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CHE BUFFA FATTORIA!

 

Steo


ALTRO CHE POLLO!

 

 

Dopo che Artemisio, il gallo vanesio della fattoria, era stato cucinato con un saporito contorno di patate arrosto e insalata mista, nel pollaio erano rimasti senza un capo, senza una guida insomma senza controllo e non solo, l’intera fattoria era rimasta senza la sveglia. A dire il vero il pollaccione era finito nel forno proprio perché negli ultimi tempi, non era riuscito a far valere i propri gradi di gallo all’interno del pollaio ed inoltre non solo non scandiva le ore della giornata con i suoi chicchirichì ma non si preoccupava più nemmeno di dare la sveglia mattutina. Artemisio era stato proprio un gallo vanesio, aveva passato intere giornate a guardarsi e rimirarsi ovunque ed ogni volta rimaneva puntualmente incantato dalla sua fiera immagine. Imbambolato e sbalordito davanti ad ogni occasionale specchio, dimenticava di segnalare le varie ore del giorno con i suoi acuti squilli. Al mattino poi era così preso dal riposo e dai sogni di gloria e di successo, da raggiungere grazie alla sua bellezza ed al bel canto che raramente faceva sentire, che non poteva certo svegliarsi per gridare chicchirichì a squarciagola, avrebbe potuto rischiare di perdere la sua splendida voce e poi da gallo fioco non avrebbe potuto conquistare nessuna pollastra. La gran confusione, conseguente al lavoro mal svolto da Artemisio, continuò in tutta la fattoria ancora dopo che il galletto venne servito fumante su un gran vassoio d’argento. Gli animali erano ormai abbandonati a loro stessi, chi si svegliava a notte fonda, chi si alzava solo a mezzogiorno, chi andava a dormire con il sole ancora alto. Le mucche senza un segnale orario a cui far riferimento facevano il latte un giorno alle tre di notte e il giorno dopo alle quattro del pomeriggio ed il contadino era davvero disperato. Gli altri animali poi se ne stavano tutto il giorno a chiedere da mangiare, visto che non c’era nessuno che ricordasse loro quando fosse il momento del pranzo e quando quello del riposo. Le oche dormivano di giorno e starnazzavano tutta la notte, i maiali invece grufolavano dalla mattina alla sera tutti contenti, dato che non c’era nessuno a dir loro di andare a letto se ne potevano stare tutto il giorno a mangiare e rotolarsi nel loro fango, le mucche muggivano a turno e così alla fattoria non c’era mai un momento di pace. Nel pollaio poi era una gran baraonda, le galline non covavano più le uova e trascorrevano il loro tempo a beccare il grano e a becchettarsi fra di loro, ognuna a cercare di sembrar migliore delle altre e i poveri polli non riuscivano a far valere il loro piccoli bargigli. Insomma nessuno era capace di mettere ordine nel pollaio.

<Ehi! Quello è il mio posto riservato, co co co coccodè> inveiva Giannina Gallina <Fatti in là, e vai a posare le tue piume spennacchiate da qualche altra parte! Co co co coccodè >

<Ma che dici? Co co co coccoroccodè> replicava Serenella Pollastrella <Io me ne sto dove mi pare e non sei certo te con codesto beccaccio sbeccato che mi puoi dare ordini. Co co co coccoroccodè>

<Calma, calma. Co co coccoroccocco> provava a portar pace Filippone Pollaccione <Signore gallinelle state buone, in fondo c’è posto per tutti> non l’avesse mai detto a quelle parole le due galline gli si avventarono contro felici di aver trovato un bersaglio comune da riempire delle loro beccate.

<Gallinella a chi? Co co co coccodè, co co co coccoroccodè> esplosero entrambe <Vieni qua che ti pettiniamo le piume a dovere> e via a rincorrersi per tutto il pollaio, per tutta l’aia e per tutta la fattoria e poi abbandonato questo battibecco si gettavano a capofitto in un altro litigio o in un’altra zuffa.

Fu proprio per caso che una bella mattina Guendalina, una fra le galline più smorfiose, depose un uovo che, rotola rotola fra le zampe indifferenti delle gallinelle, andò a finire proprio sotto le ali delle vecchia Abelarda, una pollastra spennacchiata e sorda che non si curava più di ciò che accadeva nel pollaio. Al riparo dalla confusione che imperava nella gabbia l’ovetto, che non sarebbe stato certo covato dalla sventurata gallina Guendalina, se ne rimase invece al calduccio sotto le poche ma accoglienti penne di Abelarda, la nonna di tutte le galline. Con estrema sorpresa dell’anziana Abelarda dopo un po’ di giorni da quell’uovo sbucò fuori un giallo e ruspante pulcino che si mise subito a lanciare il suo richiamo con tutta la voce che aveva.

<Pio pio pio> pigolava per il pollaio <Pio pio pio, ma che confusione che c’è qua!> si accorse subito il pulcino.

Fu chiamato Carletto e in men che non si dica si trasformò prima in un bel pollo robusto e aitante e poi in un colorato, fiero e battagliero gallo con tanto di cresta e bargigli. Ogni giorno Carletto Galletto si allenava di nascosto a lanciare i suoi chicchirichì. Lontano dal pollaio aveva provato la sua voce fino a che non era divenuta forte ed imperiosa pronta ad essere ascoltata e temuta da tutti, era davvero giunta l’ora di rimettere in riga la fattoria. Quando ritenne che fosse arrivato il momento giusto entrò nel pollaio e… chicchirichì di qua, chicchirichì di là, chicchirichì su e chicchirichì giù in men che non si dica vi riportò l’armonia e la pace. All’inizio qualche gallina smorfiosa che non aveva voglia di rimettersi a covare le uova per il fattore e qualche pollo pollaccione che temeva di finir bollito con le verdure, cercarono di ostacolare l’ottimo lavoro di Carletto ma alla fine la sua grinta ed il suo imperioso animo riuscirono a vincere la diffidenza e la pigrizia degli abitanti del pollaio ed infine ritornò la quiete e l’ordine ovunque.

<Voi galline subito a covare le uova e voi pollastri a razzolare nell’aia, su su. Chicchirichì chicchirichi!> ordinava a destra e a manca e alla sera radunava tutti e comandava deciso <Adesso tutti a riposare che domani ci attende una giornata di lavoro e di razzolamento, ci penserò io a svegliarvi. Chicchirichì chicchirichi!> e tutti obbedivano contenti in fondo di essere guidati da un galletto di tal tempra e con così tanto cervello.

La vita riprese tranquilla non solo fra le galline ma in tutta la fattoria. Al mattino Carletto dava la sveglia ed il buon giorno a tutti con una sonora sventagliata di chicchirichì e poi ad ogni ora del giorno lanciava il suo sonoro richiamo ed alla sera un ultimo sommesso chicchirichì dava la buona notte all’intera fattoria. Il contadino era veramente felice, tutti gli animali avevano ricominciato a fare il loro dovere, le mucche muggivano di giorno e davano il loro latte al mattino, le oche starnazzavano quando il sole era alto per poi nascondere la loro testa sotto le ali e dormire dopo l’ultimo canto del gallo, i maiali grufolavano di giorno e riposavano la notte senza più chiedere da mangiare in ogni momento. Il fattore era proprio contento, aveva trovato un nuovo gallo per il suo pollaio e per tutta la fattoria. Costruì per il galletto un bellissimo trespolo che fissò sul tetto del granaio ed ogni mattina Carletto saliva fino la sopra per dare la sveglia lanciando i suoi acuti chicchirichì, chicchirichì, chicchirichì e tutti finalmente si svegliavano felici e pimpanti.

 

 

 

 


 

Carletto Galletto


PORKY BUILDING

 

 

La primavera stava raggiungendo il culmine del suo frizzante percorso, i colori avevano ormai invaso i prati ed i boschi, fiori e farfalle giocavano a nascondino, confondendosi fra di loro. Le api avevano già da tempo ripreso il loro faticoso ma meraviglioso lavoro, anche per quest’anno ci sarebbe stato miele per tutti i golosi. Le formiche si dilungavano in file infinite che si dipanavano come gomitoli sparpagliati per campi e per prati, le coppie di tutte le razze avevano coronato i loro sogni ed i desideri invernali e le femmine di ogni razza attendevano con ansia l’arrivo dei piccoli, che di lì a poco avrebbero cominciato a nascere e scorrazzare per l’allegra fattoria, per i campi e per i boschi tutto intorno. Anche Gelsomina la Maialina era in dolce attesa e grazie alle previdenti cure del premuroso marito, Giovannone Porcellone,  dette alla luce nove teneri, rosei, cicciottelli maialini. La prima cosa che i nove fratellini si preoccuparono di fare fu chiaramente quella di cercare qualcosa da mangiare e subito si attaccarono voracemente alle mammelle di Gelsomina, la quale fu ben lieta di riuscire a sfamarli tutti. I piccoli maialini si trasformarono velocemente in porcelli cicciottelli. Grufolavano serenamente nel porcile, liberi di girovagare per tutta la fattoria alla ricerca di eventuali spuntini fuori orario, da poter aggiungere ai generosi pasti che il contadino si preoccupava di far loro trovare sempre pronti. In breve tempo i nove fratelli diventarono dei bellissimi, enormi, imponenti maiali pronti per trasformarsi in prosciutti, salami, pancetta e mille altre prelibate e succulenti leccornie per gli uomini. Naturalmente nessuno dei nove maiali era al corrente della fine che avrebbe dovuto fare, insaccati e venduti un tanto all’etto o bolliti e serviti per il cenone dell’ultimo dell’anno con un contorno di lenticchie e spumante. Tra loro però ce n’era uno che di essere cicciottello non era per niente contento, anche se non sapeva che proprio il suo peso lo avrebbe potuto destinare a diventar prosciutto. Ciccio, questo era il nome del minore dei nove fratelli, aveva sempre mangiato tutto con gusto ma non era mai rimasto contento di veder aumentare la sua mole così velocemente, per questo un bel giorno, tra lo sbigottimento generale e la derisione dei grossi fratelli il maialotto decise di dare un aspetto tutto nuovo al suo corpaccione. Ogni mattina Ciccio si alzava molto presto, appena il gallo faceva sentire il suo primo chicchirichì e cominciava a correre tutto intorno alla fattoria.

<Op op, op op, op op, puff puff, puff puff, puff puff> erano le sole parole che riusciva a pronunciare.

Campi, vallate, colline e boschi erano la sua palestra e dopo la corsa che aveva impegnato e consumato tutto il suo corpo il robusto maiale si dedicava al sollevamento pesi, alzava il carro del contadino, si caricava in spalla i sacchi pieni di sementi e poi piegava le sue zampe e si ritirava su faticosamente ma con un sereno sorriso sul faccione che ogni giorno si faceva sempre più smilzo.

<Che dobbiamo fare> chiedeva preoccupata Gelsomina la Maialina.

<Non so proprio da chi abbia preso> sentenziava Giovannone Porcellone.

<Se continui così non ti si vede più nemmeno!> lo canzonavano i suoi grossi fratelli <Noi ci gustiamo il mangiare del contadino e facciamo fuori anche la tua parte>

<Abbuffatevi pure, op op, op op, op op> rispondeva Ciccio mentre correva spensierato <io preferisco riempirmi di erba sana, aria fresca e insalate prelibate, puff puff, puff puff, puff puff> concludeva sollevando il carro del fieno.

Ciccio infatti rifiutava i papponi che il buon padrone preparava per tutti i maiali ed invece di mangiare nel trogolo con i suoi fratelli correva nel campo e si abbuffava di tenere piantine di insalata o brucava l’erba e il fieno insieme alle mucche ed ai cavalli. Il contadino, che se lo vedeva sparire di sotto gli occhi credette all’inizio che il suo maiale soffrisse di chissà quale strana malattia ma dopo un consulto con il veterinario che si prendeva cura di tutti i suoi animali, dovette accettare l’incredibile evidenza Ciccio si era messo a dieta e non solo, aveva trasformato la fattoria in una palestra ed in pochi mesi aveva dimezzato la sua ingombrante mole ed aveva fortificato i possenti muscoli di cui era dotato, il contadino da una parte era contento e divertito del suo animale che era diventato una vera e propria attrazione fra le fattorie del circondario, dall’altra vedeva miseramente svanire una sostanziosa fonte di guadagno ma dopo aver vinto due premi speciali, espressamente inventati dalle giurie dei concorsi dopo aver esaminato lo strano e muscoloso maiale, si avvide che i guadagni potevano giungere non solo dai salumi ma anche dalle stranezze del buffo animale che gironzolava sereno per la sua fattoria. Gli altri maiali invece si facevano beffe di lui cantilenando continuamente canzoncine che lo ridicolizzavano.

<Ciccio, Ciccio dove sei sparito? Ciccio Ciccio adesso è dimagrito! Ciccio Ciccio non ti preoccupare, ci pensiamo noi al tuo mangiare!>  e altre ancora e poi tutti insieme ridevano e mangiavano <Gruf gruf gruf, questa sì che è vita, per niente al mondo rinuncerei a questo buon pappone, gruf gruf gruf, caro Ciccio non sai proprio quello che ti perdi> continuavano in coro, ignari di quello che di lì a poco li attendeva.

L’inverno successivo i maialotti furono infatti serviti nei migliori ristoranti del paese o affettati nelle macellerie e nei supermercati delle città vicine e il fratello maggiore, Porcellone Mangiatutto, che aveva sempre mangiato più di tutti gli altri, fu servito come piatto principale ai festeggiamenti per la fine dell’anno, al cenone dei contadini, dopo aver rosolato lentamente, saldamente infilzato in un enorme girarrosto. Ciccio, che ormai tutti alla fattoria compreso il contadino e la moglie, chiamano affettuosamente Muscolino, continua ad allenarsi ed a vincere concorsi speciali, sazio e soddisfatto delle gustose insalate e delle buone verdure che la contadina gli fa trovare fresche ogni mattino. Eh sì è proprio salutare la vita di campagna!

 

 


 

Muscolino Porcellino

 

CORAGGIO DA PECORA

 

 

Fulmine era stato un ottimo cane da pastore, aveva fatto sempre il suo dovere ed aveva protetto il gregge da i cattivi intenzionati, sia che fossero ladri di pecore che cani randagi o lupi affamati. Erano ormai più di quindici anni che rendeva i suoi servigi al fattore, il quale tra l’altro non si era mai lamentato di lui anzi era sempre stato generoso di elogi e complimenti e molto spesso lo aveva premiato con saporite leccornie, di quelle che soltanto i cani possono apprezzare, come ossi, frattaglie e roba del genere. Fulmine sapeva tenere in buon ordine il gregge e le pecore non si azzardavano mai a disubbidirgli ed anche le più testarde, dopo che per un paio di volte avevano provato a fare di propria iniziativa e che erano state prontamente inseguite, riacciuffate e riportate nel gregge da Fulmine, avevano rinunciato alla loro indole ribelle. Le meste pecorelle ubbidivano sì al padrone ma soprattutto davano retta al buon Fulmine che con i suoi abbai ed i suoi calmi ringhi era riuscito sia a farsi rispettare che voler bene da tutte le pecore del gregge. Fulmine però non era più il cane di una volta, le sue corse erano divenute un lento trotterellare e doveva sempre più ricorrere ai ringhi ed agli abbai per riuscire a mantenere il controllo delle pecore al pascolo. Il fattore era molto affezionato a Fulmine e non aveva mai pensato di procurarsi un nuovo cane da pastore, anche perché fino ad allora tutto era filato liscio e non si erano mai presentati problemi sul rendimento di Fulmine. Il cane invece aveva ormai gli acciacchi della vecchiaia, ringhiava roco, abbaiava fioco, correva lento e non ci sentiva quasi per niente, per fortuna fino ad allora era riuscito a svolgere il suo lavoro senza che nessuno ne subisse alcun danno ed anche le pecore erano soddisfatte di come svolgeva il proprio lavoro e gli volevano un gran bene. L’inverno era stato particolarmente freddo e nel bosco su in alto, in cima alla montagna, non c’era rimasto un granché da mangiare. Fu per questo che affamato e arrabbiato, il Lupo Zannone scese fino alla valle dove si trovava la fattoria e odorando di qua e di là con il suo nasone arrivò fino al prato dove il gregge si recava ogni giorno a pascolare. Appena si avvide di tanta cuccagna, servita per lui su quel verde fraticello, il lupo sgranò gli occhi dalla contentezza e la bocca piena di denti affilati per la fame, dopo la dieta che era stato costretto a fare finalmente avrebbe potuto riempirsi la pancia con un buon pasto e non lo preoccupava certo doverselo guadagnare con la forza e con l’astuzia, in fondo era la sua specialità. Osservò le pecore, osservo il padrone e osservò il vecchio Fulmine, passò l’intera notte a studiare un piano ed il mattino successivo partì all’attacco del gregge sfruttando la disattenzione del pastore e la lentezza del buon Fulmine, si avvicinò furtivo ad una delle pecore e cominciò a mettere in atto il suo programma.

<Bene bene, cominciamo l’appello. E tu chi saresti?> domando il lupaccio Zannone ad una pecora che sventuratamente si era trovata a portata di zampa.

<Io sono la Peeecora Beeeatrice, eee tu inveeece chi sareeesti?> chiese sospettosa.

<Io sono il nuovo cane da guardia> mentì il lupo <oggi è il mio primo giorno di lavoro e devo fare conoscenza con tutte voi. Voglio proprio cominciare con te, vieni mettiamoci comodi comodi all’ombra del bosco e facciamo conoscenza>

I due si allontanarono dal gregge soli soletti, mentre il padrone dormiva beato e Fulmine riposava quieto e tranquillo, sicuro che nulla potesse accadere. La povera Pecora Beatrice sarebbe presto divenuta un pranzetto prelibato per il Lupo Zannone se la Pecora Beniamina non si fosse accorta dello strano animale, che sembrava un enorme cane nero, che si era allontanato con la sorella.

<Beeee, beeee, beeee!> cominciò a belare impaurita Beniamina cercando di attirare l’attenzione delle altre sorelle le quali prontamente si misero tutte a belare più forte che potevano, appena si resero conto che quel grosso animale nero insieme alla loro sorella altri non era che un brutto lupo malintenzionato.

<Beeee, beeee, beeee!> belavano le pecorelle <Beeee, beeee, beeee!> belavano forte ma il pastore dormiva così profondamente che non riuscirono a svegliarlo e il vecchio Fulmine riposava tranquillo, non udendo con le sue ormai malandate orecchie tutto quel gran belare. Il Lupo Zannone intanto stava trascinando la povera Beatrice nel bosco e se nessuno fosse prontamente intervenuto non l’avrebbero rivista mai più. Il lupaccio era quasi riuscito ad addentrarsi nel buio del folto bosco e dato che nessuno era ancora intervenuto la Pecora Belinda si fece coraggio e si gettò all’inseguimento del furbo Lupo Zannone e della povera pecora Beatrice.

<Beeee, beeee, beeee!> gridava mentre correva a perdifiato verso il boschetto.

<Beeee, beeee, beeee!> gridavano impaurite le sorelle cercando di svegliare il pastore o di farsi sentire dal vecchio Fulmine.

Nel frattempo Belinda, dopo aver corso a più non posso, aveva raggiunto il lupo e aveva avvertito la sprovveduta sorella del guaio in cui si stava cacciando. Con le sue poche ma decise forze, la strappò dalle fauci del Lupo Zannone e con insieme presero a scappare dirigendosi verso il gregge, dritte dritte verso Fulmine e il pastore, veloci verso la salvezza. Beatrice corse via a più non posso raggiungendo le sorelle ma Belinda stancata dalla rincorsa in soccorso della sorella fu presto raggiunta dal lupaccio, gettata a terra e addentata dal feroce Zannone. Finalmente tutto quel gran belare fu udito dall’assonnato Fulmine, il quale sorpreso dell’accaduto e disperato di non aver compiuto il suo dovere proprio nel momento del bisogno, si mise a correre verso il lupo ringhiandogli contro per spaventarlo e abbaiando con quanta voce gli fosse ancora rimasta per svegliare il padrone. Proprio mentre la povera Belinda stava per avere la peggio e soccombere tra i denti acuminati del Lupo Zannone, giunse finalmente di gran carriera il buon vecchio Fulmine che con tutte le forze che gli erano rimaste si avventò sul lupastro e in quattro e quattr’otto lo mise con le spalle a terra, dopo averlo morsicato bene bene alle zampe, sulla pancia e perfino sotto la gola. A quel punto anche il pastore si era svegliato disturbato da tanto trambusto e accortosi di quanto stava accadendo aveva imbracciato il fucile e si era messo a correre anche lui verso i due animali in lotta. Il lupo ed il cane se le stavano dando di santa ragione, erano ormai entrambi feriti e sanguinanti quando il pastore arrivò con il fucile spianato pronto a sparare, a quel punto il Lupo Zannone, vistosi alle perse, pensò bene di darsela a gambe e dopo essere riuscito con difficoltà a liberarsi dalla morsa di Fulmine, cominciò a correre con quanto fiato aveva in gola e con la coda tra le gambe, cercando rifugio nel fitto della foresta da cui era venuto. Il pastore sparò un paio di colpi a casaccio nell’oscurità del sottobosco senza riuscire a colpire il lupo che comunque da allora non si fece più vedere in giro e per un bel po’ di tempo dovette accontentarsi di radici e di erba. Il giorno successivo arrivò alla fattoria un bellissimo cucciolone di cane da pastore chiamato Saetta, avrebbe rimpiazzato sul prato l’anziano Fulmine dopo che questi gli avesse insegnato ben bene il mestiere. Con il tempo il gregge è tornato a pascolare tranquillo, sotto l’occhio vigile del giovane Saetta ed il vecchio Fulmine ha potuto infine godere il meritato riposo standosene tranquillo nell’aia della fattoria in attesa del rientro del vigile Saetta e delle sue care amiche pecore che ancora ogni sera lo salutano calorosamente belando, felici di rivederlo.

 

 
 


 

Belinda Pecora


QUANDO IL GATTO CI METTE LA CODA

 

 

Puffy era arrivato alla fattoria come regalo fatto da un amico di un amico di un amico, come sempre succede quando uno si ritrova con una nidiata di sette od otto bellissimi micetti e non sa proprio dove infilarli, come crescerli e non vuole certo abbandonarli da qualche parte. Non rimane quindi che regalarli a qualcuno pur di disfarsene senza mettere in pericolo la loro tenera e pelosa vita. Una famiglia con dei bambini piccoli e che vive in campagna all’aria aperta è sicuramente la miglior dimora per qualsiasi animale, figuriamoci per dei gatti, curiosi, impiccioni e astuti come sono troverebbero sicuramente il modo per divertirsi e infastidire tutti gli altri senza danni, colpe o svantaggi per loro stessi. Il piccolo gattino, a cui era stato dato il nome di Puffy, proprio perché appariva come un batuffolo di cotone, tanto era il pelo che circondava il suo esile corpicino, in breve tempo era diventato un enorme micione, con una coda lunga lunga, un mantello folto di color ambrato, due orecchie enormi, un bel paio di baffi lunghi lunghi e celati in una foresta di peli, due grandissimi occhi marroni, vispi e maligni. Puffy che non era per niente tenero come il suo nome avrebbe potuto far pensare, non era nemmeno poi così cattivo come gli altri animali della fattoria lo ritenevano. Sì certo, è vero, rincorreva tutti gli animali della fattoria, pulcini, galline, oche, maiali e perfino il cane Fulmine che ormai non riusciva più a tenere il passo con il proprio nome; faceva grosse scorpacciate di topi, ratti e uccellini, come tutti i gatti d’altronde e quindi non era in fondo diverso da qualsiasi altro gatto e in fondo non faceva altro che seguire il suo istinto naturale. Ma la vera malvagità del perfido Puffy era in realtà tutta nascosta dietro la sua pungente e sveglia maliziosità.

A Puffy piaceva un sacco passeggiare per la fattoria, gironzolava di qua e di là senza una meta precisa alla ricerca di qualche guaio, di un allocco da prendere in giro o di una bella zuffa in cui infilarsi. D'altronde per lui non era come per tutti gli altri animali che avevano il loro posto dove stare, quello in cui andare e quello a cui non si potevano nemmeno affacciare. No lui aveva aperta ogni porta, fosse quella del trogolo dei maiali che quella della cucina del contadino e se per caso ne avesse trovate di chiuse, avrebbe sicuramente trovato il modo per infilarsi, sinuoso com’era, in qualche fessura che l’avrebbe fatto arrivare ovunque. Bighellonava senza un posto verso cui andare e poi d’improvviso entrava nelle stalle, si accoccolava da qualche parte, in quella sua strana forma a ciambella pelosa o cominciava a leccarsi ed a pulirsi ben bene il suo folto mantello di pelo e tra una slinguata e l’altra trovava sempre il tempo per tormentare i poveri animali che gli fossero capitati a tiro.

<Sì sì, brave brave mucche, lasciate pure che il contadino vi munga> prendeva a dire rivolgendosi alla famiglia Vitelloni che se ne stava tranquilla a ruminare il fieno <Regalategli ogni giorno il vostro buon latte, che quando poi non sarete più in grado di farlo o quando una mattina si dovesse alzar male, con il naso storto o con il vento che gli rigira i capelli, deciderà all’improvviso di mandarvi al macello, così senza avvertir nessuno. Allora addio care mucche, tutte bistecche e bollito, ossi buchi e filetto. Eh sì belle mie è proprio così che vi ringrazierà il contadino, tanti saluti a tutte buon appetito. Io invece me la godo, servito e riverito. Perché io son gatto e non ho da far servigi a nessuno per meritarmi il pasto> e continuava a pettinare il suo pelo e a ripulire la sua coda fino a che non gli veniva voglia di prendersela con qualcun altro allora riprendeva il suo vagabondaggio verso la prossima vittima della sua lingua maliziosa.

Il perfido Puffy era un davvero un tormento per tutti e quello che faceva maggiormente imbestialire i poveri abitanti della fattoria era vedere il gattaccio in mezzo all’aia, lanciare il suo mieloso miagolio mentre con la coda dritta si strusciava subdolo alle gambe di chi passava di là, pronto ad essere coccolato e accarezzato. E tutti giù ad ammirarne e esaltarne i pregi, quanto fosse grande, quanto fosse bello, che bel vestito di pelo avesse e così via e il malefico micio se ne stava lì beato a farsi lodare e a gongolare degli elogi a lui riservati mentre gli altri animali si dovevano meritare con il lavoro ogni pasto, figuriamoci un complimento.

Era un pomeriggio come tanti, il sole stava per incominciare la sua lenta discesa verso il tramonto e gli animali si preparavano all’ultimo pasto prima di andarsene a riposare. Puffy era intento a lustrare la sua peluria, leccandosi in una posa acrobatica mentre stava in equilibrio sulla staccionata vicino al trogolo dei maiali i quali tranquilli tranquilli grufolavano e si abbuffavano del loro squisito pastone quotidiano, intanto il gatto per non smentirsi aveva attaccato con la sua solita solfa.

<Ah! Io si che son beato, servito e riverito, lisciato e coccolato, nutrito e curato, basta un miagolio fatto storto che subito tutti si preoccupano per me e si premurano che non mi manchi nulla. Povero micetto, mi dicono, stai miagolando, hai bisogno di qualcosa, hai fame, vuoi del buon latte o un forse vuoi un po’ di carezze> blaterava il malefico Puffy, tormentando la povera famigliola Maialotti e poi ancora <Invece voi, ah poveretti! Mangiate mangiate e poi puff, tutti prosciutti e salamini, porchetta, zampone e cotechino, mangiate mangiate e diventate belli grassi così il contadino vi pesa e se gli andate a genio, vi trasforma in rigatino in men che non si dica> miagolava Puffy, tormentando e terrorizzando i poveri porcelli rosa ai quali invece piaceva tantissimo riempirsi il pancione con il pappone che il contadino preparava per loro. E Puffy miagolava, miagolava e si leccava, si leccava e miagolava ed era così intento a prendere in giro i maiali che non si avvide che stava sopraggiungendo il contadino. L’omino guidava il suo carretto sgangherato di ritorno dal lavoro nei campi e appena vide il gatto appollaiato sullo steccato pensò bene di passargli vicino e di prenderlo al volo per coccolarlo un po’, strusciarselo un poco addosso e fargli tante tante carezzine e tante coccole, aveva proprio voglia di tenerlo in braccio e di sentirlo ronfare mentre faceva le fusa con quel suo rumore cosi buffo e piacevole, rrrrrroooonnnnrrrrooonnnn e poi ancora rrrrrroooonnnnrrrrooonnnn.

Accadde tutto in un attimo, sbadato fu il fattore che con le ruote davanti colpì lo steccato, facendo definitivamente perdere l’equilibrio al gatto che già se ne stava instabile sopra la staccionata, sbadato fu Puffy che non si era avvisto dell’arrivo del padrone e che in un battibaleno precipitò a terra lanciando un miaoooooooooo di terrore e di sorpresa. Tutto sarebbe finito lì, con uno spavento e un batticuore se il ciuchino Orecchione si fosse fermato in tempo ubbidendo agli ordini del contadino ma il testardo animale invece proseguì il suo passo, senza dar retta agli ordini e senza curarsi della bestiola miagolante. Orecchione proseguì, il carretto andò ancora avanti e la coda del gatto Puffy finì dritta dritta sotto le ruote mentre ancora miagolava le sue solite parole.

<Tutte bistecche…..miaooooooooooooo!>

Il contadino si precipitò in suo soccorso e portatolo in casa si preoccupò immediatamente di chiamare il veterinario per prestare le cure del caso al gatto incidentato, il quale mesto e pesto se ne stava immobile senza miagolare e senza alzare la testolina. Il perfido Puffy aveva avuto infine una bella punizione per la sua maliziosità e la sua superbia. La coda infatti si era spezzata in due e il dottore era stato costretto a pelarla tutta e a fare una buffa ingessatura a forma di bastone che costrinse il micio a strascicarsi dietro la sua nuova coda, pesante com’era, per un bel po’ di giorni, tra le risate e le prese in giro di tutti gli animali della fattoria. Quando poi il gesso fu tolto ancor di più lo canzonarono e risero di lui, costretto a nascondersi in casa per un bel pezzo, per non farsi vedere in giro con la sua coda rosa rosa tutta spelacchiata. Ma anche quando il pelo fu ricresciuto, folto e lungo, non pose rimedio al danno irreparabile che era stato causato, la coda dell’ormai buffo micio se ne stava dritta dritta fino a metà per poi curvare inesorabilmente ed irrimediabilmente in una svolta decisa e visibile, sì che Puffy da allora fu costretto ad andarsene in giro mogio e silenzioso senza più canzonar nessuno, tanta era la vergogna per quella specie di punto interrogativo che si era ritrovato al posto della coda e per l’intera fattoria fu un gran sollievo e una vera soddisfazione, la calma era finalmente tornata.
 
 


Puffy il Gatto

LA MUCCA POMPIERE

 

 

Nella stalla della fattoria c’erano sei bellissime, grosse e generose mucche da latte che portavano dei nomi veramente variopinti, il fattore si era infatti affidato alla fantasia dell’arcobaleno per battezzarle nel modo più opportuno. Gigiona, Azzurra, Viola, Bianchina, Celestina, e Nerina erano i loro nomi ed ognuno rispecchiava fedelmente il carattere dell’animale che lo portava. Grigiona era sicuramente la più burbera di tutte con il carattere come quello di una grigia giornata di pioggia, esattamente il contrario di Azzurra allegra, solare e canterina come un fresco giorno di primavera, Viola era la più distratta, svanita e suonata, come lo strumento, Bianchina era invece quella che comandava la piccola mandria, chiara, sicura e pronta nelle sue decisioni, Celestina era la più mite e tranquilla come un cielo senza nuvole e poi c’era Nerina, Nerina era… era … Nerina era Nerina. Una tipa davvero particolare, a suo modo un po’ ribelle, sempre a scombussolare l’ordine, sempre contraria a tutto, anche solo per creare un po’ di confusione. Usciva tranquilla con il branco e poi invece prendeva un’altra direzione, tanto per far capire che nessuno le avrebbe detto dove doveva andare, rientrava e si metteva sempre al posto di qualcun’altra, scombussolava gli orari di mungitura del povero contadino e quando gli prendeva se ne stava tutta la notte a muggire alla luna piena. Le sue compagne un po’ la sopportavano, un po’ la prendevano in giro e Nerina finiva sempre con il combinare qualche guaio, si perdeva lontana dal pascolo magari dopo essersi nascosta alla vista delle compagne, a volte non si lasciava mungere dallo sconsolato contadino e magari poco dopo cominciava a spruzzare da tutte le parti perché le sue mammelle invece traboccavano di buon latte, pronto per essere bevuto.

Il contadino la conosceva bene, anche se non c’era mai verso di sapere esattamente come prenderla, un giorno le potevi fare una carezza e mungerla tranquillamente, il giorno dopo non si lasciava nemmeno avvicinare e il fattore non ne poteva proprio più delle sue stranezze. Ormai si era deciso, visto che non riusciva mai a cavarci fuori abbastanza latte per quanto fieno Nerina si mangiava, non rimaneva che venderla, alla prossima fiera del bestiame avrebbe portato Nerina e l’avrebbe venduta a chiunque glie l’avesse chiesta, anche a poco prezzo pur di liberarsi di lei. Le compagne della sventurata mucca l’avevano avvertita che se non voleva diventare presto una bistecca, si doveva dar da fare e lasciar stare tutte quelle sue stranezze, in fondo mangiare e lasciarsi mungere era un lavoro dignitoso e per niente faticoso, l’erba dei pascoli ed il fieno del contadino erano molto buoni e anche le sue mani erano molto delicate, quando al mattino presto andava nella stalla per mungerle. Ma la stranezza della buffa Nerina continuava giorno dopo giorno e non solo di giorno.

<Muuuu, muuu, sveglia gente, è notte fonda> si mise a muggire una sera la stravagante Nerina.

<Ma cos’hai da urlare a quest’ora della notte> la rimproverò Bianchina <Adesso è il momento per riposare e dunque anche tu va a dormire, chiudi quella boccaccia e riposati che domani mattina, presto presto, il contadino verrà a mungerci>

<Ah no! A me non mi munge!> sentenzio Nerina.

<Su, su che è una bellissima nottata> prese a dire Azzurra arzilla e felice come sempre <cantiamo una bella ninna nanna tutte assieme e addormentiamoci serenamente>

<Dormiamo dormiamo, che è tardi> disse timidamente Celestina.

<Che succede? Chi muggisce?> chiese Viola, così distratta che un attimo dopo già dormiva di nuovo e non si ricordava più di niente.

<Questa non è una stalla è una discoteca> brontolò seria la mucca Grigiona <Cos’è tutto questo trambusto a quest’ora della notte? Vogliamo dormire o ci mettiamo a fare pazzie?> poi lanciò un muggito arrabbiato e si mise di nuovo a riposare.

Ma non c’era niente da fare Nerina ricominciò a muggire come se niente fosse ed a tenerle sveglie per tutta la notte. Che ci volete fare, era fatta così, ogni volta si inventava sempre qualcosa di bizzarro per stravolgere il normale andamento della stalla.

Capitò una notte un violentissimo temporale. Gli alberi si piegavano dal vento che tirava e pioveva così forte che non si vedeva nemmeno la casa del contadino, le porte e le finestre che non erano state ben chiuse sbattevano violentemente di qua e di là e il buio della notte era rotto soltanto dal bagliore dei lampi che illuminavano il cielo facendosi seguire da tremendi rombi di tuono. Le povere mucche se ne stavano strinte strinte e impaurite in attesa che tutto finisse e ad ogni lampo tremavano di paura e ad ogni tuono sobbalzavano di terrore. Nel mezzo alla tempesta uno dei tanti fulmini che saettavano in cielo andò a finire proprio nella stalla, dritto dritto nel deposito del fieno, che prese fuoco in un attimo minacciando in breve di incendiare l’intera stalla. Le povere mucche, disperate e tremanti di paura presero a muggire con quanto fiato avevano in gola e a tirare più forte che potevano le corde che le tenevano legate, prigioniere nella loro stalla che stava per diventare un gran girarrosto. Nessuna di loro sapeva cosa fare e Bianchina cercando di prendere la situazione per le corna, ordinò a tutte di restare calme, il contadino sarebbe sicuramente arrivato a momenti, le avrebbe salvate e messe al sicuro e tutto sarebbe finito prima di poter correre il rischio di diventar bistecche anzitempo. Purtroppo il contadino era rintanato in casa, con le porte e le finestre sbarrate non poteva vedere il fuoco che stava incendiando la sua stalla nonostante il gran piovere e proprio il rumore della pioggia e del vento, dei tuoni e dello sbatacchiare di cose gli impediva di sentire le sei povere mucche che muggivano per la gran paura.

<Buone buone, che ora arriverà sicuramente il contadino a liberarci> disse Bianchina.

<Muggiamo forte che il contadino ci sentirà> fece Azzurra.

<Che succede?> chiese Viola.

<Buone buone> sussurrò Celestina.

<Che stalla di matte!> brontolò Grigiona.

<E no, io non ci sto!> sentenziò Nerina <Che mi facciano pure alla brace se vorranno ma non è questo il momento di fare la bistecca!> detto questo prese a rosicchiare il cordone che la legava e le impediva di fuggire via da quel forno. Mastica mastica Nerina riuscì a liberarsi dopodiché prese a rodere la fune che legava le sue compagne e quando le ebbe liberate tutte si precipitò alla porta della stalla e con un paio di calcioni ben assestati riuscì a spalancarla dando modo a lei a alle sorelle di allontanarsi dal pericolo. Le sei mucche corsero fuori sotto la pioggia  fitta e fredda, sperse tra il vento, i lampi e i tuoni ma finalmente al sicuro.

Nel frattempo il contadino, infine accortosi che stava accadendo qualcosa di terribile alla fattoria, era uscito di casa e aveva assistito a quest’ultima scena pur senza poter far niente in soccorso delle sua adorate mucche. Bagnato fradicio e in lacrime corse ad abbracciare la coraggiosa Nerina, una vera eroina che aveva salvato se stessa e le sue compagne. La stalla era ormai completamente in fiamme, un attimo ancora e sarebbero finite tutte arrosto.

Dopo quanto accaduto il contadino si affezionò a tal punto alla mucca Nerina che decise di non venderla più e di continuare a sopportare le sue stranezze qualunque esse fossero. Ma da quella volta, anche Nerina cominciò ad essere più disciplinata nelle sua azioni e più serena con le compagne e anche con il buon contadino. Adesso si lascia mungere tranquilla tranquilla, pascola insieme alle sorelle che sono diventate tutte sue amiche e alla notte riposa pacifica e ordinata al suo posto, senza infastidire nessuno con muggiti notturni o scalpitii improvvisi ed alla fattoria è tornata infine la calma e la serenità per tutti.

 
 


 

Nerina la Mucca

 

DOLCE PRIMAVERA

 

 

La primavera era ormai esplosa in tutto il suo splendore, spargendo intorno calore e colori. Alla fattoria gli animali erano tutti in fermento, l’aria frizzante della stagione appena avviata faceva aumentare le pulsazioni dei cuori innamorati e metteva energia nelle zampe dei più piccoli i quali scalpitavano della loro incontenibile voglia di crescere. La casa, i fienili, le stalle, tutto si poteva vedere sotto una nuova luce, le piante avevano invaso ogni angolo libero, colorando il tutto con mille sfumature di verde, punteggiate da una miriade infinita di colori colti direttamente dall’arcobaleno e spruzzati a caso tutto intorno sotto forma di fiori. Allontanandosi un poco, camminando lentamente tra i campi e andando ad inoltrarsi nel bosco, questo brulicare di colori continuava senza interrompersi perdendosi a vista d’occhio. Nella fattoria si respirava un aria di febbrile operosità, stava cominciando una nuova stagione che avrebbe portato nuove conoscenze, nuovi cuccioli e nuova voglia di starnazzare, muggire, grufolare, abbaiare e chicchiricare in qua e in là per l’aia, per i prati e per i campi. Tutte le attività della fattoria prendevano un nuovo avvio ed il fattore già sognava e immaginava giocondo, a quanto grano avrebbe prodotto, alla farina, alle uova, ai prosciutti, al miele, al latte, alle cosce di tacchino, al… al…al miele? Già il miele, eh sì il miele. Certo che al contadino sarebbe piaciuto un sacco un po’ di buon miele ma invece, anche per quella stagione, alla fattoria tutti avrebbero dovuto farne a meno, le arnie erano vuote ormai da due anni e in giro non si era più vista un’ape nemmeno con la lente d’ingrandimento, nemmeno in fotografia! I fiori poverini sbocciavano e davano il meglio di loro in colori e profumi ma in giro non ce n’era nemmeno un’apersbaglio e dopo un po’ se ne appassivano senza essere stati impollinati e anche questo era proprio un bel guaio, per i frutteti e per tutte le coltivazioni che invece se ne stavano li frementi ad aspettare un insetto generoso, quale solo l’ape sapeva essere, che se ne andasse in giro a spargere il polline di fiore in fiore. Il contadino era molto triste per questo ed aveva ormai deciso che si sarebbe disfatto delle arnie ormai inutilizzate o che alla prossima fiera degli animali, che però ci sarebbe stata l’anno successivo, avrebbe acquistato un bello sciame d’api da convincere a rimanere intorno alla sua fattoria, per il momento le sue coltivazioni, gli alberi e i fiori del campo avrebbero dovuto accontentarsi delle poche api selvatiche che ancora si aggiravano nei dintorni. Ma una bella mattina di sole mentre il paffuto fattore se ne stava sconsolo sconsolo a guardare da lontano le arnie vuote, accadde d’improvviso ciò che non si sarebbe davvero mai aspettato e a cui i suoi occhi lucidi non volevano proprio credere.

L’ape Gelsomina e il suo sciame erano arrivate nella campagna direttamente dalla zona industriale della vicina città. Era passato tanto tanto tempo da quando i nonni dei nonni dei loro nonni, avevano costruito quei bei favi che ancora penzolavano dagli alberi di un lungo viale del paese, che però passava nel mezzo a fabbriche e capannoni ed era transitato tutto il giorno e anche la notte, da automobili, camion, rimorchi e motorini. Le coraggiose e robuste api avevano resistito a tutte le difficoltà a cui quella scomoda situazione le aveva costrette a far fronte ma alla fine, stanche, disperate e sconfitte erano dovute fuggire dal caos massacrante, dal rumore infernale e dall’inquinamento dilagante che non solo rischiava di far del male a loro ma che nel frattempo aveva quasi completamente distrutto tutte le piante della zona e le api non avevano più nessun fiore da cui succhiare il prezioso nettare fonte principale della loro vita. Fu per questo che sfinita dalle avversità, l’intera colonia si rivolse alla regina pretendendo di fuggire da quel posto infernale.

<Zzz zzz non vogliamo più rimanere in questo posto grigio zzz zzz, vogliamo colori e profumi zzz zzz!> protestava l’ape Pittrice.

<Zzz zzz vabbè che siamo api operaie zzz zzz ma non vogliamo andare a lavorare in fabbrica> gridava l’ape  meccanica.

<Zzz zzz vogliamo fiori e nettare da succhiare zzz zzz, non fumo grigio e automibili> gridavano in un unico ronzio <Zzz zzz fiori, fiori, fiori, fiori, zzz zzz> chiedevano in coro tutte le api.

Tale fu la protesta e d’altronde tale era la difficoltà di continuare a vivere tra le fabbriche e i camion, che alla fine l’ape Gelsomina, che era la regina di tutte le api, dette il suo consenso alla partenza. Preparati i bagagli, sistemati i piccoli, riunito tutto lo sciame le api se ne partirono alla ricerca disperata di una nuova casa, magari soleggiata, profumata e perché no anche colorata.

Ronza ronza, dopo giorni di estenuante ricerca lontano dalle fabbriche, lontano dalla città, alla fine lo sciame arrivò proprio alla fattoria e dopo aver girato in tondo per due giorni, le api si decisero ad avvicinarsi alle arnie del contadino. Questi, nel vedere ciò che stava accadendo, divenne raggiante di felicità, finalmente erano tornate le api, forse non tutto era perduto, forse presto ci sarebbe stato del buon miele per tutti. Il contadino cominciò a tenere d’occhio quelle che già considerava le sua api, nella speranza che decidessero di fermarsi davvero alla fattoria. Chissà se quelle casette che aveva costruito con le sue mani, sarebbero state di gradimento alle api. Queste ronzarono un po’ in giro e alla fine, quando tutto parve loro sicuro e tranquillo, ronzarono felici e si infilarono dentro alle loro nuove case.

<Zzz zzz hei ma qui c’è un sacco di posto!> disse l’ape architetta.

<Zzz zzz guardate, qui possiamo costruire tante cellette di cera per i nostri piccoli> disse l’ape baby sitter.

<Zzz zzz e qui c’è tanto spazio per metterci tanto miele, che ce ne avanzerà sicuramente> disse l’ape pasticcera.

E quello che sarebbe avanzato se lo sarebbe preso il raggiante contadino che in cambio avrebbe donato loro delle case grandi e accoglienti, fresche per l’estate e calde in inverno, tanta attenzione e tanto tanto tanto prato, ricolmo di fiori che avrebbe coltivato e concimato personalmente. Sicuramente avrebbero vissuto da ottimi vicini, scambiandosi favori e regali. Ma se il contadino era felice, le api lo erano almeno il doppio, dopo aver vissuto tanti anni nella puzzolente e fumosa città, erano finalmente approdate in un isola di profumi e colori, con il sole che le avrebbe accompagnate nel loro frenetico lavoro quotidiano a cercar nettare di fiore in fiore e ad impollinare le piante dei campi e dei frutteti, le quali avrebbero così prodotto dei buonissimi e succosi frutti per il contadino e per tutti. E per la gioia delle api, il premuroso contadino desideroso di ringraziarle, portava ogni giorno una nuova pianta piena zeppa di fiori e la metteva davanti alle arnie, in modo da far assaggiare alle sue api un sapore diverso e nuovo ogni giorno e produrre in questo modo un miele unico e irripetibile. Da allora alla fattoria viene raccolto il più buon miele che sia mai stato assaggiato e nei dintorni tutti invidiano piacevolmente il contadino per chissà quale strano e sconosciuto ingrediente segreto possegga che in realtà poi, è soltanto quello di avere delle api felici e ronzanti.

 
 


 Ape Gelsomina

 

 


LA CORSA DEI SALTI

 

 

Alla fattoria i conigli non vengono tenuti in gabbie strette ed inospitali, il contadino ama tutti i suoi animali e anche se prima o poi devono diventar pietanza, a lui piace farli vivere sereni e soprattutto liberi. Come tutti gli altri abitanti della fattoria, i conigli possono scorrazzare tutto il dì in lungo e in largo per il grande recinto che circonda la tenuta e qualche volta ma molto molto raramente, i più coraggiosi si arrischiano anche ad uscire fuori. La poca frequenza delle loro uscite non è dovuta però ad un eccessivo timore del contadino, no, anzi il pover’uomo li lascia correre finché vogliono, tanto sa che all’ora di cena tutti ritornano al loro posto, affamati dei buoni bocconi che solo lui regala. No, il motivo per cui solo in pochi si arrischiano ad uscire dai recinti e se lo fanno, si allontanano solo per poco tempo e per pochi metri, è che i racconti degli abitanti più anziani della fattoria narrano di terribili mostri, di grossi animali selvatici e affamati che si nascondono oltre il sicuro confine della fattoria e da sempre queste leggende hanno messo paura a grandi e piccini, ai cuccioli ed ai più cresciuti.

Ma si sa che c’è sempre qualcuno che si crede più coraggioso degli altri o che lo vuol fare credere agli altri senza esserlo in realtà. Fu proprio per dar prova di un coraggio da conigli, che in realtà non c’era, che Emilio il Coniglio ed i cuginetti Placido, Duilio, Sereno e Venanzio decisero, durante un noioso pomeriggio di sole, di fare una bella gara di salti. Non solo si sarebbe dovuto stabilire chi sarebbe arrivato prima ad un traguardo che doveva ancora essere stabilito ma soprattutto chi se ne sarebbe, saltellon saltelloni, andato il più lontano possibile dalla fattoria, addentrandosi nel bosco buio, distante e solitario. I cinque conigli cominciarono la disputa ancor prima di aver spiccato il primo balzo, pareva quasi che fossero abituati a chissà quali imprese, loro che da bravi conigli erano invece più avvezzi a star tranquilli e in disparte. Ma i focosi cuccioli, che ancora tanto avevano da imparare, lasciavano che i sogni e i desideri parlassero per loro stessi.

<Io son capace di fare cento salti dentro il bosco senza farmi scorgere da nessuno> si vantava Venanzio <e se qualche mostro mostruoso si dovesse accorgere di me, gli faccio una bella giravolta sotto il naso e me ne ritorno saltellando tranquillo tranquillo verso la fattoria, prima ancora che il mostro abbia avuto il tempo di dire né ai né bai>

<Ma figuriamoci!> lo canzonò il cugino maggiore Placido <neanche non ti conoscessi, vorrei proprio vederti davanti ad un orso con le fauci spalancate mentre lancia il suo ruggito, ti ci vedo sì a fare la giravolta ma infilato in uno spiedo, cotto a puntino e servito in tavola all’orso, con tanto di tovaglia, tovaglioli, coltello e forchetta> e continuò ancora vantandosi a questo punto lui, di prodezze che in realtà non avrebbe mai avuto il coraggio di compiere <Io sì che avrei il coraggio di farlo, anzi di salti dentro il bosco ne farei mille e non mi preoccuperei affatto se qualche mostro nascosto dietro un cespuglio o nel tronco di un albero mi dovesse vedere, si provassero ad uscire allo scoperto mentre attraverso il bosco> continuava a mentire il bianco batuffolo di pelo, tremante al solo pensiero di effettuare realmente quanto stava raccontando <Gli faccio un bel salto sotto agli occhi, mi piazzo proprio nel bel mezzo della sua fronte e poi spicco un salto alto alto e lungo lungo, che in un battibaleno sono già alla fattoria a sgranocchiar carote ed insalata!> terminò infine Placido fra lo stupore dei cugini che a bocche spalancate ascoltavano la narrazione di tutte quelle prodezze che non sarebbero mai state compiute. Fu a quel punto che il minore di tutti i coniglietti Emilio, trovato fra le pieghe del suo pelame un coraggio sconosciuto, riuscì a prender la parola per raccontare a tutti l’impresa ancor più ardua e pericolosa che lui avrebbe compiuto.

<Io… io…> iniziò quasi tremando ma quando ebbe tutti gli occhi puntati su di se, per timore di essere zittito ancor prima di incominciare visto che era il minore, srotolò il suo discorso senza più riprender fiato <Io me ne faccio un baffo dei vostri propositi, io attraverserò il bosco a balzelloni e me ne ritornerò indietro sano salvo e impettito, che ci siano i mostri oppure no. E che si facciano vedere se ne hanno il coraggio, che gli mostrerò i miei dentoni e orsi, lupi o cani randagi che siano se ne ritorneranno al loro covo ratti ratti e con la coda tra le gambe>

I cugini conigli rimasero con le loro bocche spalancate, il naso con il suo incessante fremere ad odorare ogni alito di vento e un filo d’erba penzoloni sconcertati ed increduli davanti alle parole di Emilio. Ma a quel punto la sfida ormai lanciata ebbe il suo irrimandabile inizio. I conigli si misero in posizione di partenza e al segnale stabilito se ne corsero saltellando verso l’uscita, verso i campi aperti, verso il bosco. Sereno però non ebbe nemmeno il coraggio di uscire dal recinto, Duilio si fermò nei campi, Venanzio arrivò davanti al primo albero del bosco e poi pensò bene di tornare indietro a cercar carote e erbetta insieme agli altri, Placido fece un paio di balzi dentro il bosco e poi girò la coda e tornò indietro per cui solo Emilio entrò deciso balzellon balzelloni e sparì dalla vista di tutti nel buio fitto del sottobosco. Gli altri conigli se ne ritornarono mesti e impauriti verso la fattoria e corsero a raccontare tutto ai conigli più anziani. Alla notizia dell’incredibile impresa di Emilio, l’agitazione si sparse per l’intera fattoria, maiali, galline, mucche, tutti erano stati informati della sciagurata sfida dei conigli e della temeraria corsa che il più piccolo di loro aveva intrapreso. L’agitazione per fortuna catturò anche l’attenzione del contadino che dopo un breve controllo e qualche conta, si accorse che era scomparso un coniglio e a seguito di una verifica più approfondita, si rese conto che era sparito Emilio, il più piccolo dei cuccioli e il più peperino di tutti.

Il sole stava ormai tramontando così il contadino si armò di torcia e di pazienza e partì alla ricerca del coniglio temerario. Emilio però si era fermato solo dopo pochi balzelli, là dove la luce del sole già si nasconde tra le fronde degli alberi che gli apparvero allora altissimi e minacciosi. Si era rintanato sotto una radice e aveva cominciato a tremare in attesa che qualcosa capitasse.

E come sempre in questi casi qualcosa capitò.

Era ormai buio e il bosco si cominciò ad animarsi di rumori e forme a lui sconosciute, gufi, lupi, cani, e orsi se ne andavano in giro alla ricerca di cibo ed Emilio era lì, bello che pronto a diventar lo spuntino di qualcuno quando all’improvviso vide una gran luce e una forma terrificante che gli si stava avvicinando. La strana creatura lo prese per le orecchie, il cuoricino del povero Emilio batteva come un tamburino e i suoi baffetti tremavano allo stesso ritmo e il contadino che lo teneva per le lunghe orecchie, lo prese allora in braccio e si rivolse la torcia contro per farsi riconoscere e tranquillizzare lo spaventato animaletto. Emilio ritornò alla fattoria impaurito e vergognoso per la sua impresa ma nessuno dei suoi cugini ebbe il coraggio di prenderlo in giro per questo e poi in fondo lui era l’unico ad essere veramente entrato nel bosco.

Nonostante il suo enorme amore per gli animali, il contadino avrebbe costruito per i temerari cuccioli di coniglio una bella gabbia stretta stretta, in cui li avrebbe rinchiusi per un po’, almeno fino a quando avessero capito che non era proprio il caso di andarsene in giro per ogni dove, quei birbanti avevano certo imparato la lezione ma delle teste matte è sempre meglio non fidarsi. Adesso sono tutti più tranquilli, il contadino a cui non scapperanno nemmeno i più spericolati tra i cuccioli di coniglio, i conigli anziani a cui non spariranno i piccoli ed i cuginetti che se ora ne stanno al sicuro nelle loro gabbie a saltellare fra carote ed insalata, narrando di imprese straordinarie, di animali feroci affrontati e sconfitti, di corse lunghe e di mille altre fantasie divertenti e inventate.

 
 


EMILIO CONIGLIO

 

LE FANTASIE DI STEO