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LE STORIE DI STEO

 

Steo

 

LE STORIE DEL TEMPO

Un mattino le sei si alzarono tutte pimpanti e riposate e decisero che avrebbero passato una lunghissima giornata di divertimento e di spasso. Ma non fecero in tempo a mettere i piedi a terra e a lavarsi i denti che già si erano fatte le otto e poco dopo colazione erano già le dieci. Il tempo di vestirsi che suonò mezzogiorno. La fame si fece sentire e giusto un momento per uno spuntino, si erano fatte le due. Ebbero appena il tempo di aprire la porta per andar fuori a correre all’aria aperta che già erano le quattro e venne loro voglia di fare un’allegra merenda. Appena ebbero finito rintoccarono le sei e il sole aveva già preso a calare. Bisognava darsi una mossa, il tempo di pensarci e arrivarono le otto di sera, era tempo di preparare la cena. Dopo mangiato si fecero sentire le dieci e fra un pisolino e uno sbadiglio suonò mezzanotte. Subito si animarono, com’era volato quel giorno, bisognava darsi una mossa, ma ebbero appena il tempo di pensare che giunsero sonnacchiose le due del mattino. Ormai era troppo tardi il sonno si era impadronito di loro e alle quattro già dormivano profondamente, era meglio riposarsi bene prima che arrivassero di nuovo le sei.

Settimino era un gran lavoratore e non poteva certo stare con le mani in mano. Tanta era la voglia di far qualcosa ma non sapeva proprio come passare il tempo, così trascorse tutto il Lunedì a sognare e a pensare e alla fine gli venne un idea davvero geniale. Aveva deciso, avrebbe costruito un motore nuovo per la sua auto. Settimino però non era un ingegnere e passò tutto il Martedì a progettare. Scrivi le formule, traccia le righe, copia, cancella. In un battibaleno trasformò il suo studio in un cestino di rifiuti, tante erano le cartacce che aveva appallottolato. Ma alla fine il disegno era finalmente pronto. Mercoledì girò per tutta la città alla ricerca di quello che gli serviva, andò dal carpentiere per i ferri, dal ferramenta per le viti e dal salumiere per comprare un panino per quando gli fosse venuta fame. Portò tutto nel suo studio, che era già così pieno che non ci sarebbe entrata più neppure una spilla. Giovedì cominciò a costruire il motore. Avvita, svita, allarga, stringi, incastra e ogni tanto un morso al panino, perché la fatica era tanta e la fame si faceva sentire. Venerdì il motore era pronto e lo montò sulla sua auto, una superspider tutta rossa con davanti due fanali enormi che sembravano gli occhi di un gatto. Alla fine era così sporco di grasso che dovette farsi la doccia e lavare camicia e pantaloni. Sabato si alzò di buon ora e andò a provare l’auto con il motore nuovo fiammante, girò girò girò per tutto il giorno, tra colline e vallate e ogni tanto si fermava a cogliere un fiore, a guardare le pecore brucare o ad ascoltare il canto degli uccellini. A sera tornò a casa soddisfatto della bella girata e del motore nuovo che aveva costruito. Domenica si riposò tutto il giorno e quando venne buio era proprio annoiato, non ne poteva davvero più di stare con le mani in mano, domani avrebbe inventato qualcosa di nuovo.

Tanto tanto tempo fa i mesi non stavano in ordine come adesso. Si presentavano vispi e pronti ogni primo dell’anno e facevano una bella gara per vedere chi avrebbe cominciato l’anno, chi l’avrebbe concluso e tutti quelli che ci sarebbero stati nel mezzo. Una volta fecero una corsa a ostacoli e vinse marzo il più scattante di tutti, un’altra fecero la conta e ottobre il più sfortunato venne fuori per ultimo, una volta giocarono alle tabelline e vinse settembre che per quella volta fu il primo mese dell’anno. Era sempre una gran festa, i mesi si divertivano un sacco, anche se alla fine di ogni gara non mancava mai chi si lamentasse, soprattutto gennaio che arrivava quasi sempre ultimo. I mesi si divertivano ma per gli uomini era proprio un gran caos, non sapevano quando seminare, quando andare al mare o quando cogliere una margherita per la loro innamorata. Stanchi delle sorprese del calendario andarono a protestare dal padrone del tempo il quale li ascoltò molto attentamente e decise che avrebbe messo ordine a tutta quella sarabanda cercando di accontentare anche i mesi. Così Gennaio divenne il primo dell’anno, visto che non gli era mai riuscito, poi febbraio con gli scherzi e le maschere, dopo marzo a cui piacevano tanto i fiori e amava vederli sbocciare, poi ancora aprile piovoso, maggio radioso, giugno caloroso, luglio afoso e finalmente agosto a cui piaceva un sacco andare al mare e a fare allegre gite in montagna, dopo venne settembre a cui piaceva il vino, ottobre frescolino, novembre tenebroso e per finire dicembre che non poteva fare a meno delle feste e a cui furono regalate quelle più belle di tutte, Natale e San Silvestro.

Nel paese di Perditempo nessuno aveva l’orologio, non esistevano calendari e non si festeggiavano i compleanni. Era un posto davvero tranquillo perché nessuno andava mai di fretta, c’era sempre il tempo per fare tutto e non si faceva mai festa perché non c’erano le domeniche. Per fare colazione ci mettevano anche sei ore, tanto non se ne accorgevano e a volte dormivano cinque giorni di fila perché non c’erano sveglie che trillavano. Non c’erano nemmeno feste e ricorrenze, perché non c’erano calendari su cui segnarle. Insomma Perditempo era un posto fatto apposta per chi faceva le cose con calma ma i bambini si annoiavano tantissimo. La sera non volevano mai andare a dormire ma non c’era il tempo per giocare, non potevano mai vedere i fuochi d’artificio perché non c’era niente da festeggiare e non potevano mangiare torte e pasticcini perché non avevano mai una scusa buona per farlo. Nessuno ci aveva mai fatto caso perché erano tutti intenti a far le loro cose con calma ma un bel giorno, che non si sa quale fosse perché non era segnato da nessuna parte, il sindaco vide dei bambini seduti su un prato senza margherite, perché non avevano avuto il tempo di sbocciare e chiese loro come mai fossero tutti tristi. I bambini illustrarono così bene la loro melanconia al sindaco che questi riunì tutta la cittadinanza senza perdere tempo e in un battibaleno fu creato un calendario pieno zeppo di domeniche, di feste, ricorrenze e onomastici. Adesso i bambini si ritrovano ogni giorno per festeggiare il compleanno di uno di loro e tutti insieme grandi e piccoli fanno gite ogni domenica e d’estate corrono tutti al mare sereni e spensierati. Ah già, dimenticavo, durante l’assemblea fu cambiato anche il nome della cittadina che da allora si chiama Paese di Tempofelice.

Un bel giorno l’Estate disse alle altre stagioni:

<Io sono la stagione più calda, tutti aspettano sempre che arrivi io per prendersi un po’ di meritato riposo e sonnecchiare sotto il sole, con i piedi a mollo nell’acqua del mare. Eh sì bisogna dire che io sono la stagione più importante dell’anno e credo proprio che voi altre mi dovreste portare rispetto>

<Non credo proprio> ribatté l’Inverno <Si certo, sei davvero una bella stagione ma non ci sono confronti da fare con me. Quando arrivo io sono tutti contenti perché possono andarsene in montagna a sciare e poi cosa c’è di meglio delle feste di Natale, gente allegra, gente buona, regali, pranzi e cenoni. Lasciatemi pur dire che se c’è una stagione importante durante l’anno credo proprio di essere io ed è a me che voi altre dovreste portare rispetto>

<Ma cosa state dicendo> controbattè la Primavera <Sì ecco, la più calda, la più festosa, bla bla bla. Ascoltatemi bene perché la stagione più importante dell’anno sono io. E’ grazie a me che sbocciano i fiori, che nascono gli amori e che si sciolgono i ghiacciai, se non ci fossi io gli uomini si annoierebbero a tal punto da non svegliarsi neppure, facesse caldo o facesse freddo, per questo sono io quella che deve essere rispettata>

<Non ne voglio sentire più!> intervenne l’Autunno <Certo voi siete calde, fresche, frizzanti, festose, riposanti ma se non ci fossi io con il rientro a scuola, con il ritorno al lavoro, chi si ricorderebbe mai di voi. Se non ci fossi io con la mia calma e con il tempo grigio nessuno starebbe lì ad aspettare voi. Se fosse sempre estate la gente si stuferebbe del caldo, se fosse sempre Inverno verrebbero a noia anche le feste e se fosse sempre Primavera nessuno avrebbe mai il tempo di riposarsi. Sarà meglio che ognuna di noi rispetti l’altra> concluse il saggio autunno <perché è proprio grazie al fatto che ci siamo tutte che ogni anno è così bello da essere vissuto>

Gino andava sempre di corsa. Al mattino la sveglia aveva appena il tempo di fare uno squillo che già si era lavato le orecchie e i piedi ed era sceso in cucina a fare colazione. Nel tempo che ci vuole per dire vai o stai si presentava vestito di tutto punto rasato e con il cappello in testa sul posto di lavoro. Gino non aveva tempo da perdere, aveva sempre un sacco di cose da fare, il suo lavoro era molto importante e non gli permetteva certo di spargere minuti a manciate e nemmeno qualche pizzico di secondi. Gino aveva sei orologi, dodici agende e nel suo ufficio erano appesi quarantasette calendari, tanti glie ne servivano per segnare i suoi impegni, appuntare gli appuntamenti e scadenzare le scadenze. Gino non alzava mai gli occhi dai cronometri e dal suo lavoro e non si sarebbe accorto nemmeno se gli avessero cambiato i colori della sua poltrona. Ma un bruttissimo giorno avvenne una cosa tremenda al nostro indaffarato corridore. Tanto era preso a controllare i suoi orologi che camminando lesto lesto, non poté fare a meno di scivolare su di una cacca che un cane perditempo aveva lasciato a giro sul suo percorso. Lo scivolone fu memorabile ma ciò che accadde dopo restò indimenticabile anche per Gino. Dopo esser finito a gambe all’aria si spatasciò su di una piccola aiuola e il suo naso fini a due centimetri da una margherita. Gino non ne aveva mai vista una, era sempre stato troppo indaffarato per accorgersi di ciò che aveva intorno, e rimase così incantato da tanta semplice bellezza che restò li a rimirarla per sei ore. Gino va a lavorare a piedi ogni giorno e parte molto presto da casa adesso, perché per strada trova sempre qualcuno con cui fare due parole o qualcosa da ammirare per cui fermarsi almeno dieci minuti e ogni settimana cambia l’arredamento del suo ufficio. Alle pareti adesso ci sono quadri con prati e tramonti e in un vaso colorato e gigantesco cresce, curata e accudita, una piccola semplice margherita.

<Perché sei triste?> chiese il calendario all’orologio.

<Sai> disse <le persone contano molto su di me, devo essere sempre in orario, guai se sbagliassi, devo essere puntuale, non posso fermarmi un attimo. E dopo tutto questo mi degnano appena di uno sguardo ogni tanto e il più delle volte ce l’hanno con me perché hanno fatto tardi ma cosa ci posso fare io? Uffa, mi vogliono puntuale e poi mi vorrebbero in ritardo! Tu invece te ne stai li tranquillo, appeso tutto il giorno al tuo chiodo, ti guardano, ti riguardano, segnano su di te i loro appuntamenti, cerchiano le giornate più importanti, quelle più belle e poi tu conti per un anno intero, io solo per un giorno>

<Guarda che ti sbagli> rispose il calendario <tu sei importante per le persone, loro ti portano con se tutto il giorno, ti mostrano agli amici e se ti fermi ti portano dal dottore degli orologi per accomodare i tuoi guasti, io invece me ne starò qui per un anno a farmi sfogliare, pizzicare, ammirare e poi arriverà un tipetto con dei giorni nuovi e con delle foto più belle e io finirò dritto dritto nel cestino, proprio come è accaduto a quello che c’era qui prima di me! Tu invece rimarrai al tuo posto per un sacco di tempo, beh almeno fino a quando continuerai a correre dietro alle tue ore.>

Orologio e Calendario divennero buonissimi amici e passarono insieme un anno davvero felice e divertente. Orologio non scordò mai il suo grande amico.

LE STORIE DEL SOLE

Pio Pio bucò il suo ovetto in un caldo e soleggiato mattino di primavaera, prima ancora di vedere il becco rosso della sua mamma Galli Nella Pio Pio vide il sole. Un grande e luminoso disco dorato pieno di luce e di calore. A pio Pio piacque subito il sole gli rimaneva simpatico. Ogni volta che alzava i suoi occhietti di pulcino verso il cielo aveva un sussulto di spavento il sole, quel birbante nonera mia dove lo aveva visto la vcolta prima. Pio pio comnciò a sgambettare nell'aia, beccava granturco e sassolini e ogni tanto tirava su il becco e cercava il sole nel cielo. Quando si fece sera Po Pio fu attratto dalla bellezza di quel disco arancione così vicino alla terra che se fosse statopiù vicino l'avrebbe potuto beccare ma subito dopo lo spavento lo assalì il sole era scomparso e tutto intorno si era fatto buio. Pio Pio si rifugiò sotto le caldi ali della mamma e prego per tutta la notte che il sole tornasse. Tremante e impaurito Péio Pio fu assalito dalla stanchezza e infine si addormentò. Al mattino fu svegliato dal canto del suo papà Gaallo galletto. Aprì i suoi occhietti e con sua enorme gioia vide alto nel cielo il caldo e luminoso sole che gli sorrideva tra le bianche e soffici nuvole. Anche Il sole era contento perché per tutta la notte non era più riuscito a vedere Pio Pio ma adesso che era finalmente riapparso sotto di lui era felice di aver ritrovato il suo amico. Pio Pio e il sole non si separarono mai più tranne la notte per andare a dormire ognuno nel suo caldo letto.

La Luna aveva sempre invidiato la luce calda e brillante che emetteva il Sole e tante ma poi tante volte aveva sognato di essere altrettanto luminosa. Un bel mattino lucente e tiepido di primavera la Luna chiese aiuto alla sua amica Beta la Cometa.

<Vorrei proprio fare uno scherzo al mio amico Sole> mentì la bugiarda, la quale tramava invece di combinargli un bel guaio <Tu dovresti darmi una mano, uno di questi giorni mentre te ne vaghi per l’universo, fai finta di niente e poi ti getti addosso a lui con tutto il tuo ghiaccio, così lo raffreddiamo un po’> continuava a mentire la spudorata sperando invece che in quel modo il sole si potesse spengere.

<Aiutare te è sempre un piacere> rispose l’ingenua Beta la Cometa e detto fatto partì per un lungo giro al termine del quale si sarebbe gettata tra le calde braccia del sole.

Combinarono un patatrac. Beta la Cometa rimbalzò sull’enorme pancione del sole e finì dritta dritta in faccia alla luna che si buscò un grossissimo raffreddore. Ancora adesso la povera luna è costretta a scaldarsi al tepore del sole tanto è il freddo che gli è rimasto addosso e la sera le vedi lassù pallida e fredda mentre fa capolino sopra la terra per scaldarsi un poco ai lucenti raggi del sole.

Se c’era una cosa che Gigi amava sopra ogni altra questa era il sole. A Gigi piaceva un sacco starsene sdraiato su di un prato o sulla calda sabbia in riva al mare e farsi baciare e riscaldare dai raggi del sole. C’era però qualcosa che gli rendeva difficile soddisfare questo suo desiderio. Viveva in una piccola casetta in mezzo a tanti palazzoni i quali gli impedivano per tutto il giorno di godersi la luce diretta del sole. Gigi era molto triste per questo e ogni mattino si alzava molto presto perché dalle sei alle sei e cinque poteva godere della luce del sole tra gli spigoli di due palazzoni alti alti. Erano gli unici minuti di felicità che poteva godersi in casa sua. Quell’anno per Natale pensò di scrivere anche lui una lettera a babbo Natale, come aveva fatto quando era piccolo, per chiedere che i palazzi intorno a lui sparissero ma rinunciò credendolo impossibile. Il suo desiderio invece era stato ascoltato dal folletto delle piante, il quale si trovava a passare per caso vicino a casa di Gigi e lo aveva sentito piangere e singhiozzare la sua tristezza. La mattina di Natale Gigi si svegliò alle cinque e mezza e meraviglia delle meraviglie, il sole illuminava la sua faccia. Corse incredulo alla finestra della sua camera e vide che i palazzoni intorno a lui erano scomparsi, anzi no, erano finiti tutti più in basso della casa. Un enorme quercia era cresciuta sotto i suoi piedi durante la notte e lo aveva portato così in alto che niente poteva separare più Gigi dalla vista del sole. Se c’è una cosa che Gigi ama sopra ogni altra questa è il sole e con gli amici adesso festeggia ogni alba ed ogni tramonto dalle finestre della casa più buffa del mondo.

Paolino era un bambino molto ma molto ma moltissimo freddoloso. La mattina non si voleva mai alzare dal letto, perché ormai aveva sotto le sue coperte un gran bel tepore, il calduccio in cui si era rigirato tutta la notte. La mamma doveva faticare sette camicie per riuscire a tirarlo fuori dalla sua tana e fargli lavare denti e orecchie con quell’acqua che a Paolino sembrava sempre freddissima. Uscire di casa era un dramma, quando tirava vento, quando era nuvoloso, quando era talmente umido che sembrava piovesse direttamente nelle ossa. Appena era fuori non vedeva l’ora di rientrare in casa ma quando era a casa non voleva mai andare a dormire, perché prima di entrarci il letto era sempre ghiaccio, come una di quelle lastre che galleggiano nell’oceano antartico. Fargli il bagno poi era un impresa eroica perché non c’era mai acqua abbastanza calda per la sua pelle delicata. Un bel giorno Paolino stufo del gran freddo che sentiva, decise di costruire un astronave che lo avrebbe portato dritto dritto nel sole. Con gli arnesi del padre mise insieme quello che a lui parve un bel razzo e partì diretto al centro del sole. Quando fu arrivato raccolse un po’ di calore con un cucchiaino e lo inghiotti in un sol boccone poi non soddisfatto, ne prese altre tre o quattro cucchiaiate tanto per essere sicuro di non sentire più freddo. In realtà non ce n’era bisogno perché il calore del sole è così concentrato che glie ne sarebbe bastato appena un pizzico. Tanta però fu l’abbondanza che Paolino tornò sulla terra con la forza di un solo starnuto e da allora l’immensa gioia di non aver più freddo gli fa distribuire calore a tutti quelli che gli vogliono bene e anche a quelli che non lo conoscono ma che lo incontrano per strada ridente e felice.

Clementina è una bambina davvero gioiosa e solare, a lei piacciono tantissimo le piante e in maniera particolare i loro fiori. Clementina ha una pianta che è la sua preferita, è un piccolo cespuglio di rose che ha piantato per lei suo padre, quando la piccola Clementina è venuta al mondo. Ogni mattina annaffia la piantina che tiene con se nella propria cameretta e la mette sul balcone dove può godere della luce e nutrirsi del calore di cui ha bisogno. Nel pomeriggio sposta la piantina alla finestra della cucina, in modo che possa seguire il moto del sole e non perderne neanche un solo raggio. La sera riporta il vaso nella sua camera e dopo aver cantato canzonette allegre per la sua mamma e per la piantina dà a tutti la buona notte, spenge la luce e nel buio della sua cameretta ancora parla con il piccolo roso fino a che il sonno non abbraccia Clementina ed la pianta per cullarli l’intera nottata. Al mattino la piantina ricomincia il suo giro della casa e sembra essere proprio felice della compagnia di Clementina e del suo allegro vivere in quella casa così solare, che ogni giorno regala alla bambina, alla sua mamma ed al suo papà, un nuovo bocciolo che li accompagna per tutto il giorno con il suo profumo e con svariati bellissimi colori. Alla sera ne richiude i petali, prima di addormentarsi tenendo con le sue foglie le mani calde di Clementina.

Sfido chiunque a dire il contrario ma io credo proprio che non ci sia niente di meglio di un’allegra giornata di sole. Quando sei triste basta affacciarsi alla finestra e se ti accoglie quel caldo disco dorato, subito ti torna il buonumore. Bambini che corrono per i prati, uccelli che svolazzano, animali che si rincorrono. Quando il sole brilla nel cielo puoi sprigionare la tua gioia passeggiando in mezzo alla gente e anche se cammini in una città grigia e piena di palazzoni, riesci sempre a vedere i colori. Fiori su un balcone, panni tesi ad asciugare, i vestiti della gente che incontri, l’azzurro del cielo, le bianche scie di aerei che solcano il loro mare infinito. Con il sole trovi sempre un po’ di tepore a cui scaldarti, da solo o insieme agli amici e alle persone care. Grazie al sole dimentichiamo tutte quelle piccolezze che avevamo creduto così importanti e dense di tristezza ma che si sono sciolte al primo raggio di un allegro solicello di primavera o a un tremulo sole che si affaccia impavido tra scure nubi di tempesta in una giornata autunnale. Il sole, che gran coraggio, lottare ogni dì per portarci la sua luce e il suo calore. E noi possiamo tenere un po’ di quel calore in ognuno di noi, conservare quei doni che ci arrivano dal lontano sole e in questo modo, anche quando le nubi ci nascondono la luce, possiamo lasciar uscire il sole che abbiamo dentro, per regalarlo agli altri e anche a noi stessi.

A Chiara piaceva tantissimo stare al sole, camminare per le strade e per le piazze sotto i suoi caldi raggi e cercarli anche nelle giornate di pioggia, quando anche un piccolissimo occhio di sole mette sempre buonumore. A Bruno il sole non piaceva per niente, non amava la luce e non gli piaceva nemmeno il gran caldo, che a suo dire era sempre troppo anche nelle più fredde giornate d’inverno. A Chiara piaceva Bruno, era un tipo un po’ ombroso ma lei lo trovava molto simpatico ed era piacevole passare il tempo a parlare con lui. A Bruno piaceva molto Alice, era molto solare ed era l’unico modo per lui di poter accettare quella parola, visto che almeno fino ad allora il sole non lo aveva mai visto di buon occhio. Chiara chiedeva spesso a Bruno di uscire con lei, per fare un gita o una passeggiata ma Bruno faceva di tutto per rimanere a casa o per ritrovarsi un in posto riparato. Chiara accettava sempre però stava lentamente perdendo la sua solarità e il chiuso in cui si nascondeva per stare vicino a Bruno, piano piano la stava spegnendo. Il primo ad accorgersi di questo fu proprio Bruno che grazie al grande amore che provava per l’amica, decise di sacrificarsi e passeggiare con lei sotto il sole. Dopo poco tempo Chiara era tornata la ragazza allegra e serena di prima ma anche Bruno era cambiato, il suo muso solitamente lungo e imbronciato aveva finalmente conosciuto il sorriso. Anche lui era stato conquistato dalla gioia del sole. Ah quante passeggiate fanno adesso Chiara e Bruno e com’è felice il sole di vederli insieme mano nella mano.

LE STORIE

DELLA SAVANA

Gedeone era un leone davvero molto sfortunato. Lui si impegnava nella caccia proprio come gli era stato insegnato da cucciolo. Si appostava silenzioso, nascosto dalle lunghe e fulve erbe della savana che si confondevano con il colore del suo pelo. Attendeva paziente che una gazzella, un facocero o uno zebù si trovassero a passare da quelle parti e poi, con balzo felino, come lui era, gli piombava addosso in un lampo. Quando la preda era ormai alla sua mercè, tremante ad un pelo dai suoi artigli, Gedeone veniva colto da una crisi leonina. Quelle povere bestioline lo guardavano con occhi supplichevoli, in attesa che venisse compiuto il loro destino ma a quel punto il nostro leone non era capace di completare la sua opera e allentando appena la presa, lasciava che la preda se ne fuggisse via in fretta e furia. Gedeone spilluzzicava un po’ di cibo qua e là ma l’erba non era il suo piatto forte e la frutta non era mai a portata delle sue zampe. Il suo buon cuore però non era passato inosservato agli altri abitanti che per ringraziarlo delle sue buone azioni, decisero di eleggerlo re della Vallata. Così Gedeone non dovette più preoccuparsi di cacciare il cibo che non voleva o di cercare quello che non riusciva a trovare, ogni giorno gli animali fanno la fila per portare al loro re i frutti della savana di cui Gedeone va matto e per ricambiarli il giovane leone protegge i suoi amici animali, tenendo alla larga chiunque volesse venire a caccia nella sua Vallata.

Allegra era una zebra un po’ stramba. Era davvero stufa delle strisce che si portava disegnate addosso, non che non le piacessero, anzi c’erano delle mattine in cui le adorava ma c’erano pure altri giorni in cui non le sopportava per niente. Ad allegra piaceva cambiare, d’altra parte non tutti i giorni erano uguali e a lei sarebbe piaciuto tantissimo adattare il pelo al suo umore ballerino. Insomma, dai e dai, tanto fece e tanto pensò che una bella mattina si svegliò con addosso un nuovo manto, bianco con delle macchie rotonde, invece delle solite strisce. Tutta felice se ne andò in giro con il suo nuovo vestito tra lo stupore e la sorpresa delle sorelle zebre. Il mattino successivo erano tornate le strisce ma in compenso il manto era diventato di colore rosa e Allegra era proprio felice. Dopo qualche giorno anche altre zebre cominciarono ad andare in giro pitturate di vari colori. L’umore nel branco era divenuto decisamente buono da quando i colori erano venuti a far parte delle loro giornate e questa novità contagiò anche gli altri abitanti della pianura, gazzelle, ghepardi, gnu e aironi. Se non ci credete andate nella savana e cercate una valle piccola nascosta tra alte montagne, se sarete fortunati potrete ammirarli e sarà uno spettacolo davvero affascinante. Lì anche gli animali hanno la loro moda.

Un tempo Raffa la giraffa e le sue sorelle erano animali simili ad una zebra. Distinguere le une dalle altre era naturalmente molto facile, le zebre erano bianche con le righe nere e le giraffe erano gialle con le macchie marroni. Tutti insieme pascolavano nella grande pianura e accanto a loro si cibavano della poca erba che si trovava in giro anche gnu, gazzelle, zebù, uccelli, roditori e tutti gli animali che popolavano quella immensa e spesso arida vallata. Due volte l’anno il branco era costretto a lunghe e pericolose migrazioni in cerca di nuovo cibo e questo li portava a trovarsi alla mercé di leoni, ghepardi e coccodrilli che non aspettavano altro! Raffa era stufa di questo andirivieni e pensò che ci doveva pur essere un’altra fonte di nutrimento nella loro vallata ma dove trovarla, forse sotto terra no, forse in aria, no, anzi forse, ma sì certo, c’erano così tante foglie verdi e succulenti penzoloni agli alberi e certo non aspettavano altro che di essere mangiate. Raffa convinse le altre giraffe a cibarsi delle foglie e insieme escogitarono mille modi per raggiungere le vette degli alberi. Chi saltava, chi montava su un’altra giraffa, chi si allungava. E allunga allunga, si allungarono anche il collo e le gambe di tutte le giraffe così tanto che non hanno più bisogno di saltare o di arrampicarsi per mangiare le soffici foglioline che sono in cima agli alberi più alti della savana e per gli altri animali c’è tutta l’erba della pianura a disposizione. Raffa però preferisce i germogli teneri che stanno lassù in alto.

Se c’è in tutta la savana un animale veramente grande questo è certamente l’elefante. E se fra tutti gli elefanti della savana ce n’è uno davvero grande, il più grande di tutti, questo non può essere che Berto! Berto è un elefante grande, ma grande, ma aiutatemi a dire grande, da quanto è enorme. E’ alto almeno quanto tre elefanti messi uno sopra l’altro ed è peso una cosa inimmaginabile, perché nessuno è riuscito a prenderlo e metterlo su di una bilancia. Quando cammina le zebre e gli gnu rimbalzano in aria dal gran contraccolpo che fanno i suoi passi, le poche volte che ha corso sono cadute due montagne e tutti i datteri delle palme. Quando entra nel lago per lavarsi l’acqua sale di dieci metri e tutti gli animali hanno dovuto imparare a nuotare. Quando beve, prosciuga il lago, sì che tutti i pesci hanno dovuto imparare a camminare. Berto è l’elefante più buono che ci sia, nelle sua proboscide lunga dodici metri hanno trovato rifugio sei famiglie di topi, due di facoceri e un vecchio gnu malato, che sennò se lo mangiavano i ghepardi. Al mattino quando barrisce sveglia tutta la savana e ormai tutti hanno fatto l’abitudine al convivere con questo enorme e pacioccoso animatone, i piccoli abitanti della pianura trovano sempre rifugio vicino a lui. Quando arriverete nella pianura lo riconoscerete subito, no, non è una collina quello con tutti quegli animali sopra e intorno, quello lì è proprio Berto, avvicinatevi pure, non vede l’ora di fare amicizia con voi.

Nella savana non mancano certo le bestie feroci! Leoni, ghepardi, leopardi, gattopardi, tigri… Tigri? Ma cosa c’entrano le tigri, quelle stanno in India non nella savana africana. A sì, allora andatelo a dire a Beatrice la tigre della savana. Effettivamente non è nata in Africa, faceva parte di un circo, un enorme circo con tutti i tipi di animali, struzzi, ippopotami, lemuri, tigri e chissà quanti altri. Quando la grande nave su cui viaggiavano si è fermata sulle coste dello Zimbabwe, Beatrice non ha trovato niente di meglio da fare che darsela a zampe levate. L’hanno cercata per ogni dove, per giorni e per notti, poi la nave ha dovuto ripartire e così è stato deciso di lasciarla lì. All’inizio però Beatrice era spaesata, non sapeva come fare a trovare da mangiare e soprattutto non aveva dove rifugiarsi, dove andare. Per fortuna incontrò un leone girellone che si trovava a passare vicino alla costa e dopo essersi fatto delle matte risate, non aveva mai visto un leone a strisce, decise che avrebbe portato Beatrice con sé nella pianura della savana. Adesso è là ed è diventata una leggenda, sì perché c’è chi dice di averla vista e chi non ci crede e risponde che non ci sono le tigri in Africa. Beatrice invece ha trovato una nuova casa, sogna l’india e le foreste che attraversava da cuccioletta ma è felice nella savana e poi qui ridono sempre tutti e nessuno ha paura di lei. Chi avrebbe paura di un leone a strisce?

Luisella la gazzella saltellava serena per la pianura ventosa della savana. Intorno a lei pascolavano più o meno tranquille le sue sorelle, tutte intente a brucare l’erba, cercando con un occhio gli steli più prelibati, quelli più teneri e gustosi e con l’altro occhio osservavano invece quello che accadeva loro intorno. Gli orecchi tesi ad ascoltare il benché minimo rumore e il naso ad odorare in continuazione, attento a percepire ogni profumo, ogni odore, ogni maleodorante vicinanza. Luisella stava gustandosi i suoi germogli preferiti quando nel suo naso si insinuò un odore tutt’altro che piacevole, in un attimo le sue orecchie captarono un fruscio sospetto e subito dopo vide muoversi dietro di lei l’enorme e minacciosa forma di un leone. Luisella partì di scatto e la bestia feroce saettò dietro di lei. La gazzella correva a più non posso, sentiva il suo cuore battere all’impazzata e il respiro farsi sempre più corto. Il leone sembrava attaccato a lei e un paio di volte sentì la grande zampa artigliata appoggiarsi sulla pelle. Luisella corse quanto potè e poi sfinita si fermò rassegnata. Il leone era lontanissimo da lei, per primo aveva rinunciato a quella estenuante corsa e adesso riposava sfinito in mezzo a un branco di gnu. Luisella ritrovò le forze per tornare dalle sue sorelle e riprese a pascolare tranquilla per quanto la savana le permetteva. Per quel giorno ce l’aveva fatta ma c’era ancora domani!

Lo gnu stava passeggiando lungo la costa del grande lago della savana, cercava un posto sicuro per avvicinarsi all’acqua e finalmente bere. Ugo lo gnu era molto giovane e la sua spensierata età lo aveva portato ad allontanarsi un po’ troppo dal branco che si stava abbeverando dall’altra parte dello specchio d’acqua. Sicuramente se avesse girato intorno per raggiungere i suoi simili avrebbe trovato un luogo dove abbeverarsi in pace ma la sete era tanta e il sole stava per tramontare, doveva prima bere e poi ricongiungersi con la sua famiglia. Davanti a lui nuotava Gerardo il coccodrillo, seminascosto sul pelo dell’acqua, che lo invitò a bere tranquillamente, ci avrebbe pensato lui a controllare che nessuno si avvicinasse. Ugo, all’inizio molto diffidente, fu vinto dalla sete e si infilò nell’acqua pronto a placare l’arsura ma avvicinandosi un po’ troppo al coccodrillo. Appena lo gnu immerse il muso nell’acqua, Gerardo si mosse in modo fulmineo, con un lesto colpo di coda fu sotto allo gnu, con le fauci spalancate e l’acquolina in bocca, pronto ad ingoiarselo in un sol boccone. Gerolamo l’ippopotamo aveva assistito a tutta la scena in silenzio, a poca distanza dai due e avvedutosi della trappola che il coccodrillo stava tendendo al giovane e credulone gnu, si era avvicinato in silenzio e all’ultimo momento, era sbucato fuori proprio tra Gerardo e il piccolo Ugo. Fu la salvezza dello gnu che immediatamente prese a scappare alla ricerca della sua mamma senza più pensare a dissetarsi. Gerardo intanto si era dileguato, temendo di essere sopraffatto dalla mole dell’ingombrante animale. Ugo invece fuggiva ringraziando a gran voce il provvidenziale Gerolamo che riprese a sonnecchiare tranquillo sul pelo dell’acqua. Ma da sotto, si poteva vedere benissimo un sorriso soddisfatto di felicità.

LE STORIE DI FAMIGLIA

La mamma è quella cosa morbida profumata e accogliente che si prende cura di noi. Ci ha portati dentro di se per nove mesi, chiusi al sicuro e al calduccio dentro il suo pancione. Era lei che soffriva quando noi non stavamo bene ed è ancora lei a soffrire più di tutti, quando abbiamo un piccolo raffreddore o quando ci ritroviamo con un febbrone da cavallo. La mamma ha cura di noi, ci lava il viso la mattina, ci prepara la merenda e ci accompagna dovunque noi vogliamo andare. A volte la mamma ci fa arrabbiare perché non soddisfa tutte le nostre voglie e tutti i nostri capricci, ma altrimenti non sarebbe la mamma, perché la mamma ci deve insegnare che non possiamo avere tutto. Quando ci dice che fa qualcosa per il nostro bene, anche se a noi non sembra proprio, invece è la verità e quando cresceremo ci accorgeremo che, la stragrande maggioranza delle volte aveva ragione. La mamma è una bravissima cuoca, sia quando passa ore in cucina a prepararci deliziosi manicaretti e dolci squisitissimi, sia quando in cinque minuti ci cucina qualche pranzo surgelato, come scongela la mamma non lo sa fare nessuno. La mamma ci porta a letto la sera, anche quando noi non vorremmo andarci, ci rimbocca le coperte e ci da il bacio della buonanotte, qualche volta se non è stanca ci racconta una storia, quando invece è stanca si addormenta mentre lo fa. La mamma è una grande invenzione è per questo che le voglio molto bene.

Il papà, comunemente conosciuto come babbo, è quella cosa ruvida, seria e impacciata che cerca di prendersi cura di noi. Per nove mesi ci ha parlato attraverso la pancia della mamma e adesso finalmente può guardarci negli occhi mentre lo fa. Il papà ha la barba, a differenza della mamma e ha la voce più forte, per questo tocca sempre a lui quando dobbiamo essere brontolati per le marachelle più gravi. Il papà ci accompagna al cinema e ci compra sempre un sacco di schifezze da ciucciare e da sgranocchiare e poi ci dice di non mangiarle perché fanno male ai denti. Il papà cucina solo la domenica, perché il riso di mare non lo fa nessuno come lo fa lui, così dice, e dopo aver messo a soqquadro tutta la casa con pentole, pentolini e chissà che altro, finalmente si mangia, bisogna però dire che di solito il pranzo è buono davvero. Il papà vuole sempre vedere il telegiornale, è per questo che ogni giorno a tavola dobbiamo sempre discutere sui programmi da guardare, brontola perché guardiamo i cartoni animati e poi ci racconta che lui non faceva altro da mattina a sera quando era piccolo. Il papà guida la macchina quando usciamo per una gita la domenica o quando è festa, e per strada parla molto con gli altri papà, che stanno chiusi dentro le altre automobili. Hanno sempre un sacco di cose da dirsi e chissà perché, lo fanno sempre gridando, forse il rumore delle auto è troppo forte? Il papà fa finta di volerci meno bene della mamma e poi è quello che si preoccupa di più se abbiamo il morbillo e se dobbiamo andare a lezione di calcio o di ballo. Il papà è un’invenzione ganzissima, per questo gli voglio molto bene.

I nonni sono quella cosa tenera e dolce, con i capelli bianchi, che tanto tanto tempo fa erano la mamma e il papà dei nostri papà e delle nostre mamme. I nonni però sono così vecchi, che ormai non si ricordano più come si fa a fare i genitori e quindi tornano a essere dei bambini a cui bisogna insegnare tutto. I nonni ci accompagnano ai giardini tutti i pomeriggi, dopo che la mamma ha raccomandato loro tutte le cose che devono e che non devono fare. I nonni ci lasciano fare tutto, perché anche loro sono stati bambini e anche a loro piaceva correre in bicicletta, giocare e schiamazzare con gli altri bambini. I nonni hanno sempre una caramella per noi nelle loro tasche e quando combiniamo qualche disastro ce ne danno una e poi ci difendono quando i nostri genitori ci danno una sonora e giusta brontolata. I nonni spesso combinano più guai di noi e allora li dobbiamo aiutare e difendere e qualche volta ci prendiamo noi la colpa se fanno qualche pasticcio grave. I nonni leggono molto e ci raccontano sempre un sacco di cose nuove che hanno trovato sui libri o nei giornali, hanno sempre tante avventure da narrarci, a volte vere a volte un po’ meno, di quando erano giovani, ci parlano di cose che non ci sono più e raccontano di giochi che facevano senza la tivù e senza il computer. Difficilmente riusciamo a capire com’era mai possibile, adesso non potrebbe succedere di certo! I nonni hanno tanta vitalità e la regalano a noi ogni giorno, per questo voglio loro molto bene, che invenzione stratosferica!

I fratelli e le sorelle sono quelle cose antipatiche che usano i nostri pennarelli preferiti e li lasciano aperti sotto il lettone di mamma e papà, così quando vengono ritrovati non solo non funzionano più ma quelli sgridati va a finire che siamo noi. I fratelli e le sorelle maggiori sono proprio dispettosi, non vogliono mai giocare con noi perché dicono di essere troppo grandi e i balocchi con cui noi ci trastulliamo sono aggeggi da lattanti. Si arrabbiano se la mamma li costringe a portarci con loro al cinema e durante il film ci prendono tutti i dolcetti. I fratelli e le sorelle minori invece sono una vera e propria piaga, vogliono sempre stare con noi e non capiscono che sono troppo piccoli per giocare con i nostri apparecchi elettronici, smanaccano dappertutto e sono capaci di rompere una radiocomando anche solo guardandolo. Ci chiedono di giocare con i loro animaletti e le loro costruzioni, senza capire che per noi sono ormai aggeggi da lattanti. I fratelli e le sorelle sono gelosissimi dei loro vestiti, per questo ci piace un sacco nasconderglieli o peggio ancora disegnarci sopra un bel sole sorridente, gli abiti che non sono più di loro gradimento invece li mettono da parte per quando saremo grandi, senza nemmeno chiederci se ci piacciono oppure no, quei trefoli che si sono messi addosso loro non li vogliamo davvero. I nostri invece, quando non ci staranno più, li lasceremo in eredità ai fratelli e alle sorelle minori, che bambini fortunati! I fratelli e le sorelle ci vogliono un sacco di bene anche se gli facciamo i dispetti, per questo io voglio loro un sacco e mezzo di bene, che invenzione stramba!

Gli zii e i cugini, sono quella cosa che appare all’improvviso la domenica a pranzo o per Natale, con una bottiglia di spumante in una mano e un gustosissimo dolce nell’altra. Gli zii sono quasi dei nonni. Cioè, non nel senso della parentela, perché sono i fratelli e le sorelle delle nostre mamme e dei nostri papà, quindi figli anche loro dei nostri nonni. Ma perché come loro sono sempre bonaccioni e disponibili, ci portano un sacco di regali e giocano con noi. Con loro facciamo sempre festa e poi non ci brontolano mai. Certo non sono così amorevoli e grandiosi come i nostri genitori, però quando ci stringono forte forte, si sente che ci vogliono una montagna di bene anche loro. I cugini invece sono quasi peggio dei fratelli, loro hanno sempre fatto qualcosa meglio di noi o hanno qualcosa di più grande o di più veloce. Io li metterei insieme con i fratelli e le sorelle e li darei ai miei zii che se li portino a casa tutti insieme, chissà come mai tra di loro si trovano sempre d’accordo a fare a me qualche dispetto, uno scherzo o a far fuori tutta la mia scorta di cioccolatini. Ogni volta sono costretto a cambiargli nascondiglio, perché a loro non li darei mai, uffa! Per fortuna i miei zii mi portano sempre qualche dolcetto, da sgranocchiare di nascosto in tutta tranquillità. I cugini e le cuginette però, sono come i fratelli e le sorelle, sempre disponibili se hai bisogno, sempre pronti a difenderti e a giocare con te, sono proprio una forza! Gli zii e i cugini sono un invenzione davvero simpatica e io voglio loro una montagna di bene, per fortuna che ci sono!

La famiglia è quella cosa a volte numerosa a volte meno, che ti gira intorno e di cui anche tu fai parte. Con la famiglia ti ritrovi assieme nelle feste più importanti, per Natale, per Pasqua e per i compleanni; con giochi, baldoria, scherzi, risate e dolci. Nella famiglia ci sono il papà e la mamma, che si prendono cura di te e che ti vogliono un gran bene, come tu a loro, caldi da abbracciare e teneri con i loro baci. Ci sono i nonni, che a volte non ci sentono bene, che spesso dimenticano le cose e che hanno sempre una carezza per te. I fratelli e le sorelle, con cui scambi i segreti, giuri di non dirlo a nessuno e poi corri dalla mamma a spifferare tutto, così dopo sono dolori! Gli zii, i cugini e tutti quegli altri parenti che hanno un bis davanti alla loro qualifica: bisnonni, biscugini, bis bis bisqualcosa! Sulla famiglia puoi sempre contare, quando hai bisogno puoi esser sicuro che ci sia qualcuno della tua famiglia pronto a darti aiuto, quanto fa tre per quattro, cos'è un triangolo e una bicicletta per andare a comprare un bel gelato quando fa caldo e la tua bici è dal gommaio perché hai bucato quando sei andato allo stagno a caccia di ranocchi. La famiglia conta su di te e tu puoi sempre far qualcosa per la tua famiglia, anzi lo fai ogni giorno senza nemmeno accorgertene. Telefoni alla zia, dai un bacio alla nonna, leggi il giornale al nonno che non ci vede più tanto bene e fai mangiare il tuo gelato a quella cugina che credevi non ti volesse poi tanto bene e invece ti adora. La famiglia è una cosa favolosa, io voglio bene a tutti e tutti vogliono bene a me. Grandioso!

Gli amici sono quella cosa che contrariamente a tante, sei tu che puoi scegliere. È bellissimo poter fare nuove amicizie e conoscere sempre altri bambini e bambine con cui giocare, studiare, correre e parlare della tuia squadra preferita, delle gare di nuoto, e di quanto è buffa la maestra con gli occhialoni da sole e le trecce da bambina. Gli amici a volte devono andare via perché cambiano casa o perché vanno ad un'altra scuola e non li vediamo più ma anche se il tempo cancellerà i loro volti, non li dimenticheremo mai, perché ricorderemo sempre quanto siamo stati bene insieme a loro. Gli amici sono la cosa migliore per fare le marachelle, meglio dei fratelli, delle sorelle e di tutti i cugini. Salire su un albero e mangiarsi le ciliegie di nascosto dal padrone dell'albero, è una cosa troppo divertente e farla con gli amici la rende davvero elettrizzante. Tra tutti gli amici ce n'è sempre qualcuno speciale, un amico o un amica su cui puoi contare come su una sorella, quell'amica con cui scambi i tuoi segreti e che non va a spifferarli a nessuno, nemmeno sotto tortura, nemmeno se le prendono tutte le gommine rosa e le penne con i brillantini. I veri amici sono come qualcuno di famiglia, cercano te se hanno bisogno di un consiglio e sono pronti a dartene uno se lo chiedi a loro. Cosa mi metto con le scarpette madreperla? Ti piace il cappello dei Chicago Bulls? Non c'è niente da fare, gli amici sono una cosa davvero preziosa. I miei mi vogliono un bene dell'anima e si divertono un sacco con me e io voglio bene a loro, tantissimo. Che invenzione l'amicizia, sono proprio contento che ci sia!

LE STORIE DI SCUOLA

Il primo giorno di scuola è sempre un po’ strano. Lo viviamo come un in misto fra tristezza e felicità. Le vacanze sono finite e i primi giorni di pioggia ci hanno già fatto capire che l’arrivo dell’autunno è imminente, e si sa con l’autunno arriva anche la scuola. Eh sì, il brutto tempo e l’inizio dell’anno scolastico ci mettono tristezza, perché dentro di noi ancora abbiamo vivo il ricordo di tuffi nel mare, di corse sulla spiaggia e di giochi con tanti nuovi e divertenti amici. Davanti a noi riusciamo solo a vedere serate buie, passate a studiare su libri che a volte ci sembrano così barbosi e pesanti. Il primo giorno di scuola tanti sono i pensieri che ci vengono a trovare ma appena voltiamo l’angolo e rivediamo quell’edificio austero ma pieno di chiasso e di risate, la tristezza vola subito via. I nostri compagni di classe ci stanno aspettando e quelle serate buie che avevamo tra i nostri pensieri, si trasformano subito in allegre compagnie. Tutti insieme a ripetere poesie e prendersi in giro, a calcolare somme e divisioni mentre qualcuno prepara gustose merende, a leggere e studiare la grammatica con già in testa i progetti per il Natale che verrà, se non addirittura per le prossime vacanze al mare. Il primo giorno di scuola è proprio una gran festa, annuncia un altro anno di amici e lezioni, di studi, conoscenza e allegria, un altro anno tutti insieme. Evviva!

La sistemazione nei banchi è un rito che deve essere eseguito con calma e con razionalità, non si può prendere e sedersi nel primo banco che ci capita vicino, ne sconteremmo le pene per tutto l’anno scolastico. Scherzi a parte, che ci si pensi oppure no, va sempre a finire che ognuno si siede proprio nel posto che a lui è più congeniale, che sia qualcosa scritto nel codice genetico? Mah, i misteri della scuola sono inimmaginabili. Nella mia classe è andata a finire che ci siamo sistemati in questo modo: le più brave e i più secchioni sono capitati tutti nei primi banchi, da li potranno seguire meglio la lezione e sicuramente si potranno udire bene i loro suggerimenti durante le interrogazioni. Le altre bambine e i sognatori, tra cui ci sono anch’io, sono capitati nei banchi vicino alle finestre. Ogni tanto un’occhiata alle fronde degli alberi o al cielo azzurro, dà quel senso di scuola di cui non si potrebbe mai fare a meno. I confusionari e i copioni invece stanno sempre dalla parte opposta alle finestre, in fondo, nel buio si possono condurre a termine ottime battaglie navali e si vedono meglio i compiti dei più bravi che chiaramente sono seduti davanti. La mia è proprio una bella classe, e la vostra come l’avete sistemata?

E poi, quando meno te lo aspetti, mentre sei lì, concentrato a studiare, a fare esercizi, tre per due, un: articolo indeterminativo maschile singolare, insomma proprio quando sei concentrato e preso dallo studio, eccolo che arriva! È Natale! A me Natale mi piace tantissimo, sì lo so piace a tutti ma per me è bello il Natale a scuola. Prima di tutto si costruisce un enorme albero di Natale, che alto in quel modo nessuno ce lo ha a casa, poi lo si riempie di palline colorate e striscioni, ognuno ne porta qualcuno da casa e la mamma poi si chiederà dov’è finita quella preziosa palla di vetro che ha comprato tanti anni fa a Venezia e che è la sua preferita, ma questo non c’entra niente. Tutti portano festoni e palle ma nessuno porta mai la punta così ogni anno la devono fare di carta le maestre e secondo me consono molto brave a fare la stella, non viene mai come quella che c’è sul mio albero. In classe faremo anche il presepe di carta, con i personaggi ritagliati e colorati da noi, a me tocca sempre una pecorella e non sono mai riuscito a fare Gesù Bambino. La maestra ci farà scrivere i pensierini per i regali ai genitori e i temi sul Natale con i proponimenti per un nuovo anno ubbidiente e senza capricci, anche se nessuno i riesce a mantenerle quelle promesse. L’ultimo giorno prima delle vacanze invernali si fa una gran veglione tutti insieme, anche con i bambini di altre religioni, sì perché quando siamo piccoli basta far festa tutti assieme e siamo contenti. Quando siamo stanchi e sfiniti ritorniamo a casa e li ricominciamo a far festa con i nonni con gli zii e con i nostri meravigliosi papà e mamma. Ah già, scordavo. Buon Natale anche a voi!

Durante l’anno scolastico l’avvenimento più divertente in assoluto è di sicuro il Carnevale. Sia perché colonna portante di questa festa sono scherzi, divertimenti, risate, maschere e feste mascherate, sia perché diversamente da tutte le altre feste non dura un giorno o due ma ci accompagna per un mese intero e durante tutto questo periodo a scuola è uno spasso continuo. A volte diventa difficile persino seguire le lezioni. Fare la lettura o la grammatica, studiare la storia o le capitali d’Europa con la polverina pizzichina nel naso o masticando le gomme al sapore di aglio non è davvero per niente facile. Coriandoli, stelle filanti, stelle spruzzanti, inchiostri simpatici e qualche colpo con il solito manganello di pulcinella, sono all’ordine del giorno. Tornare a casa puliti e in ordine non è di sicuro una cosa facile. Il lunedì poi lo passiamo a raccontarci le avventure dei corsi mascherati a cui abbiamo assistito o partecipato il giorno prima e tanto per non perdere l’abitudine una manciata di coriandoli nella cartella del compagno non guasta mai. Il giorno più divertente però è sicuramente l’ultimo, quello durante il quale, dalla mattina alla sera, non si fa altro che scherzare, vestiti con le più fantasiose e fantastiche maschere, superman, damigella, poliziotto, infermiera, pokemon, cavaliere, mostro e chi più ne ha più si travesta! Fra feste, scherzi e scorpacciate capita sempre di infilarsi in bocca un bel pezzo di torta con i coriandoli o un bignè avvolto da stelle filanti, ma si sa sono gli inconvenienti del festeggiare e a Carnevale ogni scherzo vale!

C’è sempre un momento di vero e proprio panico che atterrisce tutti gli alunni di ogni classe, che siano maschi o femmine che siano secchioni o spalle tonde, che siano stati attenti o che siano perennemente distratti. È il momento prima dell’inizio delle interrogazioni. Il terrore serpeggia fra i banchi, ognuno in quell’attimo si domanda se capiterà proprio a lui lo sventurato compito di rimanere muto e silenzioso davanti alla maestra la quale insisterà con domande sempre più complicate, nella speranza di ottenere almeno una risposta o se anche per quella giornata la buona sorte lo accompagnerà. Altri continuano a ripassare la lezione mentalmente, sperando che i quesiti non siano poi così difficili e confidando comunque nei primi della classe, sempre pronti a suggerire senza farsi vedere. Nelle giornate particolarmente fortunate, può capitare che ci sia un volontario o due ma è molto più facile che mentre il dito della maestra scorre su e giù per il registro di classe, tutti facciano più o meno finta di niente, fischiettando nervosamente e ammirando in maniera particolarmente interessata le crepe sul soffitto o le finestre, che guarda caso oggi sono più sporche del solito. All’improvviso saltano fuori i nomi dei due o tre sfortunati che dovranno sottostare alla tortura dell’interrogazione i quali come condannati al patibolo lasciano il loro posto per portare a termine il colossale sacrificio, il resto della classe è salvo e si ricorderà di loro almeno fino alla prossima interrogazione. Per oggi è andata bene ci vediamo alla prossima, incrociate le dita!

Tra i compagni di classe di solito si nascondono delle vere star. Ognuno a modo proprio è un personaggio caratteristico e di solito, quando siamo a scuola e quando siamo bambini, queste particolarità danno il via a prese in giro stratosferiche da parte di tutti. Oggi tocca a me e domani qualcun altro sarà il bersaglio delle beffe di giornata. Gli elementi che più di tutti spiccano in maniera  particolare sono: il giocherellone, che immancabilmente ha una battuta per tutti e su tutto quello che accade ogni giorno in classe, prende in giro le maestre, il preside e i bidelli e per gli altri è un vero e proprio spasso ascoltare i suoi dileggi. Non manca mai nemmeno il capoclasse, cioè quello che studia di più, che si applica più a lungo e che di solito è un po' restio a suggerire durante le interrogazioni, per non passare male davanti alla maestra. Poi c'è quello che siccome è un po' più grande degli altri fa il gradasso, mangia le merende degli altri, fa sparire i pennarelli delle bambine e copia i compiti ma durante le interrogazioni nessuno gli suggerisce mai, chissà come mai?  C'è poi la svampita, quella che qualunque cosa venga detto non ha mai capito, vuoi perché era troppo attratta dagli uccellini che cinguettano sul ramo davanti alla finestra, vuoi perché stava sognando il suo attore preferito, sì quello di cui ha la collezione di fotografie nascosta nel diario, è una tipa veramente buffa ma a lei vogliono tutti bene. A scuola ognuno si distingue dagli altri e a modo suo lascia un indelebile impronta nella vita della classe, nemmeno i bidelli riusciranno a cancellarla. Ed è proprio questa incredibile varietà che rende lo stare in classe così piacevole, anche se c'è da studiare. In compagnia le cose sono sempre meno dure da affrontare!

Non esiste un anno scolastico senza la recita finale. Passiamo gli ultimi mesi di scuola a far prove di tutti i tipi. Prima si deve scegliere la storia, chi vuole Cappuccetto rosso, chi Biancaneve, chi qualcosa di più moderno tipo Superman o i Pokemon, chi prova ad inventare una storia nuova ma poi va sempre a finire che recitiamo La carica dei cento e uno. Dopo che è stata decisa la storia e quando tutti credono di aver ormai passato i momenti peggiori, incomincia la bufera. Tutti ma dico tutti, vogliono interpretare Rolly. Ogni bambino conosce già la sua battuta:  Mamma io ho fame! E sicuramente è il cucciolo più famoso e amato di tutta la carica. Io non sono mai riuscito a farlo, a me tocca sempre Orazio o Gaspare! A seguire vengono scelti Rudy, Anita, Pongo, Peggy e naturalmente Crudelia Demon e tutti gli altri cuccioli. Dopo l'assegnazione delle parti cominciano le prove, una faticata sovrumana, mesi e mesi di declamazioni di fronte allo specchio o davanti ai nonni, che tanto loro applaudono qualsiasi cosa si dica e infine arriva il gran giorno. Palco addobbato, folla oceanica, si apre il sipario e, chissà come mai, c'è sempre qualcuno a cui si congelano le parole in gola ma per fortuna, dopo un attimo di panico finalmente la storia parte e si dipana piano piano, senza particolari intoppi. Alla fine naturalmente grande cagnara, in fondo siamo cuccioli di dalmata, tutti sul palco a guaire e abbaiare, rincorrendo Crudelia Demon, interpretata normalmente da un maschietto, poiché nessuna ragazzina farebbe mai un personaggio così cattivo. Calato il sipario fra scrosci di applausi e richiest di bis, tutti a mangiare! Patatine, bignè, gelato e cioccolatini, è festa. La scuola è finita, le vacanze ci aspettano a braccia aperte e già voliamo sulle ali della nostra infinita fantasia.

LE STORIE IN MOVIMENTO

Tonino aveva sempre desiderato una bicicletta. Se la immaginava rossa con le scritte blu, le ruote grandi, forse più grandi di lui, più in alto di quanto gli avrebbe reso possibile poggiare i piedi per terra. Ma tanto era un sogno e allora poteva pensarla anche gigantesca la bicicletta che desiderava tanto. A Tonino piaceva da matti quando arrivava la primavera, in giro si incominciavano a vedere gruppi di ciclisti che scorrazzavano in lungo e in largo per tutte le strade e alla prossima stagione avrebbe tanto voluto esserci anche lui tra quegli allegri corridori che osservavano i paesaggi e che respiravano l’aria leggera della campagna, mista a quella puzzolente e sgradevole delle auto. Tonino aveva già scritto decine di lettere per quel Natale e tutte contenevano immancabilmente la solita richiesta. Una bicicletta Mountan Bike rossa con il cambio a sedici velocità, la maglia del suo campione preferito e il casco giallo. Tonino aveva gia una bici, anche quella era stata un regalo di Natale ma di almeno tre anni prima e adesso ogni volta che ci si sedeva sopra la bici scompariva sotto Tonino che nel frattempo era cresciuto ed era ormai grande il doppio. I pomeriggi di sole li trascorreva affacciato alla finestra, a guardare le frotte di biciclette che con quel loro fischio caratteristico, sembrava quasi che lo chiamassero. Le domeniche si sbracciava dal finestrino dell’auto per salutare e per incoraggiare e si divertiva sognando se stesso in mezzo a tutti quei ciclisti. La mattina di Natale finalmente giunse e sotto l’albero aspettavano alloro prima corsa quattro luccicanti biciclette, le lettere avevano funzionato! Due Mountan Bike rosse, forse una l’avrebbe prestata al fratellino Mimmo e due bici ancora troppo grandi per lui, una blu metallizzata e una rosa confetto. Quel pomeriggio uscirono tutti insieme ma non con l’auto, il papà montò sulla bici blu, la mamma su quella rosa, Tonino e Mimmo sulle fiammanti Mountan Bike rosse con le maglie dei campioni ed i loro caschi gialli. Fu davvero un Natale meraviglioso!

Andrea non era mai salito su di un aeroplano e non aveva nessuna intenzione di farlo. Certo gli aerei gli piacevano, eccome! Ma di salirci sopra nemmeno l’idea! Staccarsi dal suolo era un concetto non realizzabile, persino saltare gli andava poco a genio, a lui piaceva stare con i piedi ben piantati per terra. Quell’estate i suoi genitori avevano deciso di fare un bel viaggio, prima di recarsi al mare dai nonni, desideravano visitare una delle capitali più belle e famose d’Europa, avrebbero portato il piccolo Andrea a visitare Londra in Inghilterra. Andrea era felicissimo, non era mai stato fuori dall’Italia e il pensiero di andare a visitare un luogo così lontano gli mise subito una gran carica addosso. Cercò l’Inghilterra sul suo atlante, poi cercò Londra e alla fine si chiese come avrebbero fatto mai ad arrivare fino laggiù, dato che nel mezzo c’era il mare! La soluzione era lampante, anche se per Andrea fu una notizia da film del terrore, avrebbero viaggiato in aereo. Dopo numerose bizze e musi imbronciati, arrivò infine il giorno della partenza e fra strilli e smanaccamenti, Andrea fu portato a bordo dell’aeroplano. Come fu sopra si calmò immediatamente, in fondo non era poi così diverso da un autobus, forse un po’ più grande, sì ma soprattutto con le ali! L’aereo decollò mentre Andrea sonnecchiava appoggiato alla mamma, che era riuscito a calmarlo e rincuorarlo. Quando si svegliò apparve ai suoi occhi uno dei panorami più affascinanti che avesse mai visto, sotto di lui una distesa infinita di montagne con i picchi innevati, piccoli laghi sparsi qua e là, case piccine piccine e treni che serpeggiavano come lombrichi d’argento nella terra. Accipicchia! Lassù c’era un mondo tutto nuovo e diverso, e lui che non ci voleva salire! L’atterraggio che seguì fu entusiasmante e il viaggio di ritorno un vero divertimento, ore e ore appiccicato al finestrino a guardare il mondo che scorreva sotto i piedi. Per fortuna non aveva perso quell’occasione, adesso però doveva aggiungere una voce ai suoi desideri, da grande non avrebbe fatto soltanto il poliziotto, il pompiere e il supereroe, era proprio il caso di annotarsi anche questa nuova professione, non avrebbe certo rinunciato a fare il pilota.

Fausto era un bravissimo pilota di Formula 1. Con la sua auto rossa fiammante scattava lungo i circuiti ed arrivava sempre tra i primi. Quando era sul podio si divertiva un sacco a schizzare con lo champagne gli altri concorrenti e tutto il pubblico accorso ad acclamarlo. Ogni gara era una festa! Tutto cominciava con le prove e la messa a punto della monoposto. Alettoni, freni, sospensioni, volante ogni cosa doveva essere in perfetto stato e per questo bisognava provare, provare e modificare continuamente ogni singola parte a seconda che fosse brutto tempo, piovesse o che ci fosse il sole allegro a splendere nel cielo. Se il percorso era pieno di curve ci volevano dei pneumatici adatti se invece era straveloce tipo Indianapolis le gomme dovevano asimmetriche. Fausto era un pilota molto pignolo e pretendeva la perfezione anche dai suoi meccanici che poveretti, spesso passavano anche tutta la notte a lavorare per far trovare la macchina approntata per la gara. Fausto era un ottimo pilota e durante le prove conquistava quasi sempre la “Pole Position” e questo gli permetteva di partire davanti a tutti gli altri. Ogni gara era una lotta durissima, ottenere le prime posizioni era difficile e riuscire a mantenerle lo era ancor di più ma Fausto era un gran lottatore e nessuno era in grado di sorpassarlo. Scattare alla partenza e poi infilare ogni curva senza perdere mai il controllo del mezzo, fermarsi per fare il pieno e cambiare le gomme senza perdere più di dieci secondi, ringraziare i meccanici per esser stati così rapidi, ripartire veloci per trionfare in ogni gara e a fine campionato vincere il titolo di campione del mondo. Che sogno ragazzi! Poi la voce della mamma che chiama, uffa, è già ora di alzarsi per andare a scuola, il sogno si infrange proprio sul più bello, il traguardo era vicinissimo ma anche gli altri concorrenti erano agguerritissimi, chissà come sarebbe andata a finire! Stasera a letto presto, fino a che non sarà grande ed avrà imparato a guidare Fausto continuerà a sognarsi le sue avvincenti gare, dopo chissà, vedremo!

La prima volta le aveva viste in una pubblicità alla televisione. Sì certo le pubblicità fanno sempre sembrare le cose più belle, più grandi, più indispensabili ma quelle scarpe da ginnastica, tutte colorate, con la suola fatta strana, con le bolle d’aria che ti fanno saltare più in alto e tutto quanto il resto, erano veramente il massimo. Non come quelle che aveva ai piedi che, anche se erano nuove, non erano certo l’ultimo grido. Da quel momento Giulio cominciò a vederle dappertutto, non solo in tivù ma sui giornali, al cinema, attaccate ai muri per la strada, sembrava quasi che lo perseguitassero. La scarpe “Good Boys”, quelle per i ragazzi a posto, per i ragazzi in gamba per i ragazzi importanti. Era diventato impossibile sfuggire alle “Good Boys”, Giulio le vedeva ai piedi di tutti, pareva proprio che non se ne potesse fare a meno e la mamma non ne voleva proprio sapere di comprargli un altro paio di scarpe da ginnastica, ne aveva uno scaffale pieno ed erano tutte uguali, cambiava soltanto la marca! Giulio si decise, fece fuori il suo maialino e con i sudati risparmi di una vita, corse a comprarsi le “Good Boys”. Le avrebbe portate a casa di nascosto e confuse con le altre, così la mamma non si sarebbe accorta di niente. Ma sulla via di ritorno successe qualcosa che gli fece cambiare idea, c’era un bambino, piccolo come lui ma vestito tutto di stracci e con la faccia e le mani sporche. Ai piedi non aveva che un paio di calzini bucati da cui si intravedevano i ditini che avrebbero dovuto essere rosa ma in realtà erano sporchi quanto la faccia e le mani se non di più. Camminava verso di lui e chiedeva se avesse qualcosa da dargli. Lasciò a lui le scarpe e gli sembrò la cosa più naturale da fare. Adesso si sentiva davvero un “Good Boys”, un “Bravo Ragazzo”, aveva le sue vecchie scarpe, non erano l’ultimo grido ma a Giulio piacevano e non aveva certo bisogno di un paio di scarpe per sapere di essere un ragazzo a posto, l’altro bambino ne aveva certamente più bisogno di lui. Giulio continuò la sua passeggiata con un sorriso che gli illuminava il visetto. Strano, quel giorno si sentiva particolarmente felice.

Pino vive in un sommergibile. È marinaio da più di dieci anni ed ha sempre svolto i suoi compiti sotto il mare. Il suo primo sommergibile era piccolo e tutto nero e Pino lo lustrava dalla mattina alla sera. Durante l’immersione lo puliva dentro, cabine, ponte di comando, mensa e sala siluri. Doveva stare molto attento, perché bastava spingere il bottone sbagliato ed erano guai! Quando invece attraccavano in qualche porto, allora lo doveva pulire di fuori, togliere le incrostazioni e gli animaletti che ci si erano accasati durante i lunghi viaggi immersi nel mare. Con il tempo Pino era cresciuto di grado e adesso era comandante. Aveva un sottomarino azzurro lungo trenta metri, con dei motori potentissimi che lo portavano a spasso per i sette mari in un battibaleno e l’equipaggio lo salutava sull’attenti portandosi una mano alla fronte in segno di rispetto. Pino era proprio un buon capitano e a bordo tutti gli volevano molto bene. Pino però era molto triste perché non aveva una finestra a cui affacciarsi per poter vedere un panorama, il sole, un monte, delle mucche che pascolano, un po’ di verde oltre tutto l’azzurro che amava ma che conosceva ormai fin troppo bene. Una bella finestra come quella che aveva nella sua casa, quella finestra a cui si affacciava con la sua fidanzata a guardare la luna e le stelle. Quando arrivò il giorno del suo compleanno i suoi uomini gli fecero allora un bellissimo regalo. Costruirono una finta finestra che sistemarono vicino alla branda del comandante, con un proiettore che riproduceva immagini sulla parete della cabina. Il comandante Pino ne fu veramente entusiasta. Adesso quando va a riposare, si distende sul letto e ammira fantasiosi panorami dalla sua personalissima finestra, oggi una spiaggia, domani monti innevati, poi prati e città e pensa alla sua bella fidanzata affacciata alla finestra. E poi scorrazza per i mari nel bel mezzo del profondo blu.

Ettore aveva sempre avuto la passione dei treni. Fin da piccolo aveva giocato con i trenini di legno e di plastica, che tutti i neonati hanno tra i loro balocchi. Quando poi era cresciuto ed aveva preso a fare le prime domande, aveva chiesto di avere un trenino e suoi genitori glie ne avevano regalato uno bellissimo. Una locomotiva a vapore, con le luci che si accendevano, i rumori dello sferragliamento e il vapore che usciva davvero dal camino, Ettore l’aveva chiamata Marisa la locomotiva e quello sarebbe stato il nome di tutti i treni che avrebbe avuto. Infatti a quel primo treno ne seguirono altri, mano a mano che Ettore cresceva, crescevano con lui la passione per i trenini giocattolo e quella per i treni veri. Quasi ogni giorno andava alla stazione del suo paesino a vederli passare e salutava felice le persone affacciate ai finestrini che partivano per chissà dove. Tornava a casa e giocava con i suoi trenini che nel frattempo erano aumentati di numero e di lunghezza e correvano rumorosi su una ferrovia che, con l’aiuto del papà, Ettore aveva costruito nella soffitta di casa sua, dalla cui finestra naturalmente, vedeva passare in lontananza i treni sui binari veri. Tanto fece e tanto accadde che da grande Ettore entrò in ferrovia, soddisfece un suo grande desiderio imparando a guidare un grazioso trenino a vapore e diventando uno dei più bravi ma poi con il tempo e con il progresso questi locomotori furono messi definitivamente in soffitta, proprio come quelli di Ettore e non se ne videro più in giro per un bel po’. Adesso però le cose sono cambiate. Ettore, che è il macchinista più esperto per la guida di treni a vapore e la sbuffante locomotiva a vapore sono tornati di moda! Un giorno c’è da girare un film dell’epoca dei treni a vapore, un giorno c’è un personaggio importante da scorrazzare in maniera stramba, un’altra volta c’è una scuola intera di bambini da far divertire all’aria aperta, fatto sta che non è più possibile fare a meno di Ettore. Un giorno qua, un giorno là, il treno a vapore va a giro per tutto il paese sulla strada ferrata, con gente allegra e festante a bordo e con Ettore felice, alla guida della sua sbuffante Marisa.

Ale e la sua moto sono conosciuti in tutta la città. Ale sembra un po’ spericolato ma si ferma sempre quando il semaforo è rosso. Lo senti, fermo con quel bollino rosso che frena la sua moto, una 2000 con il serbatoio nero come la notte con un pipistrello bianco disegnato sopra, le cromature che luccicano anche quando non c’è il sole, tanto sono lustre e lucide, il faro sempre acceso che lo puoi riconoscere anche da lontano e il rombo potente che ti entre nelle orecchie. Quando scatta il verde Ale fa un gran fracasso con la sua rombante moto e poi parte di scatto fino all’incrocio successivo. Arriva, si ferma, guarda a destra, guarda a sinistra e se non passa nessuno riparte, fino a che non arriva davanti alle strisce pedonali. Qui si ferma di nuovo e se c’è qualche vecchietta che deve attraversare scende dalla moto e la prende per mano, tutto vestito di pelle con la tuta aderente, nera come la moto e con il casco color argento, che sembra proprio un marziano buono, sceso sulla terra per far attraversare le strisce alle signore anziane. Di notte lo si sente anche quando passa da lontano, tanto è forte il rumore della sua supermoto nel silenzio notturno. Nel paese tutti gli vogliono bene ma nessuno sopporta il fracasso che fa la sua potente motocicletta, così quelli del quartiere si sono riuniti, qualcuno era arrabbiato, qualcuno aveva sonno perché la notte stava sveglio a sentire Ale rombare per le vie ma nessuno se l’è sentita di brontolare Ale perché è sempre così buono e gentile con i bambini e con i grandi, allora è stato deciso di fargli una bella sorpresa, un regalo per lui e per tutti. Adesso la moto di Ale ha un silenziatore tutto nuovo cromato e luccicante, Ale scorrazza per il paese tutta la notte e nel quartiere tutti dormono finalmente sonni tranquilli e silenziosi.

LE STORIE DELLO SPAZIO

L’omino verde era tutt’altro che amichevole, veniva da molto lontano e la sua missione era ben precisa. Faceva parte del Servizio Intergalattico di Pulizia. No, non era venuto sulla terra a spazzare o a portar via i rifiuti puzzolenti, magari! No, l’omino verde era arrivato per controllare, indagare, verificare e decidere qui su quattro piedi. Eh sì, perché l’omino che aveva quattro lunghissime braccia snodabili, le quali risulterebbero molto utili a tanti anche sulla terra e di troppo a tutti gli altri, se ne stava in piedi su quattro corte gambettine, che finivano ognuna con il suo bel piedino. Sì, ma cosa doveva decidere così in tutta fretta? Ebbene, iIl suo compito era tutt’altro che facile, doveva giudicare l’utilità o meno dell’intero pianeta e se a lui non fosse sembrato così importante o se addirittura lo avesse ritenuto del tutto inutile, lo avrebbe spazzato via in un sol colpo della sua pistola a raggi chissàcosa! Appena fu sceso dalla sua astronave si imbattè in una coppia assai particolare, una chiocciola ed una tartaruga passavano proprio di lì vicino, intente nella loro quotidiana ricerca di cibo. L’omino verde, che di solito era burbero, indisponente e perfino un po’ prepotente, quando vide quel placido duo di quieti animaletti, rimase sbigottito. Il suo pianeta di origine era un luogo dove tutti andavano di fretta, dove non c’era mai tempo per gli amici o per andare dalla zia, dove tutti viaggiavano con l’orologio ben in vista davanti agli occhi. La calma e la pace della chiocciola e della tartaruga, gli fece pensare che quello era un pianeta da salvare, un posto dove ci si poteva anche fermare a guardare un tramonto. Decise così che la Terra era mondo da conservare, lo segnò nell’apposito modulo, rimontò sull’astronave e volò via. Quel giorno siamo stati davvero fortunati. Fermiamoci anche noi a guardare un tramonto e ogni tanto camminiamo come le tartarughe o come le chiocciole, sicuramente vederemmo un mondo nuovo e meraviglioso.

Tanto tanto tempo fa, quando l’universo era infinito e buio, c’erano in giro soltanto due enormi pianetoni, Capoccione e Testadura. Soli soletti in questa immensità, non erano riusciti ad inventare niente di meglio che passare il loro tempo a litigare. Io sono più grosso di te! Io sono più bello di te! Io sono più potente di te! E così andando avanti senza fine. Queste erano le sole affermazioni che a turno, ognuno dei due sentenziava, per sentirsi più importante dell’altro. Passarono lenti i secoli e Capoccione e Testadura erano sempre lì, imperterriti, a pavoneggiarsi e scontrarsi e il tono del loro litigio continuava a farsi sempre più animato e stridente. Infine, dopo tanto tribolare, i due di comune accordo, per la prima volta nella loro lunga convivenza, stabilirono che uno scontro finale avrebbe deciso chi aveva ragione, chi fra loro veramente contava in quel buio e solitario universo. Presero una bella rincorsa, allungando quanto poterono la loro orbita e girando vorticosamente su loro stessi, si lanciarono a tutta velocità l’uno contro l’altro. Il botto fu di quelli indimenticabili, tanto che ancora oggi tutti ne parlano. Scintille, schianti e turbini e dei due pianeti non ne rimase più alcuna traccia. L’universo però non è rimasto disabitato, perché dai frammenti di questo ciclopico scontro sono nati milioni e milioni di stelle, di pianeti, grandi e piccoli, di comete, costellazioni e galassie che ancora oggi rendono luminoso e variopinto il cielo, che ci circonda con il luccichio del suo infinito manto puntellato di stelle, illuminandoci di giorno e tenendoci compagnia la notte.

La luna arrivò all'improvviso nel sistema solare, era in cerca da tempo di un posto accogliente in cui sistemare la sua orbita. Veniva da molto lontano e dopo aver attraversato l'intera Via Lattea, era stata attratta dal caldo bagliore del sole. Più si avvicinava e più si convinceva che quello appena trovato, fosse ciò che stava cercando da non sapeva più nemmeno lei quanto tempo. Luce, calore e un sacco di pianeti con cui avrebbe potuto girare intorno al Sole in allegra compagnia. Decise così di trovare un orbita tutta sua e di stabilirsi definitivamente nel sistema solare. Prese allora a studiare la situazione per trovarsi una collocazione da cui avrebbe potuto godere di un meraviglioso panorama. Proprio vicino al sole c'era Mercurio, piccolo e caldissimo, poi Venere piena di gas, poi ancora un bel pianetino azzurro e verde, la Terra, dopodiché Marte tutto rosso, più in la un pianetone enorme Giove e ancora oltre uno davvero buffo con gli anelli intorno, Saturno, infine Urano, Nettuno e Plutone, piccoli, lontani dal sole e freddi. Eh no! Così però non poteva proprio andare, il primo posto libero era in decima posizione, al freddo e al buio. In questo modo niente sarebbe cambiato per la povera Luna che da tempo vagava al freddo e tra le tenebre. Pensò allora di chiedere ai  pianeti se tra di loro, ce ne fosse stato uno che le avesse ceduto il proprio posto ma nessuno accettò. Ormai erano millenni che giravano tranquilli nella loro orbita, non avrebbero mai rinunciato al loro posto al sole. Soltanto la terra fece un offerta alla Luna, le chiese se le sarebbe piaciuto girare intorno a lei e insieme a lei intorno al sole. La Luna avrebbe avuto la luce e il calore che cercava e insieme si sarebbero fatte compagnia nelle lunghe orbite annuali. La terra dal canto suo avrebbe avuto un faro notturno che la avrebbe illuminata con la sua faccina argentea, facendo sparire il buio dal suo cielo. Ed eccole ancora là, girano insieme Terra e Luna, si fanno scherzi, eclissi, muovono il mare e ispirano gli innamorati. Unite da un attrazione magnetica che non le farà mai separare, la Luna riflette i raggi del Sole e la Terra la allieta con i suoi colori unici in tutto l'universo.

La cometa arrivò un bel giorno d’estate e prese a girare allegra fra i pianeti. Vide Urano, sfiorò Saturno, tentata di infilarsi tra i suoi anelli, passò Marte e in quel momento, rimase come folgorata. Una cosa come questa non l’aveva mai vista, un pianeta azzurro con strani disegni verdi e blu e un contorno di nuvolette bianche. Era tutta emozionata per quell’incontro inaspettato, mise a posto la sua coda, dette una sistemata agli asteroidi, lisciò la scia luminosa e si presentò al pianeta azzurro. Lei si chiamava Hally e il pianetino contraccambiò il saluto della bella cometa presentandosi, lui si chiamava Terra naturalmente. La cometa arrestò il suo infinito vagare e prese a conversare con il pianeta Terra. Voleva sapere tutto di lui, che pianeta fosse mai, da quanto girava nella sua orbita, se i suoi compagni pianeti erano simpatici e così via. Poi la cometa si mise a parlare di se, di quanti mondi avesse visto, di quante stelle ci fossero nel cielo e che non aveva mai visto niente di così bello come il pianeta Terra. A questo punto gli chiese se avesse voluto vagare per l’infinito insieme a lei, avrebbero visitato nuove e meravigliose galassie, lontane anni luce, mondi mai visti e stelle luminose. Ma il pianeta Terra le disse di no. Erano ormai anni e anni che girava intorno al sole e lui in quel girotondo ci stava proprio bene, anche se trovava la cometa davvero bella, non avrebbe mai lasciato il calore del Sole forse lei poteva rimanere a girare nel sistema solare. La bella cometa però era una girovaga incallita e non poteva davvero rinunciare al suo eterno vagare, salutò così il pianeta Terra, che le rimase però nei ricordi e nel cuore, e partì, sconsolata e rassegnata con la coda tra le gambe. La cometa Hally passa ogni cent’anni per la nostra galassia, ancora viene ad ammirare da lontano il pianeta Terra, con la speranza un giorno chissà, di portarlo via con se.

X3-2 veniva da un pianeta molto lontano, erano anni e anni luce che viaggiava con la sua astronave tutta luccicante. A dire il vero dopo tutto il tempo che aveva trascorso vagando nello spazio, la nave spaziale, che portava il nome di Adamus I, era ridotta ad un catorcio ed aveva esaurito quasi tutto il carburante. Decise per questo di atterrare sul pianeta più vicino, che tra l’altro sembrava proprio simile a quello da cui lui proveniva. X3-2 era un esploratore spaziale. Il suo lavoro consisteva nello scoprire nuovi mondi disabitati da colonizzare, dato che sul suo pianeta non c’era più posto per costruire nuove case e quelle vecchie erano tutte piene. Quello che aveva trovato era un davvero un paradiso, alberi, piante, frutti, animali di tutti i tipi e poi laghi, montagne, fiumi e mari celesti e incontaminati. Era stato davvero fortunato, non avrebbe potuto atterrare su un pianeta più bello. Si accorse però di non essere solo, trovò infatti un’altra astronave che proveniva proprio dal suo pianeta, portava il nome di Eve I, tutta pulita e splendente che sembrava fosse uscita dalla fabbrica in quel momento. Ne incontrò anche il pilota, anzi la pilota, esploratrice di prima classe K4-8, una tipa veramente affascinante con cui fece immediatamente amicizia. Decisero che avrebbero comunicato insieme la scoperta di quel luogo fantastico, prima però se lo sarebbero goduto un po’. Scalarono insieme le montagne, fecero lunghissimi bagni nei mari, mangiarono buonissimi frutti e fecero amicizia con tutti gli animali. Si consultarono su come chiamare il pianeta e dopo aver scartato nomi come QRT78 o 90GTY-K, insieme lo battezzarono Terra! Quel giorno si dimenticarono di comunicare la scoperta alla loro base spaziale e il giorno dopo pure. Forse li potete incontrare anche voi, perché dopo un sacco di anni luce non hanno ancora chiamato.

La piccola navetta spaziale sfrecciava alla velocità della luce fra stelle pianeti e galassie. Passò la cintura di asteroidi e le bretelle di comete, saettò fra gli anelli di Saturno e atterrò atterrita nel bel mezzo del ciclone di gas di Giove, che quando è bel tempo si può vedere anche a occhio nudo, sempre che si abbia la vista di un Balaziano. La navetta cercò un anfratto fra le aspre rocce e infine, tra due enormi spuntoni di roccia, rossa come il suo rivestimento, trovò ciò che stava cercando e ci si infilò dentro. Nessuno sarebbe mai riuscito a scoprirla in quel perfetto nascondiglio. All’enorme astronave che la stava inseguendo non era però sfuggita la manovra zigzagante che la piccola aeronave aveva compiuto tra satelliti e stelle. Si infilò nell’orbita di Giove e si gettò anch’essa a capofitto nell’enorme ciclone nero. La visibilità era pressoché nulla, non sarebbe mai riuscito a trovare ciò che stava cercando e sicuramente quelle rocce rossicce non avrebbero certo reso il suo lavoro meno difficile. Ma ad un tratto la navetta fu scoperta, se ne avvide e cominciò a tremare, un raggio di sole si era aperto un varco nell’enorme ciclone illuminandola, ormai non aveva più scampo. L’astronave inseguitrice aprì il portellone che aveva sulla pancia e ne uscì fuori un enorme cannone a forma di tromba da cui non uscì nessun razzo tonante ne alcun raggio accecante ma un flebile vocina di bambina che disse: Bomba Mario. E se ne scappò via.

Quando Lillo e Lalla raccontarono a tutti di avere un amico che veniva da un altro pianeta nessuno ci credette. Non ci credette la mamma che fece loro un gran bel sorriso e si rimise a rimestare nella pentola. Non ci credette il papà che stava avvitando una lampadina e non ci credette nemmeno la nonna che stava guardando il suo programma preferito in tivù. Lillo e Lalla dicevano di avere un amico altro tre metri, con delle braccia lunghissime che arrivavano fino a terra e un naso fosforescente che lo vedevi perfino di notte. Ma non ci credette nemmeno la maestra che continuò a spiegare le tabelline. Non ci credette Gino e sì che lui credeva sempre a tutto tanto che gli altri lo prendevano sempre in giro. Figuriamoci poi se ci poteva credere Elisa, non credeva mai a niente che non si fosse inventato da sola. Lillo e Lalla dicevano che questo amico proveniente dalle stelle più lontane, raccontava loro un sacco di storie, dei posti visitati, dei pianeti che aveva sorvolato con la sua veloce astronave, di quanti bimbi strani aveva visto per l'universo. Con quattro gambe con due nasi, con le orecchie a punta e con due occhi anche sulla schiena, però di bimbi rosei e paffuti come loro non ne aveva davvero mai visti. Ma nessuno ci credeva, nemmeno il bidello che invece era uno che stava sempre ad origliare alla porte chiuse e nemmeno la signora Adalgisa, la portiera del palazzo in cui abitavano, credeva a quello che andavano raccontando in giro. E dire che lei ascoltava proprio tutto di tutti e poi non si lasciava mai scappare l'occasione per raccontarlo a chi non ne sapeva niente. Lillo e Lalla dicevano che aveva un astronave luminosa su cui erano saliti per fare un giro intorno alla terra, avevano visto Marte da vicino, erano planati sugli anelli di Saturno e una volta avevano perfino rincorso una cometa, le avevano acchiappato la coda e si erano fatti trascinare per un bel pezzo prima di tornare sulla terra. Ma a tutto questo nessuno credeva, nemmeno Bibo, il loro cagnolino, finché una sera si ritrovò davanti il naso fosforescente dell'extraterrestre. Dapprima gli ringhiò contro, poi gli dette una annusatina e quando sentì odore di bontà cominciò a sbattere la coda, felice di aver incontrato un nuovo amico. Dopodiché corse ad abbaiarlo a tutti ma nessuno lo stette ad ascoltare, così tornò a giocare con Lillo, Lalla e quel buffo amico con il naso luminoso.

LE FANTASIE DI STEO