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GIGI

PER IL MONDO

 

Steo

 

 

NONNO GIGI E LA MOSCA

 

 

Se cerchi nonno Gigi dopo pranzo lo puoi di certo trovare comodamente seduto sulla sua poltrona, vicino alla finestra che estate o inverno, giorno o notte ha sempre le veneziane aperte ed i vetri chiusi. Nonno Gigi come tutte le persone di una certa età ha sempre freddo e ci vede poco. Per questo anche quando è caldo tiene la finestra chiusa, crogiolandosi come una piccola lucertola sotto il sole che riesce a far passare il proprio calore attraverso i vetri e anche quando è buio tiene le veneziane spalancate, lasciando filtrare il fioco chiarore dei lampioni che dopo aver illuminato bene bene la strada, riescono a dare un po’ di luce anche ai suoi deboli occhi.

 

Nonno Gigi era da sempre un grande appassionato di lettura, eh sì che ne aveva lette di fiabe, novelle e racconti ai suoi tre nipoti e prima di loro ai suoi due figli, quando ancora li poteva tenere sulle ginocchia senza rimanerne schiacciato. Adesso erano loro invece, nipoti compresi che se avessero voluto, avrebbero potuto tenere in collo il leggero ed arzillo nonnetto. Gli era sempre piaciuto leggere, fin da ragazzo quando di libri ce n’erano pochi e poco era anche il tempo che poteva esser loro dedicato, c’era sempre da aiutare qualcuno a fare qualcosa o da studiare o da lavorare. In campagna, dove il giovane Gigi era cresciuto, non avanzava il tempo a nessuno e quel poco che rimaneva dopo che era stato fatto tutto serviva solo per riposare, prima di affrontare una nuova e faticosa giornata all’aria aperta, che fosse bello o brutto tempo. Era comunque riuscito a conciliare la sua passione per la lettura e gli impegni, leggendo di notte al lume di un mozzicone di candela o di nascosto in un fienile o sotto un albero e spesso aveva sognato di vivere nei racconti che leggeva o di scriverne lui di nuovi e avvincenti. Sereno e soddisfatto aveva continuato a lungo a dividersi tra il lavoro nei campi e la lettura. Ormai aveva superato l’età degli obblighi lavorativi già da un pezzo, aveva abbandonato la campagna come tanti suoi amici insieme ai quali aveva fatto i più disparati lavori, prima di concludere la sua carriera come direttore di un supermercato, nonostante la mancanza di titoli ufficiali la sua vasta cultura e la sua intelligenza, quotidianamente nutrita da letture di tutti i tipi, lo avevano aiutato a conquistarsi un posto di tutto rispetto, per mezzo del quale era riuscito a trascorrere felicemente la vita accompagnato dalla moglie Cesira e dai due figli Giacomo e Alessandro, i quali si erano ritrovati addosso i nomi di due ben più illustri omonimi, scrittori dell’ottocento.

 

Nonno Gigi adesso poteva finalmente dedicare l’intera giornata al suo passatempo preferito, i figli sposati, i nipoti cresciuti e la moglie sempre indaffarata da qualche altra parte, anche se pronta a portarlo fuori in ogni momento con qualche scusa a cui lui non riuscirebbe mai a dire di no, innamorato cotto com’è, ancora come un tempo, della bella Cesira. Beh, così almeno le dice lui mentre magari guarda in televisione un programma con ballerine scalmanate e non del tutto vestite. Dopo pranzo comunque Gigi è ancora e più che mai irremovibile, la sua poltrona l’aspetta e la finestra è pronta ad illuminare le letture in cui si immerge giorno dopo giorno.

 

Accadde però un pomeriggio mentre era profondamente preso nella lettura degli ultimi risvolti di un litigio politico, che proprio sul più bello di quell’articolo così appassionante, si accorgesse che un moscone, uno di quegli orripilanti insetti enormi, neri e schifosi gli si era posato su di una spalla. La prima reazione fu quella di scacciarlo senza lasciarsi distrarre più di tanto, mosse leggermente la spalla e con la coda dell’occhio vide il bestione che si alzava in volo e pareva allontanarsi. Continuò tranquillo la sua lettura fino a quando, poche righe dopo, si rese conto che l’importuno moscone aveva ripreso tranquillamente il suo posto tra le pieghe del gilet, decise per questo e per far capire alla bestiaccia che se ne doveva andare via, di mettere in atto un azione che apparisse più convincente e con la mano si avvicinò alla mosca come per colpirla, senza in effetti neanche provarci ma così almeno per fargli paura ed il moscone infatti se ne volò finalmente via. Nonno Gigi ritornò alla sua lettura, terminò di scorrere il giornale soffermandosi sulle notizie più interessanti, poi si dedico ad un libro, riprendendo le avventure del protagonista là dove le aveva lasciate il giorno prima. Tutto continuo tranquillo, fino a che non si accorse indispettito, che il moscone si era posato nuovamente sulla sua spalla e se ne stava lì bello comodo a pulirsi le zampette e a farsi la manicure. La reazione fu quasi rabbiosa, nonno Gigi si alzò di scatto dalla sua adorata poltrona e cominciò a smanacciare con il libro in mano, nel vano tentativo di colpire l’orrenda bestiaccia che aveva osato non una, non due, bensì tre volte di venire ad importunarlo mentre era assorto nella sua attività preferita. Cesira arrivò di corsa preoccupata di quanto stesse accadendo e si ritrovò con il marito davanti a sé che compiva giravolte mentre agitava convulsamente le mani per aria. Dapprincipio si preoccupò, credendo che la testa svanita di Gigi fosse partita definitivamente, poi si calmo quando lo sentì imprecare contro un qualche insetto che gli aveva dato fastidio, scosse la testa e se ne ritornò alle sue faccende in cucina, stava preparando una torta che prometteva di essere buonissima, non poteva certo esser distratta da quel matto del marito che ballava con le mosche, altrimenti avrebbe dovuto salutare il dolce e di conseguenza il tè con le amiche. Gigi abbandonò spazientito il suo momento di lettura e decise che per quel giorno gli sarebbe bastato, ormai ogni poesia era stata infranta, non avrebbe potuto gustarsi la sua lettura se doveva tener d’occhio quell’insolente di mosca che continuava a girargli intorno. Uscì, inforcò la sua bicicletta e se ne andò al bar a giocare a scopone con gli amici a cui chiaramente raccontò la sua disavventura letteral-moschicida con conseguente grande ilarità di tutti e tanto fu il divertimento che al ritorno nonno Gigi non pensava nemmeno più a quel nero e sudicio insetto. Per un po’ tutto ritornò alla normalità e nonno Gigi non ricordava neppure delle sue disavventure col moscone impertinente, fino a che dopo alcuni giorni il bestione si ripresentò tranquillo a pulirsi le zampette sulla spalla di Gigi che immerso nella lettura, ne venne catapultato fuori da un improvviso ronzio infilatoglisi insistente nell’orecchio. Si mise subito in piedi e cominciò a rincorrere la mosca per tutta la stanza fin quando non gli parve di averla schiacciata al muro con il giornale arrotolato, si calmò, si rimise comodo nella sua poltrona e si lasciò nuovamente rapire dalla lettura, finché il ronzio non si fece sentire nuovamente. Nonno Gigi saltò in piedi con un agilità che non ricordava nemmeno più di avere e tra le urla della moglie che preoccupata si era affacciata sulla soglia della stanza e gli sbraiti di Gigi, la serata si concluse in mesticheria alla ricerca di tutti i più potenti ed innovativi sistemi per potersi liberare del nemico della sua tranquillità. Gigi disseminò la casa di trappole e spruzzò in ogni stanza quantità industriali di prodotto moschicida al profumo di violetta, che anche se la bella stagione era ancora lontana sembrava proprio di essere in piena primavera. Ma tutti i suoi tentativi di liberarsi del moscone risultarono vani, non ci fu niente da fare e nonno Gigi fu costretto a cominciare a pensare di dover accettare la convivenza con quell’insolito e orripilante inquilino che a lui tra l’altro faceva anche un po’ senso. La cosa era tutt’altro che rilassante, il moscone si posava leggero ma fastidioso sulla spalla di nonno Gigi e lui con un gesto che ormai era divenuto automatico lo scacciava muovendo l’aria intorno alla sua spalla, senza distogliere lo sguardo e l’attenzione dal libro o dal giornale che stava leggendo. A volte la lettura si faceva così appassionante che nonno Gigi dimenticava completamente l’ingombrante presenza fino a che un movimento di troppo, una strusciata di zampette, una passata sugli enormi occhi o un leggero ronzio, lo riportavano alla realtà e allora la mano si muoveva ancora automaticamente a scacciare il moscone. Dopo qualche giorno di quella strana convivenza letterale, Gigi si rese conto che il moscone ronzava quasi indispettito ogni volta che voltava pagina, così dopo alcune occasioni in cui fece particolarmente attenzione a questo strano evento decise di aspettare a girare pagina dopo averla letta e si accorse che in questo caso il moscone muoveva impercettibilmente le alucce dopo un po’ producendo un leggero e senza esagerare, quasi soave ronzio a quel punto nonno Gigi voltava pagina leggeva e attendeva che l’insetto desse il segnale per voltare nuovamente, un paio di volte provò a girar pagina non appena aveva finito ed in entrambi i casi il moscone fece sentire la sua irritazione, cosicché a Gigi non rimase che tornare alla pagina precedente ed attendere che l’animaletto desse il segnale per poter sfogliare ancora il libro.

 

Nonno Gigi rimase sbigottito dall’evento, sembrava strano eppure quello che era accaduto riconduceva ad una sola ed unica soluzione, il moscone leggeva insieme a lui e si arrabbiava anche, se Gigi osava sfogliare troppo velocemente le pagine. Probabilmente la bestiola aveva problemi di vista o comunque la sua lettura era molto più lenta di quella di nono Gigi, fatto sta che il comportamento dell’insetto lasciava pensare solo e soltanto a questo. Tenne d’occhio l’animaletto per qualche giorno ancora e si convinse sempre più che la sua teoria fosse esatta, aveva un compagno di lettura. Provò a parlarne con la moglie Cesira la quale fra un sorso di minestra e l’altro, si limitò a guardare il marito e a scuotere la testa senza dare alcuna importanza a ciò che le stava dicendo, peggio che mai andò al bar, gli amici si misero a prenderlo in giro annunciandogli che presto avrebbe visto volare gli asini e sentito parlare i cani e nonno Gigi ne venne fuori soltanto fingendo che fosse stato tutto uno scherzo e mettendosi a ridere e scherzare anche lui sullo strambo argomento. Fatto sta che poi ogni giorno dopo pranzo, nonno Gigi si metteva sulla sua comoda poltrona a leggere e subito il moscone gli si posava sulla spalla, si strusciava le zampette per un po’, si puliva ben bene gli strani occhi e poi si metteva fermo e silenzioso a leggere il giornale insieme a lui ed a seguire le avvincenti o poetiche gesta di qualche eroe nei libri di nonno Gigi al quale la cosa appariva strana quanto simpatica, dopo un inizio burrascoso fra cacce, lotte e ciabattate nei muri, i due avevano finalmente raggiunto una tregua, sì una tregua letteraria. In fondo era proprio come aver trovato un compagno di lettura, certo era un po’ difficile comprendere appieno le critiche ed i commenti del moscone ma con i sui mille ronzii riusciva quasi sempre a farsi capire e sembrava proprio che l’animale invece comprendesse perfettamente tutto ciò che lui diceva. Così a dispetto della moglie, degli amici e di tutti quelli che lo guardavano, anche giustamente schifati mentre con la mosca sulla spalla se ne stava immerso nelle sue, pardon, nelle loro letture preferite, nonno Gigi continuò a mantenere tranquillamente le sue abitudini quotidiane, comprese quelle pomeridiane della lettura in compagnia.

 

Adesso se cerchi nonno Gigi lo puoi trovare comodamente seduto sulla sua poltrona preferita, un giornale o un libro in mano, con il suo orribile ma simpatico amico moscone seduto, se così si può dire, sulla spalla e magari questo porta dei piccolissimi occhiali appoggiati sul lungo naso da insetto mentre insieme leggono appassionati gli ultimi risvolti di qualche caso politico o di cronaca nera oppure un libro classico come La Divina Commedia o addirittura un bel thriller appassionante dell’ultima generazione, firmato Stephen King.

 

LA STORIA DEL SEME LUIGINO CHE NON VOLEVA GERMOGLIARE

 

 

L’inverno era ormai alle porte, il terreno concimato, arato e preparato a dovere per la semina, se ne stava sonnacchioso nelle prime mattine veramente fredde, di una stagione che si stava presentando rigida e asciutta. Per fortuna era piovuto molto quell’autunno ed il terreno aveva già ricevuto la quantità d’acqua che gli sarebbe servita a trascorrere in silenzio i mesi seguenti, fino alle calde e copiose piogge che avrebbero annunciato l’arrivo della primavera, quando finalmente sarebbe esploso tutto ciò che si stava per andare a nascondere nel ventre caldo e accogliente della terra fertile. Il contadino compì quell’atto con la passione dell’antica speranza, tramandata da generazioni e generazioni di agricoltori e con i moderni mezzi che la tecnica gli aveva messo a disposizione per ogni fase lavorativa, dalla semina al raccolto. Se ne stava comodamente seduto sul suo trattore, sobbalzando tra gli enormi argini di terra che delineavano le lunghe ferite che attraversavano tutto il campo, lasciando che la testa dondolasse senza posa ad ogni zolla di terra smossa, proprio come un pupazzo dinoccolato, trascinando dietro di se un gigantesco marchingegno, che sembrava più una macchina delle torture piuttosto di una seminatrice e all’interno di questo aggeggio infernale, migliaia e migliaia di piccoli semi di grano, pigiati l’uno sull’altro e l’uno contro l’altro, andavano incontro al loro destino, pronti a calare lungo il condotto che li avrebbe sparsi su di un terreno apparentemente amico ma che avrebbe potuto rivelarsi anche infido e cattivo. Quasi tutti i piccoli semi giungevano alla loro destinazione finale, qualcuno si perdeva in una folata di vento o in un movimento inatteso della seminatrice andando a posarsi là dove non gli sarebbe stato possibile metter casa. Fu in questo modo che Luigino vide perdersi alcuni dei suoi compagni e si rese subito conto che la vita di seme di grano sarebbe stata crudele e pericolosa, nonostante quanto potesse essere accogliente e caldo il posto in cui saresti potuto finire.

 

Si adagiò tra due piccoli bocconi di terra, pronta ad accoglierlo ed a richiuderglisi addosso per proteggerlo dalla luce, dal freddo e dalle impudenti beccate di corvi e passeri che già si stavano radunando dietro al trattore, pronti ad ingollare ogni imprudente semino che avesse tentato di allontanarsi dal solco preparatogli dall’aratro o che per un qualsiasi motivo, fosse rimasto allo scoperto troppo a lungo. In questo modo Luigino vide andarsene altri amici e compagni di quell’avventura a cui non aveva chiesto di partecipare e sempre più si convinse che avrebbe fatto bene a restarsene sotto la protettrice terra, senza neanche sognarsi di dover mai un giorno fare capolino da questa, sotto forma di tenero e per questo anche appetitoso e vulnerabile, germoglio. Il buio lo circondò, la terra si chiuse e Luigino si addormentò placido e tranquillo sognando di un mondo che per lui avrebbe potuto benissimo finire lì.

 

L’inverno arrivò rigido e ventoso, asciugò la terra e poi pensò bene di ricoprirla di un candido manto di neve, alto abbastanza da formare una coltre isolante e lasciare fuori tutto il freddo che si sarebbe fatto sentire in quella gelida stagione, mantenendo in tal modo al suo interno tutto il caldo che la terra aveva assorbito durante l’ultima estate, calda stagione che sembrava ormai davvero tanto lontana ma in realtà ancora nascosta, nel tepore con cui la terra stava riscaldando ogni semino che vi aveva trovato rifugio e Luigino si crogiolava beato in questo tepore che lo coccolava quotidianamente. La vita del seme non era complicata, c’erano poche semplici regole, riposare, rinforzarsi e lasciarsi riscaldare per poi germogliare e diventare infine una bionda spiga di grano dondolante nel vento caldo di giugno, prima di venir mietuta per dar vita ad una nuova vita. Luigino conosceva bene queste regole, le aveva imparate velocemente alla scuola dei semini, dove aveva fatto anche le prove di lancio nel solco e di resistenza al vento ed aver imparato tutto questo lo aveva aiutato a raggiungere il posto dove si trovava adesso, solo che per lui quella era la sua destinazione finale e unicamente per quello aveva imparato la lezione. Non avrebbe certo voluto finire tra le fauci di un qualche uccellaccio o seccare al bordo del campo ma non aveva assolutamente nessuna intenzione di andare ancora avanti, per lui la lezione era finita, terminata, alt, stop, the end, finish, fine, non si sarebbe mosso dal suo caldo giaciglio di terra per tutto il sole del mondo.

 

Sopra la testa del semino Luigino il freddo imperversava, sbatacchiando qua e là le cose con il vento violento, ghiacciando l’acqua e impedendo agli animali di bere, facendo sparire quel poco che ancora rimaneva da mangiare ed ogni tanto lo sentivi addirittura ululare terrificante o sghignazzare mentre terrorizzava animaletti, contadini e sprovveduti di passaggio. Ah, meno male che Luigino aveva ormai deciso di restarsene al sicuro nel grembo della terra, lui no, non avrebbe mai avuto a che fare con ciò che lo poteva attendere là fuori, lui sarebbe scampato a tutto ciò restandosene comodo comodo nella sua casetta di terra. Gli amici semi erano rimasti sbigottiti della sua decisione, alla scuola per semi avevano imparato quello che avrebbero dovuto fare e Luigino non era stato certo tra i migliori, questo è vero ma non era stato nemmeno fra i peggiori ed il fatto che adesso fosse li al sicuro lo poteva dimostrare ma da qui a decidere di non germogliare ce n’era di strada. I semini cercavano di convincerlo ad abbandonare la decisione presa, a scuola avevano raccontato delle spighe di grano, del vento caldo, del sole e della pioggerella fine fin e avevano confermato che fuori ci sarebbe stato tutto questo ad aspettarli ed anche se ciò che avevano visto quando erano stati seminati era completamente diverso dalle loro speranze, si dovevano fidare di quello che era stato insegnato loro alla scuola dei semi, era loro dovere ed era loro piacere poter germogliare, crescere e dare nuovi semi alla terra. Ma ogni giorno Luigino si svegliava e chiedeva notizie a qualche formica di passaggio o ad un lombrico e questi gli rispondevano che fuori faceva freddo, brrrrrrrr e che frrrrredddo! No no no, si stava meglio sotto le coperte, qui c’era da mangiare, c’era la compagnia degli altri semini, il caldo tepore della terra e tanti deliziosi animaletti che correvano su e giù per cunicoli scavati tutto intorno a lui e che lo divertivano tenendogli compagnia, fuori lo aspettavano sicuramente il freddo e il vento gelido e ci sarebbe stato di certo da combattere contro corvi, cornacchie e storni e Luigino non ne aveva la minima intenzione.

 

L’inverno trascorse tranquillo e sereno come si era aspettato, l’abbraccio della cara madre terra nutrì con amore il semino Luigino come del resto fece anche con tutti gli altri e li rese forti, resistenti e capaci di germogliare, quando la primavera fosse arrivata. E la primavera infatti arrivò. Lo fece come lo fanno tutte le primavere, cominciò scaldando appena appena l’aria, quasi senza farsene accorgere e com’è come non è, un bel giorno il sole si ritrovò a brillare caldo e alto nel cielo mentre pioggerelline lievi bagnavano ogni tanto la terra, che in questo modo ritrovava la sua naturale morbidezza, perduta sotto la gelida morsa dell’inverno e dava modo ai semini sparsi in tutti i campi del mondo di poter finalmente germogliare. Gli amici di Luigino avevano ormai rinunciato a convincerlo a spuntare fuori e durante la stagione fredda avevano trascorso le giornate a ripassare le lezioni della scuola dei semi ed erano ormai pronti al grande salto, fra poco avrebbero visto la luce e il sole, la terra e l’acqua avrebbero regalato loro la vita. Anche il nostro semino aveva ogni tanto sbirciato fra i libri ma neppure le luminose illustrazioni dei suoi libri lo avevano convinto a prepararsi all’arrivo della stagione più frizzante e piena di colori che ogni anno poteva regalare, aveva detto no e no sarebbe stato, uffa!

 

A poterli vedere dall’alto lo spettacolo era meraviglioso, un’immensa distesa bruna cosparsa di file uniformi di un colore verde tenero, filari ininterrotti di germogli appena spuntati e pronti a diventare bionde spighe di grano, anzi no, non proprio ininterrotti perché la, ecco sì, proprio là, al centro, no, non il sesto, ecco sì, sì il settimo, il settimo filare mostrava una piccolissima, breve, quasi impercettibile interruzione e sotto, beh, sotto riposava ancora Luigino, testardo e timoroso fino all’ultimo, di quello che lo avrebbe potuto aspettare là fuori. Ma la natura è un universo che si muove oltre le nostre stesse volontà e per quanto si cerchi di fermarlo, questo se ne va vanti senza sentire ragioni, così anche se con un po’ di ritardo e contrariamente ai suoi desideri, Luigino cominciò a germogliare, lo fece senza accorgersene mentre stava continuando a pensare di non crescere metteva la prima radice e quando anche questa faceva per lui ormai parte del non crescere, il primo tenero timido germoglio vide finalmente la luce del sole.

 

E la vita lo travolse con la sua meravigliosa semplicità, Luigino non ricordò neppure di aver mai desiderato di non diventare pianta, non pensò alle cornacchie ed al gelo dell’inverno, cominciò invece a godere del sole con le sue verdi foglie ed a nutrirsi dell’acqua e della terra con le profonde radici. Cresceva a vista d’occhio ed ogni giorno era più alto e più robusto del giorno prima, fino a che tra le sue foglie cominciarono a spuntare i primi timidi, teneri, piccoli chicchi di grano. Una vera compagnia di scalmanati, mai fermi un attimo, tutto il giorno a dondolarsi al vento, piegando ripetutamente lo stelo di qua e di là e piano piano Luigino cominciò a maturare e ad imbiondirsi fino diventare una rigogliosa pianta di grano, pronta per essere mietuta e continuare la sua avventura in mille altri campi preparati per accoglierlo.

 

Alcuni dei suoi chicchi divennero pane, altri furono seminati l’inverno successivo e diedero vita a nuove piante i cui chicchi divennero pasta, farina e ancora pane di tutte le forme e le qualità e ancora oggi in ogni merendina, in ogni biscotto, in ogni torta, c’è un po’ di Luigino che crocchia sotto i nostri denti. È la risata allegra del semino che prima non voleva germogliare e che poi non ha più smesso, tanta era infine la gioia provata ed ogni estate si dondola beato sotto il vento caldo di scirocco mentre le lucciole illuminano la notte e i semi piccoli imparano cosa sarà domani.

 

IL BRUCO CHE VOLEVA DIVENTARE FARFALLA

 

 

Gigi era nato su di un bellissimo albero di mele, piantato chissà quando sulla sommità di un colle, dal lato dove il sole batteva tutto il giorno, era un posto davvero invidiabile. Dalla sua casa, che naturalmente si trovava all’interno di una verde e saporita mela, si godeva di uno splendido panorama che si apriva su tutta la vallata sottostante, prati infiniti disseminati di piante di melo si susseguivano fino dove l’occhio riusciva a non confondere i colori dei fiori e delle foglie con quelli delle albe e dei tramonti che si perdevano là, oltre l’orizzonte lontano e sbiadito. Ah già, dimenticavo di dire che naturalmente Gigi era un paffuto e vigoroso bruco di un colore crema chiaro lungo poco più di un petalo e con, ad una delle due estremità, due piccoli occhi che sembravano disegnati e risultavano poi l’unico modo per poter distinguere il capo dalla coda. Gigi trascorreva la giornata fra abbondanti rosicchiate all’interno della sua casa e spensierate passeggiate, compiute chiaramente strisciando sulla sua morbida ma resistente pancetta, fra i rami del melo che lo ospitava, la sera trascorreva gli ultimi momenti del giorno rimirando i colori dei tramonti e preparandosi ad una gradevole notte di riposo, l’indomani l’aspettava un’altra giornata di strisciate alla ricerca di cibo e passatempi.

 

Ogni mattina il bruco si alzava molto presto, appena albeggiava era già sul ramo a fare ginnastica, uno due, uno due per poi gettarsi su di un abbondante e succulenta colazione a base di mela. La sua ginnastica preferita erano gli addominali, riusciva a farli da disteso, piegando in due il suo corpicino o da alzato toccandosi la coda con la punta dell’affusolato musetto. Gigi si teneva in forma per la metamorfosi finale, quella trasformazione che l’avrebbe cambiato in modo molto evidente nell’aspetto esteriore e così, per prepararsi alla fatica dell’evento, allenava a dovere quel corpo che presto avrebbe abbandonato e a dire la verità, lo avrebbe fatto proprio volentieri perché non gli piaceva un granché anzi ad essere completamente onesti non gli piaceva per niente.

 

Gigi trascorreva la giornata allenandosi e mangiando, mangiando e allenandosi, desideroso di arrivare presto alla sera, sì perché la sera gli piaceva un sacco, appena il sole se ne era sparito tuffandosi sotto l’orizzonte, tutti gli abitanti dell’albero si riunivano sui rami, gli uccellini, gli animaletti del frutteto, gli insetti e a volte si univa all’allegra compagnia anche qualche volpe di passaggio o un cane che si sedevano sotto il cappello protettore dell’albero e tutti insieme ascoltavano le favole che il melo raccontava loro. E sì che il vecchio melo ne conosceva di storie belle, paurose, allegre e tristi, ce n’era per tutte le occasioni e per tutti i gusti, quando pioveva raccontava di posti dove il sole non scompariva mai, dove la luce teneva tutti allegri per giornate che non avevano mai fine e quando il caldo era insopportabile raccontava storie che si svolgevano in posti dove ogni tanto una leggera pioggerellina veniva a rinfrescare le serate, mitigando l’afa della giornata trascorsa. C’erano favole che parlavano di uccelli che volavano alti e di scoiattoli che avevano tane piene di noci ma quella che Gigi preferiva era la favola del bruco che diventava farfalla. La storia narrava appunto di un bruco, proprio come lui, che tutti guardavano con disgusto, proprio come lui faceva ogni mattina quando si specchiava in una goccia di rugiada e vedeva quei due puntini neri appena accennati sul quel corpicino giallognolo e a dire la verità un po’ molliccio, il povero bruco della storia viveva solo, emarginato da tutti gli altri i quali non lo ritenevano alla loro altezza per quanto era brutto, proprio come faceva lui, anche se era lo stesso Gigi ad estraniarsi dai giochi di gruppo, dai canti degli uccellini e dalle scorribande fra i rami, partecipava solo alle riunioni della sera, al buio, in disparte, nascosto sotto qualche foglia nell’attesa di ascoltare la sua favola più cara e nella speranza di non essere ne visto da qualcuno che si sarebbe certamente accorto della sua bruttezza. A Gigi nessuno aveva mai detto che era brutto ma per lui non aveva importanza, riusciva a vederlo da solo che il suo corpo non era come quello di un colorato uccellino o di una agile scoiattolo. La favola proseguiva con quella che sembrava la morte del povero bruco, il quale si richiudeva nel suo bozzolo, per la gioia di tutti, felici infine di essersene liberati ma che un po’ di tempo dopo se ne riusciva fuori vivo e vegeto sotto le sue nuove sembianze, una magnifica, maestosa, colorata e bellissima farfalla che avrebbe volteggiato su prati e fiori confondendo le sue ali nei mille colori del mondo che avrebbe sorvolato. Gigi si scioglieva in calde lacrime ogni volta che l’albero di mele arrivava a questo punto della storia e se ne strisciava velocemente nella sua mela a piangere e sospirare, lagnandosi della sua forma e felice però di quello che sarebbe diventato un giorno, una farfalla dai colori più luminosi che ci potessero essere, con ali grandissime che lo avrebbero portato via dal quel posto dove si era tanto sentito triste e solo. La sua giornata era quindi tutta programmata per preparare quel suo corpo, molle e umidiccio, al grande salto, si chiedeva come avrebbe mai fatto a costruire il bozzolo in cui si sarebbe rinchiuso per tutto il tempo necessario alla trasformazione ma era sicuro che al momento giusto la natura gli avrebbe regalato l’arte e il modo per costruire il più gran bel bozzolo che si fosse mai visto appeso ad un melo e  poi come un gran mago ne sarebbe uscito fuori nuovo e bello. E allora sì che avrebbe avuto il coraggio di farsi vedere da tutti, sarebbe andato dagli uccellini e avrebbe fatto vedere loro i colori delle sue ali e questi si sarebbero beccati dall’invidia e lo avrebbero pregato di regalare loro un po’ di quel giallo o di quell’arancione così solare, in cambio gli avrebbero donato il cinguettio dei loro gorgogli ed avrebbero cantato con lui fino a notte fonda ma Gigi non si sarebbe lasciato convincere e gli uccelli non avrebbero avuto altro da fare che volare a nascondersi per quanto sarebbero stati brutti paragonati a lui. Dopo avrebbe sbattuto forte le sue ali intorno al melo, facendo talmente rumore che anche gli indaffarati scoiattoli se ne sarebbero accorti e finalmente distratti dal loro continuo ed estenuante lavoro, sempre a raccogliere tutto quello che di commestibile c’era in giro e mai un attimo di riposo per curare il loro aspetto, li avrebbe abbagliati con le luminosità delle ali, avrebbe volteggiato davanti a loro che tanto si divertivano a far quei salti e quei balzi che il suo corpo da bruco finora non aveva certo potuto mai fare e allora tutto quel saltellare sarebbe stato niente dinanzi alle sue piroette e gli scoiattoli avrebbero sbattuto i loro denti aguzzi di qua e di là, pregandolo assolutamente di donare loro anche solo un poco di quell’agilità che lui, ormai farfalla padrona delle sue movenze, delle sue arti e delle sue possibilità, sapeva così ben manovrare. Gli scoiattoli avrebbero donato a lui le loro code con le quali si scambiavano messaggi di ostilità e di amore se solo lui avesse accettato di regalare a loro solo un briciolo ma solo un briciolino piccolo piccolo, della sua immensa, mirabile agilità di volteggio, in fondo a lui cosa sarebbe costato, un battito d’ali e avrebbe già recuperato quel poco che a loro sarebbe bastato ma Gigi non avrebbe accettato, non avrebbe certamente ceduto alle lusinghe di quegli adulatori che mai si erano presentati da lui con un gheriglio di noce quando era un semplice bruco. Vero è che nemmeno lui si era mai fatto vedere ma ne aveva ben donde e poi cosa importava, loro gli erano saltellati davanti agli occhietti per giorni e giorni senza sapere quanto lo facessero soffrire, era giunto quindi il momento che anche loro assaggiassero quell’amara nocciola. Allo stesso modo se ne sarebbe andato di ramo in ramo, di albero in albero, di animale in animale, a librarsi leggero e a sbattere le sue enormi ali di farfalla sì che nel frutteto non avrebbero fatto altro che parlare di lui, avrebbe sentito le voci sussurrare di ammirazione il suo nome o borbottarlo d’invidia, sotto ad una foglia o dietro un ramo e avrebbero costruito per lui una bellissima casa nella mela più grossa dell’albero più grosso dell’intero frutteto. Ci sarebbero state processioni di animali dal bosco vicino e addirittura dalla lontana fattoria per venire ad ammirare quella meraviglia della natura, nessuno sarebbe riuscito a credere che prima avesse potuto essere quello che invece in realtà adesso era veramente, un bruco giallognolo e si sarebbero narrate leggende sulla sua vita precedente, sicuramente qualcuna di queste avrebbe parlato di un gigantesco bruco, forte, colorato di un bel verde mela e con un andatura già importante allora, prima che si trasformasse in questa nuova e lucente farfalla attraverso la magia del bozzolo e qualcuno sarebbe andato in giro a vendere brandelli di bozzoli normalissimi, spacciandoli per quelli del bozzolo del bruco Gigi adesso divenuto la farfalla Gegè. E lui si teneva pronto a questo momento, allenava il suo corpo e lo nutriva pensando che per volare ci sarebbe voluta molta forza e probabilmente prima ancora glie ne sarebbe servita chissà quanta per costruire il bozzolo, per chiudercisi dentro e lavorare alla sua fantastica trasformazione. Nel frattempo passava le serate ascoltando le favole del vecchio melo fino alla sua preferita che non riusciva mai a seguire fino in fondo, perché appena il bruco si trasformava in farfalla Gigi era costretto a scapparsene via a rintanarsi nella sua mela dove piangere a più non posso.

 

Capitò allora un bel giorno che il nostro bruco Gigi cominciò davvero a provare una strana sensazione, inizialmente credette di aver fatto indigestione, visto che della sua mela ce n’era rimasta ancora poca da rosicchiare, decise così di fare una breve dieta per ristabilirsi ma il malessere persisteva e Gigi, improvvisamente illuminato, capì che era arrivato finalmente il momento. Passò delle giornate davvero brutte, non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo, non gli pareva di venire avvolto da alcun bozzolo, vedeva invece il suo corpo molle accorciarsi e allungarsi fino a trasformarsi in una pallina, sotto la cui superficie stava accadendo di tutto. Perso in questo gran tramestio dentro di sé alla fine Gigi, sfinito, perse i sensi, sognò di farfalle e di mele, di bruchi giganti e di uccellacci voraci che se li volevano mangiare, di scoiattoli dispettosi che non gli volevano regalare le noci, poi Gigi si perse definitivamente nel buio più scuro e cedette alla trasformazione in atto.

 

Si risvegliò chissà quanto tempo dopo, un minuto un giorno un anno, non riusciva proprio a capire quanto tempo potesse essere trascorso, quanta energia gli ci fosse voluta per compiere quello sforzo immenso. Beh ma cosa importava adesso, con tutta la ginnastica che aveva fatto e con tutto quello che aveva ingurgitato, l’energia necessaria per trasformarlo in una leggiadra farfalla il suo corpo l’aveva sicuramente trovata, la cosa più importante era che ce l’aveva fatta, adesso era una farfalla, una bellissima farfalla anche se lo diceva senza essersi potuto ammirare poiché non riusciva bene a vedersi, anzi non si vedeva per niente, poteva soltanto distinguere delle zampette nere che sicuramente erano la parte più insulsa del suo meraviglioso corpo di cui le ali invece avrebbero rappresentato il massimo dello splendore. Ritenne di avere un corpo molto allungato, si ricordava infatti di essere stato un bruco molto lungo, per questo non riusciva a vedersi le ali, distanti dai suoi occhi, era un vero peccato ma prima o poi avrebbe trovato un goccia di rugiada in cui specchiarsi e se fosse stata troppo piccola allora sarebbe arrivato fino al laghetto e librandosi sopra lo specchio d’acqua si sarebbe potuto finalmente ammirare e rimirare a dovere. Pensò bene a questo punto di andare un po’ in giro a far schiattare di invidia gli insetti che abitavano sull’albero e tutti gli altri animaletti, poi sarebbe partito volteggiando volteggiando, di melo in melo, a sbigottire tutti quanti. Volò tutto il giorno, intrufolandosi tra i fiori e infilando quelle sue zampette nere tra stami e pistilli e con una strana proboscide che si ritrovava tra gli occhi, succhiava il nettare dolcissimo che si nascondeva goloso tra i petali colorati dei meli e dei fiori di campo. Si domandò appena cosa fosse quello strano trombone che aveva al posto del naso ma la sua gioia era talmente esuberante che per quel giorno aveva deciso di non farsi crucciare da nessuna preoccupazione, non si curò nemmeno di quello strano zzzzzz zzzzzz che lo seguiva insistente, probabilmente aveva solo bisogno di allenare ben bene le sue leggiadre ali e quel noioso rumoraccio sarebbe sicuramente scomparso. Volteggiò nell’aria facendo figure acrobatiche, precipitandosi in picchiata sui prati, dove piccoli animaletti, altri insetti, piante, fiori ed erba lo potessero vedere nel suo splendore ma dopo tanta fatica e tanto volare si accorse che nessuno faceva caso a lui. Si indispettì alquanto della cosa e dopo una profonda ed attenta riflessione concepì la sua teoria, quei furbi del frutteto si erano messi tutti d’accordo durante la sua fase di bozzolo ed avevano certamente deciso di far finta di niente quando lui si fosse trasformato in farfalla, in tal modo sarebbero riusciti a farlo arrabbiare ed a rovinargli la giornata ma lui non avrebbe ceduto, avrebbe continuato a zigzagare leggero tra i fiori e quelli  potevano anche fingere di non vederlo tanto l’avrebbero visto lo stesso e di nascosto a lui si sarebbero mangiati le zampe fino alla giuntura.

 

Arrivò infine la prima sera della sua nuova vita e Gigi pensò bene di ritornare al suo caro melo per ascoltare ancora una volta quella favola che tanto gli era piaciuta e che tanto lo aveva sostenuto nella sua precedente vita da bruco. Si posò in prima fila, dove non aveva mai osato farsi vedere prima di allora mentre invece adesso tutti dovevano ammirare i suoi colori illuminati dal chiarore delle lucciole. Ascoltò le calde parole del vecchio albero fino a che arrivò finalmente il momento della sua storia, quella del bruco che era divenuto farfalla, mentre il melo raccontava Gigi si pavoneggiava davanti a tutti e la storia andava avanti negli eventi fino a giungere al momento della trasformazione che ancora una volta lo commosse come sempre aveva fatto ma quella volta non aveva vergogna di farsi vedere, anzi gli altri non potevano far altro che invidiarlo, per cui rimase lì davanti a tutti a sentire la fine della favola che fino ad allora non aveva mai ascoltato. La storia però non aveva un lieto fine, infatti la meravigliosa farfalla, che tanto aveva faticato per diventare bella e colorata, dopo un solo giorno di vita tra papaveri e fiori di campo moriva non appena deposte le sue uova nella mela più grossa del frutteto. Gigi scoppiò ancora una volta a piangere ma non di gioia e di emozione, questa volta piangeva di paura, il suo giorno era già quasi trascorso, presto avrebbe deposto delle uova, che non sapeva neppure di avere, sarebbe morto in un angolo solitario di prato e nessuno lo avrebbe più ricordato.

 

Il suo pianto ininterrotto attirò l’attenzione degli altri insetti che ascoltavano la favola, i quali gli si fecero vicini cercando di rincuorarlo, una cavalletta gli chiese cosa avesse, un maggiolino cercò di consolarlo, una zanzara pianse con lui solo per fargli compagnia e tutti si chiesero cosa avesse mai. Infine Gigi, con un profondo singhiozzo pianse fuori tutta la verità, presto sarebbe morto, la sua fine era vicina, di più vicinissima, non aveva più scampo. Gli altri insetti, gli animaletti e pure un bue che s’era trovato a passare di là per caso chiesero come mai potesse esser certo di questo. Gigi si rese conto che non capivano e rivolgendosi a loro chiese se avessero ascoltato bene la favola raccontata dal melo e la tremenda fine di quella storia, così eroica nel suo inizio, quanto tragica nel suo epilogo. La zanzara smise di piangere, lo guardò sbigottita e poi gli chiese cosa glie ne importasse a lui della fine che faceva la farfalla della storia, si era un finale triste ma cosa c’entrava tutto questo con lui, lui era soltanto un semplice, orrendo, nero, puzzolente moscone. Gigi rimase paralizzato, moscone, lui un moscone, con tutta la fatica che aveva fatto da larva fra diete e ginnastica per tenersi in forma e adesso sarebbe diventato solo un moscone, non poteva essere lo stavano prendendo in giro. Ma, forse… e se avessero ragione, se fosse stato vero quello che gli stavano dicendo, ecco… ecco perché non era riuscito a vedersi le ali, ecco perché nessuno lo aveva ammirato mentre volava sui prati, ecco perché tutti lo scansavano lui era un… un… uno schifoso, nero, orrendo e… sniff sniff… puzzolente moscone, uno di quei cosi che si posano dappertutto, persino sulle carcasse degli animali e sulla… sulla… bleah che schifo, il solo rammentarla era disgustoso ma tanto prima o poi anche lui, come tutti i mosconi, ci si sarebbe posato sopra, sopra una… una… bleah una cacca.

 

Gigi era sconvolto, tutta quella fatica per diventare un moscone, un semplice, brutto e nero moscone, non una maestosa e luminosa farfalla, che però sarebbe morta al primo tramonto. Beh, bisognava dire che la sua nuova vita da moscone aveva avuto un ottimo inizio, intanto sarebbe stata più lunga di quella di una farfalla e avrebbe potuto volare altrettanto alto e ancor di più, grazie alle sue dimensioni ed al colore si sarebbe nascosto meglio dai nemici i quali se lo sarebbero volentieri inghiottito in un sol boccone. E sì, certo che la vita da moscone era meglio di quella di farfalla, Gigi era stato proprio fortunato e di questo era stracontento, anzi ne era felice matto, perché adesso era davvero un moscone, un grosso, nero, simpatico moscone che da quel giorno se ne andò a zonzo felice per il frutteto, sibilando con le sue alucce incolori ma veloci e divenne amico di tutti quanti. Saltava di qua volava di là e se gli capitava non disdegnava certo di posarsi su una cacca, visto che poi non era quella gran cosa tremenda che aveva creduto. A sera si ritrovava con tutti gli amici per ascoltare insieme le favole del vecchio melo e quando arrivava quella del bruco che era diventato farfalla, tutti si mettevano immancabilmente a ridere di Gigi e lui rideva più degli altri. Ah che gran bella cosa la vita del moscone.

 

VITA DI UN FRANCOBOLLO

 

 

La vita del francobollo è notoriamente piena zeppa di pericoli ed alla fine della sua corsa è veramente difficile non andare a finire in un cestino, magari attaccato alla bolletta del gas o a una busta con della pubblicità dentro, che tanto quelle nessuno le legge e comunque sempre nella pattumiera vanno a finire. A volte ci sono dei francobolli più fortunati, quelli che vengono appiccicati sulle cartoline. Ah le cartoline, ce ne sono davvero di belle, con monti imperiosi, con monumenti famosi o con albe e tramonti sul mare e queste sono le più romantiche, quelle che si scrivono gli innamorati e dietro ci disegnano cuoricini e scrivono tante paroline dolci e tanti smack smack e pciù pciù, che poi tradotti nella lingua particolare degli innamorati vogliono dire tanti tanti ma proprio tanti tanti, tanti baci. Ci sono dei francobolli che invece vengono appiccicati per motivi di lavoro, bollette, fatture, lettere di protesta, raccomandate piene zeppe di parole difficili e complicate, di cui il più delle volte nemmeno quelli che le hanno scritte conoscono veramente il significato. Quelle lettere uggiose riempite di “Spettabile Tal dei Tali” “Si evince che” “Riferentesi a quanto in oggetto”, insomma quelle lettere che, anche se sono scritte nella tua lingua, sembra sempre che siano scritte in arabo e se sei Arabo sembra che siano scritte in indiano e se sei Indiano ti pare che l’abbiano scritta in italiano ma gli italiani non riescono proprio a leggerla. Insomma ce ne sono di rischi nella vita del francobollo, quello di venire appiccicati sulla busta sbagliata o di andare perduti in qualche cestino dei rifiuti, volare via lontano portati dal vento e finire nel becco di qualche uccello o in una pozza piena d’acqua e in men che non si dica sbriciolarsi tutti. Brrrrrr che brutta fine, mi vengono i brrrrrrividi solo a pensarci ma fra tutte le esperienze spiacevoli che i francobolli possono vivere, ce n’è una che è veramente la peggiore di tutte, non c’è brutta fine che possa esser messa a paragone dal capitare in una collezione. Messo in riga insieme a tanti altri e rinchiuso dentro un librone, pieno zipillo di francobolli di tutti i colori, di tutte le nazioni del mondo, francobolli allegri e spensierati che invece ingrigiscono dentro a quel librone, sistemato in alto sulla libreria del nonno, lontano da tutti, al sicuro da mani inesperte, raramente aperto e sfogliato se non in occasioni molto particolari, tipo quando viene a casa l’amico del nonno, quello con cui fanno scambi e acquisti di francobolli, allora c’è la possibilità che ricordandosi di un francobollo acquistato insieme, sfoglino quei libroni mentre lo cercano e allora tutti i poveri francobolli possono finalmente vedere un po’ di luce e respirare un po’ d’aria nuova.

 

Gigi era un francobollo di una serie normalissima, di quelli che si usano comunemente per mandare lettere e cartoline e non si sarebbe mai aspettato di finire tra le mani di un collezionista. Uscì da sotto la pressa della stampa attaccato per le manie per i piedi con i suoi fratelli, tutti uguali, tutti con impressa addosso la buffa faccia rosa di un signore, tale Luigi nonmiricordocome, il che gli portò appunto il nomignolo di Gigi rosa con cui negli anni rimase poi famoso fra tutti i postini e i portalettere. <Oggi avrò imbucato cento Gigi rosa>, dicevano per farsi grossi e dare ad intendere che avevano lavorato tanto e delle persone antipatiche dicevano invece, <Quello, buono quello non gli mandano nemmeno un Gigi rosa>, per far capire che a quella persona non gli scriveva mai nessuno. Insomma il nostro Gigi vedeva già timbrata su di se la misera fine che avrebbe dovuto fare. Un triste angolo di una busta bianca e scialba, senza colori se non il nero scuro di un indirizzo, presso il quale sarebbe stato presto stracciato e ridotto in mille pezzi, perché magari accompagnava un conto da pagare o un richiesta di danni o addirittura la pubblicità di qualcosa che non sarebbe servito a nessuno. Ormai rassegnato alla sua triste fine si teneva stretto per le mani ai suoi fratelli, pronto a cadere nel sacco che lo avrebbe accompagnato dal tabaccaio per essere venduto da solo o in fila con i compagni di sventura. Finì invece in un raccoglitore di cartone duro e finemente rilegato, era di un rivenditore per collezionisti, eh sì, anche se il Gigi rosa era un francobollo qualunque non poteva certo mancare nelle collezioni migliori, perché una collezione era veramente completa solo quando non mancava niente, neanche i francobolli più comuni. Fu in questo modo che Gigi finì insieme a pochi dei suoi amici nel negozio di filatelia del signor Francesco Bollo, che tutti chiamavano naturalmente in maniera molto amichevole Franco Bollo. La sera stessa passò il famoso collezionista Bustarelli che acquistò, senza nemmeno accorgersene, quel normalissimo francobollo insieme ad altri con figure e valori diversi ed a un paio di pezzi rari di estremo valore, così alto che Gigi non se lo sarebbe nemmeno potuto immaginare. Il signor Bustarelli tornò a casa e si mise subito a sistemare i nuovi acquisti, aveva intenzione di mettere a posto velocemente quelli più comuni, per poi  dedicarsi con calma ai francobolli di maggior valore, così aprì il suo librone pieno zeppo di figure di tutti i tipi e tutti i colori che però a guardarle lì rinchiuse sembravano tutte grigie e tutte uguali. Appena se ne avvide, Gigi esclamò fra se e i suoi sventurati compagni che lui lì dentro non ci voleva davvero finire, quel signor Bustarelli non voleva bene ai suoi francobolli, li teneva lì rinchiusi solo per il loro valore, perché forse un giorno avrebbe voluto venderli tutti insieme e farci un gran bel guadagno. No, non era proprio il caso di rimanere tra le grinfie di quello speculatore che li avrebbe fatti invecchiare per benino per rivenderli a chissà chi, che magari li avrebbe tenuti un altro po’ tra la polvere e gli scaffali senza mai voler loro un po’ di bene. Proprio mentre Gigi pensava alla derelitta fine che avrebbe fatto, si spalancò d’improvviso la finestra ed un benarrivato colpo di vento fece volare per aria i francobolli e gira gira, vorticando tra le mani del vento andò a finire che il signor Bustarelli recuperò tutti i francobolli tranne che Gigi. Il collezionista pensò che in fondo non era stato un gran danno, lo scomparso non era altro che un comune Gigi rosa, l’indomani se ne sarebbe potuto comprare cento se solo avesse voluto, i francobolli più importanti, quelli di valore erano tutti di nuovo tra le sue grinfie. Bustarelli chiuse la finestra e in un soffio di tempo già si era dimenticato del nostro amico Gigi, già ma dov’era volato, dopo che quel benevolo soffio di vento l’aveva strappato dalle pinzette di Bustarelli, non è che per caso fosse finito dalla collezione alla carta straccia senza aver mai affrancato nemmeno una cartolina di un concorso a premi?

 

Il povero francobollo se ne volò tutta la notte sopra i tetti delle case e le strade illuminate ed ogni volta che sembrava abbassarsi il suo cuoricino si metteva a battere forte forte, per la paura che aveva di finire nelle mani sbagliate. Giunse infine il mattino e vola vola, sulle ali di quel venticello, Gigi andò a finire nel bel mezzo del mercato del paese, proprio sulla bancarella della signora Cetrioli, esattamente fra la lattuga e i fagiolini. Lì per lì nessuno si accorse di niente, il bancone era molto grande, pieno di verdure e di frutta che arrivava da tutto il mondo e la signora Cetrioli era molto indaffarata a sistemarlo per bene nell’attesa che si facessero veder i primi clienti. Gigi si appoggiò sopra la cesta della lattuga e quella poca umidità che trovò tra le foglie fresche, fece sì che vi rimanesse appiccicato almeno quanto bastava per non rimanere preda del vento che sembrava volerselo portare via di nuovo. A quel punto il francobollo, scoraggiato dagli avvenimenti, temette che la sua fine fosse dunque arrivata, aveva appena affrancato una cesta di lattuga, certo non era da tutti, chissà dove l’avrebbero spedita, si chiese prendendosi in giro e già si immaginava la signora Cetrioli che imbucava la lattuga spingendola a forza nella stretta fessura della cassetta della posta. Mentre nel suo sogno ad occhi aperti un postino sbalordito si grattava la testa nel vedere la lattuga all’ufficio postale, arrivò tutta frettolosa la cameriera della signora De Vegetalis per sbrigare la spesa settimanale di frutta e verdura e fra le tante varietà scelte decise di acquistare anche un bel cesto di insalata, fu in questo modo che Gigi venne trovato e la negoziante pensò bene di spiccicarlo dalla lattuga, non senza un poco di dolore per il povero francobollo e di metterlo in cassa, sicuramente avrebbe potuto darlo di resto a qualcuno, magari a quella signora Perotti che gli stava tanto antipatica, lo lasciò cadere tra le monete e chiuse il cassetto. Il Gigi rosa rivide la luce poco dopo quando, arrivata la signora Perotti, la fruttivendola glie lo rifilò di resto, accampando come scusa il fatto che purtroppo quella mattina non aveva altra moneta da darle. La signora Perotti a cui invece la negoziante stava simpaticissima, davvero strano il mondo a volte, accettò di buon grado quel resto sotto forma di francobollo, ricordandosi in quel momento che era trascorso tanto tempo da l’ultima volta che aveva scritto al suo amico Gustavo Lamela e che quella poteva essere l’occasione buona per mandargli una bella lettera. Infilò Gigi nel borsellino, prese le pesanti sporte della spesa e se ne tornò a casa. Gigi intanto tirò un sospiro di sollievo, a lui quella signora Cetrioli non era piaciuta per niente, faceva i prezzi a simpatia, non toglieva la frutta marcia e metteva il dito sulla bilancia per far pesare di più le cose che vendeva, anche lei non era certo una che gli avrebbe potuto voler bene, non era proprio una tipa da francobolli ed era davvero contento di essersela svignata sotto forma di resto, per quell’antipatica non avrebbe affrancato nemmeno una foglia di spinacio.

 

Per qualche giorno Gigi rimase rinchiuso e dimenticato nel borsellino della signora Perotti, la quale per di più si era completamente dimenticata di lui. Ahi ahi, disse fra se, ecco un’altra alla quale dei francobolli non importa un fico secco, è dunque questa la fine che mi si prospetta, schiacciato da monete di ogni valore e dimensione in questo posto buio e angusto, fino a diventare una pallina di carta, un bel giorno qualcuno aprirà il borsellino, mi vedrà e chiedendosi cosa mai potessi essere mi getterà distrattamente per terra e sospirando si mise in attesa che il suo crudele destino avesse compimento. Ma non andò così, Gustavo Lamela telefonò una sera alla signora Perotti e conversò con lei per tre ore, se ne stettero attaccati al telefono a parlare dei bei tempi, del mare, dei monti, insomma si dissero tutto ma proprio tutto, tanto che dopo aver riappeso la cornetta, alla signora Perotti torno improvvisamente in mente il francobollo che aveva nel borsellino è pensò che a quel punto non le serviva più, con il suo amico si erano detti davvero tutto e non c’era più alcun bisogno di scrivergli, avrebbe infilato il Gigi rosa da qualche parte in attesa di averne bisogno. Così sempre più amareggiato e deluso, Gigi pianse ancora una volta della sua rocambolesca vita che precipitava continuamente dalla fattura nella bolletta. Ma ancora una volta il vento soffiò dalla sua parte. Luigino, il figlio della signora Perotti, stava preparando una ricerca per la scuola che aveva come tema i vari modi di comunicare e fra questi c’era naturalmente anche il servizio postale e di conseguenza i francobolli. Fu per questo che Luigino chiese alla madre se avesse mai un francobollo da dargli per la ricerca e la mamma pensò bene di regalargli il Gigi rosa, tanto non aveva che poco valore per cui Luigino lo poteva anche appiccicare sul quaderno delle ricerche. Finalmente, dopo tanto girovagare, Gigi si sentì al sicuro, le mani delicate del bambino lo trattavano come se fosse stato un opera d’arte. Luigino non aveva mai toccato un francobollo prima di allora e a lui sembrava davvero una cosa importante e poi quel piccolo pezzo di carta aveva una buffa faccia disegnata sopra, sembrava quasi che ridesse e gli volle subito un gran bene e poi quello strano tipo raffigurato sul francobollo si chiamava come lui, Luigi nonmiricordocosa e questo glie lo rese ancor più simpatico, anzi si immaginò di essere proprio lui e così decise di non appiccicare il francobollo sul quaderno delle ricerche, no, ne avrebbe fatto un uso migliore.

 

Luigino voleva molto bene alla sua maestra Angelina Serena, era molto brava e paziente con lui e con i suoi compagni che invece, messi tutti insieme facevano sempre una gran confusione ed alla povera maestra serviva sempre un sacco di pazienza, era brava ad insegnare, raccontava delle storie bellissime e disegnava con i colori dell’arcobaleno, fu per questo motivo che Luigino decise di regalare il Gigi rosa alla maestra.

 

La maestra fu molto felice del regalo fattole da Luigino, certo per lei un francobollo non era una cosa importante, fosse stato di valore o un comunissimo Gigi rosa ma quello che le fece un immenso piacere fu il fatto che Luigino, di solito scontroso e quasi sempre con il broncio sul viso, le avesse porto il regalo con un gran sorriso ad illuminargli il volto. Anche Luigino rimase molto contento del fatto che la maestra avesse accettato il suo gentile pensiero e la giornata si concluse felicemente per tutti, beh già ma il povero Gigi rosa, sballottato, scambiato, donato che fine avrebbe fatto? La maestra Angelina era una signorina molto ma molto molto delicata e pensò bene di conservare il francobollo nell’agenda personale che portava sempre con sé, in modo da non separarsene mai, il Gigi rosa era divenuto per lei un simbolo di affetto, quello del suo bravo alunno Luigino e quello che tutti avrebbero potuto avere verso gli altri, magari utilizzando il francobollo per affrancare una lettera d’amore o un cartolina di saluti affettuosi per una persona cara, cosa che invece purtroppo è sempre più rara.

 

Capitò, che alla fine di quella primavera, la scuola in cui insegnava la signorina Angelina organizzasse una gita per tutti gli alunni e la maestra si offrì volentieri di accompagnare i bambini nel luogo che era stato prescelto e così una bella mattina di sole se ne partirono tutti quanti per una divertente gita al mare. Fu un giorno davvero piacevole, il tepore della primavera tenne compagnia alla gita per l’intera giornata, i bambini furono come sempre scalmanati e incontenibili, chi saltava di qua, chi correva di là, ci furono i soliti graffi, litigi, botti e saette, come succede sempre in queste occasioni ma fu proprio una giornata splendida e gioiosa. Quando alla sera giunse il momento di ripartire la signorina Angelina si ricordò del regalo che le aveva fatto Luigino, il francobollo, quel Gigi rosa che le era stato donato con così tanto amore dal suo alunno più scorbutico. Forse era giunto il momento di utilizzarlo, di donare anche lei il Gigi rosa ad una persona molto cara. La maestra Angelina era infatti una signorina molto ma molto molto timida e molto ma molto molto innamorata di un bellissimo professore che insegnava nella scuola accanto. I due si erano parlati più di una volta ma non erano mai riusciti a dichiarare il proprio amore l’uno all’altra. E sì! Anche il professor Gigioni era innamorato della bella Angelina ma anche lui era molto ma molto molto timido, era dunque giunto il momento di dare un bello scossone alla situazione. La maestra comprò una dolcissima cartolina con un romanticissimo tramonto sulla riva del mare e la mandò al professore. “Ti penso molto e questo tramonto mi ha ricordato te”, queste furono le parole che scrisse velocemente prendendole direttamente dal suo cuore, vi appiccicò sopra il Gigi rosa inumidendolo con un bacio e poi imbucò la cartolina.

 

Il povero francobollo non ebbe nemmeno il tempo di accorgersene, era infatti diverso tempo che aveva trovato la sua felice posizione nell’agenda della maestra. Dentro c’erano un sacco di cose belle da leggere, i suoi pensieri, quelli affettuosi verso i propri alunni e quelli innamorati rivolti al professor Gigione, c’erano gli appuntamenti e gli accadimenti di ogni giornata, insomma era proprio fantastico starsene lì beato in tutto quel turbinar di affetto. Se ne stava placido e tranquillo tra i ricordi e gli appuntamenti quando, tutto ad un tratto, venne delicatamente prelevato dalle dita della maestra, amorevolmente baciato, al che il suo rosa si arrossì alquanto ed infine si ritrovò appiccicato su quella cartolina, con il tramonto da una parte ed i saluti dall’altra. Era molto bella e molto dolce ma sicuramente significava la sua fine.

 

Si era ritrovato appiccicato su quella cartolina e infilato nel buio della buca della posta e lì aveva conosciuto altri compagni di sventura. Nella penombra lettere e cartoline erano ammassate le une sulle altre e si udiva, inconfondibile, il lamento dei francobolli che si disperavano per esser stati incollati chi su una fattura, chi su una lettera di protesta, chi su una pubblicità. Servì poco al nostro Gigi rosa per rendersi conto che, in fondo, lui era stato fortunato, almeno per il momento, quella su cui si era ritrovato era una cartolina con un bellissima frase di affetto che molto probabilmente sarebbe stata ricevuta con gioia, probabilmente, perché tutto ciò non impediva certo che, quando fosse stata consegnata al destinatario, questi l’avrebbe potuta anche gettare nel cestino o infilare in un libro alto come un mattone e dimenticarlo lì, nello stretto buio di una libreria. Ma, per fortuna, così non andò.

 

Infatti proprio grazie a quella romantica cartolina, la maestra Angelina ed il professor Gigione si sposarono l’anno successivo, ci fu una gran festa a cui furono invitati tutti i maestri e tutti i professori e nella chiesa addobbata a festa cantarono in coro gli alunni della maestra Angelina, tra cui anche Luigino, che a suo modo aveva contribuito a che tutto ciò si realizzasse. Furono fatte tantissime foto, Angelina e Gigione le raccolsero in un album con la copertina di cuoio e le pagine cartonate e sulla prima di queste, in bella vista, fu messa la famosa cartolina che la maestra aveva spedito durante la gita, quella con quel tramonto così romantico che aveva fatto sciogliere il cuore del professore e gli aveva dato il coraggio di chiedere la mano di Angelina. La dolce missiva se ne stava lì, beata e contenta di essere l’introduzione di una lunga storia d’amore. Dall’angolo, in alto a destra della cartolina, rideva anche la faccia di Luigi nonmiricordocosa, era davvero felice di aver concluso in una maniera tanto simpatica la sua rocambolesca storia di francobollo. Eh sì, aveva trovato proprio il posto giusto su cui essere appiccicato e adesso se ne stava a gongolare fra foto ridenti e ricordi sereni di una bellissima giornata. Ogni volta poi che gli sposi aprono l’album per far vedere agli amici le foto del loro matrimonio, tutti chiedono notizie di quella strana cartolina e la singolare storia comincia sempre con le vicissitudini del simpatico francobollo rosa che se ne resta beato ad ascoltare e a ricordare insieme con gli sposi, gli amici, le foto e la simpatica faccia di Luigi nonmiricordocosa. 

 

LA TRISTE STORIA DEL MOSTRO BABALU’

 

 

Babalù non era un mostro così spaventoso come lo si poteva ammirare minaccioso, dipinto sulle pareti del baraccone o trasformato in pupazzone semovente, teso a mezz’aria ad incombere sugli sventurati coraggiosi che si avvicinavano al tunnel delle paure. L’esagerata brutalità con cui veniva rappresentato, altro non era che un meschino tentativo di attirare l’attenzione ed invogliare impavidi bambini, ragazzi in cerca di brividi e magari qualche coppietta in vena di scherzi ad entrare nel tenebroso Tunnel del Terribile Mostro Babalù. Denti acuminati, sangue grondante da ogni dove, mani ossute con unghie come artigli, uno spettrale mantellone nero, pieno di buchi riempiti da orride ragnatele e con un bel ragno peloso proprio nel mezzo, occhi spiritati, ripieni di sadiche venuzze rosse e cerchiati di grigio di nero e di rosso, pupille dilatate, fronte rugosa e un espressione feroce tra il famelico, il rabbioso e lo spietato. Era alto tra i tre e i quattro metri, il disegno chiaramente non il mostro in carne ed ossa ed era situato proprio sopra l’ingresso del tunnel delle paure, una gamba di qua e una gamba di là con il mantellone nero ad aprirsi improvvisamente, verso una buia caverna che inghiottiva la macchinina su cui grandi e piccoli si sarebbero timidamente seduti, con i compagni di viaggio e tutte le loro paure. L’avventura aveva inizio, ormai non c’era modo di tornare indietro, bloccati sulla poltroncina, fra lampi di luce rossa e ragnatele che strusciavano viscide sul viso, il terribile viaggio nel tunnel aveva avuto inizio. Fantasmi che apparivano all’improvviso, rumori spaventosi, grida agghiaccianti, vampiri, pipistrelli, streghe e brutti ceffi con coltellacci e mannaie insanguinate, sopra alle loro povere vittime con la pancia spalancata e le budella di fuori, facce mostruose, mani uncinate che si avvicinavano di scatto per poi sparire nel buio ed infine, poco prima che il percorso all’interno del tunnel giungesse al termine l’attrazione principale. Eccolo, lui, l’inimitabile, il solo, unico, imponente, terribile, terrificante, sanguinario, spaventoso Mostro Babalù. A quel punto tutti i visitatori, fossero bambini, ragazzi, coppiette o genitori che accompagnavano i loro piccoli in quel mostruoso mostrario di mostri, a quel punto, immancabilmente, come se fosse d’obbligo, come se si fossero dati appuntamento sempre, costantemente, indipendentemente dall’umore di ognuno, tutti ma quando dico tutti voglio proprio dire tutti tutti tutti, tutti appena lo vedevano, appena se lo ritrovavano improvvisamente davanti, tutti… ridevano. Eh sì, ridevano davvero, invece di urlare di terrore, piangere, scappare, nascondersi, gridare, si mettevano proprio a ridere e non c’era davvero modo di farli smettere, figuriamo di non farli neppure cominciare, il famoso e mostruoso Babalù non riusciva davvero a fare paura. Dopo aver ammirato il temibile ritratto, dipinto sulle pareti esterne del baraccone della fiera e dopo essere passati sotto alle gambe del terribile pupazzo, famelico e orripilante posto all’ingresso del tunnel, ritrovarsi davanti a Babalù in carne ed ossa non era una delusione ma un esilarante sorpresa. Babalù in realtà era Luigi Teneroni, travestito alla bell’e meglio da mostruosissimo mostro ed uno che si chiamava così, non poteva di certo incutere paura a nessuno. Luigi Teneroni, piccolino e magrolino, conosciuto nell’ambiente del circo, delle fiere e dei luna park come Gigione, proprio per ironizzare sulle sue fattezze da Gigino, era nato sul carrozzone del tiro a segno, in una serena notte estiva. I suoi genitori giravano il paese in lungo ed in largo ed in quei giorni si erano ritrovati a parcheggiare la loro casa su ruote in una bellissima e simpatica cittadina di mare dove ci sarebbero state tantissime feste e tanta gente allegra. La sua nascita aveva portato tanta letizia nella famiglia e tra tutti gli amici che con i suoi genitori, Pierluigi e Marialuigia Teneroni, scarrozzavano in giro attrazioni e divertimenti di tutti i tipi. Era cresciuto fra Montagne Russe, Tappeti Volanti, Pesca della Papera e pesciolini rossi ed era sempre stato allegro e spensierato, bravissimo a manovrare i macchinari con cui tanta gente si divertiva e altrettanto bravo ad intrattenere i bambini piccoli ed anche gli adulti, ottimo giocoliere, aveva divertito grandi e piccini anche sotto il caldo tendone di un circo, con magie, equilibrismi e mille invenzioni stupefacenti. Il mondo del circo e quello dei girovaghi dei luna park è però un ambiente strano, particolare e difficile, così piano piano Gigione che aveva pensato a divertire e divertirsi, si era disfatto dei suoi baracconi e con il tempo si era ritrovato a fare lavoretti un po’ qua un po’ là per il Tiro a Segno, per le Montagne Russe per il Labirinto degli Specchi. Tutto questo però lo aveva sempre più allontanato dal contatto diretto con i bambini, accumulando in lui un’enorme tristezza che lo aveva rinchiuso dietro un sorriso triste da rivolgere alle coppiette mentre consegnava un orsetto di peluche, vinto con dieci centri precisi. Alla fine l’ingenuo Gigione si era ritrovato a lavorare nel baraccone del trenino delle paure. Prima a fare le pulizie, poi era passato alla cassa, poi aveva fatto il fantasma, il brigante con il coltello e quando il vecchio Mostro Babalù se ne era andato in pensione, con le sue grida agghiaccianti e con i denti affilati, il padrone del baraccone aveva dato proprio a Gigione l’incarico di spaventare grandi e piccoli che si fossero trovati a passare sotto le gambe del mostruosissimo mostro. Gigione faceva del suo meglio, spaventare non gli era mai riuscito bene, ne da fantasma, ne con il coltello in mano ma quelli erano personaggi di secondaria importanza, adesso lui impersonava l’attrazione principale, quella per cui tutti entravano tremando nel buio tunnel delle paure, quella da cui tutti volevano essere spaventati ma a Gigione non era riuscito molto bene. Mingherlino com’era non incuteva certo paura per una particolare possenza fisica o per la sua stazza, non assomigliava certo al mostro semovente che protendeva i suoi braccioni fuori dall’entrata e con la sua faccia ormai triste, non riusciva neppure a fare qualche smorfia disgustosa, figuriamoci far paura o addirittura terrorizzare qualcuno. Dopo un po’di tempo divenne comunque famoso, tristemente famoso, i bambini facevano la fila per entrare nel baraccone del mostruosissimo mostro, entravano frementi e timorosi e se ne uscivano piegati in due dalle risa, con i genitori accanto a loro che si sganasciavano dalla risate. Gigione ormai non ci faceva nemmeno più caso, a lui non era mai piaciuto lavorare nel tunnel delle paure, non gli era piaciuto fare il fantasma o tenere coltellacci finti in mano, figuriamoci fare Babalù, il mostruosissimo mostro. E così andò ancora avanti con il suo triste lavoro, deriso e sbeffeggiato da tutti. Tutto procedette bene, per il padrone del tunnel delle paure non per Gigione naturalmente, finché la novità del mostro che faceva ridere fece il giro delle città visitate dal baraccone, quando poi la particolarità dell’attrazione non destò più alcun interesse, le cose si misero male per tutti e in special modo per il men che meno mostruosissimo mostro Babalù. Non faceva paura, non l’aveva mai fatta e non faceva più nemmeno ridere, per cui alla fine, con estremo dispiacere, il padrone del tunnel delle paure fu costretto a cercarsi un nuovo mostro e Gigione dovette finalmente rinunciare a lavorare in quel buio tunnel in cui tanta tristezza l’aveva accompagnato. Prese le sue poche cose, le chiuse dentro una piccola valigia e se ne andò per il mondo triste e sconsolato, con in testa una parola che rimbalzava da una parte all’altra, nell’attesa di poter esplodere in una brillante idea, Babalù, Babalù, Babalù, Babalù…

 

Con la valigia penzoloni ed il suo umore a farle triste compagnia, Gigione cominciò a girare il mondo, arrangiandosi con i più vari e svariati lavoretti. Parcheggiatore notturno fuori da una discoteca, recuperatore di carrelli fuori da un supermercato, mungitore di capre per un formaggificio e mille altri strani ed inconsueti, chiamiamoli così, lavori. Tutto questo però non faceva altro che aumentare la sua tristezza. A lui piaceva molto stare in mezzo alla gente e ancor più gli sarebbe piaciuto stare tra i bambini, così girava il mondo ma trovava lavori che lo tenevano sempre fuori da qualcosa e più lui sognava di entrare, di stare tra e più era costretto a lavorare fuori. Con se teneva sempre il vestito con cui aveva tentato inutilmente di spaventare i piccoli frequentatori del tunnel delle paure, il mostruosissimo mostro, il terrore dei terrori, il Mostro Babalù. Ogni tanto lo indossava, quando trascorreva le notti all’aria aperta, sotto un albero o in aperta campagna. Si travestiva e cominciava a correre nei campi ululando e gridando ma anche in quel caso la sua tristezza l’aveva sempre vinta, chissà come mai gli sembrava sempre che gli animali notturni, gufi, civette, barbagianni, tutti loro lanciassero versi che arrivavano alle sue orecchie come delle sonore sghignazzate. Come se anche loro lo canzonassero della sua buffa e assurda trasformazione, così inadatta al suo corpo mingherlino, ai suoi occhi brillanti e al suo sorriso, che anche nella tristezza più profonda appariva sempre come un raggio di sole e mai come un ghigno. Il ghigno che il terribile Babalù, avrebbe dovuto mostrare per spaventare tutti coloro che si fossero trovati a passare dalle sue parti. Gigione era proprio stufo della sua tristezza e continuava ad ascoltare il rimbombo di quella parola dentro al sua testa: Babalù, Babalù, Babalù, Babalù… Iinsisteva nell’indossare ogni tanto quel vestito che, anche se lo aveva portato lontano dal suo lavoro, era ancora convinto che lo potesse riavvicinare ai suoi amici preferiti, i bambini. Sempre così allegri e spensierati e sempre pieni della voglia di giocare e di divertirsi, come lui sentiva dentro di sé. Capitò che Gigione si fosse trovato ad accettare di nuovo un lavoro in un circo, si occupava di portare fuori gli elefanti dopo il loro numero con il domatore che li aveva fatti barrire, correre e saltare, per quanto possono saltare gli elefanti, che si era sdraiato sotto di loro e che li aveva fatti stendere uno sull’altro. Quando erano stanchi, sfiniti e affamati, venivano affidati a Gigione che li ristorava, li rifocillava e li riaccompagnava nei loro recinti. Lo stesso capitava con i cavalli bianchi, che avevano corso a perdifiato con le ballerine equilibriste sulla groppa e con i cavalli neri che avevano galoppato fino allo sfinimento, con i domatori che si erano divertiti a saltarci sopra, sotto e attraverso e poi ancora con una coppia di simpaticissimi struzzi, con cui gigione si divertiva moltissimo. Erano davvero strani, dopo aver corso per tutto il tempo, esibendosi all’interno del circo avevano ancora il fiato e la voglia sufficienti per correre ancora dietro al povero Gigione, il quale si divertiva un mondo a scherzare con loro e a farsi rincorrere da i due grossi pennuti. Fu proprio in una di queste occasioni che la sua vita ritrovò la gioia e lo riportò finalmente vicino ai suoi più cari amici.

 

Aveva fatto molto tardi la sera prima, aveva pulito le gabbie dei leoni, quelle delle tigri, aveva strigliato i cavalli bianchi e anche quelli neri, aveva pettinato le piume dei dispettosi struzzi e poi stanco e sfinito ma sereno di quel suo piacevole lavoro in mezzo agli animali, che poi sono un po’ come i bambini bisogna sempre dirgli tutto e non danno mai retta, si era messo il suo vestito preferito, quello del mostruosissimo mostro, il terrore dei terrori, il temibile Babalù e se ne era andato a correre per i campi che circondavano l’accampamento del circo, gridando e ululando come un vampiro nel cuore della notte. Gli animali intorno a lui lanciavano i loro versi che non sembravano più delle sghignazzate ma delle risate divertite e Gigione correva e ululava alla luna, insieme agli uccelli notturni ed ai cani solitari. Corse tutta la notte, fino a che si addormentò con addosso il suo vestito da Mostro Babalù ed un sorriso sereno stampato sulle labbra. Si risvegliò con il sole che lo accarezzava caldo e subito si mise al lavoro con i suoi amici animali dimenticandosi di aver ancora indosso il vestito di Babalù. Preparò la colazione per gli elefanti, per i cavalli bianchi e anche per quelli neri e poi entrò nel recinto degli struzzi con due belle scodelle di semi e verdure, una prelibata colazione per i due enormi animaloni alati. Tanto per cambiare gli struzzi cominciarono subito a becchettarlo come ogni mattina e Gigione si mise a correre con le scodelle in mano e gli struzzi dietro. Sarà stata la serena nottata trascorsa nei campi, saranno stati gli struzzi, sarà stato il vestito del mostruosissimo mostro che ancora indossava, fatto sta che Gigione si mise a gridare e ululare proprio come faceva quando impersonava il Mostro Babalù nel tunnel delle paure. Gridava, ululava e correva con le scodelle in mano e gli struzzi dietro che cercavano di raggiungerlo con le loro lunghe gambe, i loro lunghi colli e i loro duri becchi, starnazzando e spiumando. Beh! Era proprio una scena da non perdere ed infatti non se la perse nessuno. Non se la perse il padrone del circo che passava di là con il direttore ed il capo dei clown, non se la persero gli animali e nemmeno la donna cannone ed il marito, l’uomo proiettile. Non se la persero neppure gli alunni della scuola del paese, che proprio quel giorno erano in visita al circo. Insomma, erano tutti là a godersi il buffissimo spettacolo del famosissimo Mostro Babalù ed i suoi strampalati Struzzi. L’intera scolaresca era letteralmente piegata in due dalle risate, i bambini si scompisciavano con una mano davanti alla bocca e l’altra che batteva energicamente e ripetutamente sulle gambe, era una scena irresistibile a cui tutti furono felici di aver assistito.

 

I bambini ridevano, Gigione ululava e gridava, gli struzzi starnazzavano e correvano dietro al felice Mostro Babalù. I bambini ridevano e gigione corse, corse, corse fino a diventare l’attrazione principale del Gran Circo degli Animali. C’erano gli elefanti, con il loro numero pericoloso ed imponente e c’era anche il Mostro Babalù che incombeva dall’alto ululando e digrignando i suoi famosi, famelici, simpatici dentoni aguzzi, c’erano i cavalli bianchi e anche quelli neri e  c’era Gigione, nel suo maestosissimo travestimento da mostruosissimo mostro, che rincorreva le ballerine o saltava in groppa con i domatori e digrignava i dentoni mentre il pubblico delirava dal gran ridere, bambini che se la facevano sotto, donne che si tenevano la pancia e uomini piegati dal ridere. E poi c’erano gli struzzi e allora non poteva certo mancare il Mostro Babalù, con il suo numero principale, la corsa con gli struzzi. Solo che Babalù non montava sopra ai grossi uccelli come fanno i Gauchos delle Pampas ma se la dava a gambe con i due mastodontici volatili che lo rincorrevano fino all’ultimo fiato ed a quel punto veniva giù circo, tendone, spalti, carrozzoni, gabbie e tutto quel che ci poteva essere per il gran ridere.

 

Finalmente il semplice e amorevole Gigione aveva trovato il sereno lavoro che faceva per lui, poter dare gioia e divertimento a grandi e piccini. Per anni ha lavorato nel gran Circo degli Animali e quando la sua fama ed il suo nome sono stati conosciuti in tutto il mondo Gigione, nei panni del mostruosissimo mostro Babalù, ha creato un grandissimo circo tutto suo, pieno di simpatici animali che vivono liberi, un posto meraviglioso dove i bambini possono ammirarli mentre vivono la loro vita quotidiana o mentre si esibiscono in divertenti numeri in cui sempre presente, incombe Babalù, pronto a rovinare simpaticamente le esibizioni, da vero pasticcione qual’è e non ce n’è uno solo ma mille e mille Babalù. Sì, perché Gigione ha insegnato la sua arte del divertimento a tanti altri mostruosissimi mostri che vagavano solitari e sconsolati in giro per il mondo.

 

Adesso li potete ammirare tutti nel Gran Circo degli Animali di Babalù, dove non mancano divertimenti e dove tutti amano i mostruosissimi mostri Babalù, beh non proprio tutti, no, direi proprio di no, diciamo che quasi tutti amano i mostruosissimi mostri Babalù, eccezion fatta per gli struzzi. Eh sì gli struzzi, che chissà come mai, ce l’hanno sempre con il Mostro Babalù e ancora oggi non si fanno certo perdere l’occasione per corrergli dietro a perdifiato. E Gigione grida, ulula e ride felice insieme a tutti i bambini e gli struzzi a corrergli dietro. 

 

CHE PASTICCIO QUEL PATE’

Ad Alessia

 

 

Luigina era una bambina davvero tranquilla, faceva le sue cose proprio come tutte le bambine tranquille. Le piacevano le caramelle come a tutte le bambine tranquille,  le piaceva giocare con le amiche come a tutte le bambine tranquille, le piacevano gli smalti per le unghie, i trucchi e tutte quelle simpatiche cianfrusaglie che già attirano e piacciono anche se non si sono ancora compiuti i dieci anni. Aveva le sue belle scarpette di pelle madreperlata con le bordature e le stringhe rosa confetto, disegni di cuoricini e paillette per renderle ancora più vistose di quanto non lo sarebbero state da sole con il brilluccichio dei colori sgargianti, aveva i giubbotti alla moda e le camice con i ricami, sì, perché anche a Luigina piaceva vestirsi con fiocchi e fiocchetti, anellini e gingilli appesi, cuciti ed attaccati da tutte le parti, sui vestiti, sulla cartella ed addirittura anche su se stessa.

 

Ogni mattino, che ci fosse il sole, piovesse o tirasse vento Luigina se ne andava a scuola con la sua quattroperquattro, seduta comodamente e ben fasciata in caldi giubbotti. La spingeva la mamma, da casa fino alla porta della sua classe, la terza A della scuola Beata Luigia del Sole e mentre la spingeva le raccontava delle favole o delle storielle che si inventava lì per lì, magari mentre la pioggia cadeva copiosa e con l’ombrello sbatacchiato dal vento cercava di riparare Luigina e se stessa o se erano più fortunate, mentre il sole le baciava entrambe sui loro volti rubicondi e sereni. A volte, quando il lavoro glielo permetteva, la accompagnava il padre, che per la strada si faceva risentire le tabelline da Luigina, eh sì, perché suo padre non era mai stato una forza in matematica mentre Luigina era un asso e non c’era moltiplicazione che potesse averla vinta con lei. Luigina chiedeva, il padre sbagliava, spesso solo per farla divertire e insieme ridevano a crepapelle fino alla scuola. Il più delle volte era il nonno che l’accompagnava, la spingeva per delle strade tutte sue, no, al nonno non piaceva fare la strada più diritta e più breve per arrivare fino a scuola, eh no, il nonno che si chiamava Luigi proprio come lei, era stato un famoso ciclista, beh famoso almeno nel paese dove vivevano ed alla sua veneranda età aveva ancora voglia di curve, salite, sprint e diritture d’arrivo. Ogni volta che toccava a lui a spingere Luigina fino a scuola, con la quattroperquattro dalle cromature luccicanti come la sua vecchia bici da corsa, la nonna si raccomandava di non far fare tardi alla bambina, tanto lo sapeva sarebbe stata sempre la stessa storia. Gira di qua, sali di là, corri su, spingi giù e Luigina era sempre l’ultima ad entrare in classe, anche se comunque sempre in tempo per l’inizio della lezione. Luigina non sapeva proprio chi scegliere come “spingitore” ufficiale della sua quattroperquattro, quando uno quando l’altro, per lei era sempre uno spasso essere accompagnata a scuola e bisogna anche aggiungere che le piaceva persino studiare, come a tutte le bambine tranquille. A volte prendeva dei bellissimi voti, a volte i suoi compiti erano un vero e proprio disastro, eh sì, esattamente come capitava a tutte le bambine tranquille e nella sua classe ce n’erano tante di bambine tranquille come lei e Luigina si divertiva un mondo.

 

La sua scuola era una bellissima costruzione tutta colorata, situata proprio nel mezzo del paese e circondata da un grandissimo parco giochi con tanto verde, dove i bambini potevano divertirsi e scorrazzare, almeno prima dell’inizio e dopo la fine di ogni anno scolastico ma se capitava qualche giornata particolarmente soleggiata, anche in pieno inverno e magari con maestre e compagni di classe il parco era il miglior posto per giocare tutti insieme. Fra le tante bambine tranquille che frequentavano la stessa classe di Luigina, ce n’era una a cui l’allegra bambina era particolarmente affezionata e quest’affetto era costantemente e simpaticamente ricambiato dalla sua compagna di banco, Irene. Irene la prendeva in consegna sulla porta della loro classe, salutava la mamma di Luigina o il papà o il nonno, a seconda di chi l’aveva accompagnata e la spingeva fino alla loro postazione, il primo banco davanti alla cattedra. A Luigina piaceva stare proprio lì davanti, perché così non si perdeva una parola di quello che la maestra spiegava o raccontava e poteva vedere meglio anche tutto quello che veniva scritto alla lavagna. A volte aiutava Irene a fare i compiti di matematica, a volte Irene la aiutava a fare le esercitazioni di grammatica, eh sì, perché Luigina era tanto brava ed interessata ai numeri, quanto sbuffava e si indispettiva davanti ad un, articolo indeterminativo maschile singolare. Luigina ed Irene erano inseparabili, si scambiavano gli anelli che avevano trovato nelle patatine o che si erano comprate con quanto avanzato acquistando un quaderno, si scambiavano le foto dei cantanti preferiti e a volte si scambiavano anche la merenda, un broscia con la marmellata a te per due fette di pane e mortadella a me e quando entrambe le merende erano di gradimento, le dividevano equamente fra di loro, un morso di panino ed un biscotto, un biscotto e un morso di panino. Il momento più bello della mattinata era chiaramente il suono della campanella che indicava la fine delle lezioni, non ci sono interessi e piaceri che tengano, davanti a quel suono il bambino più secchione e quello con le spalle più rotonde si comportano esattamente allo stesso modo, non appena la campana comincia a far sentire il suo dolce dlen dlen, non c’è niente di meglio che abbandonare il proprio banco e gettarsi a perdifiato verso la porta per uscire fuori all’aria aperta a respirare il soave sapore della libertà. E così infatti era, Irene inforcava la quattroperquattro e spingeva Luigina fuori dalla classe zigzagando fra una selva di bambini esultanti, sedie che saltavano per aria e banchi trascinati via dall’impeto della folla raggiante. Appena fuori dalla classe si indirizzavano verso l’uscita ed andavano ad assaporare quella leggera brezza di serenità prima di rientrare immediatamente nella scuola per sottoporsi alla più dura di tutte le torture a cui ogni bambino veniva quotidianamente sottoposto: la mensa scolastica.

 

Ogni anno era sempre la stessa solfa, tacchino sbiadito alla mia maniera, pesce trasparente del baltico, petti di pollo al muro e bracioline inteccherite, per non parlare degli allegri contorni che accompagnavano questi piatti già di per se prelibati e appetitosi, piselli ai pallini di schioppo, insalata lattuga tipo tartarughe, verdure da brucare direttamente nei prati intorno alla scuola. Beh, non esattamente così, il mangiare della mensa non era certo dei più prelibati ma comunque non era poi davvero così difficile mandarlo giù ma Luigina che era una bambina tranquilla come ce ne sono tante, non era così tranquilla nei confronti di queste pietanze, che per il suo palato tutto erano tranne che appetitosi e a sentir lei nemmeno appena mangiabili, insomma non c’era proprio modo di farglieli mandare giù.

 

Ogni giorno Luigina se ne stava impettita davanti a quegli squallidi piatti, le braccia incrociate e la bocca serrata, a volte ci provava la sua amica Irene ad avvicinargli una forchettata di tacchino bianco bianco o un po’ di lattuga verde verde ma Luigina era irremovibile, niente di quanto si trovava nel piatto sarebbe mai riuscito ad entrare nella sua bocca. Ci provava la maestra che le raccontava quanto tutto quello che aveva nel piatto le avrebbe fatto bene, quanto in realtà era buono e tante altre piccole bugie, che facevano diventare il naso della maestra lungo almeno quanto quello di Pinocchio ma Luigina non retrocedeva dalla sua decisione, ferma sulla sua quattroperquattro, aspettava quieta e determinata che i suoi compagni avessero finito quello che avevano nei piatti, per poter filare di nuovo fuori tutti insieme, veloci veloci e finalmente godere dell’aria aperta e del sole. Luigina ed Irene si dedicavano quasi ogni giorno ad interminabili passeggiate, Luigina ben salda sulla sua quattroperquattro, Irene attenta e divertita che la spingeva qua e là per il verde parco della scuola. Quelli erano i momenti più belli di ogni giornata, potersene stare insieme nel bel mezzo della natura a parlare, a spettegolare di qualche compagno di classe, a scambiarsi le ultime novità in fatto di cotte e di ragazzi molto più grandi di loro, poter fare tutto questo lontano dalle orecchie indiscrete dei curiosi compagni di classe e delle maestre, sempre pronte a brontolare ed a riferire tutto ai genitori. Le giornate più fredde e quelle di pioggia erano le più odiate dalle due amiche, perché il tempo impediva loro di scivolare fra gli alti alberi e le margherite e dedicarsi quei pochi minuti di sogni e desideri. Insomma per Luigina la scuola era davvero un bel posto, poteva imparare tante cose, stava in mezzo a tanti bambini come lei e si divertiva un sacco a farsi spingere sulla sua quattroperquattro e la sera quando ritornava a casa dopo un altro pomeriggio tra i banchi e le lezioni, raccontava tutto, anzi no, quasi tutto alla mamma, al papà e persino ai suoi nonni. Insomma la scuola sarebbe stato un posto meraviglioso se ci fosse stato anche qualcosa di buono da mangiare. Beh a dire la verità qualcosa che Luigina mangiava c’era ed era l’unica cosa che riusciva a mandar giù, anzi di più, quando in tavola c’era il purè di patate agli altri sventurati compagni di banchetto non ne toccava per niente, perché Luigina si doveva rifare di tutto ciò che non aveva mangiato nei giorni precedenti.

 

Accadde per caso o forse fu un errore di calcolo culinario, fatto sta che così accadde. Per l’ennesima volta la tenace maestra cercava di far mangiare del tacchino bianco bianco alla discorde Luigina, che quel giorno teneva serrata la bocca più del solito. La maestra tagliò tutto il tacchino a fettine fini fini fini, che quasi sembrava fossero state macinate in un passatutto e avviò l’ennesimo vano tentativo per riuscire a far scivolare qualcosa nella bocca di Luigina, la quale tentava in ogni modo di allontanare da se quella forchettata di immondo pasto. L’addetta alla mensa non lo fece certo di proposito e nessuno al momento riuscì ad impedire che ciò che accadde accadesse davvero. Si avvicinò con una bella romaiolata di fumante purè di patate e lo rovesciò nel piatto capiente di Luigina, ricoprendo la tritatura di tacchino bianco bianco con quella prelibatezza culinaria. Al compimento di tale misfatto Luigina sgranò gli occhi, la maestra rimase con la bocca spalancata, Irene si mise le mani nei capelli, esclamando che a quel punto sarebbe stato proprio un bel pasticcio riuscire a mangiare il purè. Luigina stava per scoppiare in un grido disperato mentre la maestra ormai sconfitta stava per rinunciare nel suo intento imboccatorio quando, ancora una volta, Irene aggiunse che forse sarebbe stato proprio interessante assaggiare il tortino di purè e tacchino che si era mescolato da solo nel piatto di Luigina, in fondo non era altro che… un pasticcio di patè. Luigina provò ad avvicinarsi alla bocca quel nuovo intruglio che le era capitato nel piatto e meraviglia delle meraviglie, trovò che il pasticcio di patè fosse davvero buono e doveva esserlo davvero perché se lo spolverò in quattro e quattr’otto, sotto gli occhi sbalorditi dei compagni di classe, della maestra sorpresa e divertita dall’accaduto e dell’amica Irene che ad ogni forchettata che Luigina si metteva in bocca, gridava di gioia e si produceva in sgraziate ma divertite risate.

 

Dopo tanta dieta e tanto tribolare, finalmente adesso pesce, carne, pollo, tacchino, tutto finisce tritato e mescolato ben bene con il purè di patate, per venir poi golosamente ingurgitato da Luigina, da Irene e anche da tutti gli altri compagni di classe, che attirati dal Pasticcio di Patè, hanno voluto provare la nuova pietanza della mensa e da quel momento anche loro hanno pensato bene di unire l’utile al dilettevole, mescolando insieme tutto ciò che capita nei loro piatti. Negli sfortunati giorni in cui il purè di patate è assente dalla tavola scolastica Luigina, Irene e tutti gli altri trovano sempre un buon contorno da mescolare bene bene al piatto del giorno, per creare ogni volta una nuova e saporita ricetta che rende finalmente divertente anche il momento del pranzo. Dopo con la pancia piena di cibo e risate, di nuovo tutti fuori, Luigina ed Irene in testa per poi scapparsene felici e serene a scorrazzare con la quattroperquattro tra alberi, margherite, lezioni e nuove cotte.

 

IL GIORNO CHE SONO DIVENTATO PESCE

A Riccardo e Leonardo

 

 

A Luigi piaceva il mare. Beh! A tutti i bambini piace il mare ma a Luigi era sempre piaciuto in maniera molto ma molto particolare. Durante l’inverno, i suoi pensieri erano sempre rivolti a quella distesa infinita di acqua dai colori cangianti. L’azzurro del mare profondo, come quello che aveva visto una volta durante una traversata a bordo di un traghetto mentre con il papà la mamma, si recavano su di una vicina isola a trascorrere le vacanze estive, tra secchielli, bagni e gite con la barca. Il celeste delle rive incontaminate, come quelle che aveva visto in tivù durante un programma che parlava di pesci, di oceani e di isole sperdute, dove il mare e le spiagge ancora resistevano all’invasione dell’uomo, con le sue sdraio, con gli ombrelloni, l’inquinamento e le cartacce sulla spiaggia e nel mare. Il verde, scuro delle acque agitate, orlato di trine bianche ricamate dal vento sulle cime di cavalloni, che si vanno a posare rumorosi sulle rive deserte di spiagge abbandonate dai turisti o piene di bambini che allegri e azzardosi, si tuffano fra quelle onde scure e a volte pericolose, lasciandosi cullare e sbatacchiare, spingere e succhiare, tra schiamazzi e grida di mamme preoccupate, tra salti e fischi di bagnini arrabbiati e indaffarati, a tener d’occhio tutti quegli aspiranti salmoni che magari non sanno nemmeno nuotare. Quel verde scuro che diventa a tratti nero, di tempeste e burrasche, di venti indomabili e di navi ingovernabili, come quelle viste nei film, con comandanti mai sazi di spruzzi sulla faccia, con marinai sparsi sulle tolde delle navi incapaci di trovare un appiglio e risucchiati dalla forza delle gigantesche onde in un mare che li farà suoi per sempre. Cieli scuri e neri che si confondono con le acque brune e agitate di un mare arrabbiato, fino a che non si vede un raggio di sole all’orizzonte e la calma ritorna improvvisa e pacifica a dominare l’immensa distesa ritornata improvvisamente alla calma e sulla cui superficie si vedono di nuovo i delfini saltare allegri e spensierati. E Luigi con loro, a saltare con la mente, con i pensieri, con i sogni, immedesimandosi in quegli animali così liberi e sereni. Poi, poi c’è il marrone, il marrone delle acque torbide delle spiagge affollate di bambini e bagnanti, di mari troppo vicini a grandi città, di mari pieni di rifiuti galleggianti e di scarichi di fogne che agitano i fondali e spargono per infinite rive i loro nauseanti miasmi. Quelle acque comuni, dove ogni giorno estivo, milioni di persone passeggiano e si bagnano, nuotano e schizzano, sognando mari caraibici e isole deserte, abbronzandosi ad occhi chiusi per poi deludersi di quel mare marrone e affollato che si ritrovano dinanzi. Ma ritorniamo a noi, a Luigi, dicevamo, piaceva il mare. Ma gli piaceva proprio tanto, tanto, tanto.

 

Quando doveva fare un disegno, Luigi dipingeva il mare, come riusciva a lui con tanto celeste, con le onde, con dei pesci che si intravedevano sotto la superficie dell’acqua, disegnati come li riusciva a disegnare lui, un po’ così un po’ cosà. La sua cameretta era tappezzata dei suoi disegni del mare e non solo, c’erano fotografie di pesci, mari in tempesta, delfini e balene che sguazzavano felici e liberi in quell’immensa distesa di acqua salata. Per fortuna il mare piaceva anche ai suoi genitori, così, appena era loro possibile, se ne andavano tutti quanti a fare una bella gita, un giorno sugli scogli, un altro su una spiaggia lunghissima, altre volte il padre di Luigino noleggiava una barca, una patino o un pedalò, di quelli con lo scivolo per buttarsi direttamente in mare e se ne andavano tutti quanti al largo a prendere il sole a respirare l’aria pura di mare piena di salmastro e a fare dei bellissimi tuffi e della lunghe nuotate. Eh Sì, certo, perché chiaramente Luigi aveva imparato subito a nuotare. Eh accipicchia! Appena lo avevano immerso per la prima volta nell’acqua, subito aveva cominciato a sgambettare e sbattere le braccine, come se non aspettasse altro, come se quel liquido in cui era stato messo fosse il suo habitat naturale, come se non aspettasse altro, come se ci fosse già stato e fosse finalmente tornato alla sua dimora originale. Certo all’inizio nuotava come possono nuotare i bambini piccoli ma non si era mai lasciato spaventare dalle onde, dagli spruzzi o da un improvvisa bevuta, dovuta più alla sbadataggine che all’imperizia e poi il buon sapore salato del mare non gli dispiaceva affatto, sentirlo sulle labbra dava a Luigi una sensazione di benessere, di pace, quasi di sentirsi a casa. Crescendo era divenuto un nuotatore provetto, in inverno frequentava la piscina del suo paese ed era il più bravo del suo corso. A dire il vero era molto più bravo anche di quelli più grandi di lui ma Luigi non lo dava certo a vedere, a lui piaceva nuotare e tanto gli bastava, gli mancava un po’ il sapore del sale sulla bocca e certo il cloro delle piscine non era un sostituto altrettanto appetibile ma almeno in questo modo poteva allenarsi per le sue infinite giornate in acqua durante l’estate che sarebbe arrivata.

 

Quando il freddo la faceva da padrone Luigi doveva accontentarsi di fare delle belle camminate con i suoi genitori lungo le spiagge desolate dell’inverno e in quelle occasioni spesso si fermava ad ammirare la vastità del mare, la sua potenza la sua infinita bellezza. Fu durante una di quelle passeggiate fuori stagione che dentro al cuore di Luigi cominciò a maturare il desiderio di poter vivere con quel mare, di sentire il sapore salato di quell’acqua fresca e spumeggiante sulle sue labbra sulla pelle sui capelli, su tutto se stesso. Eh sì! Per Luigi era diventato davvero un sogno e per di più un sogno irrealizzabile. Certo avrebbe potuto vivere più vicino al mare, avrebbe potuto giocare, divertirsi e sguazzare in quel mare che tanto amava e quando fosse cresciuto avrebbe potuto trovarsi un lavoro da svolgere sul mare; marinaio, pescatore, comandante di corvetta o meglio ancora di un sommergibile, con cui girare i sette mari, con cui esplorare le più profonde profondità degli oceani e scandagliarne i fondali, vedere, conoscere e scoprire pesci, balene, piante e i mille e mille altri abitanti di quel meraviglioso mondo sottomarino. Da quel giorno Luigino non fece altro che sognare, desiderare e sperare di diventare un pesce, sì perché qualsiasi altra soluzione non gli avrebbe mai potuto dare ciò che il suo cuore ed il suo animo ardentemente cercavano, l’essenza del mare, la marità come la chiamò Luigi. Lui nel mare ci voleva vivere ma proprio dentro, nel mezzo, come tutti quegli esseri, da giganteschi a microscopici, che nuotano liberi nell’immensa vastità degli oceani. Sognava di notte, meravigliosi sogni in cui si trovava a batter le pinne al fianco di capidoglio e megattere, di saltare con i delfini e di correre con gli squali, di nuotare veloce nel mezzo al branco insieme a un milione di aringhe o risalire le correnti come i salmoni. Sognava di giorno mentre passeggiava mentre mangiava e da pesce giocava, da solo o con altri bambini, in giochi nuovi strani e straordinari che sempre si svolgevano tra onde e maree, sguazzando e nuotando dentro mari immaginari e fantastici.

 

Insomma tanto fece, tanto sognò e tanto desiderò, che un bel giorno tutto questo divenne realtà e finalmente Luigi diventò un pesce. Non era una balena, non era uno squalo, non era un delfino, una manta, un tonno, non era nessuno di questi abitanti del mare, nessuno di quelli che lui poteva aver mai visto nei libri o nei documentari alla tivù, per cui ne dedusse che la su marità non poteva averlo trasformato in altro se non in un pesce Gigi. Tutto questo accadde in un tramonto di settembre, durante uno degli ultimi fine settimana che Luigino ed i suoi genitori avrebbero trascorso al caldo del mare. Presto le spiagge sarebbero diventate deserte e piacevolmente desolate ma il mare non certo adatto a bagni e schizzi. I genitori di Luigi stavano prendendo gli ultimi raggi di sole della giornata e Luigno, tanto per cambiare, stava nuotando a poche bracciate dalla riva, in un mare celeste e calmo, caldo e liscio come l’olio in una padella. Giocava uno dei suoi fantasiosi giochi da pesce e mentre era lì che si immedesimava nella parte, com’è come non è nessuno mai è riuscito a scoprirlo, Luigino si trasformò in un lampo nel bellissimo, veloce e potente pesce Gigi. Sul momento Gigino non si capacitò neppure di quello che stava realmente accadendo e con due colpi di pinna si allontanò velocemente dalla riva, eccitato da questa sua nuova facoltà natatoria e ancor di più fu meravigliato e nello stesso tempo distratto dalla possibilità di respirare nell’acqua e in quattro e quattr’otto si ritrovò in alto mare senza rendersi conto di ciò che stava accadendo, senza pensare agli amici, alla sua vita da bambino e cosa che gli avrebbe dato infinita malinconia di lì a breve, senza pensare ai suoi genitori. Si allontanò nuotando, felice e spensierato, contento di aver finalmente esaudito il più grande dei suoi desideri. Con l’animo leggero e il sorriso disteso su quegli enormi labbroni da pesce, si diresse al largo alla scoperta di quel suo nuovo mondo. E dal quel momento cominciarono i guai.

 

La vita del pesce non era certamente tutta anemoni e plancton. Anzi al contrario non era per niente piacevole come Gigino se l’era sempre immaginata. Appena arrivato al largo per prima cosa si infilò subito in un sacchetto di plastica. Colto dal terrore provocatogli da questo mostro inatteso che lo avvolgeva completamente, cominciò a gridare aiuto, che qualcuno lo venisse a salvare ma, come tutti ben sanno, i pesci non parlano e non emettono alcun suono. Così fu capace soltanto di soffiare fuori qualche bolla che gonfiò il sacchetto e per sua infinita fortuna, unita ad una leggera corrente glie lo strappò di dosso con suo gran sollievo ma lasciandogli una gran paura lungo tutta la lisca. Gigino cominciò allora a nuotare con più attenzione e anche con un po’ di tremarella addosso e dopo poco si ritrovò a passare in un enorme macchia scura che colorava di nero il mare, appena vi fu dentro si sentì mancare il respiro, prese a tossire a più non posso e rimase accecato da quella strana sostanza oleosa che gli si stava appiccicando sopra tutte le sua belle e lucenti squame. Nuota nuota, si era infilato dritto dritto in una pozza, proveniente dallo scarico di chi sa quale nave si era permessa di svuotare i residui di carburante proprio nel mezzo di quella magnifica distesa di acqua azzurra, senza pensare a quello a cui sarebbero andati incontro i suoi abitanti, senza pensare che in quel modo stavano avvelenando il mare. Velocemente Gigino fece dietro front e con un rapido colpo di pinna riuscì a trovare l’uscita di quell’enorme macchia di petrolio galleggiante, minacciosa e pronta a far danni ovunque passasse. Mentre ancora non si era ripreso dallo spavento del sacchetto che lo aveva quasi soffocato e del petrolio che stava per fare altrettanto oltre a impiastricciarlo bene bene e incrostarlo di quella sostanza nauseabonda e maleodorante, improvviso e silenzioso come era avvenuto tutto fino a quel momento Gigino si vide sfilare accanto un pescione enorme, evidentemente affamato, con la bocca spalancata a mostrare due file di denti aguzzi che lo mancarono per una squama. Che lo avesse mancato per imperizia o per fortuna o che non si fosse accorto della sua piccola presenza, fatto sta che anche questa volta Gigino riuscì a scamparla anche se facendo due semplici conti, il povero pesciolino in pochi minuti si era ritrovato a rischiare la vita per ben tre volte, in un ambiente che non era il suo, di cui non sapeva niente, di cui non conosceva la vita e soprattutto in cui non sapeva davvero come tirare avanti, cosa avrebbe mangiato appena gli fosse venuta fame, avrebbe forse anche lui aperto la bocca e lasciato entrare tutto quello che passava vicino, avrebbe ingoiato qualche pesce ancora più piccolo di lui e lo avrebbe mandato giù, crudo senza neanche un filo d’olio e senza nemmeno una patatina di contorno? Gigino scoppiò a piangere o per lo meno lo fece dentro il suo triste e spaventato cuoricino, perché certamente non uscirono lacrime dai suoi occhi di pesce. Accipicchia, quel mondo che tanto aveva desiderato ed in cui tanto aveva sognato di vivere non era così accogliente come aveva creduto. Triste sconsolato e solitario, prese a pensare al suo papà e alla sua mamma a quanto desiderava rivederli e a chissà cosa stavano mai passando in quel momento, arrabbiati e terrorizzati per la sua scomparsa tra i celesti flutti del mare. Con la voce che non aveva Gigino si immaginò di chiamare la sua mamma ed il papà e di piangere lacrime che non versava, pregando di poterli rivedere al più presto.

 

Altrettanto stavano facendo i suoi genitori, disperati e sconsolati, il piccolo Luigino era scomparso in quelle profonde acque scure e loro altro non potevano fare che cercarlo, con l’aiuto di tutti gli abitanti del paese, di elicotteri e navi, accorse nel tentativo di strappare Luigino dalle grinfie del mare. Ma il mare si stava arrabbiando e di lì a poco sarebbe scoppiata una tremenda tempesta. Le ricerche proseguirono così per tutta la nottata tra piogge, temporali e mareggiate, gli abitanti del paese setacciarono la spiaggia insieme al papà e alla mamma di Luigi mentre esperti marinai cercavano di scoprire un indizio qualsiasi fra le agitatissime acque del mare. Ma del bambino non si trovò alcuna traccia per tutta la notte e al mattino, stanchi e sfiniti quasi tutti fecero rientro alle proprie case per riposarsi da quella estenuante ed infruttuosa ricerca, sconsolati e a testa bassa, sconfitti dal mare. La sua furia aveva fatto un'altra vittima e tutti ormai si aspettavano il peggio, il mare burrascoso di quella notte non poteva certo aver risparmiato la vita ad un bambino così piccolo ed inesperto. Nessuno però sapeva che Gigino non era stato per niente sballottato dalla tempesta quella notte, anzi, fosse stato quello il suo problema avrebbe nuotato, saltato e sguazzato tra la bianca spuma del mare tutta la notte, ben altre erano le sue preoccupazioni. I suoi incubi in quella notte senza sonno erano piuttosto gli enormi e famelici denti aguzzi, di chissà quali pesci gli erano danzati intorno fra un onda e un immersione, era il cattivo odore; si era meravigliato alquanto di riuscire a sentire gli odori in acqua ma il pessimo sapore del mare, inquinato dalle navi e dalle fognature riusciva a percepirlo anche come odore e ciò non era certo una nota positiva in questa ballata sulle onde del mare. A preoccuparlo era stato tutto quello che aveva trovato, disciolto o galleggiante nell’acqua e che si era bevuto; non capiva bene da dove ma per respirare, l’acqua doveva ingurgitarla in qualche modo e anche a bocca chiusa si ritrovava sempre quel saporaccio sulla lingua. A renderlo disperato dopo un po’ che sguazzava impaurito sui fondali sabbiosi, fu la mancanza dei suoi genitori, quel papà e quella mamma sempre attenti ad ogni suo desiderio, pronti a coccolarlo incoraggiarlo e consolarlo, pronti sì a brontolare e vietare ma soprattutto pronti a incoraggiare e concedere. Fu per questo e non per tutto il resto che Gigino si lasciò trasportare dalle onde e fino ad arenarsi sulla spiaggia, ansimante e impaurito, lui, piccolo pesciolino sulla rena. Lo trovarono proprio i genitori, che ancora vagavano tristi sulle sponde di quel mare crudele che credevano avesse rapito loro, il più gran bene che avevano al mondo.,Lo trovarono alle prime luci dell’alba, di nuovo bambino e il loro calore ed il loro amore lo riportò presto a respirare quell’aria, puzzolente e asfissiante ma più conosciuta, che circonda tutto il mondo. Fu curato accudito e consolato a dovere e finalmente dopo un paio di giorni se ne poterono tornare tutti e tre a casa felici e più uniti che mai. Naturalmente i suoi genitori non gli credettero quando raccontò loro di essersi trasformato in un pesce Gigino e di non aver corso alcun rischio nel mare in tempesta ma Luigi non si perse d’animo certo di quanto fosse reale la sua incredibile e meravigliosa avventura. Da quell’esperienza nacque in lui un nuovo amore per il mare e da allora oltre a goderselo lo ha studiato e scrutato per proteggerlo e preservarlo dalle cattive abitudini dell’uomo. Oggi, felice e fiero, gira il mondo per difendere il mare e tutti i suoi abitanti, che considera un po’ come dei suoi lontani cugini. Profondo è stato il suo impegno nello studio, tanto quanto è stato ed è il suo amore per quel mare che oggi protegge con la conoscenza e con le mani e ancora, nelle serate di tempesta mentre rolla su di una barca in pieno oceano o è al sicuro in qualche porto del mondo, racconta al suo estasiato ed attento pubblico, di quella volta che era diventato pesce.

LE FANTASIE DI STEO