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MANOLETE

TORO

BRAVO

 

 

 

 

 

Steo


 

 

 

Non vi fate ingannare dalle prime pagine, questo è un racconto per tipi tosti!

 

 

Era un bellissimo giorno d’estate, il sole del mattino brillava allegro nel cielo irradiando luce e calore sulla campagna, già invasa dal ripetitivo, insistente, estenuante frinire delle cicale. Un frastuono assordante capace di sovrastare ogni altro rumore tranne il sonoro, dolce, vario, cinguettare estivo. Gli uccellini colorati dei gialli, dei rossi e di tenui marroni, saltellanti sulle verdi chiome delle querce, degli olivi e dei fragranti aranci, intonavano allegri canti cercandosi fra simili e mettendo in guardia gli estranei che si sarebbero potuti avvicinare ai loro nidi stracolmi di pigolanti e affamati batuffoli di piume. Piccoli di ogni specie con il becco spalancato in attesa di cibo faticosamente recuperato dagli instancabili geniTori, pigiati gli uni accanto agli altri in uno stretto nido a sbattere invano le alucce ancora prive di quelle penne che di lì a poco sarebbero state capaci di farli alzare in volo a sfiorare l'azzurro limpido e fragrante dei cieli della Meseta. I multicolori fiori spandevano in aria profumi fragranti, mescolando i vari aromi in una miscela pronta a pizzicarti le narici, invadendole e sconvolgendole con la frizzante forza della natura. Tutto intorno nei verdi prati alternati a campi e a brulle scarpate, gli animali si preparavano ad attendere alle faccende che li avrebbero tenuti occupati per l'intera giornata, ad ognuno la propria caccia a tutti buon cibo e riposo. Lepri, conigli e volpi avrebbero corso e saltato tutto il tempo. Le pecore, i montoni e le vacche avrebbero brucato impassibili l'erba fresca e masticato con più vigore il fieno e le sterpaglie sparse per la campagna. Insomma chi saltava di qua, chi correva a perdifiato di là, la giornata si stava animando della quieta febbrile vita all'aria aperta. Così! Ecco proprio così avrebbe desiderato fosse stato il giorno in cui era venuto al mondo, un giorno di sole, di baldoria, di campane al vento e di felicità. Gli sarebbe proprio piaciuto che il suo arrivo avesse rallegrato un aria già festosa, portando nuova gioia in mezzo a tanta vivace vitalità. Così lo avrebbe sognato e negli ultimi tempi più volte si sarebbe ritrovato a pensare che se così fosse realmente accaduto forse, diciamo forse, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega. Forse avrebbe avuto una vita placida e noiosa, non ci sarebbero state emozionanti avventure, niente scoppiettanti sorprese e magari anche niente subdoli inganni. Forse sarebbe stata una vita insipida, insulsa, sconosciuta e senza fama ma in quel caso sarebbe stata anche senza dolore. Ma in fondo quella era stata la sua vita ed era riuscito comunque a vincerla, a vincere tutto e tutti e ad arrivare fino in fondo, fino a quell'ultimo furente sbuffo di narici che ancora ricordava con un po' di sgomento ma anche con tanta fervente, compiaciuta emozione. Ma cominciamo dall’inizio, da quel giorno che avrebbe potuto essere di sole, ma che tale in realtà non era affatto stato.

 

 

Nonostante fosse estate, quel giorno sarebbe stato certamente ricordato come il più piovoso di tutta la stagione. La giovenca arrancava insicura sulle quattro zampe che, sotto il peso dell'avanzata gravidanza, affondavano nella terra zuppa d’acqua. Ormai intorno era solo un enorme pantano in cui affondare fino al ventre, gonfio della maternità che stava finalmente per dare i suoi frutti. Vicino a sé la mandria. Alcune compagne portavano come lei quel pesante ma dolce fardello, altre avevano già parTorito e allattavano i loro vitellini che, tra una succhiata e l'altra giocavano a saltare e a nascondersi, un po' timorosi ma a volte anche beffardi, tra le zampe delle pazienti madri. Riparati tra le rosee mammelle, a proteggersi dalla pioggia e da quel freddo improvviso portato dai neri nuvoloni provenienti dal nord, soffiati da un improvviso e inaspettato vento gelido che spazzava la Meseta dall’atlantico fino alla Sierra Morena.

 

Carmen, questo era il nome della povera mucca che, insicura sulle proprie zampe, cercava di avvicinarsi a quell’unico rachitico albero all’interno del recinto per trovarvi un minimo di riparo, un appoggio per la sua stanca schiena e un po' di solida terra che le alleviasse la fatica del trascinarsi faticosamente in mezzo a quell’acquitrino. Lontano Felipe de Leon, compagno della sfinita Carmen e futuro padre, osservava la scena da dietro quella fastidiosa staccionata divisoria, messa per isolare i Tori dalle mucche. Trepidante per l’attesa e così nervoso che se anche avesse saputo cosa fare non sarebbe riuscito a combinare un bel niente, trotterellava su e giù, sgraziatamente come solo lui poteva fare. Con quella zampa un po' più corta, inerme vittima di un rocambolesco e sfortunato incidente che gli aveva impedito di intraprendere la carriera a lungo agognata, allora e per tutta la vita, quella di Toro Bravo, Toro da Arena, Toro da Corrida. Ricordava con una punta di melanconia, sognava, sperava e trotterellava senza guardare davanti a se travolgendo tutto e tutti, lo sguardo fisso verso la sua cara compagna oltre quella seccante cancellata. D'altronde era la sua prima paternità e questo lo scusava di ogni follia che avesse potuto commettere e naturalmente di ogni sciocco pensiero. Come tutti i padri avrebbe infatti accolto con amore la nascita di una deliziosa, muggente e rosea mucchina, ma come va sempre a finire in questi casi, in fondo al suo cuore sognava la nascita di un forte, nero e potente Torello. Un valoroso capace di portare a termine le gesta che lui non era riuscito a compiere. Sognava un Torello che avrebbe danzato nell'Arena come lui non era riuscito a fare, dove lui a causa di quell'amata zampa balorda, non era stato destinato ad arrivare.

 

Per fortuna c’erano le altre mucche a dare una zampa alla povera Carmen. Più il momento della nascita si avvicinava più tutto si faceva sempre più faticoso e difficile. Anche per Carmen era la prima volta e ad ogni contrazione credeva di non riuscire a farcela. Invece resisteva fino alla successiva crudele sfiancante contrazione, in un crescendo di cui Carmen non riusciva a vedere la fine. Juanito, l’allevatore, si sarebbe fatto vedere solo a cose fatte, come sempre quando c’era bisogno di lui. Anche se non era ancora mezzogiorno era sicuramente disteso sotto un carro o in mezzo al fieno con in mano una bottiglia vuota di Tio Pepe. Le compagne intanto cercavano di farle da scudo contro il vento sferzante con i loro corpi massicci e con la loro vicinanza tentavano di darle quel calore che le mancava in quella buia giornata d’estate. Il freddo faceva sussultare il corpo di Carmen che già era attraversato da quelle terribili contrazioni. Il piccolo che teneva al caldo nella sua pancia aveva fretta di venire al mondo, lo sentiva scalciare dentro di se, lo sentiva premere verso quell’unica via di uscita che gli avrebbe permesso di venire al mondo. Da fuori il freddo la comprimeva e da dentro il calore la faceva esplodere. La natura stava combattendo contro se stessa. Gli agenti atmosferici, le forze della natura, acqua e vento, capaci di scolpire e modellare l’intero pianeta se la stavano prendendo con la povera Carmen, intralciando l’atto di amore più sublime e spettacolare, la nascita di un nuovo essere vivente. Il vento soffiava freddo ed il ventre ribolliva rovente. Dondolandosi nell’alternanza delle sensazioni; freddo, caldo, freddo, caldo, freddo e caldo, appeso a questa altalena della natura, alla fine l’evento ebbe il suo culmine e finalmente Carmen gettò in aria il suo grido di liberazione, un muggito tonante come non se ne erano mai sentiti in tutta la Spagna.

 

Dal ventre provato della povera Carmen fecero finalmente capolino due nerissime narici che trassero un profondo respiro e gettarono il loro primo sbuffo di fiato, che in quell’aria fattasi fredda dal tanto piovere, si trasformò in una calda, fumante minaccia. Sembrava quasi che il piccolo nascituro si apprestasse ad affrontare il mondo come ogni Toro è costretto a fare, come in una Corrida. Un nefasto presagio o un glorioso destino scritto per ogni vitello nato nelle pianure sterminate della Castilla La Mancha piatta campagna stesa intorno al paesotto di  Las Pedroñeras.

 

 

Poi sbucò fuori il musetto, nero almeno quanto lo erano le narici, ma allo stesso tempo delicato, quanto lo può essere il muso di ogni piccolo di ogni animale della terra. Dal più tenero come quello di un gattino o di un coniglio fino ai più temuti e feroci come quello di un leone o di una tigre. I cuccioli in fondo sono tutti uguali; piccoli, deboli, indifesi e in balia di chi li aiuterà a crescere. Come tutti i cuccioli del mondo, anche quello che stava venendo al mondo non sapeva davvero quello che lo avrebbe aspettato. Voleva solo uscire fuori e reggersi sulle proprie gambe quel tanto che gli sarebbe bastato per mettersi alla ricerca di una calda morbida e succulenta mammella a cui attaccarsi quanto prima e cominciare a succhiare il nettare della vita che solo per i primi pochi giorni vi avrebbe trovato dentro. Quel saporito e nutriente colostro che lo avrebbe fortificato nel momento di maggior bisogno, per essere poi sostituito dal normale latte materno meno ricco di sostanze nutrienti ma più buono e di cui si sarebbe cibato per almeno altri nove mesi. A quel punto si sarebbe dovuto esser già allenato a procurarsi il cibo da solo, cosa che avrebbe sicuramente imparato prima dei nove mesi ma l’istinto, il buon sapore e un pizzico di amore per la propria madre, l’avrebbe riportato sicuramente ogni tanto a cercare ancora quella dolce mammella che non si sarebbe certo rifiutata di soddisfare la sua voglia e la sua fame.

 

Da lontano Felipe continuava ad osservare la scena e appena vide uscir fuori quel musetto nero le sue speranze che fosse un bravo torellino si moltiplicarono immediatamente. Manolete, così avevano deciso che si sarebbe chiamato se fosse stato un maschio. A dire il vero Carmen avrebbe preferito una femmina, da allevare con dolcezza e a cui insegnare i segreti per una sana e tranquilla vita fra bovini e uomini. Un torellino però non sarebbe dispiaciuto nemmeno a lei, come altrettanto sarebbe stato per Felipe se fosse nata una femmina. Ma si sa, ognuno poi spera per ciò che desidera maggiormente e anche se il nome Manolete lo avevano scelto insieme, era stato Felipe a insistere che così si sarebbe dovuto chiamare. Manolete, come il famoso Torero che a metà del novecento aveva fatto battere i cuori di tutte le ragazze di Spagna calcando le più famose Arene del paese. Così il nuovo, e questa volta Toro, Manolete continuò a venir fuori da quel caldo, comodo e accogliente posto in cui si era cullato fino a quel momento, quel ventre materno in cui aveva cominciato a sognare nutrendosi delle impressioni, delle paure e delle gioie della madre. Quei racconti che Carmen pensava e ascoltava e che si tramandavano a lui, seguendo chissà quali segreti, reconditi e misteriosi cunicoli della complessa rete di legami che c’è sempre fra una madre e il suo cucciolo, già dai primi giorni nel pancione.

 

 

Quando fu chiaro che Manolete era realmente il Manolete che Felipe attendeva e che Carmen avrebbe amato come e più di se stessa, il vecchio Toro non riuscì più  a trattenere le sua già incontenibile gioia per quella nascita così cercata e così voluta da entrambi. Felipe de Leon y Salamanca y Burruchaga y Gutierrez y Barça, questo era il suo nome completo, prese a correre e scalciare per tutta la Meseta da Toledo fino a Benidorm. A vederlo da lontano appariva come un Toro impazzito di quelli che si vedono correre a Pamplona in mezzo alla folla, solo che in questo caso a spingerlo non era la paura ma la contentezza, la gioia, la vera e propria felicità. Correva di mucca in mucca, di Toro in Toro e non bastandogli si fermava anche dai muli, dai cani e rincorreva persino i conigli, che impauriti fuggivano saltando e sgambettando per le valli dintorno. Tutto questo per avvertire, avvisare, far saper al mondo intero che era arrivato, lui il primogenito di una stirpe lunga e fiera, il primo, un Torello ma che dico un Toro in corna e pelo, che avrebbe sicuramente fatto parlare di se in ogni fattoria, in ogni campagna e sopratutto in ogni Plaza de Toros. Manolete de Leon y Salamanca y Burruchaga y Gutierrez y Barça y Sevilla, questo sarebbe stato il suo appellativo, completato dalla casata della madre, Carmen de Sevilla che tanto aveva lottato per portarlo dentro di se, che tanto lo aveva accudito nel suo ventre e che tanto stava soffrendo mentre lo metteva al mondo.

 

Con un ultimo sofferente, sovrumano, anzi sovrabovino sforzo Manolete venne finalmente alla luce. Fumante del calore del ventre materno, nero, con un gran bel paio di narici ancora più nere, circondate da una finissima areola rosea, grandi orecchie nere e due profondissimi occhi neri appena evidenziati da un lieve corona bianca che li faceva sembrare ancora più scuri del buio della notte. In quel mattino di pioggia, di scure nubi e di vento si durava quasi fatica a vederlo tanto era nero nello scuro di quel giorno senza sole. I due occhietti, perché tali erano come quelli di un qualsiasi altro cucciolo di un qualsiasi altro animale feroce o docile che sia, quelle due profonde bolle nere emanavano terrore puro. Il povero Manolete si era ritrovato tutto ad un tratto fuori da quel caldo e accogliente grembo che lo aveva cullato fino a pochi attimi prima ed in cui si era tanto ben accomodato. Così bene che aveva pensato di non muoversi da lì per nessuna ragione al mondo. Invece tutto ad un tratto senza avvisi e senza essere stato interpellato era stato sbattuto fuori così all’improvviso come se quella non fosse più casa sua, fradicio, tremante e infreddolito, si era svegliato tutto ad un tratto in mezzo al mondo di fuori, impreparato a qualsiasi cosa e solo. Chiaramente, semplicemente e drammaticamente solo o per lo meno questo era quello che temeva lui. Ma, per sua fortuna e così come è naturale per ogni cucciolo che viene al mondo, così non era. L’enorme spavento che il piccolo Manolete si era preso era manifestamente ingiustificato, in quelli che al Torello sembrarono attimi infiniti ma che non furono più che pochi secondi, la stanca e sfinita Carmen ebbe appena il tempo di riprendersi, prima di dedicarsi di nuovo al suo amato pargoletto. Si avvicinò a Manolete con quel gran simpatico sorriso bonaccione che tutte le mucche si ritrovano stampato sul muso e dette il benvenuto al figlio.

 

<Oh, caro il mio piccino, non temere e non tremare, c’è qui la mamma che adesso pensa a te> disse fra un sospiro affannato e uno degli ultimi lancinanti dolori che ancora le tempestavano la pancia.

<Mamma? Oh si! Tu sei la mia mamma!> esclamò Manolete, che ancora non si capacitava di cosa veramente volesse dire, mentre malfermo sulle gambe, si preoccupava più di mantenersi in equilibrio che non di capire cosa stava accadendo intorno a lui. In fondo era appena arrivato, aveva tutto il tempo possibile ed immaginabile per mettere bene a fuoco quello strano e immenso mondo che vedeva intorno a se.

 

 

Tutto ad un tratto si senti un gran scalpiccio e un muggito roco e profondo si fece sentire alle sue spalle. Junaito era finalmente arrivato, barcollante e malfermo almeno quanto Manolete. Era venuto a controllare che tutto fosse andato bene, voleva assicurarsi che i suoi beni, così chiamava il bestiame della fattoria dove lavorava, fossero stati ben incrementati. Un vitellino, soprattutto un Toro che si fosse rivelato adatto all’Arena, voleva dire un sacco di soldi e a lui i soldi piacevano un sacco! Ma naturalmente non era Juanito l’origine del muggito, l’allevatore aveva aperto il cancello e l’impaziente Felipe era finalmente potuto entrare trotterellando felice verso il suo Torello.

<Eccomi, eccomi!> muggì forte Felipe, giunto di corsa ad ammirare l’orgoglio della sua vita, il suo primogenito, un Toro. <Figlio mio, Manolete, grande figlio mio, dono dell’amore, frutto di Carmen,  mio orgoglio mio…> mentre il felicissimo padre continuava a complimentarsi a turno con il piccolo Toro, con se stesso e con la madre, quest’ultima prese a leccare il figlio asciugandolo della pioggia, che ormai stava smettendo ma soprattutto di tutti i residui che ancora si portava addosso della sua lunga avventura prenatale appena terminata e disinfettandolo accuratamente in ogni posto ed in maniera particolare dove ancora si vedeva il segno di quel cordone che lo aveva legato a doppio nodo con la madre, quel condotto attraverso il quale era stato nutrito e che in fondo anche se ormai era stato strappato, non sarebbe mai definitivamente scomparso. Quel cordone lo avrebbe legato a sua madre per tutta la vita e le corna che presto gli sarebbero spuntate lo avrebbero cinto a doppio nodo con il suo amatissimo padre Felipe.

 

<Slap, slap, slap> lo leccava la mamma, mentre tra una linguata e l’altra cominciava ad impartire al piccolo Toro i primi semplici insegnamenti, <Nio nsono na nanna, nui né napà nil niù nel noro ni nunna na npagna> spiegava continuando imperterrita a leccarlo, tirando fuori una frase arruffata in un incomprensibile linguaggio.

 

Manolete si mise a guardarla e altrettanto fece Felipe il quale pensò bene di intervenire.

<Tua madre sta cercando di dirti che lei è… ehmm…  appunto è tua madre. Anche se parla mentre ti lava con la sua lingua e questo rende tutto più difficile!>

<Oh si Felipe che sbadata. Ero così presa a rendere lindo nostro figlio e non mi sono resa conto di non poter fare le due cose insieme>

<Oh insomma… tu pensa a ripulirlo ben bene per adesso. Ci penserò io alla parte educativa, intanto parlo un po’ con il più bel Torello di tutta la Spagna…>

<Già certo la fai facile tu. Guarda che il piccolino deve essere ben accudito e messo in ordine perché è gia l’ora che cominci a nutrirsi>

<Muuuuu!> esclamò accondiscendente l’affamato vitello.

<Oh le mie mammelle sono tutte gonfie, se non ripulisco alla svelta questo vitellino ribelle e non gli do un po’ di latte, credo proprio che mi scoppieranno. Su avanti piccino, fatti dare una bella sistemata… slap, slap, slap… ecco qua! Una ripulita… slap, slap, slap… ed ecco fatto. Slap… un’ultima leccata al ciuffo e… adesso sarà meglio che tu cominci a succhiare il tuo bel latte caldo caldo fatto dalla mamma. Su da bravo bel torellino su piccolino…..> continuava quasi parlando tra se e se la felicissima Carmen che quasi non credeva ai propri occhi ogni volta che incontrava quelli del piccolo Manolete. Per lei era davvero il più bel Torello di tutta la Meseta, di tutta la Spagna, anzi il più bel Torello del mondo. Altrettanto era naturalmente, per lo strafelice padre Felipe che non stava più nella pelle dalla gioia e riprendeva la madre per ogni cosa che faceva, a suo dire, sempre e indiscutibilmente nel modo sbagliato. Certo! Secondo Felipe  tutto doveva esser fatto nella migliore maniera, tutto per il suo piccolo “Toro bravo”.

<Ma cosa fai! No! Non di qua! Si qui, non non così! Qua è bagnato, li è già asciutto. No, no… ecco qui,  si più giù… no più su… oh uffa! Forza su Manolete, succhia succhia il buon latte della mamma, succhia e cresci. Forte, grande e nero! E con le più robuste corna che si siano mai viste in una Corrida, oh sì la Corrida….> e subito Felipe cominciò a vagare tra i suoi sogni prediletti. La Corrida, già sì la Corrida. Il più bel desiderio non esaudito di Felipe.

Per fortuna diremmo noi! Il vecchio Toro adorava la Corrida ma in realtà c’erano un sacco di cose che non conosceva assolutamente di questo, a suo vedere straordinario, ma più che altro pericoloso spettacolo. E non si sarebbe mai immaginato cosa fosse veramente la Corrida! Un duello. Un duello ingiusto che il Toro avrebbe sempre e comunque perso.

 

 

 

A dir la verità Felipe ne aveva solo sentito parlare. Qualche volta aveva assistito per caso alla Tienta, una specie di prova di combattimento, senza armi letali, a cui vengono sottoposti i giovani Tori per stabilire il loro grado di difficoltà. Più il Toro si dimostra tosto, più onore avrà il Torero che lo abbatterà. Ma più di questo Felipe non sapeva. Come non lo sapeva nessuno alla fattoria e neppure nei dintorni. Nessun animale aveva mai assistito ad una Corrida, eccezion fatta per i cavalli, che però erano più amici degli uomini che degli altri animali. La differenza fra Felipe e i Tori della Meseta era che agli altri non interessava minimante quell’inutile gironzolare intorno a un drappo rosso, per Felipe invece, che non poteva correre a causa della sua zampa pazzerella, partecipare ad una Corrida aveva assunto un valore incalcolabile. L’impossibilità di prendervi parte aveva trasformato quel triste spettacolo in un opera d’arte, a cui prima o poi in sua vece avrebbe avviato il suo primogenito. Probabilmente Manolete sarebbe entrato in un’Arena indipendentemente dalla sua volontà e da quella di suo padre Felipe, ma alla fine lo fece nel peggiore dei modi. Invece che inconsapevole di ciò che stava accadendo, come ogni Toro che entra galoppando all’interno di quel cerchio sabbioso, si ritrovò ad affrontare ciò che mai avrebbe potuto credere in un modo che mai avrebbe immaginato.

 

Ma ritorniamo a noi, quando tra sogno e realtà, Felipe si coccolava il neonato torellino.

<Oh sì, insomma… ecco… è che ci sono così tante cose che ti devo raccontare> insisteva, mentre Manolete lo guardava con due occhi straniti e interrogativi e nello stesso tempo passava di capezzolo in capezzolo a succhiare il latte materno, così dolce e succulento. E poi con la fame che si ritrovava sembrava ancor più buono.

<Smuch, smuch, smuch> annuiva attento Manolete, mentre Carmen cercava invece un po’ di tregua dal suo amorevole ma travolgente Felipe.

<Suvvia, faci respirare, abbiamo fatto una bella faticata oggi io e questo mangione! Ahi! Senti come succhia. Su Felipe lasciaci in pace, avrai tutto il tempo che vorrai per fargli conoscere i tuoi sogni>

 

<Smuch, smuch, smuch> sottolineava l’affamato Manolete.

<Oh, sì, perdonami Carmen, mi sono lasciato travolgere dagli eventi, adesso pensa tu al piccolo, io intanto vado alla fattoria oltre la collina. Vado a raccontare tutto a quell’antipatico di Ramon, quel vecchio bue, lo farò schiattare dall’invidia. Sì, sì, sì… Manoleteee… corridaaaa… onoreeeee… gloriaaaaaa… tutta la Spagnaaaaaaaaaa…> continuava a blaterare beato mentre si allontanava lasciando finalmente in pace mamma e neonato.

<Smuch, smuch, smuch> succhiava felice Manolete, che coppia i suoi geniTori, veramente bravi e spassosi. Sua madre così amorosa e suo padre, suo padre così allegro! Era un Toro davvero fortunato ed avrebbe fatto di tutto per rendere loro felici quanto si sentiva lui adesso.

 

 

 

Finalmente non faceva più freddo. Manolete osservava incuriosito quel nuovo ambiente sconosciuto e attraente, con i colori che si facevano via via sempre più vivaci con il riapparire del sole. Caldo e prorompente faceva capolino tra le nuvole scure e ancora cariche di pioggia ma che il vento avrebbe mandato da qualche altra parte. I fiori cominciavano ad apparire nello splendore dei gialli, dei rossi e dei viola, spuntavano festosi tra le mille tonalità di verde e di oro che costellavano la pianura ondulata intorno a loro. All’ombra di un olivo, al caldo del tepore materno, il torellino continuava a succhiare guardandosi intorno e ascoltando con orecchie meravigliate le parole tenere della madre che lo coccolava e quelle farfuglianti e fantasiose del padre che gli raccontava quella che sarebbe stata la sua vita. E sì, perché Felipe aveva le idee ben chiare su quello che sarebbe stato il futuro di Manolete, anche se la sua completa ignoranza in materia non gli lasciava capire in quale guai lo stava andando a cacciare.

 

Felipe era un gran Toro! Nero, enorme, potente e possente, forte e coraggioso con un unico, piccolo, banale ma vitale difetto. Eh si vitale! Perché se da una parte aveva rischiato di la vita per quanto gli era accaduto, dall’altra gliela aveva salvata impedendogli di partecipare ad una vera e propria Corrida. Quando tutto accadde Felipe era molto piccolo, ancora succhiava il latte della sua cara mamma, Isabelita, proprio come aveva appena cominciato a fare Manolete. Era una notte buia e tempestosa, proprio come quelle dei film e dei racconti dell’orrore, un potentissimo fulmine aveva colpito la stalla dove stava riposando al calduccio tra le vacche e i Tori e improvviso era scoppiato un incendio che fra legna, paglia e fieno, si era propagato in quattro e quattr’otto! Nel fuggi fuggi generale Felipe era rimasto vittima della paura che si era sparsa improvvisa fra Tori, mucche, cavalli, cani e oche. In un attimo di estremo panico il povero Torello era rimasto travolto e sepolto sotto gli zoccoli dei suoi fratelli e cugini. Si era così fratturato la zampa posteriore destra, trovandosi in grave pericolo di vita. Juanito, allora giovane allevatore ma non certo migliore di adesso, non sapeva davvero che farsene di un Toro con una gamba rotta ed era pronto ad inviarlo al macello. Ma la gran forza d’animo e la resistenza del giovane Felipe e il minor incasso che avrebbe fatto fruttare al  padrone, Don Gonzalo de la Hacienda, vendendolo frettolosamente, lo convinsero a tenerlo ancora per un po’. Felipe crebbe forte e sano, a parte la zampa, ripagando persino Jaunito per avergli conservato la vita. La gigantesca mole che riuscì a raggiungere non passò inosservata all’occhio esperto di Don Gonzalo, che ebbe il coraggio di farlo partecipare ad un concorso di Tori. Non solo non andò male, ma da allora in poi divenne il coccolo del padrone e partecipò a tutti i concorsi conosciuti. Non arrivò mai primo, la sua zampa cigolante non glielo permise, ma vinse più di cinquanta fra premi speciali e menzioni d’onore in vari concorsi in giro per l’Europa. Il pur lieve ma presente zoppicare gli impediva di avanzare in tutta la fierezza di cui disponeva e che l’avrebbe reso certamente l’indiscusso vincitore di ogni gara. Grazie però a tutto questo divenne il più famoso Toro d’Europa e ciò gli permise di continuare a vivere nell’allevamento di Las Pedroñeras, di conoscere Carmen ed infine di assistere alla nascita del Piccolo Manolete.

 

Tutto questo gli aveva però impedito di essere coinvolto in quella che, a torto, a lui era sempre sembrata la più festosa, meravigliosa e gloriosa attività per un Toro, la Corrida. Come ben sappiamo Felipe non ne aveva mai vista nessuna ma ne aveva tanto sentito parlare. Tori grandiosi e possenti, cavalli, Toreri e corse per l’Arena. Aveva assistito ad alcuni allenamenti e quel poco che aveva potuto vedere, aggiunto a quel poco che aveva potuto sentire dagli uomini e dagli altri Tori, gli avevano fatto credere che la Corrida fosse una gran festa di eleganza e potenza, una sorta di ballo fra Toro e Torero con pose eleganti e applausi scoscianti. Felipe non sapeva e non aveva mai capito esattamente, qual’era la fine che faceva il Toro. Negli allenamenti a cui aveva assistito, il grosso bestione che aveva corso a perdifiato per tutta l’Arena, veniva rifocillato a dovere e magari gli veniva dato anche qualche bocconcino prelibato, erba fresca e a volte del miele. Non sapeva il povero Felipe che nella vera Corrida il Toro veniva ucciso. Non si rendeva conto di dove avrebbe spinto il piccolo Manolete, ma gli insegnò comunque un sacco di cose con grande grande amore e tutto questo, al momento giusto, fu davvero utile al Toro che Manolete sarebbe ben presto diventato.

 

Carmen da parte sua cercava invece di distogliere l'interesse di Manolete da quella strana e insulsa cosa che era per lei la Corrida. D'altronde non conoscendola gli faceva un po' paura e poi aveva imparato che degli uomini bisognava fidarsi poco e quando era possibile anche meno. Meglio essere diffidenti e andare cauti con gente rappresentata così male da tipi come l’allevatore Jaunito. Aveva visto sparire troppe sue compagne in modo misterioso per fidarsi ciecamente di quegli strani esseri che camminavano su due gambe sole. Per questo cercava di dissuadere Felipe dall'assillare il loro piccolo con tutte quelle sTorie sulla Corrida e sui Toreri.

 

 

<Io credo che ci siano altre cose per un torellino, non solo giochi e Corrida>

<Ma cosa dici Carmen, ah la Corrida! Festa, gente che applaude, olè, olè, ah il profumo della terra battuta, olè, ole!>

<Si ma un bravo Toro deve pensare a crescere per bene. A imparare le cose della vita, come hai fatto tu. Non solo  rincorrere un cencio rosso perché te lo sventolano davanti al naso. Tu sei un Toro famoso ovunque, qui tutti ti invidiano e ti vogliono bene, cosa potrebbe volere Manolete più di questo?>

<Quel cencio rosso si chiama mantilla ed nel suo danzare e volare che si svolge tutta la Corrida e un vero Toro Bravo deve saper danzare con il suo Torero. Così! Zam zam za za zam, zam zam za za zam> la apostrofò indispettito cominciando a volteggiare con quel suo incedere strano dovuto alla zampa birichina che lo aveva tenuto lontano dall’Arena e che gli aveva fatto desiderare così tanto la Corrida  <Manolete supererà la mia fama, per lui ci sarà il mondo e la gloria, la vera gloria. Non una coccarda e una pacca sulla schiena, la gente farà a pugni per poterlo veder danzare così, zam zam za za zam, zam zam za za zam>

<Speriamo di no! Lo sai che sei proprio buffo quando balli> lo canzonò amorevolmente Carmen <Ti ci vedo bene con una fascia bianca in vita e un cappello a tesa larga mentre balli il flamenco con qualche bella dama di Toledo,  altro che Corrida!>

<Sì si prendimi pure in giro ma se avessi potuto correre, adesso sarei il più famoso Toro della Spagna  e di tutta l'Europa per il mio Toreare nell'Arena non solo perché sono grosso e nero. Beh…anche questo mi rende fiero e poi…>

<Uh guardatelo, adesso sta diventando rosso. Lascia stare la Corrida, che le tue soddisfazioni te le sei prese in lungo e in largo per il mondo. Anche se non hai mai vinto sei il Toro più conosciuto e ad ogni fiera aspettano sempre di vedere te>

<Si, si qui siamo passati all’adulazione pur di sviare questo gran maestro dell’Arena. Tu mi stai portando lontano dai miei intenti ed io invece devo parlare con il piccolo Manolete e insegnarli il mondo>

<Per il momento insegnagli a succhiare bene il latte che non fa altro che passare da un capezzolo all'altro senza riuscire a succhiare, visto che si gira continuamente a guardare te mentre fai zam zam za za zam, zam zam za za zam. Non fai altro che saltellarci intorno e poi danzare e poi…>

<Cosa fai prendi in giro la mia eleganza, prendi in giro il più bel Toro di todo el mundo? Chiquita ricordati che sei crollata fra queste zampe con un solo sguardo>

<Oh stupidone ma che dici mai davanti al piccolo! Cosa dovrebbe pensare, non fare il cascamorto mentre allato Manolete. Già non succhia perché guarda te e quando non ti guarda non ci riesce lo stesso perché è troppo impegnato a ridere del tuo zam zam za za zam, zam zam za za zam …>

<Muuuuuuuuuuu> si fece finalmente sentire il piccolo Toro <Muuuuuuuuuuu, muuumamma>

<Senti ha parlato. Che carino hai sentito a detto muuumamma, che tesoro ha sentito subito quanto bene gli voglio>

<Ah si non ne dubito. Fatto sta che io ho sentito bene e ha detto muuuupapà, sì sì,  ho sentito bene io>

<Ma cosa dici a detto muuumamma>

<No ha detto muuuupapà>

<Muuumamma>

<Muuuupapà ho detto!>

<No, muuumamma>

La disputa ando avanti fino a sera, mentre il piccolo Manolete continuava a succhiare a muggire e ridere vedendo i suoi buffi geniTori continuare a prendersi così amorevolmente in giro grazie a lui.

 

Terminò in questo modo quel suo primo giorno di vita. Il sole era finalmente riuscito a farsi breccia fra le scure nubi piovose e se ne calava dietro le colline, invitando tutti ad andarsene a dormire. Dopo una giornata come quella c’era davvero bisogno di riposare per esser pronti ad affrontare la giornata che li avrebbe attesi dopo la prossima alba. E di albe ce ne sarebbero state tante e poi tante ancora per il neonato Toro Bravo che intanto, come tutti, doveva intraprendere la personale Corrida con la vita da vitellino, mica facile!

 

Manolete cresceva a vista d'occhio, attaccato quanto più poteva ai capezzoli rosa e nutrienti della mamma, dopo le prime inconcludenti e titubanti poppate aveva imparato a succhiare come un provetto mungitore. Era diventato così bravo e affamato, che si succhiava via più di cinque litri di latte al giorno e di lì a poco sarebbero potuti diventare fino a quattordici, per arrivare alla fine dello svezzamento. La paziente Carmen accettava con infinita gioia quella dolce tortura pur di restare vicino a quello che per sempre sarebbe rimasto il suo piccolo Manolete. Anche quando, se tutto fosse andato come il padre voleva, che non era ciò che lei desiderava, il Torellino fosse diventato veramente un Toro Bravo.

 

Carmen Era una bellissima mucca di razza Miura, come Felipe, con un mantello bruno che intorno agli zoccoli diventava così scuro da far sembrare che avesse un bracciale ad ogni zampa. Forse era stata proprio quella sua particolarità ad attirare e conquistare l’allora giovane Felipe, insieme naturalmente al carattere dolce, alla civetteria e alla malizia che contraddistingue tutte le femmine di questo mondo.

 

 

Carmen era una mucca con le zampe ben piantate per terra, aveva avuto un insegnamento molto severo dai suoi geniTori, quelli che da adesso in poi sarebbero stati chiamati nonno Raul e nonna Paloma, una allegra coppia bovina ormai in pensione. Lei brucava tutto il giorno e lavorava saltuariamente alla fabbrica del latte dando quel che ancora poteva essere succhiato dalle sue non più tanto delicate, ma pur sempre esperte e produttive mammelle. Raul, burbero e sempre distratto non era mai stato buono nemmeno lui per la Corrida, anche se contrariamente al genero non aveva lasciato crescere in se alcun desiderio in questo senso. La sua distrazione non lo aveva mai fatto interessare a tutto quel via vai di Toreri intorno a lui e a quel cencio rosso continuamente in movimento. Mai lo avrebbe chiamato “cencio rosso” davanti Felipe, avrebbe scatenato un comizio sulla Corrida della durata minima di tre quarti d’ora, durante il quale sarebbe stato illuminato a dovere, per l’ennesima volta, su tutto quello che riguarda la Corrida, bla bla bla bla bla! Gli uomini avevano perso un po' di tempo con lui ma l'insoddisfazione delle reazioni poco taurine di Raul lo avevano fatto allontanare dall'Arena e dalle Corride. Si era così ritirato nelle campagne de La Mancha non lontano da Toledo, dove aveva conosciuto Paloma. Matrimonio, viaggio di nozze in campagna e poi era arrivata Carmen. Seria quanto bastava ma anche lei con i suoi sogni e i suoi desideri, aveva lavorato a tempo pieno alla fabbrica del latte fino a un paio di mesi prima di parTorire e avrebbe ricominciato appena possibile. Certo non prima di aver sfamato l’insaziabile Manolete. Questo però voleva dire che per almeno altri sei mesi lei e il compagno Felipe si sarebbero potuti godere il loro torellino in santa pace prima di ricominciare a lavorare. Lo avrebbe allattato, curato, accudito per tutto quel tempo come dal primo momento e lei e Felipe gli avrebbero insegnato la vita, per quello che avrebbero potuto,  per il resto la vita stessa si sarebbe fatta insegnante per tutti.

Manolete cominciava a fare i suoi primi passi lontano dalla madre, anche se per molto tempo ancora avrebbe avuto bisogno di lei. Avrebbe smesso di succhiare il latte non prima dei nove mesi e allora sarebbe già sembrato un Toro di dimensioni ragguardevoli, anche se in realtà sarebbe stato ancora un bamboccione. Se la sua stazza glielo avesse permesso, avrebbe saltato come un grillo per tutta la Meseta. A proposito di grilli, cavallette e farfalle, avete mai visto un cucciolo che fosse di animale o che fosse di uomo, che non si sia lasciato affascinare dai curiosi animaletti che popolano i prati, le case o le stalle? Beh, credo proprio di no, e certo Manolete non era uno di quelli che si sarebbe tirato indietro. Saltellare, sgambettare e rincorrere questi ronzanti e colorati insetti era per lui uno spasso infinito che non riusciva mai a fiaccarlo, era capace di rincorrere un farfalla di fiore in fiore e un grillo saltando di filo d’erba in filo d’erba. Fu anche questa sua particolare agilità che indusse Felipe a convincersi ancor di più, se mai fosse stato necessario, che il suo pargoletto sarebbe diventato il miglior Toro da Corrida visto in un Arena. Al contrario Raul, Paloma e anche la mamma Carmen vedevano in questo suo esser fantasioso e spensierato proprio ciò che lo avrebbe dovuto tener lontano da quello strano gioco, di cui non ne conoscevano l’effettiva pericolosità ma che a loro comunque non piaceva. C’era da aver troppo a che fare con gli uomini e degli uomini non c'era mai da fidarsi più di tanto.

 

Manolete invece non ci pensava, rincorreva le api, osservava i grilli e correva disperatamente dietro alle farfalle. Queste erano le sue preferite e un paio di volte era perfino riuscito a farsene posare una sul naso, proprio in mezzo agli occhi in modo da poterla osservare e ammirare da vicino.

 

<Ciao piccola farfalla come ti chiami> muggì il torellino inconsapevole di quello che l'animaletto avrebbe  potuto udire, un muggito frastornante come l’urlo di una sirena.

<Ci sento bene> le rispose <mi chiama Valentina e sono una farfallina di campagna, miei colori sono quelli del cielo e dei prati, e tu così grosso e imponente chi sei?> chiese a sua volta con la vocina striminzita che si ritrovava e Manolete che a fatica era riuscita ad udirla le rispose con un filo di muggito.

 

<Io mi chiamo Manolete e presto sarò il più bravo Toro da Corrida di tutta la Spagna. Così mi ha detto mio padre, lui mi racconta sempre un sacco di cose sul mio futuro e sulla Corrida. E tu hai mai visto una Corrida?>

<Corrida? No per carità deve essere quel girotondo che voi Tori fate con gli uomini giù in città e per noi farfalle ormai non è più possibile vivere in città, c'è un gran puzzo puzzolente e l'aria e decisamente irrespirabile>

<Ti devo dare pienamente ragione> intervenne una cavalletta <Quel posto è davvero invivibile> la discussione appassionò Manolete e lo riempì di gioia, era riuscito a trovare un'altro di quei simpatici compagni di campagna con cui scambiare quattro muggiti, e sul suo argomento preferito: gli uomini.

<No no, ci sono stata una volta e non ci ritornerei per tutto il polline del mondo, non ci resisterei nemmeno un batti d'ali> puntualizzò Valentina.

<Io ci sono finita per sbaglio saltando su di un grosso camion che trasportava maiali e non mi è piaciuta per niente, per fortuna il giorno dopo è tornato a fare un altro carico e mi ha riportato indietro. Quella nottata in città me la ricorderò finché salto. Rumore, fetore, luci, non sono riuscita a chiudere occhio per un attimo. Ah a proposito io sono Rosa la cavalletta, gli amici mi chiamano simpaticamente Rosetta per far prima, ma io preferisco essere chiamata Rosa>

 

 

<Certo Rosa. E io così ti chiamerò ma ti prego raccontami ancora della città e degli uomini, non vedo l'ora di conoscerli più a fondo>

<Dopo che avrai avuto a che farci non ti interesseranno più così tanto> riprese Valentina.

<Ti devo dare pienamente ragione > aggiunse ancora Rosa e prese a elencare a Manolete di Luci colorate, di file infinite di auto puzzolenti e gente dappertutto. Chi gridava di qua, chi correva di là, per tutta la notte non c'era stato un attimo di silenzio. No, soggiunse la cavalletta, decisamente lì in campagna era tutto molto più tranquillo e sereno. Ma alla domanda di Manolete, quella importante, quella che parlava di Corrida, neanche Rosa poté dare una risposta. Ne aveva sentito parlare ma non ne aveva mai vista una,  ne tantomeno conosceva qualcuno che ne sapesse più di lei. Comunque concluse Rosetta lui Toro era, e la Corrida era affare di Tori. Presto ne avrebbe potuto sicuramente raccontare lui più di ogni altro e loro sarebbero state felici di starlo ad ascoltare. E tanto bastò  a Manolete per continuare a sognare.

 

Finalmente conobbe l'uomo. Si certo ne aveva visti tanti intorno alla stalla, venivano a mungere le vacche, a portare il fieno per gli animali e li venivano a cercare la sera per farli rientrare nella loro accogliente stalla ma nessuno gli si era ancora avvicinato come accadde quel giorno. Erano tre, uno era il solito Juanito, che quel giorno era irriconoscibile dritto e sveglio come non lo aveva mai visto prima, sembrava lui il padrone. Poi c’era davvero il padrone, Don Gonzalo de la Hacienda piccolo e cicciotello, la faccia rubiconda gli occhi come due fessure incise nel grasso delle guance. Manolete lo aveva già visto altre volte ma solo da lontano e gli era sembrato un omino simpatico che carezzava sempre tutti gli animali, non come altri che spesso usavano modi molto più rustici per farsi capire anche se non ce n'era bisogno. Don Gonzalo invece era molto gentile ed aveva un tocco vellutato e caldo, si sentiva che ci teneva a loro ed a Manolete piaceva moltissimo essere accarezzato in quel modo, gli ricordava il caldo contatto della mamma e del papà. Assieme a loro c'era un altro uomo, alto, segaligno, con gli occhi nascosti dietro due cerchi neri a specchio, ben vestito. Veniva dalla città e si teneva a debita distanza quasi avesse paura di potere essere sciupato da Manolete. Ah già, poi ce n’era un quarto, un cucciolo d’uomo, un bambino, che appena lo vide gli saltò letteralmente addosso carezzandolo, strizzandolo e baciandolo.

<Che buffi gli umani> pensò Manolete <Uno ha paura di me e l'atro mi porterebbe a casa>

<Ciao io sono Manolo e tu bel vitellino come ti chiami?>

<Vitellino a chi > muggì Manolete,<Io sono un Toro e ben presto farò girare la testa a tutti alla Corrida>

<Lui è Manolete> intervenne il contadino <E' l'ultimo nato nella stalla, è un gran bel vitello>

<Ridagli con il vitello, Io sono un Toro!> esclamò Manolete che chiaramente non fu capito da nessuno degli umani.

<Presto diverrà un Toro di ottime dimensioni e se ti piace potrai anche allenarlo per le tue Corride> disse Don Gonzalo rivolgendosi all’altro uomo, che poi era il fratello anche se non gli assomigliava per niente <Altrimenti sarà sicuramente un ottimo esemplare per la monta. Buon sangue non mente, anche suo padre è un meraviglioso Toro, sapete Manolete è figlio di Felipe>

<Sì, Felipe lo conosco, ho sentito dire che ha vinto un sacco di premi, me lo fai vedere zio> chiese il piccolo.

<Certo! Andiamo, che tuo padre non vede l'ora di tornare in città, gli manca la puzza delle sue auto. Meno male che ogni tanto si ricorda delle origini e torna nella sua Meseta, anche se solo a caccia di Tori da matare!>

Fu a quel punto che l’uomo con gli occhiali gli fece una carezza e Manolete rabbrividì a quel tocco, si sentì come succhiare via il sangue. Come di essere stato toccato e guardato, nonostante gli occhiali a specchio, come lui guardava il fieno prima di mangiarlo, come lui annusava l’erba prima di farsene un sol boccone. Come se volesse approfittare di lui.

 

Il trio di umani si allontanò e Manolete aveva ancora su di se il buon profumo di cucciolo che il bambino gli aveva lasciato addosso. Erano proprio belli i cuccioli di uomo, non vedeva l'ora di incontrarne altri, erano molto divertenti e affettuosi e Manolete sperava che anche gli altri umani fossero come il suo padrone o come il piccolo Manolo, dolci e buoni quanto era lui. Così cercava di scrollarsi dagli zoccoli quella brutta sensazione che aveva provato quando l’uomo con gli occhiali lo aveva sfiorato. Quella specie di gelo che lo aveva attraversato dalle corna, che ancora non aveva, fino alla punta della coda.

 

Passò il tempo, beh un bel po’ di tempo e Manolete crebbe, circondato dall’affetto dei suoi geniTori, del buon Don Gonzalo e anche del piccolo Manolo che ogni tanto andava a trovarlo accompagnato dal padre, Rodrigo de la Hacienda che aveva i suoi buoni motivi per controllare come e quanto cresceva il Torello anche se lo faceva da lontano, per fortuna di  Manolete. Passava il tempo e sempre meno era il tempo che trascorreva vicino alla mamma. Carmen a volte si dispiaceva di questo ma la vicinanza di Felipe gli rendeva felice ogni momento lontano dal suo primo e per questo ancor più amato figlio.

 

 

 

 

Naturalmente anche Felipe provava le stesse emozioni di Carmen ma non l'avrebbe certo mai dato a vedere. Troppo orgoglio, troppo onore, troppe coccarde sul petto per mostrare una simile debolezza. Lui teneva compagnia a Carmen e con un occhio ed un orecchio seguiva Manolete senza mai lasciarselo scappare, almeno così credeva lui. Perché come ogni bravo discolo che ci sia, anche il nostro Manolete sapeva bene come fare a svignarsela di nascosto, approfittando della minima distrazione del vigile occhio dei suoi geniTori. Fu proprio durante una delle sue innumerevoli scorribande nel pascolo, vicino alle bionde spighe di un campo di grano che fece la conoscenza di un paio di strani esemplari del mondo animale che ben presto sarebbero diventati i suoi inseparabili e insuperabili amici.

 

Come ad ogni cucciolo, di animale o di uomo, anche a Manolete non bastava brucare tranquillamente l'erba del pascolo vicino, magari da condire alla prima occasione con del buon latte materno. Nooo, a lui piaceva infilare il muso ovunque e più di una volta con il suo enorme naso aveva spaventato qualche piccolo roditore o un paio di rane, che scappando velocemente avevano poi spaventato lui, che con il suo cuore di cucciolo ancora si rifugiava fra le calde zampe della mamma o del possente papà, sempre facendo finta di niente. Quella volta infilando il suo muso fra le bionde spighe del grano si ritrovò faccia a faccia con un animale che non aveva ancora mai visto, aveva la forma che ricordava il cane del contadino, anche se molto più piccolo, il pelo fulvo e morbido, per quel poco che aveva potuto sentire prima di ritrarsi temendo di aver ancora una volta spaventato chissà quale bestiolina. Senza perdersi d'animo e ormai non più nuovo a far conoscenza con gli sconosciuti Manolete avviò l'approccio anche con quello sconosciuto peloso animale.

 

<Salve! Sono Manolete, il Toro, beh si Torello ancora per un po’. Vivo nella stalla della fattoria qui vicino, sono figlio di Carmen e Felipe e da grande farò la Corrida. E tu come ti chiami e che strano cane sei con quella bella coda folta e flessuosa>

<Salve> rispose diffidente l'animale <Io sono Zorro, così mi chiamano e così mi piace essere chiamato, sono una volpe, non un cane, grosso bestione non ancora cornuto, non ne avevi ancora vista nessuna?> continuò con un tono quasi scortese.

<No, volpi non ne avevo mai viste e a dire il vero non ne avevo nemmeno sentito parlare. Però sei molto bello Zorro e mi piace un sacco anche il tuo nome. Zorro è bello, mi dà l'idea di qualcosa di veloce e sfuggevole e il mio nome ti piace Manolete , non è male che ne dici?>

 

<Si non male, Manolete. Non devi essere nemmeno cattivo e forse non sei neanche stupido> continuava, con quel suo tono superiore  <Mi sa che sei proprio buono tu, ma davvero vuoi fare amicizia con me?>

 

<Certo! Perché non dovrei, a me piacciono tutti gli animali della campagna, mi piacciono perfino gli uomini, che non piacciono quasi a nessuno e a te piacciono?>

<Gli uomini? Pfui, quando non mi sparano per prendersi la mia coda, folta e flessuosa come dici tu, mi sparano perché mangio le loro galline>

<Mangi le galline, puah! Ma come fai? Povere galline sono così buffe sai, io mi diverto sempre a correre sull'aia e spaventarle, sentissi come se la prendono con i loro coccodè, coccodè, coccodè! Il padrone non è che sia molto contento di questo ma è troppo divertente e poi mica lo faccio tutti i giorni. Ma quando mi prende mi prende e allora zaaaammmm via per l’aia e le galline coccodè, coccodè, coccodè! E Don Gonzalo si affaccia alla finestra e mi grida di smetterla. Però mangiarle mai e poi con tutte quelle piume, puah non ci posso nemmeno pensare. Che gusti Zorro, puah che gusti!>

<Ma sentitelo questo, sembrava buono e bravo e invece mi sa che sei proprio un birbone come tutti i cuccioli. Mi sa che andremo molto d’accordo, anzi aspetta ti presento un amico, un altro strano amico se devo essere sincero. Ehi Cuervo dove ti sei cacciato. Brutto corvaccio nero che non sei altro, vieni che ti presento un amico>

Da un olivo lì vicino Manolete vide spiccare il volo ad un uccellaccio nero e grosso che si precipitò tra di loro squadrando il Torello con occhi altrettanto neri e interrogativi.

<Che novità sarebbe questa Zorro?> chiese il corvo <Ahh, ci siamo fatti gli amici grossi vedo. Cos'è si abbandonano le vecchie compagnie?>

 

 

<No, no, ma cosa hai capito, non fare il finto tonto. Guarda che questo è proprio un simpaticone, pensa è figlio del campione Felipe, il Toro più famoso che ci sia, lo conoscono in tutta la Spagna>

<Si ne ho sentito parlare anche io, ma non è che la cosa mi interessi più di tanto>

<Su non fare lo scorbutico Cuervo, guarda che mi sa che noi tre insieme ci possiamo davvero divertire>

<Si dai Cuervo ci divertiremo un sacco tutti e tre insieme> aggiunse Manolete entusiasta di quell’inatteso incontro e che già si immaginava allegre scampagnate in compagnia dei suoi due nuovi amici.

<Tu dici che ci possiamo fidare di questo bestione? Di’ Zorro, non è che questo poi ci mette nei guai con il contadino? E magari va a finire che tu fai la stola per la pelliccia della moglie e io finisco impagliato appeso alla parete nel salotto buono!>

<No Cuervo sono sicuro che Manolete sarà dalla nostra parte e non andrà dal padrone a fare la spia. E se tu vorrai beccare un po' del suo grano e io godermi il fresco delle sue piantagioni, credo proprio che Manolete sia l’amico giusto. Il contadino non penserà mai che dove c'è lui ci siamo anche noi a godercela, senza che possa darci fastidio. In cambio, se ne avrà bisogno, potremo anche noi dare una mano a Torellino, ci sarà pure qualcosa che potremo fare per lui?>

 

<Si sono d’accordo, ha proprio un faccione simpatico e appena gli spunteranno le corna sarà un bel trespolo su cui accomodarmi e arrotarmi unghie e becco. Beh… e se potrò essergli d'aiuto lo farò proprio volentieri. Che spasso, nessuno gli crederà mai se dovesse andare in giro a dire di esser amico di due come noi. Figuriamoci di esser stato aiutato da una volpe, noToriamente furba e pronta ad approfittare degli altri con la sua astuzia e con il suo acume e ancor di più da un corvo che di solito porta sventura, dicono loro. A me hanno portato sventura! Altro che! Se il mio piumaggio fosse verde o giallo o rosso tutti mi adorerebbero, i bambini farebbero a gara per darmi da mangiare, invece tutto nero come sono mi scacciano e hanno paura di me. Anche a te però Zorro… ti cacciano ma per trasformarti in pellicce per le signore. “Gvarda cava, ti piace la mia pelliccia di volpe fulva? Oh, l'ho pagata una cifva!” Puha! Non saranno tutti come noi, ma io e Zorro siamo la pace fatta animale su questa terra, figurati che siamo entrambi diventati vegetariani! Oh si io ero stufo di mangiare quei poveri vermetti rosa che sbucavano timidi e zozzi dalla terra e poi i ratti e…>

<Non ci fare caso Manolete, quando comincia a parlare é come un uccello canterino, non finisce più. Adesso però ci penso io a spegnere radio corvo reale. Benone, siii, sì benone. Allora ehm se.. sì…  se le presentazioni sono esaurite e i convenevoli sono finiti io dico che possiamo cominciare a divertirci! Vamos muchachi!>

<Si Zorro, mi piace l'idea! Certo che ci possiamo divertire io te e Cuervo saremo proprio un gran bel trio. Io sono grosso ma sono molto giovane, avrete sicuramente un sacco di cose da insegnarmi. Con il vostro aiuto diventerò il miglior Toro da Corrida che ci sia> muggì felice Manolete non sapendo quanto era andato vicino alla realtà, i tre sarebbero diventati inseparabile e per Manolete quella fu un grandissima fortuna da spendere al momento giusto, oltre che una grande gioia.

 

Manolete, Zorro e Cuervo presero ad incontrarsi ogni giorno. Quei due tipi strani erano davvero una fonte inesauribile di avventure per il maturo vitello. Tante ne avevano passate e tante ne combinavano insieme. Certo per un Toro non era il massimo giocare a nascondino in mezzo ad un campo di grano. Il contadino perse parecchie notti di sonno a domandarsi chi o cosa avesse spianato le sue povere spighe dorate in quella maniera stravagante, sembrava quasi che qualcuno avesse disegnato degli strani segni in mezzo al campo. Arrivò addirittura a credere che potessero essere stati gli extraterrestri, venuti da chissà quale lontano pianeta sconosciuto a compiere chissà quali studi e ricerche proprio sul suo campo. Comprò persino una carabina nuova e mise il chiavistello alla porta della fattoria. Se si fossero fatti avanti avrebbe venduto cara la sua pellaccia. Viva la terra, viva la Spagna, evviva il re! Mai avrebbe potuto immaginarsi una armadio quattro stagioni, così grosso era già diventato Manolete,  strisciare tra le spighe come un enorme serpente, nel vano tentativo di nascondersi alla vista di Zorro che lo cercava affannosamente. Cuervo si era poi unito a Manolete nel nascondiglio in mezzo al grano e a quel punto Zorro li aveva scoperti. Era impossibile non sentire Cuervo gracchiare a più non posso dalle risate incapace di resistere alla vista di un Toro, sbuffante e nero che si muoveva come un marines alle grandi manovre. Quando poi Zorro li raggiunse fu un vero e proprio miracolo che nessuno li scoprì, tante e tanto alte erano le risate che si fecero tutti e tre mentre Manolete ancora avanzava quatto quatto nella bionda vegetazione, come se fosse in adorazione del grano.

 

In un’altra delle loro scorribande saccheggiarono addirittura un aranceto. In precedenza avevano già fatto zampa bassa nell’uliveto sulla collina vicina, ma quei piccoli frutti verdi non erano stati di loro gusto. Amari e oleosi com'erano avevano fatto rimanere tutti con la bocca storta e la lingua di fuori, alla ricerca di un qualsiasi altro sapore che potesse dare sollievo alle loro papille gustative.

 

 

Questa volta però furono più fortunati. Si inoltrarono in una immensa piantagione che comincia lontano, in alto, alle pendici di Belmonte ed arriva fino alla Carrettera 301, quella che passa per Las Pedroñeras. Data la vastità della vittima prescelta si inoltrarono quanto necessario per sfuggire alla vista di occhi indiscreti. Zorro e Cuervo se la cavavano discretamente nel mimetismo, era Manolete che, nonostante tutte le lezioni impartitegli dagli amici, aveva contro la sua non trascurabile stazza. Quando si sentirono sufficientemente al sicuro Cuervo fece un volo di perlustrazione e constatata l’assenza di contadini inferociti, provvide alla scelta della pianta che li avrebbe omaggiati dei suoi succosi frutti.

 

Si posò così sui rami più alti, quelli carichi di arance più mature, perché pienamente baciate dalla luce e dal calore del sole e con un impeto che non ci si sarebbe mai potuti immaginare di veder scaturire dalla sua piccola corporatura, all’apparenza tutta piume e becco, cominciò a scuotere i rami facendo cadere una pioggia arancione sui due compari. I due intanto se ne stavano tranquilli in attesa all’ombra della grande chioma verde. Ai piedi della pianta, Zorro e Manolete cominciarono subito a farsi una scorpacciata di aranci ancora caldi, preoccupandosi addirittura di sbucciarli. Cuervo che intanto era sceso a godere del frutto del suo lavoro, piluccava qua e là tra gli avanzi abbondantemente lasciatigli dagli amici, dopo aver inutilmente tentato prima di ingoiare un arancio intero, fin quasi a rimanerne soffocato e riuscendo a sputarlo solo con un gran colpo di tosse, poi di schiacciarlo con le sue zampette i cui artigli invece si impigliavano tra bucce e spicchi riuscendo solo a fare una spremuta che si mescolava alle zolle del campo. Dopo pochi minuti intorno a loro una strage di aranci faceva da corona al fusto della povera pianta saccheggiata. Chissà che faccia avrebbero fatto i coltivaTori quando avessero trovato tracce di animali sotto la pianta insieme alle bucce di arancio, probabilmente si sarebbero scervellati a capire che senso poteva avere tutto ciò. Manolete, Cuervo e Zorro invece, collaborando insieme erano riusciti a sbucciare perfettamente gli aranci, rendendoli ancora più gustosi di quello che si sarebbero potuti aspettare. Quella sarebbe stata una delle loro migliori, indimenticabili, innocenti scorribande. Restarono ancora un po’ a godersi l’ombra della pianta con la pancia piena e il succo che colava su piume e pelo, raccontandosi barzellette sui contadini e narrando a turno sTorie, ben più incredibili di quella, in cui si professavano protagonisti di imprese straordinarie, proprio come fanno i veri amici sbruffoni che si prendono in giro a vicenda.

 

Cuervo e Zorro avevano vagabondato parecchio nei dintorni della fattoria ed entrambi erano arrivati fino alle prime case della città. Cuervo era perfino volato tra i fumi puzzolenti che la avvolgevano e la rendevano assolutamente invivibile. Una volta volando lontano fino a Alcázar de San Juan aveva addirittura assistito a gran parte di una Corrida che a dire il vero, non gli aveva provocato quella gran impressione positiva che invece Manolete sosteneva dovesse fare. A Cuervo comunque non piacevano i giochi fra animali e uomini, erano sempre gli animali a faticare di più e ad avere il compito peggiore. Aveva assistito a molte corse di cavalli nel vicino ippodromo e non gli era parso che alla fine della corsa i cavalli fossero poi così felici della sgropponata che avevano fatto. Tra l’altro i corridori a quattro zampe non ricevevano certo le ricompensa che sarebbe loro giustamente spettata. Quando però Manolete lo venne a sapere non dette più pace al povero Cuervo il quale fu costretto a raccontargli per filo e per segno ogni cosa di ciò che aveva visto nell’Arena.

<…e il Toro quanto era grosso? … e io sono abbastanza grosso per andare nell’Arena? … e il Torero com’è vestito? … e quanta gente c’era alla Plaza de Toros? … e come si muoveva il Toro? … e come si muoveva il Torero? … e…> prese insistentemente a domandare a raffica l’entusiasta Manolete e allo sbigottito Cuervo non rimase altro da fare che interromperlo.

<Eeeeeee! E se mi lasciassi il tempo di darti almeno una risposta, ingordo che non sei altro. Cosa sarà mai questa Corrida, un Toro babbeo che corre dietro a un cencio rosso. Puah! Quella che facciamo noi sì che è vita ragazzi! Volare, correre e farla in barba ai contadini, cosa c’è di più divertente di questo? Non è vero Zorro?>

<Beh a dire il vero anche a me piace un sacco tutto questo, però la Corrida io non l’ho mai vista e anche se non mi fido degli uomini… se Manolete ci tiene così tanto… e poi gli avevamo promesso di aiutarlo per ringraziarlo di tutto quello che ha fatto e fa per noi. Lo sai che mi ha fatto arrivare dentro la fattoria ed ho perfino dormito con le galline, oh senza mangiarne nemmeno una eh!>

<Si, la Corrida è troppo importante per me, mio padre Felipe, non fa altro che parlarmene ed io vorrei proprio farne almeno una, tanto per provare. Se poi mi piace ne posso fare anche altre e se non mi dovesse piacere vuol dire che ne faccio una sola> povero ignaro Manolete non sapeva che tutti i Tori di Corride ne fanno una sola <E voi non dovete ringraziarmi di nulla è stato troppo divertente vederti nel pollaio con le galline Zorro. Quando poi la chioccia si è messa a covare sopra di te scambiandoti per il suo nido è stato davvero uno spasso muuuuuu, muuuuuu, muuuuuu.> rideva soddisfatto <Come quella volta che Cuervo si è messo a fare chicchirichì alla tre di notte ed è riuscito a svegliare tutti, se non c’ero io a distrarre Juanito, andava a finire che spara spara, ti beccava  ed ora eri attaccato alla parete nel salotto buono! Muuuuuu, muuuuuu, muuuuuu> continuava a ridere. E insieme a lui si misero a ridere anche gli altri ricominciando a raccontare sTorielle ancora più incredibili e bizzare di quelle di prima.

 

 

In ogni caso se Manolete voleva partecipare alla Corrida, Cuervo lo avrebbe aiutato a farlo nel migliore dei modi. Non sarebbe certo riuscito a insegnargli a volare, chi avrebbe mai alzato da terra quell'enorme Torello che ormai aveva passato abbondantemente i trecento chili e se ne stava andando tranquillamente verso i quattrocento. Era però sicuro che gli avrebbe insegnato la grazia, innata in ogni uccello, tanta quanto sarebbe stato sufficiente a far sì che sembrasse davvero che Manolete stesse volando sulla terra battuta dell'Arena. Dal canto suo Zorro aveva da offrirgli tutta l’astuzia che unita ai movimenti lo avrebbero reso il più forte Toro da Corrida. Con questi proponimenti e un immensa voglia di fare i tre unirono così ai diletti quotidiani, alle marachelle e alle pigre sieste a pancia piena, anche un doveroso allenamento composto da scatti, piroette e salti per passare poi alla teoria dell’aggiramento di cui Zorro era un gran maestro indiscusso.

 

Manolete continuva a crescere e continuava ad allontanarsi sempre più dalle sicure mammelle della mamma. Carmen però non smetteva mai di tenerlo d’occhio, all'inizio né lei né Felipe avevano gradito le sue nuove amicizie, ma dopo aver verificato le reali buone intenzioni di Cuervo e Zorro, grazie anche agli ilari racconti del torellino, avevano dato il loro benestare alla creazione di quel singolare, buffo e inaspettato trio. Dopo averli visti rincorrere le galline, con Juanito dietro di loro a gridare a squarciagola, con una bottiglia in una mano e il forcone nell’altra, non era stato poi così difficile immaginarseli tutti e tre intenti a sbucciare aranci sulle colline di Belmonte. Saperli felici, allegri e birbanti ma non troppo, non poteva che rendere ancor più accettabile questa nuova e stramba amicizia di Manolete. Gioviale e giocherellone com'era trovava sempre il tempo di stare con gli amici e di vivere comunque anche la normale routine delle vita di stalla, tra vacche, vitelli e Tori. Ma Zorro e Cuervo erano per lui due compagni insuperabili e due maestri incomparabili.

 

E Manolete cresceva, aveva già messo su un bel paio di corna bianche, lucenti e appuntite e il suo mantello nero si era fatto ancora più lucido. Con il trascorrere del tempo si delineava sempre più il suo aspetto da Toro, aveva passato i quattrocento chili e a un anno di età aveva ormai abbandonato le mammelle della mamma, anche se non si sarebbe mai allontanato da lei ne dal padre, che lo avevano cresciuto forte e sereno e che continuavano ad essere la sua guida e il suo rifugio. Ormai erano sempre più rari i momenti degli scherzi e delle scorribande con Zorro e Cuervo ma la loro amicizia si era consolidata a tal punto che i compagni erano ormai divenuti di casa alla fattoria ed erano entrati in confidenza con tutti i suoi abitanti, eccezion fatta naturalmente di Juanito, Don Gonzalo e tutta la sua famiglia. Più di una volta durante i temporali di quell'inverno avevano trovato riparo tutti insieme tra il tepore della paglia. A notte fonda era stato davvero buffo vedere una volpe dormire con la coda arrotolata intorno al collo di un oca o un corvo che con le proprie ali riscaldava una famigliola di topi di campagna, mentre tutti si stringevano intorno al caldo fiato delle mucche per la gioia di Manolete e dei suoi strambi compari; il Trio. Così li chiamavano alla fattoria e da Trio ripresero gli allenamenti sotto il frizzante sole della primavera che avanzava di gran carriera tra fioriture e cinguettii. Intanto Carmen aspettava una sorellina per Manolete e la vita aveva ricominciato a pulsare.

 

Adesso non si scherzava più, gli allenamenti sarebbero stati più duri e più concreti ma non mancava mai la tremenda ilarità che li accompagnava e li contraddistingueva, per questo ogni giornata di fatica finiva sempre con la presa in giro di qualcuno o con uno scherzo ben giocato e Carmen e Felipe gioivano nel vederlo diventare adulto così.

 

Manolete aveva ormai diciotto mesi e i suoi quasi cinquescento chili di peso lo rendevano l’orgoglio del suo padrone. Sarebbe stato il degno erede di Felipe, avrebbe vinto e stravinto alle sagre e alle feste e nei campionati avrebbe conquistato quei primi premi che non erano stati di suo padre. Tutto questo se mai vi avesse partecipato, eh sì, perché Manolete aveva altri traguardi da raggiungere e avrebbe cominciato a prepararsi seriamente da quel momento in poi, che lo avesse voluto o meno. Rodrigo de la Hacienda era tornato alla fattoria, da solo questa volta, non aveva portato il figlio ad accarezzare Manolete. Solo lui aveva passato la sua mano avida e sudaticcia sul manto vellutato del gigantesco vitello, lasciandogli ancora una volta addosso quella sgradevole sensazione, come se gli avessero trafitto la pelle con un rampino. No, decisamente quel tipo non gli stava simpatico. Naturalmente risultò antipatico anche a Zorro, che pensò bene di rosicchiargli una ruota posteriore fino quasi a strappargli via il battistrada e a Cuervo che invece mitragliò con il suo di dietro la capote della spider con cui si era presentato alla fattoria, adesso dall’alto sembrava un enorme mucca pezzata, una vera spider mimetica!

 

 

Rodrigo e Gonzalo discussero a lungo quel giorno, erano tanti i Tori che l’allevatore aveva venduto al fratello ma quella volta aveva una strana sensazione. C’era qualcosa che cercava di impedirgli di vendere Manolete a Rodrigo per farne un Toro Bravo, una nuova vittima per le fauci dell’Arena. Ma quel qualcosa non fu abbastanza forte da proteggere Manolete. Magari Gonzalo aveva anche il cuore d’oro, ma i biglietti da cinquecento euro che Rodrigo gli fece vedere brillavano di più. Aveva le rate del trattore nuovo da onorare, il mangime da pagare e si era messo all’anima anche un podere di aranci in società con il vicino. Sarebbe stato un grande affare, ma per il momento c’era bisogno di investire e parecchio. Poi tra qualche anno avrebbe goduto dei suoi frutti e non solo degli aranci! Ma per adesso… Quella stretta di mano fra Rodrigo e Gonzalo cambiò molte cose, non più corse con Zorro e Cuervo per campi e prati, non più solo teoria, adesso avrebbe assaggiato la polvere dell'Arena. Presto il suo nero mantello e le sue corna aguzze sarebbero finalmente entrate in una Plaza de Toros e avrebbe potuto cominciare a correr dietro a quel meraviglioso e imprendibile panno rosso che lo avrebbe portato fino alla gloria. In realtà l’avrebbe potuto portare fino alla morte ma questo è ancora tutto da vedere.

 

Manolete salutò ad uno ad uno tutti gli animali della fattoria, cari amici di vita che fino a quel momento erano stati la sua grande famiglia e alla fine fu davvero difficile staccarlo dai suoi geniTori. Felipe non stava più nella pelle, da una parte la gioia lo esaltava; finalmente Manolete coronava tutti i suoi desideri, la fama, la gloria, la Corrida. Da l’altra, come ogni padre avrebbe voluto restare accanto lui, assisterlo, confortarlo e continuare a giocarci insieme e ad amarlo da vicino. E, perché no, continuare anche quella vita di campagna, senza Corrida ma tutti assieme per sempre. Carmen invece era in una valle di lacrime, per lei l’unica cosa che contava era il fatto che il suo cucciolo, quello che per sempre avrebbe ricordato come il vitellino attaccato alle sue mammelle, se ne stava andando via. Non era un scorribanda con quelle pesti di Cuervo e Zorro, non era una corsa all’aranceto, era un distacco tremendo che veniva mitigato solo dall’arrivo della piccola Sofia. Non si risparmiarono i pianti, i singhiozzi e gli infiniti muso a muso, fino a che Juanito non venne a prenderselo. Fu l’ultima volta che lo videro. Ma ne sentirono parlare ancora. Eccome se ne sentirono parlare!

 

L'allevatore lo caricò sul suo camion scalcinato, lo legò ben stretto perché non rischiasse di cadere e partì diretto verso Guadalest a trecento chilometri di distanza sui monti a due passi dal mare di Benidorm. Dalla fattoria si levò un coro disperato. All’unisono tutte le bestiole salutavano languidamente Manolete che con eccitazione, entusiasmo e tanta tristezza nel cuore lasciava la sua casa natia. Nel frattempo, da bravi briganti quali erano, Zorro e Cuervo si erano intrufolati nel camioncino di Juanito ed agitando l’uno la coda e l’altro le ali, davano a loro modo l’addio alla fattoria. Senza melanconia e senza rimpianti, per due vagabondi come loro casa era ovunque ci fosse da fare scorribande, giocare e farsi delle belle scorpacciate. Per loro questa era soltanto una nuova elettrizzante avventura, si sentivano il primo corvo e la prima volpe che avrebbero toreato in un Arena.

 

Se ne andarono, su quel carretto a motore che non riusciva a non dondolare nemmeno quando la strada era piana e diritta. Siccome invece si fecero la Carrettera 301 fino ad Albacete e poi la 430 fino alla Sierra del Carrascal per attraversare la quale c’erano solo strade di montagna, il viaggio si rivelò una vera e propri tortura. Manolete e Zorro vomitarono tutto quello che avevano mangiato prima di partire, si salvò solo Cuervo che ogni tanto poteva approfittare delle ali per abbandonare quell’insicuro e nauseabondo mezzo di trasporto.

<Muuuuuuuuu, muuuuu, ohi ohi ohi. Se passo questo, la Corrida sarà una passeggiata…> si lamentava Manolete

<Come vorrei tanto fare una passeggiata. Dov’è quel corvaccio, lui vola, vola e se ne va e noi qui tapini a soffrire. Vieni giù brutta bestiaccia, stai un po’ qui con noi a soffrire, lui vola, vola, vola lui, vieni un po’ qui e poi vediamo se ti riesce ancora volare dopo che ti ho dato una ripassata io. Ohi ohi ohi… > gli faceva da coro Zorro, e Cuervo se la spassava.

<Sì, vedo il mare, forse ci siamo, su resistete, resistete, altre due o trecento curve e siamo arrivati. Corrida, Corrida, andiamo alla Corrida, mmhhhmm … ve la sentite di fare una Corrida appena arrivati? O sarà meglio che la Muleta ve la stenda pietosamente sui poveri resti che arriveranno a Guadalest. Craaa craaa craaaaa che pazze risate ragazzi, vedeste come siete buffi…> lui se la spassava e gli altri due erano distesi agonizzanti sul fondo del camioncino che arrancava sbuffando verso la sua ancora lontana destinazione.

 

 

 

Alla fine arrivarono a Guadalest, sfiancati dallo sballottamento estenuante a cui erano stati sottoposti per tutto il tragitto. Cuervo che gracchiava tranquillo appollaiato su una balla di fieno, Manolete sfinito con la lingua di fuori e Zorro con la coda che sembrava uno scopino da bagno. Juanito parcheggiò nell’ampio piazzale della Fattoria di Rodrigo de La Hacienda dove fece scendere lo stanco e barcollante Manolete. Zorro era nascosto dietro il fieno e Cuervo, appollaiato sul telone del camioncino, già studiava la nuova situazione: cibo, riposo, rifugio, le sue priorità. Dritto come un fuso, con le braccia conserte e con il ghigno tipico di chi aspetta con impazienza c’era un accigliato Rodrigo sul cui volto si disegnò una specie di mezzo sorriso appena vide Manolete. Lo tirò per la corda con cui l’allevatore lo aveva legato e lo portò nella stalla dove era pronto un giaciglio tutt’altro che accogliente riservato al nuovo arrivato. Rodrigo prese un  mazzetto di fieno e lo portò alla bocca di Manolete. Pace, io amico, io buono, questo voleva comunicargli. Manolete però lo aveva già inquadrato e non gli stava per niente simpatico, ma pur di entrare in un Arena avrebbe sopportato anche di dover avere a che fare con questo nuovo padrone, tirò fuori la lingua e ingoiò quel primo boccone amaro. Rodrigo lo osservò in tutta la sua possanza, gli passò una mano sul dorso lo lasciò a riposare da solo. Per fortuna perché la giornata era già stata sufficientemente logorante e Manolete non avrebbe certo accettato di star lì a farsi carezzare dalle sue viscide mani per tutta la serata, una volta era bastata ed avanzata. Dopo quella sera non lo toccò più e a parte un paio di volte ancora non ebbe più a che fare con lui ma questo non migliorò certo le cose. Manolete sarebbe stato affidato alle mani esperte degli addestraTori che lo avrebbero assaggiato con una innocua Corrida, lo avrebbero fatto crescere forte e robusto e fra due anni e mezzo lo avrebbero mandato a giocarsi la vita nell’Arena.

 

I primi giorni trascorsero via lenti, Manolete era segregato nella sua stalla privata. Due volte al giorno veniva qualcuno a portargli foraggio fresco, un po’ di ortaggi e dell’acqua, dopo la tortura del viaggio quell’isolamento era un supplizio forse ancor più atroce. Abituato com’era a scorribande e corse tra i campi, ritrovarsi fra quelle quattro mura fu davvero demoralizzante. Il pensiero correva inevitabilmente ai sui geniTori, agli altri vitelli, alle mucche e a i Tori di Las Pedroñeras e la melanconia si sarebbe impadronita del povero Manolete se come d’incanto non fossero finalmente apparsi Zorro e Cuervo. A differenza di Las Pedroñeras qui  era tutto recintato e sorvegliato, c’era un gran via vai di gente tutto il giorno e la notte cinque pasTori tedeschi, due golden retriver ed un mastino napoletano la facevano da padroni, impedendo a chiunque ci provasse, di andarsene a zonzo per la Fattoria di Rodrigo de La Hacienda. L’agilità di Cuervo e l’astuzia di Zorro riuscirono però a escogitare anche quella volta un espediente per aggirare tutta quell’esagerata sorveglianza canina.

 

 

Manolete stava svogliatamente ruminando un po’ di fieno, immerso nei suoi melanconici pensieri. La sera era ancora più dura, ritrovarsi da solo, immerso nel silenzio di quell’ambiente così diverso dall’allegra fattoria che aveva lasciato, era un momento difficile da affrontare. Stava vagando mesto tra i suoi ricordi, quando dalla finestra aperta si infilò dentro l’animale più strano che avessa mai visto. Un cane con le ali! No era… sembrava un uccello con quattro zampe e la coda e che coda! No aspetta sembrava un uccello con le orecchie e i denti, bei dentoni aguzzi, no era… era… ma erano… erano Cuervo e Zorro! Ma come avevano fatto ad irrompere in quel modo nella stalla. Va bene che Cuervo era un ottimo maestro e che Zorro era molto intelligente ed avrebbe appreso subito i semplici, forse per un volatile, primi rudimenti del volo. Ma vedere volare una volpe aveva sconvolto Manolete almeno quanto vederli atterrare sul suo spuntino di mezzanotte.

<E voi due da dove sbucate fuori?>

<Veramente siamo piombati dentro> gli rispose Cuervo.

<Io suoonoo prombatio nento!> si udì provenire da sotto il fieno.

<Cosa?> chiese Manolete mentre con la zampa cercava di scostare delicatamente il fieno, per arrivare alla fonte di quella risentita affermazione. Finalmente dal pagliericcio sbucò fuori la testolina ingrugnata di Zorro che sputacchiava fieno da tutte le parti.

<Ho detto… ptu ptu, ho detto che io… ptu ptu io sono piombato dentro, tu come al solito te ne sei arrivato leggiadro e sgraziato come sempre e…>

<Ma dico come avete fatto ad entrare… che invenzione avete escogitato questa volta e… ragazzi, come sono felice di vedervi. Oh, non ve lo immaginate neanche… non ne potevo proprio più di starmene qui da solo ad annoiarmi. Avevo quasi deciso di prendere la carica, sfondare quella maledetta porta a cornate e tornarmene da mamma Carmen e papà Felipe. Oh ma ore voi siete qui con me ed è gia tutto passato,  sono felice, felice, felice! Ma volete dirmi come avete fatto chi… chi... chi… che… che… che…>

<Chicchirichì… calma, calma. Mi sembri diventato un gallo all’alba. Riprenditi, mettiti calmo con un bel boccone di fieno in bocca e ti racconto come io ho ideato questo fantastico piano, é merito mio se siamo riusciti a scavalcare la truppa che fa la ronda là fuori. Sembra di essere al canile municipale dal via vai di tonti cuccioloni che passeggiano per tutta la fattoria>

<Scusa Zorro forse non ho capito, non ho sentito bene quando hai detto che il merito è mio se siamo riusciti ad entrare evitando bla bla bla e bla bla bla>

<Tu ci hai messo soltanto le ali brutto corvo nero. Ha ha ha, così nero che in questa notte senza luna a quei cagnacci deve essere sembrato di vedere una volpe volante, ha ha ha che risate. Saranno ancora lì a chiedersi cosa mai poteva essere ha ha ha. Comunque il merito è mio. Sì tu ci hai messo le ali e gli artigli, soprattutto nella mia schiena, a proposito ma non potevi stringere un po’ di meno che adesso mi fa un gran male e…>

<E basta! Hei io sono felice di vedervi e di avervi qui, smettete di fare gli spocchiosi e raccontatemi cosa avete combinato. Ah già, e ricordate che se siete qui e solo merito mio!>

 

 

<Ecco un altro megalomane! Dai Zorro racconta tu a sua maestà El Toro come siamo atterrati nella stalla> e poi tra se e se riprese borbottando <Comunque il merito è mio, qui sono l’unico capace di volare e questi pi pi pi pa pa pa, merito mio, merito mio… sì sì  ma alla fine quello che fatica son sempre io!>

<Smetti di brontolare Cuervo e tu Zorro una buona volta raccontami com’è andata>

<O beh, insomma… era un po’ di tempo che studiavamo la situazione. Di giorno non c’era proprio verso di intrufolarsi qui dentro, troppa gente in giro, un gran via vai di camioncini, bestie e uomini. Non si poteva proprio…>

 <Tu non potevi! Io me ne sarei potuto volare qui cinque minuti dopo che eravamo arrivati e…>

<Sì sì continua a fare lo sbruffone, un bel corvaccio nero che si infila in una stalla in pieno giorno, ti avrebbero visto anche quelli che non c’erano. E ora lo sai bene, saresti nel salotto buono, ma non a prendere il te, brutto corvaccio, te ne staresti impagliato sopra la credenza! Dai retta a me Manolete anche Cuervo se la faceva sotto dalla paura, non avevamo mai visto tanti uomini tutti assieme>

<E di notte era peggio, per lui non per me chiaramente. A me di notte non mi avrebbe visto nessuno, ma il signorino ha il suo bell’odorino e i cani un bocconcino così prelibato mica se lo sarebbero fatti scappare e…>

<E allora ho cominciato a far girare gli ingranaggi in questa mia acuta testina e pensa oggi pensa domani alla fine è uscita fuori la pensata giusta. Ci siamo allenati per un paio di sere fuori dalla fattoria e poi… stanotte sono montato sul muro di cinta Cuervo si è gettato su di me in picchiata mi ha afferrato con le sue zampaccie artigliate, mi ha fatto male, sottolineo mi ha fatto male, però mi ha sollevato e ho cominciato a volare! È stato bellissimo!>

<Io l’ho sempre detto che volare è bellissimo>

<È stato bellissimo fino a che non ci siamo ritrovati la finestra davanti a un paio d’ali di distanza e Cuervo è finito nel panico…>

<Non è vero!>

<… ha cominciato a dondolare di qua e di là…>

<Non è vero!>

<… mi sono trovato faccia a faccia con il muro ma per fortuna si è ripreso, ha virato all’improvviso e siamo tornati indietro…>

<Non è vero!>

<…abbiamo sorvolato tutta l’aia, ed è stato bellissimo nonostante tutto…>

<Questo è vero>

<… poi Cuervo ha preso la mira, ha puntato la finestra e ci si è infilato dentro, mollandomi non appena siamo entrati…>

<Non è vero!>

<…così lui ha ripreso a volare normalmente ed io sono finito a bocca aperta nel fieno ingoiandomi la tua cena…>

<Non è vero!>

<Beh questo l’ho visto anch’io Cuervo non puoi dire…>

<…vabbé che sono diventato vegetariano, ma a me piace l’erbetta fresca, le margherite, un bel girasole, non questa paglia secca da ruminanti! Senza offesa per i ruminanti s’intende>

<Ooooh, professore hai finito di fare lezione … beh sì effettivamente non è stato tutto perfetto poteva andare meglio però, acciderbolina ci siamo divertiti un sacco. Oh sì che ci siamo divertiti cra cra cra…>

 

 

<Divertiti? Divertiti è dire poco ci siamo straultrasuperdivertiti è stata l’esperienza più folle e inaspettata di tutta la mia vita, ha ha ha che risate. Mi son trovato il muro ad un pelo dal naso ah ah ah e poi swissshhh ho volato per tutta la fattoria, che meraviglia ah ah ah…>

<…e poi siamo entrati qui dentro come missili ed io ridevo talmente che non ce l’ho fatta più a tenere Zorro. L’ho mollato e cra cra cra sono scoppiato dalle risate. Siiii, l’abbiamo fatta in barba a tutte quelle guardie a quattro zampe, cra cra cra, sono ancora lì col muso in aria a cercare la volpe volante cra cra cra. Signore e signori la grande attrazione, la volpe Zorro che vola nella notte  cra cra cra… venite, venite, uomini, donne e bambini venite, venite a vedere cra cra cra…>

<Anch’io quando vi ho visto precipitarvi qui dentro non avevo capito cosa stava succedendo, muuu muuu muuu, la prima cosa che ho pensato è a un cane che vola muuu muuu muuu…>

<Sì un cane che vola cra cra cra…>

<Hei! Io non sono un cane! Ah ah ah, sono Zorro la volpe volante ah ah ah…>

 

Quella notte nessuno dei tre avrebbe chiuso occhio. Trascorsero ore e ore a ricostruire i fatti della serata aggiungendo ogni volta nuove, esorbitanti e improbabili peripezie all’impresa compiuta. Quando il sole fece capolino i tre erano ancora a ridere e raccontare. Erano andati talmente oltre che a quel punto sembrava che Zorro e Cuervo fossero partiti in volo direttamente da Las Pedroñeras e che Zorro fosse atterrato sul fieno scivolando direttamente in bocca a Manolete il quale lo aveva risputato fuori con un cappellino di paglia in testa. I soliti amici sbruffoni, sbruffoni e divertenti, veri amici. Di nuovo insieme. Attenzione fattoria, il Trio sta per combinare guai! E quanti ne combinarono in quei giorni facendo impazzire gli uomini di giorno e i cani di notte, tutti a dar la caccia a questo enorme essere volante con le grandi ali nere e la coda fulva. E il Trio a ridere a crepapelle al sicuro nella stalla. Fino a quando non arrivò il gran momento e Manolete poté finalmente uscire per dedicarsi di nuovo, insieme agli inseparabili maestri, alla sua grande passione, la Corrida.  

 

Quella mattina Rodrigo de La Hacienda fece visita alla stalla, era la terza volta che Manolete lo vedeva e avrebbe avuto a che fare con lui ancora una volta, purtroppo. Smilzo e lugubre com’era apparve come un filo di fumo nel riquadro luminoso del portone, con la luce che improvvisa e abbondante accecò gli occhi del Toro. Da troppo tempo era rinchiuso tra quelle quattro pareti, troppo strette per tutta la sua potenza soffocata dall’inerzia. Manolete non sapeva che il riposo forzato a cui era stato sottoposto, era voluto. Tutti quei giorni di tranquillità avevano rammollito i suoi muscoli, il fieno e le carote lo avevano ingrassato e appesantito e quando più tardi sarebbe uscito, buona parte della sua agilità l’avrebbe lasciata nella stalla. Quel giorno l’aspettava una prova importante e Rodrigo non avrebbe rischiato che quel Toro gigantesco facesse fuori un paio dei suoi provetti Toreri, buoni solo a scappare davanti a delle corna grosse come quelle di Manolete. Se fosse stato in forma sarebbe stato in grado di saltare la Barrera, la Talanquera e arrivare di corsa fino a Benidorm. Nelle condizioni in cui quei giorni di rilassamento l’avevano ridotto invece, non sarebbe mai riuscito ad avvicinarsi a nessun Torero e la ristrettezza della sua dimora l’avrebbe disorientato quando si fosse trovato nello spazio aperto dell’Arena. Tutta quella vastità l’avrebbe come soffocato. Trucchi, nient’altro che subdoli trucchi da Corrida. Quando qualche anno dopo Manolete si fosse trovato nel Chiquero, avrebbe ritrovato e rivissuto quella buia segregazione ma neanche allora avrebbe mai potuto immaginare quello che stava per accadere.

 

Accanto alla sagoma filiforme di Rodrigo ne apparve un’altra alta la metà e altrettanto magra. Manolete pensò subito a Manolo, il figlio di Rodrigo che più volte era andato a trovarlo quando era nella fattoria di Las Pedroñeras e a dire il vero non gli sarebbe per niente dispiaciuto farsi accarezzare dalle manine soffici e dolci di quel bambino. I suoi sogni beati però furono subito interrotti dall’avanzare delle due indistinte figure. Di fianco a Rodrigo c’era un ometto anziano un po’ ingobbito dall’età e anche per questo alto proprio come un bambino ma pieno di rughe dappertutto. Sul viso, sulle mani e ovunque ci fosse una piega da fare nella pelle. Si chiamava Ruben, era un allenatore di Tori da Corrida, dirigeva la piccola Arena di Rodrigo allenando Novilleros, Banderilleros e Tori destinati al combattimento. Aveva un esperienza nel campo che si poteva contare sulle sue rughe, gli bastava uno sguardo per capire se i tanti ragazzotti che facevano la fila davanti all’Arena per diventare Toreri, sarebbero stati in grado di rimanere in piedi davanti ad un Toro vero. Non aveva mai toreato, non aveva mai ucciso un Toro, ma in pratica era cresciuto dentro alla Plaza de Toros, tra Matadores, Banderilleros e Tori. Da qualche anno entrava nell’Arena solo durante le Tienta, che in realtà non gli servivano per verificare né le capacità dei Toreri né la capacità dei Tori, ma piuttosto per dimostrare che quello che lui aveva intuito guardando un ragazzo od un Toro dritto negli occhi corrispondeva alla verità. Era un mago nel suo mestiere ed era stimato, rispettato e ricercato da tutti nell’ambiente.

 

 

Rodrigo entrò, si appoggiò al muro scortecciato con le braccia conserte ed un sorriso da saputello disegnato sulla faccia, pronto a godersi al scena. Manolete fu contento che non si fosse avvicinato magari pure per toccarlo, non aveva nessuna intenzione di provare di nuovo la spiacevole sensazione che aveva attraversato la sua pelle al loro primo contatto. Solo Ruben si fece avanti, quell’esile fuscello d’uomo quasi scompariva davanti alla maestosità di Manolete, che aveva ormai abbondantemente oltrepassato i cinquecento chili. Si avvicinò senza timore e Manolete non sentì alcuna ostilità provenire da lui. Ruben gli carezzò la schiena, il ventre e poi ancora il collo e la fronte. Si fermò a guardarlo negli occhi e fu, per entrambi, una meravigliosa esperienza. Manoletè riuscì a sentire l’amore che quell’uomo aveva per gli animali e il calore che gli trasmetteva il contatto delle sue ruvide e callose mani, lo fece sentire in un certo senso, al sicuro, anche se in realtà non lo era per niente.

 

<Questo é Manolete> sentenziò Rodrigo lasciando ampiamente trasparire l’orgoglio che essere il padrone di una bestia imponente così gli faceva provare.

<Ed ha solo diciotto mesi?>

<Incredibile vero? Devo dire che sono stato molto fortunato. L’ho trovato per caso nell’azienducola di mio fratello. Quell’impiastro quasi non me lo voleva vendere, ci si era affezionato ma quando gli ho sventolato i soldi sotto il naso non ha potuto resistere. Gli ho lasciato la fattoria dei nostri geniTori e lui la conduce ancora come facevano i nostri nonni, è tutta una rimessa. Bah, io ci guadagnerò cento volte di più di quanto ho dato a lui. Le migliori Plazas de Toros faranno di tutto pur di accaparrarsi un occasione così ma questo Toro è destinato a Madrid, lo vedranno a Las Ventas e se ne ricorderanno per un bel pezzo. Ed io ci guadagnerò un sacco di soldi e di fama, dopo Manolete verranno tutti da ma a cercare i migliori Tori da Corrida>

<È maestoso, non aveva mai visto niente di simile prima d’ora e tu sai quanti…>

<Sì, sì, lo so quanti ma dimmi di questo>

<Non esiste una spada capace di arrivare fino al cuore di una bestia così, sarà una tortura inutile…>

<Quanto durerà?> chiese con l’entusiasmo che cresceva ad ogni parola che udiva

<Con un animale come Manolete se non raddoppiano i Picadores e i Banderilleros ci vorranno due Toreri perché uno da solo non potrà durare abbastanza…>

<Sì! Proprio quello che volevo sentirmi dire>

<Aspetta Rodrigo questo animale è capace di andare avanti più di un ora…>

<Meglio di quanto mi aspettassi>

<Io non credo…>

<Io sì! Al lavoro Ruben portiamolo nell’Arena e mettiamolo bene in mostra, abbiamo due anni e mezzo per far fruttare questo investimento, dobbiamo farlo rendere al massimo> sedato l’entusiasmo torno ad essere il freddo padrone di pochi minuti prima <La Tienta di oggi è troppo importante e niente deve andare storto, dì ai tuoi Novilleros che non si facciano infilare alla prima incornata, abbiamo bisogno di pubblicità ma non di questo tipo, la nostra pubblicità saranno le ooooo di meraviglia che si diffonderanno per la Spagna da stasera>

 

Ruben accompagnò Manolete nell’Arena, lo portò fino al centro, intorno a loro una ventina di Novilleros tremanti erano pronti a dare l’assalto al Toro e Manolete era pronto a danzare con loro. Non c’erano Picas, Banderillas, o Spade quel giorno e Manolete avrebbe davvero potuto danzare la sua Corrida, quella vera non sarebbe stata così piacevole.

<Va> gli disse Ruben dandogli una fraterna pacca su un fianco <fagli vedere di chi sei figlio Manolete, fagli vedere come sarebbe stato tuo padre se avesse potuto correre dietro alla Muleta, corri Manolete, corri e spaventali tutti!> dopodichè se ne uscì mesto dall’Arena e andò a casa, Rodrigo non se ne accorse nemmeno.

 

Quella sera tornando a casa Ruben sentì forte la sensazione di aver compiuto qualcosa di sbagliato, troppi Tori aveva mandato al sacrificio dell’Arena e forse si sarebbe dovuto fermare prima. Anche se erano parecchi anni che non assisteva più ad una Corrida, gli parve che tutto il sangue che in gioventù aveva visto mescolarsi alla sabbia dell’Arena, gli attraversasse la strada sfiorandogli i piedi. Manolete gli aveva comunicato qualcosa che non aveva mai sentito prima, gli era parso che quell’animale fosse in qualche modo consapevole di quello che stava accadendo, che fosse pronto e preparato intimamente proprio per quello, Toreare nell’Arena. Solo che lui non era un Torero ma un Toro e pareva che non si rendesse conto di cosa volesse dire questa sottile differenza. Quell’animale aveva uno spirito e quello spirito non meritava di morire nella Plaza de Toros. Ruben non entrò più nell’Arena di Rodrigo, né in nessun’altra. Se ne andò lontano nelle campagne vicino a La Coruña, comprò un Toro vecchio quasi quanto lui e destinato al macello, lo chiamò Manolete e condivise con lui i suoi ultimi anni, finalmente lontani dal sangue e dall’Arena. In un certo senso fu la prima vittima di Manolete, ma non l’ultima.

 

 

Rodrigo era seduto sugli spalti più alti della piccola Arena e gongolava pregustando il successo che di lì a poco lo avrebbe travolto, portandogli la fama ma soprattutto la ricchezza. Da lassù si sarebbe goduto tutta la scena. Prima tutti lo avrebbero preso in giro, perché nessuno avrebbe creduto che quello fosse un vitello di diciotto mesi. Poi, quando avessero capito che non era uno scherzo e che quello era realmente Manolete figlio di Felipe, sarebbero rimasti tutti a bocca aperta. Avrebbero guardato il Toro, lo avrebbero ammirato, poi avrebbero guardato lui, poi di nuovo il Toro, poi ancora lui e tutti lo avrebbero invidiato. Dopo un po' di apparizioni nell'Arena sicuramente si sarebbe sparsa la voce e qualcuno di lontano sarebbe sicuramente arrivato, lo avrebbero avvicinato offrendogli del denaro per portarsi via Manolete ma lui avrebbe rifiutato. Il Torero che avesse sconfitto il suo Toro avrebbe sicuramente guadagnato in fama e denaro, tutti lo avrebbero voluto. E lui avrebbe tenuto duro fino a che non fosse arrivato qualcuno di veramente importante, fino a che non avessero capito che un Corrida contro Manolete sarebbe stata un'impresa di titani e gli avessero offerto una montagna di euro. E lui non sarebbe certo mancato a quella Corrida, se la sarebbe gustata mille volte più di quella Tienta, anzi un milione. Il suo allevamento ne avrebbe avuta la giusta ricompensa e il suo Felipe oltre che a vincere secondi premi in qua e in là per il mondo, gli avrebbe scodellato altri quattro o cinque Tori che i commercianti avrebbero pagato profumatamente prima ancora della loro nascita e che lui invece avrebbe acquistato per due euro dal quel tonto di suo fratello. Manolete sarebbe stata la sua miglior pubblicità e avrebbe portato il suo allevamento ad essere il più importante della Spagna e per lui finalmente gloria e denaro, montagne di denaro, Manolete era la sua miniera d'oro.

 

E infatti, andò tutto come Rodrigo aveva previsto, le derisioni si fecero subito sentire ma l’ultimo a ridere sarebbe stato solo lui.

 <Non è un po' grande per la Tienta in quest'Arena?> esclamò uno dei tanti curiosi e interessati che giravano quotidianamente lì intorno in attesa della buona occasione, di un soffiata, di un informazione da passare a qualcuno di importante che avrebbe dato loro la giusta mancia

<Hei Rodrigo, che sorpresa ci hai fatto oggi? Questo Toro li ha già compiuti quattro anni e se non è già stato matato e segno che non è buono per l'Arena! Ah ah ah!> rideva un altro e intorno rispose una risata generale, mentre Manolete si avviava al centro dell’Arena accompagnato da Ruben

<Hei burlone, questo bestione non arriva a fare un solo giro tra la polvere che lo hanno gia riempito di Banderillas, dove lo vuoi portare a Madrid o al mattatoio ah ah ah ah!> lo canzonava un altro ancora ma Rodrigo li zittì tutti quanti. Si alzò dal suo scranno dominando l’intera platea che orlava l’Arena, tirò fuori di tasca il certificato di nascita di Manolete e cominciò a sentenziare, quasi come se fosse il Papa alla finestra o come se fosse Thomas Jefferson alla dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. O meglio, da vero sbruffone quale in realtà era, con il suo odioso ghigno stampato in faccia e l’aria da campione mondiale dei presuntuosi.

 

<Manolete ha diciotto mesi. Quando avrà quattro anni non potrà nemmeno entrare in quest’Arena, dovremmo allargare la porta per farlo arrivare in questa landa polverosa. Quando Manolete avrà quattro anni sarà davvero a Madrid e quella sarà una Corrida che passerà alla sToria, una Corrida a cui nessuno di voi vorrebbe mai mancare. Avanti stolti e increduli, cominciate a far arrivare alle mie orecchie frasi con un po’ di senso, frasi con in mezzo la parola euro, migliaia di euro, milioni!> li incalzò Rodrigo

<Quel bestione ha solo diciotto mesi? Ma chi vuoi prendere in giro!> fu invece la prima reazione degli intervenuti alla Tienta

<Manolete è nato un anno e mezzo fa da Carmen….. e Felipe> al suono di questo nome si sentì un mormorio sommesso attraversare la platea e di questo a dire il vero ne fu contento anche lo stesso Manolete, sempre ignaro di ciò che accadeva intorno a lui ma che sentì l’ammirazione di quegli uomini per il suo grande padre Felipe, gran Toro anche se non aveva potuto danzare la sua Corrida <puoi andare a leggerti il registro se vuoi, intanto qui nelle mie mani ho il suo certificato di nascita e tutte le garanzie che voi increduli avrete bisogno di toccare con le vostre di mani> mentre l'orgoglio cominciava a sudargli fuori da tutti i pori, le sue parole cominciavano ad avere effetto. Tutti quelli che un attimo prima l’avevano deriso adesso scherzavano con lui sperando di rientrare velocemente nelle sue grazie e partecipare alla raccolta di quella pioggia di euro di cui Rodrigo continuava a parlare.

<Se è così allora quando andrà a Toreare ci vorranno due Matador, uno sopra l'altro, per riuscire ad averla vinta con lui! Ah ah ah!> e tutti dietro a ridere per non passare male

<Si ci vorrà una Capa grande come un lenzuolo! Ah ah ah!> e tutti a ridere

<Ci vorrà una Muleta retta da una traversina del treno e questo magari ci sbufferà sopra! Ah ah ah!> e giù tutti contenti a ridere, ormai di nuovo tutti compari, sempre pronti però a colpirsi alle spalle alla prossima occasione.

 

 

A sentirsi elogiare in quel modo Manolete volò al settimo cielo. Compiacendosi, nella pioggia di complimenti che gli scrosciava addosso, trotterellava impettito per farsi ancor meglio ammirare da i suoi spettaTori. Tra le risate generali e le considerazioni sulla prestanza fisica di quel gigantesco quasi Toro o poco più che vitello, Manolete cominciò a rincorrere la mantiglia, tra la polvere e le grida della gente. La sua prima Corrida finalmente, adesso avrebbe danzato sul serio.

 

Cuervo e Zorro approfittarono del trambusto che si era creato dopo l’ingresso di Manolete. Visto che anche i cani erano stati distratti dal gran vociare degli uomini, riuscirono facilmente ad intrufolarsi nell’Arena, passando dalle stalle più lontane alle gradinate. Cuervo si era comodamente appollaiato su di un tettuccio malmesso che pretendeva di proteggere dal sole gli spettaTori senza tanto successo. Zorro invece era riuscito a guadagnare a fatica quella posizione, al sicuro da sguardi che non gli avrebbero risparmiato un colpo di schioppo se si fossero accorti di lui. Le volpi d'altronde non sono delle grandi arrampicatrici e con tutto il tempo che gli fu necessario, balzellon balzelloni, riuscì fra un mattone sconnesso e una trave sporgente ad arrivare fino in cima.

 

<Beh! Vediamo un po’ che cos’è questa famosa Corrida> esordì Cuervo sistemandosi comodo per assistere allo spettacolo <Manolete ci ha fatto una testa così> disse spalancando le ali <che anch’io morivo dalla voglia di vederla>

<No no, moriamo tutti e due se qualcuno si accorge che ci siamo> gli rispose sarcastico Zorro, muovendosi con circospezione su quello scalcinato solaio e temendo da un momento all’altro, di sprofondare sulla testa di qualche ignaro spettatore che si sarebbe ritrovato il collo di pelliccia in piena estate

<Oh, noto con piacere che ci degni della tua presenza>

<Spiritoso. Ah, ah e ah>

<Permaloso. Uh, uh e uh>

<Dopo che avremo finito di insegnare a Toreare Manolete, voglio proprio vedere se sarete capaci di insegnare a me… A VOLARE!> riprese indispettito Zorro

<Volanti si nasce caro mio ed io modestamente volai. Ma se vuoi ti do un’altra lezione come quando siamo entrati nella stalla. Ah ah ah! Chissà come sarebbe volare insieme sull’Arena adesso, altro che Manolete rimarrebbero tutti sbigottiti a guardare noi! Ah ah ah!> evidenziò Cuervo sganasciandosi dalle risate

<Sì, me le immagino tutte quelle bocche aperte, una meraviglia dietro l’altra. Benvenuti signore e signori ecco a voi le meraviglie della natura: Manolete il Toro più grande del mondo e Cuervorro la volpe volante. I bambini entrano gratis! Ah ah ah!> continuò il suo degno compare saltellando dalla risate.

Di nuovo amici, di nuovo inseparabili sbruffoni.

<Ehi aspetta, zitto. Smetti di ridere ti si arruffa la coda. Guarda che stanno cominciando, ecco, ecco Manolete che entra, com’e enorme>

<Mi sembra un po’ impacciato>

<È la prima volta stolto, com’è stato acchiappare la tua prima gallina? Facile?>

<Apposta sono diventato vegetariano! Zitto ecco il Torero, no sono due, anzi tre. Ehi così non vale tre contro uno. Dai Manolete fatti valere, fagliela vedere a questi. Tre contro uno … ma così non vale>

<Una bella coppia di stupidi impagliati, ecco cosa diventiamo fra due minuti se non chiudi quella boccaccia, per fortuna qui urlano tutti altrimenti ci avrebbero già scoperto. Dai mettiti calmo e godiamoci lo spettacolo. Manolete sa il fatto suo. Ci penserà lui a sistemarli>

 

Manolete invece era allo sbaraglio. La pacca di Ruben gli aveva regalato un gran coraggio ma adesso non sapeva davvero cosa fare. Con chi doveva danzare? Il padrone lo aveva lanciato nel bel mezzo dell'Arena senza dargli alcuna indicazione. Non solo non sapeva come muoversi, come avviare quei passi di danza di cui aveva tanto sentito parlare da suo padre e che aveva tanto desiderato imparare, ma non sapeva proprio cosa avrebbe dovuto fare. Credevano forse che fosse così facile muoversi nell’Arena? Nessuno gli aveva detto niente!

 

E infatti non fu necessario, tutto arrivò naturale come non si sarebbe mai immaginato.

 

Improvvisamente da dietro dei pannelli di legno incominciarono ad apparire degli uomini che portavano in braccio chi dei panni color rosa e giallo, le Capa, chi dei bastoni lunghi di legno, inoffensive Pica senza lama, chi delle corde e via via che entravano nell'Arena gli si facevano sempre più vicini con fare guardingo e con modi molto molto diffidenti. A Manolete pareva tutto molto strano e sembrava proprio che quegli strani tipi avessero paura di lui. E cosa mai poteva far loro di male il povero Manolete, lui voleva solo giocare e imparare l'arte della danza della Corrida. Loro poi erano così tanti che non avrebbe proprio saputo come poterli spaventare tutti quanti. Per un po’ rimase fermo nel bel mezzo dell'Arena, gli uomini continuavano ad avvicinarsi a turno e a punzecchiarlo con grida, con le movenze dei mantelli e con i lunghi bastoni con cui potevano toccarlo stando a debita distanza. L’istinto infine venne in suo soccorso e Manolete improvvisamente capì. Ecco in cosa consisteva il gioco, quei buffi omini intorno a lui cercavano di attirare la sua attenzione, probabilmente per farsi rincorrere e dare in questo modo l’avvio alla danza. Loro sarebbero scappati e lui gli sarebbe corso dietro, poi piano piano avrebbe sicuramente capito quello che c’era da fare. Mah, sembrava tutto così semplice, in fondo sarebbe bastato che glielo avessero spiegato, avrebbero sicuramente risparmiato tempo e lui avrebbe perfezionato prima la sua tecnica. Mah! Gli uomini, che strane bestie!

 

<Alè, alè Toro!| Alè, ale!> esclamavano intorno a lui continuando a stuzzicarlo <Vieni bello, su fatti sotto, vieni, facci vedere di che pasta sei fatto. Alè, alè Toro!| Alè, ale!>

<Hei Rodrigo questo Toro non ha ancora capito cosa deve fare! Ah ah ah! È bello grosso ma ce la fa a muoversi?> lo canzonavano dagli spalti i soliti spettaTori pronti a criticare tutti e tutto e a rimangiarsi ogni cosa un attimo dopo.

<Forse sì> rispose freddo e impassibile il padrone di Manolete <Ma avvertite i Toreri di stare attenti quando Manolete si deciderà a partire!>

E Manolete partì.

 

Prese a trotterellare pesante verso uno di quelli con il panno rosa in mano. L’esperto Torero lo agitava incessantemente nel tentativo di far capire a quello stupido animalone che a quello doveva mirare e Manolete intelligentemente capì tutto e miro al panno rosa, ma il Torero se la fece sotto lo stesso!

<Stai ben attento che ti strappo di mano quella Capa> muggì e corse incontro al Torero che chiuse gli occhi per un attimo e con maestria spostò il panno e fece passare Manolete dietro le spalle, senza che questo gli evitasse di sentire i brividi affiorargli su tutto il corpo. Se avesse guardato il Toro non sarebbe riuscito a muovere un solo muscolo, tanto era il terrore che gli incuteva quella massa nera che lo puntava sbuffando e muggendo.

<Ole!> gridarono dagli spalti e nell'Arena per la prima toreata di Manolete.

<Aaah, ma tu mi vuoi prendere in giro!> muggì indispettito dall’esperta manovra che lo aveva reso vittima di quel primo olè  <Allora ti faccio vedere io! Preparati, che sto tornando da te!>

Manolete girò veloce su se stesso, sollevando intorno a se un nuvola di sabbia che lo rese momentaneamente invisibile, piegò la testa verso il basso e caricò verso il malaugurato toreador. Sbucò dal polverone a poche zampate dal poveretto che se lo vide precipitare addosso prima che potesse solo pensare ad una qualsiasi mossa. Solo grazie all’esperienza e alla pratica, con un pizzico di terrore, riuscì ad evitare le acuminate corna di Manolete. Si gettò vergognosamente a terra un attimo prima che l’enorme Toro calpestasse la sabbia che aveva appena goduto della frescura della sua ombra tremante.

<Oooooooooo!> come un sol uomo la folla sbigottita ed entusiasta accolse quella meravigliosa carica che il giovane Toro era riuscito a portare in barba alla bravura dei suoi esaminaTori.

<Olè, Olè> presero a gridare tutti, entusiasmati e meravigliati dalle continue cariche che Manolete portava, sbaragliando tutti Toreri che gli si paravano davanti.

<Olè, Olè> prese a gridare la folla radunatasi sugli spalti di quella piccola Plaza de Toros di provincia che di li a poco, sarebbe divenuta la più conosciuta Arena de Tienta di tutta la Spagna.

 

Manolete prese subito confidenza con la sabbia fine dell'Arena e cominciò a scartare uno dopo l'altro tutti i provetti Torero, i Novilleros e gli esperti Matador che gli si pararono dinanzi. Chi lo metteva alla prova con il bastone, chi cercava di acchiapparlo con le corde, chi lo voleva sbeffeggiare con la Capa per poi ritrovarsi costretto a fuggire con Manolete sbuffante alle calcagna, come un treno a vapore in piena corsa. Si va bene, mancava la grazia, certo mancava ancora l'astuzia, sicuramente ci metteva troppa potenza, ma ormai aveva compreso perfettamente il ritmo del gioco e il suo fine. Avrebbe sbaragliato velocemente quei pivelli di provincia che gli si paravano dinanzi ma avrebbe dovuto allenarsi molto se voleva arrivare in una grande Arena, dove chissà quali Toreri di nome avrebbe potuto affrontare. Sugli spalti facevano il tifo per lui, olè, olè sentiva gridare ogni volta che un malcapitato si trovava a dover fuggire dalle sue irruenti e pericolose corna, olè, olè e la passione si impossessava di lui. Mai si era divertito tanto e già pregustava giornate di festa e di baldoria da vivere nell'Arena e da rivivere con i suoi inseparabili amici, rivivendo ogni attimo di quelle corse nell’Arena toreando con Zorro e Cuervo tra i campi della Meseta.

 

Dall’alto della sua soddisfazione, oltre che del palco in cui era seduto, Rodrigo si godeva la scena prefigurandosi quello che sarebbe accaduto di lì a poco e chissà per quanto nei giorni a venire. Si immaginava una lenta e malcelata processione di loschi individui che lo avrebbero avvicinato offrendogli chissà quali cifre. E lui naturalmente avrebbe rifiutato! Non era ancora il momento. Avrebbe venduto Manolete solo sei mesi prima che fosse in grado di entrare ufficialmente in una vera Arena, secondo le usanze di quell’antico spettacolo, fulcro della sua cultura e di quella di un intero paese.

 

 

<Cosa te ne pare allora?> chiese ad uno degli interessati spettaTori che gli si erano seduti vicino <Pensi che possa arrivare a Madrid?>

Senza porre tempo in mezzo l’interpellato scoprì subito le proprie carte e cadde nella subdola trappola tesagli da Rodrigo solo per divertimento, tanto per scaldarsi i muscoli per ciò che sarebbe venuto dopo.

<Chiedimi qualunque cifra e io la pagherò, nel giro di due anni farò diventare questa bestia un rullo compressore e sbancheremo Madrid!>

<Ci rivediamo qui fra un anno esatto ed io ti chiederò il doppio di ciò che avrei mai osato chiederti oggi e tu me lo pagherai e di corsa, ma per il momento Manolete rimane con me ma considerala una promessa, ricordati prepara un bel po’ di denaro. Fra un anno Manolete sarà tuo e non ti farà rimpiangere il prezzo che te lo farò pagare> avrebbe ripetuto quelle parole ancora per due anni ad un infinità di commercianti, mediaTori, Toreri, politici e vip, promettendo a tutti lo stesso paio di corna che alla fine avrebbe venduto solo a chi gli avrebbe offerto di più, semplicemente.

 

Manolete non era per niente contento del fatto che quello o chiunque altro, avrebbe potuto diventare il suo nuovo padrone, non voleva andar di nuovo via, cambiare campagna, cambiare casa. No, non voleva un nuovo padrone e a dir la verità non voleva alcun padrone! Al massimo lo avrebbe considerato e chiamato… socio, sì socio poteva andar bene. Meglio sarebbe stato invece se lo avesse definito bestia. Ma oggi era un giorno troppo importante per preoccuparsi di queste piccolezze. Manolete era troppo felice e non poteva fare altro che gustarsi appieno quella meravigliosa giornata. Il sole stava per tramontare, la gente intorno ancora gridava il suo nome e i bambini scesi nell’Arena si rincorrevano mimando le sue imprese, rincorrendosi e rotolandosi in quella polvere che stava lanciando Manolete nel firmamento della fama e della gloria. Suo padre Felipe e la mamma Carmen sarebbero stati orgogliosi di lui, aveva soddisfatto i loro ed i propri desideri. No, non voleva pensare ad altro, voleva solo godersi il sapore della vitToria, quel giorno sarebbe passato sopra a tutto e intanto aveva cominciato con i Novilleros.

 

<Non solo i Toreri!> muggì sghignazzando come solo un Toro potrebbe fare <Sono riuscito a sconfiggerli tutti!> muggì forte, più forte che poté appena rientrò nella stalla.

Zorro e Cuervo erano ad aspettarlo, nascosti silenziosi dietro al fieno come al solito. Appena gli uomini se ne furono andati Cuervo si appollaiò sul davanzale di quella che ormai, era diventata la sua finestra, Zorro invece si accoccolò su una balla di fieno, con la coda mollemente penzolante e uno stelo di paglia tra i denti, proprio come lo avrebbe tenuto un contadino. Il silenzio si protrasse ancora per un attimo ma dopo gli eventi emozionanti e strabilianti che erano accaduti nelle ultime ore fu inevitabile l’esplosione di parole che rumoreggiò nella stalla. Tutti e tre erano desiderosi di rivivere ogni febbrile attimo di quella giornata, ravvivandola di commenti e arricchendola con le emozioni e le sensazioni provate.

 

<Ma l'avete visto quello con il lazo> gracchiò Cuervo <manca poco che non si è legato da solo mani e piedi, mentre cercava di scappare per mettersi in salvo dalle cariche di Manolete. Ah ah ah ah!>

<E quello con il bastone> aggiunse Zorro <non è mai riuscito ad avvicinarsi a te per punzecchiarti, aveva troppa paura! Ah ah ah ah!>

<Avete visto come ho fatto fuggire quello con la Muleta rossa che è arrivato da ultimo, non ha fatto in tempo ad entrare che era già a casa a fare la siesta! Ah ah ah ah!>

<Comunque ragazzi, bando alle risate> prese a dire serio e coinvolto Zorro <qui ci sarà molto da lavorare. La mia astuzia sarà tutta al tuo servizio Manolete. Te la sei cavata egregiamente oggi ma molto del merito lo devi alla tua enorme massa. Certo deve far davvero paura vedersi arrivare addosso una enorme macchia nera con le corna. Dobbiamo stare molto attenti, loro sono davvero esperti ma io li studierò nell’Arena e scoprirò tutti i loro segreti, così potremo anticipare ogni loro mossa e allora li faremo ballare davvero! Mi voglio proprio divertire la prossima volta che torniamo nell'Arena! Olè, olè, oleeeè. Li voglio lasciare tutti con la bocca spalancata. Dovresti inventare qualcosa anche tu Cuervo!>

 

 

<Oh sì, sì! La prossima volta voglio sbellicarmi dalle risate più di quanto abbia fatto durante questa Corrida. Anche io li osserverò, volerò sopra l’Arena, studierò i loro movimenti e poi te li farò imparare come li imparerebbe un uccello. Così che tu possa essere leggero più di loro. Non vedranno nemmeno i tuoi zoccoli toccare la sabbia, vedranno solo un enorme Toro aleggiare nell’Arena, sarai il loro fantasma ed avranno un sacco di paura! Crah crah crah crah crah! La prossima volta che assaporeremo la sabbia dorata dell'Arena il tuo socio, come lo chiami tu, non avrà parole a sufficienza per elogiarti davanti a chi ti vuole in una vera Plaza de Toros. Vedremo i suoi occhi girare vorticosamente come un registratore di cassa, ding ding, ding, tanti soldoni entreranno nelle sue tasche e per te ci sarà gloria immensa, fama infinita. Fama e avena! Crah crah crah crah crah!>

<Sì sarà proprio uno spasso allenarmi con voi, lasceremo tutti di stucco. Sì, sì, sììììì! Amici alla Corrida amici per la vita!>

<Amici alla Corrida amici per la vita!> esclamarono tutti e tre insieme.

E ripresero a parlare di quello che era accaduto nell’Arena rivivendo ancora una volta e poi ancora e poi ancora ogni singolo attimo di quella meravigliosa giornata, fino a che a notte fonda si addormentarono tutti e tre sognando Manolete che danzava fra Capas e Muletas, fra bastoni e Novilleros, fra corde e Toreri. Dormirono placidi e beati tutta la notte continuando a rivivere quel giorno, sognando la prossima Corrida e sognando Madrid.

 

Dopo quella prima Tienta le giornate ripresero il tranquillo andamento tipico di ogni placida fattoria. Il risveglio nella stalla, il foraggio mattutino, condito da quattro chiacchiere fra bovini, prima che Paco, l’inserviente che accudiva Manolete e gli altri Tori, venisse ad aprire il cancello per lasciare uscire tutti a cercarsi un po’ di erba fresca sui colli salmastri della Sierra del Carrascal. Là finalmente, tra olivi e aranceti, l'appuntamento quotidiano con Zorro e Cuervo. Una bella sgambata di allenamento dietro alla veloce e zigzagante coda di Zorro, quattro risate, ricordando la Corrida e le marachelle che combinavano ogni giorno alla fattoria di Don Gonzalo, poi un po’ di allenamento alla concentrazione, allo scatto e alla versatilità dei movimenti. A seguire una scorribanda fra gli aranci, con tanto di scrollata agli alberi per assaggiarne i frutti, tanto ormai avevano imparato anche a sbucciarli e poi un po’ di teoria a lezione dagli esimi professori Zorro e Cuervo. I due acuti osservaTori riportavano ogni giorno ciò che avevano visto nell’Arena della fattoria e come per la preparazione di un vero e proprio piano di battaglia, studiavano accuratamente ogni contromossa. Il giorno seguente la mettevano addirittura in pratica allenando Manolete, Zorro a fare da Torero e Cuervo a fare da Capa. Olè, olè, oleeeè!

 

Tanto per non perdere il vizio e anche perché il riposo e il divertimento sono un ottimo intermezzo al duro lavoro e allo studio, i tre amici ogni tanto si facevano prendere dalla marachellite acuta e andavano in giro a combinare un po’ di guai. Una volta erano perfino riusciti ad entrare nel recinto di un allevamento di struzzi. Che buffi quegli uccelli così grandi, più grandi di quanto anche Cuervo ne avesse mai potuti vedere. Avevano trovato l’allevamento alla fine di un lungo sentiero che degradava dalla parte della costa, là dove il sapore del mare arrivava prepotente e salubre. Li avevano scovati durante una delle loro solite passeggiate pomeridiane che li aveva portati fino ad un alto recinto di rete. Oltre le maglie metalliche di protezione avevano visto per la prima volta quegli strani uccelli con il corpo rotondo, le gambe lunghissime e il collo altrettanto lungo con in cima una testolina poco più grande di quella di Cuervo, assai più piccolo di loro, che nulla aveva a che vedere con il resto del corpo. Il corvo si era intrufolato subito nel recinto creando scompiglio tra gli indisponenti volatili non volanti, i quali atterriti dal nero e gracchiante invasore, avevano preso immediatamente a correre all'impazzata scappando da ogni parte. Quando invece era riuscito ad entrare Zorro, infilandosi in una piccola apertura fra le maglie della rete, aveva ottenuto il risultato opposto. Gli struzzi si erano immediatamente messi a rincorrerlo, incuranti nella maniera più assoluta del corvo impegnato a gracchiare a squarciagola dietro di loro. Fin qui sarebbe stato tutto ameno e abbastanza pacifico, tutto avrebbe potuto filare liscio, per modo di dire certo, se Manolete non avesse preteso di entrare dentro il recinto. Passare di sopra non era certo possibile, scavare sotto la rete sarebbe stata un impresa ciclopica capace di sfinire ma più che altro di annoiare  anche lo stesso Manolete. A quel punto non rimaneva che un’unica soluzione, la più disastrosa chiaramente, la sola che non doveva assolutamente essere messa in pratica. Quella che praticamente Manolete attuò. L’incosciente Toro infilò le sue lunghe e aguzze corna tra le maglie della rete e cominciò a spingere e a tirare, con la sua immensa forza, fino a che non divelse rete, paletti e recinto intero. Di fronte a tanto ridicolo sfacelo Zorro e Cuervo presero a sganasciarsi dalle risate e alla vista di Manolete impigliato e aggrovigliato alla rete, un tutt'uno con recinto, pali e svolazzanti piume di struzzo non riuscivano assolutamente a smetterla. Come se non bastasse quanto accaduto fino a quel momento anche gli struzzi ci misero del loro. Correndo veloci e sgraziati come solo loro potevano fare, presero a starnazzare insistentemente allontanandosi per ogni dove. Il gran starnazzare provocato dagli uccelli impauriti mise in allarme l'allevatore, un robusto contadinotto completamente immerso nella siesta giornaliera.

 

 

Bruscamente risvegliato dal gran rumore uscì fuori di casa, imbracciò il fucile e corse verso il recinto cercando con lo sguardo dove fossero gli uomini che si immaginava fossero la causa di tanto trambusto, malintenzionati magari venuti a rubare i suoi struzzi. Giunto dove in teoria doveva esserci il recinto ma che invece mostrava solo lo sfacelo provocato da Manolete, si ritrovò davanti agli occhi una volpe con le piume in bocca, un corvo a pancia all'aria e un Toro con il suo recinto a fargli da mantello. L’allevatore rimase talmente sbigottito e incredulo davanti a tanta assurdità che, per fortuna, non fu capace di far partire nemmeno un colpo dalla sua doppietta e i tre combinaguai fecero in tempo a darsela a zampe e ali levate. Naturalmente nessuno credette mai al racconto dell’allevatore, in paese si sparse addirittura la voce che fosse stato lui stesso a combinare il guaio, una di quelle sere in cui doveva aver alzato un po’ troppo il gomito.

 

Chiaramente ogni giorno i tre strani compagni trovavano sempre il modo di combinarne qualcuna delle loro, ma sul tardo pomeriggio, quando il sole cominciava a calare e si avvicinava l'ora della Corrida, quando il disco dorato si adagiava lentamente sulle colline intorno e il calore cominciava a farsi sentire con minore intensità, in quel momento Manolete, Zorro e Cuervo non potevano mancare al loro appuntamento più importante, alla messa in pratica di ogni loro studio e lezione, la loro Tienta personale. Ovunque fossero, oliveta, campo, strada o sentiero, alle cinqo del las tardes si Toreava!

<Amici alla Corrida amici per la vita!> esclamavano tutti e tre insieme.

 

Ogni sera una Tienta. Non era solo un allenamento, non dovevano fare corse o sollevare pesi, erano delle vere e proprie prove per l'esibizione che Manolete avrebbe dovuto tenere. Si sarebbe alzato un immaginario sipario e il Toro avrebbe fatto il suo ingresso nell'Arena della loro fantasia. Cuervo aveva il duro compito di rendere Manolete più leggero di quanto fosse, aveva ormai superati i cinqecentocinquanta chili e da lì al momento della sua esibizione si sarebbe certamente avvicinato ai seicento, arrivando a dimensioni sopra l'ordinario per un Toro di quattro. Zorro doveva riuscire a donargli l’acume che gli avrebbe fatto prevedere ogni mossa del Torero che si sarebbe trovato dinanzi. Ogni sera una Tienta. Ogni giorno amicizia e allegria.

<Amici alla Corrida amici per la vita!> esclamavano tutti e tre insieme.

 

Prima di addormentarsi provavano a lasciare da parte Toreri, Corride e Capas e come tre veri amici fanno, concludevano la faticosa giornata parlando di loro e del mondo. Ma la passione non dava loro pace e alla fine, da qualsiasi argomento fossero partiti, si ritrovavano sempre nell’Arena. Come quella volta che Cuervo se l’era presa perché un Novilleros, a cui si era avvicinato troppo per studiarne i movimenti, lo aveva scacciato in malomodo dandogli del “brutto” e del “corvaccio”.

 

<O sì è facile dire cose tipo "Brutto corvaccio", "Animalaccio nero" e ingiuriarmi solo per il mio aspetto. Ci sono posti dove sono amato e rispettato. I miei cugini nella torre di Londra sono temuti e accuditi. Sono il simbolo di un luogo che è il simbolo di una città molto importante, la capitale dell'Inghilterra. Nessuno dice loro "Corvaccio". Anzi, vendono anche souvenir a forma di corvo! Uffa, eh sì, là sì che se ne intendono, non badano all'aspetto ma al nobile contenuto> e da lì saltando, anzi volando di palo in frasca …<Vedi Manolete, volare è pura eleganza, è arte, è impadronirsi del vento e dell'aria. Volare è grazia. Qualunque uccello quando decolla o atterra può sembrare ridicolo, anche i bellissimi cigni o le maestose aquile, ma quando siamo in volo, siamo tutti ugualmente meravigliosi, colibrì, aironi o corvi. Un battito di ali, flap flap flap, una leggera brezza ci indica la corrente ascensionale più vicina e ooops ci infiliamo dentro e ci lasciamo tirare su. Un battito di ali ancora e copriamo infinite distanze utilizzando il vento, il caldo e il freddo>

<Già la fai facile tu ma io mica ho le ali. Di’ Zorro, mi ci vedi a volteggiare leggero nell'aere e poi sprofondare con i miei quintali nella sabbia dell'Arena. Farei una buca così profonda che il toreador diventerebbe il più ricco petroliere della Spagna. Ah ah ah ah!>

<Un Toro che vola. Tze, io avevo sentito di asini che volavano, ma Tori no, no no, mai visti! Ah ah ah ah! Anzi l’asino volante che conosco meglio si chiama… si chiama… ha sì! Si chiama Cuervo! Ah ah ah ah!>

<Ah, ah, ah. Spiritosi. Certo che Manolete non deve volare ma è guardando volare me che può imparare la grazia che gli donerà l'eleganza per danzare con il suo Torero. O forse ho capito male? Questa Corrida è o non è un ballo o qualcosa del genere? Beh! Questo è quello che mi avete fatto capire voi! Mi sa che non sono l’unico asino in giro. Qui c’è n’è un paio a quanto vedo, e non volano nemmeno!> puntualizzò a quel punto Cuervo.

 

 

<Qui di asino ci sei solo tu Cuervo! Certo che è una danza non sei tu che l’hai detto a me?>

<Ma non me l’avevi detto tu, e poi per quello che ho visto a me pare proprio una danza, strana ma danza>

<Anche a me e sembrato così e tu cosa ci dici Manolete?>

<Beh credo di sì, almeno così mi  ha sempre raccontato mio padre Felipe> rispose un titubante Manolete.

<Allora se vuoi essere il migliore impara la grazia, così…> e prese a volteggiare trascinato dalla pazza stima di sé <…muoviti secondo il vento, lascia che l'aria ti spinga. Hai visto come hai fatto nell'Arena? Sei tu che comandi, tutti vengono dietro a te, vengono a cercarti per sminuirti davanti alla loro bravura e tu invece li surclassi tutti, in grazia e in astuzia, anche grazie a noi…> sottolineò tralasciando la modestia <…muoviti con il vento, su così...> continuava mimando l’azione <…il tuo fiato non dovrà mai tornarti in faccia, lo dovrai vedere allontanarsi da te. Soffialo con il vento e che grazie al vento possa arrivare fino al Torero. Che senta il tuo odore, il tuo essere Toro e che abbia timore e rispetto di te!>

E Manolete, trasportato dalle parole di Cuervo prese a danzare leggero fra le zolle dure e sassose della Meseta, sognando di essere nella spianata dell'Arena. Cuervo parlava e mimava, Manolete volteggiava leggiadro e Zorro correggeva i suoi passi rendendo questa sua danza sempre più precisa e preziosa.

 

Con il trascorrere del tempo le sue movenze si fecero sempre più morbide e aggraziate. Con il passare dei giorni, più provava e più assomigliava a Cuervo, se avesse avuto le ali avrebbe davvero provato a volare, sollevare i suoi chili fino nell'alto del cielo azzurro. Le sue zampe si muovevano seguendo la musicalità del vento, con il soffio alle spalle e l'aria che gli portava via il fiato da dentro i polmoni e andava a spargere il suo afflato lontano, dinanzi a se, come gli aveva insegnato Zorro.

<Capperi ragazzi, se Cuervo non avesse le ali e tu non avessi le corna, credo proprio che non vi riconoscerei, siete straordinariamente simili!>

<Stupida volpe. Amici alla Corrida, amici nella vita!>

<Dai Cuervo non prendertela. Amici alla Corrida, amici nella vita!>

<Amici alla Corrida, amici nella vita> ripeterono tutti insieme. Mentre Zorro voleva ancora l’ultima parola.

<Amici alla Corrida, amici nella vita! Si ma… insulsi, dare dello stupido ad una volpe, puah! Olè, olè oleeeè>

 

Trascorsero i giorni, i mesi e pure gli anni, Manolete studiava, Zorro e Cuervo insegnavano e tutti insieme si divertivano come matti. E nel frattempo maturavano anche gli affari del suo perfido padrone. Come Rodrigo aveva previsto Manolete era diventato il Toro più ambito per tutti i più grandi Toreri. Grazie alla sua imponente figura, all’enorme peso e all’immensa fama che lo precedeva tutti i Toreri più famosi bramavano di combattere contro di lui. Chi avrebbe sconfitto un Toro come quello avrebbe avuto fama per l’eternità! Se fossero stati ancora vivi e in attività anche i mitici Belmonte, Manolete, il Torero non il Toro, Joselito, el Cordobés, Ordoñez e Dominguin avrebbero voluto ad ogni costo Toreare contro quell’enorme bestione che Manolete era divenuto. Ed Hemingway, uno scrittore del secolo scorso appassionato di Tauromachia, ne avrebbe avuto di che scrivere, altro che un romanzo o due, un enciclopedia intera avrebbe dovuto scrivere su Manolete!

 

Trascorsero i giorni, i mesi e pure gli anni e alla fine arrivò il momento da tutti tanto atteso. Manolete aveva compiuto quattro anni, aveva superato i settecento chili ed era stato venduto da Rodrigo per una somma così alta che i giornali in poco tempo, l’avevano esageratamente fatta lievitare verso numeri con una fila infinità di zeri dietro. Se lo era accaparrato una non meglio identificata società svizzera che faceva capo ad un intrico da libro giallo, di altre anonime società sparse per il mondo, delle quali chiaramente non era possibile riuscire ad individuare nemmeno un socio. In pratica Manolete non apparteneva a nessuno o meglio ancora, Manolete era di tutti! Appena fu data la notizia del passaggio di proprietà del Toro più famoso del mondo, unica nota positiva di cui anche Carmen e Felipe poterono rallegrarsi, cominciò la lotta serrata fra i Toreri per aggiudicarsi a loro volta la possibilità di battersi e soprattutto sconfiggere Manolete. Tutti i più famosi Toreri del mondo si fecero avanti, anche Cristina Sànchez, la “Torera Cilena” si ripropose a quasi dieci anni dal suo forzato ritiro ma furono i più prestigiosi e affermati Toreri della capitale che si contesero la gloria di Toreare con Manolete. I padroni de “Las Ventas”, nomi come Serafin Marin, El Chano, Fernando Cepeda, Rafael de Julia, Sebastian Castella, Luis Vilches. Ma solo uno riuscì ad aggiudicarsi la più grande sfida di Tauromachia di tutti i tempi. Lui, l’unico, il solo, il grande, il cinico César Gabriel Fernando detto “El Tibulon”, lo squalo! E Manolete lo avrebbe incontrato durante la più importante e famosa celebrazione della supremazia dell’uomo sul Toro, la festa simbolo della Corrida, la Feria di San Isidro.

 

La Feria di San Isidro si sarebbe tenuta a Madrid dal 11 maggio al 5 giugno, nella più famosa Plaza de Toros di tutto il mondo, Las Ventas cuore battente di Madrid. Decine e decine di Corride sarebbero state combattute e perse da centinaia di Tori. Ogni giorno gli olè si sarebbero ripetuti in ondeggianti cori dentro e fuori dalla Plaza de Toros e sarebbero continuati ininterrotti per quasi un mese, durante la più importante manifestazione Taurina dell’anno. I Toros de Miura avrebbero toreato martedì 31 maggio 2005 alle siete de las tardes. I Toreri di quel giorno sarebbero stati “El Fundi”, Josè I. Ramos, Juan José Padilla e naturalmente lui, César Gabriel Fernando detto “El Tibulon”. I Tori sarebbero stati sei: Paco, Serafin, Pepin, Josè, Miguelito e naturalmente lui, il piatto forte della serata, il momento più atteso di tutta la Feria di San Isidro, l’immenso Manolete.

 

 

E alla fine quel momento tanto atteso da Manolete arrivò. Lo vennero a prendere la mattina all'alba, ce n'era di strada fare per arrivare a Madrid e anche il lussuoso e potente furgone di Rodrigo non avrebbe certo potuto soddisfare la frenesia di Manolete. Madrid, la capitale della Spagna. La capitale della Corrida. Là avrebbe conosciuto la gloria, avrebbe fatto vedere a tutti che Toro fosse, un Toro Bravo, uno di quelli cresciuti respirando la terra battuta dell'Arena, con quel panno rosso sempre davanti agli occhi, sempre sotto le sue fiere e appuntite corna. Avrebbe fatto vedere a tutti quanto valeva, non solo per la sua imponenza e per il suo peso, ma soprattutto per la sua agilità, per l’iniziativa e per la leggiadria di quegli eleganti movimenti che aveva messo a punto con i suoi impeccabili istrutTori, Zorro e Cuervo. Gli applausi lo avrebbero inondato e alla fine di quella prima Corrida avrebbe raccolto gli onori e la gloria che sentiva di meritare. Per se, i suoi amici e i suoi amati geniTori, per i quali non mancava mai di un caro pensiero, ad ogni alba e ad ogni tramonto. Gloria e fama, almeno così ancora credeva!

 

La nebbia della campagna aleggiava intorno alla fattoria, nonostante fosse maggio quella era una mattina particolarmente fresca e umida. Quando gli uomini arrivarono alla stalla Cuervo aveva ancora le penne tutte arruffate e Zorro la coda che sembrava un piumino per spolverare. Manolete invece era tirato a lucido, sembrava il figlio del fattore il giorno della sua prima comunione. Il pelo brillava nel chiarore dell'aurora e ai due amici parve pure che profumasse e questo tanto per cambiare scatenò la loro sarcastica ilarità.

<Ho indossato il mio vestito migliore e mi sono irrorato del mio profumo preferito, "Toro Scatenato"> scimmiottò Zorro.

<Ohoooo, le signorine Mucche sono avvertite. Fate largo sono io, il Toro Bravo scatenato> aggiunse Cuervo mimando con le sue ali le corna aguzze di Manolete.

<Ha, ha, ha> li ghiacciò, irritato Manolete con dipinta sul muso una smorfia a metà fra l’offeso e il superione. Era così fiero di se in quel momento, quasi avesse già compiuto la sua prodezza, si sentiva come se avesse già danzato la sua Corrida Madrilena e non poteva certo lasciare che i suoi due amici lo sbeffeggiassero impunemente <Ma voi vi siete visti? Sembrate una scopa usata e un cespuglio di rovi! Avete dormito proprio male stanotte! Io invece mi sono riposato e rilassato, mi hanno strigliato ben bene, mi hanno dato da mangiare in abbondanza ed io adesso mi sento forte come… come… beh… come un Toro!> e scoppiò a ridere e dietro di lui Zorro e Cuervo come al solito non riuscirono a trattenersi.

<Oh… sì ah ah ah, lui si sente forte come un Toro, sì ah ah ah e io… io credo proprio di esser furba come una volpe aaahahahaha. E tu Cuervo tu che avresti da aggiungere a queste affermazioni così sconvolgenti, il nostro amico Manolete si sente oh bella, si sente aahahahhhahah, si sente forte come un Toro e tu, dico tu che novità ci proponi?>

<Io aaahahahh> aggiunse Cuervo sgangherandosi dalle risate <io sono nero come un corvo aaahahahahhhahaa!>

E fra le solite, immancabili risate generali trascorsero quei brevi attimi, ormai smorzata la tensione della partenza Manolete fu accompagnato sul furgone che lo avrebbe portato al suo destino e la volpe e il corvo si introdussero di soppiatto all’interno, decisi a far compagnia al loro amico per tutto il viaggio e anche nei suoi futuri giorni di gloria. Gloria e fama, almeno così ancora credevano!

 

<Addio campagna, addio Meseta, addio chicos, Madrid arriviamo! Il terrore della Corrida sta per fare il suo ingresso trionfale nella capitale, fate largo fate largo, arriva Manolete. Manolete Toro Bravo!> gracchiò Cuervo il camion si mise in moto ed il viaggio ebbe inizio.

 

Ci misero più di sei ore per percorrere i quasi quattrocento chilometri di strada che li dividevano da Madrid. Scesero le tortuose stradine della Sierra del Carrascal fino ad Almansa e da lì, lungo la 430 fino ad Albacete dove imboccarono la 301 che li avrebbe accompagnati dritti fino alla loro destinazione. Ripercorsero a ritroso la strada che alcuni anni prima li aveva allontanati dalla allegra e festosa fattoria di Don Gonzalo. Rividero da lontano le cime di Belmonte alle cui falde aveva combinato i più incredibili guai che si fossero mai sentiti in tutta la zona e di cui ancora tutti parlavano, ma dimenticarono tutto quando videro i cartelli che indicavano Madrid a poco più di cento chilometri.

 

 

Quando finalmente arrivarono alle porte di Madrid era proprio l'ora di punta e Paco, l’autista del furgone, non trovò niente di meglio da fare che sbagliare strada, anche se ci fu chi gli dette una mano, anzi un ala.

Ad Aranjuez avevano preso l’autostrada che li aveva portati velocissimi alle porte di Madrid poi avevano imboccato la circonvallazione e lì avevano trovato migliaia di automobili ad intasare la strada. Chi tornava dal lavoro, chi era stato a prendere i figli all'ultimo giorno di scuola, cha arrivava per al Feria. Autobus stracolmi di turisti che arrivavano da tutta europa, autobus di linea pieni di gente affacciata ai finestrini, scuolabus traboccanti di bambini in festa. E tutti a suonare impazienti il clacson, a strombazzare inutilmente e ad inveire contro la calca di automezzi che si riversava in città. Ai tre campagnoli parve davvero che tutto quel frastuono, tutto quel suonar di trombe fosse proprio per dare il benvenuto a loro. Cuervo mise fuori il becco e cominciò a gracchiare fiero dell'accoglienza e dei tributi che credeva venissero resi al suo amico. Gracchiò talmente forte che riuscì ad attirare l'attenzione dell'autista del camion su cui viaggiavano. L’ometto lo intravide per un attimo nello specchietto retrovisore, anche se non riuscì a capire di cosa si trattasse e con tutto ciò che accadde dopo, mai capì con esattezza cosa potesse aver mai visto. Invece che tirare dritto fino all’uscita che si trova a due passi dall’Arena, il malcapitato andò ad infilarsi in pieno centro, precipitando a capofitto nel bel mezzo di un gigantesco ingorgo cittadino.

 

Pur non volendo Cuervo aveva distratto Paco quel tanto che era stato sufficiente a fargli sbagliare strada e dall'avenida de la Paz, l’autostrada che aggira Madrid da est, la spaesata combriccola si ritrovò sulla Calle de Mendez il cui senso unico li costrinse a procedere dritti dritti fino alla stazione di Atocha, praticamente in pieno centro di Madrid. Rodrigo invece era già arrivato ed era in trepida attesa nel Toril di Las Ventas con il cellulare in mano nel, fino all’ora vano, tentativo di rintracciare Paco. Paco aveva ben altro da fare che rispondere all’insistente scampanellio del proprio telefono, impegnato com’era a cercare di capire dove fosse mai finito. Quando infine rispose si ritrovò ad ascoltare la roca e adirata voce del padrone, fortemente alterato dagli eventi, che contemporaneamente gli dava le indicazioni per raggiungere l’Arena e quelle per trovarsi un nuovo lavoro, anche se non così garbatamente come sarebbe stato opportuno. La settimana successiva Paco fu assunto come autista adibito al trasporto del latte, fu il massimo di vicinanza ai bovini che si concesse dopo quella logorante avventura. La seconda vittima di Manolete.

 

In quel momento però, fra squilli telefonici clacson d’automobile il frastornato Paco e l'allegra brigata che se la spassava nel cassone si ritrovarono, per la disperazione del primo e l’immensa gioia dei secondi, ad attraversare il viale principale della città per arrivare fino alla Las Ventas. Si lasciarono sulla destra la vecchia sede della stazione di Atocha che adesso è una gigantesca serra riscaldata piena di piante tropicali e proseguirono lungo il Paseo del Prado, il famosissimo museo di Madrid dove sono conservati i più bei quadri dell’arte spagnola. Attraversarono plaza de Cibeles con la fontana adorna di Leoni e divinità greche e proseguirono andando di nuovo dalla parte sbagliata. Rodrigo continuava a telefonare e Paco continuava a distrarsi. Intanto nel cassone Manolete, Zorro e Cuervo erano invece in piena estasi.

 

<Guarda che bei palazzi, mica le casupole di campagna che abbiamo visto fin’ora! Questa sì che è vita> esclamò Cuervo <Questa è la città che fa per noi, gloria, fama, becchime e Flamenco! Ooooolè! Ah già dimenticavo e Corrida naturalmente. Cra cra cra cra!>

<Certo Corrida! Ooooolè> muggì strafelice Manolete <Guardate che meraviglia! Hei Zorro, guarda quel bel palazzo là, chissà cosa ci sarà, forse è una stalla per i migliori Tori di Spagna, forse ci sono i Tori in pensione, quelli che hanno attaccato le Corna e gli zoccoli al chiodo. Muuu muuu muuu muuu!>

<C’è scritto Museo del Prado. Mah! Forse dietro c’è un immenso prado verde dove pascolano i migliori Tori di Spagna! Gnac gnac gnac!> latrò Zorro facendosi beffe degli altri due entusiasti amici.

 

Intanto mentre paco sudava sette camicie per ritrovare la strada i tre burloni continuavano il loro giro turistico di Madrid. Infilarono Calle de Alcalà nel senso contrario a quello che avrebbero dovuto percorrere, passarono proprio sotto il bellissimo palazzo del Metropolis, davanti alla Puerta del Sol, vicini a Plaza Major e infine si ritrovarono proprio di fronte al Palazzo Reale, dove a quell’ora stavano sicuramente consumando un pasto di tutto rispetto. A Paco invece sarebbe bastato un panino, ma non era certo il caso di fermarsi per mangiare, se poi lo avesse saputo Rodrigo, Paco avrebbe rischiato di essere gettato nell’Arena in piena Corrida. Intanto i tre dietro sgranocchiavano pannocchie, piluccavano arance e masticavano fieno, satolli e soddisfatti, beati da ciò che vedevano. Paco riuscì infine a riprendere in mano la situazione, anche grazie al diradarsi del traffico. Ormai erano quasi tutti a tavola, solo lui ancora girava per Madrid come una trottola. Il Furgone attraversò la Gran Via costeggiata da uffici, banche, cinema, e grandi magazzini e si trovò di nuovo in plaza de Cibeles, dalla quale finalmente imboccò Calle de Alcalà nella direzione giusta, conducendo lo sfinito autista e i festanti passeggeri fino alle stalle della grande Arena.

 

 

La mastodontica Arena di Madrid, la più importante del mondo, la Monumental, come viene amorevolmente chiamata dagli Aficionados. Una costruzione circolare in mattoni rossi capace di ospitare fino a ventitremila spettaTori assetati di emozioni. Costruita in uno stile misto fra l'architettura europea e quella araba. Con robuste mura da fortezza cesellate da ricami che portano alla mente odalische e narghilè, qui Manolete avrebbe ben presto assaggiato il sapore della Muleta ma anche il significato dell'Estoque.

 

Manolete fu subito rinchiuso nelle stalle adiacenti al Toril, ebbe appena il tempo di scambiare un muggito con i suoi adorati compagni di vita e poi scomparve nel buio dell’Arena. Zorro e Cuervo rimasero nascosti nel camion fino a che non fu notte. Solo allora poterono uscire senza esser visti da nessuno, i guardiani riposavano tranquilli nelle loro stanze e tutto intorno era silenzio. Cuervo andò alla ricerca di un luogo sicuro da cui assistere indisturbati alla Corrida del loro amico. Trovò il posto adatto in cima ad una delle torri che circondavano l’Arena, qui avrebbero potuto rimanere fino all’inizio dello spettacolo e poi sporgendosi appena oltre il tetto, avrebbero avuto un’ottima visuale su tutto quello che accadeva nel recinto di terra battuta. Sulla torre si arrivava facilmente volando ma la ripida salita rivelò un po’ più dura per Zorro. Questo intanto si era infilato nelle stalle alla ricerca dell’amico Toro, ma dovette presto rinunciare a trovare Manolete, là dentro era tutto ben chiuso, sbarrato e sigillato. Beh, almeno Manolete era al sicuro, al caldo, rifocillato e servito. Sicuramente non poteva stare male. I due si ritrovarono dentro il camion e dopo un breve conciliabolo decisero di prendere subito posizione. Se avessero aspettato il giorno dopo sarebbe stato impossibile non farsi notare per una volpe volante. Ebbene sì! Zorro provò in ogni modo a scalare le irte pareti della Monumental ma era davvero troppo per le sue povere zampe, così dovettero affidarsi all’ormai sperimentato espediente della volpe volante. Cuervo affondò i suoi artigli nella fulva pelliccia e tirò su Zorro.

 

<Ohooho,  abbiamo messo su un bel po’ di peso dall’ultima volta! La bella vita ingrassa, eh Zorro?>

<Sarà che dall’ultima volta ti sei un po’ rammollito Cuervo? La bella vita toglie le forze!>

<Io sono in forma come sempre, cosa credi di aver fatto movimento solo tu a farti rincorrere da Manolete per tutta Guadalest! Anch’io mi sono tenuto in allenamento e… oooh Zorro guarda là.> le prime luci dell’alba illuminavano fievolmente l’interno dell’Arena e i fari di sicurezza ancora accesi rendevano la visuale un panorama mozzafiato.

<Caspita Cuervo ma è meravigliosa. Altro che quei buchi di terra battuta di Guadalest, altro che Tienta. Siamo arrivati! Ragazzi siamo arrivati, Fama e gloria, Gloria e pacchia! Fama e… ouch… mattoni!>

<Mattoni?> esclamò Cuervo lasciando la presa. Per fortuna che erano già arrivati, anzi sbattuti sulla torre.

<Chi pilota dovrebbe stare attento a dove va, non può stare affacciato al finestrino a guardare il panorama! Sput sput…> replicò Zorro liberandosi dai calcinacci che aveva ingurgitato sbattendo con il muso sui rossi mattoni di Las Ventas.

<Finestrino? Mattoni? Ma cosa stai dicendo?>

<Lascia perdere, sei incorreggibile… io sono in forma come sempre… per me il tempo non passa… puah vecchia cornacchia. Io adesso ho un gran bozzo sul naso!>

<Perché cos’è successo?>

<Mi hai sbattuto nel muro corvaccio che non sei altro!>

<Oh per tutti i lombrichi che non mangio più, hai ragione! Scusami Zorro non lo faccio più>

<Lo farai lo farai, almeno un’altra volta spero, quella che mi riporterà a terra da quassù. Almeno che tu non mi costringa a buttarmi dalla disperazione. Ma dov’è Manolete perché non è qui con noi, lui almeno riesce sempre a farti ragionare e…  però… che panorama!>

<Cha fai ti affacci al finestrino …> e continuarono così fino a che non fece giorno e i primi movimenti all’interno dell’Arena non li distrassero dal loro battibecco… e battimuso!

 

 

A Manolete non era andata per niente meglio. Contrariamente a quanto Zorro e Cuervo credevano nessuno quella notte aveva accudito il povero Toro. Era stato frettolosamente rinchiuso nel Toril, gli avevano portato un po’ d’acqua ma nemmeno un filo di fieno, poi da quel momento nessuno era più tornato, neanche per dargli la buonanotte. Aveva passato da solo un annoiato pomeriggio e la notte più lunga di tutta la sua vita. Solo, nel silenzio di quella stalla buia e puzzolente. Giunto a metà della nottata, vinto dalla gran fame, si era obbligato a ruminare un po’ del fieno che copriva il pavimento, ma il sapore era talmente sgradevole che neanche i crampi allo stomaco riuscirono a farlo andare avanti in quell’amara cena. Data la fine che doveva fare, nessuno chiaramente si preoccupava di dargli da mangiare. Passò la notte insonne, un po’ per la fame, un po’ per la paura ma soprattutto a chiedersi che cosa stava accadendo. Tutte le cure, le pacche sulla schiena, i sorrisi, le adulazioni, il miraggio della fama della gloria e poi, giunto il momento di cominciare a essere ripagato dei sacrifici fatti in tutti quegli anni, l’abbandono della famiglia, i grandi allenamenti e lo studio, poi improvvisamente quella stanza buia in cui era stato gettato senza alcun riguardo, senza ritegno, senza fama e senza gloria.

 

Fu lasciato da solo anche per tutta la mattina. Si rese conto del tempo che passava solo grazie ad una piccola fessura nella finestra sbarrata, dalla quale filtrava un flebile filo di luce che gli fece da meridiana. Il caldo raggio di sole si muoveva lentamente nel Toril segnando inesorabilmente il trascorrere di quelle terrificanti ore solitarie, fino ad udire lo scampanio festoso del mezzogiorno. C’era però poco da festeggiare in quell’antro soffocante. La luce brillò ancora per un po’ e poi se ne andò a sbiadire piano piano contro il muro scalcinato del Toril lasciando Manolete nuovamente da solo. Qualcosa non andava come avrebbe dovuto, c’era una nota storta che saltava via dal pentagramma dei suoi piani. Poi il portone del Toril si aprì e da quel momento fu tutta una gran musica stonata.

 

Entrarono in sei e si avvicinarono a Manolete in un modo tutt’altro che gentile. Due gli attorcigliarono una grossa corda intorno alle corna, la passarono in una carrucola e la tirarono fino a quando Manolete non fu obbligato ad alzare il muso, assumendo una posa innaturale che lo costringeva a tenere la bocca spalancata. Mentre gli altri quattro legavano nuove corde intorno alle sue zampe, i primi due gli spruzzarono in gola un liquido denso, più amaro del fieno che aveva assaggiato la notte prima. Manolete cercò istintivamente di divincolarsi dalla stretta in cui era stato intrappolato dai sei malintenzionati ma come unico risultato, ottenne solo di perdere l’equilibrio rischiando di cadere pesantemente al suolo mentre aveva ancora le corna avvolte dalla corda a tenerlo legato al soffitto. Grazie alla sua energia e alla prontezza dovuta agli allenamenti, pur con tutte e quattro le zampe legate riuscì a rimanere miracolosamente in piedi, ma la paura che si era affacciata quella notte fece di nuovo capolino nella sua mente e da quel momento sarebbe stata la sua compagna per tutta la giornata. I sei uomini si allontanarono da lui parlottando e sghignazzando tra di loro alle sue spalle, Manolete tossì roco e muggì per la paura e per quel sapore orrendo che gli avevano lasciato in bocca, l’amaro della purga e l’amaro della delusione. La porta del Toril si richiuse di nuovo alle sue spalle e Manolete provò ancora una volta a guardare lontano.Davanti a se però non riusciva più a vedere né fama né gloria, né gioia né amore ma solo paura e disillusione. In quel momento avrebbe avuto bisogno dei suoi amici, della tontaggine di Cuervo e della puzza sotto al naso di Zorro. Avrebbe voluto riformare immediatamente il trio e fuggire lontano, lontano da lì, lontano da tutto quello che gli stava precipitando addosso.

 

Zorro e Cuervo, ignari di ciò che stava accadendo, erano invece tutti eccitati. Intorno e dentro la Plaza de Toros cominciavano i primi movimenti. Si lucidavano le carrozze per il Paseo, si spianava la terra dell’Arena, si rifinivano e si addobbavano le gradinate riservate alle auTorità e agli ospiti d’onore. Il caldo del pomeriggio si faceva sentire ancora opprimente ma quando sarebbe arrivato il momento giusto per l’inizio, il sole sarebbe già stato basso all’orizzonte, lasciando solo poche gradinate sfortunate accecate dai propri raggi.

<Già  me lo vedo l’ingresso trionfale di Manolete. Gli altoparlanti a tutto volume grideranno: señores y señoras, madam e messiè, signiori e signiore, dame un terre…>

<Cuervo, noto, con estremo piacere, che non sei un granché con le lingue straniere!>

<Lasciami perdere, sono troppo preso adesso. Non ti preoccupare andremo dopo a lezione. A te, ti mando a lezione d’inglese, poi ti spedisco nelle campagne della Cornovaglia, così potrai divertirti sui prati inglesi a giocare alla caccia alla volpe, cara furbina… Dov’ero rimasto oh uffa… insomma tutta quella roba di prima e poi… ecco a voi con il peso di seicentocinquanta chilogrammi, l’insuperabile, l’ineguagliabile, l’incredibile Toro di Las Pedroñeras. Il diretto di Benidorm, il rullo compressore di Albacete, lo schiacciasassi di Madrid, il solo, il vero, l’unico Manoleteeeeee!!!! Craah craah craah, tutta la folla inebriata, estasiata, migliaia di fans che ad una sola voce gridano compatti: Ma-no-le-te, Ma-no-le-te, Ma-no-le-te. All’altro angolo il povero toreador che dovrà competere con l’arte e la maestria…> 

<Questo non è un incontro di box!! E l’Arena è rotonda. Ma dove lo hai visto l’angolo? Bah, ma perché continuo a perdere tempo con lui. Manolete dove sei? Aiuto Manolete, corri a salvarmi da questo scempio!>

<Guastafeste! Sei il solito guastafeste. Un po’ di fantasia, lascia entrare un po’ d’aria in quella testolina furba, almeno ci sarà qualcosa dentro. Cra cra cra!>

<Che attore, che attore! Piume rubate al palcoscenico! Senti un po’ quando avrai finito di far volteggiare il tuo cranio vuoto sulle ali della fantasia, torna pure sulla terra che qui fra un po’ ci sarà da divertirsi. Stanno arrivando gli Aficionados!>

<Ah sì? Dove? Uh guarda ecco che cominciano ad entrare! Eccoli, eccoli! Señores y señoras, la Corrida ha inizio!>

 

 

Finalmente si aprì il portone del Toril e in Manolete balenò un attimo di speranza. La purga che gli avevano fatto bere a forza lo aveva stordito e indebolito, sentiva le gambe pesanti e la testa gli scoppiava, sperava proprio che qualcuno fosse venuto a rimediare al guaio che avevano combinato quei sei sciagurati di prima. Ma la speranza si dileguò immediatamente, facendolo sprofondare nella disperazione. Erano ancora loro. Gli legarono un’altra corda intorno al collo, allentarono un po’ quella che gli cingeva le gambe e lo portarono fuori dal Toril ma dopo pochi metri lo infilarono nel Chiquero, un posto ancora più angusto di quello da cui lo avevano fatto uscire. Era un piccolo box in cui Manolete entrava preciso con la sua enorme mole. A fatica gli strinsero di nuovo le corde intorno alle zampe e tirarono la corda che gli tese ancora il muso verso l’alto. Gli spruzzarono un liquido appicicoso sul viso e una roba puzzolente e urticante alle zampe. Per finire, nella gola indifesa e spalancata gli infilarono della stoppa che gli tolse il fiato. Dopo un attimo di terrore Manolete riprese a respirare, anche se a fatica, ormai stremato dagli abusi che stava subendo. La purga e le torture che gli avevano inflitto stavano facendo il loro effetto ma la rabbia che avevano scatenato si sarebbe trasformata solo in immane difensiva potenza. Non voleva fare del male a nessuno, non lo aveva mai fatto, ma se solo lo avessero lasciato libero non avrebbe permesso a nessuno di avvicinarglisi ancora per fargli del male. La sua ultima speranza era rimasta l’Arena. Là dove avrebbe dovuto danzare, ma che danza sarebbe mai stata in quelle condizioni? Cosa volevano fare di lui? Ma cos’era realmente la Corrida?

 

Las Ventas era stracolma i bagarini avevano fatto soldi a palate quella sera, rivendendo i biglietti al quintuplo del loro valore. Nessuno voleva perdersi lo spettacolo quel giorno. Tutti volevano vedere Manolete. Fuori dall’Arena, alla Puerta del Sol e al parque del Retiro erano stati allestiti dei maxischermi che avrebbero mostrato a migliaia e migliaia di Aficionados, fans, ma anche protestaTori animalisti e curiosi, l’evento che alle “Siete de las tardes” avrebbe tenuto tutta la Spagna incollata alla televisione. La Corrida del secolo, anzi del millennio!

 

Le prime cinque Corride avevano avuto l’esito scontato che tutti, purtroppo per il Toro, si attendevano. I poveri resti dei malcapitati bovini erano stati portati fuori dalla porta de Arrastre tra le grida e gli olè degli Aficionados e dei turisti entusiasti e le urla di protesta degli animalisti e dei turisti indignati, dentro e fuori dall’Arena. Alle otto e venticinque di sera di quel 31 maggio 2005, dagli altoparlanti de Las Ventas una voce squillante annunciò finalmente l’inizio della Corrida più importante della serata.

 

<Buenas tardes Señores y Señoras, di nuovo benvenuti alla Feria di San Isidro. Grazie ancora della vostra graditissima presenza sia nell’Arena che ovunque voi siate a seguire questo evento eccezionale. Anche quest’anno abbiamo avuto i migliori Tori e i migliori Toreri che la nostra antica e nobile arte abbia saputo esprimere. Vi abbiamo intrattenuto e soddisfatto con ogni tipo di esibizione, abbiamo vissuto onore e gloria, festa e divertimento, ma quello a cui stiamo per assistere adesso passa ogni limite mai stabilito all’interno di un Arena. Un Toro, una massa di muscoli e potenza mai vista, una bestia nera come nemmeno il nero più nero è capace di essere, la forza più bruta e rabbiosa che la natura abbia mai potuto esprimere. Un colosso di oltre settecento chili assetato di rosso sangue sta per entrare nella più famosa Arena del mondo per combattere ad armi pari con l’unico, il solo, il grande César Gabriel Fernando detto “El Tibulon”> e qui scoppiò il finimondo. Urla, grida, ooooolè, applausi a non finire accolsero quella ben architettata presentazione che in realtà mai avrebbe potuto essere meno esatta e più ipocrita. Dalla rabbia di Manolete che non c’era affatto, il povero Toro aveva solo paura, al combattimento che tutto sarebbe potuto essere tranne che ad armi pari. Manolete era stato dipinto come un essere mostruoso da abbattere e la gloria sarebbe stata solo ed unicamente per “El Tibulon” e inoltre…

 

<Manolete non è stato presentato!> puntualizzò risentito Zorro.

<Sei sicuro, non è che magari questi quattro scalmanati con tutti i loro oooolllllleeeeeè, non ci hanno fatto sentire tutto fino in fondo?>

<No sono sicuro. Il discorso era terminato, con il nome di quel … quel… firulon, paleron, remolon o come cavolo si chiama>

<Si chiama El Tibulon. Vuol dire “lo squalo”. Io ne ho visto uno sai? Ero nel canale della manica di ritorno da Londra… ero stato a trovare i miei cugini alla torre… loro si che sono rispettati e…>

<Oh per tutte le cornacchie. Manolete aiutami, per favore finiamola e portaci via di qui che io questo mica lo sopporto più…>

<Scusi, scusi signor Zorro, mi son lasciato prendere l’ala… non le capita mai a lei? Eh no! Direi che quanto ad ali lei mi è un po’ carente e…>

<Manolete non è stato presentato!>

<Ma se ce ne siamo stati nascosti fino ad ora sotto quella botola. Se ci scoprono, se ci scoprono, il salotto buono, tu impagliato in un angolo ed io nell’altro. Se fossimo stati qui avremmo sentito la presentazione di Manolete e avremmo già anche visto questa benedetta Corrida, che ancora non ho capito cosa cappero sia in realtà! Comunque sono d’accordo con te…>

<Manolete non è stato presentato, non è lui la stella della serata, non è lui il protagonista dello spettacolo. È quel maledetto tibulone del piffero! Cuervo ma questa Corrida che cos’è in realtà, perché noi mica ne abbiamo mai vista una vera. Siamo stati quattro anni con Manolete a correre e studiare ma non sappiamo cosa accadrà veramente tra poco. Io mi sono affacciato prima ma con questo sole accecante negli occhi non si vedeva niente. Per fortuna adesso è calato e si vede bene anche da quassù. Ma non potevi trovare un posto migliore?>

<Si in prima fila, sciocca volpe! Comunque sono d’accordo con te, Manolete non è stato presentato. E questo non mi piace per niente>

<Ehi hanno aperto un portone, forse sta per entrare il nostro amico. Salta su che tanto adesso guarderanno tutti lui e di noi non si curerà nessuno!>

<Come sempre! Ah… triste destino… meno male che ci sei tu caro amico Toro…>

<Piantala con il melodramma e goditi lo spettacolo, arriva gente!> 

 

 

Si aprì la Puerta de Cuadrillas e finalmente tra le ovazioni e le acclamazioni dell’impaziente pubblico di Aficionados, fece il suo ingresso il Paseo che accompagnava “El Tibulon”. Prima i Picadores armati di Pica e pronti a colpire il Toro quando gli fosse venuto vicino. Montavano vecchi ronzini, bendati in modo da non vedere niente e di conseguenza non aver paura. Animali completamente imbracati in una bardatura massiccia che impediva loro di muoversi agilmente, ma che almeno li proteggeva quasi sempre dagli inconsapevoli scontri con i Tori. Seguivano i Banderilleros anche questi con le loro pungenti armi in mano, le Banderillas. La loro prova di coraggio sarebbe stata quella di avvicinarsi ad un Toro, già provato dalle lance dei Picadores e conficcargli nella schiena gli acuminati e multicolori pugnali di cui erano muniti. Seguivano i Novilleros e i Toreri di minor esperienza che sarebbero intervenuti contro un animale già molto stanco per stordirlo con le loro volteggianti Capas. Il movimento ondulaTorio e il colore sgargiante di queste drappi avrebbe attirato il Toro che si sarebbe avventato, un po’ per rabbia un po’ per paura, verso ciò che avrebbe considerato il colpevole della propria sofferenza. Qui si sarebbero espresse tutte quelle famose figure e mosse che davano alla Corrida un parvenza d’arte. I Novilleros avrebbero atteso la carica del Toro e poi lo avrebbero agilmente evitato compiendo giri e giravolte, sventolando qua e là con maestria la Capa. Tutto questo per fiaccare al massimo il Toro in modo da permettere a lui di entrare in scena a prendersi l’immeritato abbraccio della folla. A lui tutta la gloria, a lui tutto l’onore, a lui la fama e il potere. Chi sarebbe questo lui? Lui è il Torero, il Matador, nel nostro caso “El Tibulon”. Davanti ad un Toro ormai in fin di vita avrebbe piroettato sulle punte sventolando la Muleta, si sarebbe messo davanti al Toro, fermo, fiero e impassibile, gli avrebbe perfino dato le spalle per far vedere il suo coraggio, a dire il vero misero coraggio. Alla fine con l’incitamento della folla estasiata, avrebbe affondato l’Estoque. Fine del Toro, fine della Corrida, olè olè olè e tutti felici a casa. Tutti naturalmente tranne il Toro.

 

Ma ricordiamoci che questa volta non ci sarebbe stato un Toro qualunque, ci sarebbe stato Manolete.

 

E Manolete fu.

 

Tornarono ancora in sei. Lo tirarono fuori a forza dal Chiquero, tremava. Lo legarono ancora di più, se mai fosse stato possibile. Lo agganciarono ad una carrucola che lo strascicò fino ad un vano più ampio e luminoso. Lo sciolsero finalmente e aprirono il portone. Rimase immobile, accecato dal bagliore e dal sapore di sangue che veniva da fuori. Per costringerlo ad entrare lo frustarono da dietro e a quel punto, follemente impaurito, si gettò di slancio verso il centro dell’arena.

 

Quello che la Plaza de Toros e tutta la Spagna vide, fu un’altra cosa.

 

Manolete entrò di gran carriera dalla Puerta de Chiqueros. Un boato di meraviglia e di ammirazione lo accolse. Quell’ovazione da sola lo ripagava dei scrifici compiuti, degli anni di allenamento con Zorro e Cuervo, non comunque delle torture degli ultimi due giorni, ma il povero Toro riuscì a trovarci lo stesso un briciolo di conforto e tutto il coraggio che gli sarebbe servito di li a poco. La folla grido oooooollleeeeeè, all’unisono e la corrida ebbe inizio.

 

La Corrida ebbe inizio ed il copione si ripetè monotono.

 

Manolete si ritrovò solo nel bel mezzo dell’Arena, fin dove quella corsa col cuore in gola per lo spavento lo aveva portato. Era ancora stordito dal trattamento a cui era stato sottoposto, aveva paura, tanta paura, tantissima. Il suo sguardo vagò intorno alla ricerca delle facce conosciute di Zorro e Cuervo, ma la vista annebbiata non poteva arrivare fino ai suoi amici, nonostante i salti e gli strepitii che che i due erano impegnati a fare in cima alla loro torre. Vide allora un cavallo e in quel momento credette fosse l’unico di cui fidarsi lì intorno. Si avvicinò trotterellando e pieno di speranza ma proprio quando stava per chiedere aiuto, sentì una fitta dolorosa alla schiena, come se gli stessero bruciando le carni. Sconcertato e inconsapevole di quanto stava accadendo alzò un poco il muso e fu allora che vide il Picador. Fermo con un ghigno ridente al posto della bocca, gli stava conficcando la Pica acuminata nei lombi. Lanciò un muggito che rimbombò sordo per tutta l’Arena, togliendo il fiato agli spettaTori e insinuando un po’ di paura anche fra i Toreri nascosti al riparo della Barrera. Si allontanò a fatica dal cavallo e prese un po’ di fiato ma il Picador gli si fece di nuovo sopra e lo colpì per la seconda volta. Non ce ne fu una terza né da quello né da nessun’altro. Si mosse all’indietro sfilando la lama dalle carni, piegò un poco il muso sulla destra e, assicurandosi di non fare alcun male al cavallo con le sue acuminate corna dette un affondo improvviso e vigoroso. Fece vacillare cavallo e cavaliere e poi cominciò a spingere con tutti i suoi settecentocinquanta chili facendo stramazzare il povero equino a terra sulla schiena. Per sua fortuna l’atterraggio fu morbido, sotto il cavallo ad attutire quella caduta strampalata c’era finito il Picador. Non avrebbe mai più potuto sfoggiare quel suo ghigno malefico, nella fretta di rialzarsi il povero ronzino impaurito scalpitando a destra e a manca assestò un diretto alla mascella del Picador, che se ne volò beato nel mondo dei sogni. Al suo risveglio credette senza il minimo dubbio a tutto ciò che gli fu raccontato.

 

La Corrida era iniziata ma a qualcuno era stato dato il copione sbagliato!

 

Gli altri Picadores si fecero sotto di gran carriera ma l’uno dopo l’altro finirono con il sedere sulla bruna terra dell’Arena e a gambe levate se la filarono oltre la Barrera, con Manolete sbuffante alle calcagna. Era la volta dei banderilleros, i quali visto come era cominciata, dubitarono immediatamente del loro successo. Il Toro era ancora troppo in forze, non aveva subito sufficienti ferite da fiaccarlo e permettere loro di avvicinarsi con tranquillità. Alle loro spalle El Tibulon cinico ed ostinato li incalzò tacciandoli di codardia e dopo un timido accenno di rivolta li costrinse a scendere nell’Arena. Zigzagando davanti a quell’enorme bestione nero il primo di loro, facendosi coraggio, provò ad infilare le sue Banderillas sul dorso dell’animale. Manolete lo attese fermo e proprio mentre le Banderillas stavano per conficcarglisi addosso, ondeggiò quel tanto che fu sufficiente al Banderilleros per perdere l’equilibrio e a lui per torcere velocemente il muso alla sua sinistra, caricarsi l’uomo sulla fronte e fargli fare un triplo salto mortale carpiato con avvitamento, mandandolo a pisolare insieme al suo degno compare che non rideva più. Gli altri due non ci provarono nemmeno, erano troppo impegnati a tentare di sfuggire alla caccia data loro dal Toro. Uno dopo l’altro finirono oltre la Barrera agevolati dalle persistenti incornate di Manolete. El Tibulon era una furia incontrollabile. Sulle gradinate imperversava la Bronca, migliaia di cuscini volavano per l’Arena, il disonore era dietro l’angolo. El Tibulon decise a quel punto di far scendere in campo l’intera Cuadrilla e recuperare un briciolo d’onore in quel mare di fischi.

 

Tornarono in campo i due Banderilleros superstiti, affiancati da quattro Novilleros con le loro Capas sgargianti e mise finalmente piede nell’Arena lui, El Tibulon. La sua fama lo precedeva e la certezza di uno spettacolo cruento e divertente placò momentaneamente gli animi degli spettaTori. Rassicurati dai gesti sicuri del Matador ripresero i propri posti in attesa di veder soddisfatta la loro sete di violenza.

 

 

Fu un vero e proprio assalto, sei Novilleros presero a girargli intorno agitando ritmicamente le loro Capas. Manolete non sapeva più da che parte girarsi, quel brillare di colori intorno a lui e il dondolare lieve delle mantelle colorate lo aveva quasi ipnotizzato. Era stanco, molto stanco e continuava a perdere sangue dal groppone dove la Pica lo aveva ferito. Fu in quell’attimo di distrazione che scoppiò il finimondo. I Banderilleros cominciarono a piovergli addosso da ogni dove colpendolo una, due, tre, quattro volte, conficcandogli quelle assurde bandierine sulla schiena. Il dolore era lancinante, Manolete cominciò ad agitarsi e a correre cercando di scrollarsi di dosso quelle frecce acuminate che gli facevano da macabro ornamento. Per fortuna le punte non erano state conficcate fino in fondo, la paura che aveva indotto negli avversari li aveva tenuti sufficientemente a distanza. I Banderillersos avevano punto ed erano scappati senza badare a far bene il loro assurdo lavoro e con poche sgropponate Manolete riuscì a disfarsi di quel pesante bagaglio. Intanto l’Arena aveva preso a girargli intorno, la stanchezza la paura, gli olè che arrivavano dalle gradinate, le Capas dondolanti, tutto girava vorticosamente. Ebbe un lungo momento di assenza, rivide la sua cara mamma Carmen che lo leccava e lo accudiva, Felipe che gli raccontava la vita, Zorro, Cuervo… poi non vide più niente… poi rivide solo Capas tutte intorno a se!

 

Gli occhi erano quasi ciechi, ricoperti dal sangue che gli bangnava tutto il mastodontico corpo. Manolete guardava i Novilleros e pensava a cosa gli stavano facendo. Perché? Lui non aveva fatto del male a nessuno. Tutte le Corride a cui aveva partecipato erano state diverse da quella. Sì c'erano stati i bastoni e qualche colpo un po' più robusto degli altri ma Manolete aveva creduto che fosse dovuto all'imperizia del Torero di turno o alla sbadataggine. Qui la cosa però era completamente diversa, qui lo stavano infilzando da tutte le parti e a quel punto l'unico modo che gli era rimasto per difendersi era quello di attaccare. Aveva provato a scappare, a fuggire via da quel terrificante incubo in cui si era risvegliato, ma non c'erano vie d'uscita. Non c'erano luoghi in cui rifugiarsi e lui lo sapeva bene, conosceva le Arene e aveva capito che dentro quel cerchio di legno si Toreava senza possibilità di fuga. All’inizio aveva ancora voluto credere che fosse come in uno stadio, come in teatro, si fa quel che c'è da fare e poi le porte si aprono, quando tutto è terminato e i protagonisti se ne escono fra gli applausi del pubblico. Ma ormai si stava rendendo conto che al termine di quell'esibizione per lui non ci sarebbe stato modo di uscire da quell'anello di paura.

 

L'Arena gli girava intorno, la sua mente vedeva appannato dietro occhi velati di rosso e alla fine per spavento, per terrore, per rabbia, per dolore Manolete partì. Raccolse le proprie forze, anche quelle che non aveva più e quelle che non avrebbe mai creduto di avere, anche quelle che nemmeno i suoi nuovi nemici potevano immaginarsi. Quei nemici che lo avevano accarezzato e spronato fino a pochi minuti prima, gli stessi che lo avevano strigliato e foraggiato e che poi all'improvviso avevano cominciato a torturarlo senza alcun motivo. Punture, balsami con odori acri e pungenti, colpi e poi l’ingannevole Redondel che lo aveva accolto a braccia aperte come non mai, in un boato di onori e di meraviglia. “Manolete, Toro Bravo del peso di settecentoquarantotto chilogrammi, corna aguzze, manto nero come la pece, tanto che di notte lo si sscorge solo se apre gli occhi.” Quella folla che lo aveva accolto, acclamandolo, inneggiando a lui e che poi improvvisamente, tanto quanto improvviso era arrivato il dolore, aveva cominciato a gridare olè, oooleeè ooooleeeè ma non ad ogni suo passo di danza, non ad ogni sua moina, ad ogni astuta mossa come quelle che aveva messo a punto con Zorro o le leggere movenze fluide come il vento che aveva imparato da Cuervo. No, la folla gridava i suoi olè ad ogni colpo che gli veniva inferto, ad ogni Picas che gli apriva la carne, ad ogni Banderillas che si agitava incastrata nella sua schiena. Il mondo intorno a lui si spengeva lentamente gridando olè per ogni fiato che andava perdendo. Ma Manolete non poteva rinunciare a quella Corrida, non poteva abbandonare quella che ormai, comunque fossero andate le cose, sarebbe stata la sua ultima apparizione in un Arena. Aveva lavorato sodo, sperato, sudato, sognato, speso una vita intera per quel meraviglioso giorno che era divenuto il più orrendo di tutta la sua esistenza e non avrebbe rinunciato a portare a termine il suo impegno. Con il padre Felipe, la mamma Carmen e i suoi amati e insuperabili amici Zorro e Cuervo stretti nel cuore, Manolete ritrovò l’energia e la determinatezza dei suoi allenamenti, strisciò tre volte la zampa destra sulla polvere del Redondel e muggì, forte come solo lui poteva fare. E tutti se ne accorsero!

 

<Questo mi avete tenuto nascosto fino ad ora, questa è la vostra Corrida, una Corrida in cui il Toro uscirà sconfitto e dilaniato. No! Questa non è la mia Corrida, anche se sarà la sconfitta dei miei sogni e dei miei desideri, non è la mia Corrida. Ho già toreato la mia ultima Corrida questo è solo un vostro strano e assurdo gioco di morte!>

 

Strisciò lentamente con la zampa sinistra due volte, sollevando uno sbuffo di sabbia, tre volte lo fece con la destra celandosi dietro una nebbia arida e poi partì. Con i muscoli che avrebbero dovuto essere contratti ma non lo erano, con i tendini che avrebbero dovuto essere recisi ma che tenevano il loro estremo sforzo, con una forza che non avrebbe dovuto avere ma che vibrava in tutto il suo enorme corpo Manolete partì. Alzò la testa, come non avrebbe mai potuto fare a quel punto della Corrida a causa delle atroci ferite che gli erano state inferte e la folla si ammutolì. Un lunghissimo attimo di silenzio prima di sfociare in un boato di ovazione lasciando il povero Torero incredulo di ritrovarsi il suo pubblico contro per colpa di uno stupido animale che credeva di poterla spuntare con lui. El Tibulon preparò la spada, ben nascosta dietro il panno rosso con cui aveva preso in giro Manolete fino a quel momento e si mise in posizione.

<Vien bel Torello, vieni che ho qui una bella sorpresa per te. Vieni, avvicinati che ho per te un dolcetto. Sì, un dolcetto che ti rimarrà indigesto!>

Quasi interpretando il gesto del Matador Manolete gli rispose con un roco verso e agì, trasgredendo alle logiche, assurde regole di quel gioco.

<Tu sarai l'ultimo> gli muggì contro <Prima scaccerò ad uno ad uno i tuoi compagni, la tua banda di sanguinari e poi arriverò fino a te. Aspettami, aspettami con il tuo sorriso stanco e con il tuo panno rosso. Non è più tempo di Corrida adesso è tempo di vivere!>

 

Partì, lanciando un muggito che rimbombò oltre le mura dell’Arena, lasciando uscire tutto il fiato che i suoi polmoni potevano ancora contenere a litri e litri. Un boato che si trasformò in un rantolo cupo prima e in un acuto liberatorio poi, quando insieme allla carica interiore scagliò fuori anche quel grumo acre e opprimente di stoppa che gli avevano cacciato in gola. Libero di finalmente respirare, di lasciare entrare in corpo l’aria cociente di quegli attimi caricò. Muggendo a più non posso, assordando Novilleros e Aficionados, diffondendo intorno la sua potente energia che spaventò i Toreri ed emozionò tutto il pubblico.

 

 

Partì, e ad uno ad uno incornò Banderilleros e Novilleros, scaraventandoli chi per terra, chi oltre la Barrera, mentre il pubblico impazzito era ormai, momentaneamente solo momentaneamente, passato tutto dalla parte di Manolete. Alla prossima Corrida avrebbero fatto tutti di nuovo il tifo per il Torero. Ad ogni Banderilleros che volava per aria si udiva un ovazione e uno scroscio di applausi, ad ogni Novilleros che finiva per terra gli ooooooleeeè riempivano l’Arena, Madrid e la Spagna intera. Zorro e Cuervo dall’alto della loro torre saltavano come presi da raptus di follia, gracchiando e latrando come forsennati. Tanto con tutta quella confusione nessuno li avrebbe mai potuti sentire e a quel punto anche se si fossero accorti di loro sarebbero stati sola una stranezza in più in quell’afosa serata madrilena. La paura e la rabbia che  avevano provocato angoscia e disperazione per la sorte del loro amato compagno, si erano trasformate in entusiasmo ed euforia nel vedere Manolete rivoltare in quel modo strabiliante le sorti della Corrida.

 

Il Redondel era semideserta. Chi sollecitamente agevolato da un paio di corna, chi arrancando sulle propie gambe malconce, tutti avevano guadagnato l’uscita e la sicurezza. Un paio di Novilleros, stramazzati al suolo dopo il confronto con il Toro, furono portati fuori a braccia da coraggiosi soccorritori. Erano usciti tutti, tutti tranne El Tibulon. Fermo, per quanto la paura e le umiliazioni prese glielo permettevano. Deciso a tutto, pur di salvare il suo onore, la carriera e il portafoglio. Incapace di resistere alla sua malefica ira. Fu a quel punto che la sua immensa disperata rabbia gli fece commettere l’errore più mastodontico che un Matador avesse mai potuto fare. Partì. Sì, partì alla carica. Con la Muleta sventolante avanti a sè e la spada insistentemente celata dietro. Credendo ancora di poter sorprendere il suo rivale. Manolete restò fermo impassibile in attesa. Il respiro affannato dalla tortura, dalla fatica e dalle ferite. Attese e quando gettandoglisi contro, il Torero sguainò la spada per colpirlo a morte, non fece altro che schivarlo, compiendo quell’agile ed elegante gesto del Cargar che da sempre i Toreri enfatizzano durante le loro esibizioni. Un movimento lento ed elegante, studiato e perfezionato insieme a Zorro e Cuervo per donarlo a quella che credevano fosse solo arte. Una piroetta degna di una ballerina di danza classica che gelò l’Arena intera e tutti i dintorni, per farla poi scoppiare in un ovazione interminabile seguita da una memorabile Bronca nei confronti di El Tibulon. In conseguenza a quel leggiadro gesto di Manolete il disperato Matador altro non aveva potuto fare se non finire lungo disteso in mezzo alla polvere. Con la faccia a terra, ansimante e colmo di vergogna fu sepolto sotto una ammasso di cuscini, bottiglie, ventagli e tutto quanto gli indignati Aficionados avevano a portata di mano da gettargli addosso.  Manolete compì un lento giro intorno a quella montagna di materiale vario e variopinto, il Torero rimaneva ancora a terra per la fatica per la paura ma soprattutto per l’immensa offesa subita. Nessuno osava entrare nel Redondel. La folla era rimasta in piedi ammutolendosi improvvisamente. Manolete si avvicinò a El Tibulon, scansando bottiglie e cuscini con il muso e quando da sotto quella coltre di immondizie, riapparve il più fetido di tutti i rifiuti, si voltò e strisciando la zampa posteriore in terra lo ricoprì di polvere, conferendogli la definitiva umiliazione.

 

El Tibulon era ormai ridotto ad un’inerme, ansante, impaurito, semplice ometto.

 

Intanto, nel turbinare degli eventi, qualcuno aveva provvidenzialmente riaperto la Puerta de Arrastre. Manolete, fiero ma stanco, si era incamminato lentamente verso l’uscita, fiero di ciò che aveva compiuto ma allo stesso tempo disilluso per tutte le speranze e i sogni infranti. Adesso il silenzio regnava in quel catino della follia dove ovazioni e grida di disapprovazione si erano succeduti ad ogni Veronica, ad ogni Banderillas ad ogni carica. La Cuadrilla, al sicuro nel Callejon, non tentò nemmeno di intralciare la vittoriosa ma pur sempre mesta, ritirata del Toro. In quel momento lo sguardo poco mansueto di Manolete era più che sufficiente a far cambiare idea a chiunque volesse osare avvicinarsi. Chiunque, tranne naturalmente chi da quell’uscita ne sarebbe venuto fuori profondamente e insopportabilmente sconfitto. El Tibulon, arrancando fra la polvere, i cuscini e la spazzatura che gli era piovuta addosso, si rimise in piedi. Incurante degli sguardi colmi di disprezzo della sua Cuadrilla, sbeffeggiato dalle smorfie di quello che avrebbe dovuto essere il suo pubblico, raccolse da terra la Muleta e ne cavò fuori la Spada per mezzo della quale era più che intenzionato ad infliggere l’Estoque a Manolete, dopo con sommo suo piacere lo avrebbe finito con il Descabello. Polveroso e sgualcito, con la spada sguainata come un pazzo alla guerra si mise a urlare correndo verso il Toro.

 

Fu a quel punto che accadde il fatto che, se il Toro non se ne fosse andato vivo dal Redondel, sarebbe stato il più sbalorditivo dell’intera Corrida. Ma a quel punto della serata nulla più poteva stupire un pubblico ormai abituato a vedere cose che non si sarebbe mai sognato di immaginare. Dall’alto della loro torre Zorro e Cuervo entrarono finalmente in azione. Con un sistema ormai studiato e perfezionato la volpe volante piombò planando nell’Arena. La ooooo degli Aficionados non distrasse El Tibulon, intento nella sua carica vendicatrice e questa sua testardaggine facilitò il lavoro della “Vendetta che viene dall’alto”.

 

<Eccolo eccolo! Adesso! Sgancia sgancia!>

<Con vero piacere amico mio. Va e fa il tuo dovere!>

<Per Manoleteeeeeeeee……>

 

Cuervo lasciò la presa e Zorro finì dritto sulla faccia di El Tibulon. I suoi unghielli presero a roteare vorticosamente sul volto del Torero il quale lasciò immediatamente la presa facendo finire per terra Muleta e spada. Aiutandosi con le mani tentava di liberarsi da quel mostro che gli era precipitato addosso, senza riuscire a rendersi conto di cosa potesse essere e di come avesse mai potuto arrivare fino a lì. Con uno strattone riuscì a far cadere Zorro ma fu colto di sorpresa dal provvidenziale arrivo di Cuervo che con le sue forti ali lo schiaffeggiò sul volto martoriato prima di richiudere gli artigli nel folto pelo di Zorro sollevandolo da terra per un nuovo attacco. Adesso toccava a El Tibulon essere disorientato dagli eventi e accecato dal suo stesso sangue mentre proteggendosi il viso con le mani cercava di capire da che parte sarebbe arrivato il prossimo attacco. Cuervo volò alto sopra il Redondel per poi picchiare ancora dritto verso il Torero. El Tibulon sfinito e finito prese allora a correre zigzagando e zoppicando con le mani sopra la testa in un ultimo vano atto di protezione.

 

<Pronto?>

<Adessoooo!>

<Sgancioooo……>

<Arrivooooo……>

 

Zorro finì tra i capelli arruffati del Torero come una inusuale Montera rossiccia. El Tibulon prese a battersi impietosamente la testa. Un attimo dopo Cuervo era di nuovo su di lui, artigliando Zorro prese a tirare, portando su con se la volpe e metà della capigliatura del Torero impigliatasi fra le zampe unghiate di Zorro. Battuto, piegato, deriso e ferito riuscì a stento ad avvicinarsi alla Barrera, da sopra la quale sbucarono provvidenziali mani che strattonandolo in malomodo riuscirono a portarlo al sicuro nel Callejon tra gli assordanti fischi di tutta l’Arena. Sul muso di Manolete si stampò un sorriso di pace e serenità. I suoi amici erano lì e lo stavano aiutando. Cuervo volò verso di lui con Zorro appeso e tutti e tre rientrarono finalmente al sicuro nel Toril. La folla rimase in piedi, gli Aficionados increduli con gli occhi sgranati e la bocca stupidamente spalancata. Il pubblico tutto, commosso e ammirato, prese a battere ritmicamente le mani sfociando poi in un frastornante scroscio di applausi e grida di ammirazione rivolte al grande Manolete, unico, vero, solo vincitore della Corrida. Unico ma con dei grandi amici a dargli una mano.

 

Nel frattempo Rodrigo stava mettendo in moto la sua auto, la sua carriera di commerciante era finita. Nessuno avrebbe più voluto sentir parlare di lui, Manolete era l’ultimo Toro bravo con cui avrebbe avuto a che fare, i suoi sogni di gloria e di potere erano stati abbattuti a cornate. Dopo El Tibulon, un’altra vittima di Manolete.

 

 

<Ehi Zorro… arriva Manolete>

<Ooohh… buon giorno, ce la siamo presa comoda, eh? Sua Signoria è stanco? La scorribanda in collina di ieri sera se la sente tutta negli zoccoli stamattina?>

<Altro che! E non solo negli zoccoli, in tutte e quattro le zampe e pure nella schiena! Non sono mica un batuffolino di pelo io! Qui quando ci muoviamo c’è da spostare più di settecento chili di Toro, mica due etti di volpe come te!>

<Ben detto!>

<Zitta tu cornacchia! Di un po’, ti fanno male le ferite? Senti ancora tanto dolore?>

<Certo che sente dolore, deve muovere settecento chili di Toro mica un batuffolino…>

<Senti spennacchiotto vuoi chiudere quel beccaccio da corvo. Anche tu ti sei alzato bene vedo…>

<Senti chi abbaia, sei stato tu a cominciare e…>

<Però mi sono divertito un sacco ieri sera, anche se oggi cammino a mala pena, forse abbiamo esagerato?>

<Esagerato? Esagerato è dire poco, Chissà cosa avrà raccontato il conte alla polizia, avrà dato la colpa a uno stormo di cavallette?>

<Secondo me gli ha detto che sono stati gli alieni. I cerchi nel grano che ideona ragazzi, mi sa che ne parleranno per un bel po’>

<Questi mi sa che ne hanno già sentito parlare, guardate sta arrivando gente>

<No, questi sono i soliti turisti spennacchiotto>

<Piantala di chiamarmi spennanonsocosa altrimenti ti artiglio e ti porto in volo fino in Inghilterra… e tu sai che fine fanno le volpi in Inghilterra. Che dite passiamo all’azione?>

<Chiaro che sì! Allora tu Manolete che oggi non sei per niente in forma te ne resti fermo qua, fai un paio di muggiti, di quelli rombanti come sai fare te…>

<Sì, sì mi piacciono un sacco, la gente rimane terrorizzata! Che sciocchi>

<Non mi interrompere spennacchiotto>

<Inghilterra, ricorda Inghilterra>

<Quando si sono avvicinati io arrivo furtivo e gli passo davanti impettito e con la coda gonfia, a questo punto mentre navigano nella meraviglia assoluta e ci staranno scattando cinque o seicento fotografie entra in azione Cuervo>

<Fanno le foto anche a me?>

<No! Tu arrivi da dietro all’improvviso e cominci a gracchiare a squarciabecco, gia me li vedo scappare da tutte le parti…>

<Ci sarà anche qualche bel capitombolo, dai mi schiarisco la voce e inizio a muggire…>

<Hei non finire la voce mi raccomando, stasera c’è la gita scolastica, dobbiamo essere al meglio, quei bambini dobbiamo farli proprio divertire, sono così carini quando ridono>

<Beh allora questo è un allenamento! Formazione… disposizione… pronti… viaaa…>

 

Era passato un anno da quella tremenda Corrida e il trio era ancora felicemente riunito. Nella confusione generale che era scoppiata all’interno delle stalle, subito dopo la fine della disastrosa Toreata di El Tibulon, erano state avanzate le proposte più assurde sulla sorte di Manolete. Chiaramente la maggior parte di quelli che ci avevano voluto mettere bocca pretendevano che il Toro se ne andasse dritto dritto al macello, ma fra chi lo reclamava in un circo, chi lo voleva imbalsamare ed esporre al museo del Prado e chi desiderava che fosse lasciato libero di andarsene a spasso per Madrid, nessuno ci capiva più niente compreso il povero Xavier, incaricato all’ultimo momento da Rodrigo di disfarsi dell’animale. “Liberamene” gli aveva detto “A qualunque condizione!” Queste erano state le sue ultime parole prima di uscire dalla Plaza de Toros. Xavier non sapeva da che parte cominciare ma per fortuna, prima che fosse costretto a prendere una qualsiasi decisione, che a giudizio di Rodrigo si sarebbe rivelata sicuramente quella sbagliata, la soluzione gli si avvicinò silenziosa, in mezzo al gran sbraitare che regnava nel Toril e gli batté delicatamente una mano sulla spalla.

 

<Buon giorno signor Xavier, il mio nome è Raddo della Berardesca, vorrei acquistare il suo Toro, mi dica solo una cifra e le risolvo tutti i problemi>

<Mi sta prendendo in giro?>

<Assolutamente no!>

<Cosa ne farà? Lo servirà in un ristorante o lo metterà in esposizione?>

<Niente di tutto questo Xavier. Lo porterò in un posto dove potrà vivere tranquillo>

<Si porta via anche quegli altri due vero? Mi sembrano un trio molto unito. Fossi in lei non ci proverei nemmeno a separarli, mi sembrano alquanto su di giri al momento>

<Tre al prezzo di uno? Mi sembra un ottimo affare! Ma… non ce l’ha lei un ufficio?>

 

L’affare era stato concluso. Manolete fu delicatamente addormentato da Gomes, il veterinario dell’Arena, l’unico che sotto il controllo degli sguardi vigili di Zorro e Cuervo, riuscì ad avvicinarsi allo stremato Toro. Venne portato in una clinica dove gli furono praticate le cure più urgenti e dopo alcuni giorni, ormai fuori pericolo, partì per la sua nuova casa in compagnia degli inseparabili amici.

 

Tutta la Spagna conobbe la sua storia. Tutti in tutta la Spagna, fino a Las Pedroñeras, fino alla fattoria di Don Gonzalo de la Hacienda. Anche Carmen e Felipe soffrirono, addolorati dalle sue disavventure per poi infine gioire, rasserenati dalla grande riscossa del loro amato vitellino.

 

Manolete, Zorro e Cuervo lasciarono la Spagna per raggiungere le assolate colline della Toscana a due passi dal mare. Là avrebbero potuto finalmente vivere tranquilli, scorrazzando su e giù per il lungo viale di cipressi di Bolgheri.

 

 

<Ciao io sono Clementina e tu devi essere Manolete?>

<Mu?>

<Qui nei dintorni parlano tutti di te>

<Mu!>

<Sei davvero molto grande e che bel colore nero ha il tuo mantello>

<Mu!>

<Oh che brutte ferite, sono quelle della Corrida?>

<Mu!>

<Ti fanno molto male?>

<Mu!>

<Puoi provare anche a dire qualcosa Manolete, dov’è finito il tuo rombo? Ci sono i bambini stasera ricordi? Ti dovresti allenare>

<Zitto spennacchiotto godiamoci la scena>

<Inghilterra! Che teneri però… ehi i turisti se ne stanno andando via>

<Eh? Ah sì ma chi se ne importa questo è molto meglio!>

<Che teneri>

<Che sciocchi vorrai dire>

<Sì, si sciocchi. Un bel giorno arriverà una volpina anche per te… e allora voglio gracchiare a più non posso!>

<Su Manolete, rispondigli… ehi ma dove vanno… no aspettate…>

<Hei Zorro questi se la battono, guarda Manolete sembra ipnotizzato>

<Manolete! Ehi Manolete sveglia, rispondi. Manolete rispondi! Qui base stalla a Manolete rispondere!>

<Cos’è adesso base stalla cosa stai farneticando… Manolete, Manolete… ma dove state andando? Hei cosina come ti chiami..  ma dove stai portando il nostro amico?>

<Clementina. Ha detto che si chiama Clementina sciocco e ci sta fregando l’amico>

<Manolete i turisti sono andati via. Manolete dove stai andando? Manolete stasera ci sono i bambini, i bambini ricord? Manolete torna indietro! Manolete! Manolete!! Manolete!!! Manoleteeeeeeeee……..>

 


 

MANOLETE TORO BRAVO

 

 

I PERSONAGGI

 

 

Manolete de Leon y Salamanca y Burruchaga y Gutierrez y Barça y Sevilla: Manolete

 

Carmen de Sevilla: mamma di Manolete

 

Felipe de Leon y Salamanca y Burruchaga y Gutierrez y Barça: papà di Manolete

 

Isabelita: mamma di Felipe

 

Raul: papà di Carmen

 

Paloma: mamma di Carmen

 

Don Gonzalo de la Hacienda: il proprietario dell’allevamento, il fratello buono di Rodrigo

 

Juanito: allevatore di bestiame

 

Rodrigo de la Hacienda: il fratello cattivo  di Don Gonzalo, allevatore di Tori da Corrida

 

Manolo: figlio di Rodrigo de la Hacienda

 

Zorro e Cuervo: la volpe e il corvo inseparabili amici di Manolete

 

Sofia: la sorellina di Manolete

 

Ruben: l’addestratore di Tori da Corrida

 

Paco: l’autista del furgone che porta Manolete a Madrid.

 

César Gabriel Fernando detto “El Tibulon”: il Torero che incontra Manolete nell’Arena di “Las Ventas” a Madrid

 

Xavier: il tuttofare di Rodrigo

 

Raddo della Berardesca: Il nobile italiana che porta via Manolete dalla Spagna

 

Gomes: il veterinario dell’arena che presta le prime cure a Manolete

 

Clementina: la nuova amica di Manolete

 

  

LE GRADINATE DELL’ARENA

  

  

LA SUDDIVISIONE DEI POSTI A “LAS VENTAS”

  

 

IL TORO VISTO DAL TORERO

 


 

IL TORO VISTO DAI BAMBINI

 

 

 

PICCOLO GLOSSARIO DELLA CORRIDA

 

AFICIONADOS: Appassionati della Corrida.

 

ARENA: Spianata in terra battuta di forma circolare nella quale si svolge la Corrida, posta all’interno della Plaza de Toros.

 

AVENIDA: Viale a più corsie.

 

BANDERILLAS: Lame acuminate, ornate ad arte di trine di vari colori, conficcate dai Banderilleros nella schiena del Toro per fiaccarlo, nella fase di preparazione al combattimento finale.

 

BANDERILLEROS: Toreri che conficcano le Banderillas nella schiena del Toro e lo deconcentrano con la Capa, per fiaccarlo nella fase di preparazione al combattimento finale.

 

BARRERA: Prima palizzata in legno che delimita l’Arena seguita dalla Talanquera.

 

BRONCA: manifestazione di sdegno del pubblico, che si esprime con fischi, grida e lanci di cuscini.

 

CALLE: Via, normale strada a due corsie.

 

CALLEJON:  Corridoio fra la Barrera e la Talanquera che serve ai Toreri per ripararsi e riposare.

 

CAPA: Drappo, solitamente rosa, utilizzato dalla Cuadrilla e dal Torero, durante la fase di preparazione al combattimento finale, per attirare l'attenzione del Toro e con una azione concertata incalzarlo da più parti per disorientarlo e stordirlo.

 

CARGAR: Movimento del Torero volto ad disorientare il Toro facendolo scartare obliquamente alla linea di carica, quando l’animale arriva alla sua altezza.

 

CARRETTERA: Strada larga a due sole corsie.

 

CHIQUERO: Box individuale all’interno del Toril in cui ogni Toro viene tenuto nella più completa oscurità

 

CORRIDA: Spettacolo di combattimento fra uomini allenati allo scopo e Tori senza alcuna esperienza.

 

CUADRILLA: Squadra ai comandi del Matador, composta da almeno due Picadores e tre Bandrilleros, che aggredisce il Toro stancandolo prima del combattimento finale con il Matador.

 

ESTOQUE: Stoccata finale del Torero che infilza il Toro ormai sfiancato con la spada tenuta nascosta sotto la Muleta.

 

DESCABELLO: spada che dà il colpo di grazia dopo che il Torero non è riuscito a finire il Toro con la prima spada.

 

GUADALEST: Località nei pressi della città di Benidorm rinomata per l’allevamento di Tori da Corrida.

 

LAS VENTAS: La Plaza de Toros di Madrid, capace di contenere 23.000 tra Aficionados, turisti e curiosi.

 

MATADOR: Torero che esegue il combattimento finale al comando della Cuadrilla.

 

MESETA: Altopiano brullo che copre quasi per intero la superficie della Spagna.

 

MIURA: Razza bovina spagnola che fornisce Tori da Corrida. Mantello nero o bruno, grandi corna dirette in avanti e in alto. Considerati fra i Tori più combattivi e pericolosi. Prendono il nome dall'allevamento omonimo, in Andalusia, fondato da Juan Miura.

 

MONTERA: copricapo del Matador.

 

MULETA: Drappo di stoffa rossa fissato ad un asta utilizzato dal Matador.

 

NOVILLEROS: Toreri che non hanno ancora ricevuto il riconoscimento di Matador, che avverrà solo da parte di un Matodor già consacrato durante una apposita cerimonia detta Alternativa.

 

PASEO: Viale doppio a più corsie, largo anche più di cento metri.

 

PASEO: Il corteo composto dai Toreri, dai Banderilleros, dai Picadores e da altre figure in costume settecentesco che sfila davanti al pubblico prima dell’inizio dello spettacolo.

 

PICA: Lunga lancia con cui viene ripetutamente infilzato il Toro durante la fase di preparazione al combattimento finale.

 

PICADORES: Cavalieri che su cavalli sommariamente protetti infilzano il Toro con le Picas per fiaccarlo, all'inizio della fase di preparazione al combattimento finale.

 

PLAZA DE TOROS: Arena, costruzione circolare all’interno della quale si svolge la Corrida.

 

PUERTA DE ARRASTRE: La porta da cui esce lo sfortunato Toro dopo la Corrida.

 

PUERTA DE CUADRILLAS: La porta da cui entra la Cuadrilla all’inizio della Corrida.

 

REDONDEL o RUEDO: L’Arena in terra battuta del diametro di 50 metri posta al centro della Plaza de Toros.

 

TALANQUERA: Seconda palizzata in legno esterna alla Barrera e più alta per proteggere il pubblico.

 

TAUROMACHIA: definizione del combattimento fra uomini e Tori.

 

TIENTA: Prima prova di combattimento a cui viene sottoposto il Toro Bravo quando raggiunge i diciotto mesi di età

 

TORO BRAVO: Toro allevato appositamente per la Corrida.

 

TORIL: Recinto dove i Tori vengono isolati quattro ore prima della Corrida.

 

VERONICA: Figura tipica della Corrida, caratterizzata dalla posizione delle mani che tengono la Capa, simile a quella rappresentata nella pittura religiosa che ritrae la Santa Veronica.

 

SANTA VERONICA

IGNARA PARTECIPE DELLA CORRIDA

 

Dopo essere stato condannato alla crocifissione, Gesù fu costretto ad arrampicarsi sul monte Calvario trascinandosi la croce sulle spalle, fino ad arrivare alla sommità chiamata Golgota. Durante la lunga ed estenuante salita, sotto il peso della croce e le frustate dei soldati, cadde tre volte, deriso e insultato dalla gente. In una di queste occasioni una donna ebbe pietà di Lui, si avvicinò e con un telo Gli asciugò il volto dal sudore e dal sangue che scorreva copioso sulla fronte, marToriata dalla corona di spine che i soldati Romani Gli avevano calcato in testa per burlarsi di Lui. Gesù si rialzò e prosegui il doloroso cammino lasciando impressa la Sua immagine sul telo con cui Santa Veronica Gli aveva donato quell’attimo di sollievo.

 

 

 

LA VERITA’

 

 

 

 

LA VERITA’ È CHE IL TORO VIENE

BRUTALMENTE UCCISO

 


 

 

Fonte enciclopedica:

Enciclopedia multimediale Rizzoli Larousse 2000

 

Fonte dei dati sullo sfruttamento dei Tori:

sito internet dell’associazione L.I.D.A.

http:// www.mclink.it/assoc/lida/Corrida.htm

 

Fonte fotografica:

liberamente tratte da fotografie rese pubbliche su internet

LE FANTASIE DI STEO