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Io :

Prima Persona Singolare

 

 

 

 

 

 

Steo


 

Questa è una storia vera. O meglio, poteva essere una storia vera. Anzi, avrebbe dovuto essere una storia vera ma poi ho incominciato a raccontare di me e la mia vita è tutta una bugia o meglio, anzi peggio, è costellata di menzogne, anzi… ma questa non è un’altra storia, è proprio la mia.

 

 

 

Sono nato l'anno in cui sono nati tutti, in quell'età di mezzo fra i favolosi anni cinquanta, quelli della rinascita, della televisione nei cinema per vedere "Lascia o raddoppia", della cambiale, delle prime utilitarie e dei frigoriferi e gli anni di piombo, gli anni settanta, con il terrorismo, le brigate rosse e le stragi di stato, la tivù dei ragazzi e finalmente la febbre del sabato sera che, ironicamente, avrebbe curato tutti i mali e portato il benessere nel mondo.

 

 

 

Sono nato l'anno in cui sono nati tutti, nella metà di quegli anni sessanta che hanno dato la svolta al modo di vivere, un attimo prima negri e donne venivano calpestati come feci sul marciapiede, un attimo dopo erano afroamericani i primi e in carriera le altre, liberi finalmente dalle catene di ferro e del potere. Dalla storia siamo entrati direttamente nel futuro. Correndo all'impazzata verso traguardi che si fantasticavano solo pochi anni prima, traguardi che sono stati sorpassati alla velocità della luce, facendo sembrare preistoria la fantascienza di una manciata di anni  fa! Il mondo ha cominciato a crescere a piccoli passi, tra chi lo vuol distruggere e chi prega per renderlo migliore.

 

 

 

Sono nato l’anno in cui sono nati tutti, tanto per non smentire già da subito la mia uniformità alla massa, quella standardizzazione che avrebbe accompagnato costantemente la mia esistenza in ogni singolo particolare, in ogni momento, saliente o ininfluente.

 

 

 

Certo che di momenti ininfluenti nella vita di ognuno ce ne sono a bizzeffe, attimi dopo attimi, una vita intera. E noi, stolti e disattenti, non troviamo di meglio da fare che insistere, caparbiamente, a considerarli tali. Paperone ha costruito il suo fantastramiliardario gruzzolo su di un piccolo, misero, insignificante primo cent e con fantastramiliardi di quei cent ha innalzato un impero. Noi piccoli Paperino della storia, continuiamo, ciechi e imperterriti, a costruire le nostre vite su fantastramiliardi di momenti ininfluenti, che in realtà altro non sono che la nostra stessa misera, unica vita.

 

 

 

Misera. In tutti i sensi, perché non ce ne sarà mai abbastanza di vita per fare tutto ciò che avremmo potuto, dovuto, voluto, ma in maniera particolare desiderato fare, una manciata di battiti del cuore tumultuoso dell'universo e poi più niente. Ce ne andremo prima che chiunque nello spazio infinito si sia mai potuto accorgere di noi. La fibrillazione di un Pulsar dura più a lungo della più lunga vita mai vissuta.

 

 

 

Misera, Soprattutto perché non ci darà mai abbastanza per quanto peneremo per viverla o meglio, mai ci accorgeremo di quanto la vita ci doni, non riusciremo a percepire a sentire e vedere i suoi regali. In ogni sussulto del nostro cuore, in ogni lacrima del nostro dolore, in ogni risata della nostra gioia. Non saremo lì ad accorgerci della vita che ci cola addosso, troppo impegnati ad attenderci chissà cosa, chissà come, chissà quando ma soprattutto chissà mai perché?

 

 

 

Unica. In tutti i sensi, perché non ce ne daranno mai un’altra dopo. A nulla varranno i puerili sogni di immortalità. Elisir, pietre filosofali e macchine del tempo rimarranno le nostre chimere, irraggiungibili miraggi a cui dedicheremo le nostre forze tralasciando mete più facili da conquistare ma non altrettanto allettanti per il nostro narcisistico ego. Illuso egoismo che da sempre ha sepolto in fondo alle priorità tutto ciò che si allontana dalle parole ma soprattutto dai fatti, potere, fama, ricchezza ed eternità. Questa ci è data di vivere, anche se desidereremo quella degli altri, anche se la riempiremo di rimorsi e di rancori, anche se la sprecheremo fingendo di non esser noi stessi ma la brutta copia di chissà chi altro.

 

 

 

Unica. Soprattutto perché solo noi abbiamo la fortuna di viverla, qualunque essa sia, per quanto ci abbia sbattuto, ovunque ci porti. Nessun altro potrà mai provare le nostre stesse emozioni, i nostri ricordi, le nostre sensazioni. Una carezza, un petalo di rosa, la ruvida corteccia di un pino, l'acqua che ci rilassa dentro e fuori, il vento, che fischia tra le montagne innevate, tra i palazzi con i panni stesi ad asciugare, nei vicoli stretti, con i vecchi a rincorrere i cappelli volati via brandendo il loro bastone e imprecando contro chi ha tolto loro dalle gambe, la forza di correr dietro al vento e vincerlo ancora una volta. Istanti. E nessun altro potrà mai averli, viverli, sentirli, come lo abbiamo fatto noi. I baci, la passione le notti trascorse rotolando su letti nostri o di qualcun altro, le preghiere gettate in quel vento impetuoso e quelle rivolte umilmente a Dio. Tutto ciò che abbiamo preso e tutto quello che ci è stato dato, avessimo a campar cent'anni e più o fossimo già morti nel grembo infame ma pur sempre innocente di nostra madre, che anch'ella di vita misera e unica ha vissuto.

 

 

 

Ma erano gli anni sessanta, nessuno si sarebbe mai curato di tutto questo. A chi sarebbe mai importato nel frastuono dei juke box, abbagliato dalle luci di Broadway, abbandonato nella lettura di tascabili a buon prezzo, meravigliato dalla versatilità della plastica e dall'imperversare inutile ed indispensabile dell'elettricità. Chi avrebbe mai potuto udire un grido di aiuto nella convulsa lotta per la liberazione della donna, della marjuana e del Vietnam. Berta filava, la seicento rombava per le strade semideserte dell’Italietta, del Bel Paese, mentre i Beatles spopolavano in Inghilterra, negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo e da noi andavano di moda i film con Gianni Morandi e Al Bano che quarant'anni dopo saranno ancora lì, pietre miliari, consunte e più volte restaurate, a malincuore inchinate in invidiosa adorazione della pietra d'angolo, quel tipo biondo, con gli occhiali in mano e il suo veemente grido di esortazione: Allegria!

 

 

 

Ma erano gli anni sessanta e questa è un'altra storia, la mia.

 

 

 

Come accade ad ogni figlio è difficile per me crederlo, sentirlo, provarlo, quel non so che di strano che ci possa mai esser stato tra loro, coloro i quali non potrei mai far a meno di vedere che come i miei normali e asessuati genitori. Come accade o come dovrebbe accadere ad ogni figlio ho potuto vedere il loro affetto, le loro litigate, il loro amore reciproco e verso noi figli. Ho potuto e forse ho anche un po' voluto vederlo, come non dovrebbe accadere ma che comunque così è. Mi son lasciato entusiasmare da qualche carezza scambiata sfuggevolmente, da un bacio, grossolano e pacchiano scambiato più con ironia che vera e propria passione, da una pacca sul sedere sempre con un sorriso tra i denti e l'aria scherzosa ad aleggiare dietro le spalle. Ho visto, vissuto, provato e creduto tutto questo ma non potrò, mai e poi mai sarà per me possibile, vederli nello stesso letto brucianti di passione, attanagliati in un amplesso al culmine del loro umano piacere. Solo a pensarci mi viene da ridere e allo stesso tempo provo un moto di repulsione verso l'immagine che vorrebbe crearsi nella mia mente ma che non riesce a materializzarsi, respinta dalla incredulità e dalla mia educazione a suo modo bigotta e intollerante. Come se fatto da loro quell'atto, in fondo anch'esso di amore, perdesse ogni dolcezza, ogni bramosia, ogni istinto animale. Genitori e sesso non stanno nello stesso vocabolario. Genitori sono e il mio umano limite e di poterli vedere solo come tali, non come uomo e donna vivi della loro propria, insostituibile, aberrante, meravigliosa vita. Babbo e mamma, miei, soltanto egoisticamente indissolubilmente miei e mai di loro stessi.

 

 

 

E cibarsi nutrirsi di questa mera illusione fin da piccoli, per crederci ancora dopo esser cresciuti. Crederlo ancor di più di tutto quanto avremo a desiderare, crederlo nostro solo perché lo vogliamo. Credere che veramente sia nostro tutto ciò di cui gradiremo circondarci e non accorgersi mai dell'infinità illusione in cui stiamo vivendo. Nostri non siamo nemmeno noi stessi, persi in balia degli eventi che ci circondano, come nel bel mezzo di una tempesta senza inizio e senza mai una fine.

 

 

 

Senza curarsi di quello che un giorno sarebbe stato per me difficile da credere, nonostante le prove emotive, spirituali e fisiche, leggi tre figli, l’amore sbocciò. Intessuto stretto fra trama e ordito, come ad un telaio, tra panni ottanta lana - venti poliestere, IGE e impermiabili. Forse lui la guardò negli occhi profondi e turbinosi e ci perse dentro la propria anima, forse lei guardo dentro ai suoi e si smarrì nell'immensità della beatitudine, sciogliendosi nella dolcezza mite di quelle enormi pozze scure. Forse erano di altri gli occhi per cui mi sto emozionando adesso, forse li ho già sentiti dentro, forse era un'altra storia questa, forse era la mia..

 

 

 

Lui Marcello, un modesto ma bravo ragioniere di campagna, ex seminarista, aveva diviso la sua giovane e spensierata vita tra le colline verdi di vigne e rosse di vino di Montespertoli e gli studi e le buone compagnie a Firenze. Vita semplice, vita piena di amici e di combriccole, di affetti, di stenti e di piaceri. Vita di piccolo paese, con i suoi sogni, i desideri e quei pochi piccoli semplici bisogni, mangiare, vivere, rimanere vivi. Altri tempi, altre usanze, altre vite, quasi irriconoscibili, quasi inconcepibili oggi più di cinquant’anni dopo il suo meraviglioso infinito quarantatré, nel ricordo del quale aveva invece continuato a vivere, nonostante tutto e tutti. Nonostante il mondo intorno cambiasse sempre più velocemente mentre i suoi figli crescevano chiedendo cose che lui non poteva capire o peggio, di cui non poteva capacitarsi. Ma lui li amava lo stesso e loro odiavano lui. Lui continuò ad amarli a educarli ed a far loro vedere la strada che dovevano seguire e loro continuarono ad odiarlo. E lui allora amava lei, come meglio poteva, anche se non era un granché.

 

 

 

Ha creduto lui stesso che tutto quello che pensava, che sentiva, quello in cui credeva potesse bastare. Ha dato quel poco niente che non ha ricevuto e se ne andato più amato di quanto potesse mai essersi meritato. Amato per quello che comunque era, era stato e avrebbe dovuto essere.  Ma una vita già crudele con lui lo ha voluto punire lasciandolo consumarsi mangiato da dentro, costringendolo ad affidarsi agli altri, gli altri in cui lui non aveva mai avuto fiducia, quegli stessi altri che non avevano mai avuto fiducia in lui ma che alla fine lo amarono. Anche solo perché non c'è giustizia nella morte. Anche solo perché contro la morte siamo tutti strenui impotenti lottatori, inutilmente alleati.

 

 

 

Lei Marcella, altrettanto modesta, altrettanto semplice, altrettanto vissuta in un epoca ed in una famiglia in cui vivere, anzi sopravvivere era la prima, unica e sola necessità. Non c’erano desideri, guai! Non c’erano sogni, solo incubi e brutti risvegli. Non c’erano speranze, quali se non di pensare l'impensabile, di odiare e poi rassegnarsi e allora non pensare più. Cucita stretta ad uno stile di vita dettato da altri. Come un tempo era ovunque, come oggi per fortuna da qualche parte non lo è più. Che sia meglio o peggio per il mondo non è dato a sapersi ma lo sarà di sicuro per chi non è costretto a vivere sotto un giogo. Qualsiasi esso sia. Ma lei no. Porta con la santità della rassegnazione tipica di una vittima designata questo fardello incredibilmente peso, come se fosse l'intero globo a gravare sulle sue decrepite e porose ginocchia. Ma lei amava lui e credette di non aver bisogno d'altro e lui glielo lasciò credere, fino a che lei non potè più tornare indietro. Ma lui sparì in una nuvola nera, acre di fumo e a lei per fortuna rimasero i figli Francesca Elisabetta e Stefano, a farla dannare ma a regalarle un po' di vita, cruda ma vera. Povera di speranze ma scevra, finalmente di illusioni e disillusioni.

 

 

 

Non c’erano desideri, non c’erano sogni, non c’erano speranze. Non c’era vita dunque, mancando le tre essenzialità della vita stessa. Un manager di Wall Street vive perché desidera, sogna e spera di riuscire a fregare qualcuno ed arricchirsi alle sue spalle, un pigmeo dell’Africa vive perché desidera, sogna e spera di riuscire a mangiare anche l’indomani. E’ paradossalmente diverso quanto simile ma per ognuno di loro questa è vita, l'essenza della vita, la sostanza, il fulcro, il motivo ed il fine, la vita stessa insomma. Ma per lei la vita era proibita e ancora ne piange, facendo finta di non sentire le lacrime calde di tristezza che le solcano il viso. Tirando le somme di una vita spesa risparmiando, quali totali le potrà riservare quest'ultimo scorcio di luce? Per annebbiare questo subtotale a piè di lista le gireranno intorno come zanzare noiose i suoi tre figli, fastidiosi e impertinenti quanto basterà per non farle accorgere che il mondo sta per finire.

 

 

 

Ma questa è un'altra storia, non solo la mia.

 

 

 

Gli ormoni fecero comunque il loro bravo lavoro e nonostante tutto questo, lei si innamorò, eccome se si innamorò e altrettanto se non ancor di più fece lui. Così fra impermiabili, loden e montgomery, cucirono la loro vita insieme. Una vita semplice, lineare, chiusa nelle loro quattro mura di felicità, lui perennemente sbadato e arrabbiato con il mondo, lei insistentemente a pulire ed arrabbiata con lui, che spendeva i soldi in mattoni invece di metterceli sotto. Ma si amavano e si amano ancora, oltre tutto questo.

 

 

 

Sono passati gli anni e con il loro trascorrere è passata anche la rivoluzione dei giovani, il sessantotto e tutti i sessantottini, è finito il mondiale di Messico e nuvole, portandosi via le speranze di gloria e gli ultimi rimasugli del bel paese che, dopo un decennio di meraviglie, si andava ad infilare dritto dritto in un'epoca di piombo, di p38, di gambizzati e di rapiti, di disco music e decriminalize marijuana, l'anticamera di una Milano da bere, tutta opulenza ostentazione tangenti e vuoto dentro.

 

 

 

Ed io intanto crescevo. Ignaro di tutto quanto potesse accadermi intorno e in linea di massima, anche enormemente e normalmente indifferente a tutto. Eccezion fatta per ciò che coinvolgeva me di persona, prima persona, chiaramente. Crescevo fra i banchi del doposcuola dei Pii Padri Scolopi, che nonostante la loro immensa piitudine non si riguardavano certo dal menare le mani e quando l'occasione lo richiedeva, anche dall'usare impropriamente verghe e bacchette delle più svariate misure e dei più pregiati materiali dal pino fino addirittura al puro tek africano.

 

 

 

La malattia della nonna mi impediva di trascorrere i pomeriggi in casa, a giocare con quei pochi ma cari balocchi, gelosamente conservati proprio come conservo adesso ogni ricordo, ogni bacio, ogni frammento della mia vita. Ed io crescevo allora su quei pii banchi dove barattavo golosi ma appiccicosi pane, burro e zucchero, con semplici ma veloci e pulite banane. Affascinato e rapito da questo strano e per me inusuale, mezzo di contatto, lo scambio. Non era tanto l'oggetto del contendere ad attirarmi, quanto il contendere stesso. Io, uomo primitivo che socializzavo con altri esseri miei simili attraverso il primo e più semplice mezzo di comunicazione: il baratto. E quello che mi porto dentro ancora oggi, di quell'intesa nello sguardo e del veloce movimento delle mani; la preziosa merce ricevuta da quel gesto con cui ho arricchito il bagaglio della mia formazione culturale; è proprio e semplicemente la soddisfazione di aver compiuto quell'atto stesso, per il quale già allora e da allora, ho segretamente ed intimamente chiesto perdono a mia madre che ignara di tutto, continuava amorevolmente a spalmare il burro sul pane e ad impreziosirlo di grandi dolci di zucchero. Ma non invano ha schiacciato riccioli cremosi su fette di pane toscano, segretamente ed intimamente, questo è lampante, ancora oggi io la ringrazio per quel panino che non ho mangiato, di quella piccola, meravigliosa ed eterna gioia, che mi ha dato la possibilità di provare, compiendo quell'insospettabile gesto ancora vivo e presente in me dopo così tanti anni.

 

 

 

Mi vedo ancora sui piccoli banchi del doposcuola, voltarmi con quel sacchetto di carta marrone tra le mani e porgerlo al compagno che siede dietro di me, un paio di anni più grande ma non prepotente; meravigliato e piacevolmente sorpreso di questa mia offerta inattesa. Non nacque amicizia, non ci fu protezione, solo il mio immenso amore. Non per lui, no, per me e per quel gesto che chissà chi lo sa perché, mi faceva sentire vivo e vero.


 

San Francesco e il lupo

 



Dal baratto ai primi affari,  mi prodigavo nel cercare nuovi soci del club di Topolino io, uomo primitivo un corno, già astuto bancario, pronto a gestire inenarrabili capitali di dollari di chewing gum, a lottare per diventare capoclasse, a prendere dieci grazie alla Mesopotamia e a prendere calci da quelli di quinta, sul campo di abrasivo asfalto, nel cortile dei summenzionati Pii Padri Scolopi. Perdere a bilie, perdere a volta la figurina, perdere a pari e dispari e comprare borsate di figurine con i soldi prelevati dalle borse della povera nonna, per poi vantarsi di averle vinte in quelle gare in cui invece perdevo sempre. Iimpara piccolo bambino impara e cibati di menzogne.

 

 

 

 

Non so cosa può aver spinto la mia incosciente incoscienza a formulare questa inebriante e attraente ideologia, non so quanto ancora in me fibrilli, nella speranza di prendere campo ancora, di nuovo. Quello che non ti viene dato prendilo. Che triste vita se solo questo e ciò che ho imparato, che triste vita lottare per non sentirmi ladro e bugiardo, quanto in realtà lo sono stato e ancora lo sono. Per ogni minuto, per ogni centesimo, per ogni torto comunque ed in ogni modo portato via a chi lo deteneva con ragione, almeno con ragione nei miei confronti. Sottrarre a chi ha sottratto non può diventare da delitto una virtù. Che triste vita, viverla con questo amaro precetto in fondo al mio unico, misero, doloroso e sorprendentemente colmo d'amore, piccolo cuore.

 

 

 

Cosa ti è mancato? Una mano tesa, un giocattolino, una carezza, un sorriso in famiglia, Brancaleone il giovedì sera o un semplice sì! Non è un rifiuto ad ucciderti, sono i mille inesorabili no! Tutto quello che cerchiamo oggi non è altro che ciò che non ci è stato dato? È così? È semplicemente, inesorabilmente così? Vendichiamo piccoli bimbi che non potranno mai più avere ciò che non è stato loro concesso, riempiendoci di frustrate soddisfazioni, incapaci di colmare quei vuoti che i bambini rinchiusi dentro di noi, ancora e per sempre, continueranno a farci sentire. Quanto sembra facile poter indicare agli altri ciò che va e ciò che non va, inconsapevoli, più o meno coscientemente, che non è di alcun interesse conoscere ciò che va e ciò che non va, ma essere, avere, dare, dire, fare, baciare, lettera e testamento. Perché devi dirmi di no? È forse meglio vivere di privazioni che morire delle nostre stesse semplici, meravigliose, appaganti soddisfazioni? E le privazioni a cos'altro potranno portarci se non a meditare, compiere e abusare prevaricazioni verso altri miseri, ignari, innocenti  embrioni di vita.

 

 

 

E' buffo come le convinzioni degli altri, soprattutto se gli altri sono i tuoi educatori, possano deviare la tua vita in meandri tortuosi e inaspettati. Chi ha voluto, chi ha pensato bene per me, che io non crescessi circondato da miei simili ma cullando piccoli bebè di plastica, così tanto e tanto bene da adeguarmene a tal punto che allora mi sembrò talmente  normale da continuare allegramente a farlo.

 

 

 

Crescevo, crescevo fra i giochi mielosi delle bambine, ingenuamente e teneramente aperto, tanto da far entrare dentro di me tutta la loro dolcezza e la loro complicità mentre lasciavo morire di umiliazione le mie voglie, le occhiate e le mani che anche allora avrei allungato, sotto qualche gonna, durante una lotta o nel bel mezzo di una zuffa. Nessuno però mi aveva insegnato l'audacia e allora morivo, frustrato e incapace, di quella voglia che colpisce chi desidera correre ma non ha più le gambe, anzi non ce le ha mai avute.

 

 

 

Star lì con loro, a fare l'eunuco credendo d'essere il re, era appagante a tal punto, dal desiderarlo, dal cercarlo, dal farmelo sembrare normale. Tanto normale da indebolire la mia peculiarità genetica, non era meglio o peggio ciò che imparavo, era solo diverso, diverso da ciò che io realmente e materialmente ero, oltre che fisicamente e psichicamente, cavolo, un uomo!

 

 

 

Ho vissuto nel giardino dell'eden fino a che un bel mattino si sono complimentati con me per non aver creato danni, per non essere divenuto un mascalzone, per essere così amorevole e delicato ma che da quel momento ero indesiderato e potevo ritornare dall'altra parte della barricata, in quel mondo di belve, di sanguinari e di sporchi uomini. Nonna, ma se non c'era un altro modo per impedirmi di diventare cattivo come chi aveva fatto del male a te, perché non hai lasciato che lo diventassi ugualmente ma che almeno lo fossi nella maniera più giusta, tanto cattivo lo sono diventato lo stesso, come una donna. Anzi più cattivo, come l'uomo che sono e come la donna che è entrata in me. Tanto che a volte mi sembra che le donne si facciano male fra di loro e poi ne diano la colpa agli uomini. Le prime a gridar puttane sono le donne, gli uomini ci vanno a letto! La chiamavano Bocca di rosa…

 

 

 

Crescevo e quando le ho dovute tirar fuori non me le sono più sapute trovare. Perché c'erano ma le avevo messe da parte per sentirmi uguale a loro, a quelle bambine che mi riempivano di attenzioni e di carezze non perché ero io, come credevo ma perché c'ero solo io con loro. E con quelle due palle celate sarei cresciuto fino a capirlo, fino a poterlo sentire. Povero brodo mi scrissero dieci anni dopo e mi parve tanto ovvio e cosi narcisisticamente umiliante che non lo cancellai mai più. Così tanto per farmi un po' più male.

 

 

 

Nonna: persona dolce e affettuosa che vuole bene a…, lasciamo perdere il dolce e affettuosa e al posto di persona metterei termine astratto. E per quanto riguarda il voler bene, la mia di nonne, nonna Genny, di bene ne ha voluto a… a Betty, forse e a nessun altro tranne che a se stessa. Anche questa è la solita storia, chi non ha mai ricevuto non può donare amore, ma da qualche parete dovremo pur cominciare. In fondo ci può servire anche dare la colpa a qualcuno, per riuscire ad accettarci ad accettare i nostri errori, le nostre paure, la nostra stessa misera, unica vita. Ed io ho deciso! Darò la colpa di tutto a lei. Non l'ho mai carezzata e baciata quanto quel giorno che era distesa immobile, dentro la sua bara di legno. In piedi, accanto al suo feretro, lì, con il broncio triste a farmi vedere ed ammirare dai parenti, falso e bugiardo quanto non avrei mai potuto meglio dimostrare d'essere! Ci sarà pure stato un motivo, per mettere in scena questa ignobile dimostrazione d'affetto che non c'era? Possibile, che in fondo ne fossi realmente, orribilmente e tragicamente contento? Per le figurine che le ho dovuto stracciare sotto il naso, per farle credere che non avevo paura di lei? Per come maliziosamente riusciva a farmi credere di dare più attenzione a mia sorella che a me? Mentre in realtà l'interesse nei confronti di mia sorella, altro non era che oppressione, che Betty probabilmente ha anche mal sopportato in quegli anni fatidici, culla e fulcro della sua futura ribellione!

 

 

 

Intorno a me i vecchi morivano, i giovani scappavano di casa lasciando messaggi tremendi di disperazione e lasciando me con l'astio in gola, per non aver visto e mai più potuto vedere quel film nero di uccelli brutti e piccolini che tanto mi aveva tratto a se. Quanto la ho odiata d'aver scelto proprio quel giorno per levarsi di torno. Quanto non ho capito quello che mi stava accadendo intorno, non aver capito la fuga di Francesca e non aver sentito le lacrime di Betty, Io, che già allora avevo una maiuscola davanti al mio Ego, ad altro non potevo interessarmi quella sera, se non a godermi un film di Totò, farmi quattro risate e andarmene a letto, a sognare quelle donne che non avrei mai avuto.

 

 

 

D'altronde quella con le mie sorelle era una lotta impari, per tutti noi allo stesso modo, ad accaparrarsi un po' d'amore. E di quel poco che ce n'era, davvero ne sarebbe toccato una cucchiaiata appena per ciascuno. Ma ero un bambino, che altro potevo mai pensare e soprattutto, dove potevo mai trovare quel sentimento di tristezza nei confronti di una situazione così tragica e straziante, se non mi era stato insegnato l'amore? In fondo perché mai avrei dovuto rinunciare al mio per donarlo, rimanendo loro vicino, perché, se non sentivo che nessuna di loro rinunciasse al proprio per donarne a me, stolto e cieco ragazzino.

 

 

 

Ma di questo non ci sono e non ci sono stati colpevoli, il mio non è un atto d'accusa, solo una richiesta di perdono!

 

 

 

Ricordo solo due sabato della mia infanzia in famiglia, in uno abbiamo avuto un incidente con la vecchia ottoecinquanta caffellatte, l'altro ha avuto un tragico rientro, con Francesca ad aspettarci sdraiata tre metri più sotto da dove si era lanciata, stupida, impavida scivolatrice ribelle. Possibile che non ce ne siano stati altri, possibile che ci sia stato solo Montespertoli o soli a casa! Eppure mi ricordo verdi pic nic a Montalbano e domeniche in piscina a Pietramarina. Perché non sono riuscito a strizzarci fuori un po' d'amore, eppure non è stata un infanzia infelice la mia, non ci sono stati soprusi o privazioni vitali, qualche scapaccione di troppo e un bel po' di ceffoni ma niente che abbia mai potuto portarmi a vivere nel terrore, forse solo troppi miseri no! E forse urlati troppo forte! Ma quando, quando e perché il giocattolo si era già rotto? Forse prima, prima che io possa ricordare o immaginare. E' davvero nella culla che mi sono mancate le carezze di mio padre? E' forse nei perdoni cristiani non ricevuti da un cristiano di professione come mio padre. E quante coccole avrebbe dovuto farmi mia madre per farmi credere che in fondo l'amore da qualche parte c'era? No, non rivendico quello di cui potrei essere stato defraudato, troppo facile sparare a zero verso mille stremati colpevoli senza colpa. E lo scrivo mentre piango! Mi piacerebbe soltanto averlo provato. Così, tanto per sapere come poteva essere, per sorridere una volta di più, per imparare prima com'era amare, non farmelo prescrivere da un dottore!

 

 

 

A queste condizioni le mie sorelle non potevano certo rientrare nei miei interessi, erano un contorno, troppo piccolo per accorgermi di loro, se non per menarle. Non sento di aver mai desiderato veramente che non ci fossero o che non ci fossero state, c'erano e le ho amate, odiate, giocate, senza mai, purtroppo, lasciarle veramente entrare dentro di me e probabilmente senza essere mai riuscito a scalfire la loro corazza e penetrare nel loro unico, misero, doloroso e sorprendentemente colmo d'amore, piccolo cuore. Perché vi sembrerà strano ma ce lo avevano anche loro e io che non me ne ero accorto!

 

 

 

Perdonatemi che sto venendo a perdonare voi. Per riuscire insieme a perdonare lei che ci dia la forza di perdonare lui, che avrà bisogno di tutto l'amore del mondo per perdonare chi lo ha privato dell'amore di cui aveva immensamente bisogno.

 

 

 

Crescevo e menavo, perché non sapevo amare e rendevo alle mie care sorelle quello che il mio signore mi dava come pane quotidiano. Crescevo, pieno di quel nulla che credevo di non avere, ma che abbondava invece intorno a me, senza che me ne importasse un fico secco. Passavo le giornate a giocare da solo, sicuro d'essere il più forte e il più piaciuto, a esser preso in giro dai miei pari e ad essere coccolato come un peluche dalle mamme delle bambine che riempivano la mia vita. Ingenue madri che inconsapevoli del serpe che si sarebbero covate in seno, avrebbero voluto un bel bambino proprio come me ed io mi gongolavo d'essere il più desiderato. Allora però non riuscivo a formulare un più maturo pensiero, che ci avrebbero fatto mai con un castrato nel pollaio, buono a farsi mirare e rimirare, sarebbe finita poi che ne avrebbero fatto un covo di pavoni, con la voce stridula ma senza coglioni

 

 

 

Ma in quei momenti la mia felicità trovava la sua dissetante fonte proprio nell'amore ricevuto da quella mamma che non era la mia e da quella sorella che non era una della mie. In quei giorni in cui venivo dimenticato negli ingressi del doposcuola dei Pii Padri Scolopi a desinare con i bambini e a cenare con i bidelli, tu, cara Sandra, semplice e umile, sei stata il mio fratello maggiore, il mio faro, la mia guida. Semplicemente perché amavi un piccolo bambino che ti voleva bene e al quale mancava solo un po' d'amore. Quel fraterno amore che riceveva da te, grazie al fatto di essere lì a raccoglierne mentre lo donavi intorno. Con la semplicità tua naturale e con l'umiltà serena e candida che ti contraddistingueva, in quel mondo che già allora prometteva di diventare la fiera delle vanità che oggi viviamo. Sei oggi quella che sei ed io sono divenuto quello che ti descrive adesso, c'è chi non si cambierebbe con te ma non so se sia migliore una vita come la sua, la tua o forse la mia.

 

 

 

Ed anche quella è stata vita mia. Anzi, proprio quella è stata vita mia, vera, vissuta e soprattutto sentita, come un'alba, come un certezza da cui poter ripartire, anche se può esser rimasta abbandonata in una distesa immensa, deserta di dubbi. Mi vedo ancora, con la bocca socchiusa e la lingua a far capolino dalle mie labbra rosse, dipingere la bandiera degli USA insieme a Sandra, il nostro simbolo, quello della nostra squadra, io e te ai più straordinari "giochi senza frontiere" da strada che siano mai stati giocati. Che meravigliosa vita, viverla con questa immensa gioia nel mio unico, misero, doloroso e sorprendentemente colmo d'amore, piccolo cuore.

 

 

 

Crescevo, crescevo e guardavo mia madre lavare e stirare esattamente nel modo in cui era stata ammaestrata e come, non essendo riuscita ad insegnarlo alle sue figlie, aveva tramandato a me. La polverosa, tragica, sterile arte delle pulizie. Così tanto e naturale capitò bene, per loro chiaramente non per me, che io la imparassi da andare a finire che, quando non ce n'era d'altro, me ne serbavano un poco sotto forma di scale da strusciare. E il povero pollo, di pelle raggrinzita, continuava a piegar la testa e non sapeva far altro che gridare qualche chicchirichì di rabbia, piangere e dar beccate, quando nessuna ragione stava tra le sue zampe.

 

 

 

Povero sciocco potrei soltanto aggiungere oggidì, se non sapessi che quell'allocco altri non è se non tutto l'amore che adesso tengo in me, raggranellato con fatica lungo un'immensa, misera, unica vita, la mia.

 

 

 

Ma allora era più grande in me, la forza del martirio a cui mi volevo sottoporre di quanto riuscissi a vedere come io mi umiliassi, non davanti agli altri, bensì al maschio con le palle che se la rideva dentro di me. Lui la notte se la passava tra bagordi, donne e giochi, vittorie e spassi, creati ad hoc dentro ai miei sogni ad occhi aperti e a me lasciava la merda della vita che lui non era riuscito a far diventare vera. Bella forza a fare finta son bravi tutti. Io la vita però, misera e unica quanto vuoi però l'ho vissuta per davvero.

 

 

 

Crescevo, il tempo passava e i pianti di un bambino non erano più bene accetti nelle palestre e nelle aule, dove i primi amori nacquero così in fretta che finirono prima di essere mai cominciati. Quelli furono anni di speranza, di intensa attività e di frequentazione con la mia ristretta ma tosta cerchia di amici. Fabio, Marco, Dario, io, la più strampalata accozzaglia di orrori umani. Anni dopo solo un film dal titolo "La rivincita dei Nerds" avrebbe reso giustizia alla nostra bruttezza, grettezza e incapacità di rapporto con il sesso femminile. Però ce le spassavamo, erano gli ultimi momenti prima di incominciare a crescere davvero. Gli ultimi giochi prima di dover sembrare grandi a tutti i costi. Prima di cominciare a fumare sigarette, a fumare altre cose e prima di cominciare a perdersi. Lezioni, giochi e sedute spiritiche, gli ultimi sereni ricordi di una parentesi rosea che rinchiude in un soffio i tre anni più sereni dei miei primi trent'anni di vita. Forse perché a quell'età non avevamo più niente da chiedere di quello che ci era mancato e ancora non ci mancava quello che presto avremo cominciato a chiedere. In una vita di brutti ricordi,  quei giorni apparsi insipidi di tranquillità, passano via veloci lasciandomi tre doni grandiosi: la non sofferenza, tre brutti ceffi e il dolce ricordo di Eleonora.

 

 

 

Crebbi ancora e dopo quel primo candido no, primo di una sconfinata serie, fui costretto a rinunciare alla lacrime pubbliche, arma ormai obsoleta per attirare l'attenzione a quell'età. Abbandonai questa umida pratica in modo da far credere d'esser uomo e ritrovarmi poi a profanarle abbondanti su mura dure di mattoni o su cuscini duri di rabbia. In quegli interminabili pomeriggi di stupida e ingenua solitudine trascorsi chiuso, maledettamente chiuso, in quella stanza. Quante nocche sbucciate, su quelle mani, impotenti e allo stesso tempo innocenti, davanti ad un mondo a cui non ero per niente pronto a fare fronte. Chissà cosa mi tenne lontano in quei giorni, dalle amicizie nate trai banchi a cui non detti vigore, dalle gite scolastiche a cui non partecipai. Chissà perché a un certo punto smisi di espandermi. Mi ritrovai a settorizzare la gente che era intorno a me. I vicini di casa, cresciuti come me, rimasero comunque per me dei bambini. Non riuscii che a continuare e ancora oggi per me lo sono, che a vederli troppo piccoli per essere frequentati, non ragazzi grandi con cui proseguire e ampliare una vita di amicizia. La scuola fu il mio mostro imbattibile e di conseguenza i compagni di scuola furono, malauguratamente, compagni di scuola e questo si rivelò un grosso handicap. Non solo non riuscii a farli diventare compagni di vita ma non fui all'altezza nemmeno di sentirli compagni di studi, se non gli ultimi spiccioli di giorni prima degli esami. Troppo chiuso, maledettamente chiuso in quella stanza che fu il mio regno, di cui ero il solo re, il solo guardiano e il solo prigioniero.

 

 

 

Crescevo e mi ritrovavo incapace di vivere. Quanto, proprio in quei momenti ho sentito la mancanza di aver fatto a cazzotti, di averle prese e date, di aver giocato a calcio o corso in bicicletta. Di aver fatto tutte quelle cose stupide e normali che fanno tutti e di essermele godute, senza che fosse ogni volta una gara, una competizione impari con quello stronzo che abita dentro di me. Quanto mi è mancato di aver spalmato un po' di muscoli sopra queste quattro luride ossa che poi solo nell'essere strano, hanno trovato la via per ottenere quello che di normale non avevano addosso per riuscire a farsi notare in mezzo alla massa. Quanto in un milione di quei momenti, ho sentito gravare su di me la mancanza di un bel paio di palle, capaci di farmi sentire l'homo horribilus che avrei desiderato essere, insensibile ma potente!

 

 

 

Ho cercato invano sostegni nel mio passato ma ad ogni ostacolo che mi si parava davanti, di qualunque tipo esso fosse, non potevo far a meno di sentirgli ancora, infinitamente, ennesimamente, inesorabilmente pronunciare quella frase che fu una mannaia da ghigliottina sul mio tenero collo di bambino.

 

 

 

Fischia.

 

 

 

Se ti prendono in giro, tu fischia. Se ti maltrattano, tu fischia. Se ti picchiano, tu fischia. Se la vita è una merda, tu fischia. Quante volte infinitamente, ennesimamente, inesorabilmente tu hai dovuto fischiare? Chi ti ha fatto fischiare? È stato tuo padre? È stata la nonna? O piuttosto la vita di campagna o la guerra, il millenovecentoquarantatre o la sindrome di Peter Pan. Chiuso, maledettamente chiuso in quell'epoca che fu il tuo regno, di cui eri il solo re, il solo guardiano e il solo prigioniero.

 



Il sabato sera era di febbre e se glie lo avessero insegnato… Ah se glie lo avessero insegnato, sarebbe stato maledetto, vigliacco e spudorato. Perché non gli mancava di certo la faccia ne il costato e un po' di muscoli ce li avrebbe potuti mettere sopra, piano piano, se non lo avessero mandato da Dio proprio mentre incominciava a rompere il fiato. Povero piccolo bambino, cresciuto e rimasto bambino, non capace di prendere ma ancora li a chiedere, con la manina tesa, come se si trattasse di caramelle, come se quelle zuccherose delizie da scartare fossero sicure  prede celate nella borsa di zia Lina, con quel retrogusto di naftalina ma dolci al primo impatto. Niente miele ne orzo, per lui rimase solo la naftalina e con quell'etereo aroma nella testa, cominciò a brancolare nella jungla fitta della discoteca e a rimbalzare così tanto che alla fine gli sembrò normale. Quell'incapace, inetto, buono a nulla, candido amorevole, innocente babbeo che sono. Cotte, ricotte e prese a botte, uno smilzo bambino fuori moda, con i calzoni a campana quando tutti ce li avevano stretti alla caviglia e quando le bande erano una meraviglia a cui non fu capace di appartenere. Stare a guardar passare per casa la peggio feccia del paese, lui che avrebbe frignato al primo dito che gli fosse stato puntato addosso. Rimirare quei grandi, che poi in fondo altro non erano che un paio d'anni più vecchi di lui e desiderare ardentemente d'essere come credeva fossero loro. Menefreghista, stronzo e potente.

 

 

 

 

 

 

Venivo su, storto e zoppicante, tremante in un mondo troppo più grande di me. Fischia mi dicevano, se ti prendono in giro e se continuano non ci giocare più. Ma tu grande signore mio che m'hai educato a questa vita, perché non hai voluto insegnare a me quel coraggio che tu non hai avuto? Perché è inutile che tu menta, l'hai fatta vedere a tutti la tua paura, la tua paura di morire che altro non era e non è stata, che la tua paura di vivere. Nemmeno noi, tuoi figli siamo riusciti dove già avevano fallito tutti, persino lei. Nemmeno io sono riuscito a farti amare la vita senza paura, senza vergognartene. Senza le tue dure ansie non eri capace di vivere. Così a me rimane almeno la triste gioia di averti fatto amare la tua temuta, santa e disperata morte. Un bambino inerme nelle mie mani, diligente ed ubbidiente ad ogni mio ordine, nella innocente speranza che questo gli donasse un altro po' di quella meravigliosa vita, che senza dire niente a nessuno e grazie alla mamma, a Francesca, a Betty e a me, alla fine aveva capito d'amare.

 

 

 

L'eremita mi avevano insegnato a fare ed io d'ogni compagnia sono rimasto poi solo. E non avrei davvero saputo che farci con loro, perché sarei riuscito sicuramente a prendere finché  me ne avessero dato ma non sarei mai stato capace di dare per quanto me ne avessero chiesto. E dentro di me, triste e sconsolato, cantavo piangendo di rabbia e di voglia di tornare indietro, perché il più fico amico è chi resisterà, chi di noi, chi di noi resisterà! E il più fico amico sarebbe stato chi insieme a me avesse resistito. Solo dopo, stoltamente incazzato con gli altri, mi sono accorto che ero proprio io invece quello che se n'era andato. Tranne uno tutti li persi, elementari, medi e superiori e poi anche a quello gli lasciai prendere una strada, assicurandomi che fosse diversa dalla mia, lui nebbia di nome ed io che solo e da solo mi ci sono ficcato. Troppo semplice, troppo tranquillo e bene amato, troppo sereno e contento di stare in questo mondo, perdonami Alessandro se non son stato in grado di rimanerti accanto. Tu no, ma io avevo troppo bisogno di "una vita spericolata" e ci siamo persi di vista così, semplicemente come accade ovunque ogni giorno, ci vediamo! E poi più niente. Almeno con Enrico ci siamo lasciati ufficialmente, chiamami quando non ti servo gli ho detto e lui non mi ha chiamato più. O forse era a me che non serviva più.

 

 

 

Intorno tutto diventò ricco all'improvviso. Appariscente, scintillante, sembrare più che essere. Uno stralcio di tempo dove, più ancora di altri, l'apparenza la faceva da padrone e il look era la nuova unica e sola fede riconosciuta. Con quel poco che mi rimaneva in tasca mi ci buttai anch'io nella ricchezza di quegli anni, di Full Time, di rockoteca, donne poche e tizzoni ardenti assai, che per un po' lasciai fumare soli davanti a me, prima di agguantarli insieme ai colli di bottiglia, per perdermici dentro e dissolvermi in quel fumo agre di erba arrostita. Per non vedermi, se non nei fondi opachi di calici amari in cui roba scura c'era ma non era caffè. Bensì il mio penoso essere o non essere che, nonostante tutto il mio mascherarmi; a carnevale, in casa e a scuola, con gli amici e con le donne, con gli altri e con me stesso, alla fine mi ritornava addosso e mi seppelliva nella melma del mio odio e dell'invidia.

 

 

 

Mare a non finire, motori, ravioli in scatola e sacchi a pelo, nelle pinete e sulle spiagge, senza una meta e senza soldi, solo divertimento, egoistico sano puro divertimento adolescenziale. Anni finalmente goduti, assaporati fino in fondo, fino a quel fondo raggiungibile fino a quel fondo conosciuto ma almeno goduti. Con l'incoscienza del menefreghismo e dell'egoismo. Shhh, c'è Bruno! Spiagge affollate intorno a noi ma, forse riuniti in un gruppo più unico che raro di sfigati, noi soli in mezzo al nulla, noi soli senza che ce ne importasse, noi soli ad ascoltare il boato di gioia sulla spiaggia. La Fiorentina ha perso, è in serie B. Noi alla capannina a Cecina a guardare le olimpiadi. Noi alla Mazzanta a leggere le imprese di Azzurra! Noi a Rimini, 69 e 96. Noi in Spagna senza nemmeno vederla. Noi ad Istanbul, "From Empoli the Revolution". Noi in Grecia tra i campi di maria. Noi, che finchè non ci siam persi dietro alle sottane siamo rimasti uniti, incollati, saldati. Poi è arrivata la vita maledetta, a portarci via le cene ubriache di vomito e pazzie, di macchine sfasciate e Pironì, a portarci via le feste dell'unità, i mondiali dell'82 e i morti di Bruxell, a portarci via gli incidenti, le moto distrutte e i punti in testa, a portarci via i peloso, le Vespe e i pic-nic a Castiglioncello a portarci via la vita!

 

 

 

Noi, sempre alla ricerca di quella valle morbida e scura che doveva dar gioia ma che portava solo rabbia se non c'era, perché di solito non c'era. E quando c'era, ce n'era poca e da lontano e quando ci fu mi portò più rabbia ancora. Sul limitare di quell'attimo che doveva donare i colori della vita e i sapori dell'esistenza. Quando dopo la scuola si comincia ad assaggiare quell'indipendenza agognata per anni, tra le sottane madri e i padri scappellotti, come l'ultimo degli ovini che pecoroni si guardano intorno e si adeguano al fare del branco, che era allora quello di timbrare il cartellino comunque fosse quella buca che l'inghiotte, come tutti mi lasciai trascinare in una storia principiata troppo presto e finita troppo tardi della quale, alla fine, non c'è altro da dire purtroppo.

 

 

 

Se non di quel piccolo pensiero che non fu fatto in tempo ad esser formulato che qualcuno pensò bene di disfarsene. E io rimasi lurido con le mie mani in mano senza difenderlo.

 

 

 

Dopo la ribellione, la coppa dei campioni, le belle cosce materne guardate da sotto in su, in una sera di troppo vino, di troppa birra e di troppo tutto come troppo spesso capitava. Dopo la miserrima riscossa del bambino che punta i piedi imbronciato contro il mondo intero, mi rinchiusi svelto in  una cella buia e fredda, che m'avevano fatto credere la suite di un grande albergo, tanto  che dentro ci sono rimasto un decennio. Prima a cercare di capire come c'ero finito e poi a come avrei mai potuto uscirne fuori.

 

 

 

Arrivò il lavoro a cavarmi d'impaccio. Almeno qualcosa c'era a darmi l'illusione di quella soddisfazione che non riuscivo a trovare in un abbraccio che non volevo ma da cui non sapevo estraneo allontanarmi con grazia, finché non mi allontanai con sgarbo. Stanco dello spergiurare a destra e a manca che sarei stato capace d'aspettare quello che era ormai trent'anni di cui facevo a meno ma del quale, in realtà, bramavo conoscere al più presto ogni tipo, ogni forma, ogni possibilità di dimostrazione, di quello sconosciuto per me sentimento che era l'amore. Eppure me ne era girato intorno ma impaurito da ciò che non mi era stato presentato, non me ne accorsi e lo lasciai sciogliere via in sorrisi di madre e carezze di padre che non seppi riconoscere e non volli vedere intorno a me, pur di poter domani, che è poi oggi, dire che non m'avevate amato. Come siamo inconsciamente stupidi e capaci di rovinarci l'esistenza. Maledetti, orgogliosi e permalosi. Incapaci di dare, se prima non abbiamo perlomeno ricevuto il doppio di quello che potremmo mai sganciare dalle nostre aride, vuote tasche, spoglie di sentimenti colmi di interesse.

 

 

 

Conti e contanti mi sollevarono quel che credevo l'animo ma era solo l'alibi che si formava lentamente in me, per tenermi sempre più in quelle catene in cui mi rinchiudevo, trovandovi la sicurezza del non dover dire ho sbagliato, del non dovermi dare alla vita col rischio che la vita mi desse del fallito mentre con te fallivo ogni giorno di più.

 

 

 

T'amai forse, di quel sentimento giovane che nasce dal non aver avuto, come un bimbo piccolo a cui per la prima volta donano una palla. Solo dopo, col tempo e con l'aiuto di chi non teneva a me per parentela ma per soldi, capii che potevo sceglierne il colore, la grandezza, il gusto e il tatto. Fino a che non capii che dentro ad un palla piena d'aria, tolto l'aria non c'era più niente. Fuggii così credendo ancora di scappare, ritrovandomi invece a vivere, a provare, a sentire e finalmente a conoscere amore.

 

 

 

Non cercai più palloni ma trovai una donna, che a dire il vero trovò me, nel fondo di un cassetto di conti fatti ritto su di un piedistallo in faccia al sole e che finalmente mi fece scendere, umile, a bearmi della immensa grandezza di non esser niente, se non me stesso insieme a lei.

 

 

 

Piansi tra le tue mani Patrizia e t'amai della passione, della ribellione, della frustrazione, della libertà che mi regalavi incatenandomi a te. T'amai del vento che correva tra i tuoi capelli, dell'acqua che ti bagnava impertinente e prima ancora dell'attesa che lessi in fondo a quei due mari scuri in cui ancora mi bagno quotidiano e mi rispecchio. Per me sei importante ma non voglio farti del male, mormorai sperando di abbracciarti e tu prendesti la mia testa fra le mani e donasti il risveglio ad uno stupido addormentato nel folto della foresta di carte bollate, decreti e leggi, dietro a cui non potevo più nascondermi.

 

 

 

E m'abbandonai a te prima, a me e infine a noi.

 

 

 

Nato tra panni, cresciuto nella carta, non avvezzo a carezze, mi ci volle tutto il tuo amore a saziarmi dell'aridità di quel deserto che mi aveva fatto crescere rachitico, come una pianticella che ha bisogno dell'acqua che le scorre vicina ma non la bagna mai.

 

 

 

La meraviglia di essere in te Patrizia e nel viverti giorno per giorno, dell'amarti e del declamarti eterea e candida in versi e sognarti, desiderarti e ancora amarti, spudorata e tigre con me. Non sono i mille bigliettini, né le parole che ci trovi dentro, sono le carezze che adesso riesco con tanta naturalezza a farti, solleticandoti il cuore con i miei versi, con le mie mani, con quello che con te sono riuscito a fare, a costruire, a sentire, provare, credere. Fino a far vacillare le tue paure e portarti a credere che anche tu stessa, meravigliosa ennesima Candy Candy, puoi essere amata, indiscutibilmente, indissolubilmente, inaspettatamente e realizzare i tuoi bisogni, i desideri e infine anche i tuoi sogni. Fino a quello che anche se non lo realizzassimo insieme, ne lasceremo comunque dietro di noi in eredità a questo stupido mondo, che ci voleva far credere d'essere inospitale ma che proprio nelle sue miserie, nelle morti di fame e nei cancri che sparge al vento, vive la meraviglia dell'assoluta verità. Proprio perché c'è chi ha bisogno e bisogno di noi, noi lo possiamo amare. E amiamoli allora, i padri, le madri, i parenti tutti, i nemici, gli ex mariti e quelli che non riusciamo a lasciare, gli ex amici e quelli che non riusciamo a trovare. Amiamo, e lasceremo noi qui ad amare, anche quando non ci saremo più.

 

 

 

Adesso, dopo la fame, la sete e i bisogni tutti, satollo infine dell'aver dato e dell'aver ripreso, mi gusto il quotidiano averti, il quotidiano esserti e il quotidiano starti che dona a me la felicità serena di sentirmi e d'esser io, non del narciso ego d'apparire ma del sapere che io sono e che tu sei con me. 

 



Son morto e poi risorto, finalmente, tra le braccia di un angiolin bellin bellino, sceso a scuotermi dal mio torpore, colmo di sogni illusori ma senza carne da toccare. Salvato dall'incoscienza di una vita colma di niente, piena del silenzio dell'inesistenza, reame dell'indifferenza, strappato dalle grinfie di un narcotico oppiaceo che ti fa credere di non sentir dolore, solo perché non riesci più a percepire nemmeno le più piccole umili gioie. Non posso parlare di un tempo in cui non ci sono stato, un tempo che non ho sentito scorrere sulla mia pelle, in cui non ho pianto, non ho gridato, non ho sbattuto i pugni nel muro. Non mi sono ribellato! Inorridisco ancora al solo pensarci e se lo paragono alla mia fantotragica infanzia, quest'ultima mi pare la vita spensierata nel paese delle meraviglie. Lottato. Rassegnato. Ibernato dalla morte e infine dalla morte risvegliato. Come ho imparato l'amore "Siamo uomini ho innamorati" ve lo ha di già narrato.

 

 

 

 

 

Perdonatemi l'egoismo, perdonatemi per questa vita.

 

 

 

Come tanti sono arrivato troppo tardi a vedere e sentire.

 

 

 

Dopo avervi fatto tutto il male di cui sono stato capace, chiedo ancora una volta il vostro amore ed il perdono.

 

 

 

Piango ancora sulle mie ferite, non più gocce d'odio ma lacrime d'amore.

 

 

 

E infine amo.

 

 

 

Amo la vita e amo voi.

 

 

 

E in conclusione non posso far altro che contraddirmi e confermarmi allo stesso tempo, rassicurando tutti sulla cosa più essenziale che, nonostante tutto quanto possa esser stato o sia sembrato, rimane  unica, misera e vera: oltre ad amare voi, io amo me!!!

 

 

 

Sì, amo me, amo la vita e amo anche voi.

 

 

 

Voi che non avete trovato posto tra le righe ma che volente o nolente, con al gioia la rabbia, la tristezza e la felicità, porto comunque serenamente dentro di me, voi la mia vita: il tronco d'albero vicino alla vite accanto al quale mi sono sdraiato durante la mia prima crisi d'asma, i carciofi fritti all'asilo, la bambina che mi faceva la corte all'asilo, la mela con la buccia buttata nel cestino mentre facevo il girotondo ancora all'asilo, Abano a bangare i banghi, quella volta che di ritorno da Abano babbo mi portò in regalo la fattoria con tutti gli animali, le cose sconce sotto i garagi, Walter e Marchino, Fabio, quella volta con l'ottoecinquanta che abbiamo avuto un incidente su una strada sterrata, il campino, il vialino delle streghe, l'omino pazzo, nascondino, Stefano, Federico, Albertone, Giancarlo e Giancarlo, Rivazzurra, la mitica grande immensa Juve, il minibasket, l'Azione Cattolica Ragazzi, Padre panchetti, Adele, tutte le volte che ho rubato alla coop, i soldatini, le figurine, rischiatutto, quella volta che sono tornato a casa alle otto e che fuori c'erano almeno venti o trenta persone a cercarmi e io ero da Riccardo a giocare al gioco del risparmio, la chitarra di plastica, Goldrake e Gundam, la Ciclopasseggiata Empolese, tre volte in gita scolastica alle cinque terre, Pasqua Maria, la lente a contatto, il cinema alla coop, le amiche di Francesca delle quali ero sempre innamorato specialmente Marinella, le amiche di Betty che non riuscivo proprio a sopportare, i miei amici, quelli con cui stavo bene insieme e quelli che mi prendevano puntualmente in giro, tutti i miei compagni di scuola, la maestra Viviana Ricci, il professor Caponi e le sue avventure in giro per il mondo, la professoressa Nunziati e l'ombelico di Gesù bambino, la professoressa Giudizi e gli elastichini, il triangolo e la rotonda, le ripetizioni di tedesco a Livorno e i treni per arrivarci, quella volta che abbiamo vinto la finale di pallavolo, il caro povero Daniele, Villeneuve, Platini e Boniek, tutte le ragazze a cui sono stato dietro, tutte le ragazze che mi sono state dietro, tutti i concerti che ho visto, quella volta che ho visto il viso di Gesù su di un muro e la volta che lo ho letto nelle stelle, la curva imprendibile all'isola d'Elba, il Cagiva e il Ciao, l'eschimo, il PX, le Bude, la Panda e la 127,  Diddi e Gori pescioloni, il PG93, il Tenax, il grande, immenso, unico, speciale, maledetto e amatissimo Angolo dal quale non potrò mai portare via quel pezzetto di cuore che c'è murato dentro, madre e padre delle mie più scellerate azioni, che alla fin fine sono state le più belle proprio per quando, come e perché son state fatte, le birre, le canne, le scorribande della giusta giovinezza e dopo la folle, illusa felicità i fari nella nebbia, Silvia Volpi, Fabio Coli, Otello Lotti, la seconda, urlata, rabbiosa coppa dei campioni vinta dalla Juve, Andrea Taddei, Pasquale di Bologna, Luca Paoli e più importante di tutti la mia seconda vita, l'indescrivibile, smisurato, cresciuto, coccolato, colmato di tutto ciò che non avevo avuto, di tutti i trenini che avevo desiderato, di tutti i lego che non avevo montato, di tutte le meraviglie che avevo sognato, santo, dolce, bambino, insegnato, educato, amato Mattia, che solo e unico è riuscito a traghettarmi indenne fino alla mia sublime, pazzesca, armoniosa, gridata, serena, gioiosa, colma di sì, pacifica, elettrizzante, unica vera vita: Patrizia!

 

LE FANTASIE DI STEO