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NUTELLA

IN PARADISO

 

(una storia vera)

 

 

Faceva parte di una nidiata di ben dodici tremolanti, rosei, morbidi, teneri, quasi amorevoli, piccoli topini. Era venuto al mondo tra trucioli di legno e semi di miglio, in uno scantinato umido al punto giusto, pieno di gabbie con mille varietà di uccelli prigionieri che gli cantavano il buon risveglio al mattino e la buona notte alla sera quando, dopo l’ennesima estenuante poppata, in lotta e in competizione con gli altri undici fratelli si addormentava beato al calduccio, fra la madre premurosa che li accudiva tutti come se fossero l’ultima speranza di vita e la cucciolata che si muoveva sognando pezzi di cacio su cui abbuffarsi e corde marce da rosicchiare, tutti tranne lui. La madre lo aveva chiamato Cacao a causa della sua inusitata e smisurata golosità orientata verso tutto ciò che era dolce. Il piccolo topino non gradiva infatti la dieta di cui invece i suoi fratelli andavano pazzi, avanzi di chissà quale pasto, resti di pagliericci, semi grossi e piccoli, qualche insetto e formaggio, tanto formaggio, di qualunque tipo, forma, grandezza, odore, sapore e colore potesse essere; formaggio, quanto più se ne poteva trovare, quanto più se ne poteva racimolare nelle dispense dei poveri malcapitati, che si ritrovavano la casa invasa da questa minuscola ma pestifera orda di barbari pronta ad assalire ogni cosa, ad infilarsi in ogni pertugio, ad intrufolarsi in ogni scatola, sacchetto o busta che riuscisse a raggiungere. Individuato l’obbiettivo, l’euforica masnada provvedeva a prelevare tutto quanto poteva essere trasportato al sicuro nelle tane o se le dimensioni troppo ingombranti lo rendevano proibitivo, consumava in fretta e sul posto quanto la pancia permetteva di essere ingurgitato. L’abbondante pasto sarebbe stato comodamente digerito con calma, ognuno nel proprio giaciglio con lo stomaco strapieno, contorno il momento di relax con ricordi sulla gustosa mangiata o commenti sul buon profumo di cacio odorato addentando inesorabilmente le sfortunate forme di grana o di pecorino, scovate nei reconditi nascondigli arieggiati in cui gli umani le mettevano a stagionare credendole al sicuro da tutto e da tutti. Certo anche Cacao in mancanza di torte o merendine mangiava groviera o taleggio, troppo spesso la sua dolce golosità lo aveva portato a saltare pranzi o cene e così si era ritrovato più di una volta ad accontentarsi di formaggio e paglia sognando gianduiotti e baci perugina e nei momenti di maggior tristezza gastronomica ripensava ad una tavoletta di cioccolato Kinder, con più latte e meno cacao, che era riuscito ad assaggiare una sera di pioggia mentre correva a cercar rifugio dall’acquazzone. Come lui anche un bambino, sorpreso senza ombrello dal forte temporale, correva tra le pozze diretto verso una casa che lo stava aspettando calda e asciutta e nel suo saltellare zigzagando fra le pozze e le gocce, aveva perduto una confezione intera di barrette di cioccolato che erano andate a finire ad un pelo dal povero Cacao il quale, prima le aveva maledette per lo spavento procuratogli e poi, dopo aver meglio inquadrato di cosa si trattasse, le aveva addentate e se le era spolverate in un battibaleno. Era stato male per due giorni di seguito, perché per un minuscolo topino quale lui era tutta quella cioccolata anche se con più latte e meno cacao, era davvero troppa. Aveva capito la lezione ma allo stesso tempo aveva acquistato definitivamente il buon gusto del dolce ed il sapore del primo morso dato ad una di quelle sei barrette, che si era digrumato come sei semi di miglio, ancora aleggiava allettante nella sua bocca solleticandogli il palato.

 

La sua golosità particolare non era passata inosservata né ai fratelli né agli altri cuccioli che invece si rimpinzavano di tutto quanto si trovava a portata di zampa e quando la fortuna o la prodezza di qualche topo adulto lo permetteva si gettavano sul formaggio come dei bambini avrebbero fatto in una piscina piena di panna. Fu per questo che alla lunga, gli altri topini presero a canzonarlo per questa suo particolare appetito rivolto verso tutto ciò che era dolce, chi lo chiamava Topella Motta, chi Tanti Topi Perugina, Giantopotto, Magnum Tople e così via. Gli appellativi per il povero Cacao si sprecavano ma lui appena sentiva nell’aria il buon odore del cioccolato non riusciva a resistere e si gettava trotterellando alla ricerca dell’origine di tanto profumo. Ma un bel giorno ebbe la sua rivincita. Era un bel mattino di fine ottobre, quando il sole gratifica gli ultimi coraggiosi con qualche sprazzo di caldi raggi in mezzo al freddo dell’autunno che se ne sta andando a finire dritto dritto dentro all’inverno, Cacao stava rincasando dopo un nottata di infruttifere ricerche gastronomiche e già si vedeva a tavola con tutti i suoi fratelli a consumare qualche seme, magari delle croste ritrovate intorno ai cassonetti della nettezza, bucce di frutta varia ed altre prelibatezze del genere che per gli altri rappresentavano una vera e propria ricercatezza, una golosità a dirla tutta, mentre per il nostro topo cioccolatista altro non erano se non soltanto una magra, anzi magrissima consolazione; sconsolo e rassegnato era giunto alla finestra, attraverso i cui spifferi si sarebbe calato nello stanzone che ospitava la sua allegra e numerosa famigliola, quando d’un tratto lo vide. Era adagiato su di un fianco, colpito a morte nella parte superiore ma praticamente intatto da metà in giù, la sua essenza lo stava abbandonando lentamente scivolando tra le pietre del marciapiede che degradava ripidamente verso la piazza principale del paese, un rivolo lungo e scuro che si insinuava fra pietra e pietra e correva veloce verso il niente. Lo riconobbe immediatamente, appetitoso come se lo era mille e mille volte immaginato passando davanti alla vetrina del bar, dove se ne era innamorato vedendolo ritratto in una foto pubblicitaria, un inconfondibile Magnum Double Chocolate con doppia copertura di cioccolato inframmezzata da un succulento strato di crema mou, infine racchiuso dentro questa dolce corazza un cuore di crema al cacao con minuscoli granuli di cioccolata, roba da ultimo desiderio. Si guardò intorno furtivo, non si soffermò nemmeno a pensare a chi poteva aver mangiato un gelato così presto di mattina e soprattutto a chi poteva aver gettato o lasciato cadere una prelibatezza del genere, assestò un colpo deciso con i robusti incisivi infilandoli nel legno dello stecco e sollevandolo leggermente da terrà lo portò via con se infilandosi in un pertugio fra i mattoni e l’imbotte della finestra attento a non perderne nemmeno una goccia, mentre invece il gelato si stava sciogliendo inesorabilmente. Entrò nello scantinato e si avviò velocemente verso il rifugio della sua famigliola, li trovò tutti intorno ad una serie di quelle che lui avrebbe definito “digeribili schifezze” e tutti si voltarono a guardarlo sorpresi ed increduli di ciò che aveva avuto il coraggio di portare a casa. Cacao ne fece assaggiare un po’ a tutti i fratelli, una slinguatina per uno e poi si mise comodamente seduto nel suo angolino preferito a gustarsi lentamente quella delizia mentre gli altri continuavano a osservarlo ma stavolta con gli occhi sgranati dalla dolce visione e le lingue penzoloni a strusciare inconsolabili le bocche agognanti che gridavano silenziosamente e senza ritegno “Slurp”. Cacao terminò il suo golosissimo pranzo, si preparò un giaciglio per trascorrere il sano riposo giornaliero e si addormentò con un sorriso beato sul musetto e delle belle macchie di cioccolato sparse sulle zampette e su tutto il rotondo corpicino. Da quel giorno nessuno osò più prenderlo in giro per la sua incontenibile, zuccherosa, dolce golosità.

 

Come per tutti i cuccioli, di qualsiasi genere essi fossero, uccelli, pesci, gatti, cani e topi; come per i suoi fratelli, tutti e undici nessuno escluso, anche per Cacao la dura legge della natura volle che una volta divenuto autosufficiente, abbandonasse il nido natio. Quell’ambiente familiare e conosciuto in cui era venuto al mondo ed era stato amorevolmente allattato, curato e svezzato da Mamma Topa, quell’incrocio di cunicoli stretti, di buchi nei muri, di corse nei tubi e di angoli comodi in cui addormentarsi a pancia piena sul pagliericcio, quel luogo che aveva rappresentato per lui un rifugio sicuro adesso non gli apparteneva più. Così con il suo modesto bagaglio legato stretto alla punta di uno stuzzicadenti che portava in spalla se ne andò, dispiaciuto per il distacco ma allo stesso tempo fremente di curiosità per il futuro che lo stava aspettando, nuova casa, nuova vita, nuove avventure, sognando dolci a volontà. Salì lungo le grondaie e ridiscese per i muri si, infilò in anfratti e ne risbucò fuori mentre col suo musetto tremolante annusava a destra e a manca, lasciandosi indirizzare dal suo fiuto verso quella che sarebbe divenuta la sua nuova casa. Sali, scendi, gira e rigira, in breve tempo si ritrovò in una soffitta, calda e accogliente e visto che il freddo aveva già fatto capolino, pensò bene di costruire il suo giaciglio proprio sotto al tubo dell’acqua calda in questo modo anche senza il tepore dei ,fratelli avrebbe potuto addormentarsi ugualmente al calduccio. Girovagò per tutta la soffitta alla ricerca di spaghi, pelucchi, legnetti e quanto altro gli potesse servire per la costruzione del suo letto e finalmente dopo ore e ore di frenetica ricerca e laborioso impegno la sua “suite” era pronta. Si addormentò tanto era stanco, senza pensare al mangiare, vuoi per l’emozione di quel giorno speciale o vuoi per la gioia di esser riuscito a trovare un ottimo appartamentino per trascorrere tranquillo il suo inverno, insomma tanto era accaduto che dolci, gelati e zucchero non erano passati nella sua mente per tutta la giornata ma appena addormentato, con il pancino vuoto che brontolava e i dentini affilati che sembravano infilarsi in un bel dado di cioccolato fondente, la fame lo andò a trovare in sogno. Il nostro Cacao si trovava in bel prato di campagna, verde e luminoso, con il sole alto nel cielo che scaldava le sue fragili ossicine, correva e saltava sull’erba fresca fino a raggiungere un angolo di bosco imbandito per l’occasione, una lunghissima tovaglia era apparecchiata sul prato e lungo il percorso in cui Cacao si accingeva ad addentrarsi, erano disposte tutte le più prelibate leccornie di questo mondo, dolci con la panna, profiteroles giganteschi con enormi bignè ripiene di crema, gelato sfuso ai gusti di fragola, kiwi, croccantino, bacio e pinolata, torta di semolino, torte della nonna e tortini del nonno, torta sacher, dolci di frutta, fiumi di cioccolato e vassoi colmi di cioccolatini al rhum, al cocco, cremini, gianduioti, baci perugina, kinder cioccolato e menta da succhiare. Cacao era al settimo cielo percorreva scodinzolando tutta la tavola con gli occhi che gli brillavano come due piccole perle nere incastonate nella pelliccia grigia, l’acquolina in bocca e la lingua penzoloni, su e giù, su e giù prigioniero dell’indecisione, cominciare dal profiteroles o dai gianduiotti, affondare i denti nel dolce di frutta o affogarsi nella panna, così fra un indecisione e l’altra si fece mattino e il povero Cacao si destò di soprassalto con i crampi allo stomaco e il rimorso di non essersi gettato su qualche buon piatto almeno nel sogno. Stirati i piccoli muscoli e concentrata la mente sulla sua mutata situazione, il topino si mise subito in cerca di cibo, per il momento si sarebbe accontentato di qualsiasi cosa, anche del formaggio, poi a stomaco pieno e dopo aver meglio studiato e conosciuto i dintorni della nuova dimora, si sarebbe messo a caccia della sua cena preferita, cioccolato. Detto fatto dopo una breve e sommaria ispezione dei dintorni, imboccò una ripida discesa e dopo un paio di scodinzolate si infilò fra uno stipite e la porta che lo avrebbe portato in quello che, di li a poco, si sarebbe rivelato un vero e proprio paese della cuccagna. Si era introdotto in una casa, più calda e più accogliente della soffitta in cui aveva trascorso la notte e di cui presto si sarebbe dimenticato non appena avesse preso confidenza con  le comodità e l’abbondanza che quel luogo gli avrebbe potuto offrire. Eh sì, quello sì che sarebbe stato vivere. Il cibo non sarebbe mancato di sicuro, qualche avanzo caduto o un bel foro nella pattumiera avrebbero risolto tutti i problemi per desinari pranzi e cene e il resto del tempo lo avrebbe potuto impiegare a caccia di dolci. Una veloce ma meticolosa ispezione lo portò in breve a conoscenza di tutta la casa e infine, infilatosi dietro un grosso mobile, si ritrovò in un luogo che faceva proprio al caso suo, nascosto alla vista degli umani ma molto pratico per le sortite notturne e per gli attacchi in cucina, adesso era veramente a posto niente e nessuno lo avrebbe mai più smosso dalla sua nuova e sicura fortezza. Dopo un paio di giorni di routine casa e cibo mentre gironzolava indisturbato per le stanze disabitate, i padroni erano fuori per lavoro probabilmente, si rese conto che, proprio sopra la sua casa c’era la cava del cioccolato, un enorme ciotolona blu ricolma di tutti i cioccolatini più prelibati dentro la quale Cacao si mise prontamente a banchettare indisturbato, sazio e beato in quel laghetto di cioccolata. Andò avanti così per qualche altro giorno e con l’andar del tempo la golosità di Cacao faceva sì che fosse sempre più avventato nelle sortite di caccia, tanto da ritrovarsi a mangiare nella ciotola anche mentre i padroni erano in zona. Tutto andò bene fino ad una domenica pomeriggio, era una di quelle domeniche uggiose di pioggia che aveva costretto sia Cacao che i padroni di casa a rimanere rintanati fra le quattro comode e tiepide mura, stavano consumando quelle serene ore comodamente seduti in salotto, la coppia sul divano davanti alla tivù, il topino a pancia piena e al calduccio sopra il videoregistratore che con il suo monotono ronzio lo aveva presto accompagnato in un mondo di sogni beati. Tutto ad un tratto la donna lanciò un urlo che ancora nel vicinato si rammentano, tanto che tutti si affacciarono a finestre e balconi per vedere che cosa fosse mai accaduto, l’uomo ruzzolò di sotto al divano sul quale si era oramai appisolato,  con gli occhi sgranati dalla sorpresa e la mente che ancora rincorreva un pallone che sarebbe sicuramente entrato in rete, cercò di riprendersi mentre anch’egli si chiedeva cosa fosse successo. La donna gridava farfugliando parole senza senso mentre indicava Cacao tranquillamente accovacciato nel suo angolino, l’uomo resosi conto a quel punto di quanto stava accadendo, si precipitò a munirsi di scopa e si avventò sul povero Cacao che, sorpreso e sbigottito quanto lo era stato poc’anzi il padrone di casa, si tuffò dietro il mobile e corse a rifugiarsi nel suo covo. Dopo un’accurata ispezione della zona incriminata la donna trovò delle barette di kinder cioccolato rosicchiate dal topo e la stecca di fondente alle nocciole con le chiare impronte digitali e dentali del neo nemico, disperata cominciò a correre su e giù per la casa tenendosi le mani nei capelli e l’uomo dal canto suo prese a rincorrere anche le ombre cercando di schiacciarle con la scopa, insomma tanto se la presero e tanto si disperarono che il giorno seguente corsero in mesticheria a comprare l’armamentario completo per la guerra ai maledetti topastri. Esche avvelenate, trappole a scatto, trappole a gabbia, collante per topi, tric e trac, bum, botte e saette, disseminarono la casa di tutto ciò che avevano trovato, tanto da farla somigliare più a un percorso di guerra che ad una tranquilla abitazione di città  e cosa più importante fecero sparire tutta la gran delizia che era stata primo, secondo, contorno, e dessert dell’ormai non più gaudente Cacao. La ciotolona blu giaceva ribaltata sul mobile ad indicare la sua carenza di contenuto e ad agire da chiaro e fermo monito nei confronti dello sprovveduto topo il quale, inopportunamente, aveva osato approfittare di tanta generosità, certamente non diretta a lui.

 

Cacao se ne stette nascosto e rintanato nella sua tana di batuffoli e carte di caramelle per quasi due giorni, era rimasto terrificato dalla reazione dei due umani che, a parer suo, era stata anche troppo esagerata, in fondo era solo un piccolo topino, quali danni poteva mai causare una creaturina così minuta e silenziosa, non disturbava e non andava a dare noia a nessuno, aveva soltanto consumato un po’ di cioccolatini, eh mamma topa mia, che sarà mai! Ce n’erano così tanti che sarebbero bastati per lui e per loro per quasi tutto l’inverno, d’altra parte Cacao mica se la sarebbe presa se loro ne avessero mangiati senza avvertirlo o senza prima chiedere il permesso, anzi se lo avesse saputo se ne sarebbe andato in giro a cercare qualche rimasuglio di merendine o resti di gelati e glie li avrebbe portati in cambio e se lo avessero chiesto avrebbe procurato loro anche del formaggio. Invece niente, urla, sbraiti, corse e scope in testa, ecco che cosa gli avevano riservato, ecco l’allegra accoglienza di quella casa ma alla prima occasione se ne sarebbe andato via da quel ritrovo di matti, avrebbe certamente trovato qualcuno che sarebbe stato ben felice di accoglierlo con se e dividere con lui un pezzo di Toblerone, anche scaduto. Mise il muso appena appena fuori dal mobile, fiutando anche la pur minima traccia della eventuale possibile presenza di quei due strampalati padroni di casa, con piccoli e silenziosi passettini sbucò fuori dal rifugio per affacciarsi nella stanza silenziosa che l’accolse fredda e inospitale. Guardingo come non mai cominciò a ispezionare i dintorni del suo covo, meravigliandosi del fatto che tutti i segnali da lui disseminati in giro erano stati spazzati via, non c’era il suo odore sulle pareti, non c’erano i suoi escrementi qua e là per le stanze, anzi per la stanza, perché a parte il soggiorno e l’ingresso tutte le altre porte erano state chiuse, sigillate sprangate, vietato l’ingresso, vietato l’accesso, stop, alt, fermi. Si sentì improvvisamente in trappola e cominciò a correre lungo le pareti annusando, salì sui divani, anch’essi ormai ripuliti dai sui onorevoli residui, guardò ovunque nella speranza di trovare una traccia, un segnale, qualcosa che gli indicasse lo stato della situazione e infine lo trovò proprio nell’assenza di indizi, nell’assenza di tracce, tutto svanito scomparso. Fu colto da un terribile spavento quando vide la ciotola blu rovesciata sopra il mobile, cercò di sollevarla con le sue forze di topolino e ci riuscì quel tanto che fu sufficiente per rendersi conto che anche lì sotto c’era il vuoto. Si mise a correre di nuovo per tutta la porzione di casa che gli era rimasta in possesso, così da poter effettuare un ulteriore e più accurato controllo e finalmente trovò qualcosa, era un quadrato di cartone di venti centimetri di lato con in mezzo un bel morso di gianduiotto, quello con dentro le nocciole sbriciolate, che lo salutava allegramente e sembrava chiamarlo con un lieve profumo, attraente come il canto delle sirene e giusto quando stava per poggiare la zampina sopra il cartone sentì, nascosto sotto il buon odore di cioccolato, un olezzo acido che gli strizzò la gola per un attimo e solo allora si rese conto che il cartone era completamente cosparso di uno strano materiale semiliquido tutt’altro che attraente. Non era solo la sua rinomata golosità che in quel momento gridava di desiderio, erano due giorni oramai che non mangiava e anche il suo stomachino stava lamentandosi per la fame, la situazione nuova e preoccupante l’aveva momentaneamente distratto dalle necessità del suo piccolo ma  pur sempre bisognoso corpicino,  dopo aver visto quel pezzo di cioccolatino invitante e saporito il suo stomaco aveva preso per un attimo il sopravvento sulla ragione e il comando della situazione ma proprio quando la zampina si stava per poggiare sul cartone, la mente riprese il timone chiedendosi come mai quel bocconcino prelibato fosse là e cos’era quella roba maleodorante tutta intorno? Fu per questo che premette lievemente la punta del più piccolo dei suoi diti sul liquido e la risposta alle sue domande fu trovat, era colla. Cosa  diamine ci faceva della colla tutta intorno al cioccolatino, che strana invenzione era mai quella, chissà gli umani cosa credevano di fare con quell’acchiappacitrulli, lui non si sarebbe mai sognato di farci nemmeno cadere l’ultimo dei suoi peli su quell’affare appiccicoso, figuriamoci se vi avrebbe mai posato una delle sue zampine. Così si allontanò melanconicamente da quel delizioso boccone, certo ed era vero, di essere scampato a un qualche strano tranello sicuramente preparato per lui da quei due strambi degli umani. A questo punto la nuova situazione era ben delineata, il suo campo di azione si era notevolmente ridotto visto che poteva spaziare a suo piacimento solo nel soggiorno e nell’ingresso, le vie di uscita a terra erano bloccate e le finestre erano troppo alte per cui non gli rimaneva che attendere il momento opportuno e scapparsene proprio dall’ingresso principale, forse sgattaiolandosela, brrrr… che brutta parola per un topo, tra le gambe dei padroni di casa. Decise allora di rifugiarsi di nuovo dietro al mobile dove vi avrebbe trascorso la notte per fare invece buona guardia alla porta durante il giorno, in attesa che l’uomo o la donna uscissero o entrassero, a quel punto avrebbe cercato altrove un rifugio meno pericoloso di quello in cui si era andato ad infilare. Ah, pensare che per i primi tempi era stato tutto così paradisiaco, calduccio, bon bon, mentine ahh che delizia. A proposito l’ora di pranzo era passata da un bel pezzo e lui aveva addirittura dovuto rinunciare alla cioccolata onde evitare di rimanere incollato su quella specie di trappola di cartone, era proprio arrivato il momento di cercare qualcosa da mangiare, sì ma dove? La cucina era off limits, la ciotolona blu era stata svuotata di tutte le sue bontà ed il suo pancino reclamava a più non posso. Prese di nuovo a fare il giro dei possedimenti, certo a quel punto di accontentarsi di ben poco, magari anche di un filo ma che fosse almeno di lana o di cotone e non il solito acrilico, indigesto e insapore. Fu a questo punto che, gira che ti rigira, si trovò davanti ad un sacchettino dall’aspetto anonimo ma dal profumo gradevole e invitante, protese il suo nasino verso quella bustina verde per riconoscerne i sapori più nascosti e dopo essersi convinto della commestibilità di ciò che gli si era parato davanti addentò l’immobile preda e finalmente placò la sua smisurata fame. Non si chiese come mai quel bocconcino ghiotto fosse rimasto alla sua portata, come mai dopo aver fatto sparire ogni pietanza tranne la trappola al cioccolato, dopo aver ripulito tutto con acque e saponi, dopo aver sprangato ogni via di uscita, avessero lasciato qualcosa da mangiare per lui. Forse la stanchezza, forse lo stress, forse la fame ma Cacao non si fece domande, ne prima di mangiare ne dopo aver mangiato, si rintanò nel rifugio, dove ancora le carte di caramella profumavano l’ambiente e si addormentò con il sorriso sul musetto, pronto appena sveglio a tentare la sortita e fuggire lontano da lì. Dopo, sì dopo se ne sarebbe andato, sarebbe scappato via e avrebbe cercato un posto pieno di torte e gelati, si sarebbe fatto una scorpacciata memorabile e poi avrebbe cercato una nuova casa dove finire di trascorre l’inverno ormai alle porte. Chiaramente non fece mai tutto questo, non fece scorpacciate fughe e nuove tane, non fece niente di tutto ciò perché Cacao non si risvegliò più, o meglio non si risvegliò da questo lato del mondo.

 

Il risveglio dall’altro lato del mondo fu veramente paradiasiaco. Non aveva ancora aperto gli occhi ma già le sue narici avevano ricevuto il buongiorno, odorava intorno a sé profumi lievi e vellutati che lo cullavano e lo coccolavano mentre suoni melodiosi accompagnavano come dolci nenie il suo dondolante e lento riapparire alla luce. Si ricordava di essersi addormentato alle soglie dell’inverno in una inospitale casa di città, nascosto dietro la mobilia e pronto alla fuga da un momento all’altro. Ricordava il buio e il freddo che si sentiva arrivare da fuori e confrontava, ancora con gli occhi chiusi, le soavi melodie che udiva ed il tepore che provava mentre ancora si rotolava nella sua morbida e comoda tana di cotone che chissà da dove era sbucata fuori durante la notte e quei profumi così inebrianti e primaverili stonavano con gli ultimi ricordi che gli sobbalzavano nella memoria. Stabilì che stava ancora sognando e formulata quell’affermazione decise di crogiolarsi ancora un po’ in quel comodo giaciglio che anche se era solo un sogno era talmente confortevole che valeva la pena di dormire ancora e di gustarsi appieno tanto inatteso benessere. Giunto che fu al termine dei beati sonni decise che era arrivato il momento di aprire gli occhietti e darsi da fare, fuggire da quella casa era il primo passo da compiere e non era più tempo di indugiare e dopo essersi dato del pelandrone si decise finalmente ad aprire gli occhietti. Meraviglia delle meraviglie tutto intorno a lui era cambiato, erano spariti i mobili, di più era sparita la stanza, più ancora era sparita la casa e tutta la città che le stava intorno. Davanti a se una infinita distesa verde punteggiata di fiori, con uccellini che cinguettavano e farfalle che svolazzavano e ovunque topi, topi di tutte le forme e le dimensioni, di tutti e colori e le varianti di pelo e tutti che si gettavano allegramente in vasche piene di… piene di… di… formaggio? Formaggio, intorno a lui forme, tranci, fette, appese agli alberi come frutta e esplose da terra come funghi, con forme, colori, sapori, odori mai visti e conosciuti, molli, secchi, stagionati, freschi, aromatizzati, senza crosta, qualità e quantità inimmaginabili, in una distesa che finiva dove l’occhio la poteva accompagnare e chissà cosa c’era oltre. Cacao rimase sbigottito, prese a pizzicarsi la pancia e il musetto, a tirarsi le orecchie e i baffi, a mordersi la coda ma tutto ciò che faceva lo portava ad una sola ed unica risposta, non era un sogno. Il suo sbigottimento aumentava di minuto in minuto, più si guardava intorno e più rimaneva sconcertato dalle meraviglie che gli si presentavano dinanzi e non riusciva ancora a credere ai propri occhi. A bocca aperta e con la lingua penzoloni, divenne il bersaglio di un topo giocherellone che passandogli davanti si divertì ad infilargli un bel pezzo di cacio fra i denti e se ne passò via sghignazzando, Cacao rimase pietrificato e ancora incredulo seguì i balzelli del topo fino a che questi se ne tornò indietro chiedendogli come mai rimanesse li stecchito come un baccalà, invece di andare a divertirsi come tutti quanti e a sgranocchiarsi una bella forma di grana o un bel pezzo di pecorino. Cacao si tolse il formaggio di bocca e sentendosi un po’ sciocco e un po’ imbarazzato chiese all’allegro compagno dove mai fossero finiti e cosa fosse tutta quell’abbondanza di formaggio, sembrava quasi di essere nel paradiso dei topi. L’altro lo guardò un po’ sorpreso poi si rese conto che probabilmente il compagno, che se ne stava lì allibito, era nuovo del posto ed allora gli confermò che effettivamente erano proprio in paradiso, eh sì il paradiso dei topi in tutta la sua fragrante, profumata, formaggiosità. Cacao era passato a miglior vita e quella sarebbe stata la sua allegra e nutriente dimora per il resto dei tempi.

 

Ne aveva sentito parlare spesso ma non ci aveva mai veramente creduto, la mamma più volte gli aveva rammentato di essere un bravo topino per guadagnarsi il paradiso e lui aveva sempre pensato che fosse solo un tranello per tenere buono lui e tutti i suoi fratelli, un paradiso dei topi tutto groviera e grana dove le bianche e candide anime dei topini più meritevoli scavavano gallerie di formaggio da una forma all’altra ma sì e chi ci avrebbe mai creduto? Eppure non era mai stato particolarmente buono da meritarsi il paradiso ma in fondo non era nemmeno stato particolarmente cattivo da non meritarselo e forse la sua estrema golosità era stata perdonata anche grazie agli ultimi tristi giorni passati nascosto, al riparo dalla furia dei padroni della casa in cui lui si era innocentemente ritrovato. Somme e sottrazioni non erano mai state il suo forte però, in conclusione dei suoi calcoli, giunse a stabilire che alla fine la realtà di fatto confermava quello che per lui aveva avuto valore nella sua vita precedente, cioè che in fondo in fondo non era stato poi così cattivo da non meritarsi la pace e l’abbondanza in cui si era ritrovato e a dire il vero si era sempre pentito delle marachelle combinate a mamma Topa o ai topi suoi fratelli. Cominciò così a girovagare sul prato fiorito disseminato di infinite qualità di formaggio e passeggiando spelluzzicava qua e là piccoli morsi di cacio, assaggiando e assaporando le specialità del luogo, un po’ di grana, un morso di groviera svizzero e poi uno di olandese, robiola, edamer, mozzarella, tomino e poi e poi e poi… ancora e ancora da non poterne davvero più da riempirsi prima la pancia e dopo anche gli occhi. Giocava,  camminava e mangiava; rosicchiava, chiaccherava e passeggiava; saltellava salutava e si abbuffava. Dopo tanta abbondanza, immerso ormai appieno in quel paese delle delizie, dopo un pezzo di pecorino sardo, fra il gorgonzola e la feta ebbe un attimo di melanconia e gli ritornò a mente il dolce sapore del cioccolato, la cremosità dei gelati, la polposità dei canditi e la spumosità della panna ma soprattutto provò un brivido di desiderio ricordando il sapore delizioso di un bel Magnum double al cioccolato o meglio ancora al caramello. Beh, cosa c’era da preoccuparsi, era o no nel paradiso sicuramente avrebbe trovato ciò che cercava, bastava guardarsi meglio intorno, cercare o chiedere. Si mise allora a scorrazzare in lungo e in largo per il prato chiedendo a chiunque informazioni ma i più lo guardavano stupiti, altri non capivano perché mai cercasse dei dolci con tutto quel buon formaggio a disposizione e lo canzonavano sonoramente, altro che paradiso, qui c’era solo formaggio, buoni sì ma che già gli sbucava dagli occhi e dalle orecchie tanto ne aveva mangiato, no questo paradiso da topi non faceva al caso suo. Il paradiso per lui si era trasformato ben presto in un vero e proprio inferno. Si fermò all’ombra di una quercia, tra forme di cacio e topi saltellanti di gioia e ripensò ai primi momenti, quelli durante i quali aveva ben pensato di essersi meritato ciò che aveva davanti, eh sì, non era stato poi così cattivo ma si vede che non era stato poi nemmeno così buono, altrimenti sarebbe finito in un paradiso su misura per lui, poi un ratto di grossa taglia si fermò a chiedergli cosa avesse e perché non fosse gioioso come tutti, Cacao gli spiegò la sua situazione e il ratto dopo essersi fatto una sonora risata canzonatoria gli disse mentre ancora continuava a sghignazzare, che oltre le colline vi erano altri paradisi e che spesso altri animali o addirittura uomini a volte andavano e venivano da un paradiso all’altro, se avesse cercato avrebbe sicuramente trovato quello che faceva per lui. Rasserenato da questa scoperta e rinfrancato nelle speranze si mise alfine in cammino alla ricerca del paradiso dei golosi.

 

Ne vide allora di luoghi strani e divertenti, trovò il paradiso degli elefanti, dove chiaramente i topi non erano ben accetti, passò molto vicino al paradiso dei gatti ma non osò avvicinarsi, neppure quanto bastava per vedere di cosa si trattasse, rimase così con il dubbio che quel paradiso fosse in fin dei conti l’inferno dei topi e che in un posto solo avessero riunito i gatti beati ed i topi dannati. Fu solo dopo il paradiso delle scimmie in cui era stato costretto a districarsi in una selva di bucce di banana e quello dei cani, dove gli parve di vedere un povero micio rincorso da un branco di randagi ululanti che gli fece tornare a mente il suo concetto di paradiso dei gatti, che riuscì a scovare il paradiso degli umani. A differenza di tutti quelli che aveva attraversato fino a quel momento non ricordava affatto alcun ambiente della terra, era una distesa di batuffoli di nuvola su cui la gente se ne stava placidamente chi a riposare, chi a fare musica, chi a parlare, a discutere o solo ad ascoltare, ognuno insomma poteva dedicarsi ciò che della vita gli era maggiormente piaciuto. C’erano donne che danzavano e uomini che cantavano in allegri gruppi, bambini che scorrazzavano fra risa e schiamazzi e nonni che si beavano nel vederli giocare. Addentrandosi tra tanta pace e tranquillità scoprì luoghi davvero interessanti, c’erano immense sale da ballo dove innumerevoli coppie danzavano i più svariati ritmi, dalla rumba al rock’n’roll, grandissimi stadi dove venivano giocate interminabili partite di calcio e lunghissime piste dove abili sciatori zigzagavano sollevando spruzzi di neve paradisiaca, illimitati laghi di aranciata dove bambini si tuffavano e nuotavano allegramente e in fondo dietro alla montagna di mattoncini lego finalmente lo vide, uno sterminato mare di cioccolata. I suoi occhi non credevano a tanta grazia che gli si era parata dinanzi a soddisfazione dei suoi ambiti desideri, corse a più non posso e appena fu sulla riva di quell’oceano dolce, si tuffò immergendosi nel liquido denso e marrone in cui poté piacevolmente nuotare fino a giungere ad una spiaggia di cioccolato bianco vicino a degli scogli di Toblerone con le nocciole, ottime da rosicchiare. Sul dorso, a farfalla, a rana in puro stile topolibero, nuotava e si riempiva la bocca di quella essenza così deliziosa e poi si distendeva sulla polvere di cacao ad abbronzarsi proprio come un topo marinaro. Era proprio convinto di aver finalmente trovato il suo paradiso ma così invece non era. Per quanto poteva aver verificato quel lido marinaresco di cioccolata era frequentato quasi esclusivamente da femmine della razza umana e questo era talmente irrilevante per lui quanto invece divenne fastidioso prima e insopportabile poi per le golose abitanti della spiaggia. Intorno a lui si formò un via vai di curiose e indispettite facce sporche di cioccolata, le meno importune si limitavano a guardarlo, lasciandosi disegnare sui volti un campionario di smorfie disgustate vario e sorprendentemente divertente, quelle invece che non riuscivano per niente a sopportare la presenza di un topo nel loro paradiso personale, non si limitavano certo ad osservarlo ma lasciavano ben intendere con inopportune esclamazioni o con indici esclamativi ed interrogativi puntati verso l’impaurito musetto di Cacao, qualcuna addirittura mentre passeggiava disinvolta intorno al topo disteso ad accioccolatarsi lasciava che un po’ di polvere di cacao si alzasse controvento in modo, se possibile, da infastidire il nostro amico e portarlo alla sofferta decisione di andarsene da qualche altra parte. Certo non erano atteggiamenti da paradiso ma d’altra parte Cacao era un abusivo ed ebbe la bontà e la razionalità di comprendere che quel paradiso non era stato certo creato per lui. Immensamente triste e infinitamente sconsolato dette un ultima leccata ad un onda ed una buona rosicchiata ad uno scoglio, poi mogio mogio decise che sarebbe stato meglio per tutti che lui se ne fosse tornato tra i fiori e il groviera del paradiso dei topi. Riprese mestamente il suo cammino percorrendo a ritroso tutti i mondi che aveva già visitato e giunto che fu al paradiso dei gatti, vuoi per la paura vuoi per la disattenzione girò a destra invece che a sinistra, prima di quello delle tartarughe o forse andò diritto invece di curvare dopo quello dei pesci rossi, insomma fatto sta che a un certo punto non seppe più orientarsi e cominciò a chiedere a destra e a manca informazioni per ritrovare l’eden in cui per lo meno il cacio non gli sarebbe mai mancato, magari ogni tanto imparando meglio la strada si sarebbe fatto un viaggetto fino al mare di cioccolata e se ne sarebbe rimasto giusto il tempo di un paio di tuffi dagli scogli di toblerone. Rinfrancato da questa decisione e preoccupato invece per aver smarrito completamente la strada si ritrovò ai bordi di una piatta ed estesa vallata, era uno dei pochi luoghi da lui attraversati che gli era apparso, a prima vista, quasi completamente disabitato, vide due umani lontano all’orizzonte, c’erano degli orsi, vide farfalle, api e procioni, un gruppo di bambini e bambine e poi quasi non rendendosi conto di come potesse non averlo ancora visto, fermò il suo sguardo su quell’immenso, altissimo, gigantesco vasetto di Nutella che si trovava esattamente al centro della vallata. Non credeva ai suoi occhi ma la sua gola lo guidò e la sua pancia dette il carburante per le sue gambe che non ebbero certo bisogno di pensarci due volte, in un battibaleno arrivò alle pendici del vasetto e ancora stava pensando a come fare che già lo aveva scalato e si stava per tuffare beato, quando i suoi occhi furono catturati da una visione, potremmo dire appropriatamente, paradisiaca. Due nerissimi occhietti a spillo, un nasino fine ed aguzzo con ai lati due lunghissime paia di fluenti baffetti e più in basso un sorriso che mostrava dei candidi incisivi pronti a mordere amorevolmente. Quei due occhietti lo stavano guardando interessati almeno quanto i suoi guardavano sorpresi la dolce visione di quella graziosissima ed elegante topina che sedeva comodamente sul bordo del vasetto, con una zampina immersa nella Nutella a disegnare ghirigori senza fine prima di raccogliere un po’ di quel nettare e portarselo voluttosamente alla bocca. Il povero Cacao rischiò di finire a capofitto nella cioccolata ma si riprese in tempo per formulare imbarazzatissimo una semplice ingenua frase di circostanza, si presentò e le chiese il nome, le raccontò di come lui fosse finito in quel gustoso paradiso e lasciò che lei gli raccontasse le sue avventure che erano almeno altrettanto emozionanti. Si chiamava Pralina ed era la più deliziosa, carina, dolce, soffice topina che lui avesse mai incontrato, non era rimasto un granché nel paradiso dei topi ma non era rimasto attratto da nessuna delle sua abitanti e nella sua vita precedente non aveva mai incontrato due occhi così profondi, una voce altrettanto suadente ed un animo gentile e sensibile quale quello di Pralina. Cacao e Pralina cominciarono a lasciar trascorrere il tempo, che in paradiso non esiste, fra due parole e una stretta di zampa, una scorpacciata ed un po’ di meritato rilassamento, persi l’uno negli occhietti vispi dell’altra, finalmente entrambi felici di aver trovato il paradiso dei paradisi, l’eden dei cuori gentili e golosi uniti per l’eternità in un oceano di Nutella.

 

LE FANTASIE DI STEO