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LA POESIA DELLA VITA

LA VITA IN POESIA

 

14 APRILE 2011 – CENTRO CULTURALE  BONCOMPAGNO DA SIGNA

 

Stefano “STEO” Cuccuini

 

VIDEO

TESTI

 

 

 

 

VISTA DA OCCIDENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LO SAPRAI DOMANI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SULL'ARENILE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C'E'

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RICORDO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DIMMELO TU

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

29 XI 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COSA AVEVO MAI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE STORIE DEL TEMPO

 

 

 

 

 

 

 

 

DAVANTI ALLO SPECCHIO

 

 

Posata

tra le colline

allegre e verdi a ponente

e la piana marcia

delle paludi insane

tra colli alti e bassi

e laghi tondi e colmi d’acqua

quel tanto da servir come riserva

all’amata e odiata capitale.

Fiera si erge

del suo castello

come del ponte

che vi fu una volta

e che ancor oggi si raffigura

sugli stemmi colorati e stinti

dell’opere e degli stendardi

che per Beata

sventolano

soffiati dalla fede e dal mercato.

Circondata

e avvolta dall’Arno

che le carezza il ventre pronunciato

e porta via le scure fogne de’ cenciai

che d’improvviso

si trovano a passare in mezzo ai campi

dove li Mori trovaron casa

e si fecero santi.

Di cappelli di paglia di rammagli e sassi

ne han venduti

oltre quelli che si potea pensare

ma men che se ne sarebbe voluto

e ancora agli altri voglion vendere

ma in casa propria

pochi ci comprano

che le botteghe

buie di serrande abbassate

for quelle tre o quattro

che son di voga

per la moda e per la signoria.

Gente con le monete in tasca

e gente con le pezze

come in tutto il mondo se ne trova

case parecchie

e pinnacoloni pochi

a fortuna di un bel vedere

forchè in piazza

dove la torre nuova

brutta di più assai

é che le torri belle

che in alto e verso Miniato

ancora reggono il tempo e l’usura.

E tra conventi suore e il bel Lorenzo

ch’è un gioiello in mezzo a tanta folla

sonnecchia pigra

senza mercati grandi

senza teatro

e senza lode

affumicata da quell’arteria grossa

che l’attraversa in lungo

e che riscuote ogni tanto

un po’ di sangue innocente

e un po’ di botti tra i viandanti

distratti dalla fretta per rincasare

chè non la voglion proprio viver tutta

questa città che per chi passa

zitta e mesta pare

di gente rustica

che non si po’ pigliare.

 

 

 

Ci sono cose che non sono riuscito a dirti

le tengo nascoste in una scatola

piena dei baci che non mi hai dato

è tutto chiuso in un cassetto della mia vita

e la chiave la conservo in una tasca

in cui non metto mai la mia mano.

A volte sogno di poterti regalare

ciò che ti hanno portato via

e scrivo lettere del suo amore per te

sperando che tu possa ricordare le mani

che ti hanno accarezzato

gli occhi

che ti guardavano con semplicità

le labbra

che stampavano baci sulle tue guance

rosse dell’emozione

che ogni volta ti riempiva il cuore.

Ho corso verso di te mille e mille volte

cercando quel calore che solo tu potevi dare

e non hai mai mancato ai miei appuntamenti

anche se poi

io ho voluto ricordare soltanto i tuoi no

senza pensare al miele caldo

che ogni giorno versavi dalle tue mani doloranti

consumate dal duro lavoro

che ti hanno portato una casa che non è più tua

ed una vita che non vorresti più.

E adesso piangi e semini i tuoi ricordi

nei mattini freschi di primavera

aspetti la tua estate

quando finalmente potrai mietere i frutti

del tuo eterno amore.

Non stancarti mai

no

continua ad innaffiarli con le tue lacrime

e non stancarti mai.

Verrà un giorno l’estate

e potrai finalmente toccarli con le mani

le tue mani e le sue.

 

 

 

                      Sassi sull'arenile

                   in attesa

                   cotti dal sole

                   bruciati dal sale.

                   Sassi

                   presi e gettati lontano

                   beccati, smossi, scavati.

                   Sassi

                   presi e portati

                   dalla furia del mare

                   da una mano che li stringe

                   e li infila in una tasca vuota

                   dove saranno dimenticati dal tempo.

                   Sassi

                   in attesa che un'onda benigna li copra

                   e dia loro la fresca pace di quell'attimo

                   prima di tornare ad essere sassi.

                   Sassi sull'arenile

                   in attesa di una carezza d'amore.


 

 

 

           Dio è

         quell’atomo

         unico e solo

         che prima del Big

         e durante il Bang

         si è frantumato

         godendo

         dell’orgasmo universale

         mentre donava la vita

         a tutti noi.

 

 

 

         È ricordo

         ricordo,

         il ricordo.

         Mi ricordo,

         ti ricordo,

         ricordo noi.

         Se ricordo,

         lo ricordo

         e ricordo

         che il ricordo

         è un ricordo di te!

 

 

 

                       Non domandarmi

                   perché

                   non domandarmi

                   come

                   non chiedermi

                   quando

                   ma dimmi tu

                   quanto

                   e lascia che io goda

                   delle tue risa

                   e dei tuoi occhi

                   pieni di luce

                   finché la luce stessa

                   non si vergognerà

                   e se ne andrà via.

 

 

 

                   Sulle rive dell’oblio

                   ti ho conosciuto

                   fino a dimenticarmi

                   a non crederci

                   a non credere in me.

                   Sulle sponde del domani sfiorito

                   arrivasti naufraga

                   cieca e muta quanto me

                   tu mi vedesti

                   io ti ascoltai.

                   Sulle sponde del presente

                   bagnammo i nostri corpi

                   e li stendemmo al sole

                   scaldammo il nostro spirito

                   e lo donammo al sia.

                   Sulle rive dell’oblio

                   ti ho conosciuto

                   e dopo

                   ricordai tutto

                   senza dolore.

 

 

 

                   Avrei voluto

                   tendere la mano

                   e trascinare quelle dita ruvide

                   quei calli da scrivano

                   verso la luce di un tramonto

                   o in un pozzo

                   con la luna disegnata sul fondo.

                   Avrei potuto

                   farteli vedere tutti

                   quei treni che son volati via

                   senza che ne tu ne io

                   ci fossimo saliti sopra.

                   Avrei dovuto

                   impedirti

                   di calpestare le aiuole

                   insegnarti

                   a leggere

                   i divieti ed i consigli.

                   Avrei, avrei, avrei

                   e invece

                   non ho più nulla.

 

 

 

Gino andava sempre di corsa. Al mattino la sveglia aveva appena il tempo di fare uno squillo che già si era lavato le orecchie e i piedi ed era sceso in cucina a fare colazione. Nel tempo che ci vuole per dire vai o stai si presentava vestito di tutto punto rasato e con il cappello in testa sul posto di lavoro. Gino non aveva tempo da perdere, aveva sempre un sacco di cose da fare, il suo lavoro era molto importante e non gli permetteva certo di spargere minuti a manciate e nemmeno qualche pizzico di secondi. Gino aveva sei orologi, dodici agende e nel suo ufficio erano appesi quarantasette calendari, tanti glie ne servivano per segnare i suoi impegni, appuntare gli appuntamenti e scadenzare le scadenze...

 

 

 

 

Quando è successo la prima volta ho avuto paura. La mia vita era già incasinata di suo senza alcun bisogno di ulteriori e indesiderati interventi. Con i miei andava da schifo, mio padre voleva soltanto che io studiassi quanto bastava per trovare un lavoro decente e portare un po’ di soldi a casa. Mia madre invece, voleva solo che studiassi quanto bastava a trovare un lavoro decoroso, magari in un ufficio, dove avrei avuto la fortuna, a suo dire, di conoscere qualche impiegato per bene con cui mi sarei potuta sposare e fare un paio di figli, magari un maschio e una femmina, proprio come me e mio fratello. Già mio fratello lui voleva solo che io mi trovassi un lavoro con uno stipendio sufficiente a pagarmi un affitto. Così gli avrei lasciato la mia camera e lui avrebbe finalmente, come mi ripeteva ogni giorno, potuto abbandonare la sua, che in realtà era un piccolo studio con una finestra vicina al soffitto, di quelle che si aprono solo verso l’alto e da cui non puoi vedere nemmeno il traffico, figuriamoci il cielo o un prato verde. Che lagna di fratello mieloso. Ma in fondo era lui il più piccolo, per cui doveva pagare lo scotto dell’ultimo arrivato. Se aspettava la mia camera doveva prepararsi padella e deambulatore, perché nel suo studio ci sarebbe diventato vecchio...

 

 

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