteressata generosità il deo gli offre il dono della vite, insegnandogli i segreti della coltivazione e della spremitura per ottenere il vino, in modo che divulgasse in suo onore questa cultura al mondo greco. Subito la prima svolta nel Mytos, un capro entra nella vigna e mangia le foglie tenere della vite, Icario uccide il capro e con la pelle ne fa un otre che gonfiato d’aria viene posto al centro di una danza, probabilmente apotropaica per scacciare i nemici della vite, a cui partecipano gli amici di Icario. Un cattivo fa del male ad un intraprendente ma questi alla fine si vendica e festeggia la fine del cattivo insieme ai suoi amici, una trama semplice su cui ancora oggi poggiano le trame di racconti e film.

 

Stabilito il canovaccio ovviamente Icario diviene subito protagonista di un suo proprio Mytos. Per far conoscere la nuova bevanda il neoviticoltore pubblicizza il suo prodotto in giro per l’Attica, alcuni contadini, abusando della bevanda, caddero però ubriachi a tal punto da sembrare morti, i loro amici allora uccisero a bastonate Icario, colpevole dell’enoomicidio. Quando poi i contadini si risvegliarono, tutti si resero conto di quanto fatto e se ne scapparono lontani. La storia non finisce qui perché Erigone, la figlia di Icario, parte insieme alla cagnetta Mera, alla ricerca del padre che non torna da tempo; giunta nel luogo dell’assassinio Mera scopre il luogo dove è stato sepolto il suo padrone, Erigone disperata, sola e ormai in miseria si impicca al vicino albero e pure la cagnetta Mera si sacrifica gettandosi in un pozzo. Come spesso a questo punto c’è una sorta di risurrezione per opera divina, Zeus intenerito dal disgraziato destino dei tre trasforma Icario nella stella Arturo della costellazione di Boote, Erigone diviene la costellazione della Vergine e dalla piccola Mera prende il nome la Stella Sirio anticamente chiamata Canicola. Gli insegnamenti di Dioniso, come sempre, portano il bene ma anche deprecabili conseguenze. Per punizione Dioniso infierisce sulle fanciulle ateniesi spingendole al suicidio, interrogato l’Oracolo di Delfi il da farsi è chiaro, rintracciare i contadini e giustiziarli. In onore di Erigone vennero poi istituiti i riti Aiórai che si tenevano durante le Antesterie.

 

Miglior sorte tocca al primo viticultore della Tessaglia, Eneo che ebbe la brillante idea di ospitare Dioniso nel suo lungo viaggio. Il deo si invaghisce della moglie dell’ospite Altea e questi pensa bene di andare fuori città ad onorare gli déi con sacrifici per lasciare il letto libero all’incontro amoroso fra Dioniso e Altea. Al suo ritorno il gioioso divin cornuto riceve in dono l’arte della viticultura.

 

Non tutti i miti parlano della gloriosa fondazione della viticultura, alcuni vedono osteggiare questo dono divino, ambiguo e pericoloso, ma ovviamente gli oppositori fanno tutti una brutta fine.

 

Il primo a pagarne le spese è Licurgo, identificato con un nome la cui radice viene dalla parola lupo a significarne l’estremo spirito selvaggio inteso come un ignorante incapace di evolversi. Passando dalla Tracia nel suo lungo viaggio, Dioniso incappa in Licurgo che non gradisce né la vite, sradicata perché considerata fonte di alterazione delle menti, né tantomeno il deo e il suo seguito folle di Baccanti che viene scacciato a frustate. Licurgo viene così reso folle da Dioniso e ubriaco uccide moglie e figlio per poi mutilarsi a morsi scambiando sé stesso per una vite, questo episodio è considerato il primo evento di Sparagmós.

 

Nel continuo del viaggio Dioniso giunge a Tebe, patria della madre ma non viene accolto per niente bene dalle zie e dalla famiglia reale che non riconosceva la sua divinità. Per tutta risposta Dioniso rende folli tutte le donne di Tebe che se ne vanno per monti a folleggiare insieme alle Baccanti, anche Agave, la madre del re Penteo. Il re cerca di recuperare le donne e di incatenare il deo ma per contro questi lo rende folle e camuffandolo lo porta sul monte Citerone dove stanno baccheggiando i suoi seguaci, fra questi Agave scambia il figlio per un’animale da sacrificare e opera su di lui lo Sparagmós. La famiglia reale fuggi poi da Tebe, umiliata e terrorizzata, per rifugiarsi in Illiria.

 

Dioniso come il suo vino possono donare la gioia e l’ebbrezza, che in ogni momento può tramutarsi in disgrazia e tragedia, purtroppo ancora oggi tutto si ripete drammaticamente.

4bc852eb-d71f-4b64-9d5b-72895f6dbd12

DIONISO di Fidia, dal Partenone

DIONISO di Fidia, dal Partenone

 

EFESTO

 

IL DEO DISABILE DELLA CREATIVITA’

 

Efesto è un deo deforme e operaio, capace di creare nobili e meravigliosi capolavori per tutti gli altri déi pur di farsi accettare nell’Olimpo ma in realtà viene solo sopportato per essere sfruttato alla bisogna. Efesto è un fabbro, irsuto, sudato e storpio per alcuni dalla nascita, per altri, come vedremo, invece no.

 

Per Omero Efesto è semplicemente figlio dell’unione fra Zeus ed Era, altri miti lo introducono sempre come figlio dei due déi ma frutto di un amplesso prematrimoniale e per questo tenuto nascosto per evitare il disonore dei due incestuosi fratelli. Un altro Mytos lo presenta come figlio della sola dea, generato per partenogenesi da Era, adirata verso il consorte per aver generato da solo la dea Atena e al fine di manifestare la sua parità di potere e di potenza. Anche sulla sua deformità i miti si moltiplicano, per alcuni Efesto è nato già deforme, incapace di reggersi sulle gambe e desideroso dell’amore materno che invece gli viene rifiutato e per questo viene gettato dall’Olimpo e finisce nell’Oceano dove viene accudito da Teti ed Eurinome, qui in una grotta sotto il mare comincia a cesellare i primi meravigliosi monili sviluppando l’arte della lavorazione dei metalli con cui poi arriverà a costruire palazzi di bronzo per gli déi dell’Olimpo e i primi robot, delle ancelle metalliche che gli serviranno per stare in piedi e camminare a causa della sua menomazione alle gambe, ma la forza di Efesto risiede nelle sue mani e nella sua magia. Per Omero Efesto invece è divenuto storpio perché volle opporsi al padre Zeus in difesa della maltrattata madre Era; Zeus, stanco di questo brutto intruso in un Olimpo di bellezza, lo getta dal monte e cadendo sull’isola di Lemno si frattura le gambe in modo irreparabile. A volte è descritto come allievo Cedalione di Nasso, suo maestro nell’arte della forgiatura dei metalli, molti lo vogliono vicino a Teti, madre di Achille verso cui Efesto, per amore della sua genitrice adottiva, avrà un atteggiamento di favore.

 

Comunque sia andata la sua infanzia infelice da emarginato, la situazione non migliorò nemmeno grazie alle sue meravigliose creazioni, ammirate per la loro immensa bellezza ma che manifestavano allo stesso tempo il fatto che Efesto pur se divino rimaneva deforme e plebeo, unico ad utilizzare le mani per esternare le sue peculiarità, ovviamente chi le mani invece le utilizzava per uccidere era considerato nobile. Ma Efesto è astuto, maligno e magico e alla fine riesce ad ottenere l’ingresso all’Olimpo con uno stratagemma. I nobili sono vanitosi e adorano le cose preziose, così il divino operaio regala alla madre Era un trono d’oro tempestato di pietre preziose che ella gradisce alquanto; appena seduta la dea rimane prigioniera di invisibili e incorruttibili catene che le impediscono la fuga, chiunque tenti di liberarla fatica invano e anche l’acerrimo nemico Ares non riesce né a sciogliere né a spezzare le catene. Di questo mito è attestata l’esistenza già intorno al 600 a.c. data a cui risale un’opera dello scultore Gitiadas nel tempio di Atena Poliouchos a Sparta, in cui è raffigurata Era incatenata al trono. Per liberare la madre Efesto chiede e ottiene l’ammissione all’Olimpo e la mano di Afrodite, la prima la conserva, con Afrodite invece le cose andranno male e dopo l’episodio del tradimento con Ares, Efesto è presentato nella sua lussuosa magione olimpica insieme alla consorte Charis, Grazia, quella che a lui naturalmente mancava.

 

Le catene, usate con Era e riproposte con i fedifraghi Afrodite e Ares, rappresentano la vera essenza di Efesto, il suo divino attributo, il signore della metallurgia, della metallurgia magica, ha la capacità di chiudere e aprire, serrare e disserrare, bloccare e sbloccare a suo piacimento, è il signore dei legami magici con cui può costringere persino tutti gli altri déi. Quasi umano nell’aspetto ma divino nell’essenza; disabile negli arti inferiori ma maestro della manualità, disprezzato dalle altre divinità ma capace di piegarle al suo volere, all’apparenza inoffensivo per la sua deformità ma scaltro, decisamente maligno e capace di poteri magici che utilizza con sfacciata malizia per ottenere ciò che vuole.

 

Efesto è l’apoteosi dell’umiliato dalla sorte che ha in sé un vuoto di soddisfazioni che colma con il rancore e la pretesa di privilegi, secondo lui, dovuti proprio per la sua disgrazia. La vendetta dell’emarginato che crede di poter trovare soddisfazione nell’umiliare gli altri ma che non rimarrà mai soddisfatto perché in realtà vorrebbe che tutti gli altri fossero nelle sue condizioni e lui invece fosse “normale”, la deificazione dell’invidia. Nel nostro intimo impronunciabile siamo tutti un po’ Efesto, credendo di non avere ciò che in realtà ci dovremmo meritare e se avessimo i suoi poteri magici anche noi scambieremmo i nostri destini con quelli che ci sembra dovremmo meritarci. Con l’invidia ci proviamo ma non serve a niente perché poi rimaniamo nella dimensione in cui siamo capitati o in quella che ci siamo costruiti. Beato chi non è Efesto, beato lui e invidiamolo sì ma con ammirazione, forse quel destino se lo è conquistato o se lo è meritato o forse non è così dorato e pieno di pietre preziose, come il trono di Era.

 

ARES

 

IL DEO MASSACRATORE

 

Ares è il Signore della guerra, anzi Atena è la signora della guerra perché Ares è il signore della battaglia. Figlio di Zeus ed Era, per Ovidio nelle Metamorfosi è invece solo figlio di Era. Tradita per l’ennesima volta da Zeus, segue il consiglio della Ninfa Flora e toccando la corolla di un fiore concepisce Ares, nato così dalla delicatezza e dalla bellezza di un fiore, Ares è in realtà il massacratore per antonomasia che si nutre e si bea delle stragi e del sangue versato in battaglia, battaglie a cui non si nega di partecipare in prima persona, come sotto le mura di Troia. Zeus quasi lo ripudia riconoscendo in lui il carattere indomabile e incontrollabile dell’insopportabile consorte Era. Lo stesso carattere irruento lo si ritrova nelle vicende amorose impersonando l’ideale dell’uomo virile e vigoroso, sarà infatti lui a conquistare Afrodite a scapito del malizioso Efesto che a sua volta se l’era conquistata con l’inganno, bell’esempio danno questi déi.

 

La dimensione cruenta di Ares è la conseguenza e allo stesso tempo l’emblema del potere dell’aristocrazia. In un’epoca in cui si devono giustificare gli atteggiamenti violenti dei nobili conquistatori, c’è la necessità di apporre un sigillo divino a determinati comportamenti. Ares è pertanto il guerriero indomabile anzi i veri guerrieri indomabili vengono detti “Identici a Ares”. Insieme alla sua terrificante prole, Phobos, paura e Deimos, Terrore, incita alla battaglia, impersonificandosi in essa con un grido di guerra così potente da sovrastare il clangore di diecimila combattimenti, i guerrieri divengono “Ministri di Ares” impregnati di quell’ardire furibondo iniettato in loro da Ares come una droga. La sua irruenza non è però sinonimo di vittoria, sotto le mura di Troia Omero narra di uno scontro fra Ares e Atena, l’uno schierato con i Troiani l’altra con i Greci; la foga cieca di Ares è sconfitta dall’oculata pianificazione di Atena, posata e organizzata. Nello scontro fra i due Ares rimane sconfitto, la giustizia, la consapevolezza e l’attenzione di Atena sopraffanno la violenza furibonda e animalesca di Ares. Mentre Ares, camuffato da umano combatte con i troiani, viene preso dalla sua stessa furia e dopo l’ennesimo combattimento si china sul guerriero ucciso per spogliarlo delle sue armi, proprio questo atteggiamento, troppo umano, lo rende vulnerabile, contaminato dal contatto delle sue mani immortali con un cadavere; Atena approfitta del momento e guida il guerriero Diomede, divinamente fortificato dal suo intervento, che ferisce Ares. L’urlo di dolore è quello di diecimila uomini, ferito nel corpo che inabita e nell’orgoglio, fugge sanguinando e impersonando perfettamente la sua essenza, sangue e dolore; la sua droga e la sua dipendenza. Ares però torna a fare il deo sull’Olimpo beandosi di cose divine, Diomede rimane invece ancora a combattere nella polvere, l’ennesimo umano sfruttato inopinatamente dagli déi. Come il giorno e la notte, divinità e umanità si sono sfiorati ma non si sono toccati e non lo faranno mai.

 

Già intorno al 600 a.c., Con l’indebolimento politico dell’aristocrazia, viene meno la necessità di un deo che esalti il valore dei nobili guerrieri, conquistatori e dominatori; Ares acquisisce così una personalità astrale e viene identificato con Marte, il pianeta rosso come il sangue versato in battaglia. Gli Inni Omerici ne fanno una forza esortativa benevola, una fonte di coraggio e la protezione per i giusti. Un lavoro di pulizia mediatica che ne fa la copia maschile di Atena.

 

Dodici, quattordici, forse meno forse di più è impossibile stabilire le divinità greche, le loro funzioni e i loro attributi; Mytos, Tragedia ed Ellenismo li hanno moltiplicati oltre ogni possibilità di individuazione, a voi la scelta.

 

HEORTAI

 

Le festività erano scandite nel tempo privato di ogni Polis e solo le cerimonie Panelleniche di Olimpia erano celebrate da tutte le città contemporaneamente; i riti erano generalmente gli stessi, processione e banchetto sacro con offerta di cibo agli déi che, salvo diversa denominazione erano in linea di massima gli stessi, ma ogni Polis li celebrava nel proprio tempo e nel proprio privato alla presenza di una delegazione delle altre città, la Theoria.

 

ECATOMBEONE – fra luglio e agosto

 

Giorno 7; ECATOMBE, celebrazione del deo Apollo a cui viene appunto offerta un’ecatombe in sacrificio, solitamente si trattava di cento buoi.

 

Giorno 12; KRONIA, celebrazione in onore del deo Kronos al cui tempo l’umanità non era costretta a faticare e lavorare per procurarsi il cibo, in questo giorno i cittadini e i loro schiavi banchettavano insieme.

 

Giorno 16; SINECEE, commemorazione celebrata ad Atene e istituita dal mitico Re Teseo per festeggiare l’unificazione dell’Attica ottenuta per sua mano. Il territorio viene celebrato come ideologia politica.

 

Giorno 28; PICCOLE PANETENEE, festività dedicata ad Atena Poliade di cui ne festeggia la nascita, la ricorrenza viene celebrata ogni anno e si svolge per nove giorni durante i quali si svolgono agoni artistici, poetici, musicali e atletici.

 

Giorno 28; GRANDI PANATENEE, con cadenza quadriennale, inizialmente riservate ai soli cittadini ateniesi vennero estese a tutta la popolazione attica da Pisitrato nel 566 a.c., versione fastosa dei festeggiamenti annuali con una partecipata processione e l’esposizione del nuovo Peplo offerto alla dea Atena, tessuto dalle Arrefore, bambine e adolescenti relegate negli locali adiacenti al Tempio; di notte avrebbero poi portato, attraverso un passaggio segreto, i doni della sacerdotessa del Tempio di Atena fino ai giardini di Afrodite. Si susseguono agoni artistici, ippici, atletici e navali e il sacrificio di buoi e pecore alla dea Atena. L’ampliamento dei partecipanti fu una mossa politica volta ad evidenziare la supremazia e la maggior importanza di Atene rispetto alle altre Polis.

 

Nel mese; OLIMPICHE, la più famosa delle festività ludo-religiosa che ancora oggi si protrae nelle moderne Olimpiadi, riportate a nuova gloria nel 1896 ad Atene grazie al Barone Pierre de Coubertin. “L’importante è partecipare” questo era il motto dello sportivo Barone ma nell’antichità l’importante era vincere, arrivare secondi era un’infamia; la vittoria avvicinava l’uomo all’ideale dell’Eroe, tanto che come premio gli era permesso di erigere una statua in proprio onore, ovviamente vi potevano partecipare e anche assistere, solo uomini, greci e liberi, l’unica donna presente era la sacerdotessa di Demetra. La festività veniva celebrata in onore di tutti gli déi e Olimpia, più che una città un agglomerato di Templi, era il luogo perfetto; qui si trova il tempio in muratura più antico dell’Ellade, l’Heraion, in onore di Era. La prima olimpiade si tenne nel 776 a.c. e si ripeté ogni quattro anni fino al 393 quando fu abolita dall’imperatore Teodosio in quanto ritenuta blasfema. La datazione si rifà al ritrovamento dell’elenco dei vincitori, presente per ogni evento dal 776 a.c. fino al 217 a.c. ma i giochi Olimpici potrebbero essere ancora più antichi. L’accensione del fuoco sacro, cerimonia che si tiene ancora oggi, dava l’inizio alla festa e alle gare, corse, corse con i carri, incontri pugilato, di lotta e con le armi; tiro con l’arco, lancio del disco e del giavellotto e il pentathlon; tutte gare individuali perché è la celebrazione della potenza dell’individuo che con la sua vittoria onora gli avi, gli Eroi e tutti gli déi. Come per ogni festività panellenica prima dell’inizio veniva dichiarata la Tregua Santa che sospendeva ogni guerra, conflitto o controversia vi fosse fra le Polis. Al vincitore veniva posta una corona di olivastro.

 

PANEMOS – fra agosto e settembre del calendario di Nemea

 

Nel mese; NEMMEE, festività panellenica in onore di Zeus con cadenza quadriennale, vari miti ne enunciano la fondazione, per mano dei Sette Eroi che guidarono la spedizione contro Tebe, quale commemorazione della morte di Archemoro, figlioletto del re Licurgo, per causa di un serpente; altri miti la attribuiscono a Eracle dopo la sua vittoria contro il Leone Nemeo. Le cerimonie si svolgevano presso il Santuario di Zeus a Nemea e comprendevano agoni ginnici e ippici. Benché di minore importanza rispetto alle altre tre festività panelleniche, Olimpiee, Pitiche e Istimche, erano partecipate per concorrere al titolo di Periodonikes, il vincitore dell’intero ciclo di giuochi, come l’odierno grande Slam. Al vincitore veniva posta una corona di pino.

 

METAGITNIONE – fra agosto e settembre

 

Nel mese; METAGITNIE, celebrazione della comunità con riti, celebrati da tutte le classi sociali, in onore del deo Apollo, anche commemorazione dell’arrivo del popolo di Melite nel quartiere di Diomea ad Atene.

 

Nel Mese; ELEUSINIE, festività celebrata ad Eleusi in onore della dea Demetra con agoni al cui vincitore andavano premi in grano, anche in questo caso si celebravano ogni due anni le Piccole e ogni quattro le Grandi.

 

CARNEO – fra agosto e settembre del calendario di Sparta

 

Nel mese; CARNEE, del tutto simili alle Apaturie di Atene, cerimonia di iniziazione dei giovani sotto l’egida di Apollo anche in questo caso l’ingresso nell’attività cittadina dei nuovi adulti coniugava il culto con la supremazia della Polis. Durante la festività si tenevano agoni ginnici di corsa a inseguimento.

 

BUCAZIO – fra agosto e settembre del calendario di Delfi

 

Nel Mese; PITICHE, festività panellenica in onore di Apollo con cadenza quadriennale, istituita dallo stesso deo per festeggiare la sua vittoria sul Pitone. Le cerimonie si svolgevano nella piana di Cirra ai piedi del Parnaso e venivano organizzate prima dai sacerdoti di Delfi e dal 582 a.c. dai delegati degli stati membri della Lega Attica, in questa occasione i premi degli agoni furono mutati da oggetti di valore in corone di alloro.

 

BOEDROMIONE – fra settembre e ottobre

 

Giorno 6; AGROTERIE, commemorazione della vittoria della battaglia di Maratona con festeggiamenti in onore di Artemide Agrotera.

 

Giorno 7; BOEDROMIE, commemorazione della vittoria di Teseo sulle Amazzoni con festeggiamenti in onore di Apollo Boedromio, anche commemorazione della vittoria di Eretteo contro Eleusi, festività comunque collegata alla fondazione della città di Atene.

 

Dal Giorno 15; GRANDI MISTERI ELEUSINI, della durata di otto giorni celebrati con cerimonie religiose.

 

PIANEPSIONE – fra ottobre e novembre

 

Dal giorno 6 al 9; TESEE, festività istituita da Cimone del 475 a.c. per aver riportato i presunti resti di Teseo da Sciro ad Atene. Le cerimonie prevedevano agoni ginnici e ippici e si concludevano con un banchetto sacrificale offerto ai meno abbienti.

 

Giorno 7; PIANEPSIE, festività in onore di Apollo, durante le cerimonie venivano consumate delle fave cotte in commemorazione dei fanciulli salvati da Teseo e riportati in patria da Creta, le fave furono il primo cibo consumato sul suolo natio.

 

Giorno 7; OSCOFORIE, la leggenda vuole che siano state istituite direttamente da Teseo ritornato vincitore da Creta, essendo riuscito a sconfiggere il Minotauro a cui gli ateniesi erano costretti a donare annualmente sette ragazze e sette ragazzi in sacrificio, come tributo al re di creta Minosse. La cerimonia prevedeva una processione dal tempio di Dioniso al Santuario di Atena Scirade esibendo rami di vite con grappoli, seguita da due efebi vestiti da donna per ognuna delle dieci Demos, quale rito di passaggio dalla fanciullezza all’inizio dell’età adulta.

 

Dal giorno 11 al 13; TESMOFORIE, festività panellenica in onore di Demetra Tesmofora. Durante i riti, riservati alle sole donne, anche per dar loro un momento di evasione dalle privazioni quotidiane, venivano gettati dei maialini in apposite fosse per essere recuperati l’anno successivo, ormai putrefatti ed offerti a Demetra e Kore per ottenere un buon raccolto.

 

Dal giorno 11 al 13; APATURIE, festività familiare per gli appartenenti al medesimo lignaggio, con riti di iniziazione dei giovanetti, gli efebi, nella propria Fratria. Zeus e Atena sovraintendevano all’ingresso nell’attività cittadina dei nuovi adulti coniugando il culto con la supremazia della Polis.

 

Giorno 28; CALCHEE, festività in onore di Efesto e Atena, durante la quale si svolgeva una processione di fabbri. Fra i riti si svolgevano anche agoni ginnici di corsa a staffetta.

 

Giorno 28; EFESTIE, festività in onore del deo Efesto celebrata ogni cinque anni.

 

MAIMATTERIONE – fra novembre e dicembre

 

Giorno 20; MAIMAKTERIE, festività in onore di Zeus Maimáktes, l’Impetuoso. Si celebrava l’inizio della stagione invernale ricca di tempeste provocate appunto da Zeus.

 

Nel mese; ISTMICHE, festività panellenica in onore di Poseidone, con cadenza quadriennale. Anche in questo caso vari miti ne enunciano la fondazione, molti coinvolgono la morte di Melicerte e della madre Ino per mano di Atamante ma il più rinomato vede l’istituzione per mano di Teseo per commemorare la sua vittoria sulla città di Sciro. Molti gli agoni presenti nel corso della festa per venire incontro agli usi delle varie Polis, ginnici, ippici, musicali e navali e molto partecipati, sia per i ricchi premi che per la facilità di raggiungere l’istmo di Corinto da tutti i Demi greci. L’apertura dei giochi era preceduta da cerimonie in onore di Poseidone. A questi agoni partecipò nel 67 anche l’imperatore romano Nerone. Al vincitore veniva posta una corona di sedano.

 

POSIDEONE – fra dicembre e gennaio

 

Nel mese; DIONISIE RURALI, festività in onore di Dioniso celebrate nel periodo della svinatura, cerimonia di ringraziamento per il raccolto agricolo e in particolare per il vino tanto caro a Dioniso suo diffusore.

 

Nel mese; ALOE, festività in onore di Demetra, Kore e delle divinità di Eleusi, si celebrano riti di sacrificio e banchetti riservati alle sole donne sposate e alle cortigiane, in questa occasione potevano bere vino a volontà. In processione si ostentavano simboli fallici e durante il banchetto venivano serviti pani a forma di fallo e le donne potevano abbandonarsi ad ogni sorta di turpiloquio, anche in questo caso la trasgressione concessa serviva a ricavare un momento di effimera libertà accordata alle donne.

 

GAMELIONE – fra gennaio e febbraio

 

Dal giorno12 al 15; LENEE, in onore di Dioniso Leneo. Organizzate dal Basilèus, il reggente, con agoni teatrali e una processione legata ai Misteri di Eleusi.

 

Giorno 26, GAMELIE, celebrazione della famiglia nella rievocazione del matrimonio fra Zeus ed Era; specchio della Polis, la famiglia si eleva a fulcro della religione e ad essenza della nazione. È soprattutto in questo mese che si celebrano i matrimoni, in ossequio alle divinità che rappresentano la famiglia, nonostante i numerosi tradimenti. Festività in onore di Era Gamelia, dea del matrimonio.

 

ANTESTERIONE – fra febbraio e marzo

 

Dal giorno 11 al 13; ANTESTERIE, festività in cui si celebra il vino nuovo evocando gli avi a cui veniva offerta una zuppa di verdure. Nel primo giorno venivano aperte le giare di terracotta contenenti il vino inneggiando a Dioniso con una processione che recava al santuario del deo il “vino nuovo”. Il secondo giorno era l’unico dell’anno in cui il santuario veniva aperto; l’icona di Dioniso veniva portata in processione su di un carro per condurla al matrimonio sacro con la consorte del reggente, seguivano agoni collettivi di bevute con boccali da oltre due litri, le cerimonie erano volte ad esorcizzare eventuali malumori dando la possibilità di trasgredire oltre ogni limite, sempre invocando le divinità che questo tipo di Pharmakoi fosse vantaggioso e senza danni, un’ubriacatura generale con il beneplacito degli déi. Questo giorno era considerato contaminato dalla morte, i santuari erano chiusi e per tenere lontani gli spiriti degli antenati si spalmava la pece sugli ingressi e vi si poneva un ramo di biancospino. L’ultimo giorno venivano cotti cereali con il miele e i sacrifici erano in onore di Ermes Chthonios e Psychopompos per allontanare gli spiriti che erano entrati in città. Durante la festività venivano celebrati i riti Aiórai in commemorazione dell’uccisione di Icario, il primo a ricevere il dono della vite da Dioniso e del suicidio per impiccagione della figlia Erigone, forse il paradigma dell’Alétis, la ragazza vagante, che si associa a riti di passaggio per le fanciulle rappresentati con l’andare sull’altalena.

 

Nel mese; PICCOLI MISTERI DI ELEUSI, in commemorazione del rito di purificazione eseguito da Eracle dopo aver ucciso i Centauri, durante questa festività venivano eseguiti digiuni e purificazioni sotto la guida del Mistagogo, il sacerdote che avviava gli iniziati ai Misteri, la festività era prodroma ai GRANDI MISTERI DI ELEUSI.

 

ELAFEBOLIONE – fra marzo e aprile

 

Nel mese; ELAFEBOLIE, in onore di Artemide Elaphebólos, la Cacciatrice di cervi.

 

Dal giorno 9 al 14, GRANDI DIONISIE, festività ateniese in onore di Dioniso Eleuthereus aperto con un imponente corteo guidato da giovani vergini e seguito da agoni poetici e teatrali; il corteo era accompagnato da Falloforie, enormi falli in legno, e dalle vittime sacrificali guidate dai Coreghi, illustri e facoltosi cittadini che si accollavano le spese delle cerimonie e provvedevano alla loro organizzazione, vestiti di porpora e con una corona in testa. Durante la processione la statua lignea del deo veniva condotta nel Santuario presso l'Accademia, la processione di ritorno si svolgeva in un corteo notturno illuminato da fiaccole per commemorare l'introduzione del culto di Dioniso ad Atene.  Tra gli agoni, particolari erano quelli Ditirambici, consistenti in liriche concitate per esaltare l’ebrezza del vino e la gioia di vivere, tipica del culto Dionisiaco.

 

MUNICHIONE – fra aprile e maggio

 

Giorno 6, DELFINIE, commemorazione della visita di Teseo al Santuario di Apollo Delfineo per deporre un ramo di olivo avvolto in tessuto di lana, prima della sua partenza per creta; la cerimonia prevede la deposizione di un simile ramo compiuta da vergini. Apollo si tramutò in delfino per guidare una nave di cretesi fino a Delfi affinché questi divenissero suoi sacerdoti

 

Giorno 16; MUNICHIE, festività in onore di Artemide Munichia, dal nome del Santuario eretto sul colle che sovrasta il Porto di Munichia ad Atene.

 

Nel mese, EANTEE, celebrate in onore dell’Eroe mitologico Aiace Telamonio, con sacrifici in onore dell'eroe e un agone navale compiuto da giovani ateniesi nel mare di Salamina.

 

TARGHELIONE – fra maggio e giugno

 

Gioni 6 e 7; TARGHELIE, in onore di Apollo, la cerimonia prevedeva che due uomini in rappresentanza degli uomini e delle donne, assumessero su di sé le colpe dei cittadini, in questo modo acquisivano lo stato di “Uomo Magico” e in corteo per la città venivano percossi sui genitali con rami di fico o con porri, successivamente a questa punizione venivano espulsi come empi dalla città. I riti proseguivano con sacrifici a Demetra Germogliata e il secondo giorno venivano preparati sette pani con le primizie delle spighe per essere offerti ad Apollo. La cerimonia si svolgeva fra canti e musiche per allontanare il male dalla città e dalle messi prossime alla mietitura. In questo modo si compiva il rito del Pharmakoi per curare e allontanare il male dalla città.

 

Giorno 19 BENDIDIE, in onore della dea tracia Bendis, il cui culto era stato introdotto ad Atene intorno al 500 a.c., durante le celebrazioni si svolgevano due cortei sacri, composti rispettivamente da cittadini Ateniesi e Traci e un agone ippico in notturna con i fantini muniti di fiaccole, il tutto si concludeva con una veglia.

 

Giorno 22, PLINTERIE, Festa dei Lavacri, rito di purificazione della città di Atene attraverso il quale si mondavano le trasgressioni che la Polis poteva aver compiuto, anche inconsapevolmente, per riconquistare l’eventuale benevolenza degli déi che fosse andata perduta. L’apoteosi del Pharmakoi, un vero e proprio farmaco per curare i peccati della Polis.

 

SCIROFORIONE – fra giugno e luglio

 

Giorno 12, SCIRE, festività in onore di Demetra e Persefone. La sacerdotessa di Atena Poliàs e il sacerdote di Poseidone Erechtheus si recavano a Sciro riparati da un grande parasole bianco in memoria della morte in battaglia del mitico re ateniese Eretteo. La congiunzione di Atena con Demetra simboleggiava l’unione dell’attività rurale con quella politica della Polis. La cerimonia prevedeva l’occultamento di porcellini dentro delle fosse per recuperarne poi i resti per celebrare i riti delle Tesmoforie. L’allontanamento della processione dalla città permetteva alle donne di divenire, per breve tempo, padrone degli spazi urbani dove poteva riunirsi pubblicamente.

 

Nel Mese, ARREFORIE, i riti misterici venivano svolti da due giovani aristocratiche, che terminato il servizio quinquennale al santuario di Atena Polias, trasferivano oggetti rituali al Santuario di Afrodite compiendo un percorso sotterraneo.

 

Giorno 14; DIPOLIE, festività in onore di Zeus Polieús durante la quale veniva celebrato il rito delle Bufonie nel quale si svolgeva una sacra processione di tori fino all'Acropoli che terminava dopo una circumambulazione intorno all'altare, il sacerdote di Zeus Polieús, detto Bufonio, uccideva con un colpo d'ascia il toro che per primo si avvicinava alle offerte di pane. Dopo il sacrificio il Bufonio scappava e i presenti macellavano l'animale e lo offrivano in sacrificio in un banchetto durante il quale si accusavano reciprocamente dell'uccisione della bestia, la conclusione consisteva nel riconoscere i colpevoli nell’ascia e nel coltello della macellazione che, venivano gettati in mare. La pelle del toro veniva impagliata e riportata simbolicamente in vita come riparazione al suo sacrificio.

 

Giorno 14, DISOTERIE, celebrate al Pireo in onore di Zeus Sotér, Salvatore e di Atena Sóteira, Salvatrice, alla fine del mese si celebravano dei sacrifici di buoi come buon auspicio per l’anno che sarebbe iniziato.

 

In un periodo non meglio identificato si svolgevano le BRAURONIE, festività dedicata a Artemide Brauronia, in questa occasione fanciulle fra i cinque e i dieci anni si recavano dal tempio di Artemide Brauronia di Atene fino al sito di Brauron, percorrendo i ventiquattro chilometri di distanza le bambine compivano il rito di iniziazione al periodo del loro sviluppo sessuale come Arktoi, orsette, in memoria di una non meglio identificata domestica ma anche selvatica orsa protagonista di alcune leggende ateniesi. Nessuna donna poteva sposarsi se non aveva fatto l’orsetta. A questo rito è legato anche il mito di Ifigenia, che potrebbe essere stata sacrificata, o salvata, proprio in questa occasione. Il rito legava le fanciulle in divenire all’essenzialità della Polis tramite il culto.

 

IL TEMPIO GRECO

 

Per la cultura greca il tempio non è un luogo di preghiera né di condivisione ma un monumento all’armonia fra l’uomo, la religione e la natura. Anche se malcelato e nelle manifestazioni rituali sottostante alla famiglia e di conseguenza alla Polis, in pratica è la rappresentazione di quell’equilibrio Indoiranico che permea i Veda ariani e la religione che gli sono derivate. Il Tempio è devozionale, dedicato o eretto per una o più divinità che vengono rappresentate con iconografie antropomorfe o per mezzo dei loro attributi. È un simbolo così importante del potere della Polis e che la Polis riceve dalla devozione al deo, che i primi edifici costruiti con le moderne, per allora ma forse anche per oggi, tecniche sono proprio i Templi. Il più antico, costruito con pietra e marmo, è l’Heraion, il tempio di Era costruito intorno al 600 a.c. nella città tempio di Olimpia.

 

Il tempio è costituito da vari elementi essenziali che, anche se con variazioni, si ritrovano in tutte le costruzioni per il valore pratico e simbolico che rappresentano. L’intera struttura, di forma rettangolare e orientata verso est, poggia sullo Stilobate, un basamento che innalza il tempio al di sopra del livello del suolo e su cui poggia il colonnato che circonda il Tempio o almeno lo adorna nella zona frontale e sul retro. Sulle colonne, sormontate da capitelli, poggia la trabeazione che va poi a sostenere il tetto in legno. I capitelli sono il primo elemento che ognuno di noi ha studiato a scuola facendo l’ora di arte, ci sono quello in stile Ionico, prevalente nella Grecia orientale, con i riccioli ai lati; Dorico, più comune nella Grecia peloponnesiaca e nelle colonie occidentali, lineare con la parte inferiore a bacinella e quella superiore a lastra; Corinzio, di forma trapezoidale lavorato a forma di foglie di acanto. La Cella è il fulcro del Tempio, una stanza chiusa posta in zona centrale, nella Cella viene custodita la statua della divinità a cui lo stesso è dedicato o in onore del quale è sato edificato; davanti si apre il vestibolo, il Pronao e talvolta è presente un'altra sanza posteriore, l’Opistodomo; alla Cella avevano accesso soltanto i Sacerdoti del Tempio. Le cerimonie e i vari riti processionali venivano svolti tutti all’esterno del tempio o sotto il colonnato, anche l’altare era posto prospicente al Tempio ed era lì fuori che venivano compiuti i riti sacrificali. Sul frontone e sui lati solitamente venivano scolpiti i miti relativi al deo onorato nel Tempio e al suo rapporto con l’uomo.

 

Il complesso templare greco più conosciuto è quello dell’Acropoli di Atene, posto su una collina già considerata sacra in epoca Micenea, vede il suo massimo splendore nell’età di Pericle che utilizza la maestosità del luogo per manifestare la gloria della Polis. Dalla collina si domina l’intera città di Atene e il mare ma è per il motivo contrario che i templi vengono edificati in quel luogo, la grandezza di Atene doveva essere vista da ogni parte della città e soprattutto dal mare, chi giungeva nei pressi del porto del Pireo doveva rimanere impressionato dalla maestosità dell’opera e di conseguenza dell’immenso potere di una città da temere.

 

Dopo aver percorso la Via Sacra, lungo la quale si svolgeva la processione delle Panatenee, si accede al Recinto Sacro attraverso i Propilei, progettati dall’architetto Mnesicle, posti all’apice della scalinata doppia con al centro il selciato liscio per il transito degli animali che venivano accompagnati al sacrificio. L’avvio dei lavori si ha nel 447 a.c. ma tutte le costruzioni, anche se non giunte a termine, furono interrotte nel 432 a.c. a causa della guerra del Peloponneso, che vide sostanzialmente Atene soccombere sotto la supremazia militare di Sparta. Sulla destra dei Propilei si erge il piccolo ma imponente tempio di Atena Nike, l’Atena vittoriosa; la leggenda narra che gli ateniesi le abbatterono le ali per impedire che la Vittoria si allontanasse da Atene. Oltrepassando i propilei si entra nel vero e proprio Recinto Sacro trovandosi di fronte alla statua di Atena Promachos, l’Atena Guerriera realizzata dal famosissimo scultore Fidia e andata completamente distrutta. Più avanti si trova l’Eretteo, realizzato nel 420 a.c., durante una tregua nella guerra contro Sparta. Il tempio è dedicato ad Eretteo, il primo mitico Re di Atene, figlio di Gea e cresciuto da Atena. A dominare l’intero spazio, la meraviglia del Partenone, il tempio di Atena Parthenos, l’Atena Vergine, realizzato dagli architetti Ictino e Callicrate sotto la supervisione di Fidia. Di dimensioni oltre la media si rivelava ancor più impressionante non tanto per la grandezza quanto per la meraviglia della sua realizzazione, furono infatti utilizzati accorgimenti particolari nella sua costruzione che ad opera terminata ne esaltavano ancor più l’armonia grazie ad effetti ottici; scalini degradanti nella loro altezza, colonne inclinate per risultare invece perfettamente diritte da lontano. Colorato e pieno di fregi a narrare la storia degli déi.

 

Con otto colonne sui lati minori e diciassette su quelli maggiori, il Partenone si distingueva dagli altri templi uscendo dai consueti canoni costruttivi. Su tutto il perimetro si susseguono delle Metope, formelle scolpite e poi dipinte, con rappresentazioni di miti bellici: la guerra con le Amazzoni, la guerra di Troia, la Centauromachia e la Gigantomachia. Nel frontone posteriore è raffigurata la nascita di Atena dalla testa di Zeus, circondata dalle divinità olimpiche; nel frontone anteriore è invece rappresentata la sfida fra Atena e Poseidone, lanciata per decidere chi dovesse divenire Patrono dell’Attica, la tenzone fu vinta da Atena grazie al dono della pianta di olivo. L’ingresso al tempio è preceduto da un Pronao delimitato da sei colonne; la costruzione interna è arricchita da un fregio lungo centosessanta metri lungo il quale si dispiega la processione delle Panatenee, partendo dal retro su entrambi i lati per arrivare alla parte anteriore dove attendono gli déi. Prima la sfilata di sessanta cavalieri, seguiti dai carri, poi la processione preceduta dai musici, con le offerte per la dea e la sfilata delle giovani, per la prima volta appaiono rappresentazioni di figure femminili che non siano dee. La processione giunge fino alle divinità, rappresentate da sedute alte quanto gli uomini a manifestare la loro grandezza e superiorità; viene quindi raffigurata l’ostensione del Peplo, la Tunica Sacra offerta in dono ad Atena. Sulla parte anteriore sono presenti tutte le divinità che si rivolgono alle due estremità ad accogliere le diramazioni della processione che arrivano dai due lati del tempio. All’interno si trovava la cella, il Naos che ospitava la famosissima statua crisoelefantina di Atena, con il suo elmo, lo scudo con l’Egida e la Nike nella mano. Oltre la cella era posta la vera e propria dimora della divinità, la Sala delle Vergini, dove venivano custoditi gli oggetti sacri di Atena ma anche il tesoro della città e i documenti ufficiali; il tempio era la dimora degli déi ma rivestiva anche un ruolo civico e amministrativo della Polis. 

86fccb4d-8182-4913-b426-80ccdef2a383.jpeg

LE CARIATIDI DEL TEMPIO DI ERETTEO

LE CARIATIDI DEL TEMPIO DI ERETTEO

Fra tutte le religioni, quella greca, senza un nome, violentata, stuprata, manipolata, madre dell’ellenismo e nonna di quella romana, è la meno spirituale, la meno religione fra tutti i culti del mondo. Quando Omero narra le gesta di Greci e Troiani nel poema epico dell’Iliade attinge a piene mani nelle ancestrali tradizioni micenee e minoiche, fondendole e forse confondendole con quelle del Medio Oriente, entrambe sviluppatesi dalle precedenti migrazioni indoeuropee, e crea qualcosa di così grande che forse nemmeno lui credeva possibile. Benché nel suo intento ci fosse, fra le righe del racconto, l’enunciare la potenza degli déi, il loro valore e le loro attitudini e la cosmogonia che potesse dare un senso al quotidiano, filosofo quando ancora la filosofia non era, è la forza della narrazione che rende vero quanto rivelato, che trasforma una storia da racconto in Testo Sacro, anche se non scritto. Con l’Odissea si sviluppano e si rafforzano i temi cosmici, rendendo sempre più reale la consistenza delle divinità, questi déi Olimpi così simili agli uomini in arroganza, inganno e belligeranza, così simili a noi da credere che possano essere veri. Se di ogni religione può essere affermato che sia una favola a cui le persone vogliono credere per non perdere la speranza, quella greca è la favola più favola e favolosa fra tutte. Non è una rivelazione, non è un dogma, non è escatologica, non promette una riunione con alcun deo, non c’è una creazione, non c’è una fine dei tempi, non c’è alcun Paradiso né inferno per l’umanità, i posti dei Beati sono già stati presi nel tempo che fu dagli Eroi bellici e da quelli civilizzatori, è un culto pragmatico che si officia per il qui ed ora, per lavarsi dai peccati commessi e per l’ottenimento materiale in questa sola ed unica vita. Se l’intento di Omero, chiunque egli sia stato veramente, poteva essere forse privo di malizia i dubbi sono molto più concreti con le opere di Esiodo con le quali sembra proprio si voglia apporre un sigillo di verità, come egli stesso afferma nell’apertura della Teogonia, a quanto preannunciato nei poemi omerici.

 

Esiodo ha cura di non tralasciare alcun aspetto positivo ma soprattutto negativo della vita umana sottoponendolo al volere e al potere di una divinità, beati coloro che ne ricevono i favori e derelitti coloro che ne incontrano l’ira, ma favori ed ira non dipendono da buone o cattive azioni bensì da azioni che trovano compiacimento o meno in questo o quel deo e magari due diverse divinità possono avere favori contrari per lo stesso atto. Esiodo dà corpo definitivamente alla religione greca, mi verrebbe da dire che possa considerarsi il vero fondatore di un nuovo culto nato sulle ceneri, anzi sotto le ceneri del vulcano Thera e delle civiltà da esso distrutte, soffiate insieme ai miti Hittiti e Hurriti. Ne consolida le fondamenta e rafforza l’intricata impalcatura con una serie infinita di progenie che incantano e si insinuano nel culto della rinascente civiltà. Esiodo con le sue opere avrebbe potuto essere il redattore dei libri sacri di una religione, nella Teogonia è palpabile la potenza della creazione, se non dell’universo quantomeno di quanto c’è dal Big Bang fino a noi, la cosmogonia è presente anche se non se ne intuisce la matrice; eventuali esegeti non hanno avuto la possibilità di consolidare le basi di una vera e propria religione, quello greca purtroppo è una religione malleabile che viene fatta prigioniera del potere e della politica che la privano definitivamente di ogni possibile velleità di spiritualità trasformandola nel più grande culto di mera superstizione.

 

Culti Misterici, Pitagorismo e Orfismo cercheranno di renderle un aspetto religioso e la filosofia cercherà al suo posto le risposte alle domande che il culto greco si cura di non porsi: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e soprattutto, perché?

 

***

 

ACHELOO: divinizzazione del fiume Acheloo che scorre al confine fra la Tessaglia e l’Epiro, figlio dcheloidi.

 

ACHILLE: eroe divinizzato, figlio di Teti che, per renderlo invulnerabile, lo immerge nel fiume sacro Stige tenendolo per il tallone, da cui la definizione medica di tendine di Achille e la metafora del tallone di Achille quale punto debole. Nella guerra di Troia viene ucciso da Paride che lo colpisce con una freccia proprio nel tallone.

 

ADE: l’invisibile, deo degli Inferi, figlio di Kronos e Rea, sposo di Persefone. Suo appellativo Pylartes, quello che chiude le porte, quelle di cui sta a guardia per impedire che le anime possano uscire. Anche Pluto, ricco, per i tesori della terra, a volte anche Plutone.

 

ADRASTEA: di origine troiana, tutrice della giustizia e vendicatrice delle ingiustizie. Balia di Zeus a cui donò una palla dorata, simbolo del mondo che avrebbe governato.

 

AFRODITE: dea della bellezza, figlia di Urano che la genera dalla sua castrazione, le stille del suo seme, fecondano la schiuma del mare, Aphros, e la dea diviene “Colei che è nata dalla schiuma”. Appellata Cipride e Citerea dai nomi dei principali luoghi di culto che ne rivendicano anche i natali. Secondo Omero invece Afrodite è figlia di Zeus e di Dione, la parte femminile del sovrano degli déi. Viene data in sposa a Efesto, il deo più sgraziato ma invece ama Ares con cui genera Eros.

 

AGHATOS DAIMON: demone benevolo, raffigurato come serpentello alato che porta benedizione alla casa.

 

AGNOSTOS THEOS: il deo sconosciuto, senza nome, componente di culti ateniesi utilizzato spesso al plurale nell’appellativo Pantheon. Il deo senza nome, il deo il cui nome non può essere pronunciato come da tradizione ebraica, che Paolo di Tarso, San Paolo, nel discorso sull’Aeropago interpreta nella nuova rivoluzionaria visione monoteistica.

 

ALÉTIS: la ragazza vagante, rito di espiazione derivante da un’ingiustizia subita per la quale, nei Mytos, una ragazza si suicida. Erigone, figlia di Icario, trova il corpo del padre ucciso dai contadini che credevano che questi avesse ucciso i loro compagni con il vino, di cui era il primo destinatario dei segreti della coltivazione da Dioniso. Per la disperazione Erigone si suicida impiccandosi. Da questo mito derivano i riti Aiórai, in cui le fanciulle, venivano spinte su altalene a rappresentare quel momento di sospensione fra l’essere bambine e il diventare donne, ovverosia pronte per diventare spose. Sorte simile tocca anche ad Aspalide, nella città di Melitea il tiranno Tartaro faceva rapire le giovani per usare loro violenza, Aspalide terrorizzata da questa possibilità prima ancora di essere rapita si impicca.

 

ALOADI: Oto ed Efilate, Giganti figli di Aloeus, nella lotta contro gli déi prendono prigioniero Ares ma quando Artemide si scaglia verso di loro in forma di cerva questi si uccidono fra loro nella foga del desiderio di caccia instillato dalla dea.

 

AMALTEA: ninfa capretta che allatta Zeus, trasferita in cielo diviene la stella Capella nella costellazione dell’Auriga. Da un suo corno spezzato Zeus crea il corno benefico dell’abbondanza, la Cornucopia.

 

ANANKE: dea del destino, personificazione dell’inevitabile a cui sottostanno persino gli dèi.

 

ANFITRITRE: dea del mare, figlia di Nereo, sposa di Poseidone, si sposta sul mare sul proprio cocchio formato da una conchiglia accompagnata da Nereidi e Tritoni.

 

ANTEO: figlio di Poseidone e Gea, Gigante amante della lotta sfidava e uccideva chiunque incontrasse. Viene sconfitto da Eracle che sollevandolo da terra lo separa dalla madre Gea che gli dona la forza.

 

APHAIA: patrona dell’isola di Egina, dea dei monti, della caccia e della navigazione.

 

APOLLO: figlio di Zeus e Latona, gemello di Artemide. Padre di Asclepio deo della medicina. Latona lo partorisce abbracciata ad una palma con il positivo auspicio della presenza di un gallo, l’annunciatore della luce, sia mai una cometa; appena nato uccide Pitone. Deo del sole, i suoi dardi sono i raggi del sole, in inverno si reca a nord nella terra degli Iperborei, viaggia su un carro trainato da cigni. Nel simbolismo gli si assegna il delfino. Divinità bellissima si innamora di Giacinto e della ninfa Dafne. Le sue funzioni divine sono molteplici, dall’allevamento all’agricoltura, con l’attributo del serpente è deo della salute, deo della vendetta, con la lira è deo delle Muse. La funzione più importante è però quella profetica, oracoli famosi in tutto il mondo greco erano a Delfi e a Delos dove masse di fedeli si recavano ad adorarlo.

 

ARABA FENICE: uccello maestoso con forma di aquila dal piumaggio oro e porpora. Simbolo dell’immortalità, il nome deriva dall’Arabia, considerata una terra lontana e misteriosa ma felice, poi trasformatosi in fenice, in quanto patria di aromi, spezie e unguenti i cui profumi si potevano sentire già avvicinandosi alla costa. L’immortalità deriva dal fatto che le particolari essenze originarie dell’Arabia permettevano la conservazione e quindi l’incorruttibilità della carne. Il Mito racconta che quando la Fenice compiva cinquecento anni si preparava un nido con mirra, cannella e altre spezie in cui si adagiava per morire, dai resti immersi negli aromi nasceva un nuovo pulcino che al primo volo avrebbe portato i resti della sua precedente esistenza fino ad Eliopoli, in Egitto, per depositarli nel tempio del sole dove ne avrebbero avuto cura.

 

ARES: deo della guerra figlio di Zeus ed Era e amante di Afrodite ma poco considerato e amato in Grecia. In Tracia invece era un dio forte, distruttore e vendicatore, al suo seguito la Discordia, Eris; l’Orrore, Enyo e la Paura, Phobos.

 

ARGO: Gigante dai molti occhi, ucciso da Hermes mentre faceva la guardia per conto della gelosa Era a Io, tramutata in vacca da Zeus per nasconderla agli occhi della consorte che ovviamente scopre l’inganno.

 

ARIADNE: dal cretese Aridela, che risplende magnificamente, dea della vegetazione, figlia di Minosse e Pasifae. Dona a Teseo il filo che gli permette di uscire indenne dal labirinto. Il suo sposo Dioniso la trae dagli inferi per portarla sull’Olimpo. Zeus ne pone la corona in cielo divenendo la Corona Boreale.

 

ARISTEO: protettore del bestiame e inventore dell’apicultura. Più tardi sarà sostituito con Apollo che ne è considerato il padre. Anche figlio di Cirene per i culti nordafricani.

 

ARPIE: le rapitrici, orrendi esseri metà donna e metà uccello, figlie di Taumante ed Elettra. Fra i loro nomi che evocano la tempesta ci sono Aello, la tempestosa; Aellopus, Podarge, Okypete, dal volo veloce, e Kelaino. Rapiscono le fanciulle per portarle nel mondo sotterraneo, seguendo gli ordini impartiti dagli déi, in special modo Zeus, un loro appellativo è appunto “i cani alati di Zeus”.

 

ARTEMIDE: figlia di Zeus e di Latona, dea della caccia, signora degli animali, Potnia Theron, rappresentata alata circondata da fiere, selvaggina e uccelli; vergine cacciatrice, vaga per i boschi con la compagnia delle Ninfe. Sorella di Apollo, come lui abile con l’arco, a pari suo dona la dolce morte, una morte improvvisa e indolore, oppure infligge la completa rovina. Alle sue origini le si offrivano sacrifici umani. Anche dea del parto, della fertilità, assimilata alla Grande Madre come Artemide dai mille seni. Ad Atene è adorata come Brauronia le cui ancelle si travestono da orse, Arktoi. Come Apollo diviene dio del sole lei diviene dea della luna, Selene, i suoi dardi sono i raggi di luce lunare.

 

ASCLEPIO: dio guaritore, apprende la scienza medica dal centauro Chirone, con il tempo prende il posto del padre Apollo come dio della medicina, suo simbolo il serpente, suo attributo il bastone cui si attorciglia il serpente, il Caduceo oggi simbolo delle farmacie. Padre di Hygieia, la medicina. Figlio di Apollo e Coronide che nasconde al padre Flegia la scappatella, questi la dà in moglie a Ischi che la conosce carnalmente, Apollo adirato manda la sorella Artemide ad uccidere la sventurata e quando il corpo è sul rogo ne salva il figlio che sotto la guida di Chirone impara l’arte della medicina che tramanderà ai figli Macaone e Podalirio, la sua bontà e la sua conoscenza lo portano infine a resuscitare i morti e per questo viene fulminato da Zeus. Dopo la morte si fa strada il pensiero che la sua immensa bontà lo abbia trasformato in deo e che sotto quella forma continuasse a guarire gli ammalati e a soccorrere i sofferenti. Il suo allievo più importante sarà Ippocrate, quello del giuramento che ancora oggi è alla base dell’etica medica.

 

ASTREO: lo stellato, padre delle stelle, sposo della dea del mattino Eos. Suoi figli gli dèi del vento e la stella del mattino, Phosphoros.

 

ATE: figlia di Zeus, dea della sventura, demonizzazione della furia che acceca spirito e sentimenti favorendo la mala sorte.

 

ATENA: dea della città di Atene, vergine, dea della saggezza, suoi simboli il serpente e la civetta; di origine Minoica assimilata a una dea dei serpenti cretese, il serpente rimane un suo attributo; anche dea uccello da cui l’attributo Glaukopis, dagli occhi di civetta; simbolo di saggezza come l’uccello vede anche nel buio, nulla sfugge alla sua vista. I suoi attributi sono molteplici assegnati dai vari autori mitologici: Promachos, che combatte in prima fila, nella sua espressione guerriera, munita dell’Egida, il pettorale con la mostruosa effige di Medusa; Ergane, esperta delle arti manuali; Pallade, quale nume tutelare della casa e della città, la sua effige, il Palladion, era esposto in casa a protezione delle mura domestiche; Parthenos, la vergine, da cui Partenone, il tempio a lei dedicato ad Atene. Nasce dalla testa del padre Zeus non come ipostasi ma come vero e proprio parto. È lei che ha donato all’Attica l’olivo in una gara per il dono più prezioso; dona anche l’aratro, il telaio e il flauto quale divinità di pace a mitigare la sua tempra guerriera.

 

ATLANTE: Atlas, il Reggitore, figlio del Titano Giapeto e dell’Oceanide Climene. Partecipa alla lotta contro gli déi e per questo viene punito, la sua condanna è appunto reggere la volta celeste. Nelle raffigurazioni lo si vede reggere il globo terrestre.

 

AURORA: Eos, la dea dalle dita di rosa, patrona di quell’attimo effimero che precede l’alba. Si innamora di Titono e chiede a Zeus di donargli l’immortalità ma dimentica di chiederne l’eterna gioventù. Titono è così costretto ad una vita senza fine continuando eternamente a invecchiare e rinsecchire così tanto che Aurora se lo porta appresso in una cesta, fin quando per pietà lo muta in una cicala. Dalla loro unione nascono Ematione e Memnone.

 

BAUBO: personificazione femminea della fertilità. Nell’orfismo mostra il posteriore nudo di vecchia a Demetra facendola ridere e risorgere dal suo stato abulico per la perdita di Persefone, un gesto magico per esorcizzare il dolore della morte; in questo modo il risveglio di Demetra porta al risveglio delle messi, la carestia è scongiurata. Appare anche come demone con la testa direttamente sopra le gambe.

 

BELLEROFONTE: eroe mitico che salva l’umanità dalla presenza della Chimera. Con un morso d’oro donatogli in sogno da Atena doma il cavallo alato Pegaso. A dorso di questo combatte contro la Chimera con una lancia dalla punta di piombo che infilata nella gola ardente della bestia sputafuoco si fonde e la uccide.

 

BIA: figlio di Stige, sovrana degli inferi, lo si trova accompagnare Zeus nella sua peculiarità di forza e potenza, anche sua ipostasi.

 

BOREAS: personificazione del vento del nord, ad Atene il culto si diffonde dopo che la flotta nemica persiana viene falcidiata da una tempesta.

 

CALIPSO: la celatrice, una Ninfa, è lei che salva Odisseo e lo tiene nascosto con sé; anche dea dei morti, la sua grotta e circondata da cipressi.

 

CALLIOPE: dei bei pensieri, Musa ispiratrice dell’epica, la saga eroica e dell’elegia, la poesia sentimentale.

 

CALLISTO: la più bella, dea delle fiere poi oscurata da Artemide, amata da Zeus che dopo averla trasformata in orsa la pone nella volta celeste, diviene così la costellazione dell’Orsa Maggiore. Altri miti narrano che facesse parte del corteo delle vergini di Artemide e che avesse nascosto a questa la sua innocente gravidanza, Artemide la punisce con la morte e Zeus, colpevole del misfatto, la pone in cielo.

 

CARITI: le gioiose, in origine è una sola ed è moglie di Efesto, Esiodo le fa diventare tre: Aglae, splendore; Eufrosine, gaiezza; Talia, fioritura. Fanno parte del seguito di Afrodite recando agli uomini gioia e bellezza.

 

CARONTE: il traghettatore dei morti oltre lo Stige fini all’ingresso nell’Ade. Ai morti veniva messa una moneta in bocca, l’Obolos, per pagare il suo servizio e accertarsi che il defunto arrivasse a destinazione. In antichità demone cane della morte.

 

CASTORE: uno dei Dioscuri, il gemello mortale che perisce in battaglia, il fratello ottiene da Zeus, per entrambi, il beneficio di trascorrere un giorno nel mondo celeste e uno nel mondo sotterraneo.

 

CECROPE: l’uomo primigenio nato dalla terra con gambe di serpente, primo re di Atene, padre delle dee Aglauridi, le ragazze dei campi.

 

CENEO: fanciulla di nome Cenide di cui si innamora Poseidone, lei per concedersi chiede in cambio di essere trasformata in uomo ed essere invulnerabile. La sua richiesta viene esaudita divenendo un vigoroso guerriero che combatte contro i Centauri, non potendo ferirlo i Centauri lo sopraffanno e lo piantano a colpi di bastone nel terreno seppellendolo, dopo la morte Ceneo torna ad essere Ceneide nell’Oltretomba.

 

CENTAURI: esseri dal torso di uomo e corpo di cavallo, il più famoso è Chirone. Figli di Issione che tentando di violare Era copula con Nefele, la nuvola, un essere fatto di niente creato da Zeus per impedire l’amplesso. Da questa unione farsa nascono esseri selvaggi e violenti, stupratori e presuntuosi, anche in questo caso; anomalia che minaccia l’equilibrio universale e che gli Eroi dovranno far sparire dalla faccia della terra. Un altro Mytos narra che sia nato solo un figlio Centauro che si accoppiava con le giumente e che quindi i Centauri siano nati da queste unioni ibride. Toccherà ad Eracle liberare il mondo dalla presenza di questi mostri ma in quell’evento perisce accidentalmente anche l’unico Centauro umanizzato, Chirone. Chirone è il Centauro per antonomasia, figlio di Crono e Filira che dopo aver visto il mostro partorito chiede a Zeus di essere trasformata nell’albero filira, il tiglio. Chirone non è come tutti gli altri Centauri, egli è il depositario dell’arte della medicina, fedele agli déi è mentore di eroi e semidei, precettore di Giasone, Achille e Asclepio a cui dona le conoscenze mediche che divulgherà ai suoi seguaci e che diverranno i primi rudimenti della medicina con il suo più famoso allievo Ippocrate, quello del giuramento fatto da ogni medico moderno. Chirone perirà accidentalmente colpito da una lancia avvelenata, non potendo morire in quanto divino, soffre così tali pene atroci che Prometeo chiede di prendere il suo posto e concedere a Chirone il riposo dell’Ade.

 

CERBERO: cane infernale dalle tre teste, figlio di Tifone ed Echidna, accoglie chi arriva nell’oltretomba ma impedisce a chiunque di uscirne. Eracle lo sconfiggerà.

 

CHIMERA: mostro mitologico dal torso di leone, corpo di capra e coda di serpente. Rappresentata anche con le tre teste di leone, capra e serpente insieme; sputa fuoco e come tutti i mostri esiste per essere uccisa da un Eroe, per lei sarà Bellerofonte.

 

CHIRONE: centauro figlio di Kronos, dall’agile mano, insegna ad Asclepio la medicina, maestro di Achille; Eracle lo ferisce con un dardo avvelenato e quindi rinuncia alla propria immortalità a favore di Prometeo.

 

CHRONOS: personificazione del tempo, nell’antichità anche Eone; per l’orfismo è l’essere primigenio che dà vita all’uovo cosmico da cui uscirà Phanes.

 

CICLOPI: dagli occhi rotondi, giganti con un solo occhio, antropofagi, figli di Gea, aiutanti di Efesto, forgiano i fulmini per Zeus; Urano e Kronos li gettano nel Tartaro ma Zeus li libera per la guerra contro i Titani. Giganteschi e fortissimi, ignoranti e primitivi, non rispettano le leggi divine e tantomeno quelle umane. Ellanico nel 450 a.c. li distingue in tre diverse categorie. I Ciclopi Divini Arge, Sterope e Bronte che fabbricavano i fulmini per Zeus divengono poi aiutanti di Efesto per forgiare Armi per gli déi nella fucina posta in un vulcano in Sicilia. I Ciclopi Vigorosi, costruttori instancabili che hanno eretto le città più antiche, come Micene, con massi che nessun uomo avrebbe potuto trasportare. I Ciclopi Primitivi, come Polifemo, vivono in mezzo agli uomini e disprezzano la civiltà ma anche la divinità, più tardi vengono visti come semplici ma anche sempliciotti che vivono lontano dall’evoluzione umana nel loro tranquillo ambiente naturale, una sorta di Hippy ante litteram.

 

CIRCE: maga figlia di Helios e Perse, nell’Odissea tramuta in porci i compagni di viaggio di Odisseo.

 

CIRENE: ninfa rapita per amore da Apollo, dalla loro unione nasce Aristeo. La città di Cirene prende il nome dal luogo dove fu posta da Apollo.

 

CLIO: quella che elogia, Musa della storia, suo attributo il rotolo su cui questa è scritta.

 

CORIBANTI: demoni danzanti al seguito di Cibele, poi Rea; nati dalla terra fecondata con la pioggia da Zeus.

 

CURETI: antichi demoni, con il loro frastuono proteggono Zeus, nascosto da Rea e cercato da Crono per inghiottirlo.

 

DAFNE: alloro, figlia di Peneo, deo fluviale; per sfuggire alla stremante corte di Apollo chiede di essere trasformata in una pianta di alloro.

 

DAIMON: divinità che assegna i destini, con Omero designa gli déi dell’Olimpo, Esiodo li fa diventare divinità inferiori agli déi ma superiori agli Eroi lasciando loro l’influenza sia positiva che negativa sul destino. Nel culto popolare sono spiriti tutelari personali. Per la filosofia diventa la scintilla divina che echeggia nell’uomo. Eschilo ne fa un protopeccato originale che continua a produrre colpe, anche Menandro li associa all’uomo fin dalla nascita. Platone li espande negli elementi visibili e invisibili. Oriente, Roma e i Protocristiani li trasformeranno in spiriti malvagi.

 

DATTILI IDEI: le dita, Dàktulos, nascono dallo sforzo compiuto da Era, sul monte Ida a Creta, nel partorire Zeus quando questa per il dolore pianta le sue dita nella terra. Cinque maschi dalla destra e cinque femmine dalla sinistra. Demoni protettori delle donne. Secondo Feracide i cinque della mano destra erano stregoni capaci di incantesimi mentre quelli della sinistra erano capaci di sciogliere gli incantesimi. Altre fonti parlano di soli tre Dattili Idei, Chelmide, coltello; Damnameneo, domatore della forza; Acmone, incudine; domatori del fuoco e primi a lavorare il ferro. Quest’ultimi nascono sul monte Ida in Frigia legati al culto della Grande Dea Madre Adrastea di cui Rea ne è la trasposizione greca.

 

DEMETRA: dea della fertilità, figlia di Kronos e Rea. Ade le rapisce la figlia Persefone e durante la ricerca Demetra trova sostentamento in Attica, per ringraziamento insegna a Trittolemo, figlio del re, la coltivazione della terra. Le sono associate varie piante nelle diverse regioni in cui è adorata, le principali sono la spiga e il papavero. Suo appellativo è Melissa, ape, sottolineando la sua funzione di nutrice, di portatrice dei doni della terra. Per Esiodo insieme a Iasone genera Plutone, deo della ricchezza ed emblema di tutti i doni della terra. Nell’ambiente domestico è Thesmophoros, portatrice delle leggi che ne ordinano l’aspetto legale, ma nelle feste riservate alle sole donne, le Thesmophorie, se ne esalta l’attributo della fertilità.

 

DIKE: ordine, direttiva, una delle Ore, impersona la giustizia.

 

DIOMEDE: eroe greco della guerra di Troia, già divinità della guerra e per questo capace di fronteggiare Ares e Afrodite.

 

DIONE: Oceanina adorata come sposa di Zeus, per Omero è la madre di Afrodite.

 

DIONISO: letteralmente, figlio di Zeus, e di Semele, deo della fertilità, dell’ebbrezza e del vino, di origine tracia, anche Bakchos di origine lida, da cui il romano Bacchus. I suoi appellativi richiamano alla libertà, Bromios, strepitante; Lyaios, lo scioglitore, il liberatore dagli affanni. Crea la vite che darà il vino e fa sì che ci siano latte e miele. I riti in suo onore erano orge estatiche e cortei rumorosi a cui partecipavano le sue seguaci, le Baccanti o Menadi, danzando per i boschi e menando un fallo come sua effige evocativa della fertilità per la quale è spesso raffigurato come caprone o toro e venerato come deo che muore e resuscita. Il suo attributo è il Tirso, un bastone avvolto da edera e pampini.

 

DIOSCURI: i Ragazzi di Zeus, Kastor e Polydeukes, aiutano in battaglia e nel mare in tempesta, anche divinità cosmiche sotto forma di cavalli bianchi. Figli di Zeus e della mortale Leda con cui copula sotto forma di cigno; subito dopo Leda giace anche con il marito Tindaro, da questo doppio amplesso nascono due coppie di gemelli, una immortale, Polluce ed Elena e una mortale, Castore e Clitennestra. I due figli maschi si invaghiscono di Ilaira e Febe e arrivano allo scontro con i loro promessi sposi Ida e Linceo. La lotta è impari per l’immortalità di Polluce e l’aiuto di Zeus ma nella tenzone Castore cade colpito a morte. Polluce allora implora il padre Zeus di poter condividere con Castore la propria immortalità, da quel momento a giorni alterni i due vivono un giorno sull’Olimpo un giorno nell’Ade. Altri miti li vedono uniti sull’Olimpo e il giorno dopo uniti nell’Ade. Questa alternanza si rifà all’identificazione dei due gemelli con la Stella della Sera e la Stella del Mattino che non si incontrano mai, in realtà entrambe sono il pianeta Venere visibile solo poco prima del sorgere del Sole e poco dopo il suo tramonto.

 

DRIADI: della quercia, demoni femminili abitanti gli alberi con i quali condividono la longevità e la morte.

 

EACO: deo degli inferi, figlio di Zeus e di Egina; la sua passione per la giustizia lo erige a giudice dei morti.

 

EBE; gioventù che sboccia; figlia di Zeus e di Era; dea della gioventù. Coppiera degli déi e sposa di Eracle.

 

ECATE: signora della notte e della magia; detta Antea, avversaria; figlia di Asteria e Perse, spettro che vaga nelle ore notturne con serpenti tra i capelli e circondata da cani ululanti, portando sciagura a chi incontra. Le veniva eretto un altare davanti all’abitazione. Come Trioditis, con tre teste o tre corpi era la dea degli incroci. Custode dei boschi che circondano il lago d’Averno, nei Campi Flegrei, il luogo senza uccelli, in quanto non potevano sopportare le esalazioni solforose, qui si pensava ci fosse un accesso all’Oltretomba ed è in questo luogo che lo individua anche Virgilio ed è da qui che entra insieme a Dante, nella Divina Commedia.

 

ECHIDNA: demone mostruoso metà donna e metà serpente, si unisce con Tifone con cui genera i mostruosi Cerbero, Orto, Idra e Chimera.

 

ECO: ninfa delle sorgenti che si innamora di Narciso, resa balbuziente da Era per aver taciuto sui tradimenti di Zeus da lei conosciuti. Cerca in ogni modo di attirare l’attenzione di Narciso che invece è innamorato solo di sé stesso. Rifiutata e disperata si trasforma in pietra lasciando di sé solo la voce balbuziente che ripete le ultime sillabe udite, l’eco.

 

EFESTO: deo del fuoco, figlio di Zeus ed Era; deo dei fabbri e degli artigiani. Nasce storpio e la madre lo getta dall’Olimpo. Abilissimo forgiatore, aiutato dai Ciclopi crea armi nella sua fucina sottoterra, ma anche mirabili opere come lo scettro di Zeus, il carro di Helios e l’Egida, il pettorale di Atena. Abile in ogni arte, dall’argilla dà vita a Pandora e lega la madre ad un trono con lacci invisibili. Simbolo dell’inguardabile con l’astuzia ottiene però in sposa Afrodite.

 

EILEITHYIA: colei che viene in aiuto, dea del parto, figlia di Zeus e Era. Nel culto classico sarà poi sostituita da Artemide.

 

ELENA: dea della vegetazione, figlia di Zeus e Leda, dea albero. Il suo rapimento da parte di Paride dà il via alla guerra di Troia.

 

ENDIMIONE: pastore a cui è donato il sonno eterno, Selene se ne innamora e torna ogni notte a visitarlo; anche deo del sole che riposa di notte in una caverna vegliato dalla luna, Selene.

 

ENEA: figlio di Anchise e Afrodite, eroe troiano che si salva dalla caduta della città; fugge e fonda l’urbe che diverrà Roma, è il protagonista dell’Eneide di Virgilio.

 

EOLO: figlio di Poseidone, sovrano dei venti, padre di Sisifo e Alcione.

 

EOS: dalle dita rosate, dea dell’aurora, sorella di Helios e Selene. Col suo carro trainato da cavalli sale ogni mattino dal mare per annunciare l’arrivo del fratello. Le lacrime piante per la morte del figlio Memnon nella guerra di Troia sono la rugiada del mattino.

 

EPAFO: progenitore degli Egizi, figlio di Zeus e Io nelle loro manifestazioni in forma di Toro e Vacca.

 

ERA: figlia di Kronos e di Rea, sposa di Zeus nel Santo Matrimonio, Hieros Gamos. Madre di Ares, Efesto, Eileithyia e Ebe. La sua ira è divina ogni volta che scopre le scappatelle amorose di Zeus e la sua vendetta è feroce sulle malcapitate giovinette sedotte dal marito. Protettrice del matrimonio, dea del parto, dea della terra come vacca, la Signora, divinità protettrice.

 

ERACLE: figlio di Zeus e Alcmena, reso famoso da Era, ella invia due serpenti nella culla per ucciderlo ma lui li stritola. Per il re Euristeo compie le mitologiche dodici fatiche: uccisione del leone di Nemea, uccisione dell’idra di Lerna, cattura della cerva di Cerinea, cattura del cinghiale del monte Erimanto, pulizia delle stalle di Augia re dell'Elide, uccisione degli uccelli del lago Stinfalo, cattura del toro di Creta, cattura delle giumente di Diomede, conquista della cintura di Ippolita regina delle Amazzoni, cattura dei buoi di Gerione, conquista dei pomi d’oro del giardino delle ninfe Esperidi, cattura del cane Cerbero. Queste e la morte volontaria sul rogo sono l’emblema dell’eroe divinizzato, la via all’immortalità. Salito all’Olimpo sposa Ebe.

 

ERATO: Musa della lirica e della poesia d’amore, suo attributo la Lira.

 

ERINNI: dee della vendetta, nascono dalle gocce di sangue dell’evirazione di Kronos raccolte da Gea. Figlie della notte, Aletto, incessante; Tisifone, vendica l’assassinio; Megera, invidiosa. Sorgono dalla terra con serpenti in testa agitando torce alla ricerca dei criminali. Garanti della vendetta di sangue e dei limiti naturali che regolano l’umano e il divino. Patrone di genitori e primogeniti, eseguono le maledizioni lanciate contro chi ha intrapreso atti empi nell’ambito familiare, si adirano anche contro gli déi che vogliono impedire l’automatismo del loro intervento per punire i colpevoli. Impediscono atti che possano travalicare quanto è potuto dagli umani ma anche dagli déi, Eraclito nel 500 a.c. afferma che punirebbero anche il sole se questi non seguisse il suo consueto corso quotidiano. L’origine è antichissima, il termine E-ri-nu compare già su tavolette micenee del 1600 a.c..

 

ERIS: dea della discordia, sorella di Ares. È la protagonista del racconto in cui getta una mela ad una festa di divinità con sopra scritto “Alla più bella” scatenando la lite fra le dee, il Pomo della Discordia.

 

ERITTONIO: il bambino divino, il primo re, nasce dal seme di Efesto caduto mentre lotta con Atena.

 

ERMAFRODITO: figlio di Ermes e Afrodite, l’intenso amore della Ninfa Salmakis ne fa fondere insieme i corpi creando un essere androgino, ancora oggi indica la presenza dei genitali di entrambi gli organi sessuali nello stesso corpo. Immersosi in un laghetto per rinfrescarsi viene notato dalla Ninfa Salmakis che si innamora della perfezione delle sue forme divine, respinta lo avvinghia e prega gli déi di non dividersi più da quell’abbraccio, viene esaudita e le forme femminili e maschili divengono in un solo corpo, Ermafrodito però, ormai uomo e donna e nessuno dei due, non gradisce quanto gli è capitato e lancia la sua maledizione accolta anche questa dagli déi, chiunque uomo entrerà nel laghetto ne uscirà nelle sue stesse condizioni.

 

EROS: deo dell’amore figlio di Ares e Afrodite, con arco e frecce colpisce al cuore gli umani ma anche gli déi facendoli perdutamente innamorare. Nei misteri Orfici è la forza creatrice del mondo che ha gettato il caos nell’abisso e dissolto il buio.

 

ESPERIDI: Ninfe custodi dell’albero delle mele d’oro nel giardino degli déì. Figlie di Nyx ma anche di Atlante.

 

EUNOMIA: l’Ordine Giuridico, una delle Ore, le dee delle stagioni, a lei fu affidata la custodia delle porte dell’Olimpo.

 

EURIBIA: la molto potente, figlia di Gea e Ponto, la terra e il mare; sposa del Titano Krios con cui genera Astreo.

 

EURO: deo del vento del sud-est, detto Argentes, che rischiara; figlio di Eos.

 

EUROPA: figlia de re Agenore di Fenicia, Zeus in forma di toro la rapisce e con lei celebra lo Hieros Gamos.

 

EUTERPE: che dona gioia, Musa della poesia lirica il cui attributo è il doppio flauto, ispira i cantori vaganti, i rapsodi, nella creazione delle loro arie.

 

FEBE: Phoibe, figlia di Gea, sposa il Titano suo fratello Koios, con cui genera Latona.

 

FETONTE: figlio di Helios, quando il padre gli permette di guidare il carro del sole provoca un grande incendio per essersi avvicinato troppo alla terra. Per punizione Zeus lo getta nel fiume Eridano.

 

GANIMEDE: il giovane di cui si invaghisce Zeus e lo fa portare sull’Olimpo da un’aquila, qui diviene coppiere degli déi mescendo loro la bevanda della vita.

 

GEA: dea della terra, principio primordiale del cosmo insieme ad Eros, originando dal caos Urano, il cielo e Ponto, il mare. Dalla sua unione con Urano nascono i Titani e i Ciclopi; dalla sua unione col ctonio Tartaro ha origine Tifone. Suo attributo il corno dell’abbondanza simbolo di fertilità.

 

GERIONE: mostro con tre teste, divinità demonizzata che viene uccisa da Eracle in una delle sue fatiche.

 

GIACINTO: deo della vegetazione, amante di Apollo da cui viene ucciso per errore durante un’esibizione nel lancio del disco, dal suo sangue spuntò il fiore che porta il suo nome.

 

GIAPETO: Titano in lotta con gli déi, padre di Atlante e Prometeo.

 

GIGANTI: stirpe nata da Gea, fecondata dal sangue dell’evirazione di Urano. Nemici degli déi, vengono sconfitti da Eracle. Impersonano la barbarie sconfitta dalla civiltà.

 

GLAUCO: azzurro lucente, pescatore che, gettatosi in mare dopo aver ingerito un’erba magica, diviene deo del mare. Variante del Vecchio del Mare nella versione malinconica, i lamenti del vento sul mare erano immaginati come suoi sospiri, sempre colpito da pene d’amore.

 

GORGONI: le tre figlie del deo del mare Forco e della sorella Ceto, vivono nell’ovest, nel buio della notte. Steno, la forza; Euriale, la vastità del mare; Medusa, l’unica non immortale. Munite di ali, zanne e dallo sguardo pietrificante, con la chioma fatta di serpenti. La loro immagine veniva posta all’ingresso dei templi per scoraggiare l’ingresso di spiriti maligni, ma anche davanti ai forni perché gli spiriti maligni non alterassero la lievitazione del pane. Perseo le perseguita e con uno stratagemma riesce a scovare Medusa, munito di calzari alati forniti dagli déi e dell’elmo dell’invisibilità di Ade riesce ad evitare il suo sguardo pietrificante e a reciderle la testa. Essendo l’unica mortale il Mito racconta che invece sia stata trasformata in mostro da Atena perché la fanciulla si era congiunta con Poseidone all’interno del Recinto Sacro del tempio della dea. La testa mozzata di Medusa adorna l’Egida, lo scudo degli déi con cui Atena spaventava i nemici.

 

GRAIE: creature mostruose figlie dei fratelli Forci e Ceto, proteggono il luogo in cui abitano le altrettanto mostruose sorelle Gorgoni. Con un solo occhio e un solo dente che si passano alla bisogna, Perseo approfitta di questo momento di scambio per impossessarsi dell’occhio e vedere dov’è nascosta Medusa per andare ad ucciderla. Canute fin dalla nascita personificano il rovesciamento del tempo essendo nate con fattezze di vecchie. I loro nomi sono Pemfredò, dal bel peplo; Enio, grido di battaglia; Dinò, la spaventosa.

 

HELIOS: deo del sole, figlio dei Titani Iperione e Theia, fratello di Selene, la luna. Divinità della luce, vede e sente tutto, per questo in lui come testimone si compiono i giuramenti. Dona e toglie la vista. Alla guida di un carro trainato da cavalli alati fa compiere al sole il suo arco quotidiano. Il figlio Fetonte pretende di guidarne il carro ma ne perde il controllo, inaridisce la terra avvicinandosi e la gela allontanandosi finché viene sbalzato e cade morendo nel fiume Eridano, il Po.  

 

HESTIA: dea del focolare domestico, figlia di Kronos e Rea. Prima dei pasti le si offrivano sacrifici a protezione della casa.

 

HYGIEIA: dea della salute, figlia di Asclepio. Come per il padre suo attributo è il serpente che lei offre in una bacinella.

 

HYPNOS: deo del sonno, figlio di Nyx, fratello di Thanatos. Suoi attributi il papavero e il corno da cui versa il sonno.

 

IAKCHOS: giovane demone dei misteri Eleusini, il suo nome deriva dal grido di giubilo elevato durane le processioni, Iakche. Figlio di Demetra ma anche di Persefone, anche Zagreo resuscitato.

 

IDRA: creatura mostruosa dalle molte teste, abitava il lago di Lerna, allevata da Era per contrastare Eracle, ma questi alla fine la uccide.

 

IMENE: deo delle nozze, Figlio di Dioniso e Afrodite, ma anche di Apollo e di una Musa. Suoi attributi la Torcia Nuziale e la Ghirlanda, indispensabili per celebrare le nozze.

 

INO: figlia di Cadmo, re di Fenicia, la sua fuga dallo sposo Atamante finisce con un tuffo in mare dove viene accolta dalle Nereidi e divinizzata con il nome di Leucotea.

 

IO: figlia del re di Argos, Inaco; sacerdotessa di Era da lei scoperta ad amoreggiare con Zeus il quale la trasforma in vacca per nasconderla alla consorte. Data in custodia ad Argo erra senza posa fino all’arrivo in Egitto dove ritorna in forma umana e partorisce Epafo. Le popolazioni del delta la identificano con la dea egizia Iside.

 

IPPOCRATE: il più rinomato allievo di Asclepio, fonda ad Epidauro un santuario che diviene un lazzaretto e al tempo stesso un luogo santo in cui avvengono miracoli di guarigione, come per noi oggi e Lourdes. Qui si praticava l’Incubazione, la guarigione nel sonno, durante il quale i fedeli percepivano la materiale assistenza del deo guaritore Asclepio e la sua pietosa vicinanza.

 

IRIDE: arcobaleno, sorella delle Arpie, vergine messaggera degli déi agli ordini di Zeus ed Era. Va nel Tartaro da Stige a prendere l’acqua utilizzata per i sacri giuramenti degli déi.

 

ISSIONIE: re dei Lapiti, uccide il suocero Deioneo che reclama i doni nuziali per il matrimonio della figlia; Zeus non lo punisce anzi lo perdona e lo eleva all’Olimpo, qui però Issione tenta di fare violenza a Era e allora viene legato mani e piedi ad una ruota e costretto a girare per l’eternità nelle profondità degli Inferi. Un altro mito narra che Issione, giace con Nefele, una nube con le sembianze di Era formata da Zeus e da questa unione nascono i Centauri.

 

KABIRI: figli di Efesto per i misteri Orfici, in origine divinità orientali della vegetazione, adorati in coppie e a volte identificati con i Dioscuri.


facebook
instagram