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Ardea


 

Ardea si era persa, non riusciva a ricordare come e quando ma si era persa.

 

La testa le faceva tanto male mentre strani e confusi pensieri le roteavano nella mente. Cercava di orientarsi e di capire cosa le stesse succedendo; come si era ritrovata seduta per terra tra fiori e piante, con le mani in grembo, le gambe divaricate e due piccole scarpette bianche di vernice che spuntavano fuori da sotto un buffo vestito di bambola? Si era come risvegliata improvvisamente in uno stranissimo posto, a metà tra il meraviglioso e lo spaventoso e non ricordava assolutamente come avesse fatto ad arrivarvi. A dire il vero non ricordava un bel niente di niente, era sicuramente da qualche parte a fare qualche cosa e poi, improvvisamente, si era ritrovata…, si era ritrovata…, ecco bella domanda; dove si era ritrovata? Adesso però era lì, anche se non aveva la benché minima idea di dove fosse questo lì, però esisteva e lei ci si trovava proprio nel mezzo. Si toccava, si sentiva e quindi c’era, non era un sogno e le sembrava talmente normale esserci quanto le sembrava assurdo l’esserci arrivata e le appariva altrettanto normale non sapere dove fosse ma sapere che era lì con uno scopo, doveva partire e lo doveva fare subito, incamminarsi da questo lì di chissà dove per trovare la strada, sì la strada per un altro chissà dove lei poteva avere una casa, una famiglia, qualcuno che si stava preoccupando per lei, qualcuno che in quel preciso momento la stava cercando, la stava aspettando.

 

Era stanca ed affamata.

 

Le sembrava di aver camminato per giorni interi, senza mai fermarsi ma non ricordava davvero come e ancor più non ricordava dove, poi si era come risvegliata, d’improvviso e si era trovata in quel singolare ed a suo modo affascinante luogo. Ardea non si sentiva minacciata, l’ambiente era strano, nuovo, sconosciuto ma accogliente, percepiva addirittura il benvenuto da ognuna delle cose che la circondavano, anche se provava un vago senso di paura, indipendente da ciò che le stava intorno, qualcosa dentro di se. Una piccola flebile voce le diceva che, almeno per il momento, era meglio aver paura e di certo non specificava la durata di questo cosiddetto momento.

 

 La vocina interna le impartiva ordini precisi:

<Senza tremare, andare avanti, con attenzione e con molta calma.>

Nella sua mente si formava, come dissolvendosi dalle nebbie, la fonte di questi tutt’altro che imperiosi ordini, una nuova ma antica figura, qualcuno che le sembrava di ricordare, un immagine che le donava sensazioni di pace, di calma ma anche di correttezza, di morale e di sentirsi svaniti, una sorta di nonno, che senza fare da saggio ma con la rassegnazione dell’umiltà e senza l’arroganza dell’ambizione le diceva:

<Meglio aver paura che buscarne.>

<Beh, nonno> pensò <Andiamo avanti con calma e vediamo cosa avrà in serbo per noi il futuro.>

 

Ma lei era stanca ed affamata e li intorno di tutto c’era tranne qualcosa che le potesse sembrare, non dico saporito ma quantomeno commestibile.

 

In lei albergava il dubbio della sua provenienza, smarrita e smemorata senza sapere dove si trovava, come ci era arrivata e cosa ci era venuta a fare. Ma aveva la sua voce interna da seguire, aveva i suoi ordini a cui obbedire, sentiva chiaramente e serenamente che poteva fidarsi di se stessa e della voce che sentiva e allora, come un eroina, brandire il vessillo e cominciare la marcia. Così finalmente decisa alzò gli occhi e cominciò a scrutare il nuovo mondo, verde e lussureggiante, che si stendeva sotto i suoi piedi. L’immensa pianura, che partiva dal punto dove si trovava ed arrivava fino ad un lontanissimo quanto altissimo monte dinanzi a lei, le ricordava i film di Tarzan o i cartoni animati di Mowgli, verde, verde, verde all’infinito in mille sgargianti tonalità, erba alta, piante dalle forme più strane, contorte ma aggraziate ed intorno un frastuono indescrivibile di cinguettii di chissà quante varietà di uccelli dai piumaggi vellutati e luminosi, strani e sconosciuti squittii di piccoli animaletti, versi di tutte le tonalità, dalle più gravi alle più acute, che appartenevano ad animali di chissà quali forme e grandezze. Africa, l’Africa lussureggiante dei tropici, o l’India con la sua jungla intricata o forse ancora l’Amazzonia. Immensa distesa di piante a perdita d’occhio e bestie feroci; ecco cosa le dava quella vaga sensazione di panico che la faceva tremare dal ginocchio in giù ed anche dal ginocchio in su, un luogo meraviglioso come quello in cui era capitata, abitato da così tanti tipi di piccoli animali, poteva non serbare brutte sorprese? Poteva, dietro un albero, sotto il fogliame, nascosto nella melma in riva al fiume, poteva non esserci qualche strana, orrenda, feroce bestiaccia? Leoni, tigri, coccodrilli, qualcosa ci doveva pur essere, esisteva forse un posto così bello e altrettanto sicuro?

 

Infine, stanca e affamata ma decisa, mosse i primi passi nella sua nuova vita e cominciò serena il suo lungo cammino. In fondo, cosa poteva capitarle di peggio che essere precipitata in questo incubo così reale, beh poteva essere costretta a rimanervi ma al momento era meglio non pensarci.

 

La natura intorno a lei viveva tranquillamente ignorandola, sì decisamente si trovava in un luogo tropicale, in qualunque parte del mondo fosse situato era comunque un posto caldo e umido, pieno di fiori, piante e animaletti che le scorrazzavano tra i piedi e sopra i capelli come se lei non esistesse, come se non la temessero. Così poteva pur essere perché quelle dolci bestiole niente dovevano temere, la sua intenzione era tutt’altro che bellicosa, era piuttosto lei che titubante avanzava nella jungla temendo quasi di calpestarne qualcuna che le si fosse malauguratamente trovata vicina. Dalle piante più basse penzolavano strani frutti verdi e lunghi e delle piccole scimmiette dal pelo fulvo se ne stavano cibando allegramente gettando tutto intorno i poveri resti di quello che sembrava un incrocio fra un baccello ed una banana. Ardea si avvicinò alla pianta ed allungò la mano per cogliere uno di quegli strani frutti ma quando fu a portata di mano la più dispettosa tra le scimmie penzolanti si volse verso di lei con uno scatto repentino e le urlò contro, mostrandole una più che rispettabile dentatura, gialla ma ben fornita di acuminatissimi incisivi ed inondandola con il disgustoso odore che ne veniva impunemente emanato, visto che quella mattina non era certamente stata omaggiata da una neanche minima strigliata di dentifricio, cosa di cui avrebbe avuto sicuramente bisogno; dopodichè le sferzò un colpo sulla mano prima che con essa riuscisse a stringere il baccello. Con la mano dolorante ed arrossata per la vergogna di essere stata colta con le mani nel vasetto della marmellata, Ardea si ritrovò con il sedere per terra e con la scimmia che le gironzolava intorno incuriosita ed imbronciata. Aveva sbagliato, aveva mosso i suoi primi passi in qual mondo, con le sue regole ed i suoi confini invisibili ed aveva immediatamente sbagliato. Gli animali intorno a lei non la temevano ma ciò non voleva certo dire che la avrebbero invitata a condividere le bontà locali e le specialità della casa in un banchetto comune scimmie e…, e… , scimmie e cosa, lei cos’era una bambina, mmmhhh no… no… troppo cresciuta ma non ancora da considerarsi una donna, mmmhhh… una ragazza, una… una…,

<Mimmmina, ecco chi sei. Anche se sei grande e puoi davvero chiamarti donna, io così ti avrei chiamata e così ti chiamerò, mimma, la mia mimmina>

<Grazie nonno>  rispose Ardea alla voce che sentì arrivare da chissà dove <è molto dolce e tu puoi chiamarmi pure come più ti piace, io, se non ti disturba, almeno davanti a questo coso peloso e indispettito che mi balzella intorno ai piedi, preferisco sentirmi donna, almeno per affrontare la situazione.>

A proposito, c’era da affrontare la situazione che, mentre lei si perdeva in chiacchere, era ulteriormente evoluta. La piccola scimmia, chiamata in causa dal maldestro avvicinamento di Ardea a quello strano albero da frutta, si era a questo punto arrogata il diritto di domandarle chi fosse, non a parole certo ma annusandola, toccandola e assaggiandola con la lingua, proprio come fanno gli animali e anche i bambini piccoli! Fra l’incuriosito e il divertito e con un pizzico di paura, Ardea lasciava che l’animaletto verificasse le sue buone intenzioni, decisa a chiedere, chissà come, scusa ed a fare o quantomeno provare a fare amicizia con qualcuno, con… qualcosa, con… con quel batuffolo di pelo rossiccio,  anche solo per ritrovare un po’ di sicurezza e di fiducia, per lo meno per quei primi momenti dopo il suo rocambolesco arrivo in quel mondo di fiabe o addirittura per trovare un compagno per il suo lungo cammino.

<Scusa> le disse mentre la scimmietta continuava ad annusare quello che per lei era un nuovo e strano essere da cui emanavano odori tra l’impaurito, lo stanco e l’imbarazzato <Scusami, io sono arrivata in questo posto…, anzi per meglio dire mi ci sono ritrovata, perché sai non so esattamente come ci sono capitata qui, tu mi potresti rispondere?>

Ma la scimmia non poteva certamente comprenderla, oltre al fatto che era tutta presa a passarle le narici sulla pelle morbida e profumata, così Ardea continuò.

<Certo che no. Mica puoi parlare tu. E io invece che sto qui come un stupida sciocca a fare due chiacchere con un animale. Ma tu sei l’unica con cui io posso comunicare adesso> concluse sconsolata per poi riprendere ancora.

<Io non so come riuscire a farmi capire da te, io sono stanca e soprattutto affamata, scusami se ho toccato il tuo albero non lo farò più, almeno che tu me lo permetta, io… io… troverò un albero da cui  poter cogliere dei frutti e mangiarli ma tu… tu… li vorresti mangiare insieme a me?>

Fu in quel momento che, con uno scatto fulmineo, quello strano cespuglio di pelo fulvo sparì davanti agli occhi di Ardea che lo vide poi riapparire dopo un tempo così breve da sembrare che non se ne fosse mai andato, solo che aveva in mano una banana, cioè un baccello, o comunque quella cosa fra la banana ed il baccello.

<Baaa!> Le disse la scimmietta.

<Perlomeno sulle iniziali ci troviamo d’accordo, che sia banana o baccello sempre baaa si può chiamare.> confermò Ardea, avvicinandosi delicatamente al frutto stretto tra le mani dell’animale, lo prese tra le dita e tirò lentamente finché si convinse che la scimmia glie lo stava porgendo, lo sbucciò, lo morse e finalmente poté cominciare a placare la sua fame.

<Io mi chiamo Ardea. Ardea, A A Ardea.>

<Aaa> Esclamò la scimmietta.

<E tu, tu come ti chiami, io Aaa e tu?> domandò Ardea cercando a gesti di mimare l’io e il tu.

<Maa!> precisò e scappò via.

Ardea la chiamò, corse verso dove le sembrava che fosse fuggita ma non vide più niente, così di nuovo sola e sconsolata se ne ritornò all’albero, anzi al Baano, come decise di chiamarlo. Si perché non sembrava un banano, più che altro era un rovo, un cespuglio anzi, perché non aveva spine, mentre le sembrava di ricordare che i banani avessero il fusto lungo e fossero altissimi tipo le palme e poi i frutti assomigliavano proprio alle banane sia per la forma che per il sapore, solo che dentro alla buccia c’erano proprio delle specie di fagioli, come in un baccello, dei fagioli dolci dal sapore di banana. Fu così che fra pensieri di frutta e di scimmiette, circondata dalle bucce di baaa, Ardea si addormentò stanca, soddisfatta del suo primo incontro e satolla.

 

Il mattino dopo al risveglio nuove sorprese attendevano Ardea, celate da foglie o nascoste dietro gli alberi, oltre ad una meravigliosa giornata di sole e ad una scimmietta dispettosa. Chissà quali scoperte avrebbe potuto fare nel lussureggiante verde di quella pianura infinita. Maa le stava saltellando tutto intorno roteando le braccia pelose con grandi volute, lanciando urli e stridendo in quel suo vocabolario mozzato, sembrava quasi la stesse chiamando e allo stesso tempo che la volesse svegliare solo perché indispettita dal suo continuare a bearsi nel mondo dei sogni. Era giorno ormai, la foresta aveva tutta se stessa da offrire, animaletti da inseguire spaventandoli, frutti da mangiare, alberi  da cui lanciarsi e con capriole, atterrare su morbidi tappeti di erba, foglie, fiori, insomma per Maa quella era sicuramente l’ora migliore per svegliarsi e voleva convincere di questo anche Ardea. Assonnata e stordita, quasi spaventata dalle urla insistenti di Maa spalancò gli occhi con un mezzo grido soffocato che le chiuse per un attimo la gola, come se si fosse risvegliata da un incubo, solo che l’incubo era li davanti a lei, un incubo peloso e saltellante. La scimmietta insisteva, visto che era riuscita a svegliarla adesso doveva convincerla a seguirla, così anche per Ardea quel tremendo risveglio si sarebbe potuto trasformare in una meravigliosa giornata.

<Aaa, Aaa!> strillava e poi indicando se stessa le diceva <Maa, Maa!> quasi come a consigliarle di seguirla. Ardea si alzò a fatica, in quello che più che un risveglio le pareva un incubo e si mise a seguire Maa, tenendola per una delle sue piccole e morbide manine e lasciandosi trasportare con ancora gli occhi socchiusi ed il passo barcollante. Maa si faceva strada fra le fronde delle piante ed i rami degli alberi, mentre Ardea, ancora nuova a tali passeggiate, si lasciava schiaffeggiare dalle foglie e evitava a malapena i rami. Dietro ad una delle foglie più grosse che si era ritrovata appiccicata al viso, le si aprì uno spettacolo meraviglioso, racchiuso in una cintura fittissima di alberi e arbusti, celato alla vista di chi non lo conosceva e ignaro fosse passato ad un solo palmo da quel luogo incantato, si nascondeva un minuscolo laghetto. Come un diamante incastonato su di un anello finissimo, una pietra preziosa e luminescente, abbagliante, tanto da rendere invisibile ciò che le stava intorno, se ne stava placido e protetto dal verde che lo circondava, i riflessi della luce si divertivano a saltar fuori da ogni piccola increspatura della superficie e regalare intorno visioni sfuggevoli di arcobaleni che si disegnavano sulle foglie, sui tronchi scuri e sul bel vestitino bianco di Ardea. Ecco sì, il suo vestitino, il suo bel vestito, adesso che era sulla riva del lago poteva vedersi per intero, riflessa in quello specchio naturale e limpido si guardava, si ammirava e le sembrava tutto così naturale quanto curioso. La cosa che al momento le appariva più strana era che, nonostante l’aspetto del luogo dove era stata catapultata, nonostante si fosse persa da chissà quanto tempo e conservasse in se la sensazione di aver camminato per giorni e giorni, nonostante la notte passata a dormire stesa ai piedi di quello strano banano, nonostante tutto, si ritrovava a questo punto con il suo vestito ancora di un color bianco candido, quasi trasparente, sembrava una nuvola a passeggio nei prati, così inadatto all’ambiente che la circondava, pieno di pizzi, trine, volant e ricami pronti a rimanere impigliati in ogni ramo, in ogni foglia, pronti a strapparsi e macchiarsi, a rovinarsi ad ogni passo. Invece rimaneva candido, integro, luminoso e immacolato da sembrare l’unico abito che avrebbe mai potuto indossare in quel paese di chissà dove. Era tra il perlato ed il traslucido, solo a guardarlo, anche nell’immobilità dell’osservazione si sentiva il rumore del tessuto contro tessuto, come uno strofinio leggero, una nenia frusciante che accompagna i sogni di un bambino, la risacca del mare nel buio della notte, nel silenzio colmo di attesa sotto ad una pallida luna, bianco, una veste estiva con spalline appena accennate dalle quali prendevano l’avvio freschissime braccia, anch’esse bianche, fasciate da soffici volute di pizzo che le ricadeva fino ai sottili polsi e liberava le lunghe ed affusolate mani di Ardea. Uno scollo, nello stile imperiale dell’ottocento, celava le sue forme di donna acerba e uno stretto corpetto le delineava il girovita da cui la sua figura ne sgorgava fuori come in un esplosione che culminava nella serenità del suo volto limpido e innocente, incorniciato in lunghi capelli corvini raccolti in un turbante naturale da cui alcuni lampi di crine fuoriuscivano come grida verso la luce. Le larghe spalle di Ardea, candide e vellutate respiravano della luminescenza donata loro dalla generosità che il vestito offriva visto da dietro, fino alla chiusura, stretta, che teneva poi tesi i davanzali, sorretti e avvolti da elaborate coppe ricamate in girigogoli di trine e merletti. Lento, da sotto i seni leggermente pronunciati, scendeva in rigagnoli goffrati di seta, formando disegni, righe ed incroci di luce bianca, illusioni dell’occhio inesperto che lo andava osservando, come un lampo improvviso che non vedi ma la mente tua raccoglie, quasi dietro di te e ti costringe a voltarti ad osservare la fonte di cotanto baluginare ed i tuoi occhi, ormai riempiti di luce riflessa, ne rimangono abbagliati. Lento, come un sonnacchioso fiume di pianura, lento fino a lasciarsi cadere a terra dove sembrava continuare a spargere i brillanti rintocchi delle sue trame, dove il bianco e lo splendente si insinuavano fra le felci e le erbe che attorniavano Ardea, avvolgendola in un morbido bozzolo di seta vegetale.

 

Dopo essersi rinfrescata e rifocillata e dopo aver giocherellato con Maa al gioco del rincorrersi e del ridere, sfinita dai salti e dalle arrampicate fatte con la sua nuova amica, Ardea seduta ai piedi di un enorme albero dalle lunghe fronde, piene di rosse bacche dall’aspetto invitante, beata in quel paradiso terrestre fu prima scossa dal fragore di un fortissimo tuono e poi assalita dalle urla, animalesche era proprio il caso di dire, di Maa. Un enorme boato ed una scossa al terreno l’avevano rapita dall’eden in cui si era rinchiusa e riportata con i piedi per terra. Il rumore, quasi lo sbuffo di un gigante che aveva digerito ed il tremore che ne era seguito, provenivano dalla montagna alle cui pendici si trovava il laghetto di diamante, sulle cui rive Ardea e Maa stavano giocherellando. La montagna in realtà altro non era che un vulcano borbottante, un Vecchio Brontolone, come venne spontaneo ad Ardea di chiamarlo, ma la scossa di poco prima ed il frastuono che l’aveva accompagnata, erano stati come un avvertimento, proprio come se qualcuno l’avesse voluta scuotere dai giochi e riportarla alla realtà dell’impresa camminatoria che dal profondo di se stessa aveva sentito di dover compiere.

<Buongiorno Ardea, mi duole quasi dirtelo ma sembra che da queste parti sia in voga il detto “Il bel gioco dura poco” e aggiungerei in questa occasione  “Prima il dovere e poi il piacere”. Credo comunque che avrai modo, nei giorni a venire, di trovare diletto nel paesaggio intorno a te anche se e bene che tu tenga presente quello che senti dentro, non sai quale ma tu hai un compito. Sono comunque sicuro che in questa meraviglia di posto troverai certamente il modo di divertirti e perdonami se ogni tanto verrò a guastarti le feste con le mie frasi fatte e la mia noiosa retorica.>

<Buongiorno a te nonno, non preoccuparti tu puoi dirmi tutto ciò che vuoi e ricordati che mi fa star bene il solo sapere che tu ci sei. Certo che però non te ne scappa una, non ci si può distrarre attimo con te, cos’è fai pure i botti?>

<No no no, io con i botti non c’entro, non sono io a comandare quello che ti sta intorno. Io sono solo la tua coscienza noiosa, quell’antico sapere che ti rimette in riga, o  che beh…almeno ci prova.>

<Ma se le cose stanno così allora tu sei me, la mia memoria perduta, il mio passato, ciò che io non ricordo ma che è dentro di me, ciò che io so su tutto questo ma non mi posso dire. Tu cioè io so dove sono e cosa sto facendo ma lo tengo chiuso in me, nascosto, nascosto dentro di te, è qualcosa del genere?>

<Uhhmmm…, sei troppo complicata Ardea, beh… credo che sia qualcosa di simile, la tua guida inconscia e a volte forse incosciente, per il viaggio che stai compiendo. Perdonami Ardea ma io sono qui per ricordarti che non sei libera.>

<Nonno, cioè… io… si no… tu… cioè… oh insomma a me va bene nonno, sì nonno ma tu non sei qui per tenermi prigioniera, tu non sei cattivo, tu mi guidi e mi ricordi soltanto di stare attenta, tu vedi i pericoli che io non voglio guardare, nonno… nonno… nonno? Nonno ci sei? Nonno?>

Maa le saltò in braccio, fra lo spaventato e l’affettuoso, distogliendola dai complicati pensieri che le stavano attraversando la mente in quel momento. Avrebbe avuto modo di parlare ancora con la sua memoria, con quel “nonno”, a suo modo affettuoso e premuroso, che la controllava e la guidava allo stesso tempo. Strinse forte a se Maa e si mise in viaggio anche per quel secondo giorno, anzi perché no, perché non tenere conto dei giorni che sarebbero trascorsi e chissà quanti ne sarebbero trascorsi prima di cominciare a capire qualcosa o prima che cominciasse a non avere più importanza l’aver capito o meno. Trovò, seminascosto dall’erba alta che la circondava, un lungo bastone, diritto e nodoso che l’avrebbe anche potuta aiutare nel suo cammino e decise che vi avrebbe inciso un segno per ogni giorno e non sapendo in che mese fosse li avrebbe fatti tutti di ventotto giorni, seguendo il ciclo lunare, così il ventottesimo giorno avrebbe fatto un segno diverso per ricominciare con un nuovo ciclo. Cercò una pietra sulla riva del Lago di Diamante e con essa tracciò due piccoli solchi sul bastone, per indicare il secondo giorno, e poi di nuovo in cammino, il Vecchio Brontolone alle spalle e davanti a lei, per ora, solo domande, poi si vedrà.

<Andiamo nonno, rimettiamoci in cammino e cerchiamo di scoprire le bellezze del posto, sperando che ci siano solo quelle e che non ci sia qualche brutta sorpresa in giro.>

Uscì dalla fitta boscaglia che circondava il Laghetto di Diamante accompagnata da Maa che, fatti pochi passi, le saltò delicatamente in braccio cingendola al collo con uno dei suoi arti pelosi, avvicinò il musetto al viso di Ardea, quasi come se le stesse rivelando un segreto e con l’altro braccio sembrò indicare qualcosa. Là, dritta davanti a loro e contorniata da rosee nuvole si ergeva una immensa e meravigliosa montagna, ripida, maestosa e dolce allo stesso tempo, con la vetta appuntita che si incuneava nel cielo. Irradiava un sensazione appagante di respiro, come un sollievo, come dire finalmente, la sua meta, ora lo sapeva, non sapeva perché e non sapeva quanto tempo le sarebbe occorso ma sapeva che doveva raggiungere quella vetta, con la fatica che le ci sarebbe voluta e la paura che l’avrebbe accompagnata ma là, su quella cima le sarebbe stato risposto e Ardea chiedeva una risposta. Serena, finalmente sicura, almeno della sua destinazione, si mise nuovamente in viaggio, sotto i caldi raggi del sole e con il vento tiepido che le carezzava il volto e le scompigliava teneramente i capelli, come avrebbe fatto la mano di una madre.

 

Passavano i giorni, Maa spariva e riappariva, Ardea camminava, si riposava, si rifocillava, giocava con  Maa e poi riprendeva il suo cammino ed alla sera cercava un rifugio, sotto qualche albero, tra le rocce o tra le foglie gentili e accoglienti delle piante più basse e si addormentava, stretta tra le braccia di Maa che, durante la giornata sembrava divertirsi a scomparire improvvisamente e altrettanto pareva nel riapparire ma la notte le due singolari amiche non si separavano mai. L’una a cercare le braccia dell’altra, i respiri uniti in un ritmo costante e sincronizzato con gli sbuffi lievi che il Vecchio Brontolone aveva preso a emettere, le gambe rannicchiate, le ginocchia quasi a toccare il mento e i piedi che scambiavano lievi tocchi con le punte delle dita, le loro fronti in continuo contatto quasi a significare che nel sonno riuscissero a comunicare meglio che con i ridicoli gesti dell’una e gli acuti schiamazzi dell’altra, una posa che, a poterla guardare dall’alto, avrebbe avuto le sembianze di un cuore. Erano ormai ventotto i segni sul bastone di Ardea, si era compiuto un primo ciclo di quella luna che ogni sera si affacciava sul cielo blu delle caldi notte della vallata, illuminando d’argento i fiumi e gli specchi d’acqua, facendo compagnia a quegli animali che proprio di notte cominciavano a vagare per la foresta in cerca di prede,  di cibo o di nuovi compagni. Quella notte i sogni la cullarono e la strapazzarono. Era riuscita ad assopirsi molto presto, nonostante che il Vecchio Brontolone quella sera volesse dire la sua più del solito, sembrava proprio offeso e indispettito e non riusciva a smettere di rumoreggiare, la nottata non prometteva certo bene, gli sbuffi densi e insistenti avevano un vago sapore di peperoncino, il Vecchio Brontolone non aveva digerito la cena, chissà poi cosa mangiavano per cena i vulcani borbottoni. Forse proprio cullandosi sulle liane di questi pensieri assurdi e divagatori Ardea aveva preso sonno ed i sogni avevano preso lei.

Si rivedeva piccolissima, appena nata, scendere un lungo sentiero, stretto e tortuoso che partiva da una specie di labirinto di spirali sempre più strette, sempre più attorcigliate su loro stesse e negli angusti vicoli di questo ritorto, bolle di sapone galleggiavano nell’aria, più come chiocce che come gabbiani, spandendo intorno a loro una tenue sensazione di calore. Dal dipanarsi di questo intreccio di vicoli e vicoletti, di stradelle invase dal ballonzolare ritmico di queste uova chiocce, la piccola Ardea se ne veniva tranquilla, serena e spensierata quasi saltellando, come fanno appunto le bambine, che mentre passeggiano ignare per il mondo, lasciano libero il pensiero e questo fa loro prigioniere e le porta a spasso nella fantasia di cavalline indomite e le piccine si ritrovano poi senza volerlo a procedere a saltelli, magari canticchiando, che a guardarle te le immagini con i calzoni corti, la maglia a righe rosse marinare ed un cappello di paglia da collegiale con un esagerato fiocco rosso che lascia agitare le sue punte nel vento fresco del nord i mattini d’autunno. E proprio questa era l’immagine che si mise a galoppare nella sua mente, una bambina piccola e spensierata che scendeva lungo un sentiero e si sentiva anche lei un po’ bolla di sapone, anzi nuvola, batuffolo, mentre più che scendere il sentiero si ritrovava a rotolarlo lentamente e saltellava e si adagiava al terreno in cerca di un posto per il ristoro e saltellava accalorandosi e posava mollemente la sua mole pacifica in cerca di ombra, finché saltellando giunse alla fonte e potè finalmente bere e terminando la sua lemme corsa sentirsi pervasa di calore, come penetrata dalla pace e bere a più non posso e sentire la freschezza dell’acqua che ti scende nella gola ed il calore della pace e la freschezza dell’acqua, la pace, l’acqua, pace, acqua, calore, freschezza, il calore, la freschezza… . Un grosso boato, uno sbuffo di fumo più denso del solito che sparse intorno anche del cattivo odore e la cenere che volteggiava annoiata soffiata dal vento ed infilata in ogni pertugio, sotto ogni cosa, sì che al mattino dopo Ardea si sarebbe trovata dormiente stesa sopra una coltre di cenere nonostante non si fosse mossa, il Vecchio Brontolone era capace di far arrivare i suoi soffi fino a chissà dove e chissà come. Il sogno era ormai interrotto, inconsciamente Ardea stava tentando di ricucire lo strappo causato dallo scossone ma ad ogni punto il sogno serbato ingrigiva e quello svolazzante svaniva, il mattino successivo avrebbe però ricordato tutto nitidamente, come se prima lo avesse vissuto e poi sognato e chiaramente non ci avrebbe capito un accidente ma quella sarebbe stata l’ultima delle sue preoccupazioni.

 

Si svegliò coperta di cenere e dopo un battito di ciglia, il sogno le sembrò infatti l’ultima cosa di cui occuparsi e preoccuparsi. Come sempre, chissà perché, non c’era mai il tempo per riflettere sulle cose, sembrava che tutto camminasse in una sorta di lotta contro il tempo, arrivare da qualche parte ma soprattutto arrivarci in tempo. Allora non riflettere, non pensare ma agire mentre poi, durante le camminate, a tutto riusciva a pensare tranne che a trovare risposte alle domande che si era posta i giorni addietro, come se non se ne dovesse curare, vagava meravigliata delle scoperte e delle visuali che ogni giorno le si paravano dinanzi nuove e attraenti. Ogni questione irrisolta rimaneva in attesa di una risposta, anzi della risposta e Ardea era convinta che alle sue domande ci sarebbe stata un'unica risposta che le avrebbe soddisfatte tutte assieme. O forse questa sua, chiamiamola distrazione, era appunto tale solo perché ogni volta c’era sempre una novità buona o cattiva da affrontare, un tramonto da ammirare o un precipizio da saltare e… e purtroppo c’era anche questa volta e questa novità era cattiva. Il sole era completamente oscurato da una enorme nuvola grigia e tetra, il rumore degli strilli e dei lamenti degli animali era quasi assordante, versi impauriti, spaventati a morte da qualcosa, la stessa cosa che aveva provocato il fumo e la cenere. Maa accanto a lei strideva e si sbracciava nel tentativo di farle capire qualcosa. Ma c’era poco da capire in quel momento, l’unica cosa da fare era fuggire, fuggire dalla foresta in fiamme come stavano facendo tutti gli animali. Dalla cima del Vecchio Brontolone uscivano ancora lenti gli ultimi rigurgiti di lava, mentre tutto attorno all’alto cono del vulcano, in quella porzione di foresta che era stato il mondo nuovo di Ardea, quei luoghi dove era precipitata da chissà dove, i luoghi che l’avevano accolta, curata, nutrita, dove aveva cominciato a ritrovarsi a capirsi a sentirsi, dove aveva sperato e sognato dove aveva cercato una risposta, tutto era bruciato, devastato, arso e fumante. Ardea fuggiva con Maa stretta tra le sua braccia, le lacrime agli occhi portate dal fumo ma anche dalla paura e dalla tristezza e il suo vestito, quel suo maledetto vestito bianco, immacolato anche in quella circostanza. Nemmeno in mezzo a tutta quella polvere, alla fuliggine a quello scalpitare e correre, nemmeno allora si era macchiato. Anzi no a vederlo bene l’orlo era tutto nero, anzi no anche più su e più su ancora e ancora più in alto e cresceva e si muoveva verso di lei. A quel punto Ardea lanciò un grido altissimo, la paura, la sorpresa, il fiato corto per la corsa e adesso anche tutto quel brulicare sul vestito, perché non era sporco, no, Ardea si era resa conto che ciò che le stava salendo lungo la veste bianca altro non era che una colonia intera di formiche che fuggivano dalla foresta e non avevano trovato di meglio che farsi dare un passaggio da lei. Le trasportò con se al riparo e per la piccola gioia di salvarle e perché perdere tempo a liberarsi di loro sarebbe stato certamente più pericoloso di quanto fosse fastidiosa l’indescrivibile sensazione che un milione di formiche le stavano oramai dando su tutto il corpo. Giunta infine dove l’erba era di nuovo verde e dove l’aria era respirabile, Ardea si gettò a terra stanca, sfinita e stremata. Ne aveva avuti di risvegli burrascosi, con Maa che strillava o che saltava, con animaletti che le si erano addormentati tra le pieghe del vestito o tra i capelli ma un risveglio come quello non le era mai capitato e sperava davvero che ne glie ne capitassero più, né come quello né di peggiori.

<Non ne sarei tanto sicuro, anzi ho proprio paura mimmina mia che di questi bruschi risvegli ne avrai a vedere altri, mi sa che quel fumicone del Vecchio Brontolone non abbia esaurito qui la sua carica.>

<No, no, no, non ne voglio più di risvegli così, né di addormentarmi così e tantomeno di stare sveglia con quel coso pronto a sbuffare e lanciare fuoco da tutte le parti, non lo voglio, non voglio più stare qui, me ne voglio andare, voglio andare, via, via via lontano lontanissimo>

<Mimma, certo che te ne devi andare lontano, beh… mah… hmm… mi… mi sembrava di averne già parlato di questo, non avevamo già detto che tu dovevi andare, beh… si certo non avevamo capito dove e certo nemmeno perché, però ero sicuro che avevamo già parlato del fatto che dovevi andare.>

<Ma io ho paura nonno, non voglio stare in questa foresta, con il rischio che da un momento all’altro quel coso si svegli e bruci tutto quanto, me compresa e anche Maa, io ho paura, paura paura.>

E scoppiò a piangere, mentre Maa le teneva la testa e le carezzava i capelli, il corpo disteso su verdi foglie, l’aria finalmente pulita, la luce stava tornando e anche la calma stava riprendendo il suo posto nell’animo di Ardea mentre Maa la accudiva e la confortava, carezzandola e cantandole una specie di nenia, con quegli strani ed insensati suoni che sembravano a volte delle parole.

<Ia-aaa, Ia-aaa, Ia-aaa, Ia-ooo.> mentre carezzava, cantava e carezzava, cantava e carezzava, e Ardea ritrovava la sua forza il suo coraggio e la voglia di arrivare fino a dove doveva arrivare.

 

Altri giorni erano trascorsi, altri sorgere di sole, altre notti stellate accompagnate dal chiarore della luna. Ardea camminava non più serena, non più tranquilla. Adesso fuggiva, la confusione si estendeva dentro la sua testa, non solo chi, dove, come perché, mille erano le domande che le si ripresentavano a turno nel silenzio della sua solitudine nel mezzo della foresta, interrotto soltanto dalle grida e dagli sberci della piccola Maa che tentava, invano a dire il vero, di risollevare l’umore di Ardea. Non solo era stata gettata nel lì di chissà dove, da qualcuno di chissà chi, non solo ubbidiva a quel trasporto, che comunque al momento le aveva salvato la vita, che l’aveva costretta a intraprendere quella lunga passeggiata senza meta, non solo combattere con le sue paure immateriali e con il timore di ritrovarsi davanti a qualche vorace felino o a qualche strano mostro ma sentir nascere dentro di sé il timore di essere minacciata anche dalla natura, sepolta da una catastrofica eruzione, soffocata dal fumo o arsa dalle fiamme della foresta ardente. Fu a quel punto che, come al solito i suoi mille pensieri furono interrotti dalla suadente e pacificante voce celata dentro la sua testa.

<Ma tu sei Ardea> precisò < Sei tu che bruci tutto ciò che abbandoni, sei tu che lasci la tua miccia dietro di te, dopo Ardea, la foresta arde, brucia di te e tu temi te stessa.>

<Ma io non voglio che tutto venga distrutto, io non voglio che nessuno abbia a soffrire per colpa mia, non voglio ardere un bel niente. Non ho arso e non arderò proprio niente né col fuoco né con il mio nome, che… che … che non so nemmeno chi me l’ha dato, non so nemmeno se è veramente il mio nome, non so un bel niente ecco cos’è, altro che ardere, che misteri del mio nome e… e… . Qui navighiamo nei misteri nonno e tutte le volte che ti faccio le domande tu scappi, dici che sei me … o… o che sei in me e o che… oh… uffa… ecco.>

<Mimmina, mimmina mia, mimma, mimma, ma che cos’è la vita se non una lunga passeggiata senza meta e senza ritorno, chi mai potrà portarti via la tua foresta, chi ti ruberà i ricordi di ciò che hai passato la dentro chi ti sottrarrà le gioie e le paure che hai provato>

<Nonno stavolta sei proprio… proprio… oh, uffa, no, io non voglio che la foresta sia distrutta, io non voglio essere la causa della distruzione della foresta, non io. Non voglio, ecco… oh!>

<Ciò che tu lasci alle tue spalle non potrai riviverlo, la foresta che attraversi è il tuo presente e diventa il tuo passato non appena sollevi il piede per compiere un nuovo passo. Quello che è bruciato è il tuo passato, potrai ricordarlo, potrai riderlo o piangerlo, ma non potrai mai riviverlo, non potrai mai tornare indietro, ogni volta che poggi il piede abbandoni dietro di te il tuo passato e un po’ di foresta. E la foresta bruciando ti ricorda che non potrai tornare indietro>

<Ma io non voglio tornare indietro, ho la mia meta davanti a me, già sono scampata a chissà quale belva si sarebbe potuta mai celare la dentro e adesso è tutto bruciato e io non voglio, non voglio tornare indietro e … nonno? Nonno, nonno ci sei? Ecco, lo sapevo. Arriva spiega e poi va via, non mi lascia mai il tempo di replicare. E poi spiega, cosa spiega dice dice e non dice proprio un bel niente. E adesso con chi mi posso arrabbiare, con chi posso sfogarmi> prese a dire mentre intanto colpiva la povera Maa con lievi buffetti in tutto il corpo.<Chi dovrà sottostare alle mie ire? Uhh uuuhhh! Scappa piccola scimmietta perché sei tu il mio prossimo bersaglio.> e la vita finalmente riprese.

Maa si mise a correre e a saltellare, si aggrappava ad un ramo poi correva qualche metro con quella sua buffa andatura a quattro mani, poi di nuovo fra i rami, gridando, come sua consuetudine, di quegli urli sguaiati che solo delle antipaticissime scimmiette possono fare.

<È inutile che scappi tanto ti prendo, brutto e pestifero ammasso di peli, tanto ti prendo ti prendo e ti torturo di solletico, prima prendo delle foglie e me le infilo nelle orecchie, uff, uff, aspettami, poi ti tengo ferma con una mano, hei ma dove vai vieni qua, che ti devo torturare e non ce la faccio più a correrti dietro.>

E Maa pazza, più pazza della povera Ardea saltellava a destra e a manca sbeffeggiando la sua inseguitrice e vincendola sia nella corsa che nell’agilità che nel fiato. Spariva e riappariva, spariva e riappariva ed alla fine, mentre Ardea ormai sfinita crollava a terra fra sguaiate risate e vani tentativi di arrotolare delle foglie per infilarsele nelle orecchie, riapparve la dolce Maa con due banane, pardon con due Baae, una per sé e l’altra per la spensierata Ardea, che nell’affanno più completo, con il respiro mozzato dalla corsa e dalle risa, ancora continuava a mimare le torture che avrebbe inflitto alla scimmia se l’avesse presa e poi, poi si ritrovarono affettuosamente abbracciate, come due sorelle a gustarsi quello spuntino, a dire il vero più che meritato, dopo la fatica dei giochi e la ritrovata serenità. La lunga camminata ancora le attendeva e le forze disperse andavano recuperate in fretta, buon appetito.

 

Dopo albe e tramonti, dopo foreste e radure, dopo banane, bacche e altri frutti strani, dopo i giorni del cammino, quella sera segnò di nuovo il suo bastone per la ventottesima volta, con un segno più alto a definire la fine di quel secondo ciclo. Le scendeva una lacrima lungo la guancia ed il riflesso brillante della luna faceva sembrare argenteo quel rivolo di timore che le stava attraversando il volto. Adesso aveva paura ma era andata avanti. Aveva vinto, aveva deciso di proseguire nonostante i pericoli che la potevano attendere, nonostante la stanchezza e le avversità che la attendevano dopo ogni passo, dietro ogni albero, ogni roccia, ogni collina, aveva deciso di ascoltare la sua voce interna, il suo istinto ed il terrore di Maa ed aveva deciso di continuare il suo cammino ma non l’aveva fatto per la paura, per il timore di soccombere sotto cumuli di cenere o di venire bruciata lei stessa insieme alle sue domande ed a quell’ammasso di pelo che ormai non si separava più da lei o era lei a non volersi separare dalla dispettosa ma premurosa Maa. L’aveva fatto e lo stava facendo per la vita, la sua vita. Più volte si era fermata a rileggere la sua nuova storia, più volte mentre la luna cresceva, aveva guardato il suo futuro, l’aveva cercato o per lo meno aveva cercato di scorgerne una traccia, un piccolo appiglio ma sicuro, che le desse la forza per andare avanti. Procedeva di giorno e temeva ogni sera, poi si era convinta, non causa di disastri ma vittima degli stessi terremoti che scuotevano l’intera vallata. Proseguire, sì per fuggire ma proseguire per giungere al compimento del suo destino, seguire il fiume che la trasportava, quello ideale del suo destino, un fiume che si apriva continuamente in nuovi bracci a volte più larghi a volte più stretti ma che lasciva a lei la facoltà di decidere, di scegliere da quale parte voleva che il suo destino la portasse. Proseguire per sapere, per conoscere, per crescere, non per paura di uno sbuffo più violento che il Vecchio Brontolone avrebbe potuto gettarle addosso. Tutto questo l’aveva spronata e l’aveva accompagnata nella sua avanzata durante i giorni appena trascorsi, fiera aveva mosso un passo dopo l’altro, aveva vinto, aveva sconfitto le sue paure e procedeva alla ricerca di se stessa, avendo ormai da tempo rinunciato a cercare qualsiasi altra forma di vita umana in quel deserto di verde e di animali. Adesso però era lì, era arrivata di nuovo a quel confine invisibile fra un ciclo della sua luna ed uno nuovo, aveva tracciato il segno sul suo bastone come ogni sera prima di addormentarsi, solo un po’ più lungo e quella sera certo non sarebbe riuscita ad addormentarsi. Il ricordo di quello che era successo il mattino dell’eruzione non l’avrebbe potuta mai abbandonare, era lì, presente nella sua mente e vivo come appena accaduto,  il suo spavento, le urla di Maa che tentava di svegliarla e di portarla via da quel materasso di cenere che le si era creato sotto al proprio corpo, poi il crepitare della foresta in fiamme e la visione di quella che a lei era sembrata un immensa distesa di niente, solo cenere in terra e fumo in aria e quello strano odore di peperoncino, quel sapore piccante sulle labbra. Forse fu proprio la paura, forse la tensione, l’attesa, la speranza di un inutile attesa, vedere arrivare il nuovo giorno per essere sicura che non succedesse niente, forse tutto questo o forse solo la stanchezza, solo il normale cambiare dalla luce del giorno al crepuscolo e poi il tramonto, fatto è che pur non volendo Ardea si addormentò.

 

Il mattino successivo ci fu una nuova eruzione. Ardea non si ritrovò sepolta sotto coltri di cenere, non fu risvegliata dalle grida impaurite di Maa, non fu scossa dai tremiti della terra, fu proprio risucchiata d’improvviso da un profondo sonno mentre si vedeva raggiante passeggiare tra fiori colorati e profumati e ne mangiava, coglieva i più grossi e li portava alla bocca come fossero succulenti dolcezze. Certo che in quella foresta le dolcezze le erano proprio mancate, budini, tortine, panna, crema e cioccolato, hmhmmhh il cioccolato e allora che fare, meglio godersele, almeno in sogno. Coglieva e mordeva, coglieva e mordeva, coglieva e mordeva ma mano a mano che ne assaggiava il sapore cambiava, si inacidiva sempre più fino a divenire piccante come se succhiasse del ferro, fu un attimo realizzare il sapore del sogno e sentirlo reale nella bocca, d’improvviso le attraversarono la mente immagini di distruzione, di fuoco, di disperazione e terrore. Tutto questo ebbe la durata di una frazione di secondo, si sentì portare via, come se una grande mano l’avesse agguantata nel profondo del sogno e la stesse tirando con forza e vigore, via, via dalla pace, via dal riposo, via dalla quiete e dalla serenità e poi precipitare nella realtà, nella dura e spaventosa realtà. Sentì una voragine sotto di se, come se il suolo d’improvviso si fosse allontanato repentinamente e cominciò a urlare di paura e di sgomento e urlando si risvegliò in una foresta verde, calma e quieta e per un attimo, un piccolissimo attimo, credette che il sogno l’avesse ingannata, che si fosse soltanto burlato di lei, che avesse approfittato della sua fragile anima. Poi il rumore, enorme e terrificante ed il cielo si riempì di colori, di suoni e delle interiora del Vecchio brontolone, lanciate a gran velocità e a grande distanza. Come non aveva voluto credere ma come Ardea temeva, il compito del vulcano era proprio quello di distruggere la strada dietro di lei, anzi la strada che lei avrebbe dovuto percorrere, che lo avesse fatto o meno e questa volta si sarebbe dovuto impegnare più di quella passata per cancellare dalla vista di Ardea tutta la vegetazione ancora intatta tra l’enorme bocca infuocata e la sonnacchiosa fuggitiva della foresta. 

 

Maa sopraggiunse dall’interno della foresta urlando a squarciagola, correva a più non posso verso la radura dove Ardea aveva momentaneamente trovato rifugio, agitava le lunghe braccia sopra la testa nel tentativo, a dire il vero del tutto umano, di attirare l’attenzione verso il pericolo che incombeva e allo stesso tempo sembrava che imprecasse o invocasse qualcuno, su in alto oltre le nuvole, oltre il cielo. La scena era oltremodo comica ma Ardea era ormai sprofondata in una crisi di paura e disperazione dalle quali persino la bizzarra Maa avrebbe avuto difficoltà tirarla fuori, nemmeno se ci si fosse messa con ruspa e paranco, sì che l’allegra scimmietta non aveva certo bisogno di impegnarsi per strappare ad Ardea qualche simpatico sorriso se non una risata piena, di quelle da tenersi la pancia ma stavolta ogni tentativo dello scalmanato batuffolo di pelo risultò inutile e la tristezza rimase sul volto e nei pensieri di Ardea, persi tra domande e preoccupazioni, tra paure e illusioni. Piangeva di lacrime calde che le grondavano direttamente sulle scarpette, ancora bianche e immacolate come il suo vestito, di nuovo scampato indenne a bruciature, cenere e fumo. Del resto la sua tenuta, tutt’altro che da battaglia, era invece risultata da sempre refrattaria alle macchie di qualsiasi tipo, frutta, erba e terra nulla potevano contro il candore abbagliante della sua luminosa uniforme, tantomeno aveva riscosso successo in questo campo Maa, la regina delle impiastricciature e degli inzaccheramenti. Spesso e volentieri si lasciava infatti trasportare a spalla o addirittura in braccio come un bebè e di sicuro non era una rappresentante del partito dei candidi, tantomeno l’avrebbero scritturata per le dimostrazioni della fiera del bianco, forse con un detersivo avrebbe avuto più possibilità, sì un detersivo capace di cancellare le impronte delle sudice zampacce di Maa avrebbe avuto sicuramente un successo interplanetario. Ardea però aveva paura e la sua veste contribuiva ad alimentare il terrore, sì certo sentiva di essere al sicuro dall’eruzione che pur sembrando impossibile non voleva colpire lei ma soltanto impedirle di ritornare sui suoi passi, ma il rumore, il calore e la distruzione che portava, lasciava nel suo cuore e nella sua delicata mente uno sgomento profondo. Si alzò in piedi, mentre le lacrime calde continuavano a sgorgarle copiose e a rotolarsi sulla pelle liscia del suo volto prima di perdersi nelle trine del vestito o cadere ad innaffiare l’erba, quell’erba che domani sarebbe bruciata.

 

Passarono alcuni giorni prima che Ardea trovasse la forza di alzare la testa ma mai dimenticò di camminare, non abbandonò la sua lenta corsa verso quel traguardo di cui non conosceva… non conosceva… beh di quel traguardo non conosceva un bel niente e…

<Là, oltre il traguardo, come lo chiami tu c’è il mondo, il mondo che hai lasciato e che ti appresti a ritrovare, c’è la tua nuova vita, ci sono i tuoi amici, i tuoi parenti, la scuola il lavoro, la tua intera nuova  vita e…>

<Si nonno, ci credo, ma… come mai nessuno è venuto a cercarmi fin’ora? Perché nessuno verrà a cercarmi domani? Perché nessuno verrà a cercarmi, vero nonno? Nessuno mi ha data per dispersa, nessuno si è infilato le mani nei capelli, colto dalla disperazione pensando a me e a dove potrei mai essere. Dove sono i miei genitori, cosa ho fatto di male per meritarmi il loro oblio, perché non…>

<Benedetta figliola come posso spiegarti cose che non so, che non sai. Loro sono tutti là, genitori, parenti, amici e anche nemici e ti stanno aspettando. Mettila come vuoi ma questa è come dire… hmm quasi come … come… quasi come una prova sì ecco, una prova da superare, se riesci ad arrivare fino alla Montagna Rosa, quella là dritta ed enorme davanti a te, ecco che … op la … la prova e superata. Ma loro ti ameranno, che tu ce la faccia o no, non è un impegno non è un obbligo, loro sono lassù e sperano che tu desideri raggiungerli, lo sperano davvero con tutto il cuore e anche se non te ne accorgi loro ti controllano in ogni momento, per ogni tuo movimento.>

<Nonno, prima che tu sparisca come sempre, ti volevo ancora una volta dire grazie per le tue parole, tu riesci sempre a calmarmi anche se non sempre riesci a rassicurarmi. Spero comunque di trovare in ciò che hai detto la forza e la pace interiore per continuare testarda la mia salita verso quelle meravigliose ed invitanti nuvole rosa e là spero di trovare anche te nonno… nonno?… Nonno?… Nonno! Sei peggio di quella bertuccia di Maa, appare dice la sua e poi puff, come se niente fosse, senza avvertire svanisce come è apparsa,  maleducato tu come lei, sì maleducato> sentenzio ironica Ardea <maleducato tu e questa palla di pelo.>

<Maa?> le chiese la scimmietta.

<Si Maa è maleducata e impertinente per giunta, sì,sì,sì.> e incominciò a canzonarla e a punzecchiarla con buffetti divertiti e a loro volta impertinenti.

Cominciarono a rincorrersi tra l’erba e i fiori e finalmente Ardea dimenticò la tristezza portatale da quella seconda eruzione.

 

Ce ne fu un’altra, la terza, ventotto giorni dopo.

 

Ardea aveva infine accettato completamente la funzione purificatrice delle eruzioni, si era soffermata sul limitare della foresta bruciata e dopo un approfondito esame si era resa conto che non c’erano animali tra la cenere, nessun essere vivente era rimasto colpito dal cataclisma. Aveva mandato Maa a controllare meglio, anche se non era convinta che la scimmietta avesse ben compreso ciò che lei chiedeva e Maa se ne era tornata tranquilla e a mani vuote. No non c’erano pericoli, anche se il ritrovarsi davanti ad un tale spettacolo, con fiamme che si levavano altissime e rocce infuocate che vengono sparate alte nel cielo, mette addosso una certa paura. Sì paura, quella paura che adesso, misurato il pericolo, poteva paragonare a quella provata da bambina, quando nelle feste di paese nel bel mezzo della serata più importante si sentivano scoppiare nell’aria, colorati e furibondi, i fuochi d’artificio.

 

Le due allegre compagne continuavano ogni giorno la loro serena camminata, ognuna presa dai propri pensieri e distratta dai propri interessi. Così Ardea vagava tra i meandri reconditi della sua mente e ripensava ai giorni trascorsi, a quanti passi aveva calcato su quella terra accogliente e inospitale allo stesso tempo, tra i mille avvenimenti di quella strana avventura, rifletteva sul fatto che, più passava il tempo, più camminava e meno sentiva la stanchezza, quasi come se il percorso la stesse nutrendo, come se la stesse rafforzando, come se il suo corpo si stesse fortificando di giorno in giorno grazie a chissà quale evento, oltre al fatto che ingurgitava quantità industriali di Baane, Aacci, Mee e altri strani frutti, benchè guardandosi riflessa negli specchi d’acqua dove ogni giorno si abbeverava con la dispettosa compagna,  non avesse notato alcuna differenza nelle sue sembianze né chiaramente in quelle del candido vestito che appariva anzi ancor più luminoso ogni giorno, passeggero indenne di infinite peripezie tra acqua, fuoco, piante e frutta.

 

Bene! Giunti a questo punto i compiti sembravano comunque chiari, primo: camminare, beh non era difficile, la stanchezza non si faceva mai sentire e Maa era una compagna di viaggio di tutto dispetto, mmhhhm… cioè no… ecco sì… di tutto rispetto, sì, così va bene; le giornate passavano tranquille e la noia non aveva mai fatto capolino durante l’interminabile passeggiata nella jungla del mondo sconosciuto. Aveva invece sentito, con gioia visto le prelibatezze del luogo, i morsi della fame e dopo un iniziale preoccupazione, anzi un vero e proprio terrore, mangiare era diventato un divertimento. Il primo giorno si era già vista costretta a cibarsi di formiche, cavallette e bacherozzi vari serviti su piatti di corteccia d’albero. Il che non le avrebbe fatto solo schifo ma addirittura non sarebbe riuscita lei stessa a condannare quelle piccole bestiole a diventare il suo pranzo quotidiano. Già se le immaginava tremanti tra le sue mani e urlanti di terrore, chissà poi come urlano le formiche? Si vedeva mentre portava quella pietanza tutt’altro che succulenta alla bocca, ne sentiva lo scricchiolare della dura corazza, inutile difesa contro i suoi robusti denti, si immaginava di inghiottire il tutto per poi sentirle risalire mentre avrebbero camminato veloci nella sua gola alla ricerca di una via d’uscita, aaaaahhhhhh!!! Poi aveva incontrato Maa e mangiare era diventato uno spasso. La piccola scimmia le aveva insegnato a riconoscere i vari frutti, a scegliere i più saporiti, i più maturi ed i più polposi, a non lasciarsi ingannare dalla forma e dal colore ed a riconoscere quelli più adatti al pranzo e quelli per la cena, che poi di notte non l’avrebbero disturbata con gorgogli rumorosi o strani movimenti interni capaci di svegliarla di soprassalto nel cuore della notte. Le sorprese già abbondavano in questo covo di meraviglie e non c’era bisogno di procurarsene con la golosità. Procedendo nell’elenco si poteva trovare come secondo importantissimo compito quello di sfuggire alle grinfie del vulcano, il Vecchio Brontolone e le sue eruzioni calcolate, precise e ormai prevedibili era un pericolo relativo e poi quella boccaccia focosa non aveva realmente l’intenzione di farle del male, certo intenzione era un parola grossa, sembrava quasi che il vulcano potesse avere  una mente, sì e magari un anima. La stava spingendo lontano da sé, lungo un percorso ben definito, la allontanava spaventandola solo per indirizzarla verso la sua meta finale. Ed eccoci qua, terzo raggiungere questa sconosciuta ed incognita meta; cosa c’era laggiù, oltre la montagna, oltre quella vetta acuminata e rosea, al di là di quello che per lei era diventato il proprio mondo, al di là di se stessa e Maa cosa c’era? La vita? Una città? Persone che l’amavano? O c’era forse la fine, la fine di tutto o era l’inizio che l’attendeva oppure… Ardea si fermò, sentì chiaramente dentro di sé che qualcosa non stava andando, la sua ostinata presunzione che quella fosse soltanto una passeggiata e non un viaggio costellato di misteri pronti a svelarsi nella loro delicatezza o nella loro malvagità, la stava forse tradendo, probabilmente primo, secondo e terzo non erano le sole cosa da tenere presenti in quel mondo, l’antica sensazione di paura doveva essere prontamente recuperata e tenuta accanto all’attenzione per poter andare avanti nel cammino. C’era qualcosa, qualcosa stava accadendo in quel preciso momento, era una cosa nuova, mai provata e la stava divorando dentro, poi il dolore si placò, Maa gettò nell’aria uno dei suoi strilli più acuti e corse a rifugiarsi sulla cima della palma più vicina continuando a gridare a più non posso, Ardea alzò gli occhi e finalmente la vide.

 

Enorme, maestosa, meravigliosa nella sua imponenza, nonostante la paura che incuteva. Era impossibile non rimanere come ipnotizzati ad ammirarne le forme, la fierezza, i colori. Si trovava a circa cento metri da Ardea, il suo colore era come oro scintillante sotto un cielo che per la prima volta si stava riempiendo di nubi minacciose e cariche di pioggia, cariche di violenza e di tempesta. Le sue striature erano gocce di petrolio che scendevano lente dal possente dorso fino a perdersi nel bianco del ventre, il quale sembrava chiamarla inattesa ospite di una cena di gala. Eccola finalmente, temuta, sognata in incubi di paura e di terrore, indesiderata quanto perennemente presente nei suoi timori era arrivata, quella bestia feroce, la padrona della valle che veniva a riscuotere il suo credito, il mostro che l’aveva tenuta sveglia le prime notti e che l’aveva accompagnata silenzioso in quegli ultimi giorni finalmente era arrivato, infine si era presentato in tutta la sua mirabile inaspettata bellezza ed in tutta la sua enorme potenza distruttiva. Poi la tigre ruggì e l’intera valle si riempì di quel gorgoglio che fece perdere alla scena tutta la sua mirabile poesia e ne rese chiara la violenza, la crudeltà e la malvagità. Ardea conobbe quella paura e quel terrore che infinite volte si era immaginata e vide davanti a se la morte che la stava aspettando, cominciò a piovere, mentre nubi sempre più nere si addensavano nel cielo ed i primi lampi accompagnati dai fedeli tuoni squarciavano il cielo, facendo da eco ai ruggiti sempre più profondi e sempre più vicini.

<Aiuto nonno, che sta succedendo, cosa… cosa devo fare, cosa posso fare… nonno… nonno per favore dimmi che ci sei, nonno!>

<Tieniti forte mimma, tieniti molto forte e credi, tieniti agli appigli che troverai perché sta per arrivare e sarà violenta, credi, credici Ardea, credici fino in fondo.>

<Tieniti forte, si certo dove, come, a cosa e che devo tenere, qui bisognerebbe che sapessi volare e probabilmente se volassi adesso rimarrei folgorata da un fulmine mentre me ne scappo alta nel cielo…aiuto nonno aiutami. Maa, Maa, oh mamma!>

Non era possibile che ciò fosse vero, no,  non c’entrava niente, era un colpo di grancassa tra violini stridenti, anzi no, era una batteria intera che rullava nel sottofondo di una serenata alla finestra. No, va bene camminare, va bene scappare o meglio essere indirizzata verso una meta sconosciuta, va bene il Vecchio Brontolone, le eruzioni e gli incendi, va bene che doveva aver paura e lei sciagurata, dopo un inizio nel terrore, si era data alla pazza gioia scorrazzando con Maa per la foresta e facendo da padrona in un mondo non suo. Va bene, va bene ma questo adesso cosa c’entrava? Se tutto questo era un enorme sogno precostituito e lei aveva solo dei compiti da rispettare, quale significato aveva quella malefica meraviglia che le si poneva davanti? Poi un ruggito riempi nuovamente la valle, il cielo rombò e la tigre cominciò ad avanzare lentamente. La risposta alle sue domande apparve a quel punto chiara, no non c’entrava niente ma c’era. Era una macchia di vernice caduta su un dipinto di valore, un’ammaccatura in un vaso d’argento, uno schiaffo sulla faccia di un bambino, qualcosa che non doveva assolutamente esserci però c’era. Il cielo era completamente nero, quasi come fosse notte ma nel cielo non c’era la sua compagna notturna ad illuminarle il cammino, non c’erano le stelle a rallegrarle la vista, a formare figure di volti o di strani animali, c’erano solo lampi di fuoco e rombi di tuono. E la tigre continuava ad avanzare lentamente.

 

Fu il tempo di un pensiero, un lampo attraversò il buio del cielo e in un lampo la tigre le fu addosso, sbattendola con forza a terra, lasciando che il suo bel vestitino bianco si sporcasse del fango che correva veloce sotto la pioggia battente. Maa urlava con tutto il fiato che c’era nella sua piccola gola, sbracciandosi a più non posso nell’inutile tentativo di spaventare o quanto meno distrarre la tigre. I lunghi artigli dell’animale si infilarono tra le trine e i merletti, lacerando il candore dell’abito e facendo apparire rosse macchie di sangue tra i veli trasparenti ed i soffici tessuti.

 

Ardea rimase più colpita dal suo corpo e dal proprio vestito che dall’irruenza, dalla potenza e dalla violenza di quell’enorme bestia striata d’oro. Non aveva mai pensato di essere vulnerabile, aveva avuto paura fin dal primo giorno ma la suadente voce che l’aveva accompagnata l’aveva rassicurata inconsciamente e nella sua anima si era accoccolata la sventata certezza che lei stessa e il proprio corpo fossero invulnerabili; non si era mai ferita, non aveva mai provato dolore, si era sentita stanca ma non di fatica, stanca perché sperduta, stanca perché stufa ma mai provata, mai sfinita. Non aveva pensato che qualcosa del genere potesse mai accadere a lei, era l’incantesimo che si spezzava, la magia che incontrava il proprio antidoto era la vita vera dopo giorni e giorni di sogni.

 

Il cielo appariva ancora più buio del nero più scuro e i lampi si susseguivano infiniti uno dopo l’altro quasi a formare un manto striato di oro e di nero anche sopra la vallata oltre a quello che già la sovrastava ferendola e terrorizzandola. Il ruggito era frastornante sentito da così vicino e il fetore che fuoriusciva dalle fauci della Tigre era quello delle paludi, dove acque contaminate ristagnavano senza vita. La sua pelliccia era invece una sirena infida che cantava e attirava a sé morbida, vellutata, calda ed invitante e mentre Ardea si perdeva nel vortice misto di paura, delirio e gioia incosciente, pronta a cadere definitivamente, a lasciarsi andare, ad abbandonare quella inutile lotta impari, mentre la piccola Maa scesa dalla palma si era avvicinata alle due lottatrici e continuava ad urlare a squarciagola cercando di attirare su di se l’attenzione, quando la tigre si erse in tutta la sua infinita possenza, ferma sulle zampe posteriori con gli artigli al cielo e lanciando un ruggito che per un attimo sovrastò il rumore dei tuoni, in quel momento quando tutto era ormai perduto davanti agli occhi di Ardea si parò uno spettacolo terrificante ma liberatorio. La tigre alta sopra di lei si arrestò, volse il suo sguardo verso Maa fissandola con odio per un attimo di troppo, ingenuamente distratta da quell’insignificante animaletto saltellante che riuscì invece ad ottenere quello per cui stava rabbiosamente lottando. Una delle migliaia di fulmini che saettavano violenti intorno a loro aveva colpito in pieno la temibile mastodontica bestia. Per un attimo il cielo, la terra, l’animale e la luce erano furono un tutt’uno, un'unico cuneo di energia che cercava di spezzare in due quel piccolo fragile mondo. La forza dell’uragano che si era scatenato sembrava in un primo momento essersi alleata alla tigre mentre invece le si era rivoltata contro riducendola in un ammasso di polvere fumante. Dopo un breve e fuggevole attimo in cui era parso che il fulmine si fosse nutrito dell’energia della tigre e questa di quella della saetta, apparsa come sua alleata agli occhi impauriti di Ardea, la natura aveva trovato dentro di se la forza per distruggere il più mortale dei pericoli che in quel momento si stavano abbattendo su Ardea, che avrebbe potuto farcela a salvarsi dalle forze del vento o della pioggia ma non avrebbe avuto alcuna possibilità contro quella sinuosa, ammaliante, feroce e potente bestia, il male sotto una forma mirabile ed il male era stato sconfitto.

 

Rimase lì, sotto la pioggia battente che piano piano smorzava la sua forza, con il sedere immerso nel fango, i capelli come un putrido turbante intorno alla sua testa, le mani piene del suo sangue, sgorgato da ferite poco profonde ma che erano riuscite a farle comunque sentire la forza del male. Maa le corse incontro senza smettere di lanciare i suoi acuti versi e la circondò con le zampacce pelose formando con l’amica un unico amorfo ammasso di paura e amore sotto le ultime goccioline di pioggia. Ardea piangeva, piangeva della paura e rideva, rideva della vita e di ciò che le era sembrato brutto prima che tutto questo accadesse. Il suo vestito il suo bellissimo e inattaccabile vestito era ridotto ad un ammasso di stracci, l’acqua lo aveva inzuppato completamente e il fango lo rivestiva completamente nella parte posteriore,  luminose “o” di sangue lo ornavano beffarde dove la tigre aveva affondato i suoi artigli. Strappato, scucito, macchiato, sformato, cosa stava succedendo al suo involucro magico che fino ad allora l’aveva accompagnata e ingannevolmente rassicurata della sua invulnerabilità?

<È la paura che ti ha attraversato, mimmina mia, è il terrore che si è insinuato in te, è il soffio gelido della morte che ti ha appena sfiorata, ti sei tenuta, hai creduto ed hai resistito. Il mondo intorno ha sentito la tua forza, ha letto nella tua intimità la voglia che hai di arrivare fino in fondo, di affrontare in prima persona ogni pericolo ed ogni ostacolo ed ha reagito con te per combattere il male che ti era venuto a trovare, abbi cura di te e del tuo vestito> precisò inaspettata la calda voce del nonno <Lavalo, togli il fango e asciugalo al sole ed il vestito ti ringrazierà.>

<Che sollievo nonno sentire la tua voce calma e serena in questo momento ma come al solito non ho capito niente di quello che hai detto; lava, il mondo intorno, la voglia di arrivare, quanti misteri ancora nonno. Comunque seguirò ancora il tuo consiglio, avrò cura del mio vestito, di me e di Maa ed arriverò in cima alla Montagna Rosa. Dopo quanto è accaduto sento che non è più possibile per me indugiare, il mio futuro mi attende, il mio destino è dietro quelle nuvole soffici e silenziose che nascondono ciò che mi attende al di là della cima.>

Tese la mano alla fedele compagna ed insieme ripresero il cammino verso la loro incognita meta.

 

Una quarta eruzione concluse nel peggiore dei modi quei tremendi giorni di paura e di sconforto e una quinta ridestò all’improvviso Ardea esattamente ventotto giorni dopo. Fu alla fine della fuga dalle ceneri e dai lapilli che si spingevano più lontani, quando il terreno verde fra lei e la foresta bruciante, non avrebbe mai più potuto pronunciare la parola ardente, arrivò a dimensioni che Ardea considerò sicure, fu proprio allora che in un momento di rassegnata pace, con un briciolo di piacere per il nuovo scampato pericolo, con la serena consapevolezza che poteva certo essere lei la causa di tanta distruzione ma poteva anche non esserlo e poi se proprio doveva, poteva esserne la causa morale ma non di certo materiale a meno che non fosse sonnambula e si alzasse di notte a dar fuoco alle polveri nel ventre del Vecchio brontolone, ecco fu allora in quel preciso momento che si accorse e ciò le provoco un moto di letizia, che da chissà quanto tempo ormai, aveva smesso di contare i giorni. I segni dell’ultima luna incisi sul bastone erano poco più di una decina e non ricordava se aveva smesso tutto insieme o se ne aveva segnati alcuni dopo averne dimenticati altri. Si sentì cresciuta, si senti libera, libera dal suo cammino, non più doverlo fare ma farlo per il proprio piacere di arrivare incontro al suo destino, libera dalle sue paure e dalle sue preoccupazioni, poteva continuare il suo viaggio nell’immensa vallata perché lei lo desiderava, senza le spinte di un benevolo ma sibillino nonno, senza affidarsi all’amica Maa ma proseguire comunque insieme a lei, perché era la sua compagnia che desiderava, farlo e fare tutto ciò che poteva proprio perché poteva, perché era in grado di farlo e perché le dava finalmente piacere e soddisfazione.

 

All’inizio era rimasta terrorizzata da ciò che era accaduto al suo corpo ed al vestito, quella candida veste che l’aveva accompagnata per monti e per valli, nelle acque limpide ed in quelle più torbide, tessuti che avevano resistito al verde dell’erba e a tutti i tipi di frutta più strani, colorati e succosi che avesse mai potuto vedere e assaporare. Quei veli, quelle trame che erano rimaste illese agli attacchi dei più temibili nemici del bianco avevano infine ceduto. Il suo vestito così candido da far invidia a quelli delle pubblicità, un vestito così resistente e così capace di darle sicurezza, quella sicurezza che l’aveva abbandonata sotto gli artigli famelici della tigre, mentre il vestito si stracciava insieme alle sue carni e si tingeva del rosso del suo sangue insieme alla sua pelle. Poi lo aveva accudito, lo aveva lavato dal fango e dal sangue e la solita previdente Maa le aveva portato erbe che solo lei poteva conoscere, erbe che sembrava quasi che si fosse inventata proprio per portarle ad Ardea e con quelle strofinando, lavando, strusciando e sciacquando, ridare giorno dopo giorno la lucentezza al vestito, quel vestito così meravigliosamente assurdo e così incredibilmente magico che ogni giorno rammendava da solo i propri strappi, quei veli che improvvisamente tornavano intatti, là dove gli artigli avevano reciso con violenza, quel vestito che si risargiva grazie alle cure di Ardea e alle invenzioni di Maa come nello stesso modo stava facendo la sua pelle. Le immonde impronte di bestia sparivano dal suo corpo senza lasciare cicatrici, senza lasciare traccia della loro violenza, svanendo magicamente sostituite da nuova carne, da nuova pelle, da nuovo cotone, da nuovo lino, da nuova fluttuante organza. Il vestito come la sua pelle, la sua pelle come un vestito. E con il passare dei giorni accettare ancora una volta quel nuovo mistero, certa che un giorno le sarebbe stato svelato tutto e poi… e poi camminare con Maa verso le nuvole rosa.

 

Oramai non ne aveva più timore, le sembrava quasi parte del paesaggio o parte della sua vita ma quella sesta eruzione, con lanci di lapilli così in alto e così luminosi da sembrarle i più bei fuochi d’artificio che avesse mai visto non potè fare a meno di farle battere il cuore ancora una volta. La terra sotto i suoi piedi tremava più del solito, d’altra parte era sempre più lontana dal Vecchio Brontolone ed il vulcano doveva impegnarsi e sforzarsi sempre di più per riuscire a raggiungere e ardere la foresta che lei aveva attraversato. Con l’aiuto di Maa si era arrampicata su di un albero sufficientemente alto da permetterle la visione di tutta la pianura fra lei e l’origine dei fuochi. Guardando in alto lo spettacolo era meraviglioso, da rimanere a bocca aperta, guardando in basso le si strozzava in gola un lamento di paura e di sofferenza, quasi a voler rifiutare ciò che vedeva, spazi immensi di grigio e di niente. Ma nel suo cuore quel niente era riempito di fatti di giornate di corse spensierate insieme a Maa e di riflessioni con il nonno. Eh si il nonno, proprio lui che aveva ragione, non poteva tornare indietro ma il suo cammino lo portava dentro di se e non l’avrebbe abbandonata mai.

 

Le notti che accompagnavano le eruzioni erano spesso accompagnate dai sogni più  strani, quei sogni l’avevano sempre turbata almeno quanto gli scossoni del terreno ed i vertiginosi lanci di luci incandescenti che il Vecchio Brontolone si divertiva a provocare durante le luminose notti di luna piena e chissà, oltre alle roventi esibizioni del vulcano, quali altre potevano essere le cause dei suoi inquietanti incubi. Forse era quella sorta di telepatia che pareva unirla direttamente con il ventre rovente del vulvano o forse quella sera, molto più semplicemente potevano essere state quelle allettanti quanto strane bacche violacee. Poteva essere stata anche la stanchezza, quel giorno aveva camminato molto più del solito e forse più del dovuto ma il sole, l’aria fresca e la pianura l’avevano spinta a mettere un passo dietro l’altro e il panorama denso di prati e rovi variopinti aveva allietato a tal punto il suo procedere spedito che si era ritrovata ad aver camminato tutto il giorno senza mai fermarsi ed era giunta alla sera tanto felicemente sfinita quanto satolla per le deliziose bacche di cui si era rimpinzata per tutto il viaggio. Aveva trovato riparo, sotto l’ultimo fitto rovo prima che l’immenso manto verde si trasformasse in roccia e cominciasse una lenta salita verso l’altipiano che l’avrebbe poi condotta fino alla vetta, fino a quel nuovo territorio che si preparava ad accoglierla nella sua imperterrita corsa verso l’incognito. Un terreno aspro ed arido che almeno a prima vista, non avrebbe potuto bruciare, chissà allora lassù a quali nuove e terrificanti sorprese poteva mai andare incontro, frane, massi, scoscesi, quanti e quali tranelli avrebbero scandito il ritmo che finora era stato tenuto dal vecchio Brontolone o forse ancora lui avrebbe tenuto il conto dei suoi giorni in quell’universo di meraviglie? Si era accoccolata, quasi come fanno i gatti quando si arrotolano su se stessi e confondono la testolina con la coda che, a guardarli di sfuggita, danno l’impressione di una ciambella di pelo, ecco sì, acciambellata, si era comodamente acciambellata sotto il rovo, Maa le si era distesa intorno quasi a circondarla con il corpo e la lunga coda, l’ultimo raggio di sole augurava la buona notte a tutta la valle e Ardea si era assopita immediatamente, cedendo al suadente richiamo dell’inconscio. Il sogno, come molti di quelli che aveva fatto, si affacciò nella sua mente irruento e prepotente, un piccolo vortice nell’acqua che la risucchiò all’istante e la portò a rivivere situazioni già viste, già vissute, fatiche già sudate e corse già fatte. Doveva essere un raduno a livello internazionale, qualcosa tipo la maratona di New York ma non a scopo benefico e nemmeno per puro e semplice divertimento, erano tutti lì, radunati in un enorme gruppo, ognuno con il suo bel numerino sul petto, allenati, pompati, gasati, tutti pronti alla partenza. Sembrava quasi che il premio fosse la vita e poi d’improvviso partiti, senza attendere il via, senza il colpo di pistola, senza il fazzoletto abbassato, senza un segnale. Via partiti, una massacrante rincorsa dove solo uno sarebbe riuscito ad arrivare, solo uno, poi… sì un attimo… solo un attimo… un momento per favore… solo un attimo ancora, voglio vedere come va a finire...

<Aaa, Aaa, ooocooo ooocooo Aaaa Aaaa.> gridava la povera Maa mentre il sole appena sorto combatteva con il fuoco la battaglia a chi scaldava di più, mentre quella settima eruzione, appena avvertita da Ardea, così presa dall’attività agonistica del sogno, si stava già spegnendo nella lontana bocca del Vecchio Brontolone ed il fuoco stava consumando gli ultimi resti di verde, di piante, di palme e di foresta che ancora resistevano imperterriti all’azione distruttiva del passaggio della non più ignara ma comunque non colpevole Ardea. Così come sempre, risucchiata dal sonno e dal sogno come da un enorme tubo di aspirapolvere, centrifugata in una lavatrice taglia grande, frullata in un megamix di un robot da cucina, Ardea aprì gli occhi e gridò. Eppure non c’era niente di nuovo, eppure era la solita eruzione, oppure cosa stava succedendo quella volta.

<Aiuto Maa, Maa aiuto dove sei?> continuava a gridare mentre qualcosa la stava scuotendo da tutte le parti, trascinandola sul quello scomodo terreno improvvisamente divenuto duro e sassoso e non più morbido e coperto di tenera erbetta. Grida grida, trasformò le sue urla in una sonora, isterica e senza fine risata, quando si accorse che il mostro che la stava sballottando nessun’altra era se non la previdente Maa che, non riuscendo a svegliare Ardea, ormai abituata alla cocente sorpresa dell’eruzione, aveva pensato bene di trasportarla al sicuro, visto che quella volta avevano seriamente rischiato di diventare un prelibato menù arrosto al prossimo pranzo di gala fra gli avvoltoi e le aquile della montagna, visto che tutti gli altri animali erano scomparsi chissà dove, sfuggiti chissà come al fuoco e all’irruenza del Vecchio Brontolone senza lasciare tracce. Maa era invece tutt’altro che contenta, quasi come una sorella maggiore stava riprendendo seriamente la compagna sprovveduta che invece se la rideva sia per l’amenità dell’accaduto che per lo scampato pericolo, anche perché questa volta, il pericolo maggiore per lei si era rivelato poi essere la pelosa e arrabbiatissima Maa.

<Ooocooo ooocooo Aaa ooommeee, Aaa ooommeee ooocooo uuuuciaaa> continuava a brontolare, se così si può dire e Ardea vinte le risa e colma di emozione per l’attenzione e l’affetto ancora una volta dimostratole dall’amica le si fece incontro. Amica, oh si amica e che amica, come non ne ricordava, certo la sua memoria non era un buon argomento di misura ma se ci fosse stato nel suo passato qualcuno al pari di Maa se ne sarebbe certamente ricordata ma questo qualcuno nei suoi ricordi in quel momento non c’era. La tirò a se e l’abbracciò stretta, consolandola a sua volta, rassicurandola del proprio buono stato di salute e del fatto che avesse avuto ragione a comportarsi come aveva fatto mentre lei invece si era rivelata solo una pigrona pronta a spaventarsi di tutto e a non reagire prontamente quanto l’attenta e previdente scimmietta.

<Grazie, grazie piccola Maa, grazie per i giorni e le notti in cui tu hai vegliato su di me, grazie per il cibo che mi hai portato, grazie per quanto ancora farai che me lo meriti oppure no, grazie di tutto l’amore che mi doni senza che io te lo chieda.>

Rimasero abbracciate per molto tempo a rimirare il Vecchio Brontolone all’orizzonte che, dopo la sua consueta borbottata, se ne rimaneva ancora un po’ a fumare tranquillo, quasi dovesse riposarsi dello sforzo compiuto. Il sole era alto sopra di loro a illuminare quell’enorme distesa di terra nera che le divideva dal vulcano e dall’altro lato, la breve ma forse altrettanto difficile strada che le separava dalla Vetta Rosa, dall’arrivo. Dall’arrivo o dalla partenza? S’incamminarono come al solito mano nella mano alla ricerca di una via per l’altipiano e vista l’ora, a giudicare dalla posizione del sole, a cercare qualcosa da mangiare. Si avviarono lasciando l’alba alle loro spalle e con un tremolante lembo di trina che sventolando pendeva dall’orlo del vestito non visto.

 

Giocarono insieme quel giorno, giocarono a rincorrersi su di un territorio nuovo, su una roccia calda inframmezzata da ampi spazi erbosi che racchiudevano veri angoli di paradiso con ruscelli trasparenti e fiori colorati. Alberi verdi e rigogliosi contornavano ameni laghetti che si aprivano improvvisamente lungo il corso dei fiumiciattoli e su quelle rive era poi delizioso riposarsi e rinfrescarsi della fatica che su quella salita si faceva sentire anche dopo poche ore di cammino e non più solo a fine giornata come era stato nella soffice e verde pianura che avevano abbandonato. Le rive erano ricche di piante di ogni tipo: c’erano Baani, c’erano Mei, anche se i frutti sapevano più di pesca che di mela nonostante l’aspetto fosse esattamente identico a quello del famoso frutto proibito, c’era il Ceolo, beh, per lo meno il sapore era quello del cetriolo anche se più che un ortaggio qui si trattava di un vero e proprio frutto di colore rosso acceso ma con la stessa scorza bitorzoluta e dura di un normale cetriolo che in questo caso però penzolava da un albero fatto come tutti gli alberi devono essere fatti. Di queste delizie Ardea e Maa si cibavano in abbondanza per far fronte allo sforzo della salita che ogni giorno faceva sentire sempre di più la propria asprezza. Fu la sera prima della nuova eruzione che Maa se ne accorse, forse non l’aveva visto forse non aveva voluto vederlo ma quel piccolo brandello di tessuto che si era staccato all’inizio della salita era diventato adesso come una piccola coda che pendeva dall’orlo del vestito. Ardea era in piedi su di un masso e guardava l'orizzonte mentre il vento le accarezzava lento i capelli e le portava l’aria frizzante e leggermente acida di fumo proveniente dalla valle, un enorme buco nero si stendeva sotto di loro e in fondo lontano lontano ma mai tanto lontano da impiegarci tutto il tempo che ci era voluto ad arrivare lì, si vedeva il Vecchio Brontolone, già aveva preso a fumare e Ardea aspettava di sentire qualche scoppio da un momento all’altro. Fu proprio il vento che accarezzava dolcemente Ardea a muovere quel lembo di trina come se fosse la coda dispettosa di un topolino e Maa cominciò a fissarlo un po’ ipnotizzata un po’ sorpresa e mentre Ardea perdeva i suoi pensieri in profondità colme di dirupi e di improvvisi crepacci, mentre volava con la fantasia cercando di arrivare più lontano di dove la sua realtà la stava lasciando camminare, in quel momento Maa la chiamò con un piccolo strano melanconico verso.

<Aaa, oo oo Aaa eiito oo oo!> riuscì ad articolare alzando la piccola mano, rosa sul palmo e fulva di peli ispidi e setolosi sul dorso, indicando quasi con timore il piccolo strascico di veste che si muoveva piano al ritmo del vento della valle.

Ardea gridò, della disperazione e della paura, se la tigre era riuscita a strappare e tagliare il suo candido indumento, se il fango in quella notte di tempesta e di paura era riuscito a sporcarlo e ad incrostarsi tra la trame dei fili bianchi, se soltanto in quei momenti di estremo pericolo, di dolore, di distruzione e di sangue, se soltanto nel momento in cui aveva rischiato la vita le tracce del dolore e della paura erano rimaste visibili su quella candida veste, allora cosa voleva dire a quel punto, in quel momento, ai piedi della Vetta Rosa a pochi passi dall’arrivo, dalla sua meta, cosa significava adesso quella fettuccia sventolante? E fu proprio mentre Ardea la guardava sbattere dietro di se, con le mani sul volto in un moto di terrore e di smarrimento che un alito di vento più sostenuto degli altri, in un momento in cui Ardea mostrava tutta se stessa alla sua offesa, in piedi sulla roccia, che la trina dell’orlo si mosse rapida, come fa un frusta e tirò via di sé quanto ancora rimaneva cucito alla gonna e con un impeto di follia ed un senso di liberazione se ne volò via mentre Maa saltava nel tentativo di recuperarlo e Ardea allungava invece appena le mani verso quella coda di aquilone e gli occhi le si riempivano di calde lacrime che si divertirono a solcarle il volto triste di disperazione. Cosa ancora la stava aspettando su quelle pietre ripide tra quegli anfratti freschi e ricchi di doni per lei quanto lo erano di eventi imprevedibili e talmente incogniti da apparire ostili. Si addormentò cullata da Maa, ancora una volta consolatrice ufficiale e datrice di coraggio per la nostra eroina mancata, ancora una volta tremante nella notte di luna piena con i borbottii grevi del vulcano che già cominciavano a cullarla, desiderosa com’era di addormentarsi e riuscire a non pensare.

 

Durante la notte l’eruzione cominciò furente e rumorosa ma anche quella volta l’assordante frastuono non disturbò Ardea, più che i botti o i fulminei bagliori dei lapilli gettati nel cielo, fu forse il solito sapore agro e piccante a svegliarla, quella disgustosa sensazione di ferro in bocca che riusciva a sentire sia con il naso che nella gola, lo odorava e al tempo stesso ne sentiva il sapore acuto nel naso, sulle labbra e nella bocca. Appoggiata con i gomiti su di una piccola aiuola verde che misurava poco più di quanto lei e Maa ne potevano occupare, una culla ritagliata appositamente per loro tra le rocce che sempre meno lasciavano il posto alle piante man mano che la salita si inerpicava lungo la cresta del monte, con i palmi delle mani a circondare il volto rotondo e cereo illuminato nella notte quasi come una luna piena esso stesso, gli occhi rivolti verso il lontanissimo vulcano che si stava esibendo in quella che lei non sapeva sarebbe stata l’ultima eruzione a cui avrebbe assistito, si alzò cercando con un riflesso automatico che però in precedenza doveva non aver ripetuto, quel bastone che le aveva fatto da calendario prima e da trofeo per la trovata serenità poi, quel bastone che invece giaceva ormai abbandonato da qualche parte nella pianura, probabilmente ridotto in cenere come tutto il suo passato. Un altro abbandono o una nuova crescita, un altra dimenticanza o un nuovo smarrimento, chissà. In piedi davanti allo spettacolo dell’eruzione, che una volta di più la affascinava nei suoi luminosi colori e nella sua potenza e al tempo stesso le incuteva un timore reverenziale, quasi dovesse ogni volta comunque ringraziare il Vecchio Brontolone di aver fatto il suo dovere senza aver recato danno a lei. Le ci era voluto così tanto tempo per arrivare alle pendici della montagna mentre le ceneri ed i lapilli del vulcano giungevano invece a sfiorarla dopo pochi attimi dalla loro partenza dal profondo della gola del Vecchio Brontolone. Con calma, mano nella mano Ardea a Maa si allontanarono dai luoghi in cui dell’eruzione se ne potevano vedere i risultati a terra mentre davanti a loro si presentava una breve distesa di cenere grigia a delimitare il punto di non ritorno fino al quale Ardea avrebbe dovuto camminare quel mattino, ceneri che celavano il terreno sconnesso sottostante, non più di soffice pianura ma di insidiosa roccia, sì che Ardea ben due volte si ritrovò carponi con le mani nella cenere che sbuffava davanti ai suoi occhi come una nuvola di borotalco. Per fortuna però il fuoco non era mai arrivato vicino a lei, rumori, odori l’avevano avvolta e strapazzata, era fuggita per paura e per la grande impressione che quell’evento ogni volta scatenava in lei, si allontanava per sicurezza e per non rimanere soffocata dai fumi dei lapilli o da quelli delle verdi piante che le ardevano sotto gli occhi, in quella che da tempo oramai le sembrava più una festa per un suo traguardo raggiunto che una vera e propria minaccia. Ma proprio in quel suo tranquillo cammino intrapreso più serenamente del solito che invece la sua calma si incrinò, ebbe un attimo di esitazione e le sembrò quasi come se un altro incantesimo fosse stato improvvisamente spezzato, come se un eclissi avesse attraversato il giorno rompendo la luce, come se il tempo si fosse messo a correre all’indietro, come se l’acqua risalisse i monti e i pesci crescessero sugli alberi, non poteva crederlo ma era vero, era lì sotto i suoi occhi, il vestito il suo candido rilucente vestito bianco aveva una grossa macchia grigia proprio dove le sue ginocchia si era piegate affondando nella cenere calda e sulla spallina destra vi erano due vistose bruciature, perfettamente circolari come se il tessuto fosse stato attraversato da bilie infuocate che l’avessero trapassato lasciando un impronta dietro di loro. No, non poteva essere o meglio era ma non doveva essere o meglio cosa stava succedendo ancora di nuovo e che significato poteva avere adesso che la cima rosea della sua meta era ormai vicinissima quasi da poterla toccare con le dita. Maa le saltò in braccio e Ardea ancora una volta sbalordita da ciò che accadeva in quel mondo sperduto, la strinse a sé e sentì in quel momento come una sensazione di malinconia, di nostalgia, come una consapevolezza che presto si sarebbe dovuta separare da quella che fino ad allora, aveva creduto potesse essere la sua eterna amica.

 

Non aveva più con se il bastone a farle da calendario ma adesso ci pensava la sua non più candida veste a cadenzare i giorni che passavano, dopo quella prima terribile scoperta, i danni irreparabili sul suo abito continuarono ad accumularsi e a stringere strane e inconsuete alleanze, dove non c’erano macchie c’erano strappi, dove non era scucito le patacche la facevano da padrone. Ogni giorno che trascorreva si poteva leggere sulle pieghe dei tessuti, nello scurirsi del candore che dopo aver optato per un crema chiaro era diventato passo dopo passo, di un bel beige deciso dopodiché il marrone, prima chiaro e poi scuro, avevano preceduto il nero che divenne la tonalità definitiva di quanto era rimasto ancora addosso ad Ardea. Sì perché non solo la sua tunica di luce piano piano si era andata sporcando fino a diventare un irriconoscibile sacco da spazzacamino ma dopo i piccoli fori e la trina dell’orlo volata via come parole gridate al vento, le impunture avevano ceduto una dopo l’altra e dove i tagli scuciti non si intersecavano per mano della sarta che le aveva confezionato addosso quella specie di seconda pelle, ci pensava l’usura a rendere le trame talmente lise da produrre strappi e squarci ad ogni passo ad ogni movimento del corpo durante quella salita alla Vetta Rosa che stava diventando ogni giorno di più una vera e propria scalata. Mangiare era un passatempo ormai dimenticato da Ardea, la piccola Maa scompariva ogni tanto, come aveva fatto i primi giorni, per ricomparire all’improvviso con qualche strano frutto procurato per nutrire Ardea, così concentrata nella sua impresa da non rendersi nemmeno conto del passare del tempo. Il tempo, sì quel tempo bizzarro che scorreva nella misteriosa vallata, se si voltava mentre era appesa alle rocce della montagna, circondata dalle nubi, poteva distintamente vedere la punta conica del Vecchio Brontolone ancora fumante e grigio ma non infinitamente distante, i suoi occhi la potevano ingannare ma le pareva che non potessero esserci più di dieci giorni di cammino fra il vulcano e la montagna, ingannandosi potevano essere venti, vogliamo esagerare, un mese ma non cinque, sei, sette o chissà quanti di più ne erano invece passati. Il tempo; puntava un obbiettivo, scalava lasciando che le mani le sanguinassero per lo sforzo, lo raggiungeva dopo un tempo infinito, quando invece poco prima le era apparso solo a qualche decina di metri da lei. Scalava e sbucciava i suoi ginocchi, si arrampicava e feriva le sue mani mentre il vestito le si consumava addosso, la sua pelle, persa l’iniziale invulnerabilità, era divenuta una corteccia di sangue rappreso e croste, sulle mani, sulle braccia, sulle gambe e sul corpo tutto, perché tutto utilizzato nell’assoluta impresa di raggiungere l’ambita cima. Di notte riposava vinta dalla stanchezza, una sensazione che negli ultimi tempi aveva provato sempre più insistentemente e sognava discese, discese infinite e verde, quel verde che aveva lasciato a valle e che desiderava tanto ritrovare, Maa la cullava leccandogli e disinfettandogli le ferite, cercando di nutrirla e di dissetarla nel dormiveglia del suo delirio notturno. La cullava nel tentativo di renderle meno agitati i sogni di quelle ultime notti prima dell’arrivo e cantava nenie cantilenose che permettevano ad Ardea di perdersi in un sonno di pace e di tranquillità. Maa come un attenta madre la accudiva teneramente la notte e la sorvegliava attenta di giorno mentre la giovane scalatrice si cimentava in imprese da free climbing e da alpinismo estremo lungo le pareti sempre più scoscese della Montagna Rosa.

 

Smise di scalare quando giunse ad uno spiazzo vicinissimo alla vetta, il suo corpo era circondato da piccoli brandelli di quello che un tempo era stato un vestito candido come la neve, anzi di più come la luce, la sua mente ritrovò in un attimo la razionalità perduta in quei giorni di arrampicata furiosa e si sedette appoggiando le spalle alla montagna, con lo sguardo diretto verso il sole là dove il vulcano non fumava più, là dove un tempo aveva camminato, riso, gridato, temuto e corso pericoli sconosciuti, Maa le sedette accanto e le prese la mano.

<Aaa, aanca, ootagna aatta, iima iicina, Aaa iivata, Maa etta!>

<Maa resta? E Ardea dove va? Dove mi porteranno quelle nuvole rosa piccola Maa?> domandò con un filo di delusione ma consapevole che così sarebbe stato <E perché mai ci dovrei andare senza di te, ti porterò con me invece, ci terremo strette strette, vedi Maa, ecco lassù la Vetta Rosa, sono pochi metri, alla velocità di questo mondo lumaca forse ci vorrà ancora un giorno ma lo faremo insieme tu aggrappata a me io stretta a te.>

E così partirono, Ardea nuda della sua scomparsa veste e Maa dolcemente appoggiata alla sua schiena a farle da calda pelliccia per quell’ultima, serena, lenta salita. Mentre il sole calava per l’ultima volta sulla verde vallata che era stata un tempo, mentre le ultime gocce di luce rendevano appena appena chiari gli ultimi appigli a cui la coraggiosa scalatrice si sarebbe dovuta affidare, Ardea pianse, di gioia e di speranza, per il mondo che stava lasciando alle sue spalle e per quello che avrebbe desiderato trovare oltre la cima. Ancora una volta la tenera Maa faticosamente ma con l’amore di cui era capace, le cantava filastrocche senza senso nelle orecchie e ansimando quasi come se a tenere il peso di tutto fosse lei anche la dolce  Maa pianse della  gioia e della speranza, per la vita che avrebbe atteso finalmente Ardea.

 

Arrivarono faticosamente sulla cima, infilando la testa in quelle morbide tenere nuvole rosa, profumate e allettanti e Ardea si perse in quel bearsi, fondendosi in tutt’uno con l’essenza della sua cara Maa, convinta di aver raggiunto infine la sua meta di potersi adesso sciogliere nell’essenza del nirvana di quel paradiso rosa che era riuscita a raggiungere, quell’eden di beatitudine celestiale che l’aveva chiamata, che l’aveva attirata a se, che ancora adesso come una enorme mano sentiva chiuderlesi intorno, quasi come a lasciarsi cogliere come un frutto maturo dall’albero della vita di cui aveva oramai percorso tutta la strada. Da beatificante la sensazione divenne piano piano quasi fastidiosa e poi leggermente spiacevole, fino a diventare opprimente, si risvegliò di soprassalto dal suo incantesimo, come se le sensazioni dolci provate fino a pochi attimi prima fossero solo sirene che con il loro soave canto l’avevano attratta in un ingannevole tranello, là da dove non sarebbe più  riuscita a fuggire da sola, allungò le braccia, tese le mani e spalancò la bocca in un grido di aiuto, persa nelle nebbie rosa della sua desiderata meta.

<Maa, Maa ti prego predi le mie mani, Maa dove sei, Nonno, nonno aiuto nonno. Aiutatemi per favore, tiratemi fuori di qui, che cosa devo fare adesso? Cosa sta succedendo?> continuava a gridare mentre la voce le si spezzava in un pianto che finora le era sempre rimasto chiuso dentro, riusciva infine a sfogare la sua paura fino in fondo, vivendo del terrore che la stava attraversando in quel momento <Maa ti prego non ti vedo, dove sei fatti sentire Maa. Aiuto nonno, nonnoooo!>

<Sei arrivata Ardea, sei arrivata alla fine del tuo cammino, adesso lascia che sia fatto di te ciò per cui ai lottato fino ad ora, lascia che la tua vita si sciolga in questo abbraccio intorno a te buona fortuna mimmina, buona fortuna e addio>

<Nonno nooo, nonno non mi lasciare sola, nonno ho paura, questa cosa mi sta stringendo, mi sento soffocare, Maa Maa dove sei? Maaaaaaaaa!>

<Aaa ao, ao, Maa ama Aaa, ao Aaa ao>

 

Non riusciva a capire. No, non capiva. Sentiva quel cunicolo che l’aveva catturata inaspettatamente, farlesi sempre più aderente, sentiva il suo corpo ingombrante farsi strada a fatica e non capiva. Pochi attimi prima stava beandosi serena, certa di essere finalmente arrivata alla meta, certa che di lì a poco sarebbe stata capace di capire tutto, capire da dove era arrivata, capire come e perché aveva fatto tanta strada e soprattutto capire dove e perché stava andando, era convinta che avrebbe superato la cresta della montagna e che guardando oltre avrebbe finalmente visto la sua destinazione, il luogo, il posto, la cosa, la persona, insomma il suo destino e avrebbe fatto sentire a tutto e a tutti il suo sospiro di gioia perché ce l’aveva fatta. Poi l’inattendibile, il torrente era divenuto prima un fiume, poi un mare, poi si era alzato il vento e un uragano aveva travolto ogni cosa, non si vedeva più terra non si vedeva più luce, non si vedeva più. I colori se ne erano andati, migliaia di sfumature svanite in un attimo, prima vedere tutto, sentire con gli occhi il calore dell’iride completa, avere in testa i ricordi che pullulano di colori e dopo non vedere più niente, sentire il freddo, il gelo che si aggrappa violento agli occhi e che ne strappa i colori ad uno ad uno come si strappa una bandiera al vento, un lembo per volta. Ritrovarsi avvolta da un bianco gelido che si incunea dentro gli occhi e si impadronisce della mente, sentire e poco dopo non sentire più, come immersa in un acqua che travolge e riempie. Così Ardea si era ritrovata circondata dall’acqua arrivata da chissà dove, tra le nuvole della Vetta Rosa, trascinata impotente, sbattuta, inghiottita e poi pigiata a forza in quel pertugio buio. Aveva tentato con tutte le sue ormai esigue forze di resistere, le braccia esili e sfinite avevano lottato contro il liquido che la circondava e contro le pareti del canale in cui si era andata ad infilare nell’inutile tentativo di uscirne fuori o cercando almeno di non andare avanti, sentendo il terrore che le toglieva le forze. Piangeva ancora Ardea e sentiva svanire la coscienza dentro di sé. Un filo dopo l’altro si smagliavano il suo sapere, i ricordi, le giornate di sole, il Vecchio Brontolone, i sogni che le avevano tenuto compagnia, i giochi, le corse spensierate. Avanzava contro tutte le sue forze, contro la sua volontà, contro ogni lembo di pelle, contro tutta se stessa, avanzava ed ogni minimo spostamento in avanti era un filo che se ne volava via e che non sarebbe mai più tornato, Baane, erba soffice, laghetti cristallini e poi terribile, il nonno, quella coscienza antica che le aveva dato il coraggio di andare avanti e la piccola amorevole Maa che l’aveva più volte materialmente trascinata o spinta nel suo lungo peregrinare verso quella spaventosa e incognita meta. Poi tutto ad un tratto fu colpita da una sensazione allo stesso tempo di pace e di terrore, sentì che presto non avrebbe ricordato più niente dei mesi passati e questo la rattristava, di più la atterriva privandola delle sue sicurezze, delle certezze, delle basi che fino a quel momento l’avevano accompagnata e sorretta, che le avevano indicato la strada ed erano state il suo fine ed il suo mezzo, il suo alibi e la sua crociata. Perdere la memoria di se stessa, delle esperienze vissute, tutte quelle cose fatte, viste, udite e sentite, i sapori, i colori, gli odori, dimenticare tutto, di più perdere tutto sentirselo strappare di dosso, sentirselo estirpare, come se le aprissero il costato per strapparle via la vita, proprio da dove ad ogni battito la vita si crea. Poi d’improvviso il contrario, sentire la gioia di poter un giorno ritrovare ancora tutto dentro di se, nascosto, celato inconscio, non come spada da battaglia ma come benda, per le ferite più profonde, quelle che sarebbero arrivate fino nei recessi più reconditi del suo cuore. Visse un attimo, quell’attimo che è l’eternità e capì tutto. L’attimo che si trova esattamente nel mezzo, a cavalcioni di quell’ultima cresta riuscì a vedere al di là e poteva ancora vedere il di qua e capì tutto. Seppe in quel preciso momento che avrebbe vinto una nuova vita e che avrebbe perduto la vita che aveva, seppe chi era, come mai era, da dove veniva, dove sarebbe arrivata e perché e vide nitidamente davanti a sé la vita sua e di tutti e questa fuggevole e nitida visione le donò la pace e l’energia per oltrepassare la vetta e gettarsi con gioia al di là del rosa delle nuvole e dimenticare tutto, la verità era, la verità era… era…

 

Il dottore la sollevò tenendola per i piedi, le dette una prima e sommaria controllata, non la prese a sculaccioni, come invece fanno sempre nei film e nei racconti, l’avvolse in un candido telo di cotone, si avvicinò alla madre esausta che ancora stava stringendo con forza le dita livide del padre e la porse loro pronunciando poche chiare parole:

<È proprio una bellissima bambina!>


LE FANTASIE DI STEO