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Bosco Tondo

 

Steo

 

Se in una luminosa mattinata di sole, ti alzi presto e apri la finestra della tua cameretta, potrai vedere, lontano verso l’orizzonte, la brillante sagoma verde e inconfondibile di Bosco Tondo. Appena comincerai a distinguerne le forme non crederai per niente ai tuoi occhi ma se avrai la costanza di rimanere a guardarlo per un po’, ti convincerai senza ombra di dubbio che ciò che stai ammirando è reale! Certo che sembra incredibile! Quando ti sei affacciato alla finestra, ieri mattina prima di andare a scuola, là, dove adesso vedi uccellini volare sopra Bosco Tondo, c’era un palazzo di quarantasette piani, tutto grigio e con le finestre incastrate le une con le altre, come le cellette delle api in un alveare! Ma di primo mattino, di buon ora, presto presto, prima ancora di lavarsi i denti e strusciarsi gli occhi, Bosco Tondo è là, proprio davanti a te, pronto a raccontarti un sacco di storie.

 



Quell’autunno piovve molto. Il cielo era perennemente ombroso e scuro. Nuvole plumbee e minacciose correvano di qua e di là, scaricando il loro pesante fardello di pioggia un po’ dovunque e Bosco Tondo fu letteralmente sommerso, sotto i violenti temporali che contraddistinsero quell’antipasto di inverno. Non fu però la forza delle intemperie a causare il danno maggiore ma la scomparsa repentina del tepore estivo e la quasi completa assenza di un raggio di sole, che insieme provocarono un vero e proprio disastro. In conseguenza all’imperversare ininterrotto della pioggia, le piante di Bosco Tondo, con in testa i Castagni e gli Ontani. decisero che ormai, per quella stagione, avevano già portato a termine il loro periodo di vegetazione. Fiori e frutti avevano compiuto il ciclo completo e a questo punto, senza sole e senza calore, non potevano sicuramente migliorare la loro produzione di bacche e frutta. Per la stagione a venire, gli animali di Bosco Tondo si sarebbero dovuti accontentare di quello che alberi e piante erano riusciti a produrre fino a quel momento. Anche il vecchio melo e il pero che era nato solo pochi anni addietro, si unirono al coro degli alberi di Bosco Tondo, anticipando di comune accordo l’annuale riposo a cui tutti si attenevano per preservare la specie e prepararsi alla febbrile primavera che certo sarebbe arrivata al termine del loro letargo, dopo un lungo sonno durato tutto l’inverno. Pini e Abeti sempreverde sarebbero rimasti a guardia del bosco, pronti a dare l’allarme e la sveglia qualora fosse accaduto qualcosa di straordinariamente importante. Conseguenza inesorabile della decisione presa dalle piante di Bosco Tondo fu che, contrariamente a quanto accadeva di norma ogni autunno, tutti gli alberi di Bosco Tondo persero le foglie contemporaneamente e nel giro di pochissimi giorni, invece che nei soliti due o tre mesi. Nel sottobosco si venne a creare un altissimo strato di foglie, accatastate le une sulle altre, tale da impedire anche agli animali più grandi di camminare con il muso fuori da quella marea giallognola e moscia. Subito si fecero sentire le proteste. Gli animali più piccoli come i topi, i ghiri e perfino i tassi furono i primi a far sentire i loro versi. Chi squittiva di qua, chi latrava di là, perfino castori e volpi  non riuscivano a districarsi in quell’ammasso di pacciame umido e appiccicoso. Addirittura i lupi si trovarono in enorme difficoltà, non solo non riuscivano a muoversi in quel pattume ma non lo facevano nemmeno silenziosamente quanto sarebbe loro occorso per cacciare e soprattutto non riuscivano a intravedere il pelo di una preda sotto a tutte quelle foglie. Gli alberi già appisolati borbottarono qualche scusa, gli animali si dovettero accontentare degli scarsi frutti che la stagione aveva prodotto e l’autunno si concluse con un dura rottura fra la specie animale e quella vegetale. A quel punto però l’inverno, approfittando del timido autunno che non era riuscito a serbare neanche un raggio del sole estivo, arrivò anticipato e improvviso, gelando tutto Bosco Tondo fra i suoi aridi e freddi artigli. La neve cadde copiosa e abbondante, ricoprendo in un battibaleno tutto quanto c’era sopra sotto, dentro e intorno a Bosco tondo. Per fortuna però nel sottobosco c’era un voluminoso strato di foglie su cui la neve si adagiò con prepotenza ma che non riuscì comunque a oltrepassare. Questa combinazione di strati provocò un evento fortuito e fortunato allo stesso tempo. Le foglie erano così numerose che non avevano ancora avuto il modo di potersi trasformare tutte nell'humus che avrebbe dovuto nutrire la terra e il loro cumulo aveva bloccato la neve ad una certa altezza dal suolo. Gli animali si trovarono così in breve tempo a poter usufruire, man mano che le foglie marcivano, di una vera e propria galleria, estesa quanto tutta Bosco Tondo. Sotto quella coltre di neve e foglie, quell’inverno fu una vera pacchia, si poteva gironzolare tranquilli alla ricerca di qualche briciola avanzata all’estate, brucare gli ultimi fili d’erba rimasti o quelli più coraggiosi che spuntavano nuovi grazie al tepore che si andò a formare sotto quel bianco mantello. Pure gli uccelli, scesi attraverso tronchi cavi e piccoli passaggi, festeggiarono allegramente quel rinfrancante inverno nella caverna più bianca e splendente che fosse mai stata abitata. Gli unici per cui non ci fu alcun cambiamento furono i Lupi, troppo grandi per passare sotto la galleria, furono costretti a migrare nella vicina foresta per cercare qualche preda da cacciare. Passerotti, quaglie, conigli selvatici, lepri e fagiani invece, trascorsero tranquilli e riscaldati un inverno davvero diverso. A primavera gli animali avrebbero certo trovato il modo di scusarsi con gli alberi, ingiustamente rimproverati di aver provocato quello che si era poi rivelato un simpatico e pratico espediente per trascorrere il più caldo e tranquillo inverno che si fosse mai visto a Bosco Tondo.

Racchiuso fra le dolci Colline della Melodia, appoggiato soavemente sull’Altopiano dello Zibibbo, al limitare estremo del Pian del Velluto, prima, molto ma molto prima di arrivare alle aspre e incolte alture del Monte Ortica, ostico e inaccessibile anche ai migliori scalatori, riposa rigoglioso e verde Bosco Tondo. Non sono molte le strade che riescono ad aprirsi un varco, capace di arrivare fino alle serene sommità del mite colle sul cui cocuzzolo si erge allegro e frizzante Bosco Tondo. Bisogna davvero faticare un bel po’ se non si conosce la strada e anche se dalla finestra della vostra cameretta può sembrare facile, arrivare fino a Bosco Tondo in realtà è quasi impossibile ed oltre che a molta ma molta, molta, molta fantasia, occorre anche tanta, davvero tanta, tanta, tanta allegria e un pizzico di fortuna. A volte è il caso che ci può far imbattere nella via più breve per Bosco Tondo ma è sempre preferibile goderselo da lontano, dentro il proprio cuore, che non invaderlo senza nemmeno potersi immaginare quali guai stiamo in realtà combinando.

 



Fu proprio il caso a far giungere la sgangherata automobile di Gerardo fino a Bosco Tondo. Era la prima e per fortuna fu anche l’ultima volta che nel bosco se ne vide una. Berta, così era soprannominata la carcassa su ruote che scorrazzava Gerardo di qua e di là. Era vecchia, più di trent’anni, che per un auto è un’età di tutto riguardo, hai già i parasole bianchi, tossisci ad ogni messa in moto e più che andare avanti arranchi per le vie più tranquille senza azzardarti ad entrare in autostrada. Berta faceva del suo meglio ma era Gerardo che spensierato com’era, non se ne curava abbastanza, come non si prendeva cura di se stesso. A vederlo non era proprio un tipo perfetto, vestiva trasandato, come la sua auto che era piena di bottiglie vuote e briciole che bivaccavano allegre sotto i tappetini ed anche sopra e negli interstizi più reconditi ma anche placide e tranquille sui sedili posteriori. Più che camminare zigzagava, come la sua auto che aveva sicuramente bisogno di una urgente convergenza alle ruote. Sfortuna volle che Gerardo si trovasse d’improvviso davanti al meraviglioso spettacolo che offre la vista di Bosco Tondo. Dopo essere rimasto più di dieci minuti a rimirarlo con la bocca spalancata e purtroppo anche con il motore di Berta acceso e sfumacchiante, Gerardo si decise a spengere il motore e finalmente a scendere. Passeggiò, per non si sa più quanto tempo, nel fresco dell’ombra di castagni, abeti e ontani, cogliendo more, ribes e lamponi, macchiandosi di cremisi le mani, i polsini e perfino il colletto della camicia. Tornò all’auto e pensò bene di continuare quel bucolico bivacco. Tirò fuori dalla bauliera un plaid di lana che vivacchiava intorno a buchi grossi come girasoli, racimolò un paio di lattine, delle patatine e dei biscotti e diede vita al suo personale pic-nic. Formiche ed insetti si gettarono come avvoltoi su quel generoso pasto e fecero fuori tutto quanto c’era di commestibile che Gerardo non fosse riuscito ad infilarsi in bocca. Quando il sole era ormai quasi tramontato Gerardo ritenne fosse giunto il momento di ritrovare la strada di casa. Raccolse il plaid, ne fece un informe pallottola e lo gettò in macchina, prese posto e mise in modo la povera Berta gracchiando e sbuffando e dopo aver affumicato scoiattoli, passeri, volpi e calabroni, partì ala volta della sua destinazione, lasciando nell’aria il ricordo oleoso e indelebile del suo avvento e sul prato bottiglie, cartacce e sacchetti di plastica che avrebbero ornato la piccola radura in mezzo a Bosco Tondo, per i prossimi mille o duemila anni. Ma Bosco Tondo è un esperienza che lascia il segno, anche negli animi più distratti come quello di Gerardo. Infatti dopo aver compiuto poco più di due o trecento metri di strada, lo spensierato visitatore dell’ameno boschetto arrestò bruscamente la sorpresa Berta, ingranò la retromarcia grattando gli ultimi due o tre denti che erano rimasti nel cambio e fece ritorno al piccolo immondezzaio che aveva abbandonato in pieno Bosco Tondo. Raccolse tutto con calma, infilò gli avanzi in un sacchetto e lo poggiò sul tappetino accanto al posto di guida, formulando nel contempo un serafico ed inaspettato pensiero mentre girava intorno all'autovettura per montare su e partire di nuovo. Avrebbe dato una bella pulita alla cara Berta e anche una visita dal meccanico non le avrebbe certo fatto male, magari se l‘avesse rimessa a posto, avrebbe anche potuto partecipare alla sfilata d’auto d’epoca che rombava ogni anno sotto il suo terrazzo e volesse il cielo non avrebbe inquinato più così tanto. Ogni mattina Gerardo si alza presto e prima di andare in bagno a prepararsi apre la finestra e da lontano si gode il meraviglioso panorama che gli si pone davanti, il quieto splendore della vista delle verdi cime che incoronano il sereno e placido Bosco Tondo.

Se lo si potesse vedere dall’alto, Bosco Tondo avrebbe la forma di un cuore. No, non come quello vero e proprio, tutto bitorzoluto, con canali, tubi e tubicini che entrano ed escono da ogni dove e che tra l’altro non sta mai fermo un attimo, per fortuna direi, così che nessuno può vedere davvero che forma abbia. No, no, non come quello ma come i cuori degli innamorati, con due enormi precise e dolci curve, riunite in alto proprio dove ha trovato posto un piccolo laghetto e in basso a formare la punta che si incunea precisa fra le propaggini dell’altipiano che lo circonda. Solo gli uccelli hanno la fortuna di poter ammirare questo unico, particolare, armonioso disegno sul mondo. Perfino gli uccelli migratori che ogni anno passano sopra Bosco Tondo, si fermano a riposare tra le chiome dei suoi alberi, attratti dalla vista di questo meraviglioso luogo d’amore.

 



Forse quell’anno erano partite con un po’ troppo ritardo o forse il gelo della brutta stagione in arrivo aveva fatto sentire le sue tenaglie troppo all'improvviso, fatto é che le cicogne di Belamutka, quell’inverno si ritrovarono nel bel mezzo di un grosso, grosso ma proprio grosso, grosso guaio. Come tutti sappiamo e chi non lo sapeva lo scopre adesso, le cicogne sono uccelli migratori che volano al sud a riscaldarsi, prima di tornare ai loro nidi a covare le uova che si schiuderanno a primavera inoltrata nei tepori del mese di maggio. Vivono al nord per tutta la bella stagione, si godono le temperature miti, fanno nuove conoscenze, curano il loro nido che di solito è costruito in cima ai pali della luce o nelle bocche dei camini spenti, vanno in giro a cercare il cibo per se e per i loro piccoli e quando rimane loro un attimo di tempo, si godono il meritato riposo sonnecchiando, volando sopra a panorami che solo loro hanno la fortuna di poter ammirare quando vogliono o guardando stupite la gente che passa e magari si ferma a fotografarle e pensano a quanto sia buffa quella specie senza ali ne piume e con quelle zampe così lunghe. Come all’arrivo di ogni autunno, le cicogne anche per quell’anno avevano cominciato a prepararsi per affrontare il lungo viaggio che le aspettava di li a poco. Le più anziane, che poi erano le più esperte perché avevano già compiuto decine di viaggi in su e in giù per tutto il continente, furono come sempre le prime ad alzarsi in volo. Planavano intorno ai loro nidi per ore e ore annusando l’aria e scrutando l’orizzonte, nell’attesa di cogliere il segnale che avrebbe scatenato la grande migrazione. La bella stagione si protrasse un troppo a lungo e forse il raffreddore giocò loro un brutto scherzo ma aspetta, aspetta, andò a finire che si ritrovarono a dover partire d'improvviso e in tutta fretta che era già dicembre e nelle case i primi alberi di natale facevano brillare le loro luci. Si alzarono in volo tutte assieme oscurando per un attimo il cielo grigio che le circondava, grandi e piccole, più o meno esperte, tutte si librarono in aria con quella grazia un po’ titubante che le contraddistingue fra gli altri uccelli. Il corpo grande, il becco e le zampe sproporzionate a tutto il resto, le ali aperte in un volo silenzioso e quella strana illusione ottica che ti fa strusciare gli occhi quando le guardi, sembra proprio che portino stretto nel becco le falde di un fagottino bianco candido, da cui pare proprio sporga un braccino liscio e roseo e un ciuffo biondo di capelli. Vuoi vedere che davvero le cicogne portano i bambini? Ma appena la vista si fa più chiara d’improvviso scompare quell’alone intorno a loro e vedi solo cicogne che veleggiano fiere verso la loro meta. La loro meta però quell’anno era un po’ troppo lontana e quando arrivò Natale erano appena sopra Bosco Tondo. Ogni anno, durante la loro traversata intercontinentale, avevano sorvolato il piccolo cuore verde di Bosco Tondo e ogni anno le più giovani si abbassavano il più possibile, per vedere da vicino quel particolare e stravagante panorama. Qualcuna lo aveva visitato velocemente, librandosi fra le cime degli abeti e dei castagni, prima di affannarsi a riprendere lo stormo, che nel frattempo se ne era volato via. Fu proprio grazie a queste fuggevoli visite, compiute in gioventù che la Capo Cicogna Fernanda prese quella imprevedibile, sorprendente ma necessaria decisione. Lo stormo delle cicogne si sarebbe fermato a Bosco Tondo. Discesero planando ampi cerchi intorno al cuore verde e una ad una, posarono le loro zampone intirizzite sulla soffice neve che copriva ogni stelo d’erba tutto intorno. Fernanda riunì attorno a se tutte le sventurate compagne in modo da riuscire a scaldarsi a vicenda, quella notte si sarebbero riposate e all’alba avrebbero ripreso il volo, sperando che il tempo concedesse loro una mattinata mite e senza vento che le accompagnasse fino alla loro destinazione. Il tempo fu però inclemente il mattino dopo, che tra l'altro era il giorno di Natale, una bufera di neve circondava Bosco Tondo e l’altipiano intorno. Le cicogne con tutta quelle neve addosso non riuscivano nemmeno ad alzarsi in volo. Era la fine per loro, non avrebbero raggiunto le calde mete ai confini del deserto e forse a primavera qualcuno le avrebbe scoperte ancora congelate. Ma a Bosco Tondo si era velocemente sparsa la voce di questo inaspettato arrivo dal cielo, gli animali di tutto il boschetto si erano riuniti e avevano deciso di dare una mano alle povere cicogne. Tassi, ghiri, topi, passerotti, due merli, la famiglia delle volpi, tutti gli scoiattoli e perfino il branco di lupi di monte Ortica, portarono qualcosa da mangiare alle cicogne, semi, noci, erba fresca, fieno portato via nei lontani campi dai lupi, tutti offrirono un po’ di ristoro a Fernanda e alle sue compagne. Gli animali con la pelliccia si offrirono addirittura di scaldarle con il loro pelo e ogni cicogna trovò rifugio nelle mille tane degli animali di Bosco Tondo. Il mattino dopo il sole splendeva, la temperatura era salita di parecchi gradi e le cicogne riscaldate, ristorate e rifocillate, poterono riprendere il volo e raggiungere, di li a pochi giorni, i caldissimi lidi del caldo sud. Fernanda e le sue amiche sorvolano ogni anno Bosco tondo e portano sempre un sacco di doni agli abitanti del boschetto, buon cibo che d’estate hanno messo da parte per tassi, passerotti, merli e volpi e che viene distribuito fra tutti gli ospiti del bosco durante i festeggiamenti per la ricorrenza del giorno in cui arrivarono Fernanda e le sue cicogne. È bello Natale a Bosco Tondo.

A Bosco Tondo nessuno si sente mai solo! C'è sempre un suono, un fruscio, il verso di qualcuno dei tantissimi animaletti che lo abitano, che ti tiene compagnia. Anche nelle notti più fredde, più buie e più quiete il silenzio non riesce mai ad imperare. Non ci sono però rumori fastidiosi, automobili che strombazzano, aerei supersonici che sfrecciano impudenti nei cieli colmi di smog o canzoni sguaiate a disturbare le giornate spensierate e le serene nottate. Solo un lieve muover di fronde, lo zampettio di un uccellino o il suo melodioso cinguettio. In qualsiasi momento ti senti in compagnia, protetto, sicuro e coccolato. Chi riesce ad arrivare in sogno fino a Bosco Tondo, ha la certezza di addormentarsi sereno e rilassato come non mai ed al risveglio, non può che sentirsi ristorato e pronto ad affrontare con gioia ed energia un altro meraviglioso giorno pieno di allettanti sorprese. Vivere sentendosi immerso nel bosco con i suoi profumi ed i melodiosi suoni.

 



La solitudine per lui era un punto di principio. Tanto ma tanto, davvero tanto tempo fa gli uccellini si posavano ancora sulle sue fronde ma ormai nessuno provava più ad avvicinarsi al vecchio Romito, un cipresso che da anni ed anni aveva messo le sue radici al limitare di Bosco tondo. Appena appena fuori, da non confondersi con tutti gli altri alberi. Era nato da un seme che era rotolato lentamente lungo un lieve pendio del bosco e che per chissà quale serie di combinazioni era andato a finire così lontano da tutti i cipressi e da qualsiasi altro albero. Aveva messo fuori le sue prime foglioline in un grigio mattino piovoso di primavera, che sì aveva favorito la sua nascita ma di certo la vista di quel cielo così scuro, non gli instillò buon umore. Tanto che da quel giorno essere burbero e scontroso fu la sua occupazione principale. Era poco più alto di un corvo adulto e già aveva reso la sua corteccia più dura delle pietre del Monte Corazza che dall'alto delle nuvole, poteva godere della meravigliosa visuale dell'intero bosco, e già a quei tempi era un verdeggiante cuore in una pacifica valle. Quando poi raggiunse l'altezza sufficiente per poter davvero essere definito albero; i pochi che avevano provato a chiamarlo alberello avevano dovuto subire le sue ire, le sue invettive e se erano capitati a portata di fronda anche la sua vendetta; Romito consolidò la sua ruvidezza nei confronti del prossimo, vegetale, animale e minerale che fosse. Le sue radici si infilavano prepotenti nella pianura scalzando sassi, pietruzze e macigni, succhiando senza ritegno tutto il nutrimento che la buona terra della valle di Bosco Tondo è capace di  offrire, tanto da privare di ogni tipo di sussistenza anche i pochi fili d'erba che si erano avventurati all'ombra della sua chioma. Spaventati e affamati se ne erano dovuti allontanare in cerca di terra fertile, lasciando intorno al tronco di Romito un cerchio arido e granitico sul quale non avrebbe attecchito nemmeno la gramigna. Per non parlare poi del trattamento a cui furono sottoposti gli ultimi sventurati avventurieri che, per sbadataggine o per testardaggine si trovarono a passare sotto i suoi rami o a posarsi tra le sue verdi e ingenerose fronde.  Fossero stati lombrichi, tassi, faine, lupi od orsi, chi si era provato a ristorarsi all'ombra di Romito si era beccato una delle sue piccole rotonde e veramente dure, pigne in testa. Un orso che si era appoggiato al suo tronco per grattarsi ben bene la schiena e trovare meritato sollievo usufruendo di quello spazzolone naturale, era stato colto da una gragnola di pigne tale da riempirgli la zucca di bernoccoli che gli dolsero per un intera settimana e certamente non gli fecero dimenticare di stare alla larga di Romito. I pochi uccellini che ancora cercavano riposo e cibo sui suoi rami si trovavano scaraventati di sotto dagli improvvisi movimenti del tronco e dei rami. Perfino larve, cavallette e tarli se n'erano andati da un'altra parte, il vero parassita sembrava proprio lo scorbutico cipresso. Romito era rimasto finalmente e definitivamente solo o almeno così sembrò. Per un po' tutto Bosco Tondo si era preoccupato dello strano caso del cipresso Romito ma alla fine, dopo vari, inutili e spesso dolorosi tentativi, con cadute e bernoccoli vari, nessuno si curò più del vecchio scontroso e burbero Romito, se non per raccontare qualche storia in cui lo si poteva incontrare come protagonista negativo. Forse fu a quel punto che qualcosa cambiò davvero, quando infine Romito, che da sempre aveva voluto restarsene da solo, si era ritrovato ad essere solo davvero! Da quel momento cominciò a guardare gli alberi di Bosco Tondo con un po' di melanconia e addirittura un mattino di sole particolarmente brillante, formulò un pensiero davvero inusuale per lui, decidendo che in fondo, se una faina fosse passata tra le sue radici, non sarebbe stato poi un così gran danno e magari si poteva fermare un lupo a cercare refrigerio sotto il suo cappello verde o addirittura un passerotto stanco avrebbe anche potuto fermarsi un attimo su uno dei suoi rami. Ma tutto questo non accadde, non accadeva e non poteva certo accadere, nessuno si sarebbe mai avvicinato a Romito, nemmeno per scommessa. Fu per caso, si sa le cose accadono sempre per caso,  che in un momento di particolare tristezza, uno dei suoi legnosi frutti cadde sull'arido suolo che lo circondava. Quella che fino ad allora sarebbe stata una malaugurata semina, fece venire una meravigliosa, finalmente, idea al burbero Cipresso. Alla prima pioggia cercò di raccogliere fra i suoi capienti rami più acqua che avesse potuto per poi scrollarsela di dosso un poco per volta, in modo da rendere umido e morbido il duro terreno su cui si ergeva. Le sue radici cominciarono a lavorare la terra da sotto, come se stessero arando e finalmente, con pazienza, riuscì a far accogliere fra le zolle il suo frutto e continuando a curarlo con l'attenzione che tutti hanno con la loro pianta preferita, riuscì a farlo germogliare. Ne venne fuori una frizzante e briosa piantina che grazie alla sua allegria, si meritò appieno il nome che Romito le trovò, Gaia. Gaia fu la sua prima vera compagna! Romito attese con immensa pazienza alla sua nuova e per il momento unica, amica. Le parlava ogni giorno, le raccontava di Bosco Tondo e di tutti quegli animali che non si avvicinavano loro ma di cui il bosco era pieno. Passarono tanti e tanti anni e Romito e Gaia insieme diedero vita ad un gran numero di nuove piante, così numerose e prolifiche che piano piano, il piccolo boschetto di cipressi ingrandì fino a toccare Bosco Tondo. Quel primo contatto fu come sfiorare il sole con le foglie, il calore che Romito riuscì a sentire tramite la catena di cipressi che arrivava fino al bosco fu immenso. Gli arrivò così il saluto ed il benvenuto di migliaia di insetti di uccelli e animali che facendosi coraggio, cominciarono ad avvicinarsi alla colonia di cipressi. Larve insetti e bacherozzoli di tutti i tipi trovarono casa fra le pieghe della corteccia dei cipressi e Romito fu ben contento di concedere addirittura alcuni dei suoi rami migliori ad una famiglia di tarli. Tornarono anche gli uccelli che dapprima si posarono titubanti sui rami e poi con il tempo nidificarono allegri fra le cime dei cipressi. Gaia e Romito si divertivano un sacco quando capitava qualche orso a grattarsi la schiena su uno dei loro tronchi, tanto che mentre uno serviva da spazzola per la schiena l'altro si offriva di solleticare la pancia del plantigrado con i suoi rami. Romito e Gaia erano davvero felici, l'intera colonia di cipressi pullulava di vita, finalmente il bosco viveva di nuovo insieme. È bello l'abbraccio di Bosco Tondo, qui non sei mai triste perché c’è sempre posto per tutti.

A Bosco Tondo puoi trovare di tutto. Tutte le meraviglie della natura le puoi ammirare in questo mondo incantato, racchiuso tra dolci colline; verdi a primavera, gialle d'estate, brune d'autunno e bianche d'inverno. Ogni stagione racchiude segreti che svela piano piano, calore per i piccoli freddolosi, ristoro per i vagabondi affamati, sorgente per i viandanti assetati, riposo per gli instancabili viaggiatori. Per gli uccelli che costruiscono nidi, per i castori che creano le loro dighe, per le talpe che scavano lunghissime tane, per chi caccia e per chi fugge, alla sera c'è sempre un posto dove rinfrancarsi e rigenerarsi, piluccare un po' di cibo e recuperare le energie per il nuovo giorno. Pace, per gli animali di tutte le taglie, con il pelo, le piume o le squame, come i piccoli pesci o le trote che abitano il laghetto nel quale si rispecchiano le meraviglie di Bosco Tondo.



Certo, un posto dove puoi trovare di tutto come Bosco Tondo, è sicuramente un luogo dove puoi combinarne di tutti i colori, anche se ci ha già pensato Madre Natura. Sì, perché le molteplici meraviglie che puoi ammirare a Bosco Tondo si differenziano le une dalle altre anche per la moltitudine di colori che le contraddistingue. Ci sono i gialli, i rossi ed i viola dei fiori di campo, ci sono tutte le sfumature possibili del verde, da quello dell'acqua del piccolo stagno, alle verdi chiome degli alberi con le loro sfumature, ogni foglia un suo colore, ogni pianta la sua tonalità. Ci sono i corvi, neri come la notte più buia, ci sono le fulve volpi e i grigi lupi, le talpe color antracite, i passerotti marroni e i becchi arancione delle papere. Poi ancora il bianco dei cigni e il viola delle anatre. I colori hanno trovato un buon posto dove risplendere. Quello che non si era mai visto a Bosco Tondo era un animale che li rappresentasse tutti assieme. E a Bosco Tondo non poteva certo mancare un esemplare del genere. Infatti un bel giorno passò per il bosco Gedeone il Pavone. C'è da sottolineare subito che fra tutti i pavoni, che notoriamente sono vanitosi e un bel po' narcisi, Gedeone era fra i più superbi se non il più vanesio in assoluto. Quando camminava lo faceva con la flemma tipica di chi non solo vuol essere osservato ma vuol essere sicuro che lo si possa osservare bene. Non solo vuol controllare che lo si ammiri ma vuol essere certo che si sia apprezzata la sua rinomata bellezza e il non plus ultra delle meraviglie naturali, che è la coda che si porta appresso. Un baraccone da fiera enorme. Dapprima pare un insulso strascico che il povero uccello sia costretto a trascinarsi dietro a fatica, ma che quando invece arriva il momento adatto, al passaggio della prima pavoncella, sfodera in tutta la sua maestosità. Beh! A quel punto non rimane che dargli completamente ragione e rimanere a bocca aperta ad ammirarne la grazia, il portamento e la rilucente gragnola di colori sfavillanti che nascono o si riflettono sulle sue multicolori piume. A Bosco Tondo non se ne era mai visto uno prima! Persino le formiche si misero in fila per correre ad ammirarlo e i ragni si calarono giù dai rami per vederlo da vicino. Marmotte, castori, daini, cerbiatti e volpi accorsero al richiamo del bosco. Tutti rimanevano lì impalati, con la lingua penzoloni, ad ammirare tanta meraviglia. Il pavone non attendeva altro. Per una settimana continuò a gironzolare per tutto il sottobosco, tra le fronde e tra i rovi, lungo le rive dello stagno e vicino ai prati. Gabbiani, germani reali, persino aquile, fagiani e avvoltoi, raggiunti dalla voce che era planata di becco in becco, erano volati in picchiata a vedere con i propri occhi la fonte dei colori di cui tanto si cinguettava a Bosco Tondo e dintorni. Tutti accorrevano al suo passaggio e Gedeone camminava con quel suo incedere un po' gallinaceo che, con tanto che c'era da vedere, non dava nell'occhio: Con quella coda aperta a ventaglio infilzata nel suo fondoschiena, nessuno faceva caso al fatto che in fondo era un uccello come ce n'erano tanti nei dintorni. Le cose nuove, dopo che le si sono viste un paio di volte, non fanno più notizia e un bel giorno Gedeone si rese conto al suo passare dimenando l'imponente sua coda, nessuno si voltava più  a guardarlo. Troppo si metteva a favore della luce, lasciando che i raggi del sole si riflettessero sui suoi piumaggi madreperlacei ma nessuno faceva più caso a lui. Nessuno accorreva da lontano per ammirare Gedeone il Pavone, perché nessuna voce si spargeva più in giro. Ormai Gedeone non faceva più notizia. Ormai le sue piume erano parte delle sfumature eccentriche di cui ne era pieno il bosco e si confondevano con i mille colori di piante, alberi, uccelli e animali. Fuxia, bordò, fumè, granata, terra di Siena, blu oltremare, amaranto, ocra e verde pisello con in alto l'azzurro più azzurro che pittore avesse mai potuto disegnare, che cantante avesse mai potuto solfeggiare e che nessun fiore avrebbe mai potuto profumare, il cielo terso e limpido, leggera coltre di Bosco Tondo. Gedeone temette per la sua fluente coda, poteva forse essere accaduto qualcosa che aveva potuto danneggiarla o aver reso meno appariscenti i suoi sgargianti colori ma dopo ripetuti controlli, si convinse che purtroppo niente di tutto questo era accaduto, il motivo del disinteresse che lo circondava era celato da qualche altra parte. Per timore di ciò che poteva essere accaduto Gedeone prese ad osservare accuratamente il mondo che gli stava attorno e di cui fino ad ora non si era certamente occupato. E finalmente, sbalordito come non era mai stato se non quando si era specchiato nelle chiare acque del laghetto del bosco, si rese conto delle meraviglie che nascondeva Bosco Tondo, degli insetti e dei cervi, dell'erba verde e delle farfalle colorate e fu rapito dalla meraviglia dei colori che lo circondavano. Fu talmente inebriato da tanta bellezza che si riprese solo quando si trovò  a passare sotto il suo becco stupito una bella pavoncella, più vanitosa di lui se mai fosse stato possibile. Graziella la Pavoncella era accorsa ultima ma più interessata di tutti, ad ammirare questo gran bel pavone di cui si narrava per i campi attorno al bosco e prima ancora che lei se ne innamorasse, lui era già cotto di lei. Tra le radici della grande quercia, in un'apertura nel tronco grande abbastanza per far sbucare fuori un becco, cinguetta affamata la piccola nidiata dei pavoni di Bosco Tondo. Gedeone non se n'è più andato e Graziella e rimasta accanto a lui. Bosco Tondo, il posto migliore per innamorarsi!

A bosco tondo tutti diventano più buoni. Non è proprio possibile comportarsi altrimenti. Perfino i lupi riposano fianco a fianco con gli agnellini, sotto le fresche fronde degli alberi di Bosco Tondo. Chi ha fame trova sempre qualcuno che dividerà la propria ghianda per donare la parte più grande. L'aria che respiri, i colori, i suoni, i sogni che arrivano desiderosi dalle città, rendono questo cuore nel verde un luogo d'amore. I bambini che al mattino presto si affacciano alle finestre per ghermire un attimo di Bosco Tondo, prima che il cemento intorno a loro faccia sparire tutto di nuovo, al primo suono della sveglia. È l'amore di questi bimbi e di chi bimbo è rimasto che portano la bontà fino al centro de Bosco Tondo. Fino al cuore di tutti.

 



C'è modo e modo di vedere Bosco Tondo. Come tutte le meraviglie e in maniera particolare le meraviglie della natura, ci si può perdere dentro, in una specie di quella strana sindrome che coglie chi si lascia travolgere dalla meravigliosità di un a pittura o di un opera d'arte. Allo stesso modo si può svenire ammirando la bellezza unica e irripetibile che Madre Natura ci pone sotto gli occhi ogni giorno e chi si trova davanti alle proprie pupille una sublime visione come Bosco Tondo, non può che sentircisi immerso completamente, farne parte, esserne una estensione ed una concentrazione allo stesso tempo. Insomma chi riesce a vedere Bosco Tondo ne rimane meravigliato, abbagliato, estasiato e non può certo scordarlo. Queste sono certamente le parole più semplici  per descrivere la visione dell'unicità di Bosco Tondo. Ma,  come sempre c'è e forse e bene che ci sia, anche in questo caso c'è un ma! Chi non riesce oppure addirittura non vuole ammirarne la bellezza, non può che ridursi a denigrarlo e cercare di rovinarlo. Questo è ciò che accadde quando si trovò a transitare all'ombra degli alberi verdi e rigogliosi di Bosco Tondo, la malefica, maligna, maliziosa e chi più ne ha più ne metta Malerba la strega superba. Non c'è niente di peggio per i superbi, che si credono i meglio in tutto e quindi anche in bellezza, di trovarsi a tu per tu con qualcosa che risulti oggettivamente, cioè chiaro e lampante agli occhi di tutti, più bello di loro. Subito Malerba si rese conto che il luogo dove era finita era un covo di bellezza, gioia e armoniosità e Malerba non lo poteva certo sopportare. Uccellini che cinguettavano, farfalle che svolazzavano colorate fra i fiori colorati, scoiattoli che sgranocchiavano nocciole e nocciole che pendevano spensierate dagli alberi, in attesa di diventare seme o pranzo. Era troppo, il destino sciagurato l'aveva voluta ficcare in quel luogo, ai suoi occhi, orribile e lei avrebbe vinto il destino trasformando quel posto in un sito a cui nessuno avrebbe voluto certamente nemmeno passare vicino. Già se l'immaginava, una palude putrida e marcia con nebbie che non si diradano mai.  O peggio ancora, una steppa arida sulla quale avrebbe disseminato qua e la qualche piccolo scheletro di qualcuno di quegli odiosi abitanti felici. Insulsi animaletti che appestavano quella foresta di cui non riusciva nemmeno a pronunciare l'orribile nome mieloso e appiccicoso. Proprio come la ragia sulla corteccia delle piante, basta appoggiarsi un attimo per riposarsi e ti ritrovi tutto impiastricciato di quelle appiccicose lacrime d'albero. Bosco tondo, che nome! Foresta Nera, quello era un bell'appellativo ma se le fosse riuscito bene ogni incantesimo, presto quel piccolo pianoro lo avrebbero chiamato deserto della disperazione. Eh, eh, eh! Rideva e sghignazzava mentre già vedeva in sogno il risultato dei suoi mille incantesimi. Tanto per scaldarsi un po’ e riprendere confidenza con le più malefiche maledizioni, prese a cambiare i papaveri in ortica e le margherite in gramigna. Rideva Malerba ad ogni sparire di colore. Tramutò un paio di colorite anatre in corvi e tre scoiattoli in grigie talpe e rise a crepapelle, immaginando le piccole ossa di quei miseri animaletti distese sul deserto che avrebbe creato per loro di li a poco. Giorno dopo giorno sparirono tutti i fiori di Bosco tondo, tramutati come tutti gli animali. Anche gli alberi cominciavano a venir trasformati in tronchi pietrificati e il deserto prendeva ad avanzare a grandi passi. Un bel giorno e certo si può dire ad alta voce che quello fu proprio un bellissimo giorno, Malerba si accorse che tutto il suo gran lavorare, maledire e magicare era stato inutile. Tutto il suo voler trasformare Bosco Tondo in un immondezzaio era stata solo una mera speranza. Davanti a lei si parava il deserto più bello che avesse mai visto, gli animali che aveva trasformato si erano adattati al nuovo habitat e continuavano a viverlo allegramente. Scorpioni, lucertole, serpenti, rose del deserto, cactus e agave ornavano l'immensa distesa di sabbia come mai nessun giardiniere avrebbe potuto disporre. L'animo colmo di amore di quel dolce cuore che è Bosco Tondo, era rimasto integro e incontaminato tramandandosi da pino a cactus, da scoiattolo a scorpione, da lupo a serpente. Mutato nell'aspetto ma immutato nella sua semplice armoniosità. Malerba non potè fare a meno di mettersi a piangere. Pianse e pianse così tanto e per così tanti giorni che le sue tristi lacrime irrigarono l'arido deserto appena costruito, fino a rendergli l'originale aspetto. Bosco Tondo era tornato a fiorire dalle lacrime di colei che per invidia lo aveva voluto distruggere. Malerba ha cambiato nome, quello che aveva non si adattava certo ad un abitante di Bosco Tondo. Si perché la strega, oops scusate, adesso non fa più nemmeno la strega, Generosa la fata amorosa, questo è il nome che si è scelta, adesso abita proprio tra le fresche fronde di Bosco Tondo. Colora di azzurro i mattini di primavera e adorna di rosso i tramonti estivi, soffia le foglie che cadono in autunno e sbianca la neve che d'inverno si adagia sulla calda terra di Bosco Tondo. Se vi affacciate alle vostre finestre, al mattino presto, appena prima che sorga il sole, la potete vedere saltellare mentre rincorre un passero o gioca a nascondino con una lucertola o fa la gara di nuoto con una salamandra nel mezzo del placido laghetto di Bosco Tondo. Che ci volete fare, Bosco Tondo è così, non si può non venir travolti dall'amore, lasciatevi andare anche voi, ci troveremo tutti a correre sui verdi prati di Bosco tondo.

Quello che rende Bosco Tondo unico ed ineguagliabile, se ancora ci fosse bisogno di dimostrarlo, è che in qualsiasi momento si dimostra il luogo più ospitale nel quale ci si potrebbe imbattere. Quando fa caldo puoi star sicuro di trovare ristoro fra le fresche fronde dei suoi alberi, al riparo dai focosi raggi del sole che attraversano la trama traforata del fogliame e disegnano arzigogoli e arabeschi fra l’erba su cui ti puoi comodamente sdraiare a riposare. Quando è il freddo a imperare niente di meglio che trovar rifugio in un tronco cavo, dove le foglie cadute ti forniranno un comodo cuscino e il  vivo legno il tepore necessario, isolandoti dal gelo che ti circonda. Se piove e magari il cielo ha deciso di scaricare anche qualche fulmine qua e là per prati e foreste, meglio ripararsi in un antro o sotto qualche roccia sporgente al sicuro dall'umidità ma anche dalle saette. Bosco Tondo è come una madre con i suoi piccoli, comunque e dovunque ti protegge e se ti smarrisci ti viene a cercare in sogno per riportarti tra le sue verdi cime e coccolarti ancora un po’.

 



Glauco, Emilia, Federico e Anna amano un sacco giocare tutti insieme. Sono quattro fratelli, tra il primo e l'ultima ci corrono cinque anni a malapena e sono molto affiatati e amici fra di loro. Come tutti i bambini, anche loro, la cosa che riescono a fare meglio di tutte è certamente quella di combinare guai. Ci sono infinite varianti di questa magistrale arte, innata in ognuno di noi e che con il tempo un po' con dispiacere e un po' per fortuna la maggior parte abbandona. Anche se c'è chi continua a combinare guai per tutta la vita. Rompere ogni tipo di oggetto, macchiarsi con i pennarelli o con il sugo degli spaghetti, infradiciarsi da capo a piedi in pieno inverno e scottarsi con il phon in piena estate sono attività sbalorditive per i grandi ma per gli scalmanati fratelli, in realtà sono pane quotidiano. Fra i passatempi preferiti dei quattro allegri bambini quello di affrontare una bella scampagnata è certamente il più divertente e anche il più sano da praticare. Immergersi a pieno nella natura, lasciarsi andare nel gran divertimento dello scorrazzare allegramente. Senza rumori, gas di scarico e motorini che sbucano da tutte le parti. Correre e rincorrere farfalle, cavallette e ragni è uno spasso indimenticabile. Quando poi il divertimento è maggiore é più facile perdere il senso del tempo, tanto che non appena è iniziato il gioco già il sole si sta avviando al tramonto. Soprattutto però è facile perdersi nello spazio intorno, nello spazio luminoso e gioioso che circonda l'allegria. Glauco, Emilia, Federico e Anna quel pomeriggio avevano salutato la mamma, ferma sulla soglia della loro casa in collina a sventolare melodrammaticamente un fazzoletto. Ognuno con in spalla il proprio zainetto pieno di leccornie, si erano avviati verso il Pian del Velluto per un escursione che programmata da giorni. Si erano organizzati davvero bene, vestiti, scarponi comodi, merendine, giochi e balocchi, una coperta per stendersi a fare merenda e un sacco di altre cose che ai grandi sarebbero sembrate superflue ma che per loro erano sicuramente essenziali. Fu proprio un passeggiata meravigliosa, tanto che non riuscivano più a smettere di camminare, allontanandosi un po' troppo da casa. Svoltare un campo più in la di quello che credevano e un albero prima di quanto avevano preventivato e perdersi fu un gioco da ragazzi, anzi da bambini. Glauco, Emilia, Federico e Anna si erano divertiti un mondo quel pomeriggio, si erano rincorsi tra fili biondi di grano e macchie di rovi piene zeppe di more e bacche colorate e quando era arrivato il momento di cominciare a riporre attrezzi e balocchi avevano alzato il naso dal loro camminare e giocare per rendersi conto che non sapevano per niente dove fossero mai andati a capitare. Il posto era bellissimo, un bosco fresco e accogliente, colorato e pieno di animaletti simpatici che zampettavano da tutte le parti, un luogo dove piantare le proprie radici, dove costruire la casa sull'albero e il capanno dei pirati, dove trascorrere una serata a guardare le stelle illuminare il cielo, la meraviglia delle meraviglie. Ma un luogo da cui non sapevano affatto come fare a tornare a casa. Anna, la più piccola, si mise a piangere. Federico, appena più grande di lei, spese qualche lacrimuccia. Emilia storse la bocca e guardo di sbieco Glauco, che si strinse nelle spalle e con un gran sorriso restituì coraggio e allegria ai propri fratelli. Si addentrarono nel bosco mentre cominciava ad imbrunire, speranzosi di trovare qualcuno o che i loro genitori sarebbero venuti a cercarli. A dir la verità erano tutti un po' preoccupati, quella volta l'avevano combinata proprio grossa, i loro genitori non gliela avrebbero perdonata. Si accovacciarono appoggiati al tronco cavo di una grossa quercia e mentre intorno tutto diventava buio, furono circondati da tutti gli animali di quel posto meraviglioso, che ovviamente era Bosco Tondo. Lucciole a migliaia rischiararono tutto intorno mentre scoiattoli, volpi e marmotte si avvicinarono loro per tenerli al caldo e rassicurarli. Nessuno avrebbe fatto loro del male. Passò un bel po' di tempo prima che qualcosa accadesse ma ad un tratto si sentirono dei rumori in mezzo al bosco, i piccoli si strinsero tremanti di paura temendo che potesse essere un orso affamato o un lupo peggio che mai. Quando però la forma indistinta che si stava avvicinando fu rischiarata dalla miriade di lucciole che li circondava, i quattro spaventati pargoli poterono scorgere le facce sorridenti dei loro genitori. Se il divertimento fa volare la tua fantasia l'unico posto dove posso venire a cercarti è sicuramente Bosco Tondo, dove l'allegria, l'amicizia e l'amore ti circondano come una calda coperta. Un posto dove tutti sono passati, qualcuno l'ha scordato, qualcuno ancora se lo ricorda, altri non lo dimenticheranno mai. I genitori, Mirko e Giulia, quando avevano visto che si stava facendo tardi e i bambini non erano ancora tornati, conoscendo quanto si volessero bene e quanto amassero divertirsi, erano corsi subito a cercarli a Bosco Tondo, certi che li avrebbero trovati, tremanti di fifa ma uniti più di prima, rintanati nell'albero cavo. Anche Mirko e Giulia erano venuti a giocare a Bosco Tondo durante i loro sogni.

 

LE FANTASIE DI STEO