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 Casa

Pazza!

  

 

 

Steo

 

Giochi d’acqua

 

 

<Tic, tic, tic, tic, tic, ahahhhahhahahah!!!!> nel silenzio della notte.

<Cos’e?> chiede Pina e Lino risponde:

<Il rubinetto che perdeva e adesso ha pareggiato!>

 

 

Lino e Pina abitavano nell’appartamento di via delle Condotte da oltre dieci anni. Lavoravano entrambi, Lino era capo reparto spedizioni in una fabbrica di Lampadine, Pina era al reparto tappezzeria di una fabbrica di divani. Il tempo libero era per loro una merce estremamente preziosa e proprio per questo, per quanto era loro possibile, cercavano di trascorrerlo in pace nella tranquillità della casa o in allegria con gli amici, a cena in pizzeria o a ballare nei locali di Latino Americana. D’estate poi facevano tutti assieme delle belle gite al mare a godersi il sole ed a fare lunghi bagni pieni di nuotate, di tuffi e di schizzi anche se di ben altri spruzzi ci occuperemo fra in po’. Lino e Pina erano molto felici insieme ed erano soddisfatti della loro vita insieme, questo chiaramente non li portava certo a pensare che, in fondo, non avevano molta cura del loro pur sempre bello e accogliente appartamento. Lino era da sempre un supersprecisone, i suoi calzini usati ritrovavano la luce anche dopo anni di sepoltura sotto la montagna di panni che ogni giorno rovistava nella ricerca di una camicia pulita, cosa vana e di un paio di jeans che almeno non fossero macchiati. Pina da cosciente donna di casa era almeno un po’ più precisa ma anche lei non dedicava e non riusciva certo a far dedicare a Lino del tempo a rassettare, pulire o sistemare la casa. Alle pulizie venivano insomma riservate attenzioni solo per quanto bastava a poter vivere pacificamente, senza ritrovarsi sommersi dallo sporco e dalla polvere. Di tutte le stanze quella che aveva risentito maggiormente della trascuratezza e dell’uso sconsiderato da parte dei padroni si casa era sicuramente il bagno. Abbastanza spazioso e dotato di tutti i servizi: vasca, doccia, lavandino, bidè e water. Grande lo specchio alla parete sopra il lavandino, pure lui dimentico della brillantezza di un tempo e offuscato dalle migliaia di docce vaporose che si erano condensate sulla sua superficie. Altrettanto grande e con un artistico panorama sulla chiesetta del quartiere era la finestra, la quale però non veniva usata quanto sarebbe stato opportuno per un bagno, lasciando che i vapori e l’umidità insieme alla polvere si posassero indisturbati su ceramiche e piastrelle, su legni, vetri  e cromature varie. In questa trasandata situazione, con l’acqua che sguazzava placida dalla vasca al lavandino, dal bidè alla doccia, dalla cassetta al water e viceversa, imperatore sovrano di tutti i sanitari regnava incrostato e incontrastato il perfido Conte Calcare de Calcaris. I poveri accessori del bagno vivacchiavano con le loro superfici tutte opache e con gli scarichi corrosi ed intasati, per non parlare dei rubinetti dove il calcare cresceva come l’edera fa su di un muro. Tutti i buchi erano otturati e la poca acqua che riusciva ad arrivare schizzando difficilmente ce la faceva a scorrere via tranquilla, ritrovandosi a gocciolare da tubo a tubo con lentezza e fatica. Unico diversivo alla situazione erano i giochi d’acqua, fatti di spruzzi e schizzi proprio come quelli che Lino e Pina facevano al mare con gli amici. Così i coinquilini del bagno passavano le loro giornate.

 

Campione assoluto di triplo schizzo mortale era Gino il Lavandino.

<Ehi guardate un po’ qua!> esclamava mentre faceva roteare l’acqua come se fosse avvolta da un tornado e poi la sparava nella capiente pancia di Maresca la Vasca o nelle occasioni speciali e di maggior spettacolarità, nel più piccolo Raffè il Bidè.

La più pazzerella era sicuramente Mascia la Doccia, era veramente schizzata! Ogni volta che apriva bocca erano schizzi.

<Aaaaahhhhh! Non ne posso proprio più di vedere questi volteggi da esibizionista, getti qua, spruzzi la, salti mortali e intanto riempie di schizzi tutti quanti è l’ora di finirla> gridava dall’alto con la sua vocina stridula e dopo poco le faceva eco Raffè dal basso della sua postazione.

<Pavla bene questa> cominciava con il suo accento alto borghese o meglio, forse basso nobile. Qualcuno lo chiamava duca ma nessuno era riuscito a avere notizie certe sulle sue origini, si diceva che fosse stato utilizzato addirittura dalla Regina di Francia durante la rivoluzione francese  e che se la fosse data a gambe prima che le cose precipitassero, da allora in Francia non ci sono più stati i bidè ed ancora oggi se ne vedono pochissimi, una rarità.

<Sì sì, pavla pavla cvitica gli spvuzzi altvui e poi non fa altvo che schizzave da tutte le pavti, non sta mai fevma, sta mai fevma. Ah lo diceva mammà, stai attento alle compagnie che fvequenti e invece guavda qui dove mi sono vitvovato, tva la plebaglia, la plebaglia, guavda dove mi sono vitvovato, tutti quanti a schizzave e l’acqua poi non se ne va più!> brontolava Raffè mentre anche lui ci metteva del suo con getti e spruzzi da tutte le parti.

La più tranquilla di tutti era certamente Maresca troppo oppressa dalla sua mole e dalla mole di calcare che la sovrastava, il più delle volte sonnecchiava indisturbata e russava gorgogliando acqua con un suono cupo e profondo, poi ogni tanto si risvegliava mettendosi a brontolare contro tutto e contro tutti senza che nessuno la avesse infastidita o senza che ci fosse un motivo valido per arrabbiarsi.

<Ma la volete finire, ronf ronf, eh? Ah si dicevo la smettete di bofonchiare che mi disturbate, mi ero appena appisolata e come al solito i vostri inutili borbottii mi si sono infilati nei tubi, ronf ronf> e così come si era svegliata si riaddormentava senza che nessuno in verità si curasse di lei più di tanto.

L’unico invece che cercava, a dire il veno invano, di trovare un rimedio alla situazione era Walter il Water, il poverino era perennemente intasato e nonostante il cattivo odore che emanava dalle sue torbide profondità non era riuscito a far capire a Lino e Pina che in bagno c’era bisogno di una ripassata a fondo. Era il più anziano di tutti e dall’alto della sua vetustà era l’unico che si rendeva conto che, se non fosse cambiato qualcosa, ben presto sarebbero stati sostituiti tutti con degli accessori nuovi, fiammanti e chiaramente non intasati e corrosi dal temibile Conte Calcare che a poco a poco li stava consumando tutti senza che quegli sprovveduti dei suoi compagni se ne avvedessero.

<Basda, basda!> cercava di intervenire con il suo vocione profondo e intasato <dod litighiabo fra di doi, gui le gose sodo boldo serie, se dod trobiamo un ribedio alla sbelda ci ribeddiamo il bosdo e buodadotte > borbottava esalando cattivi odori tra le sue frasi ormai quasi incomprensibili mentre gli altri gli davano addosso con megaschizzi e spruzzate artistiche e qualcuno gli faceva anche la linguaccia. Così il previdente ma inascoltato Walter si ritrovava solo alla sera a pregare San Itario, protettore dei bagni, affinché prima che fosse troppo tardi, venisse trovata una soluzione a questa situazione oramai insostenibile. Ed era proprio di notte che meglio si poteva sentire il rumore del perfido Conte de Calcaris che succhiava lo smalto dalle porcellane e il cromo dai rubinetti degli ignari abitanti di quello che ormai si poteva chiamare soltanto gabinetto e tra un morso ed una succhiata lo si poteva udire ridere e sghignazzare soddisfatto del suo spuntino notturno.

<Eh eh eh> ghignava malefico <qui ho trovato davvero il paessse della cuccagna, credo proprio che non me ne andrò fino a che non li avrò ssspolpati tutti ad uno ad uno eh eh eh!> e giù di nuovo a succhiare. <Bravi, bravi, riposssate, eh eh eh> sibilava tra i suoi aguzzi denti il malvagio vampiro dei sanitari <che quando avrò finito con voi me ne compreranno di nuovi, eh eh eh, non avrò più a che fare con delle porcellane ssstantie o dei rubinetti rugginosssi come voi e potrò ricominciare a sssucchiare ceramica giovane e bellissimi e funzionali missscelatori luccicanti di cromo. Me ne farò un sol boccone eh eh eh!> e riprendeva a mordere e succhiare.

 

Intanto la notte Walter pregava e si sa, le preghiere vengono ascoltate.

 

Fu così che un bel giorno Lino fu chiamato in ufficio dal gran capo in persona, il quale gli comunicò che sarebbe stato promosso alla direzione del reparto con mansioni di supervisione e ufficio e naturalmente, relativo congruo stipendio. Lo stesso accadde a Pina che per la sua disponibilità e competenza fu premiata con un aumento saporito. La sera festeggiarono in un ristorantino intimo a lume di candela e poi rientrarono felici nel loro appartamento. Dopo aver aperto rimasero per un attimo fermi sulla porta, si guardarono intorno accuratamente e in quel momento seppero come avrebbero impiegato una parte dei soldi che si erano visti piovere sotto forma di aumento. Avrebbero assunto una donna per fare le pulizie di casa.

 

Fu così che due giorni dopo sulla porta del bagno apparve Luisa, un donnone enorme, alta almeno un metro e ottanta per novanta chili di peso che alla faccia della sua stazza, riusciva ad infilarsi anche negli angoli più reconditi per succhiar via la polvere e scrostare la sporcizia. E poi, meraviglia delle meraviglie, aveva anche la pozione magica per sconfiggere il nefasto duca de Calcaris, il potente flacone di Messer Scioglicalcare, un prodotto scrostante e igenizzante allo stesso tempo, una vera manna per i poveri abitanti del bagno. Luisa era di poche parole e di molte pulizie, cominciava presto finiva presto e strano ma vero, puliva anche il water. Il cortese Walter da parte sua si lasciava pulire e strusciare bene a fondo, spalancava la sua gola e lasciava che Luisa ci infilasse le sue manone per togliere anche la pur minima traccia di sporco. Nel bagno regnava ormai brillante e luminosa la Regina Scintilla. Luisa rivoltava il bagno come un calzino una volta alla settimana, strusciava, insaponava, scrostava e poi passava su dovunque un panno morbido morbido che lasciava su tutti un gran sorriso.

 

Maresca si era addirittura messa a dieta e adesso era sempre sveglia e attenta, Mascia trascorreva tranquilla le sue giornate ad ascoltare musica rock con le cuffie mentre il solito vanitoso di Gino il Lavandino passava tutto il tempo a rimirarsi nel grande e luminoso specchio.

<Guarda che meraviglia, ma guarda che splendore, eh sì io l’ho sempre detto che sotto tutta quell’opacità nascondevo un corpo da lavandino di prima categoria>

<Beh beh cosa dive, cosa dive, siamo tutti più splendenti, tutti più belli, più belli, ci voleva pvopvio, ci voleva pvopvio, sì sì ci voleva pvopvio> aggiungeva Raffè e felice più di tutti scrostato e stasato, con il suo nuovo timbro da baritono, Walter cantava romanze da mattina a sera gorgogliando ritmi antichi e nuovi con la sua gola lustra lustra e la sua voce finalmente libera.

<Questa volta ci è andata davvero proprio bene> sentenziò felice Walter <Rischiavamo di finire alla discarica e invece grazie alla mano sapiente di Luisa ed al Cavaliere Messer Scioglicalcare, adesso abbiamo liberi perfino gli scarichi più profondi!> e giù a cantare stornelli, serenate e arie da opera lirica, finalmente tutti felici e splendenti.

Ed il malefico Conte che fine aveva fatto? Nel bagno se ne parlò ancora per poco ma fu dimenticato velocemente e definitivamente. Giunsero ogni tanto notizie frammentarie che si trasformarono con il tempo in leggende e novelle, pare, dico pare, che lo avessero visto alcuni mesi dopo in un gabinetto pubblico mentre attaccato ad un rubinetto rugginoso, succhiava quel poco di metallo che ancora c’era rimasto. Perfido, scolorito, lurido e sporco come non era mai stato. 

Tempo che passa

 

 

<Tap, tap, tap, tap, tap> un rumore nell’armadio.

<Cos’e?> chiede Saverio e Luca risponde:

<Sono i tuoi vestiti che passano di moda!>

 

 

Saverio era sempre stato affezionato a quella camicia, l’aveva portata quasi ogni sera nell’estate del ’75, era il suo gioiello, il suo portafortuna. Aveva quella camicia indosso quando si era dichiarato a Marisa, in ginocchio sulla sabbia della Versilia, con le luci lontane ed il rumore del mare come sottofondo. Indossava quella camicia anche la sera successiva, quando Marisa aveva ceduto e dopo un breve attimo di timidi gesti d’affetto le aveva finalmente strappato il primo bacio, il primo di una infinita serie di baci che li avevano accompagnati fino all’altare, quando si erano sposati nel 1980. La sera prima del matrimonio, durante la festa di addio al celibato, Saverio aveva ancora una volta, l’ultima, indossato scherzosamente la sua cara camicia che con quei disegni astratti e i colori sgargianti tanto era andata di moda cinque anni prima. Dopo quella simpatica e allegra serata la camicia fu ancora una volta lavata, stirata, piegata per essere infine riposta nell’armadio, lassù in alto, dove ci si arriva solo montando sullo sgabello, lassù dove finiscono tutte le cose per non essere gettate via, lassù nel dimenticatoio, tra la naftalina ed i vestiti stretti, fra buste di cellophane e borse in pelle di coccodrillo ricevute in eredità dalla zia zitella. Quattro anni dopo nacque Luca, un bel bambino paffuto con gli occhi azzurri ed i capelli neri, eh sì, anche lui come suo padre avrebbe fatto girar la testa a parecchie fanciulle, magari anche con l’aiuto di una bella camicia alla moda.

 

La vita nell’armadio non è poi quella gran cosa che si potrebbe pensare, è quasi sempre buio e di solito l’unica attività è il riposo. Lì, appesi tutti in fila a cercare di rinfrescarsi e deodorarsi, anche grazie a quei magnifici sacchettini profumati che le nonne ancora preparano con i fiori di lavanda o con i più moderni gel preconfezionati altrettanto profumanti. Ci si arrabbia con il cappotto appena entrato che porta nell’armadio un gran puzzo di fumo e lo si scuote bene bene, si chiacchiera delle esperienze vissute, si intavolano discussioni, si esprimono opinioni quasi come al bar ma in fin dei conti l’evento più rilevante, l’Evento con la e maiuscola è sempre e soltanto uno, quando, aperte le ante, si viene scelti per la passeggiata della domenica o per la serata al ballo o al cinema, insomma l’importante è essere indossati e l’autorità all’interno dell’armadio la si acquista nel quanto si è indossati e in quali prestigiose occasioni. Tutti per esempio vorrebbero fare la passeggiata della domenica mentre a nessuno piace andare in pizzeria, tanto va sempre a finire che si ritorna pieni di patacche e si viene infilati dentro alla lavatrice, quel terribile marchingegno pieno d’acqua che si fa tornare come nuovi ma consuma le fibre e poi con tutto quel ruzzolare è proprio una gran tortura.

 

Nell’armadio di Saverio erano stipati un sacco di vestiti.

 

Il più importante, ricercato e aristocratico e di conseguenza quello più snob e antipatico era sicuramente Completo Elegante. Giacca, pantaloni e gilet grigio antracite, raffinatissimi e sempre stirati e profumati. Le occasioni di uscita erano abbastanza rare, qualche matrimonio, forse un battesimo e un paio di convegni all’anno ma sicuramente erano le più ambite e quelle che di conseguenza, davano maggior lustro all’abito che vi avesse partecipato, questo chiaramente eleggeva Completo Elegante a capo supremo ed indiscusso dell’armadio e lo rendeva un tipo dispotico e con un po’ di puzza sotto il naso a dir la verità. Anche camice da sera e pantaloni eleganti si davano delle arie mentre camicioni di felpa e jeans meno rinomati, pur vedendo la luce tutti i giorni lo potevano fare solo per andare al lavoro o per le serate in famiglia, così rimanevano letteralmente a tasche aperte ad ascoltare le storie che i più pregiati abiti raccontavano loro, magari inventandosi qualcosa ogni tanto. Poi su in cima, sepolta sotto polvere e anni, riposava la nostra camicia Anni 70, sola e perseguitata, non passava infatti giorno senza che Completo Elegante o gli altri vestiti di pregio avessero da far notare la loro superiorità ed il loro valore. Sì, un po’ con tutti ma in maniera particolare ed assillante proprio con la povera camicia in stile anni ’70.

<Domenica scorsa è stato proprio un bel battesimo, anche se quel bambino non la smetteva più di belare> cominciò subito acido Completo Elegante <per fortuna non lo abbiamo mai preso in braccio, mancava proprio che magari ce la facesse addosso, così poi ci toccava andare in lavanderia a farci spruzzare tutti quei gas pestiferi addosso che ce li portiamo dietro per chissà quanto. Però la festa è stata bella, abbiamo ballato l’intero il pomeriggio con un delizioso vestitino color pesca, pieno di tulle e di trine, che ci ha fatto il solletico per tutto il tempo, ah birichino. E tu Anni 70, dov’eri domenica scorsa, e ehhmm… quella prima e poi quella prima ancora? Ah ah ah! Oh scusa dimenticavo, hai così tanta polvere addosso che non ce la fai nemmeno a muoverti figuriamoci ad uscire dall’armadio. Oooohh poverina, come mi dispiace, ah ah ah!>

<Sabato sera sono andata al cinema con Pantaloni di Velluto> si intromise Camicia Sportiva per rincarare la dose <mi sono strusciata per tutto il film con un maglioncino di cachemire, ahh… che esperienza morbida morbida. La prossima settimana daranno un poliziesco, sicuramente torneremo al cinema, speriamo di incontrarlo di nuovo. E tu? Qual’è stato scusa, l’ultimo film che hai visto? Era a colori o in bianco e nero? C’era già il sonoro? Ah ah ah!> e poi via tutti a ridere camicie, pantaloni, giacche, perfino i calzini e le mutande nel cassetto ridevano, tutti tranne Anni 70, ormai rassegnata alla sua busta di nylon e al buio dell’armadio.

 

La moda però è un po’ mattacchiona, in fondo non c’è più niente da inventare, si può solo rispolverare, ridisegnare, mescolare, così ogni tanto rivediamo vestiti che ci ricordano le foto della mamma da ragazza o camicie che riconosciamo nelle foto tessera sulla patente di papà, di quelle con i becchi lunghi e il colletto rigido. Per questo l’inverno del duemila vide rinverdire i fasti degli anni ’70, rivisitando e riesumando colori, disegni e stile che avevano fatto un epoca, quella della discomusic e delle febbri da sabato sera. Saverio ormai quarantenne impiegato, non avrebbe certo più indossato la sua amata camicia in stile anni ’70 ma Luca, che andava in discoteca almeno tre volte alla settimana, non si lasciò sfuggire l’occasione che gli si presento ghiotta e succulenta. Era già da qualche giorno che elogiava questo ritorno allo stile degli anni in cui i suoi genitori erano stati ragazzi come lui, si informava su com’era vivere allora, senza giochi elettronici, senza tv a colori, senza le tv commerciali, senza computer, senza tutto! Oh! Ma insomma che grigiore, forse proprio per combattere il bianco e nero di quegli anni erano venuti fuori colori e stili così attuali oggi, da essere nuovamente di moda. Faceva la corte a sua madre nella speranza che acconsentisse all’acquisto, magari con una piccola aggiunta al budget a sua disposizione, di una di quelle vistose camice, così da poterla sfoggiare con gli amici in discoteca e soprattutto con le ragazze che tanto gli giravano intorno e lui non poteva sicuramente deluderle. La madre proprio non ci sentiva da quell’orecchio, non aveva alcuna intenzione di investire in due etti di tessuto luccicante, che sarebbero durati il tempo di una mezza stagione, per questo quasi per scherzo, consigliò a Luca di provare a chiedere al padre se mai gli avesse dato la sua in prestito, che da qualche parte nell’armadio doveva ancora sicuramente essere. Luca non pose tempo in mezzo, dopo aver avuta la conferma da Saverio dell’esistenza della camicia, fu al padre che si mise a fare la corte, pregandolo di regalargli la sua camicia così alla moda. Per il padre fu quasi un colpo al cuore, la sua camicia, la sua adorata camicia, prestata al figlio per andare a scatenarsi nei moderni e forsennati balli delle discoteche. Giammai! Ma… forse… chissà… però… quasi quasi. Beh! Alla fine Luca riuscì a convincere il padre e fu così che entrò in possesso della più bella camicia in stile anni ’70 che avesse mai visto. No non ce n’erano come quella nelle vetrine dei negozi, non ne aveva viste indosso a nessuno di così sgargianti, particolari e lucenti, nonostante l’età era proprio come nuova e poi, oh raga! Era originale! La indossò per provarla e passò il resto della serata a rimirarsi allo specchio. Anni 70 fu colta alla sprovvista, anni di buio di polvere e di soprusi e poi d’improvviso la luce e che luce, quella psichedelica e colorata della discoteca, con fumi, raggi laser e ballerine sui cubi. Con mille altre camicie, maglioni e camicette con cui simpatizzare, far amicizia e perché no strusciarsi nella penombra di un pub o sulla sella del motorino. Per Anni 70 fu una seconda giovinezza le sembrò di rivivere le serate d’agosto sulla Versilia, tra balli e sabbia e adesso che si era trasferita si dimenticò del tutto di quei fastidiosi, arroganti ed antipatici coinquilini dell’armadio. Luca era strafelice del regalo fattogli dal padre e a Saverio sembrò quasi di riconoscersi nel figlio, così identico a lui. Anche a Marisa gli sembrava di rivedere il marito esattamente com’era più di vent’anni prima, che a guardare le foto sembrava fossero state scattate il giorno prima al figlio. Fra scherzi balli e lazzi l’inverno trascorse felice e sereno, la moda fece il suo corso e… si sa quanto effimera sia, tutto ad un tratto cambiò. Anni 70 rimase qualche giorno nei cassetti della camera di Luca, avvistasi di questo Marisa, molto previdentemente, la ripose di nuovo nella sua busta di nylon e l’accomodo lassù in alto, dove ci si arriva solo montando sullo sgabello, lassù dove finiscono tutte le cose per non essere gettate via, lassù nel dimenticatoio, tra la naftalina ed i vestiti stretti, fra buste di cellophane e borse in pelle di coccodrillo ricevute in eredità dalla zia zitella. Tutto come prima? Nient’affatto Anni 70 aveva ormai riconquistato la sua verve e la sua vitalità da ballerina, si ripresentò agli abitanti dell’armadio che ormai l’avevano data per spacciata in qualche discarica o fatta straccio per la polvere e di lei avevano continuato solo a parlarne male. Il suo ritorno fu tutt’altro che indolore per Completo Elegante e i suoi degni compari.

<Ciao babbei!> esclamò simpaticamente vendicativa Anni 70 <cosa avete fatto ultimamente, siete andati ad un barboso matrimonio o al concerto di fine anno, oppure siete stati al cinemino a vedere le ultime battaglie spaziali, eh come mi dispiace per voi, io ultimamente sono andata in disco quasi tutte le sere, venerdì rock, sabato latino americana, domenica pomeriggio hausmusic,  poi martedì al pub e giovedì a cena al ristorante cinese, uuhhh che vita bamboli! E voi! Vi siete annoiati con la solita vita?> sentenziò saggiamente a questo punto <oppure come avevo fatto io in questi ultimi anni, vi siete riposati in attesa di un qualche breve ma perlomeno esaltante momento? Adesso sono tornata nella mia bustina di plastica ma uuhhh…momenti come quelli che ho passato valgono una vita intera chiusi nella plastica e sepolti sotto polvere e coperte di lana. Adesso vi racconterò come sono andate le cose…>

 

Fu in questo modo che le posizioni nell’armadio cominciarono ad equilibrarsi, niente più supremazia, niente snob o puzza sotto il naso. Anche Completo Elegante che si era divertito ad ascoltare gli elettrizzanti racconti di Anni 70, cominciò a rendere partecipi gli altri delle sue autorevoli prestazioni a cerimonie e appuntamenti. Da quel momento tutte le uscite importanti o meno non furono più motivo per pretendere autorità e potere ma solo il modo per far arrivare notizie fresche e brillanti dall’esterno e magari per mandare qualche messaggio passionale o piccante a un vestitino di seta o a un bel maglione di lana.

 

Da allora capita ogni tanto che Saverio, la sera prima di andare a letto, mentre Luca naviga al computer o legge e Marisa si anima con i romanzi in tivù, monti sullo sgabello, prenda la camicia in stile anni ’70 dal ripiano più alto dell’armadio, la tolga dalla sua confezione di plastica e delicatamente la indossi. Poi sfila davanti agli specchi ricordando la sua beata gioventù e quando talvolta Marisa lo coglie in flagrante, indossa anche lei la sua camicetta di lustrini e insieme ballano il ritmo immaginario, lento e coinvolgente che li riporta ai loro sereni ed appassionati anni dell’adolescenza. E intanto Paillette e Anni 70 rivivono con loro, fra abbracci e mosse scatenate, gli antichi sapori di mare, danze e amore.

Ma che caldo fa

 

 

<Cosa ci fa un termosifone al polo con una stufa?> chiese improvvisamente Elena a Claudia, la quale rimase in silenzio sbigottita.

<Rompe il ghiaccio> concluse sorridendo la sorella.

 

 

L’avevano bramata, sognata, desiderata, cercata ed infine trovata. Una villetta su due piani più garage, mansarda e prato intorno. Cucina, sala, studio e una stanza per i ragazzi a piano terra; quattro camere al piano superiore più due bagni, uno per Anna e Marco ed uno per i ragazzi. Finalmente dopo tanto cercare e dopo tanto discuterne avevano scelto e non era stato certo facile. Marco era stato irremovibile, lui aveva senz'altro bisogno di un garage molto ampio dove parcheggiare la sua auto e dove tenere gli attrezzi da giardino. Aveva di conseguenza bisogno anche di un giardino da accudire, dove coltivare le sue rose e continuare a far incroci fra le varie razze, per ottenere nuove forme e colori per nuovi concorsi e molto probabilmente nuovi premi, da aggiungere a quelli già ricevuti, il giardino era per lui essenziale, il rientro dal lavoro era dedicato alla moglie, ai figli e infine al relax immerso fra i suoi fiori. Il lavoro nella filiale di una rinomata fabbrica giapponese di componenti elettronici gli dava molta soddisfazione ed un buono stipendio ma consumava i suoi nervi ad un ritmo irrefrenabile. Anna dal canto suo non avrebbe mai rinunciato ad una cucina ampia nella quale dilettarsi a preparare deliziosi manicaretti ed a una stanza tutta per se da adibire a studio, dove avrebbe scritto i suoi pezzi da opinionista, pubblicati su importanti e rinomati giornali. A Filippo, ormai ventenne universitario a economia e commercio, non sarebbe bastato avere una camera a sua completa disposizione, già ce l’aveva, desiderava invece ardentemente una mansarda, da trasformare a seconda delle occasioni in sala studio per le sue ricerche , in sala riunioni per gli incontri con gli amici o stanza riservata, assolutamente off-limits per le due pestifere e curiose sorelle, se avesse desiderato un po’ di privacy per qualche tenero incontro. Elena e Claudia, in perenne competizione fra di loro ma solidamente alleate contro il fratello maggiore, avevano deciso dopo quattordici anni di convivenza che fosse giunto il momento di avere camere separate. Insomma dopo essere vissuti per anni stretti fra quattro mura troppo piccole per un famiglia così numerosa erano riusciti a soddisfare i desideri e i bisogni di tutti.

 

Una casa di tali dimensioni aveva certamente bisogno di un buon impianto termico con termosifoni in ogni stanza ed una caldaia che riuscisse a rifornirli adeguatamente, così da mantenere il giusto tepore in tutti gli ambienti e visto che Marco e la sua famiglia si erano trasferiti nella nuova casa a fine ottobre avrebbero dovuto mettere subito in moto la caldaia a gas da trentamila calorie situata in cantina, nuova di pacco, pronta per il collaudo e la messa in moto, pronta ad affrontare con calore l’inverno che avrebbe cominciato a farsi sentire di li a qualche giorno. La caldaia, nuova fiammante era lì pronta all’uso ma purtroppo ancora silenziosa e fredda, c’era ancora un unico piccolo impercettibile problema. Negli ultimi anni la casa era stata abitata da una coppia di anziani che, prima di trasferirsi in riviera a trascorrere i giorni della loro vecchiaia, si erano riscaldati utilizzando una vecchissima caldaia a gasolio. Avevano fatto richiesta per il servizio del gas cittadino più per forma che per necessità e per un motivo o per l’altro alla fine non erano mai stati eseguiti i lavori necessari per l’allacciamento alle condutture, le quali si fermavano a circa duecento metri dall’impaziente caldaia che, un po’ la burocrazia un po’ le difficoltà oggettive, fra scavi e allacciamenti, sarebbe rimasta inerte e taciturna almeno fino all’inverno dell’anno successivo. Beh, dopo litigi, telefonate e corse a metà novembre fu riattivata la vecchia caldaia che, con la sua enorme bocca coperta da una grata attraverso la quale si potevano vedere le fiamme, più che altro sembrava un treno a vapore. Anche questa trovava posto in cantina, nell’angolo più buio e più sporco, era una vecchia caldaia a carbone riadattata per funzionare a gasolio, carburante che fu prontamente consegnato e immesso nel deposito collegato alla “ vaporiera”. Così la soprannominarono le gemelle Elena e Claudia, dopo essersi divertite a buttarvi dentro un po’ di cianfrusaglie che grazie all’antiquata tipologia del bruciatore erano divenute cenere in quattro e quattr’otto. La grande bocca infatti permetteva non soltanto di accedere alla caldaia ma volendo, di usarla per quella che era stata la sua iniziale funzione, bruciarvi carbone, legna o qualsiasi altro oggetto combustibile. Era un bel po’ che non veniva revisionata ma entrò in funzione e a pieno regime fin dal primo tentativo, nonostante che l’idraulico avesse guardato un po’ sconcertato tutti quei manometri e indicatori vari che chissà cosa avevano voluto segnalare ai tempi in cui risaliva la caldaia, visto che oggi ci si limitava ai soli indicatori della temperatura e della pressione. Vaporiera, fiera e impettita, orgogliosa del suo lavoro, sparò un paio di profondi colpi di tosse e poi cominciò ad irradiare il suo calore in tutta la casa ed ai piani superiori tutti le vollero subito bene. Ai piani superiori, perché nel sottosuolo tutto sarebbe stato presto diverso. L’idraulico era riuscito addirittura a collegare un timer al vecchio bruciatore, così ogni mattino alle cinque Vaporiera si metteva in moto ed in casa era subito calore mentre in cantina era subito musica. La Vaporiera era un vero e proprio sergente di ferro e per gli sventurati abitanti della cantina fu un inverno molto, molto ma molto caldo.

 

Vaporiera si svegliava al primo rintocco di campana e con un ruggito da leone dava, a suo modo, il buon giorno a tutti.

<Allora pelandroni sono già le cinque e il mio bruciatore è già in funzione, pronto e attento. Sono già in contatto con tutta la casa tramite i dodici termosifoni al mio comando e voi non vorrete mica rimanervene li a poltrire? Aaavanti! Uno due, uno due, sveglia, sveglia, svegliaaa!> gridava mentre cominciava la ginnastica quotidiana e guai a chi non obbediva, la sua capiente bocca era sempre all’erta e ben disposta a bruciare qualsiasi cosa le fosse capitato a portata di griglia <forza, forza, muoversi, scattare, giù dalle brande, avanti o vi infilo in bocca uno per uno e vi faccio allo spiedo, uno due, uno due ssscatttarrrè!>

 

In ogni casa ci sono dei luoghi adibiti a deposito o ripostiglio per tutti quegli oggetti che ormai non vengono più utilizzati, passeggini, lumiere, valige di cartone e vecchi mobili, che puntualmente vanno a dormire in soffitta mentre quelli che si pensa debbano poter essere utilizzati, la cassetta degli arnesi, vasi di ceramica, la vecchia bicicletta, una pala, il tavolo da ping pong, questi finiscono puntualmente nelle cantine pronti a essere rimessi in movimento in qualsiasi momento, anche se in realtà rimangono dimenticati almeno quanto quelli della soffitta. A far compagnia alla temibile Vaporiera erano stati scompostamente e frettolosamente adagiati in cantina, con il dire che poi tanto domani ne avremo sicuramente bisogno e poi non erano più stati toccati, un completo da sci composto da salopette, giubbotto, sci, scarponi, guanti e racchette di quando Filippo aveva dodici anni e che nessuno era mai riuscito a buttare via; la cassetta degli arnesi di Marco, regalo dei suoceri, che Marco non aveva mai utilizzato, troppo impegnato con i fiori e gli unici attrezzi che conosceva erano cesoie, zappette e palette; una scatola di bambole di Elena che ogni anno, per la locale fiera di beneficenza, pensava di donare al parroco ma che puntualmente dimenticava di fare; la collezione completa dei libri Harmony annate 1985, 1986, 1987, 1988, recuperata da Claudia presso rigattieri vari e banchi di modernariato e che dopo l’entusiasmo dei primi batticuore era finita in uno scatolone e li era stata abbandonata; l’enciclopedia della donna all’avanguardia, risalente al 1975, appartenuta ad  Anna e non più tanto all’avanguardia per la moderna famigliola. Così ogni mattino alle cinque la sveglia si annunciava con un roco ruggito della Vaporiera e per tutti gli sventurati abitanti della cantina cominciava la giornata di addestramento militare, uno due uno due.

 

<Non è assolutamente possibile continuare in questo modo> cominciò a dire Tuta da Sci dopo poco più di una settimana <neppure quando mostravo la mia abilità sui più prestigiosi campi da sci ero costretta ad allenarmi così tanto, ogni mattina la stessa storia, io non ce la faccio più, mi dolgono tutte le cuciture, ma ora glie ne dico quattro a quella!>

<Ma sei pazza?> gli rispondeva Cassetta per gli Arnesi <se tanto tanto ti sente, quella, come dici tu, è capace di aprire la bocca e fumarti in men che non si dica, ieri ho visto il padrone di casa che ci buttava delle sterpaglie, l’ha riempita bene bene e lei si è lamentata? Ma neanche per sogno ha dato una gran boccata e se li è fatti fuori in un attimo, piuttosto speriamo che non mi faccia fare l’inventario anche oggi, non ne posso più di contare viti e bulloni.>

<Soldato Cassetta vogliamo fare silenzio o no. Vediamo un po’ forse hai bisogno di tenerti occupata la mente per riuscire a frenare la lingua, potresti fare l’inventario del tuo contenuto e portarmelo qui appena pronto, ché se non è uguale a quello di ieri ti faccio assaggiare il mio bruciatore, RRRRROOOOOAAAARRRRRRR!!!>

<Ecco lo sapevo, sssi sssiiiii, sssubito, mannaggia a te Tuta, allora cominciamo di bulloni ce n’è, no le pinze, aspetta quante ne ho contate ieri, uff!> sbuffò disperata Cassetta per gli Arnesi cominciando la conta.

<Io continuo a dire che dovremmo fare qualcosa ma per il momento, uno due, uno due, meglio obbedire fino a che non ci viene una buona idea> concluse Tuta da Sci.

<Uno due, uno due> sembrava quasi che cantassero le bambole, mentre in fila indiana si applicavano alla corsa mattutina <uno due, uno due, tutte insieme su, piegamento, vaiiii!> e tutte si fermavano e si producevano in flessioni di vario tipo, dal semplice inchino delle bambole di plastica ad un vero e proprio arrotolamento per quelle di pezza, anche loro terrorizzate dalla rovente boccaccia rossa di fuoco delle Vaporiera <uno due, uno due, su bambine andiamo e pazienza, meglio faticare che ritrovarsi a bruciare nella pancia di questo despota> e via piegamenti e corse in giro per la cantina.

<Su bambine, su bambine> scimmiottava ironicamente Vaporiera <camminare, correre, piegamenti, avanti e pochi discorsi, ho dodici termosifoni ai miei comandi, sparsi in tutta la casa, e tengono d’occhio gli altri fannulloni come voi, avanti che ho da fare l’ispezione a tutta la casa, non ho tempo da perdere, forza, via. Iiiiispezione, Soldato Cassetta allora ci siamo con quest’inventario?>

<Comandi sergente, ssssi, duecentocinquantotto, duecentocinquantanove, no trecentocinquantanove, no ma dov’ero rimasta, duecen… no aspetta ssi ssi sergente, sssubito, sarà meglio ricominciare da capo.>

I più buffi ma d’altra parte i più preoccupati, erano chiaramente i libri e l’enciclopedia, consapevoli che la carta di cui erano composti li avrebbe condannati in pochi attimi a diventare cenere, così anche loro corse, corsette e piegamenti e guai a mescolarsi, l’ispezione richiedeva quotidianamente il controllo del dorso ed ogni numero doveva essere assolutamente conseguente a quello prima altrimenti, RRRRROOOOOAAAARRRRRRR!!! Erano guai.

 

L’inverno fu molto lungo e molto caldo in tutta la casa, ogni tanto Anna o Marco arrivavano con qualche strano aggeggio, vecchi attrezzi o giornali che puntualmente finivano nella Vaporiera, la quale non mancava mai di far sapere a tutti quanto fossero deliziosi gli sfortunati oggetti che le capitavano in bocca e anche se non era la verità, alimentava le paure dei già terrificati inquilini della cantina, affermando che quegli oggetti fossero i disubbidienti abitanti della casa che venivano inceneriti per aver mancato agli ordini impartiti da lei stessa. Così ogni mattino sveglia all’alba, corsa in cantina, flessioni, inventario, ispezione e gli indisciplinati dovevano passare il resto della giornata a pulire e lustrare gli ottoni della Vaporiera o a spazzar via le ceneri che le svolazzavano intorno, miseri e carbonizzati resti degli sfortunati ribelli che avevano assaggiato la dura legge del sergente Vaporiera, solido e inflessibile come un vero e proprio militare. Leggende che cominciarono a girare per la cantina affermavano infatti che la terribile caldaia fosse stata un tempo a scaldare gli alloggi degli ufficiali di un cacciatorpediniere della marina militare, a bordo del quale aveva appreso e fatto proprie tutte le più ferree e dure leggi della disciplina accademica. Altre voci circolanti per la casa assicuravano che avesse fatto addirittura parte del riscaldamento centrale di una prigione nelle Antille Olandesi prima di essere trasbordata sul cacciatorpediniere e poi via via racconti terribili che si perdevano nella notte dei tempi, corredati da tetri risvolti e di poco obbedienti cadetti che prima o poi finivano tutti tra le poco accoglienti fauci della Vaporiera. E sì quell’inverno fu molto caldo, terribile e molto, molto, molto lungo ma alla fine anch’esso ebbe termine.

 

Vaporiera si era già accorta che nella casa c’era sempre meno bisogno di lei, il timer che le avevano collegato non dava spesso l’avvio al suo potente bruciatore perché già il tepore della primavera lasciva entrare i suoi primi tiepidi raggi di sole ed i termosifoni erano spesso freddi, eccezion fatta per la mattina, quando ancora il Sergente Vaporiera riusciva a tartassare i suoi sfortunati allievi. Sapeva che a causa della bella stagione sarebbe rimasta spenta per un bel pezzo e di conseguenza aveva bisogno di lasciare un bel brutto ricordo di se stessa per ritrovare tutti attenti e impauriti quando l’inverno successivo sarebbe stata riaccesa. Per questo furono raddoppiate le corse, i piegamenti, gli inventari e le ispezioni e di conseguenza furono raddoppiate le punizioni,  le povere bambole di pezza ormai completamente ricoperte di fuliggine passavano quasi l’intera giornata a strusciare maniglie e grate, manometri e termometri per far bella lustra la ferrea carrozzeria del Sergente Vaporiera. Ma il caldo arrivò inesorabile e la caldaia se ne andò in letargo.

 

<Iiiaaahhhuuuuooommmm, ma che ore sono?> chiese il primo volume dell’enciclopedia.

<Mah, sembrerebbe proprio che siano le otto passate> risposero gli scarponi <niente sveglia stamani? Sergente, sergente ehi dico, Sergente Vaporiera, ehi brutto ammasso di ferraglia> osò apostrofarla visto il silenzio <dico, ci sei oppure no?>

Ma la caldaia rimaneva silenziosa, finalmente. Ci furono due giorni di festeggiamenti ininterrotti. Le bambole fecero il bagno e spolverarono tutti i libri, Cassetta degli Arnesi passava le giornate a spargere viti e bulloni per tutta la cantina e tutti pensarono bene di divertirsi più che potevano fino a che il Sergente Vaporiera se ne fosse rimasto a dormire. Poi dopo una settimana arrivarono in cantina due operai con la tuta blu ed una chiave inglese, smontarono i tubi che portavano il gasolio al bruciatore della Vaporiera e collaudarono la caldaia murale che se ne era rimasta zitta e nascosta in un angolo per tutto l’inverno. Fuori i lavori erano terminati ed anche gli ultimi duecento metri erano stati completati, la casa era finalmente collegata all’impianto gas della città. La caldaia da trentamila calorie era pronta a partire già da adesso per l’acqua calda e il prossimo inverno avrebbe mantenuto il giusto tepore in tutta la casa.

<Buongiorno> disse Trentamila Calorie alla prima doccia del mattino successivo <salve io sono la nuova caldaia, spero proprio che diverremo amici e scusatemi se farò un po’ di rumore a tutte le ore del giorno, è il mio lavoro, spero di non disturbare i vostri momenti di riposo>

Scarponi da Sci, Cassetta degli Arnesi, Collezione Harmony e tutta quella che era diventata un’allegra brigata, esultarono a quelle parole, consapevoli di ciò che significavano, Vaporiera avrebbe taciuto per sempre e le paure potevano essere definitivamente dimenticate. La primavera trascorse serena e l’estate le fece compagnia fino all’autunno che verso la fine a causa di giornate particolarmente rigide fece sì che Vaporiera avesse un sussulto, il suo abituale momento di risveglio era dunque arrivato. Ma, come mai non era ancora entrata in funzione? Qualcosa non quadrava e cos’era quell’aggeggio appeso al muro così silenzioso e pulito che emanava un simpatico tepore? Una nuova caldaia? Giammai pensò e dopo un attimo di smarrimento gettò uno dei suoi famosi ruggiti.

<Gngngngngggnngngngnngn> fu il solo rumore che ne uscì fuori, una specie di lamento, un piagnucolio che all’inizio fece impaurire gli abitanti della cantina che temettero un inaspettato ritorno del Sergente Vaporiera ma che poi lasciò cadere il tutto nella più canzonatoria ilarità, quanto tutto il seminterrato si avvide che Vaporiera ormai poteva soltanto lamentarsi e non fare più paura a nessuno. Passò poco tempo ma quando si rese conto che nessuno la teneva più in considerazione a Vaporiera non rimase che raccontare tutta la verità e chiedere perdono agli abitanti della cantina.

 

<Ebbene sì, era tutto falso, avevo soltanto bisogno di voi per tenere lustra la mia corazza di ferro e funzionanti tutti i miei manometri, erano anni che nessuno mi faceva più la manutenzione e rischiavo di rompermi da un momento all’altro se non mi fossi tenuta in forma ma avevo bisogno del vostro aiuto e farvi paura mi è sembrato l’unico modo per convincere tutti voi a sporcarvi ed impegnarvi per me, non ho mai bruciato nessuno e credo proprio che non sarei stato in grado di farlo, chiedo perdono a tutti quanti, me ne resterò qui al buio, sola sola, a scontare le mie colpe e non posso darvi torto se non potrete mai perdonarmi, Gngngngngggnngngngnngn, gngngngngggnngngngnngn, gngngngngggnngngngnngn> termino piangendo e lamentandosi.

 

Passarono alcuni giorni e mossi da commozione ma decisi comunque a far pagare a Vaporiera tutte le sue colpe, Cassetta degli Arnesi e Tuta da Sci, capitanati dal Volume Indice dell’enciclopedia della donna all’avanguardia, si recarono in delegazione da Vaporiera per dargli comunicato di quanto era stato deciso nell’ultima Assemblea della Cantina.

<Quello che ci hai fatto passare è imperdonabile> cominciò Volume Indice <ma noi abbiamo deciso comunque di risparmiarti, anche se è tanta la strada che dovrai fare per riguadagnarti la fiducia e l’amicizia di noi tutti. Tu sei l’oggetto più antico di questa casa, ne conosci le storie e gli avvenimenti, conosci cose fuori da qui che hai potuto vedere prima di essere installata in questa cantina. Se vorrai provare a diventare nostra amica, non ti rimane che tenerci compagnia raccontandoci tutto ciò che noi non sappiamo o non abbiamo potuto conoscere della casa e del mondo antico>

<Gngngngngggnngngngnngn> prese a dire vaporiera e trovato l’entusiasmo grazie alla proposta che le era stata fatta aggiunse una sola e semplice parola <si!>

 

Adesso ogni sera prima che in cantina si spengano le luci, Vaporiera racconta, inventando un po’, storie vere e inverosimili dei bei tempi andati nella casa e delle avventure in Sudamerica e sui cacciatorpediniere, le bambole sedute tutte attorno con la bocca e gli occhi spalancati dallo stupore, i libri severamente in ordine sparso con i numeri sui dorsi ben mescolati, gli arnesi tutti fuori dalla cassetta ad ascoltare i racconti di “Nonno Vaporiera” ed un dolce e sereno tepore a tenere compagnia grazie al moderno impianto di riscaldamento comandato dal simpatico Trentamila Calorie.

E buon appetito!

 

 

<Cosa fa un cuoco su di un palcoscenico, con delle pentole?> domandò ingenuamente Elisa.

<Suona la batteria!> rispose Fabrizio scuotendo la testa.

 

 

A Elisa era sempre piaciuto far da mangiare, aveva imparato da sua madre Michela, che a sua volta aveva appreso dalla propria mamma, Berta, l’abilità dell’arte culinaria, manicaretti e pietanze prelibate non avevano segreti per nessuna delle tre. La nonna Berta aveva imparato a cucinare per necessità ed aveva scoperto di avere un vero e proprio talento naturale nello svolgere il suo mestiere, con tre carote una cipolla e un po’ di farina riusciva a portare in tavola un piatto di paste succulente e appetitose. Di questo dono ricevuto, che aveva sua volta tramandato alla figlia e alla nipote, ne aveva fatto il proprio lavoro e con l’esperienza e la passione era divenuta una cuoca rinomata. Crescendo Michela ne aveva seguito le orme, ampliando ancora, per quanto fosse stato possibile, i già ricchi e completi menù di Berta, le loro ricette erano arrivate a comprendere ogni tipo di oggetto commestibile che si fosse visto sopra, sulla e sotto la terra, le pietanze preparate dalle loro mani avrebbero potuto essere materia d’esame nelle migliori scuole di cuochi a Parigi a Roma e anche a New York, se mai avessero rivelato a qualcuno le loro misteriosissime ricette di famiglia. Ma, sia per Berta che per Michela, utilizzare quei personalissimi sistemi di cottura nell’intimità del ristorante che erano riuscite ad avviare con soddisfazione e che adesso dirigevano con maestria e padronanza, era la realizzazione di un sogno bramato e la gioia della loro vita, davvero non avrebbe desiderato nulla di più e poi in fin dei conti ogni ricetta è un segreto e un segreto non si rivela mai a nessuno. Al contrario della madre e della nonna che avevano coniugato la loro arte in cucina con il lavoro, Elisa aveva preferito intraprendere la carriera imprenditoriale in compagnia del marito Fabrizio e, con impegno prima e soddisfazione poi, insieme erano riusciti a mettere in moto la loro attività, una fabbrica di abbigliamento con una clientela molto vasta, che ormai navigava da sola verso una consolidata affermazione. Fabrizio, figlio di sarto e sarto anch’egli, curava tutta la parte produttiva dedicandovisi con grande entusiasmo mentre Elisa si occupava con attenzione e con impegno della parte amministrativa. Ma quando le prendeva, qualunque fosse la situazione del momento, Elisa era non solo irremovibile ma anche inarrestabile, più di una volta le era capitato di alzarsi nel bel mezzo di una riunione e correre a casa a realizzare qualche nuova ricetta, che poi magari avrebbe confidato alla madre e alla nonna. In quelle occasioni nessuno aveva mai avuto da ridire, anzi comunque fosse finito l’incontro di lavoro, sicuramente il pranzo, offerto poi a tutti i partecipanti, sarebbe stato memorabile, insomma quando le scappava le scappava non c’era niente da fare doveva cucinare.

 

La cucina di Elisa era attrezzata almeno quanto quella del ristorante della nonna Berta e la ricordava molto, la zona fuoco esattamente nel centro della stanza con tutto intorno la più moderna tecnologia al servizio della culinaria: tritaquesto, grattaquello, spremiquell’altro, congela, scongela, frulla, scalda, schiaccia, impasta, amalgama, passa. Ogni più moderno robot da cucina aveva il suo comodo posto nei ripiani intorno a Elisa e come in una catena di montaggio gli ingredienti partivano da un lato del bancone nella loro forma originale, giravano tutta la stanza passando attraverso le varie fasi di lavorazione, trita, schiaccia e impasta per poi finire in padella sotto una forma completamente nuova e diversa e con un sapore ed un profumo che non si sarebbe potuto dimenticare facilmente.

 

L’attrezzatura a disposizione di Elisa per la sua passione ed il suo diletto in cucina erano i più vari ed i più moderni che si potessero trovare in commercio. Disposti sui diversi piani di appoggio disponibili in cucina si potevano infatti notare: uno sbuccia ortaggi elettronico bifasico, un tritatutto computerizzato con gradazione di finezza, un passaverdura elettrico a cambio sequenziale, uno sbattiuova con separatore e montaggio delle chiare a neve automatico, uno sbucciafrutta con frullatore, una gelatiera con reparto frigo e dosatore di porzioni, un macinacaffè a sensibilità di umidità, una macchina da caffè con dosatore di latte per la macchia e di alcolici per la correzione. Più tutta una serie di altri utensili anch’essi comunque elettrici: coltelli, affettatrici, grattugie, spremiagrumi, tostapane e via via via senza più fine, insomma in cucina non mancava proprio nulla, bastava rimboccarsi le maniche e vaiiii…

 

Elisa aveva ricevuto in dono, dalla nonna e dalla madre, non solo la naturale disposizione a far ben riuscire ogni pietanza da lei preparata ma anche tutta una serie di utensili da cucina che risalivano all’epoca in cui la nonna aveva cominciato la sua attività di cuoca, quando la preparazione di ogni piatto veniva affidata alle mani e a pochi altri attrezzi che certamente non funzionavano ad elettricità ma con olio di gomito e sudore della fronte. Aveva disposto anche questi nella sua spaziosa cucina dove, ad ogni parete, era sistemata una mensola che correva per l’intera lunghezza e su questi ripiani avevano trovato posto a far bella mostra di sé i mestoli e gli utensili della nonna Berta. C’era un passatutto in lamiera a manovella, un frullino a ruota dentata, un macinacaffè anch’esso a manovella, una caffettiera napoletana a beccuccio con tazzine in porcellana di Capodimonte, un tritacarne da banco, grattugie, coltelli e coltelloni, macinatoi, spremitori, taglieri, mestoli in legno e in metallo e tutto in ottimo stato di conservazione e perfettamente funzionante, anche se non più utilizzato ormai soppiantato dalla praticità e dalla funzionalità dei moderni robot elettronici. Elisa era veramente entusiasta della propria cucina le piaceva l’ambiente pratico e luminoso, le piacevano tutti i suoi utensili moderni, quotidianamente utilizzati e quelli antichi anche se ormai erano solo un simpatico ornamento delle pareti e soprattutto le piaceva tantissimo scorrazzare fra quelle quattro mura, con pentole fumanti o con vassoi delle pietanze più prelibate.

 

Dopo alcuni anni di rodaggio la fabbrica di Elisa e Fabrizio aveva raggiunto una certa notorietà sul mercato locale, il lavoro dava loro molta soddisfazione e da un po’ di tempo stavano cercando di espandere il loro nome a livello mondiale ed erano riusciti, tramite fidati collaboratori, ad entrare in contatto con degli importanti acquirenti addirittura nella lontana e popolosissima Cina. Mamma mia! A vestirli tutti ci sarebbe stato da lavorare per tutta la vita. Così dopo numerose trattative ed estenuanti riunioni erano riusciti a stabilire un accordo vantaggioso per entrambi e i loro prossimi nuovi clienti cinesi sarebbero presto venuti in Italia a firmare il contratto. Per Elisa e Fabrizio questo accordo era molto importante, doveva essere preparato tutto a dovere per l’arrivo degli ospiti orientali, niente doveva andare storto altrimenti si sarebbe corso il rischio di far saltare l’accordo, tra l’altro la fama da “Mestolo d’Oro” di Elisa, tramite gli stessi collaboratori che avevano già assaggiato i suoi manicaretti, era per l’appunto arrivata fino in Cina e i clienti curiosi e golosi avevano deciso che la firma al contratto sarebbe stata apposta alla fine di un lauto pasto consumato a casa dei due artisti, il sarto e la cuoca.

 

Intanto in cucina la vita scorreva tranquilla, si fa per dire, come sempre. I robot da cucina e gli utensili più moderni correvano qua e là tutto il giorno, intorno a piatti esotici o a veloci ma pur sempre elaborati spuntini e tra una frullata e una macinata non abbandonavano certo il loro hobby preferito, quello di insultare e canzonare i mestoli antichi e gli utensili tradizionali, abbandonati senza speranza sopra le mensole della cucina a far bella mostra di se ma niente più.

<Oggi mi sono fatto fuori tre banane, quattro mele e due pere, in un sol colpo di lama> si vantava Frullatore e rivolgendosi ai mestoli aggiunse <beh, a voi certo ci sarebbe voluto tutto il giorno solo per sbucciarli, se i vostri ingranaggi rugginosi ancora girano, dico no? Ah ah ah ah!>

<Come no> rispose Mixer <chissà se i loro ingranaggi hanno ancora i denti, forse se li sono fatti otturare tutti, perché erano pieni di carie rugginosa! Ah ah ah ah!>

<Sì, sono andati dal dentista dei mestoli ah ah ah ah> aggiunse Coltello Elettrico <sicuramente qualche dente se lo sono dovuto far levare e adesso parlano tutto cosci, sciao sciao, sciamo i mesctoli scienscia denti, ah ah ah ah>

<Io ieri ho passato dieci litri di minestrone in tre minuti e me lo sono fatto tutto a pezzetti piccini, piccini, piccini ma cosi piccini che i padroni se lo sono potuto bere in un bicchiere> faceva mostra di se Passatutto Elettrico e rivolgendosi al suo collega, oh pardon, ex collega a manovella <e tu quante volte dovevi far girare la tua lama sdentata prima di poter finire il tuo lavoro? E oggi riusciresti ancora a farla girare, ah ah ah ah>

<No che non ci riuscirebbe, a manovella vanno loro, come i carillon, tirititi tirititi, suonano sì, ma sono tutti stonati ormai! Ah ah ah ah> disse Tostapane voglioso di poter anche lui aggiungere anche la sua.

<O sole mioooooo, ghighighigoooo, stà n’frontammeeeeee, gragragragreee, ah ah ah ah tutti stonati> concluse Spremiagrumi <invece io senti come canto bene, senti come sono ben oliati i miei ingranaggi, vrrrrrrrrrrrrr vrrrrrrrrrrr, vrrrrrrrrrrr! Ah ah ah ah!>

E così via senza mai fine, sì che la cucina sembrava sobbalzare sotto il fragore delle risate di robot e utensili elettrici. Ogni giorno era la stessa storia, tutte le volte che uno di quegli aggeggi elettronici veniva utilizzato aveva sempre da fare la propria esibizione canzonando i vecchi utensili ed ai mestoli abbandonati sopra le mensole, non rimaneva che starsene zitti a subire. Proseguivano poi, novellando delle prodezze compiute e dell’abilità dimostrata nell’eseguirle, di quanto erano stati bravi, quanto avevano saputo fare, quanto era orgogliosa di loro la padrona di casa e così via fino a non poterne davvero più. Eh sì! Quei cosi a corrente avevano proprio bisogno di una bella lezione. Ma cosa potevano fare i poveri mestoli di legno e gli utensili a manovella contro i più moderni ritrovati della tecnica culinaria? C’era davvero bisogno che accadesse qualcosa di inaspettato.

 

E quel qualcosa finalmente avvenne.

 

Era il gran giorno, anzi la gran sera, i cinesi erano arrivati e tutto doveva filare liscio. Si erano trattenuti tutta la giornata in fabbrica visitando i vari reparti ed erano rimasti molto soddisfatti della scelta effettuata, i prodotti che si apprestavano ad acquistare erano di ottima fattura ed avrebbero avuto un gran successo nelle boutique della Cina. L’affare sarebbe stato sicuramente concluso, adesso non rimaneva che gustare gli ottimi piatti che la rinomata cucina di Elisa gli avrebbe presentato a conclusione della loro visita. La cuoca infatti, subito dopo i primi convenevoli, se ne era subito scappata a casa, si era rinchiusa in cucina ed aveva cominciato i preparativi per quello che doveva essere il gran finale, un bicchiere di tisana calda per rilassarsi ed un ultima occhiata al giornale prima di partire a tutto vapore, aveva in mente un sacco idee nuove e si sarebbe divertita a cucinare almeno quanto i suoi ospiti si sarebbero divertiti a gustare le sue prelibatezze. Ma l’occhiata al giornale guastò il suo buonumore e la tisana le andò a finire di traverso, la cronaca locale riportava una notizia disastrosa! <ATTENZIONE> diceva a caratteri cubitali <per lavori di manutenzione, nella giornata di oggi sarà tolta la corrente a tutte le abitazione di viale dei tigli fino alle ore 21,00> questa proprio non ci voleva, Elisa si guardò attorno e solo in quel momento si accorse che tutti i suoi elettrodomestici tacevano addormentati, la corrente sarebbe tornata appena in tempo per l’arrivo dei Cinesi ma cosa avrebbe dato loro da mangiare, senza corrente non era in grado di far funzionare i suoi preziosi aiutanti di cucina, cosa avrebbe combinato adesso e come sarebbe andata a finire la serata, avrebbero firmato il contratto o sarebbe finito tutto quanto per aria? Si consultò allora con il marito che, appena udita la notizia crollò imbarazzatissimo sulla poltrona del suo ufficio, stavano appunto parlando della cena con i manager stranieri e così dopo essersi sbarazzato di loro, affidandoli al direttore del marketing, cominciò ad elencare con la moglie le possibili alternative. Trattoria Lo Zozzone, scartata, gli ospiti erano troppo eleganti per quel locale il rischio che tutto potesse precipitare era esageratamente alto; Hao Mao ristorante cinese, non era proprio il caso, i Cinesi non erano certo venuti in Italia per mangiare i loro piatti nazionali; così avanti, ristorante indiano Stai Mahl, nemmeno a parlarne e poi in fin dei conti i loro clienti erano venuti fino in Italia proprio per assaggiare qualche buon piatto speciale cucinato da Elisa, Fabrizio era disperato ma Elisa doveva fare qualcosa, così dopo un attimo ancora di smarrimento la brava cuoca ebbe un idea geniale, beh, per lo meno avrebbe tentato, si sarebbe servita dei mestoli della nonna Berta e con quelli avrebbe cucinato una serie di piatti tradizionali a cui gli antichi legni e i vecchi metalli avrebbero certamente dato un sapore inimitabile.

 

Cominciò a sminuzzare la verdura con il macinino a mano, ne lessò altra che dopo cotta, fu filtrata con il passatutto a manovella, per i contorni grattugiò l’insalata a strisce, le carote a filini e il formaggio a riccioli con le grattugie a mano,  preparò condimenti e arrosti, minestre e sughi e fu talmente allietata dalla soddisfazione provata nell’utilizzare quegli utensili che si servì di tutti, ma proprio di tutti, per preparare quella cena. Utilizzò i vecchi mestoli di legno per agitare, mescolare, sciabordare; tagliò pane, formaggio e carne con i coltelli della nonna; montò a neve le chiare d’uovo con il frullino e addirittura triturò i chicchi nel vecchio macinino, sì anche il caffè sarebbe stato preparato alla vecchia maniera e servito nell’antica caffettiera napoletana con le tazzine di Capodimonte. Insomma nessun utensile rimase sulla propria mensola, per fare questo o per fare quello tutti furono utilizzati e tutti in coro come alpini si misero a cantare la loro gioia e la loro rivalsa sui robot della cucina.

 

<La lallallalalalllalalallalala la la la la la ah sì sì sì era proprio tanto che non macinavo, che bello sgranchirsi i denti, gnam gnam gnam, e ora una bella sveglia al sapore di caffè> prese a canterellare il macinino da caffè.

<Frulla frulla frullallà, quanto è bello girellar, frulla frulla frullallà, uova e panna far montar.> canticchiava il frullino.

<Trita, sgrana, frulla e impasta quanto e bello far la pasta> cantavano in coro il passatutto e lo spiana pasta.

<Ma che bello cucinare, ma che bello far mangiare, ma che bello tutti assieme in cucina scorrazzare> cantavano allegri e spensierati mestoli e utensili <la corrente non ci occorre, maciniamo senza fili, funzioniamo con le mani, siam contenti siam felici>

Mentre la cucina era tutto un turbinar di macinate, frullate e rimestate, tutte debitamente a mano ed i poveri elettrodomestici se ne dovettero rimanere in disparte miseramente spenti ed inutilizzati.

 

La cena fu un trionfo, i piatti furono spolverati uno dopo l’altro ed i cinesi non smisero mai di mangiare, guardarsi fra di loro, annuire con la testa e continuare a mangiare, per tutto il tempo. Dopo caffè, ammazzacaffè e dolcetti, fiaccati dal gran numero di pietanze a cui nessuno era stato in grado di rinunciare, satolli e soddisfatti i cinesi confabularono brevemente fra di loro, prima scossero la testa, poi annuirono ed infine sorrisero. A questo punto il capo della delegazione si alzò, si complimentò con Elisa prima e con Fabrizio poi, dopodiché, con la pancia piena ed il palato soddisfatto, pose entusiasta la sua firma sul contratto confidando che se invece di vestiti avesse acquistato cibo, quello di Elisa sarebbe stato sicuramente il più venduto in tutta la Cina.

 

Intanto in cucina, sparsi fra tavoli, mensole ed acquai, i mestoli, i passatutto, i macinini ed i frullini, esausti per il gran lavoro, riposavano entusiasti di aver dato prova delle loro qualità. Erano stati capaci di dar vita a piatti squisiti senza l’aiuto di nessun motore elettrico ma solo con manovelle e ruote dentate che tra l’altro non avevano per niente stonato, anzi avevano gorgheggiato come in un opera lirica ed i loro acuti erano brillati nella penombra delle candele, sparse per la stanza ad illuminare i lenti ed antichi ma riusciti, preparativi per la cena. La rivincita era stata un vero successo su tutta la linea, i robot da cucina allibiti di ciò che avevano visto non sarebbero stati più in grado di proferire parola, in futuro non avrebbero potuto far altro che rispettare ed ammirare gli utensili tradizionali che, da quel giorno, non furono più abbandonati sulle mensole. Elisa ricominciò ad utilizzarli quasi ogni giorno, grazie ai prelibati risultati ottenuti, riscoprendo metodi e sapori dimenticati a cui aggiunse un pizzico della sua personale arte.

Canta che ti passa

 

 

<Lo sai perché i topi si nascondono in soffitta?> chiese Riccardo alla mamma che non rispose e lo fissò con uno sguardo interrogativo.

<Perché così fanno mangiare la polvere ai gatti!> sentenziò mentre Donatella lo fissava sbalordita.

 

 

Abituarsi alla vita di soffitta non è certo una cosa facile. Dopo aver servito devotamente i padroni di casa fino al giorno prima, ritrovarsi d’improvviso relegati tra gli odori della muffa e gli scricchiolii sospetti è veramente un destino assai  amaro da digerire ma lo si è comunque costretti a fare anche se lentamente e con molta difficoltà. La frenetica attività di un mobile o la luminosa esistenza di un lampadario si fermano, come spente da un interruttore, per venir relegate senza apparente motivo alla silenziosa solitudine ed al consumarsi lento nell’inesorabile scorrere del tempo. Immersi nel buio e nella polvere si riesce prima o poi ad adattarsi anche al noioso tran tran del sottotetto, a quel punto anche uno piccolo topo, un geco o una falena danzante al lume fioco della luna, diventano un lieto momento di distrazione nella buia tristezza della soffitta. Infatti per prima cosa bisogna proprio abituarsi alla penombra che impera sovrana fra quelle quattro sguarnite mura, le finestre sono solitamente piccole e molto molto sporche, così la poca luce che potrebbe filtrare dall’esterno rimane imprigionata fra la polvere e le ragnatele, che ormai da decenni vivono e prosperano sulla superficie dei vetri, le poche lampadine che penzolano sconsolate dal tetto e che di solito hanno una potenza molto ridotta, raramente vengono accese dai padroni di casa e quelle poche volte è soltanto per brevi e frenetici ma per i soffittari dolcissimi, momenti.

 

Antonio capitava in soffitta con poca frequenza, a volte saliva per riporvi un soprammobile caduto in disuso o per cercare qualche documento di cui si era presentata l’improvvisa necessità, un paio di volte all’anno arrivava fino lassù per accatastarvi un’ulteriore scatola di giornali della ciclopica quanto dimenticata collezione della moglie Donatella, la quale ancor più raramente si affacciava alla buia piccionaia e appena aperta la porta, gridava ogni volta “Mamma mia quanta polvere”, si metteva le mani nei capelli, richiudeva velocemente la porta e ridiscendeva la stretta scala che la portava di nuovo nel mondo della normalità. Riccardo, il figlio, era capitato ufficialmente in soffitta solo un paio di volte ed in entrambe le occasioni era stato prontamente riportato da basso per un orecchio, dopo essere stato trovato a tentare di raggiungere l’abbaino che gli avrebbe aperto l’entusiasmante strada per i tetti o a rotolarsi con qualche amichetto tra la polvere dei vecchi abiti ed i resti di qualche animaletto sventurato, che aveva stabilito la sua eterna dimora tra quelle buie mura. Chiaramente dopo questi pericolosissimi e sconvenienti eventi a Riccardo era stato categoricamente proibito di salire in soffitta, la porta era stata chiusa a chiave e le chiavi erano state accuratamente nascoste. Si sa però come vanno le cose in questi casi, cerca oggi cerca domani il furbo Riccardo riusciva sempre a scoprire il nascondiglio, nella zuccheriera del servito buono in bella mostra nella vetrina del salotto o nella tasca del vestito elegante del padre appeso nella parte più alta dell’armadio e quando l’occasione si era presentata propizia era sempre riuscito ad infilarsi di nascosto nel sottotetto con gli amici a combinare qualche guaio che poi puntualmente, anche se con qualche mese di ritardo, veniva scoperto con disappunto dei genitori e cambio del nascondiglio per la chiave. Ma ognuno di questi eventi non era poi così frequente come gli abitanti della soffitta avrebbero sperato.

 

Il pezzo più antico nella soffitta era certamente Armadio, rinchiuso lassù praticamente da sempre, un mobile con due ante enormi e lo specchio all’interno, tutto in massello di noce anche se ormai completamente e minuziosamente traforato dai tarli che avevano lasciato una inservibile trina di legno come incarto per le coperte, anch’esse ricamate dalle tarme e per gli abiti dismessi, accuratamente avvolti in buste di nylon colme di naftalina. Antiquato già quando Donatella e Antonio, novelli sposi, si erano stabiliti nella casa, per Armadio non c’era stata altra destinazione se non la soffitta e per lui l’ingresso di tutti gli altri sfortunati abitanti della mansarda era stata l’unica fonte di svago e di gioia da molto tempo a questa parte. Fra gli inquilini storici della soffitta c’erano anche Para e Lume, una coppia di Abat-jour con lo stelo in ceramica, riccamente e pacchianamente addobbato di rametti, foglie e fiori di vari colori, con il cappello ingiallito dalla polvere e dal calore delle lampadine che un tempo avevano irradiato la loro luce dai comodini di qualche letto e le frangine che ancora penzolavano meste. Come in tutti i ripostigli che si rispettino non potevano certo mancare Baule e Cassapanca, altra coppia di mobili stagionati, anch’essi riempiti a non finire di cianfrusaglie di tutti i tipi e di tutte le epoche. Baule era piccolo e tozzo con il suo bel portellone bombato tutto scantucciato dal tempo e dall’usura dei bei tempi che ormai se ne erano andati, Cassapanca, tutta in legno di rovere, era la più giovane fra i mobili e la più ingombrante e vuoi per la moda vuoi per la scomodità, era finita ben presto anche lei nell’oscuro dimenticatoio. Sparsi qua e là, senza un preciso ordine e con estremo pericolo per i disavveduti visitatori che nella fioca luce delle lampadine da 25 candele si fossero avventurati in quella selva di oblio senza ben guardare dove venissero messi i piedi, si poteva intravedere un triste campionario di umane necessità che tali non erano ormai più. Un carrozzina blu, con le galettine che un tempo forse erano state bianche, le cromature morse dalla ruggine e la gomma delle ruote così indurita che a toccarla si sarebbe ridotta in polvere, tra gli intimi era conosciuta con il nome di Inglesina. Un cavallo a dondolo di ferro e legno appartenuto ad Antonio ed uno in plastica del figlio Riccardo soprannominati Tex e Pony, non potevano certo mancare. Poi ancora un teatrino di marionette, un vaso da notte di qualche nonna e poi ancora alberi di Natale e addobbi vari, costumi di carnevale, due reti da letto, un fasciatoio di quando Riccardo era piccolo, i suoi abitini da bebè, i giocattoli e i biberon. Tutto gelosamente nascosto nella parte più recondita ed inaccessibile della casa, seppellito sotto una coltre protettiva, si fa per dire, di polvere anch’essa stagionata.

 

<Uffa, ecco che sta per arrivare un nuovo giorno> sbuffò Armadio alle prime avvisaglie dell’aurora sollevando un bel po’ di polvere <un nuovo giorno che trascorrerà lento e ozioso in attesa di finire, per poi ricominciare ancora domani. Aaahhh che tedio, che noia, uffa, uffa, ufffffaaaa!> terminò con un nodo alla serratura e le lacrime che scendevano, lente anch’esse, lungo gli enormi specchi offuscati.

<Ehi, ehi, ehi!> esplose immediatamente Para <guarda che la vita quassù è già una lagna, non importa che ti ci metta pure tu con i tuoi lamenti. Bubbububù bubbù bubbù>

<Sì i tuoi lamenti. Bbubbububù bubbù bubbù> gli fece eco Lume.

<Ogni mattina è la stessa storia, ma cosa fai non dormi la notte per aspettare che arrivi il primo raggio di luce e poter dire uffa! Bubbububù bubù bubù>

<Sì e poter dire uffa! Bubbububù bubbù bubbù> continuava Lume lamentoso tanto da far arrabbiare Para ancor più di quanto era riuscito a fare Armadio.

<Eeeee… e smettila di farmi da eco, anche tu!> lo interruppe infatti Para <mi bastano già i lacrimoni di Armadio, non c’è bisogno che tu faccia scendere giù anche i tuoi. Uffa uffa ufffffaaaa! Uffa lo dico io!>

<Ma possibile che ogni mattina si debba assistere a questa sceneggiata?> chiese Tex <Dico, la vita quassù è già abbastanza grigia e polverosa, possibile che dobbiamo prendercela fra di noi! Ormai lo conosciamo com’è fatto Armadio, è un sentimentalone ed ha sicuramente più ragione di tutti noi di lamentarsi della noia di questa soffitta. Lui è quassù da chissà quanto tempo, ecco perché è così, vorrei vedere te fra trenta o quarant’anni> terminò rivolgendosi a Para il quale per tutta risposta emise un solo e semplice sbuffo.

<Uffa!> e la polvere intorno a lui si agitò per un breve momento.

<È vero, e vero> confermò Pony aggregandosi alla conversazione che si faceva sempre più interessante.

<È vero, e vero> esclamarono tutti.

Nel silenzio della noia qualsiasi occasione era buona per movimentare la giornata, ma dopo poche battute ancora, la conversazione si spense tra i borbottii e gli ultimi lamenti.

<Bisognerebbe fare qualcosa> proponeva qualcuno.

<Sì sì, bisognerebbe fare qualcosa tutti insieme> confermava qualcun altro.

Ma dopo pochi minuti nessuno aveva ormai più la forza di proseguire con proposte o idee fresche. E no! La freschezza non abitava di certo in soffitta.

 

Antonio lo aveva sempre desiderato, era un patito della musica ed inoltre gli piaceva sia ballare che canticchiare ma soprattutto gli piaceva ascoltare ed il vecchio impianto stereo, regalatogli dai genitori quando lui era ancora ragazzino, ormai non soddisfaceva più le esigenze delle nuove tecnologie, sintetizzatori, equalizzatori, diffusori, erano davvero troppo ingombranti e inadatti alla musica incisa sui CD, doveva assolutamente ammodernare la sua discoteca personale. Fu così che con estrema gioia di Antonio e con la complicità e la soddisfazione di Donatella anch’ella patita del ballo e di Riccardo che era costretto ad ascoltare i suoi CD a casa di amici, fece ingresso nella casa un nuovissimo impianto stereo con surround, subwoofer e quanto di più moderno ed innovativo ci potesse essere al momento, tutto concentrato in una scatolina di pochissimi centimetri. Non per questo lo spazio abbondante che avanzò fu lasciato al vecchio impianto che invece, sorpreso e sconsolato, fu relegato immediatamente in soffitta con tutti i suoi equalizzatori, diffusori, sintetizzatori e con tutti i dischi a quarantacinque, trentatré e pure a settantotto giri. Con i vari pezzi ammonticati l’uno sull’altro senza un ordine logico, fu abbandonato tremante ed impaurito nel buio del sottotetto con i fili sparsi tutt’intorno insieme ai dischi e a qualche vecchia musicassetta.

<E tu… tu chi sei?> chiese timidamente Inglesina <da dove sbuchi fuori, anzi da dove sbuchi dentro a questo mondo di polvere e di vecchiume> continuò prendendo coraggio.

<Io… io… io sono Stereo e tu… tuuttuttuu chi sei?> chiese tremante.

<Pare che sia un telefono, sì sì sembra proprio di sì, ecco cosa abbiamo ricevuto in dono un telefono, tuuttuttuu tuuttuttuu> si intromise il solito impertinente Para.

<Tuuttuttuu tuuttuttuu> fece naturalmente eco Lume.

<Lasciatelo stare> intervenne Tex <dategli almeno il tempo di capire dove si trova e che brutta fine abbia fatto, poveretto>

<Ha fatto la fine che abbiamo già fatto anche noi, poveretto e noi allora siamo tutti pooovereeettiii> insistette Para, e Lume naturalmente aggiunse la sua.

<Tutti pooovereeettiii>

<Non ci fare caso a questi scorbutici, sono solo annoiati e arrabbiati dal far nulla> riprese Inglesina <tu non aver paura, di nessuno di noi, siamo tutti buoni, siamo solo tristi, tristi e annoiati, non facciamo mai niente quassù>

Così chi prima chi dopo tutti raccontarono le proprie storie su come fossero finiti in soffitta e per alcuni giorni la tristezza abbandonò il sottotetto, ognuno rivisitò la propria storia, come, quando e perché era arrivato ma dopo il solito inizio entusiasmante, quando ognuno ebbe raccontato le proprie vicissitudini, la quiete ritornò la padrona incontrastata della soffitta, ignara di aver trovato in Stereo un non ancora rivelato nemico del silenzio. Per qualche tempo i giorni continuarono però a trascorrere pigri e ancor più tristi, dopo il breve attimo di frenesia seguito all’arrivo di Stereo, il quale dopo breve tempo si era anche lui stesso lasciato avvolgere dalla malinconia e dalla noia.

 

<Uffa, ecco che sta per arrivare un nuovo giorno> sbuffò Armadio alle prime avvisaglie dell’aurora sollevando un bel po’ di polvere <un nuovo giorno che trascorrerà lento e ozioso in attesa di finire, per poi ricominciare ancora domani. Aaahhh che tedio, che noia, uffa, uffa, ufffffaaaa!> terminò con un nodo alla serratura e le lacrime che scendevano, lente anch’esse, lungo gli enormi specchi offuscati.

<Ehiehiehiehi!> intervenne immediatamente Para <non ricominciamo con la solita lagna!>

<Solita lagna> ripetè immediatamente Lume.

<Non ricominciate tutti!> esclamo estenuato Tex <cerchiamo davvero di inventarci qualcosa di nuovo da fare, possibile che tutte queste grandi menti polverose non riescano a tirar fuori un ideuzza, una proposta, uno spunto qualsiasi per poter fare qualcosa di divertente o per lo meno qualcosa che ci faccia trascorrere il tempo senza noia e senza melanconia, uffa!>

<Sì, uffa uffa ma intanto neppure tu sei capace di tirar fuori un idea brillante, qualcosa che ci illumini e ci agiti un po’!> intervenne Inglesina.

<Sì, ci vorrebbe qualcosa che ci scuota e ci strapazzi, qualcosa che ci dia una mossa insomma> continuò Pony.

<Sì sì che ci muova e che ci scuota> gridarono tutti, tutti tranne Stereo che dopo essersi seppellito sotto la malinconia e la tristezza della soffitta a sentir tutte quelle richieste si era finalmente dato lui una scossa ed aveva ritrovato la sua originale vivacità.

<Io, io… chiedo scusa a tutti, davvero, proprio non ci avevo pensato prima ma chissà come ho fatto a non arrivarci subito, a non capire, forse il buio e la polvere di questa soffitta sono così pesanti da seppellirci anche l’animo ed io ho pensato solo a star qui a commiserarmi, senza mai cercare veramente di risollevare le mie sfortunate sorti> annunciò Stereo che a questo punto fu da Para che non poteva certamente rimanere in silenzio in occasioni come queste.

<Sì sì, sentiamo un po’, ecco l’ultimo arrivato, ecco il risolutore di tutti i nostri problemi, gente largo, addio tristezza, addio noia e malinconia, addio polvere, sentiamo quale sarebbe l’idea geniale che sei venuto a proporci, dev’essere davvero geniale se ti ci è  voluto tutto questo tempo per tirarla fuori>

<Certo sì, per tirarla fuori> aggiunse Lume.

<Beh… a dire il vero la mia idea è la più  semplice che potessi mai avere, anzi forse l’unica e chiedo scusa proprio perché era così semplice che ci avrei dovuto pensare subito…>

<Sì sì ma adesso forza su, dicci qual è quest’idea?> lo interruppe Pony

<Sì sì, dicci qual è> chiesero tutti.

<Ma a voi, piace cantare e ballare?> chiese mentre metteva su un disco e poco dopo scoppiò la rivoluzione.

 

Non era mai capitato che in soffitta ci fosse tutto quel rumore ma anzi no, non era proprio rumore, era un qualcosa con un po’ di logica, era molto melodioso ma dico, ecco, sembrerebbe proprio che ma sì è musica, musica sì e che musica. Nessuno riuscì a resistere ai ritmi, bastarono pochi minuti e con rapidi cambi di dischi e cassette Stereo incominciò a far assaggiare agli ospiti del sottotetto alcune delle sue canzoni preferite, melodie lente, pop, rock, liscio e musica scatenata. Armadio batteva il tempo con le ante, Tex e Pony cominciarono a dondolarsi a ritmo di swing ed Inglesina fece cigolare le sue vecchie ruote in languido slow e dopo poco ripresero a girare come se non si fossero mai fermate, Baule e Cassapanca si svegliarono dall’annoso torpore e sorprese e sbalordite presero a sbattere i loro coperchi a tempo di salsa. Finalmente un po’ di movimento per tutti, era proprio l’ora, Para e Lume agitavano freneticamente le loro trine e dopo un po’ si misero a ballare abbracciati, travolti dal ritmo di un velocissimo rock.

 

<Sì sì sì, era proprio quello che ci voleva> esclamò Para fra una piroetta ed un caschè.

<Sì sì sì , ci voleva> aggiunse la sua eco Lume.

<Adesso si che è vita, la la la guarda che mossa, ah, non sapevo di avere così tanto stile nel ballare, ci voleva proprio un po’ di movimento e un po di rrritmo e via a passo di valzer> canticchiò Armadio mentre sbatacchiava le ante di qua e di là.

<Voi stile, ma guardate bene le mie ruote come si destreggiano con questi ritmi sudamericani> intervenne Ingelsina con fare da smorfiosetta.

<Certo che sei proprio carina mentre balli ed io come ti sembro, ti piace il mio stile, la la tapparappappa, e vai lalalala> disse Tex prendendo al volo la civetteria di Inglesina.

<Yuppi yuppi> galoppava Pony al ritmo del rock <che bella la musica, mi piace proprio e poi è cosi bello stare tutti assieme a ballare e a cantare>

<Sì tutti insieme a ballare e a cantare, la la la lallllallllalalaalalalalalla!> aggiunsero in coro gli abitanti della soffitta.

 

Da allora Stereo rimase spento solo per brevissimi momenti, al mattino nella soffitta arieggiava musica lenta, qualche liscio e un po’ di musica pop, tanto per non stancarsi subito, poi tra vecchi ricordi e nuovi racconti delle casalinghe vite dei soffittari si faceva qualche lezione di canto e nel pomeriggio salsa, merenghe e valzer per prendere il ritmo e movimentare la giornata, alla sera viaaaa rock, rap, tango e discomusic e tutti a ballare. Con le lampadine penzoloni al tetto che si accendevano e spengevano al ritmo della musica insieme a quelle di Para e Lume, sembrava quasi di essere in una discoteca, ballare fino a tardi e poi stanchi e sfiniti ma soddisfatti e allegri, uno dopo l’altro si addormentano tutti e tra i sogni della notte ancora qualche anta sbatte, una ruota gira e Pony dondola dolcemente sognando di cavalcare immense praterie. Stereo era certamente il più felice e soddisfatto di tutti. No, davvero non aveva mai suonato tanta musica, nemmeno quando era al piano di sotto, ora si che si sentiva appagato, questa sì che era vita, questo era vivere frenetico e divertente, fra le risate e i vecchi racconti di tutti i suoi nuovi amici. Poi al mattino…

 

<Ehi, ecco che sta per arrivare un nuovo giorno> annunciò fremente Armadio alle prime avvisaglie di aurora, sollevando quella poca polvere che ancora riusciva a posarsi <un nuovo giorno che trascorrerà allegro e ritmato tra un ballo, una canzone e una bella storia, per poi ricominciare domani, aaahhh che meraviglia, che vita, vita, vita, vitaaaaaaa!> terminò con un nodo di emozione alla serratura e lacrime di gioia che scendevano al ritmo di blues lungo gli specchi lucidi e luminosi.

Carta e cartoon

 

 

<Sai perché la polvere si adagia comodamente sui libri?> chiese Laura al figlioletto.

<Perché… sono letti?> rispose interrogativo Andrea.

 

 

Il salotto di Andrea non era molto grande ma per far stare comodi lui, papà e mamma davanti alla TV era più che sufficiente e quando si riuniva con i suoi amici per guardare tutti insieme i cartoni animati, ognuno riusciva sempre a trovare una collocazione. Chi sul divano, comodo comodo, chi semidisteso sui braccioli di una poltrona, chi in terra sul tappeto, seduto o sdraiato, tanto la posizione non aveva alcuna importanza, anche a testa in giù sarebbero stati in grado di guardare i loro amatissimi cartoons. Andrea era un bambino come ce ne sono tanti, si alzava malvolentieri al mattino per andare a scuola e faceva un sacco di storie per vestirsi e fare colazione, appena tornava a casa dava subito l’assalto alla TV, per scarrellare fra tutti i canali disponibili alla ricerca del cartone preferito e magari non mangiava nemmeno pur di rimanere incollato allo schermo. Dopo pranzo o quello che almeno ad Andrea pareva un pranzo, anche se non certamente a Laura la mamma e tanto meno a Salvatore il papà, con fatica la madre riusciva a fargli fare i compiti nel ristretto tempo disponibile, prima che ricominciasse una nuova sfilza di cartoni animati nei vari programmi TV, così tanti da non fare in tempo a finire di guardarne uno che su un diverso canale ne iniziava già un altro. Quando Andrea non stazionava appeso o steso o attorcigliato da qualche parte in salotto, con gli occhi incollati allo schermo della TV, da solo o con gli amici, era sicuramente in qualche altro salotto o cucina o cameretta, con gli occhi incollati alla televisione di qualcun altro. Laura e Salvatore erano davvero disperati, non sapevano proprio come fare per riuscire a staccare Andrea dalla TV, sarebbe stato semplicissimo proibirglielo o impedirglielo e in passato ci avevano già provato ma la reazione di Andrea era stata catastrofica. Ogni volta aveva rivoltato la casa come un calzino fino a trovare il telecomando nascosto o le batterie scomparse e quando era stata una semplice proibizione a tentare di fermarlo, con tanto di punizioni, ritorsioni o mansioni di pulizia in casa qualora avesse disubbidito, era stato ancora peggio, Andrea era arrivato a non mangiare o non dormire o non andare a scuola pur di scoraggiare il papà e la mamma e riconquistare la sua televisione. I genitori erano seriamente impensieriti, anche perché le notizie ricevute dagli insegnanti erano preoccupanti, il rendimento di Andrea era discontinuo, scarso e disinteressato, insomma era un vero e proprio disastro, se non avessero inserito Cartoonatica tra le materie per il secondo quadrimestre, non ci sarebbe stato nessun giudizio positivo. Salvatore aveva provato in ogni modo, insieme alla moglie lo avevano accompagnato in gite all’aria aperta, al mare o in campagna e alcune volte a visitare un museo od una mostra, tanto per riuscire a distrarlo dalla cartomania ma ogni volta il rientro era traumatico, non appena Andrea metteva piede in casa si impadroniva del telecomando e non si curava più di niente, tutto come prima.

 

Il salotto di Andrea non era molto grande ma ci entravano comodi comodi un divano, due poltrone e un mobile a parete con mensole e cassetti su cui era sistemato lui, l’incriminato, l’incontrastato protagonista dei momenti trascorsi fra quelle quattro calde e accoglienti mura, il televisore, il dittatore, padrone assoluto della mente di Andrea. In realtà Televisore altro non era che un bonaccione tranquillo e il più delle volte si divertiva lui stesso a seguire i programmi trasmessi, fossero appunto cartoni animati, documentari, telegiornali o film, anche se provava un po’ di soggezione per i film del terrore, infatti quando erano proprio di paura paura, li trasmetteva tenendo occhi e orecchie ben chiusi fino alla parola fine. Sui ripiani intorno a lui trascorrevano la loro pacifica esistenza un orologio in pietra serena, del cui peso la mensola si lamentava continuamente, una serie di candele profumante, un vaso con dei fiori seccati, soprammobili vari, mille altri ammennicoli e abbandonati e polverosi, i libri. Alcune decine di libri, la maggior parte dei quali erano proprio per ragazzi, regalati ad Andrea negli ultimi compleanni, onomastici, Natale, Epifania e così via ma mai aperti e letti. I poverini se ne stavano tutti ordinatamente in fila, rigidi rigidi, per non esser mai stati aperti e trascorrevano annoiati le giornate senza poter parlare fra di loro delle impressioni e delle emozioni che avrebbero potuto suscitare in Andrea se li avesse letti mentre Andrea non li aveva nemmeno sfogliati. C’erano libri di avventure con pirati ed espolratori, pericolose arrampicate in montagna, navi spaziali e mostri verdi, rossi e di mille altri colori e se ne stavano tutti lì mogi mogi in attesa che arrivasse il momento di essere letti ma questo momento non arrivava mai.

 

<E dire che avrei una storia davvero emozionante da raccontare> sospirò Il teschio dei Carabi <e quel bambino non la vuole proprio leggere, ci sono dei pirati cattivissimi da sconfiggere e l’eroe della storia è lì che aspetta che Andrea cominci il libro per poter andare a combatterli e salvare la fanciulla prigioniera> concluse scuotendo la copertina in segno di sconforto.

<E io allora?> intervenne Mondi nello spazio <Ci sono intere popolazioni che aspettano di essere liberate dal governo tirannico del Re del Male e gli eroi non sono ancora partiti con la loro veloce astronave perché Andrea non ha cominciato a leggermi, quei poveretti sono tutti in trepida attesa pronti a rivoltarsi contro il cattivo guidati dagli occhi del ragazzo, ma quegli occhi non si fanno vedere!>

<Non siete i soli che aspettano di essere letti> si intromise Mostri e mostrari, una raccolta di tutte le più mostruose mostruosità con cui si potesse avere a che fare <ci sono più di cinquanta mostri mostruosi di cui leggere tra le mie pagine, descrizioni, schifezze varie e disegni ma quel bambino non ne vuole proprio sapere di leggerli e i mostri sono tutti tristi e non fanno che piangere dalla mattina alla sera, una lagna mostruosa. Io non ce la faccio più!> continuò il libro <se potessi cambierei copertina per diventare una raccolta di barzellette, almeno passerei il tempo ridendo invece che in questa valle di lacrime e sospiri>

<È tutta colpa di quello scatolone nero> si intromise Animali da tutto il mondo <sì, il coso lì, come si chiama, il televisore ecco, quello che non c’è bisogno di leggere o di impegnare il cervello, dice che fa tutto lui, luci, colori, suoni, gli manca solo di fare gli odori e poi anche il caffè, ci vuole rubare il lavoro quello e noi avremmo invece tante cosa da insegnare e lo potremmo fare in un modo che a lui non riuscirebbe mai ma chi si crede di essere?>

A quel punto sentitosi chiamato in causa, Televisore, nonostante la sua estrema timidezza, volle dire la sua.

<Eeehmmm… scu… scusate signori libri, io… io veramente non ho nessuna colpa. Io sono stato costruito per trasmettere immagini e suoni, non e certo colpa mia se le persone e in modo particolare i bambini preferiscono guardare me piuttosto che leggere voi, io lo so che siete importanti, sapete prima di cominciare a lavorare mi sono letto tutto il mio libretto delle istruzioni ed ho imparato un sacco di cose su come funziono e su quello che posso fare nella mia vita di televisore, per me siete stati utilissimi e molto importanti, per me e per chi mi ha costruito, se non ci fossero stati libri come voi io adesso non ci sarei nemmeno>

<Vedo allora che siamo tutti d’accordo> disse Il teschio dei Caraibi riprendendo la parola <ma come fare allora a far capire ad Andrea che anche noi saremmo importanti, interessanti e affascinanti per lui?>

<Sarà davvero difficile> sentenziò preoccupato Atlante Geografico <anche il padre e la madre cercano in tutti i modi di fargli leggere dei libri ma lui niente, a malapena apre quelli di scuola, è proprio un caso disperato, mi sa tanto che non ci riusciremo mai!> concluse sconsolato il libro e tra tristi sospiri la conversazione si spense definitivamente così ognuno ritornò a sonnecchiare tra la polvere della libreria e a contare i secondi scanditi da Orologio di pietra.

<Tic toc tic toc, prima o poi verrà il momento, tic toc tic toc, prima o poi avrà bisogno, tic toc tic toc, prima o poi ci sarà chi lo metterà alle strette e Andrea dovrà chiedere aiuto a qualcuno, tic toc tic toc, allora imparerà, eh se imparerà!> e continuò imperterrito a rincorrere il tempo che passava.

 

Passa oggi passa domani arrivò davvero il momento in cui qualcosa cambiò e scattò proprio grazie alla televisione la mola che fece leva, finalmente, sulla curiosità e la voglia di conoscenza del distratto Andrea. Tra i tanti programmi divertenti a cui assisteva, oltre ai consueti cartoni animati, ce n’era uno che lo portò inconsapevolmente a porsi delle domande. La trasmissione era articolata proprio in una serie di quesiti ed era molto avvincente, l’atmosfera scendeva cupa e silenziosa sui concorrenti ed il protagonista che cambiava più volte nel corso della serata sempre teso, sudato e pensieroso, sembrava proprio che cercasse di trovare dentro di sé qualcosa che in realtà non c’era, una risposta. Il gioco era si sviluppava dietro ad una serie di domande che davano al protagonista la possibilità di vincere sempre di più mano a mano che ne aumentava la difficoltà. Ad Andrea piaceva l’atmosfera, piaceva lo spettacolo ma non aveva mai fatto particolarmente caso alle domande fino a che, una sera, assistette alla trasmissione nel suo salotto con gli amici e si accorse che loro rispondevano, anche se sbagliando a volte e lui rimase particolarmente sorpreso di come loro potessero sapere le risposte, lui credeva che, come le chiamava lui “le cose” appunto, si sapessero da grandi, a un certo punto della vita queste “cose” arrivassero e si stabilissero nella mente delle persone grandi ma evidentemente non era così e assistette allibito ai trionfi dei suoi amichetti che si sfidavano a chi avesse risposto esattamente alle domande. Spesso sbagliavano sì ma ciò che lo sbalordiva maggiormente era che altre volte le risposte erano esatte. Andrea cominciò a chiedersi come facevano dei bambini come lui a sapere cos’era il Pamir o il pappafico, come si chiamavano le isole nel Centroamerica, chi aveva scoperto il nonhocapitodove o chi aveva inventato il nonmiricordocosa. Così con estrema attenzione e circospezione, facendo finta di nulla insomma, cominciò ad indagare su come tanta sapienza fosse mai arrivata nella mente dei suoi amici, in fondo non più grande della sua e di conseguenza secondo il suo ragionamento non più capiente. Scoprì in questo modo che Sandro aveva letto un racconto sui pirati e lì aveva scoperto che il pappafico era la vela quadra più alta dell’albero di trinchetto, quello a prua della nave e che vi aveva trovato altre strane parole che indicavano le varie parti di una barca, babordo, tribordo, la randa, il timone, la coffa, sì la coffa gli era subito piaciuta, una gabbia di legno posta in cima all’albero maestro, dove uno dei marinai stava di vedetta ad avvistare navi da assaltare o isole dove sotterrare i tesori. Simona disse che a lei piaceva tanto sfogliare l’atlante di suo padre e che aveva conosciuto attraverso le cartine dell’Asia cos’era e dov’era il Pamir, un posto tutto monti che faceva da cappello all’India, sì quel paese triangolare infilato proprio sotto al continente. Samuele aggiunse la sua e così fece anche Daniele e Rita e Giorgia e Flavio, insomma tutti raccontarono a modo loro come erano arrivati a conoscere così tante e svariate cose, ognuno in modo diverso solo che Andrea si rese conto che tutti avevano appreso quelle notizie dai libri, di racconti, di figure, di storia o di storie ma comunque da libri quelle notizie erano arrivate. Non chiuse occhio per gran parte della nottata, pensando e ripensando a ciò che era accaduto quella sera, poi nel buio della casa, in punta di piedi, tornò in salotto, si arrampicò sul mobile fino ad arrivare a quello, fra i libri ordinatamente collocati sui ripiani, che gli sembrò più adatto per iniziare. Dopo aver sfogliato pagine su pagine, sempre più appassionatamente, si addormentò con un sorriso sulle lebbra e con Atlante geografico fra le braccia e in quella posizione il mattino dopo lo ritrovò, con immensa e soddisfatta sorpresa la mamma Laura la quale corse immediatamente a comunicare la finalmente lieta notizia a Salvatore. Ma il più felice di tutti fu sicuramente Atlante geografico che quella mattina, appena fu riposto potè raccontare la sua elettrizzante esperienza a tutti i suoi amici libri.

 

<Sapeste che emozione> cominciò Atlante geografico con voce tremante <quando mi ha afferrato con le sue piccole dita, poi mi ha stretto al petto e siamo corsi ad infilarci sotto le coperte, ha iniziato a sfogliare le pagine ed ogni volta per lui era una vera sorpresa poter vedere foto di luoghi lontanissimi o leggere sulle cartine i nomi di posti impronunciabili. Alla fine si è fatto tardi ed eravamo così stanchi che ci siamo addormentati con la luce accesa ma è stata un esperienza straordinaria, non riesco a tener ferme le pagine e se è per questo nemmeno la copertina>

<Che fortuna che hai avuto> disse Mondi nello spazio <chissà se anche a noi toccherà tanta buona sorte?>

<Già, chissà se anche noi potremo giocare alla lettura con il piccolo Andrea, così da insegnare a lui ciò che sappiamo> aggiunse Il teschio dei Caraibi.

<Speriamo che si interessi anche a noi e che finalmente ci legga, non siamo fatti per fare i soprammobili noi, uffa vogliamo crescere, insegnare, e imparare> continuò Mostri e mostrari insieme a tutti i libri, libretti e raccolte di racconti che si agitavano impazienti sulla libreria fra soprammobili, vasi e orologi.

<Tic toc tic toc, prima o poi verrà il momento, tic toc tic toc, prima o poi verrà per tutti, tic toc tic toc, prima o poi la curiosità e la fantasia lo faranno crescere e Andrea continuerà a chiedere aiuto a chi glielo potrà dare, tic toc tic toc e allora conoscerà, eh se conoscerà e non potrà smettere più!> sentenziò Orologio di pietra e continuò imperterrito a scandire il tempo che passava.

 

Andrea si gettò letteralmente a capofitto tra i suoi libri, ne fece una vera e propria un’allegra scorpacciata e in un battibaleno se li lesse tutti, imparò ad usare l’atlante ed a mettere i segni alla pagine più avvincenti, in modo da ritrovarle immediatamente, quando ogni tanto voleva rileggere i momenti più spettacolari di ogni storia. Laura e Salvatore erano veramente entusiasti, oltre a quelli della libreria Andrea prese confidenza, finalmente, anche con quelli di scuola ed i suoi rendimenti cominciarono a migliorare sostanzialmente. Furono acquistati altri libri, anzi Andrea andava da solo in libreria e sceglieva quelli che lo attiravano più, altri li scambiava con gli amici e ogni tanto si ritrovavano tutti insieme a casa di qualcuno a guardare la televisione e gareggiare a chi riusciva a rispondere alle difficili domande dei quiz oltre che chiaramente a guardare gli amatissimi e divertenti cartoni animati.

 

Finalmente sul mobile di salotto regnava l’allegria assoluta, i libri letti o in attesa di passare sotto gli occhi desiderosi di conoscenza di Andrea parlottavano fra di loro concitatamente, chi raccontava delle emozioni provate e fatte provare al piccolo lettore, chi narrava le sue storie e chi raccontava delle esclamazioni di Andrea o delle espressioni di sorpresa o di paura che il ragazzino si era lasciato sfuggire nei momenti più avvincenti dei vari racconti.

 

<Eravamo nella foresta fitta fitta e quando è balzata fuori la tigre anche Andrea ha fatto un gran balzo, manca poco che cadiamo tutti e due dalla sedia> raccontava Avventure nella jungla.

<Sapessi allora che salto ha fatto quando d’improvviso, mentre tranquilli tranquilli camminavamo nel buio della città, il mostro ci è sbucato proprio davanti, io tremavo tutto e Andrea mi ha chiuso, ha acceso tutte le luci di casa e poi è tornato per finire il racconto> ricordava Il mostro nel buio.

 

Adesso ogni libro condivide piacevolmente con gli altri l’emozione della propria storia e insieme seguono con apprensione le vicissitudini dei vari protagonisti fino al lieto fine che, immancabilmente, lascerà tirare un gran sospirone di sollievo a tutti quanti. Atlante geografico, Il teschio dei Carabi e gli altri sono finalmente riusciti nella loro impresa e felici, soddisfatti e trionfanti, tra una lettura, un racconto e un emozione, si sistemano comodi sulla loro mensola e ogni pomeriggio, pop corn e patatine a portata di pagina, guardano anche loro un bellissimo cartone animato alla TV.

Fumata bianca

 

 

<Sai perché le macchine vecchie tossiscono quando le metti in moto?> chiese Matteo al nonno Rosario, il quale rimase sorpreso e non seppe come controbattere.

<Perché fumano> lo apostrofò il nipote.

 

 

Ogni sera al ritorno dal lavoro Rosario parcheggiava la macchina nel garage, infilandola, con estrema abilità e a marcia indietro, nella stretta apertura della vecchia rimessa, tanto che in trent’anni di rientri dal lavoro non aveva mai fatto un graffio a nessuna delle auto che aveva posseduto. Quella che guidava adesso era una berlina rossa a quattro sportelli, aveva sedici anni ed era riuscita a passare indenne la prima revisione nonostante gli acciacchi dell’età. Milva la chiamava, lui che della cantante, a sua volta soprannominata la Rossa, era sempre stato un estimatore e rossa era la sua automobile e anche con quell’aggettivo la vezzeggiava mentre con panni morbidi la lustrava o la spolverava. Se ne andava in giro parlandoci e chiamandola affettuosamente per nome, Milva appunto. Da quattro anni Rosario era in pensione ma non aveva perso l’abitudine di togliere Milva dal garage ogni mattino, per poi farvela rientrare ogni sera con quella sua precisa manovra a marcia indietro. La metteva in moto e Milva quando poteva faceva rombare il suo motore al primo giro di chiave altre volte aveva bisogno di un po’ di carezze, poi rimanevano qualche minuto all’interno del garage per permettere al motore di scaldarsi un poco prima di cominciare la girata quotidiana, neanche fosse un pilota di formula uno e chiedesse alla povera Rossa chissà quali prestazioni. Rosario si limitava infatti a scorrazzare tutto il giorno su e giù per il paese, prima il giornalaio, poi i giardinetti, poi andava a prendere i nipoti a scuola a volte accompagnava la moglie a fare spesa e poi accomodava con cura i sacchetti pieni di acquisti dentro la capiente bauliera, sempre linda, sempre pulita, fuori e dentro, una volta alla settimana o la lavava lui stesso o la portava all’autolavaggio, non quello automatico con le spazzole, con quelle stramaledette ruzzole rischiavano ogni volta di graffiargli la carrozzeria. No, lui la portava dal suo amico Nello che la lavava a mano, con un morbido panno in pelle di daino,  sintetica. Saverio non era innamorato della sua auto, però ci teneva molto e dopo il pensionamento era diventato un passatempo e un utile mezzo con cui far fronte ai tanti e svariati obblighi di cui fra moglie, figli, nipoti e amici era riuscito occuparsi. Rosario non era mai stato un grande pilota, sarebbe stato uno di quelli che un tempo venivano spregevolmente soprannominati “Guidatori della domenica”, cioè quelle persone che non utilizzando mai il loro mezzo nei giorni lavorativi, quando la domenica portavano in giro la famiglia non erano in grado di esibire una rispettabile capacità di guida e solitamente intralciavano il traffico o per la ridottissima velocità con cui si spostavano o perché le manovre eseguite erano di quelle che facevano mettere le mani nei capelli agli altri automobilisti. Ecco, Rosario era un guidatore della domenica tutti i giorni, un guidatore della settimana insomma. Raramente riusciva a mettere la quarta e la quinta ormai non sarebbe più entrata, tanto ne era passato di tempo da l’ultima volta che aveva ingranato quella marcia, lo si riconosceva da lontano proprio per questo, il rumore che la Rossa faceva ed il gran fumicone, con relativo cattivo odore che produceva, era inconfondibile e la gente avvisata dal rumore e dall’odore faceva in tempo ad evitare l’incontro o lo scontro con lui. Insomma voleva molto bene a Milva e la accudiva come una figlia, ma non era un pilota e tanto meno un meccanico e di motori proprio non se ne intendeva.

 

Nel garage non trovava posto soltanto la Rossa, c’erano anche tante cianfrusaglie, un po’ come in tutte quelle stanze che prima o poi vengono ad assumere la sola funzione di ripostigli e dimenticatoi e oltre a stracci, aggeggi e ammennicoli vari, trovavano posto in garage la Bicicletta da donna di Rosa, la moglie di Rosario, lo Scooter del figlio Fausto, il Monopattino del nipote Matteo, la Lavatrice, gli Arnesi da giardino e tutte le altre cose inutili ma mai gettate che rimanevano ammonticate un po’ qua un po’ la, senza fissa dimora. I poveri abitanti del garage erano costretti ogni mattino ed ogni sera ad una razione di fumenta tutt’altro che terapeutiche. In quei pochi ma terribili minuti, in cui al mattino Rosario faceva riscaldare il motore e in quelli che gli erano necessari per parcheggiare la macchina alla sera, riusciva ad intossicare tutti gli inquilini del garage tanto che questi fra un colpo di tosse e una lacrimata se la rifacevano con Milva, causa incolpevole di tanto danno ed ogni sera al suo rientro la tempestavano di rimproveri.

 

<Ma tu guarda questa> si faceva sentire Bicicletta da donna <guarda che io gia me la prendo quando esco da qui la mia dose di gas di scarico, non c’è bisogno che tu mi inondi con quel tuo fumo denso e puzzolente!>

<Ma… io veramente… ma… guarda che…> provava a rispondere Milva subito interrotta.

<Ah ma guarda che impertinente, prova a difendersi> riprendeva Bicicletta da donna <io quando esco da qui sono costretta ad attraversare una jungla di gas di scarico, prima di arrivare finalmente al parco e poter girellare tranquillamente tra il verde, i profumi dei fiori e i bambini che schiamazzano, ah come mi piacciono i bambini che giocano nei prati. E tu invece cosa fai, dovunque tu vada spargi codesto fumichio nero e puzzolente su tutto e su tutti, ah non hai proprio scusanti, per niente!> concludeva tutta indispettita.

<Ma… veramente… guardate che anche io…> provava a replicare la Rossa.

<E io allora, cosa dovrei dire io> intervenne Lavatrice <mica sono fatta per andare a giro, non dovrei neppure sapere cos’è lo smog, invece ogni mattina ed ogni sera senza errore e senza fallo, brummm brummm si sveglia questa e mi spernacchia il suo fumo maleodorante dritto dritto nell’oblo, oh guarda che io non te lo posso pulire il tuo gas di scarico, sudicio è e sudicio te lo lascio. Eppure anche io ho il mio bel motore ma il mio va ad elettricità e non fa fumo, non spruzzo robaccia in faccia agli altri, io!>

<Io un motore ce l’ho> disse con fare superiore Scooter <ma non faccio né tutto quel fimo né tantomeno la gran puzza che fai tu, io sono catalitico e con il mio motore pulito non inquino e non do noia a nessuno, non come te fuffuffu fuffuffu e spargi cattivo odore, benzinaccia e olio bruciato dappertutto!>

<E nessuno pensa a me> fece la vocina di Monopattino <anch’io non inquino e sono fatto per l’aria aperta, quella pura e pulita delle piste e dei giardinetti e poi io non do noia a nessuno, perché mi butti il tuo brutto fumo negli occhi, mi fai sempre lacrimare, ecco ogni volta va a finire che piango per colpa tua sniff, sniff>

<È vero, è vero> si fecero sentire gli Attrezzi da giardino e tutti gli altri <tu ci fai sempre piangere tutti, è l’ora che tu la finisca!>

 

E così ogni sera, al rientro nel garage, Milva era costretta a sorbirsi i rimproveri e gli improperi dei coinquilini e un po’  il suo carattere da bonacciona un po’ la timidezza, le avevano impedito fino ad ora di rispondere a tono alle accuse che le venivano rivolte. La più scontenta però era proprio Milva che di quel tossire e sfumacchiare non ne poteva davvero più. Non era di certo colpa sua se Rosario aveva cura del suo aspetto ma non del suo cuore meccanico e la poverina più che funzionare male, traballare e far fumo non aveva altri mezzi per far capire al suo padrone che c’era qualcosa che non andava e non sapeva davvero come persuadere gli altri della sua innocenza fino a che una bella sera prese il coraggio a quattro ruote e fra una ramanzina di Lavatrice e un rimbrotto di Bicicletta da donna Milva intervenne decisa e racconto a tutti come stavano davvero le cose.

 

<Adesso basta!> cominciò con un cipiglio che sconvolse tutti quanti <io non ho nessuna colpa di tutto questo, sono sedici anni che servo fedelmente il mio padrone e lui ha molta cura di me, solo che non ha ancora capito che sotto il cofano ho un motore e che questo motore va curato tanto e anche più di quanto si ha cura della carrozzeria e degli interni. Lo so che emetto un gran fumo nero e che faccio tanta puzza per questo e che per di più i miei gas sono nocivi e pericolosi ma io non ne ho alcuna colpa, ho provato in tutti i modi a farglielo capire, a volte non mi metto in moto la mattina, altre faccio scossoni, traballo, sussulto, davvero ho provato di tutto ma non sono proprio riuscita a farglielo capire e in più ogni sera mi tocca sorbirmi le vostre lamentele, fumo di qui, puzza di là, lacrime su, smog giù, uffa non ne posso proprio più. Io sto male, sono tutta intasata, avrei bisogno di un tubo di scappamento nuovo per poter finalmente respirare per bene e lasciar respirare anche gli altri e invece niente e voi brontolate me!>

 

A questo punto nessuno ebbe il coraggio di replicare e nei giorni seguenti ad uno ad uno tutti i garagisti chiesero scusa alla Rossa Milva, nessuno aveva parole che riuscirono consolarla e tutti si preoccuparono per lei ma d’altra parte loro non potevano fare niente e in più si dovevano sorbire incolpevoli la puzza, il fumo e l’inquinamento. Non rimaneva che aspettare sperando che qualcosa potesse cambiare e che Rosario finalmente infilasse la testa anche sotto il cofano invece che soltanto sotto il tettuccio.

 

L’attesa per fortuna non duro ancora molto e venne incontro agli abitanti del garage un aiuto del tutto inaspettato. Furono emesse numerose modifiche al nuovo codice della strada e fra queste ce n’era una la quale imponeva che anziché ogni dieci anni, le automobili dovessero sottostare ad una revisione più frequente e che dopo la prima ne dovesse esser fatta una ogni biennio, inoltre tutte le automobili controllate da più di due anni dovevano essere immediatamente sottoposte ad un nuovo e più severo esame. Rosario, sorpreso e indispettito, si informò presso il suo meccanico di fiducia il quale gli confermò il tutto e gli offrì la sua collaborazione per far sì che Milva riuscisse a passare anche questo nuovo esame, così il meccanico comincio a guardare di qui e ad osservare di là finchè apostrofò malamente Rosario, aveva una gran bella macchina e la teneva molto bene fuori ma sotto il cofano era proprio un gran macello, non sapeva da dove cominciare, ci sarebbe voluto tanto lavoro questa volta per assicurare la promozione alla Rossa, eh sì Rosario era stato attento alle apparenze e si godeva la sua bella auto rossa sfavillante ma il motore era molto malato e il tubo di scappamento era tutto otturato, lo avrebbe dovuto cambiare sicuramente.

 

Alla fine dei lavori il meccanico presentò a Rosario un conto chilometrico tanto che gli fu necessaria l’auto per andare in fondo a leggere il totale. Certo, sottolineò il meccanico, che se avesse avuto un po’ più cura del motore di Milva tutte quelle spese non sarebbero state necessarie, meglio una piccola ispezione ogni tanto che dover correre ai ripari quando ormai i guai sono stati già fatti. Rosario pagò, prese il rimprovero e si ripromise che avrebbe fatto dei controlli periodici alla sua bella macchina, non solo lavaggio e lucidatura, non solo aspiratura della polvere tra i sedili e nel bagagliaio, d’ora in poi avrebbe fatto guardare a chi se ne intendeva più di lui, anche dentro il cofano, motore, pompe, carburatori e filtri erano importanti quanto e più della scintillante carrozzeria della Rossa, aveva imparato davvero una bella lezione a proprie spese e che spese, Rosario era già arrivato a casa a bordo di Milva con il conto in tasca e il totale era ancora in officina che aveva da partire.

 

Arrivò a casa sconsolato ma pieno di buoni propositi, posizionò l’auto con la parte posteriore verso il garage ed entrò a retromarcia, lentamente e con la solita puntigliosa attenzione, tutto sarebbe apparso esattamente come sempre se non fosse stato per l’insolita mancanza dei fumiconi che accompagnavano ogni partenza ed ogni rientro della Rossa. Scese dall’auto chiuse il portone di ingresso e dopo aver dato la buonanotte a Milva spense la luce e sparì dietro la stretta apertura che comunicava con la casa. Per un attimo vi fu silenzio, poi Lavatrice e Scooter confabularono brevemente fra di loro chiedendosi cosa mai fosse accaduto, l’auto che mancava da due giorni era rientrata senza spargere intorno tracce della sua presenza, sembrava proprio lei ma c’era qualcosa di strano, cos’era accaduto alla solita puzza che si portava sempre dietro e tutto il fumo intossicante che emanava, dove era stato succhiato via. Anche gli Attrezzi da lavoro si aggiunsero alla piccola riunione e proprio quando ebbero deciso che qualcuno avrebbe dovuto informarsi in proposito, Milva parlò e lo fece con un tono tutto nuovo.

 

<Buonasera cari amici> iniziò con il suo nuovo timbro di voce, squillente e melodioso <salve, beh cosa c’è, non avete niente da dire? Siete rimasti tutti, finalmente a bocca aperta? Sono proprio contenta per voi ed anche per me, alla fine ci sono riuscita…>

<Ci sei riuscita?> chiese Bicicletta da donna <E come hai fatto, come si è convinto il padrone a porre rimedio a tutto quel fumo senza arrosto?>

<Sì, come l’hai convinto? E a te cos’hanno fatto per ridarti questa voce da soprano, che sembravi un trombone stonato fino a due giorni fa?> chiese Monopattino.

<Sì sì, dicci dicci, cosa è successo su dai racconta> domandarono tutti in coro.

 

Milva prese a fare il resoconto delle sue fortunose avventure in officina, la nuova legge, il meccanico, i pezzi sostituiti e perfino il lunghissimo conto che Rosario era stato costretto a pagare a causa della sua negligenza e disattenzione. Finalmente adesso le uscite del mattino ed i rientri della sera non avrebbero più causato occhi gonfi, raucedine e lacrimoni a nessuno e non ci sarebbero state fumicate nere a ricoprire di smog e di veleni gli abitanti del garage. Lavatrice cominciò allora a mandare la sua centrifuga a tutta velocità per festeggiare degnamente la nuova voce della Rossa, il nuovo tubo di scappamento catalizzato e soprattutto la nuova atmosfera che aleggiava all’interno del garage, Bicicletta da donna partecipò alla festa scampanellando a più non posso, Monopattino si mise a girare vorticosamente per tutta la stanza e Attrezzi da lavoro sbatacchiavano fra di loro le parti metalliche sì che alla fine ne venne fuori una sorta di melodia confusionaria a cui non poterono fare a meno di unirsi Scooter con le sue trombe e tutti gli altri ospiti della rimessa e di certo non rimase fuori dai festeggiamenti Milva che si fece sentire a tutti con il suo clacson e con il nuovo sussurrato, ritmico, rombo del motore. I festeggiamenti andarono avanti per tutta la nottata e furono così rumorosi che anche i vicini si affacciarono alle finestre, chi per controllare, chi per brontolare, chi impaurito per ciò che poteva essere successo. Fino all’alba si sentirono rumori nel garage di Rosario, poi ritornò una nuova serena quiete che avrebbe albergato nel garage per molto, molto, molto tempo.

 

Da allora infatti nel garage tira un’aria decisamente migliore per tutti.

 

LE FANTASIE DI STEO