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Allo Stagno

Steo


Aquile e Paperi

 

Pierino Paperino era veramente un gran testardo e sua madre, Matrona Paperona, era proprio disperata. La poveretta aveva avuto una nidiata di dieci pulcini, aveva accudito tutte le uova allo stesso modo, le aveva tenute ben al caldo e aveva aiutato tutti i piccoli ad uscire dal guscio, uno ad uno con la stessa cura, con lo stesso amore. Pierino Paperino si era però dimostrato subito un gran bel ribelle, appena rotto il suo uovo se ne era uscito fuori non con un bel “qua qua”, come tutti i suoi fratelli e le sue sorelle, ma con uno stridente “ahaa ahaa” come quello di un uccello predatore. Pierino si credeva infatti un Aquila e non c’era assolutamente modo di poterlo convincere del contrario. Si era dipinto il piumaggio come quello del grosso rapace e si arrampicava sugli alberi a forza di becco e zampe e poi si gettava di sotto nel tentativo, a dire il vero del tutto vano, di riuscire a volare proprio come un aquila. Matrona Paperona si era rassegnata e con il passare del tempo si era abituata alle stranezze di Pierino. La vita nello stagno era così proseguita nella normale quiete, rotta ogni tanto dalle scorribande di Pierino che, travestito da aquila, cercava di predare i compagni di gioco che, più che spaventarsi, si burlavano di lui. Un bel giorno si trovò a passare per lo stagno un bella paperina e Pierino le si getto incontro cercando di spaventare anche la nuova venuta. Quando però le si trovò di fronte rimase proprio come un papero, davanti a se si presentava la più bella paperina che i suoi occhi avessero mai visto.

“Chi, chi, chi sei tuuu?” le chiese Pierino tra lo sbigottito e l’estasiato.

“Ciao” rispose la paperetta, “Io sono Peperina Paperina e tu chi sei con quegli strani colori sulle piume, che razza di volatile sei così conciato?”

A sentirla rivolgerglisi in quel modo Pierino sprofondò nello stagno per la vergogna, immergendosi completamente zampe incluse e quando se ne ritornò fuori l’acqua aveva fortunatamente ripulito tutte le sue piume dagli strani e assurdi colori con cui si era dipinto. Vedendosi così ritornare bianco candido si sentì pure ridiventare papero e fiero di esserlo.

“Io sono Pierino Paperino e scusa per quello strano travestimento” le disse mentendo un po’, “Stavo facendo divertire i miei fratelli” aggiunse senza andare lontano dalla verità “Sai loro ancora passano il tempo giocando ma tu da che parte dello stagno provieni?” le chiese finalmente.

“Io vengo dalla gola là in fondo, sono molto stanca e non so proprio come poter fare per ritornare al mio nido”

“Non preoccuparti” le disse Pierino “Ti accompagno io e se ti stancherai ci fermeremo per farti riposare, fino a che non saremo arrivati io veglierò su di te”

Da quel giorno Pierino Paperino non ha mai più pensato alle aquile e non ne ha mai vista nessuna né vera né finta, vive invece sereno la sua dignità di essere papero e la sente volare alta sopra tutto lo stagno libera e fiera.

Ed ogni sera guarda il sole tramontare oltre lo specchio d’acqua,  tenendo le morbide zampe di Peperina Paperina.

 

 


 

Zan Zan

 

Zanza e Rina erano due inseparabili e insopportabili comari, allo stagno nessuno ma proprio nessuno riusciva a sopportarle. Le due zanzare non si adoperavano certo per farsi degli amici fra gli altri animali, anzi gongolavano della loro insopportabilità. Durante il giorno sonnecchiavano, finché il sole era alto e quelle poche volte che si degnavano di partecipare alla vita dello stagno, era soltanto per sbeffeggiare gli altri. Si mettevano tranquille, sedute su di un filo d’erba e trascinavano la giornata punzecchiando gli sfortunati abitanti del laghetto che si trovavano a portata di pungiglione. Entravano nelle narici delle povere anatre e facevano loro il solletico oppure le pungevano sul didietro e poi, veloci, se ne volavano via prima che queste le potessero raggiungere con una beccata. A volte nuotavano a pelo d’acqua e si facevano vedere dai pesci che, sempre affamati, appena se ne accorgevano balzavano fuori a bocca aperta dandosi un gran colpo con la coda, le due zanzare però facevano sempre in tempo a scansarsi e i pesci finivano dritti dritti nelle reti tese dai pescatori. Una volta mentre erano sdraiate placide su di un filo d’erba che sporgeva fin sopra lo stagno, fecero di tutto per farsi notare da una piccola rondine, questa si gettò in picchiata per ingoiarsele ma loro volarono via con un balzo e la povera rondinella finì a farsi il bagno nell’acqua fredda. La sera allo stagno tutti se ne andavano a dormire presto e per le due ronzanti amiche il laghetto diventava tropo noioso, così andavano in paese a fare baldoria, gli uomini erano il loro piatto preferito. Se ne tornavano all’alba ubriache di sangue, spremuto e succhiato ad ogni angolo, nelle taverne unte e sudate e nelle osterie rumorose e distratte, addirittura a notte fonda li attendevano nei risvolti dei letti, pronte a ronzare fuori appena gli sfortunati umani cercavano di prendere sonno, questo le faceva veramente divertire. Ma il loro momento preferito era la domenica, ah quello era giorno pieno. Al mattino presto arrivavano i cacciatori, tutti bardati e organizzati si appostavano in silenzio nei loro capanni, a quel punto Zanza e Rina entravano in azione, prima gli si mettevano a ballare davanti agli occhi, poi gli ronzavano nelle orecchie ed infine li infilzavano dietro il collo e succhiavano liete il loro sangue. I poveri cacciatori erano così presi a difendersi dalle zanzare che non riuscivano mai a sparare un colpo e le due comari se la ridevano di gusto. Nel pomeriggio arrivavano le famigliole per il pic nic e le due zanze si gettavano a capofitto sulle rosee braccia scoperte, sulle caviglie e loro piatto prelibato, sulle faccine dei poveri bimbi in fasce, che venivano poi ritrovati nelle loro carrozzine con il visetto ricoperto di brufoli rossi. A questo punto le due davano veramente di matto.

Un giorno si trovava a passare di là Silvana la rana che stava insegnando il nuoto ed il salto ai suoi ranocchini.

“Su su da bravi, così, allargare bene le zampette” esortava i propri piccoli, “e adesso su, una bella spinta e un gran salto in alto” li spronava.

“Zzi, zzi, che bravi, che bravi, zzaltate, zzu da bravi zzaltate” intervennero prontamente le due zanzare, “zzaltate e fate un bel zzalto in alto, cozzì quando viene il contadino gli zzaltate tutti in padella e lui non si affatica a darvi la caccia” e poi “zzzz, zzzz, zzzz, zzzz” se la ridevano ronzando di gusto.

“Lo trovate tanto divertente?” le apostrofò Gosto il rospo.

“ Zzi, zzi, che rizzate, tutti i ranocchini in fila che zzaltano e poi tutti i ranocchini zzaltati in padella, zzzz, zzzz, zzzz, zzzz” ridevano a crepapelle.

Gosto non fece altre domande, aprì la sua grande bocca e ne fece uscire una lunga lingua che schizzò verso le due zanzare le quali sgranarono gli occhi per la sorpresa ma non fecero in tempo a spostarsi e ci si appiccicarono sopra. Si sentì solo il rumore dello stomaco di Gosto che le inghiottiva, poi un tranquillo silenzio.

Allo stagno nessuno sentì mai la loro mancanza.

 

 
 


Croak

 


Le serate estive allo stagno trascorrevano tiepide e tranquille, l’acqua era ancora tiepida e l’aria fresca della sera mitigava il gran caldo che aveva accompagnato l’intera giornata tra schiamazzi, starnazzi e schizzi. Lo stagno si preparava al riposo notturno e dopo l’insistente frinire delle cicale che aveva annoiato e sfinito le orecchie di tutti gli abitanti dello stagno, finalmente ci si abbandonava ad un placido sonnecchiare; ci si ripuliva ben bene il piumaggio o si lustravano le squame, ci si scambiavano gli ultimi pettegolezzi, si mettevano a nanna i piccoli e gli innamorati di tutte le razze e di tutte le dimensioni si scambiavano il bacio della buonanotte.

Quando il silenzio ormai imperava su tutta la superficie dell’acqua e nei dintorni, quando tutti stavano ormai per assopirsi e dedicarsi ad un lungo e ristoratore sonno che li avrebbe sanati delle stanchezze della giornata trascorsa e li avrebbe rinvigoriti e resi pronti ad affrontarne una nuova e movimentata, l’indomani, ecco proprio a quel punto si sentiva chiaro, luminoso nel buio il primo verso:

<Croack!>

No, non era a quel primo verso che il sonno veniva interrotto, ma sicuramente era ormai spezzato l’incantesimo del riposo.

<Croack, croack!>

Ecco, a questo punto tutto lo stagno era nuovamente sveglio e da quel momento in poi si riusciva ad udire un solo rumore, un solo verso:

<Croack, croack, croack, croack, croack, croack!> e non sarebbe più finito per tutta la notte. Era la famiglia Ranocchioni.

Non si poteva davvero più andare avanti così, i piccoli di madama Paperotta si svegliavano impauriti di soprassalto e starnazzavano tutta la notte. Nonna Anatrona, già a vanti con l’età e bisognosa di riposo soprattutto dopo il caldo della giornata trascorsa, ansimava su e giù per lo stagno brontolando e borbottando. I pesci saltavano fuori indispettiti, Comare Talpona era costretta a scavare profondissimi tunnel per dare riposo alla sua famigliuola e perfino le cicale, che avevano cantato tutto il dì, avevano le loro rimostranze da fare e incredibile a dirlo, pure Sor Grillo, che era addirittura di rango nobile sì che tutti lo chiamavano il Marchese, non si tirava da parte a osteggiare il gracidare delle rane, che a suo dire impediva a loro grilli di potersi scambiare i messaggi musicali a cui tanto tenevano e a cui si dedicavano con impegno.

Un bel giorno fu indetta un assemblea di tutti gli abitanti dello stagno e ognuno ebbe da dire la sua contro Ugo Rospo, Claretta Ranocchietta e la loro gracidante prole.

<Mi si drizzano le piume, appena li ascolto così mi bagno e prendo il raffreddore> disse Martina Paperina.

<Se di notte non riposo, prima o poi mi pescano!> brontolò Fausto Trota.

<I miei piccoli devono imparare a volare, se non riposano finiranno tutti a capofitto nell’acqua> aggiunse Gino Rondone, che aveva il nido su di un albero proprio sopra lo specchio d’acqua.

Insomma tanto dissero e tanto fecero che l’assemblea, all’unanimità, decise di cacciare la famiglia Ranocchioni ed il loro insopportabile gracidare.

Le notti diventarono silenziose, tranquille e rilassanti e tutta la popolazione ne rimase felice e finalmente riposata, fino a quando…

Il silenzio dello stagno aveva attirato nella zona nuovi animali, grossi, affamati e predatori. Così gli abitanti dello stagno persero di nuovo il sonno ma stavolta era la paura la causa dell’insonnia per cui tutti divennero di nuovo nervosi e e ancor più intrattabili di prima.

Fu proprio il Marchese, Sor Grillo che, con il capo cosparso di cenere andò a trovare la famiglia Ranocchioni nella loro nuova abitazione e li pregò in ginocchio a nome di tutto lo stagno di tornare a gracidare nelle loro acque natali.

Da allora, ogni sera, allo stagno si tiene il concerto dei ranocchi, diretto personalmente dal Marchese, con scrosci di applausi, volteggi di uccelli e salti e schizzi della famiglia de Trotis. Quando poi il buio è profondo nonno Apone passa con il suo secchiello pieno di cera e tura le orecchie a tutti, passeri, cavedani, salamandre e così via. E fra uno sbadiglio e uno sbatter d’occhi, augura la buona notte all’intero laghetto.

La famiglia Ranocchioni continua poi, da sola, la sua esibizione gracidatoria a difesa dello stagno e finalmente tutti dormono felici e contenti.
 
 


Ramon el toro

 

Al termine di ogni faticosa giornata di pascolo, più o meno al calare del sole, veniva a passare dalle parti dello stagno una nutrita mandria di mucche; bianche, enormi, quiete, e con delle lunghissime corna che svettavano verso il cielo. Dopo aver ruminato per l’intero giorno, sotto il sole cocente o sotto la pioggia battente, si fermavano tutte in fila, l’una accosto all’altra, ad abbeverarsi nell’acqua fresca e dissetante dello stagno. Silenziose, tranquille e a dire il vero un po’ troppo scorbutiche, si accomodavano sulla riva e intingevano i loro grandi musi dentro l’acqua, capitava addirittura a volte, che qualcuna si immergesse per intero nello stagno, per trovare refrigerio o forse per liberarsi di qualche dispettoso insetto che le si fosse attaccato, troppo voracemente, alla pur dura ma sempre sensibile pelle. Ogni sera per i pesci era un appuntamento fisso, si avvicinavano alla sponda del laghetto e da sotto si mettevano a guardare le facce enormi delle mucche, immerse nello stagno, le lunghe lingue si muovevano veloci per imbarcare acqua e farla scendere nella gola e nello stomaco. E sì, viste al contrario, erano proprio buffe. Fra i tanti pesci curiosi che si davano appuntamento per questo ameno spettacolino serale c’erano due pesci gatto Micio e Mocio, due fratelli che si dilettavano nello studio degli animali che gravitavano intorno allo stagno e su ognuno di loro dipanavano assurde teorie basate principalmente sulla loro ignoranza, caratteristica che non avrebbero mai voluto ammettere. Allo stagno si facevano chiamare professore da tutti e guai a chi non anteponeva tale aggettivo davanti ai loro nomi. Esaminavano ogni sera le pacifiche mucche ed erano attratti in particolar modo da quell’enorme borsa con le rosse dita che penzolava loro da sotto la pancia. Dopo numerosi sforzi a convincere le mucche a parlare, erano arrivati a conoscere l’esatta, per una volta, utilità di tale accessorio. <Queste sono le nostre mammelle> aveva infine detto loro spazientita la mucca Rosina, per liberarsi dalle insistenti domande <Sono la fonte della vita, qui si attaccano i nostri vitellini per succhiare il latte che li farà crescere forti e sani, qui si abbevera anche il contadino che con il nostro latte nutre tutta la sua famiglia.>

Soddisfatti e inorgogliti da tanta conoscenza che era loro caduta addosso, nuotarono per lo stagno a raccontare a tutti la nuova grande scoperta.

Un bel giorno si fermò ad abbeverarsi allo stagno il giovane toro Ramon ed i professori Micio e Mocio accorsero immediatamente ad esaminare la mucca nera non appena Ramon immerse il muso nell’acqua.

<Si, si, si, ne avevo già viste anche di marroni> sentenziò il professor Micio, <Io ne conoscevo anche di pezzate con macchie di colori vari> aggiunse Mocio <Ma non ne avevo mai viste di completamente nere> e si gettarono sul povero toro a ricoprirlo di domande. Chi sei, da dove vieni perché sei nera e bla bla bla un sacco di domande inopportune e insopportabili e poi il colpo di grazia:

<Dove sono le tue mammelle?> chiese insospettito Micio

<Già è vero dove sono le tue mammelle, quelle tanto utili e dal succo così importante e saporito? >

Il povero toro Ramon non seppe rispondere, non ci aveva mai pensato e non ci aveva mai fatto caso, tutte le mucche che conosceva avevano le mammelle e anche la sua mamma lo aveva nutrito con il succoso nettare che se ne succhiava fuori e lui, lui le mammelle non le aveva, gli rimaneva soltanto un ciuffo di peli proprio nel mezzo alla pancia.

I due pesci gatto cominciarono  a studiarlo approfonditamente, analizzando i dati di cui erano in possesso e effettuando nei giorni successivi studi approfonditi su di lui e sulle mucche che si avvicinavano allo stagno. Il povero Ramon si affidò completamente ai loro consigli, ahimè, stolto più lui dei due pesci gatto che si credevano professori, così passarono i giorni e il consulto medico del Professor Micio e del Professor Mocio dette il responso, il toro Ramon aveva una inspiegabile ed esotica malattia che chiamarono smammalia o più comunemente conosciuta come malattia dei senza mammelle, per la quale non si era ancora scoperta alcuna cura. Rattristato depresso e disperato il toro Ramon vagò ancora per giorni abbattuto a guardare ed invidiare le belle protuberanze piene di latte, che ogni mucca sana si portava comodamente appese al ventre.

Un bel mattino il contadino caricò il toro Ramon sul carro per portarlo alla monta taurina e là incontrò il vecchio zio Manuel che, vedendolo così depresso, gli chiese il motivo di tanta tristezza e Ramon si confessò.

Lo zio Manuel scoppiò in una sonora e canzonatoria risata e pensò bene di spiegare alcune cose a Ramon prima che fosse troppo tardi. Gli parlò di api e di cavoli di cicogne e di farfalle e lo rassicurò sul fatto che le mucche avevano sì le mammelle per nutrire i piccoli ma che questi nascevano proprio grazie al fatto che loro tori le mammelle non le avevano.

Rinvigorito e rassicurato Ramon dette così avvio ad una fruttuosa carriera di toro da monta, ridendo poi di se alla vista dei propri vitelli che succhiavano il latte dalle mucche  loro madri e per un bel pezzo se ne stette lontano dallo stagno.

Durante un breve vacanza alla fattoria natale, in un pomeriggio di sole, si recò allo stagno e mentre si abbeverava per rinfrescarsi dell’arsura di quel torrido giorno, riconobbe il Professor Micio e il Professor Mocio nel retino del figlio del contadino che si trovava a pescare nel laghetto. I due si dimenavano con forza ma inutilmente, nel tentativo di riuscire a sgusciare fuori dalla rete, così Ramon sorpreso e divertito si avvicinò loro e disse:

<Salve a voi signori miei, ben ritrovati ma cosa vedo mai, voi dovete essere ben malati e di qualche malattia assai rara che si potrebbe chiamare probabilmente sgambata o più volgarmente malattia dei senza gambe, siete molto sfortunati ma non preoccupatevi imparerete qualcosa di nuovo e importante stasera, anche se non avete le gambe salterete lo stesso in padella>

Così detto se ne andò con un sorriso sulle labbra ed un fascio d’erba in bocca, da masticare con tranquillità ed in pace. Ancora oggi Ramon è conosciuto come uno dei migliori e più prolifici tori della regione.
 
   


Saggio a tutto tondo

 

Sul fondale sabbioso dello stagno aveva preso casa da tempo un vecchio barbo, conosciuto da tutti come il Sapiente dello stagno. La sua anziana età e la sua esperienza ne avevano fatto il saggio del laghetto. Tutti, più o meno, si erano da sempre rivolti a lui per i più svariati e innumerevoli consigli che andavano dall’educazione dei piccoli alla costruzione di tane sicure, passando per indigestioni, ami scampati e mal di pinne. Rosina Trotina gli aveva chiesto udienza per avere da lui preziosi lumi al fine di poter conquistare il bellissimo ma scontroso Albertone Trotone e  il Sapiente  le aveva dato così ottimi suggerimenti di comportamento che Rosina si era maritata di lì a un mese. Gaetana la rana aveva chiesto consigli per migliorare la sua tecnica di cattura degli insetti, il Sapiente le aveva dato degli attrezzi per allenare la lingua e Gaetana era divenuta la più lesta e paffuta rana dello stagno. Rino il girino era dovuto andare a scuola dal Sapiente per imparare a saltare correttamente e poter diventare un bravo ranocchietto, dopo due mesi di esercizi finalmente era stato promosso.

Per ringraziamento dei saggi consigli, gli animali dello stagno portavano in dono al Sapiente dei preziosissimi e prelibati doni: insetti serviti tra due chicchi di mais, paffuti vermi abilmente tolti dagli ami dei pescatori, lombrichi e bachetti vari e il vecchio pesce si ingrassava felice, chiuso dentro la sua tana. A volte anche se nessuno lo chiedeva il saggio barbo si metteva a raccontare vecchie storie di vita dello stagno e chi passava dalle sue parti si fermava, come attratto da una calamita ed ascoltava incantato. Da un suo racconto c’era sempre da imparare qualcosa e la dura vita dello stagno riservava sempre delle brutte sorprese a cui era meglio esser pronti a far fronte.

Il tempo passava e il sapiente ingrassava dentro la sua tana, tanto era ingrassato che ormai non poteva più uscir fuori dal suo rifugio, così continuava a dispensare consigli attraverso il piccolo foro da cui, magro, era entrato tanto tempo prima.

Bruno, l’orso che ogni tanto, passando da quelle parti, si fermava a fare uno spuntino al lago, pensò bene, per diletto, di mettersi a scavare una buca sulla riva dello stagno. Il suo intento, più un passatempo che altro, era di accertare se qualche succulenta larva o chissà, un saporito animaletto nascosto in attesa di sbucar fuori a notte fonda, si potesse celare sotto la morbida erba della riva. Scava scava arrivò fino alla piccola grotta che ospitava il rotondo Sapiente e ne fu felicemente sorpreso, tanto da complimentarsi di aver avuto una tale insulsa ma ben riuscita idea. Anche il Sapiente ne fu più che sorpreso, cercò di dimenarsi e di stringersi più che poteva per fuggire passando attraverso l’angusta apertura della sua tana ma arrivato alle branchie, non riuscì proprio ad andare avanti ed ogni sforzo fatto lo portò ad immobilizzarsi sempre di più.

Stanco e sfinito, rigido come un baccalà, rischiava davvero di diventare il piatto principale della cena che Bruno avrebbe presto potuto fare. L’orso se ne sarebbe fatto volentieri un sol boccone ma il vecchio barbo era diventato talmente grande, ingrossato a com’era a forza di mangiare i doni culinari degli abitanti dello stagno e a non far mai una nuotata per il laghetto, che l’orso avrebbe dovuto addirittura apparecchiarsi la tavola per poter gustare il pescione con calma sulla riva dello stagno.

Tutto questo avrebbe potuto diventare realtà da un momento all’altro se non fosse passato per caso da quelle parti un cacciatore. Era proprio un cacciatore di orsi e quando vide la sua preda preferita non perse un attimo di tempo, imbracciò il fucile in men che non si dica e si mise a sparare a più non posso, senza nemmeno prendere bene la mira, tanta era la foga che aveva di conquistarsi quel bel trofeo, di cui già vedeva la pelle coperta di folto pelo distesa nel salotto dove teneva diversi trofei delle sue tante cacce per il mondo. Ma tanta fu appunto la fretta di catturare quella preda, a cui da così tanto tempo dava la caccia, che di tutti i colpi che sparò nemmeno uno andò a colpire l’orso e il cacciatore se ne dovette ritornare a casa sconsolo e senza cartucce.

Intanto Bruno che da quell’avventura ne scampò proprio per un pelo, appena aveva udito il primo colpo sparato dal cacciatore si era subito preso un bello spavento, aveva lasciato perdere il grosso pesce che se ne era ricaduto fortunosamente nello stagno e nella fretta di scapparsene via lontano aveva pesticciato tutto il terreno intorno a se facendo franare l’ingresso della tana del vecchio pesce sapiente. Senza nemmeno girarsi una volta Bruno l’Orso se ne fuggì via a gambe levate già dimentico della cena che aveva perduto, troppo occupato com’era a non diventare a sua volta il tappeto di qualcun altro.

Nel frattempo in tutta quella gran confusione, che era durata un attimo ma che era sembrata non finire mai, il vecchio Barbo era finito nuovamente in acqua e lesto lesto, approfittando del passaggio che le zampone dell’orso avevano aperto, se ne era nuotato veloce veloce nello stagno, verso la salvezza, verso la tranquillità. Adesso il grosso barbo nuota per lo stagno, felice per lo scampato pericolo e di aver abbandonato la stretta tana in cui si era disavvedutamente rinchiuso.

Anche questa volta tutti ebbero qualcosa da imparare da quella incredibile storia e il vecchio Sapiente più di tutti gli altri, adesso il pescione ha nuovi e importanti consigli per i pesci ed anche per qualche orso fortunato.

 

 
 



Il pesce surgelato

 


L’inverno allo stagno era sempre molto tranquillo. Quando infatti la stagione fredda faceva il suo imperioso ingresso sparivano, dalle rive del laghetto, le frotte di gitanti che le avevano tappezzate per tutta l’estate. Un orda barbara armata di tavolini, asciugamani e abbronzanti, sempre con i piedi nell’acqua a loro frescura ma a danno di chi sotto, nell’acqua, doveva destreggiarsi fra quella selva in movimento, spesso e volentieri, accompagnata da maleodoranti esalazioni. Non c’erano più nemmeno i bambini a rincorrere pesci, rane e cavallette ed erano spariti, per fortuna, anche i rifiuti che avevano  galleggiato untuosi o che erano sprofondati ingombranti sul fondo dello stagno. D’inverno però era freddo. Gli insetti se ne stavano rintanati al calduccio delle proprie tane, avvolti in bozzoli di tela ruvida che si erano cuciti intorno, dopo essersi infilati nella piega di un ramo, sotto una corteccia o in un piccolo foro. Gli animali più piccoli raramente mettevano il naso fuori dal tepore dei loro rifugi e solo i soliti ritardatari correvano ancora un po’ intorno all’acquitrino, alla ricerca frenetica delle ultime riserve di cibo da stipare nella tana e da consumare con calma e con parsimonia, durante il rigido inverno che, di li a poco, sarebbe arrivato prepotente a sospendere la frenetica vita dello stagno fino alla prossima primavera. Rane salamandre e serpentelli se ne stavano al riparo dalle gelide correnti invernali e tutti si prendevano particolare cura dei piccoli e delle larve preparandole a passare comode e sicure la lunga notte dell’inverno. Nello stagno la tranquillità l’avrebbe fatta da padrona per tutto l’inverno e poi sarebbe sbocciata nel vigore e nel calore della primavera. Beh per lo meno avrebbe dovuto, perché quell’inverno ci pensarono i pesci a movimentare lo stagno, anzi il pesce, il pesce Gustavo.

Gustavo la Reina era un pesce a dir poco vanitoso, anche se si deve ammettere, che in fondo ne aveva tutte le ragioni perché era proprio un bell’esemplare. Grosso, robusto, con i suoi bei labbroni carnosi le squame luccicanti ed uno sguardo languido e ammiccante da pesce lesso. Gustavo passava intere giornate a rimirarsi nei sassi più brillanti o nei cocci di vetro e se in quel momento non c’era una superficie su cui specchiarsi, non si riguardava certo dal fermare trote o cavedani e chiedere loro quanto fosse bello e se non fosse addirittura il pesce più bello dello stagno. Se poi proprio non c’era nessuno si affacciava addirittura fuori dall’acqua, alla ricerca di una rana, di una lucertola, di una cavalletta o di chiunque dovesse passare in quel momento, per interrogare il malcapitato sulla propria bellezza e magari chiedere osservazioni o consigli su come mantenere le squame lucide o la pinna caudale più dritta. Gustavo era ancora giovane ma alla prossima primavera avrebbe finalmente raggiunto la maturità ed anch’egli si sarebbe potuto accoppiare con una bella pescia, per fruttificare poi l’unione con una sfilata di avannotti, magari tutti belli come lui. Per coronare i suoi desideri e soddisfare la sua indiscussa e preponderante vanità, aveva perciò deciso di farsi vedere in tutta la sua bellezza, potenza e grazia dalle signorine pesce dello stagno, le quali sicuramente si sarebbero tutte innamorate di lui che poi, con calma durante l’inverno, avrebbe potuto scegliere fra queste la sua fortunata, a suo pensare, compagna per la prossima primavera. Gli altri abitanti del lago sopportarono a mala pena tutto ciò! Nuotava avanti e indietro freneticamente tutto il giorno, in su, in giù, a pancia sotto, a bocca aperta, con le pinne ben distese e in mostra in tutto il loro splendore e poi salti a non finire, un potente balzo fuori dall’acqua e poi grandi tuffi nello stagno e spruzzi da tutte le parti e non si può certo negare che fosse davvero bravo oltre che davvero bello. Ma l’inverno si faceva ogni giorno più rigido e una bella, non per Gustavo, mattina il laghetto gelò e lo fece proprio mentre il vanitoso tuffatore stava facendo un salto lunghissimo, con avvitamento e capriola. Ebbe appena il tempo di infilare la testa nell’acqua che il ghiaccio lo congelò, così mezzo dentro e mezzo fuori a conservare immobile la sua azione incompiuta, come fosse una fotografia. Gustavo rimase in quella posizione per l’intero inverno, nel vano tentativo di dibattersi e liberarsi, con la pinna fuori dal ghiaccio quasi come una freccia ad indicare la sua posizione nell’immacolata distesa bianca che aveva surgelato lo stagno. Da quello sfortunato momento fu costretto a trascorrere l’inverno in una posa scomoda e alquanto ridicola, sì che tutti poterono notare quanto fosse bello ma anche quanto fosse sciocco. Senza contare che riuscì a nutrirsi solo di quel poco che, per caso, passava davanti alla sua affamatissima e sempre più insoddisfatta bocca. A primavera, con i primi giorni di tepore, la lastra di ghiaccio che ricopriva lo stagno cominciò a sciogliersi e Gustavo, ormai ridotto alla lisca, riuscì finalmente a liberarsi. Da vero vanitoso incallito qual’era, la prima cosa che fece fu cercare un vetro per specchiarvisi dentro ma quando si vide rimase sconcertato, il pesce grosso e in forma che era rimasto incastrato nel ghiaccio qualche mese prima era diventato uno scorfano secco e brutto mentre gli altri pesci, riposati e ben nutriti, apparivano tutti sani e belli, lucenti e robusti. Il povero Gustavo cercava di entrare nelle grazie di qualche signorina pesce ma queste, appena lo vedevano con le squame penzoloni e le pinne mosce mosce, scappavano via impaurite o si spanciavano dalle risate. Così  a Gustavo la Reina non più bello e non più imponente, non rimase altro che nuotarsene mesto, solo e pensieroso tra la melma del fondale mentre gli altri pesci saltavano e sguazzavano in coppie allegre e serene per tutto lo stagno.

 

 

 

 

 
 


 

 

Senza rete

 

A Lilla Libellula piaceva moltissimo volare. Era proprio contenta di non essere nata pesce, lucertola o lupo; nuotare strisciare o camminare non le sembravano affatto entusiasmanti come un volo librato sui prati o sullo specchio argenteo dello stagno. Forse una rana, beh una rana poteva quasi immaginarsi cosa fosse volare, anche se era solo capace di saltare e un balzo per quanto lungo fosse, non era mai come volare. E Lilla lo sapeva bene, perché spesso rospi e ranocchie le erano saltate dietro nel tentativo, per sua fortuna vano, di trasformarla in pranzo ma la piccola libellula volava più in alto, dove nessun salto poteva portare le sue inseguitrici.

Così Lilla volava, si produceva in armoniosi volteggi fra l’erba alta e poi si tuffava a volo radente sopra il laghetto, giravolte, giri della morte, acrobazie, planate e picchiate, poi d’improvviso volava in alto e ridiscendeva veloce sui prati e tra i fiori. Sua madre Lula Libe Lula era sempre molto preoccupata ed ogni volta che Lilla usciva di casa le raccomandava di non volare mai troppo in alto dove anatre, germani reali ed aironi ne avrebbero fatto un sol boccone. E nemmeno di volare troppo vicino all’acqua dove i pesci l’attendevano pronti a balzare fuori tutt’a un tratto e inghiottirsela mentre ancora sbatteva le ali.

Lilla invece non aveva paura, i suoi mille volteggi le avevano insegnato a destreggiarsi fra le bocche spalancate dei pesci ed i becchi appuntiti degli uccelli, a guardarla sembrava sempre che dovesse diventare il pasto di qualcuno e poi, all’ultimo momento, cambiava direzione, zigzagava, virava, si buttava in picchiata o saliva in alto verso il cielo libero lasciando risplendere nel sole le sue meravigliose alette color madreperla.

Era una meravigliosa giornata di primavera ed il calore che si sentiva nell’aria preannunciava una meravigliosa estate. Lilla volava tranquilla, divertendosi come sempre ad ingannare pesci rane e uccelli e facendo impaurire non solo la povera Lula ma anche le sue giovani compagne di giochi e di voli, le quali non si azzardavano mai a seguirla nelle sue avventate evoluzioni, artistiche ed ammirabili ma pur sempre pericolose. L’uomo non passava di là per caso, era a caccia di farfalle e la sfortuna volle che gli sgargianti e luminosi colori delle ali della volteggiante Lilla attirassero più del dovuto la sua attenzione, allungò appena il braccio con cui teneva la rete per farfalle, interessato a quell’esserino luminoso che le stava volando sotto gli occhi e Lilla finì dritta dritta nella rete. Dopo essere sfuggita ai più temuti predatori, alle più voraci bocche dello stagno, alle lunghe lingue dei rospi ed ai balzi delle rane, era finita fra le grinfie distratte di un mite ed amorevole cacciatore senza armi.

Lilla fu sopraffatta dalla paura, si mise a sbattere forte forte le sue alucce, quelle leggiadre ma robuste foglie di madreperla che mille e mille volte l’avevano tirata fuori dalle situazioni più disperate. I suoi tentativi rimasero però vani, avvolta com’era dalla rete, non riusciva che a dibattersi inutilmente, stancandosi senza ottenere alcun risultato, se non quello di aggrovigliolarsi ancora di più tra quelle maglie morbide che la stringevano.

L’omino si mise ad ammirare quell’animaletto che non smetteva di muovere freneticamente tutto il suo corpo in quello che si avvide era appunto il tentativo di sfuggirgli tra le mani. Certo non era venuto allo stagno a cacciar libellule, il suo interesse erano le farfalle, grandi e piccole con le ali dipinte come tramonti o come prati fioriti, con il sole che vi splendeva dentro o con l’accecante luce del mistero che vibrava fra i battiti delle ali. Ma quelle di mille colori quasi trasparenti della povera Lilla fecero si che, avendola ormai catturata, lo spensierato ometto decidesse di tenerla per se. L’avrebbe portata a casa per conservarla in un quadretto tutto per lei, con il fondo di velluto e la cornice di legno chiaro, con uno spillo nella schiena e le lunghe ali iridescenti distese a mostrare quelle luminescenze di cui Lilla era andata sempre molto fiera.

Dall’alto del cielo aveva assistito a tutta la scena un germano reale, ghiotto di insetti ed in special modo di libellule e pensò bene che quello che aveva intravisto nel retino del cacciatore non era certo un boccone da lasciarsi sfuggire l’uccello già si immaginava di stringere la libellula nel becco e di gustarsela con sommo piacere e mentre i suoi pensieri vagavano comandati dallo stomaco decise tutto ad un tratto di entrare in azione. Si gettò a capofitto verso Lilla ed il distratto cacciatore il quale se lo vide arrivare addosso chissà da dove senza nemmeno rendersi conto di costa stava accadendo. L’impatto fu inevitabile, il germano capitombolò per terra, perse qualche piuma e penso bene di darsela a ali spiegate prima che la sua maldestra azione gli provocasse qualche altro guaio. L’omino finì a gambe all’aria perdendo il controllo del retino che, volando per aria, allargò le sue maglie quel tanto che fu sufficiente a Lilla per spiccare il volo verso una nuova libertà.

Adesso Lilla vola alta fra anatre e germani ma sta molto ma molto attenta e vola bassa a pelo d’acqua fra pesci e ranocchi ma sta molto ma molto attenta, perché i pericoli sono sì quelli che conosce e sa come evitare ma ora sa che ce ne sono anche di nuovi, strani e sconosciuti nascosti dietro ad ogni filo d’erba.

 

 


 

Ciao a tutti e buon divertimento allo stagno.

 

LE FANTASIE DI STEO