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Attimi

nel corso di una vita

 

  

Steo

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Davanti allo Specchio


 

Quando è successo la prima volta ho avuto paura. La mia vita era già incasinata di suo senza alcun bisogno di ulteriori e indesiderati interventi. Con i miei andava da schifo, mio padre voleva soltanto che io studiassi quanto bastava per trovare un lavoro decente e portare un po’ di soldi a casa. Mia madre invece, voleva solo che studiassi quanto bastava a trovare un lavoro decoroso, magari in un ufficio, dove avrei avuto la fortuna, a suo dire, di conoscere qualche impiegato per bene con cui mi sarei potuta sposare e fare un paio di figli, magari un maschio e una femmina, proprio come me e mio fratello. Già mio fratello lui voleva solo che io mi trovassi un lavoro con uno stipendio sufficiente a pagarmi un affitto. Così gli avrei lasciato la mia camera e lui avrebbe finalmente, come mi ripeteva ogni giorno, potuto abbandonare la sua, che in realtà era un piccolo studio con una finestra vicina al soffitto, di quelle che si aprono solo verso l’alto e da cui non puoi vedere nemmeno il traffico, figuriamoci il cielo o un prato verde. Che lagna di fratello mieloso. Ma in fondo era lui il più piccolo, per cui doveva pagare lo scotto dell’ultimo arrivato. Se aspettava la mia camera doveva prepararsi padella e deambulatore, perché nel suo studio ci sarebbe diventato vecchio.

 

Vivevo in un marasma di sensazioni e di emozioni che insieme alle prime dolorose e devo dire schifose mestruazioni, erano entrate prepotenti nella mia già miserrima esistenza. Fino all’ultimo avevo sperato che non mi sarebbero mai venute. Quella che le aspettava in realtà era mia madre, pronta a riempirmi la testa di consigli non attesi e soprattutto prontissima a preoccuparsi per me, a proibirmi di uscire, a dirmi di stare attenta a quello che facevo, ai guai in cui mi sarei potuta cacciare e dulcis in fundum che i ragazzi volevano solo quello e che mi sarei dovuta trovare un tipo per bene al momento giusto. Sì a novant’anni. Di questo non doveva certo preoccuparsi, nessuno mi filava manco per sbaglio e quello che i ragazzi avrebbero voluto fare con me, a me faceva schifo solo a pensarlo. Più mi guardavo nello specchio e più mi rendevo conto che se non mi fossi decisa a fare qualcosa, non potevo impedire che da fuori si vedesse benissimo quello che ero dentro, una fallita. Non avrei permesso a nessuno di entrarmi dentro e scoprirlo finché non avessi trovato un rimedio. Chiaramente i miei erano all’oscuro di tutto questo, sembrava che loro non vedessero niente e niente mi chiedevano ed io non andavo certo a raccontargli i miei malesseri e i miei dubbi, ne sarebbero rimasti sconvolti, mi avrebbero preso per pazza e mi avrebbero fatto sentire più fallita che mai. Quei due erano nati nella generazione sbagliata, avrebbero dovuto fare i genitori di loro stessi, la loro mentalità era rimasta negli anni settanta, un po’ di libertà fino ad un attimo prima che potesse diventare piacevole.

 

Passavo le ore chiusa in camera con le finestre oscurate, la musica a tutto volume creava una bolla impenetrabile intorno ai pensieri, niente e nessuno poteva raggiungermi. Mi mettevo nuda davanti allo specchio, un metro e sessantacinque per sessantacinque chili, mi guardavo e sembravo stranamente normale. Sentivo però che non avrei dovuto rimanere inerte, che da qualche parte qualcosa che non andava c’era sicuramente. Tanto cercai che naturalmente, la magagna che albergava in me si fece viva. Infine la risposta alle mie insistenti domande arrivò come un lampo a squarciarmi la mente e a sconvolgere tutto, più di quanto non lo fosse già stato. La trovai mentre, come dopo ogni allenamento da tre anni a quella parte, rilassavo i miei muscoli sotto l’acqua calda nelle docce della palestra, la mia seconda casa, con le mie compagne intorno, come sorelle per me. Venne a sfidarmi proprio nel luogo dove mi sentivo più sicura, aveva osato troppo e per questo avrei dovuto sconfiggerla ad ogni costo. Finalmente avevo conosciuto la mia nemica. Da quel momento l’avrei combattuta con tutte le mie forze e con ogni mezzo a mia disposizione. Ma ancora non sapevo bene fino a dove sarei potuta arrivare, fino a dove l’ambiguità della vita mi avrebbe portato, fino a dove avrei spinto l’inutile braccio di ferro contro me stessa.

 

Guardai la Benedetti con degli occhi che devono essere apparsi strani perfino alla mia più cara amica Anna, che colta di sorpresa da quel mio atteggiamento prese a passarmi più volte la mano davanti agli occhi per verificare se vedevo o no, proprio come fanno i bambini piccoli quando giocano a mosca cieca e chi è sotto tenta di sbirciare da dietro la benda legata intorno alla testa. Ma ormai chi gioca più a mosca cieca, non ci abbiamo giocato neppure noi. Ed io, come se realmente fossi stata bendata, continuai a fissare imperterrita la mia compagna, anche attraverso le dita di Anna. La guardavo mentre se ne stava nuda e tranquilla sotto la doccia. Tanto la fissai che lei stessa alla fine se ne accorse e deve avere pensato che ci doveva essere qualcosa di troppo strano nel mio vacuo rimirarla, come se la guardassi con occhi nuovi, come se qualcosa fosse cambiato o che magari fossi diventata improvvisamente lesbica, finché ad un tratto cacciò un urlo furibondo quando si rese conto che le mie pupille erano fisse, incastrate, appiccicate, adesivate sul suo enorme sedere. Si voltò schiacciandosi al muro, coprendosi le pudiche intimità con le mani, come la peggiore delle attrici in un film di serie B degli anni ’70, con la doccia che insisteva nella sua inesorabile tortura, coprendo di acqua il suo corpo bianco, sulle possenti spalle, sulle braccia robuste, sulle sue mani grandi, capaci di colpire così forte la palla, che più di una volta le era capitato di prendere in faccia un avversaria e mandarla in infermeria con il volto coperto di sangue rosso vivo colatole a fiotti dal naso.

 

Col braccio sinistro si coprì vergognosa quelle due ciabatte seminuove che si ritrovava al posto delle tette, la mano destra invece era delicatamente posata sulla sua dolce “petunia”, così la chiamava lei, o meglio così affermava che la chiamasse il Corsini, quello della V A, che ogni tanto le infilava una mano dentro ai jeans per contare i petali della sua petunia, m’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama, oh! Lui invece pensava me la dà, non me la dà, me la dà, non me la dà, oh! E alla fine lei gliel’aveva data davvero. In quel momento invece a me sembrava più un sorcio nero con i capelli rasta che un fiore delicato. Poi fuggì, sotto lo sguardo sbigottito delle altre che non si erano accorte di nulla, tranne naturalmente Anna. A lei non sfuggiva mai niente di quello che succedeva intorno a me. D’altronde era così per entrambe, anch’io sapevo e vedevo tutto ciò che riguardava lei, fin nei minimi particolari. Normale fra due amiche, che dico di più, due sorelle come noi. Proprio come ci sentivamo, così come ci piaceva presentarci ai pivelli che ci sbavavano dietro e ci abbordavano al pub o in disco.

 

Io rimasi lì, più sconvolta e sbalordita di tutte le altre, isolata nella bolla d’acqua che sgorgava lenta dalla doccia sopra la mia testa, formando intorno a me un guscio che in quel momento non riuscivo a rompere e che da allora mi è rimasto ancora addosso, un pellicola protettiva contro gli sguardi frastornati e increduli delle mie compagne di squadra. Anna continuava a passare la mano su e giù davanti ai miei occhi e mi chiamava insistentemente, cercando di risvegliarmi dal torpore catatonico in cui ero improvvisamente precipitata. Poi si mise davanti a me, si appoggiò alle mie spalle, strinse forte con quelle due pinze che si ritrovava al posto delle mani e prese a scuotere il mio corpo inerte chiedendomi di svegliarmi. Per favore, ti prego, aiutami, queste le parole che uscirono dalla sua bocca prima che divenissero incomprensibili, storpiate dal suo pianto disperato. Dopo quella domenica non ho più visto la Benedetti anche se ho saputo che è venuta a trovarmi insieme al suo ragazzo. Forse lo ha fatto per chiedermi scusa, forse per perdonarmi, forse è venuta solo perché il Corsini ha giocato a m’ama non m’ama con la sua petunia. In fondo non me ne frega niente, non adesso. Dopo forse, dopo, se ci sarà dopo, se ci sarò ancora.

 

Era l’ultima domenica di campionato per la squadra di pallavolo di cui facevo parte da tre anni, la “Juniores Female”, che nome però! Quando vincevamo ci mettevamo a urlare tutte nude sotto la doccia: Juniores Fa male, Juniores Fa male… e schizzavamo dappertutto. Gridavamo, schizzavamo e correvamo per tutti gli spogliatoi e più di una volta siamo riuscite a far arrivare l’acqua nei corridoi e perfino negli spogliatoi delle nostre abbacchiate e deluse avversarie. Con un fantasmagorico girone pieno di vittorie eravamo riuscite a conquistare i Play Off anche se poi ci eravamo mediocremente lasciate sfuggire la finale perdendo contro quelle finte donne della Libertas, ma non rinunciando alla migliore soddisfazione, battere le stronze della Virtus. Quelle la virtù non sanno neppure dove sta di casa. Sono solo delle troiette che la danno a tutti e vengono in campo perfino truccate. A quel punto del campionato per noi non c’era più niente da fare, avevamo perso una partita di troppo, proprio quando io ero a letto con la febbre, loro invece si giocavano la finale. Se la Libertas avesse vinto con il Palladio, la squadra della scuola, un branco di imbranate e la Virtus ci avesse sconfitto se la sarebbero guadagnate loro la partita dell’anno. Noi invece ce l’abbiamo messa tutta per negare loro questa soddisfazione, anche se non per merito mio. Sono scese in campo nella loro tenuta migliore, quella delle grandi occasioni, tuta rosa di acetato con finiture e bande laterali in blu. Che shock! Noi invece al solito, tuta celeste scolastica e sotto la divisa classica, maglia blu, pantaloncini rossi a bande bianche. Soliti riti, abbracci scongiuri grida Juniores Fa male e poi tutte in posizione. È lì che sono crollata. Improvvisamente davanti a me sono riuscita a vedere solo degli enormi sederi e non sono stata capace di pensare ad altro per tutto il tempo. La Virtus ha battuto, io non mi sono mossa e hanno fatto il primo punto. Al terzo errore l’allenatore mi ha tolto e non sono più rientrata. Abbiamo vinto, anzi meglio dire hanno vinto, tre set a zero e poi tutte a festeggiare, ma io non avevo più niente per cui far bisboccia. Me ne sono stata tutto il tempo seduta su quella panchina dura a guardarle giocare, ma non ho visto niente altro che degli enormi sederi. Eravamo tutte delle gran culone!

 

Quando sono entrata negli spogliatoi ho inconsciamente compiuto il gesto che mi ha cambiato la vita e mi ha portato su questo letto di ospedale in tre mesi. Ancora una volta mi sono guardata allo specchio e mi sono vista come avevo visto tutte le altre. Una ragazza appoggiata su un sedere enorme. Ero disgustosa e di lì ad una settimana sarei dovuta andare al mare. Con quale coraggio mi sarei mai potuta mettere un costume, un bikini poi sarebbe stato assolutamente impensabile. Ovunque e dovunque avrei fatto vedere di me soltanto la mia ciccia, sessantacinque chili per un metro e sessantacinque di altezza, un’obbrobriosa palla di grasso.

 

Uscii in silenzio dal palazzetto, Anna accanto a me continuava a farmi mille domande. Anna che sapeva che non avrebbe avuto risposte, che avrebbe continuato a starmi vicino, a cercare di farmi capire, a dirmi il milione di cose che avremmo ancora fatto insieme. Anna che piangeva a vedermi perdere ventotto chili in tre mesi e che comunque era l’unica che in ospedale si presentava senza qualcosa da mangiare, l’unica che aveva capito che non avevo bisogno che mi si dicesse apertamente e sguaiatamente che sarebbe stato meglio se avessi mangiato qualcosa. Come faceva mio padre, scaraventando per la stanza i vestiti più grandi di me che lui aveva pagato con i suoi sudati guadagni da umile e onesto operaio. E neppure velatamente, come mia madre che continuando a far finta di niente si presentava ogni giorno con una leccornia da sottoporre all’approvazione delle mie mascelle ma che puntualmente irrancidiva nell’ultimo ripiano del frigorifero. Anna che mi tiene la mano per ore e piange vedendo come sono ridotta. Ma almeno adesso non sono più una grassona. Avrei voluto perdere almeno altri due chili, ma mi hanno portato di forza in ospedale e io non ho potuto oppormi. Mi mancano le forze e non riesco a capire perché, ogni giorno mi fanno salire su quella maledetta bilancia che continua nuovamente a salire e adesso sono già tornata alla bellezza di quaranta chili. Stanno rovinando tutto, tutto ciò che ero riuscita a costruire, con forza e determinazione, con tattica e decisione ma forse soprattutto con tanta, tanta disperazione.

 

Anna piange accanto a me, non mi dice che sono più bella, non mi dice che ero più bella prima, ma nei suoi occhi leggo la paura, la paura che dovrei avere io, la paura che improvvisamente possa accadermi qualcosa di male. Ogni giorno ho guardato dentro quegli occhi e piano piano mi sono accorta del significato del suo sguardo, di quel suo modo melanconico di guardarmi, come se fosse l’ultima volta, come se quella stessa sera dovessi morire. Poi è bastato un attimo. Ho rivissuto quest’ultimo anno e negli occhi di Anna ho rivisto la mia vita, ho ripensato ai ragazzi che ci provavano quando fino a tre mesi prima ero convinta che nessuno si fosse mai accorto di me, ho rivisto gli occhi azzurri di quello sconosciuto che mi guardavano in discoteca, l’ho visto avvicinarsi e fuggire quando mi sono voltata con la mia smorfia da donna superiore e ho dato le spalle a lui e alle sue speranze ma in fondo anche alle mie. Avevo rifiutato quello che ero perché ancora una volta avevo avuto paura di sbagliare, mi ero creata un alibi convincendomi che quello che stavo facendo era per migliorarmi mentre in realtà stavo soltanto costruendo il muro che mi avrebbe isolato da tutto, impedendomi così di dover affrontare la vita, di dover affrontare loro che innocentemente e inconsciamente mi avevano portato a credere in tutto questo. Mia madre che voleva vestirmi come una donna, o meglio come lei credeva che vestissero ancora le donne, gonna al ginocchio e scarpe basse, mai i jeans, erano roba da ragazzi. Mio padre che continuava a sbattermi in faccia i suoi soldi e il fatto che se volevo spenderli non avrei potuto farlo in trucchi, vestiti e tutte quelle stronzate che gli portavo in casa. Non ero mai riuscita a farli contenti, tutto quello che a me sembrava oro, loro la trasformavano in merda. Ogni volta che ero felice sapevano farmi tenere i piedi per terra, anche se io avevo voglia di volare. Vedrai, mi dicevano, la vita è una cosa seria, devi toglierti dalla testa tutti i tuoi sogni, studia sodo e trovati un lavoro fisso, quando avrai figli capirai. Forse e per questo che le mie prime mestruazioni sono state la mia grande sconfitta, le loro profezie si stavano avverando, ma io non volevo un figlio, non volevo capire, non volevo crescere, volevo solo piacere come mai avevo sentito di piacere, non volevo diventare ottanta chili come mia madre o come mia cugina. Una santa, tutta casa, lavoro, figli e marito. Sì ma il marito la sera se ne va a casa di un’altra perchè a mia cugina non ci si può più avvicinare tanto è grassa. Io sarei stata magra, magra come nessun’altra e nessuno avrebbe potuto fare a meno di me. Non potevo più guardare la mia immagine riflessa nello specchio perché quello che ci vedevo era la realizzazione dei sogni dei miei genitori, una ragazza normale che avrebbe sposato un ragazzo mediocre, avrebbe fatto tre figli e sarebbe diventata un baule mentre il marito si faceva un’altra. Non avrebbero mai vinto, li avrei sconfitti e anche delusi e questo mi faceva male ma il piacere stava proprio lì. Insistevano così tanto a dirmi che li deludevo che altro non potevo fare in realtà che accondiscendere al loro peggior desiderio. Tradire le loro aspettative per potermi sentir dire: te l’avevo detto e crogiolarmi nell’incapacità di potergli a mia volta dire: scusate, perdonatemi, aiutatemi. Così avrei potuto deludere pure me stessa completando a meraviglia il cerchio perfetto dell’incomprensione. Ma in questa guerra a senso unico l’unica sconfitta alla fine ero solo io. In questo modo avevo perso la pallavolo, l’unico antro magico in cui ero davvero super, l’orgoglio della squadra, forse un passaggio di categoria, in due anni la serie A. Questo mi aveva promesso, meleggiandomi, il mio allenatore ma i miei non me lo avrebbero mai permesso. Allora meglio perdere tutto per colpa mia piuttosto che farmelo  vietare ancora una volta da loro.

 

Sono confusa. Anna è qui accanto a me è uno straccio mi sa che qualche chilo l’ha perso anche lei.

 

Adesso provo a parlarle, devo dirle una cosa importante, non vorrei spaventarla, sono due settimane che non apro bocca, spero che non si metta a fare i salti di gioia, che mi creda e che non svenga. Se ce la faccio a far uscire almeno un flebile rantolino, credo di avere le uniche parole che in questo momento la potrebbero far star meglio per me. Adesso mi volto verso di lei e glielo dico, perchè non ce la faccio davvero più, spero che sia l’inizio della fine, sarà contenta anche la psicologa e forse saranno contenti anche i miei genitori, almeno stavolta. Adesso voglio solo ritornare ad alzarmi, a camminare e a giocare, anche senza la serie A. Ricominciare a guardare i ragazzi e farmi guardare da loro e chi se ne frega di quello che pensano, voglio solo ritornare a vivere, a ridere, a scherzare con Anna e a mangiare, perché mi è venuta davvero fame!

6

 

 

  

Consumato Latin Lover


 

Oggi sono triste. Molto triste. Veronica mi ha chiamato al cellulare, maledetto aggeggio infernale e ha detto chiaro e tondo che non vuole vedermi più. E che è inutile mandarle un altro mazzo di rose con le scuse e quattro paroline copiate chissà dove, perché l’ultimo è finito dritto nel cestino dei rifiuti e il biglietto ha fatto il giro di tutti i negozi. E quegli stronzi non vedono l’ora che faccia la mia solita capatina settimanale per potermi prendere tutti quanti per il culo. La settimana passata mi ha visto che facevo lo scemo con Marina, anzi il polipo come dice lei, anzi il polipo e la cozza ha voluto sottolineare. Il problema però non sarebbe stato quello, d'altronde Marina fa la scema con tutti, il fatto è che è capitata lì, proprio in quello stramaledettissimo momento anche Alessia. Alessia è una perbene, di lei ci si può fidare, così dice Veronica. Insomma Alessia ha visto me e Marina e c’è rimasta di merda, così ha attaccato bottone con Veronica, per l’appunto, le due stronze! Inizia a parlare e gli sciorina lì un telenovela, dove chiaramente il personaggio principale è il sottoscritto e gli spiattella tutta la storia. Sono mesi che le faccio il filo, gli mando un mazzo di fiori ogni martedì, certo il lunedì sono chiusi, che gliela meno sul fatto che la differenza di età non conta, Alessia ha ventidue anni, e via avanti con tutte le sdolcinate puntate che ero stato capace di metter su per riuscire a strapparle un’appuntamento. E con le unghie e con i denti ce l’avevo fatta, la data per il mitico incontro sarebbe stata per il prossimo lunedì. A Veronica avevo fatto credere che lunedì c’era la presentazione della nuova collezione in azienda e che non sarei sicuramente riuscito a tornare in tempo nemmeno per una cenetta, l’avrei raggiunta nel suo appartamentino direttamente per il dopo cena. Veronica aveva storto il naso ma alla fine aveva accettato, sarebbe stato un gran bel lunedì. Sarebbe, ma non poi non lo è stato! Alessia va avanti per dieci quindici minuti inveendo contro di me mentre insieme continuano a spiare il primo incontro, un caffè seduti al bar, che dopo la bellezza di otto mesi ero riuscito a combinare con quella strafica di Marina, che sì fa la scema con tutti ma non la da a nessuno me compreso, adesso poi. A quel punto Veronica ha cacciato un urlo, ha messo una mano sulla bocca di Alessia e ha cominciato a vuotare il suo di sacchi spifferandole ogni cosa, ogni cosa di noi due.

 

Veronica è un anno che sta con me, ci vediamo ogni lunedì, quasi aggiungerei io, abbiamo anche trascorso insieme lo scorso Natale e una meravigliosa settimana a Sahrm, chissà se le ha detto che ho pagato tutto io. Insomma un altro quarto d’ora di storie e poi tutte e due si sono avvicinate al nostro tavolo. È il radar, il radar che non funziona più come una volta, non mi sarebbe mai successo prima. Avrei annusato il pericolo in tempo e sicuramente avrei trovato un modo gentile e di effetto per allontanarmi velocemente dal bar, magari con la scusa di una telefonata in arrivo e un oh cavolo qui non c’è campo, mi faccio vivo io adesso devo andare, e via lontano dai guai! Mi sarei allontanato in tempo e tutto sarebbe scivolato via liscio come sempre. Ma la minigonna di Marina era troppo corta e il radar è andato in tilt. Quando con la coda dell’occhio ho visto Alessia ero ancora abbastanza lucido e la mia mente da calcolatore ha immediatamente rifiutato ciò che vedeva, del resto non poteva essere lei non avrebbe avuto la pausa prima di venti minuti. Quando però ho riconosciuto Veronica i conti non tornavano più, lei l’aveva già fatta la pausa, non facevano in tempo ad aprire che già erano tutte di nuovo a prendere un caffè, non poteva essere lì. Era tutto calcolato, Veronica pausa alle nove e trenta e poi a diritto fino all’una, spuntino veloce e via fino a fine turno. Alessia non faceva pausa fino all’una e un quarto, piccolo pranzo e avanti fino alle quattro del pomeriggio. Marina faceva un lungo break a mezzogiorno e adesso ci stavamo gustando un bel caffè e, prima che Veronica potesse spuntare da qualche parte, nel giro di due minuti mi sarei magicamente volatilizzato facendo credere a Marina che ero io quello da rincorrere. No, non potevano essere loro, decisamente, non in quel momento non… a meno che… come fuoriuscito da un improvviso risveglio mi chiesi che ore fossero e finalmente detti un’occhiata ai numeroni dell’orologio regalatomi da Veronica, appunto, che inesorabili si sostituivano l’uno all’altro senza darmi tregua. Quei traditori maligni e beffardi urlavano un grido che sentivo solo io. Sono le una e ventisette, sono le una e ventisette, sono le una e ventisette! Coglione! Non erano una visione, ero stato io a lasciar scivolare inesorabilmente il tempo lunghi i fianchi di Marina o mentre mi perdevo, affondando gli occhi in quella voragine rosea e soda fra i suoi enormi seni.

 

Non ricordo più quante me ne hanno dette tutte e tre, ho assolutamente cancellato i miei balbettii e le mie scuse abbozzate, non ero per niente preparato ad affrontare quell’impari incontro che mi vedeva battuto già al primo gong! Alle due ero riuscito ad andarmene dal centro commerciale quasi in catalessi, come in stato di ebbrezza avanzata, ubriaco di tutte le parole che mi erano state rivolte da tre donne che inveivano contro di me contemporaneamente, trentatre minuti di bombardamento serrato. Alessia ha pure alzato le mani, anche se non è riuscita a colpirmi. Ci mancava solo una sberla, sarebbe stata la ciliegina sulla torta della mia peggior umiliazione. Un tempo sarei riuscito a calmarle tutte e tre, mi era già capitato qualcosa di simile anche se non in flagranza di reato. Sarei riuscito a districarmi nella selva oscura delle accuse e me ne sarei andato via con calma ed eleganza e con tre nuovi appuntamenti. Ma in quel momento non riuscivo a pensare che a Veronica, al nostro bellissimo Natale, alle meravigliose vacanze a Sharm e a tutto ciò che improvvisamente vedevo sfuggirmi tra le dita come la sabbia fine del deserto. A tutto ciò che avevo continuato stupidamente a portare avanti solo perché era l’unica cosa che ero veramente capace di fare, vendere. I vestiti o me non faceva nessuna differenza.

 

Un tempo era diverso c’erano negozi ovunque, nei centri delle città, nelle piazze affollate di turisti, lungo i viali dei piccoli paesi di provincia, ovunque e soprattutto distanti l’uno dall’altro. In quei negozi, negozi veri, ci potevi trovare delle Signore padrone con la esse maiuscola, vere donne, magari un po’ in là con gli anni ma sempre ben tenute, appariscenti e maliziose con qualche ruga in più forse ma con stile, eleganza e con tutta la merce in mostra. E che gran merce, anche senza l’aiuto del bisturi. Adesso solo centri commerciali, negozi uno uguale all’altro, uno di seguito all’altro, una inaugurato dopo un altro che ha chiuso. Dentro ci trovi decine e decine di giovani commesse, tutte belline, tutte carine, tutte con la pancia di fuori e l’orecchino all’ombellico ma quasi sempre senza un argomento in comune con cui attaccare. A prima vista un gran bell’allevamento da cui piluccare avidamente, in realtà un enorme pagliaio da setacciare disperatamente alla ricerca di quell’unico preziosissimo ago. E dire che io quell’ago l’avevo veramente trovato, mi aveva punto con la sua esuberanza ma era affondato in me con la sua dolcezza e la sincerità che facevano di Veronica una donna, una donna unica. Invece ho voluto continuare a rovistare in quel guazzabuglio di ombelichi e mi sono perso nel frastuono incessante delle infinite storie fantastiche che credevo di raccontare a loro ma che in fondo erano rivolte solo a me stesso. Non ero più capace di smettere, anche se dopo che ho incontrato Veronica non ho mai compicciato niente di serio con nessun’altra. Ma non riuscivo a fermarmi e mi rituffavo senza sapere il perché, in quel mondo che mi assomigliava sempre di meno e che forse anche per questo tentavo vanamente di far mio. Cellulari che squillano, sms uno via l’altro, risatine. Ci provi e queste non capiscono o fanno finta di non capire. Oppure capiscono ma non riescono a credere che tu ci stia provando in quel modo, con quell’atteggiamento un po’ rispettoso un po’ paraculo, così antico, antiquato, arcaico, un dinosauro dell’approccio. Sono venticinque anni che mi appresto al primo contatto sempre allo stesso modo, pacato, gentile e raffinato ed ho sempre ottenuto il risultato che mi aspettavo. Ma adesso non funziona più ed ogni sconfitta non ha fatto altro che rafforzare la mia testarda voglia di insistere. Nonostante tutto, nonostante Veronica. Avevo il mio metodo, era sempre stato così semplice, non poteva improvvisamente smettere di funzionare, non potevo e non volevo e crederci.

 

Mi aveva insegnato il povero Alfredo, pace all’anima sua. Grande venditore e grande scopatore, aveva la mia età quando è morto, un brutto incidente in mezzo alla nebbia, una corsa da un letto all’altro accelerando troppo. Io avevo quasi vent’anni e lui mi portava con se ogni giorno, a imparare il lavoro e a rimorchiare per i paesi della piana del Po. Un po’ di Emilia un po’ di Veneto, una donna in ogni porto, un mazzo di fiori per ognuna, una poesiola, una galanteria e il gioco era fatto. Adesso è cambiato tutto, le donne non hanno più bisogno di romanticherie, vogliono la loro libertà, che le porti in palestra e le vada a riprendere, ma vogliono sudare da sole. Le Signore sono scomparse sostituite da manichini in silicone con le tette tre misure sopra la media e le labbra capaci di contenere quaranta albanesi in fuga. Intorno una masnada di bambinette apprendiste che mentre ti avvicini hanno già fatto il resoconto delle firme che ti porti addosso: scarpe, cintura, orologio, bracciale e adesso devi far vedere pure l’etichetta delle mutande. E io appeso alla mia ciambella ero riuscito a sopravvive in questo oceano inospitale, consolandomi con il ricordo dei miei vecchi successi, facendo la conta di quante ce n’erano state e illudendomi che ce ne sarebbero state altrettante, anche se gli ultimi due anni erano stati davvero di magra. Alla fine ne avevo trovata una, o forse era lei che aveva trovato me. Questo tanto desiderato incontro mi aveva dato nuova carica ma invece che lasciarmi avvolgere dalle strane sensazioni che intorpidivano e beavano il mio corpo e la mia mente, ho utilizzato quella carica nel solo modo che mi si confaceva, riprendendo la caccia con rinnovato vigore. Non ho combinato un bel niente ma ogni giorno sprecavo inutili ore  attaccato a labbra, a seni, a gambe che non avrei mai toccato ma che sentivo di non poter smettere di inseguire. E dopo tutto questo mi sono ritrovato nel più banale dei finali, accorgersi di quanto valeva davvero per te quello che hai appena perduto.

 

Ma oggi sono triste. Molto triste. Veronica mi ha chiamato e ha detto chiaro e tondo che non vuole vedermi più. Un tempo sarebbe stata una liberazione, in fondo un rapporto troppo lungo impediva di poterti dedicare con le dovute attenzioni alle relazioni che stavi coltivando. Uh, quante mi hanno lasciato e quanti sospiri di sollievo ho tirato subito dopo aver finto un disperato tentativo di riavvicinamento. Quelle che ti lasciavano erano le migliori, erano quelle che se ti ripresentavi dopo sei mesi, andavi a colpo sicuro e poi… addio! Metodo Alfredo, metodo sicuro. Mi ricordo ancora la scenata di Denise, ferma e impettita sulla soglia del suo negozio a urlare e gesticolare come le riusciva tanto bene, con tutta la piazza a guardare prima lei e poi me, sorridendo soddisfatta di quel nuovo pettegolezzo da far circolare. Con Denise ho trascorso altre tre magnifiche serate sfrenate con precisa cadenza semestrale, metodo Alfredo, metodo sicuro. Poi sono io che sono diventato sempre più insicuro, fino a Veronica fino a credere che tutto fosse come prima, fino a non capire che ero io il primo a non volere che tutto fosse ancora come prima. Mi è mancato quell’attimo, quello in cui concepisci e capisci, senza rinnegare il passato, che giusto o sbagliato, è e rimarrà meravigliosamente passato, senza alcun obbligo di continuare a viverlo. Abbandonarlo con un saluto e senza rammarico, gettarsi attraverso il presente in quello che il futuro ti vorrà regalare. Ma io ho voluto continuare a vivere la vita di Alfredo, proseguire da dove lui era stato costretto ad interrompere, per vivere quella parte di vita che gli era stato impedito di continuare, per dimostrare che ero grande quanto lui, che valevo quanto avrei voluto dimostrargli di valere quando era ancora in vita. Per quello che mi aveva insegnato, per ciò che avevo imparato. Ma poi realmente cos’era tutto ciò che avevo vissuto? A quale lezione avevo assistito? Quali regole e soprattutto per quale fine se adesso, un passo dopo la parola fine, mi ritrovo da solo. Solo, dopo aver vissuto ogni momento in funzione del passato, non guardando mai avanti. Mentre invece, se soltanto avessi alzato lo sguardo, avrei potuto scorgere un attimo della mia vita e forse, con la sua mano nella mia, avrei potuto vedere accanto a me Veronica.

5

 

 

  

La Vigna


 

Ancora non riesco a credere che sia successo veramente, ormai anche i brutti sogni si sono fatti così rari da farmi dimenticare quel giorno tremendo, ma i primi tempi… oddio i primi tempi è stato tutto veramente un incubo. Come quelli che tre o quattro volte per notte mi facevano svegliare di soprassalto, urlando dalla paura e talmente sudato da avere l’impressione di essere ancora là, dieci metri sotto il livello del mare intrappolato nella fusoliera squarciata di quel maledetto aereo. Per fortuna ci portarono in salvo talmente lontano da casa da costringerci a prendere nuovamente un aereo per tornare in Italia, altrimenti, ancora a distanza di un anno, non so se avrei il coraggio di rimettere piede dentro a quel tubo di acciaio così imponente ma allo stesso tempo così delicato. Abbiamo fatto di tutto per dimenticare, sia io che Giulia mia moglie e dopo tutto questo tempo e un po’ di aiuto medico, finalmente invece possiamo ricordarlo. Almeno noi possiamo ricordare e parlarne, gli altri no, gli altri sono quasi tutti morti. Ci siamo salvati solo in diciotto e ancora non riesco a capire come e perché.

 

Scrivo adesso perchè solo ieri ci siamo rivisti tutti insieme, ad un anno esatto dalla tragedia. Abbiamo parlato un po’ anche delle beghe penali e civili, di tribunali e avvocati, ma in fondo non era questo quello che interessava a tutti noi, tanto fra un paio di mesi comincerà il processo vero e proprio e in quell’occasione avremo modo di incontrarci ancora ma ci saranno altre cose di cui parlare, altre da dire ed ascoltare, diversa sarà l’emozione per i motivi più terreni che ci porteranno là insieme a i parenti di quelli che non ce l’hanno fatta. E allora sarà ancora più dura, vedere quei volti disperati di madri, figli, fratelli e sorelle che ci guarderanno con odio e rammarico, a loro modo invidiosi del fatto che noi siamo sopravvissuti e i loro cari no. Saranno lì a sperare di vivere un brutto sogno da cui risvegliarsi accanto alle persone che amano e compiangere indifferenti la nostra stupida, inutile morte. Sarà uno straziante e drammatico modo di ritrovarsi, ieri invece è stata una celebrazione, quella della nostra rinascita.

 

Abbiamo pregato, per noi, ringraziando del grande dono di questa seconda vita e per i centocinquantadue che non ce l’anno fatta, per i quali speriamo ce ne possa essere un’altra ovunque sia, luminosa ed eterna. Abbiamo riso qualche volta, anche se all’inizio la tensione rendeva l’aria quasi solida, impenetrabile a qualsiasi emozione, poi sono stati come sempre i bambini, Filippo ed Elena, a rompere il ghiaccio, felicissimi di essersi ritrovati, di poter giocare a rincorrersi intorno al tavolo al quale i grandi, come sempre, parlavano di cose troppo serie e barbose per loro. Abbiamo pianto molto ma non è stata una cena di disperati era una riunione di fortunati, di scampati, di persone che da allora hanno dato alla vita un valore completamente nuovo e diverso da quello di un tempo. Tutti tranne i piccoletti, forse loro hanno davvero dimenticato, non solo accantonato quel tremendo giorno di agosto. Hanno giocato tutta la sera insieme divertendosi con niente altro che loro stessi e un paio di sedie e a un certo punto ho avuto un brivido di terrore che mi ha catapultato nel passato, per un attimo mi è parso che avessero avvicinato le sedie l’una all’altra e fingessero di essere i piloti di un areoplano. Fra tutte sono proprio le loro facce che non potrò mai dimenticare, incastonate dentro ai giubbini di salvataggio, occhi sgranati, bocche spalancate e urlanti, illuminate dalla luce della vita, il sole della rinascita che stavamo per intraprendere, il faro abbagliante e caldo dell’elicottero che ci stava venendo a salvare.

 

Era un volo charter, come ce ne sono migliaia ogni giorno in ogni momento, il numero non mi è mai voluto entrare in mente, nonostante l’abbia letto e riletto un milione di volte. Sui giornali, sulle carte processuali, sui referti della polizia marocchina e di quella spagnola. Era il volo non mi ricordo, un charter come tanti altri e come alcuni altri a un certo punto è venuto giù, le sue grandi ali argentate hanno smesso di sbattere, come quelle di un airone colpito a morte da un inconsapevole cacciatore. Cedimento strutturale del meccanismo di iniezione. Questo è stato il verdetto degli esperti e se il tribunale lo confermerà o no sarà il punto di partenza di tutte le cause civili possibili ed ipotizzabili che ne deriveranno, trascinando all’infinito il tormento dei parenti, nel ricordo di quei momenti inutili e delle immagini strazianti che li accompagneranno per sempre nelle loro menti al posto dei sorrisi degli abbracci e degli attimi vissuti assieme. Tutte quelle briciole di vita che per ognuno di loro avevano un significato, cancellate da un tuffo nel mare profondo.

 

In parole povere l’aereo era talmente usurato e malandato che non ce l’ha fatta più, i motori si sono spenti e tanti saluti a tutti. Noi oltre a tutta la fortuna del mondo ed alla grazia infinita di Dio, dobbiamo la nostra vita al buon caro Ahmed, che ha avuto la forza e la freddezza di riuscire a far planare quel bestione fino ad un pelo dal mare. A dire la verità il nome sarebbe molto più complesso ma come tutti i nomi musulmani tiene celato in mezzo a se qualcosa che fa riferimento a Dio, Halla, che alla fine dopo mille distorsioni e variazioni si risolve in un semplice Ahmed, che guidi una carovana nel deserto o un bestione di acciaio tra le dune dei cieli. Questo suo dono divino gli ha dato il sangue freddo di ragionare anziché disperarsi, io avrei indossato il paracadute in fretta e furia per gettarmi dal finestrino all’insaputa di tutti e chi s’è visto s’è visto. Per fortuna io lavoro da uno spedizioniere, non potete nemmeno immaginare quanta merce faccio volare ogni giorno, ma non guido io, ci sono migliaia di Ahmed che sanno quello che stanno facendo e il nostro lo sapeva, decisamente sì. Aveva cominciato la manovra mezz’ora prima che il peggio accadesse ed ha fatto quello che gli è stato possibile per cercare di salvarci tutti, lui compreso e c’era quasi riuscito. Se avesse guidato un aereo un po’ meglio tenuto sarebbe andata diversamente ma quel catorcio nonostante il pilota abbia effettuato un perfetto atterraggio scivolando sull’acqua, come tutti abbiamo avuto la sensazione, tanto che qualcuno ha pure abbozzato un applauso un minuto prima di venire inghiottito dal mare, si è spezzato in tre ed è finito il putiferio. Un attimo di silenzio, dopo i minuti interminabili e colmi di grida di aiuto, di urla strazianti di facce impaurite che hanno accompagnato quella lunghissima discesa da aliante e poi è accaduto ciò che di più spaventoso può turbare gli incubi insicuri di una notte agitata. Chi non ha mai sognato di cadere? Ma la fantasia ha il buon gusto di fermarsi un istante prima dell’inevitabile facendoci svegliare sudati e ansanti nel buio confortevole di una camera. Noi abbiamo vissuto tutto quello che nei sogni turbati dal polpettone, dai rimproveri del capo, dalle ansie d’amore viene evitato, abbiamo concretizzato l’incredibile completando i sogni interrotti di tutti, un attimo di silenzio e poi è cominciato il finimondo.

 

Eravamo partiti da Marrakech alle 17.35 stanchi e accaldati, dopo una settimana di tour nel meraviglioso entroterra marocchino, con i suoi colori ed i suoi profumi inconfondibili, una breve visita alla ultime propaggini sabbiose di Sahara e per finire il meritato riposo, una settimana di mare ad Agadir in un villaggio piccolo ma piacevolissimo dove ci eravamo divertiti un mondo creando una compagnia spassosa, come riesce sempre facile in occasioni come queste. Una valida alternativa alle pesanti nebbie mattutine che impedivano di abbronzare e ci costringevano a passare ore e ore infagottati fra parei e asciugamani imbronciati e infreddoliti sulle nostre sdraio ma imperterriti ogni mattina e alle fredde, no meglio dire gelate acque dell’atlantico dove solo alcuni bambini e pochi intrepidi bagnanti si inoltravano per una nuotata, solo moto d’acqua e surf per i turisti stranieri. Il mare però non rimaneva solitario e malinconico, era pieno di famiglie di marocchini in vacanza, torme di bambini schiamazzanti e gruppi di ragazzi e ragazze come su ogni spiaggia del mondo.

 

Sull’aereo c’era tutto il gruppo, i più pazzi erano sicuramente Sandra e Carlo, due tipi incredibili di Urbino, sempre a fumare, dalle sigarette ai sigari fino ai rarissimi narghilè con quanto era possibile e legale metterci dentro, la piccola Elena la loro figlia, costretta a fare da padre e madre ai due sgangherati genitori che si ritrovava, in fondo però una famiglia felice. Si volevano molto bene e si vedeva e se ne vogliono ancor di più ora dopo essere risorti tutti assieme dalle acque. Sull’aereo occupavano la penultima fila di sinistra. Poi c’erano Mirko e Paola di Milano, bancari e con un po’ di puzza sotto il naso ma simpatici. Con loro viaggiava Filippo, il figlio, un signorino di nove anni, uno più di Elena, pirla era la parola che più di ogni altra usciva da quella sua boccaccia ma ogni volta che la apriva erano risate assicurate. Ogni mattino si presentava in spiaggia con una tenuta diversa, sempre tutto in tinta, dalle ciabattine al cappellino, per non parlare poi degli occhiali da sole, credo di avergliene visti almeno tre paia diverse al giorno, forse aveva una valigia solo per quelli, ogni volta che rientrava in camera se ne usciva con un paio nuovi, naturalmente sempre in tono con la mise del giorno.

 

Come ti cambia la vita e quello che ti fa passare, si sono licenziati entrambi, hanno venduto tutto ed hanno aperto un agriturismo vicino a Bolgheri, l’anno prossimo trapianteranno dei filari di vite. Quel giorno saremo sicuramente tutti là a fare i provetti contadini, chissà quante ne combineremo e chissà Filippo ed Elena cosa si inventeranno tra polli, galline e maiali. Comunque faremo del nostro meglio, soprattutto quando sarà ora di pranzo, ci delizieremo con qualche leccornia arrostita sull’aia e un buon bicchiere o forse due di Sassicaia dalla vigna del vicino, un assaggio di quello che le nostre mani vorrebbero poter ottenere con quella di Mirko e Paola.

 

Loro occupavano la penultima fila di destra, Filippo aveva il posto vicino al corridoio dall’altra parte a far casino con lui, come sempre, una spumeggiante Elena. Dietro c’erano Antonio e Lisa, i fidanzatini, i più giovani del gruppo, allegri e spassosi in ogni situazione. Erano stati un po’ l’anima della vacanza, Antonio trovava sempre qualcosa di divertente da fare ogni volta che la stanca e la fiacca si facevano sentire. A Marrakech aveva rubato un cammello in piena piazza Jem el Fna e quella volta ce la siamo davvero vista brutta, tanto che c’è voluto l’intervento di tutto il gruppo per far capire alla guida che era solo uno scherzo senza malizia e questa a sua volta a dovuto convincere il cammelliere, tra parentesi ci è costato cinque euro a testa che non abbiamo assolutamente voluto indietro, quando lo spettacolo è avvincente e spassoso merita il suo prezzo. A Rabat era riuscito a far spogliare una guardia per farsi fare una foto in divisa davanti al mausoleo a Mohammed V, qui non ci avrebbe salvato nessuno, se qualcuno ci avesse scoperto saremmo finiti tutti quanti a spalare sabbia a vita nel Sahara. Lisa avrebbe ballato anche senza musica, a dire la verità ogni tanto lo faceva, ed era capace di coinvolgere tutti quanti nel suo sfrenato dimenarsi, ha fatto ballare persino me che conto i passi anche per camminare, Giulia ha detto che pur di abbracciare una ragazza giovane come Lisa avrei danzato anche con tutù e scarpette, la solita maligna. Ultima fila lato destro, Antonio al finestrino a fare la telecronaca della trasvolata, quando non era in piedi a coordinare le operazioni di divertimento, Lisa accanto a lui e poi Giulia, con i suoi occhi  luminosi e il suo meraviglioso sorriso a sminuire qualsiasi panorama si potesse godere da quell’altezza.

 

Dall’altra parte del corridoio io a guardare Giulia tutto il tempo. Accanto a me il mio fratello di vacanza Lucio, scapolo, ragioniere, sfigatissimo. Ci siamo trovati e ci siamo piaciuti, a dire il vero i primi giorni ho temuto fosse gay, poi l’ho trovato in camera mia a scopare con Fabiola maestra elementare di Catania, siciliana verace e caliente, pelo ovunque in abbondanza ma veramente bella. Lucio è di Trieste ma con Fabiola si sono già incontrati diverse volte da Mirko e Paola e se tanto mi da tanto ci sarà presto un trasloco, almeno appena a Fabiola daranno il trasferimento in Toscana, tanto Lucio ha già il posto assicurato, receptionist e tuttofare all’agriturismo “La Seconda Vita”. Lucio era sfigatissimo ma la sfortuna questa volta l’ha lasciata a casa, definitivamente. Siamo tutti convinti che se ci siamo salvati è proprio grazie a lui, il suo incontro con Fabiola gli ha tolto di dosso tutte le maledizioni che si portava dietro e gli ha regalato l’amore, l’allegria e una nuova vita. Tipico scapolo, non single, perché i single sono sempre alla moda, ballano, bevono drink e scherzano, lui invece era proprio il tipico scapolo che vive da solo in una casa troppo grande per le sue esigenze. Ha indossato lo stesso completo per l’intero tour, bermuda kaki maglietta beige, almeno fino al terzo giorno e gilet mimetico milletasche con infilato dentro tutto l’armamentario per la fotografia. Una persona perbene, molto colta con i piedi piantati per terra ma un sacco di fantasia che fino ad allora riusciva a materializzare solo con le foto. Fabiola ne è stata affascinata fin dal primo giorno, d’altra parte Lucio è un bell’uomo solo che la sua troppa esagerata timidezza gli aveva tarpato le ali fino a convincerlo di essere senza speranza. Fabiola aveva preso la sua timidezza, la vana speranza e la sfiga, ne aveva fatto un fagotto e l’aveva gettato nelle nebbie dell’atlantico il secondo giorno ad Agadir e visto che come ha raccontato poi, lui non la baciava allora ci ha pensato lei.

 

Lucio viaggiava con l’amico Marino, professore di Inglese alle medie in un paesino vicino Trieste, lui si che era single, si porta a spasso Lucio per attirare le donne e poi colpisce come una zanzara, zac! Adesso dovrà mettere la testa a posto o trovarsi un nuovo compare. C’era lui nella loro camera a scopare con Maria quel giorno, per questo Lucio si era infilato in camera nostra a mia insaputa, perché loro dicono di no ma sono sicuro che Giulia era al corrente di tutto, chi altri avrebbe potuto dargli le chiavi epoi lei è sempre stata un inciuciona, avrebbe fatto carte false pur di metterli insieme e alla fine c’è riuscita. Anche Maria è di Catania, anche lei è maestra elementare, anche lei ha pelo nero ovunque, specialmente sotto il naso ma al contrario di Fabiola non è una gran bellezza, per lo meno a mio modesto parere. Fabiola era seduta accanto a Lucio una parola a noi un occhio al finestrino. Marino e Maria sedevano sulla sinistra davanti a Mirko e Paola, erano impegnati a lasciarsi dopo l’avventura estiva, più che altro era Marino che scaricava Maria, in realtà non si sarebbero mai lasciati perché prima di arrivare alla rottura del loro rapporto si è spezzato in due l’aereo e non hanno mai più avuto necessità di dirsi niente in merito, si sono allontanati piano piano e adesso sono due buoni amici, almeno quando sono in gruppo con noi. Giulia mi ha assicurato che ogni tanto si vedono, lui è cambiato molto dopo quanto è accaduto e anche se continua a fare lo scapolo impenitente in quel di Trieste si è legato moltissimo a Maria. Se lo dice lei sicuramente è la pura verità, io come al solito nel campo degli intrighi amorosi non riesco mai a vedere cosa succede sotto al tavolo.

 

Accanto a loro sedevano Vincenzo, Beatrice, Gianna e Fausto. Sono di Roma, tutti impiegati in varie aziende, non erano con il nostro tour, li abbiamo conosciuti al villaggio e come accade spesso abbiamo legato con loro solo gli ultimi giorni, quando hanno smesso di parlare solo di lavoro e si sono messi a giocare con noi ai turisti. Fu Giulia a promuovere l’idea di sedersi nelle ultime file, da li avrebbe dominato tutto lo spazio visivo disponibile, dentro e fuori dall’aereo. Aveva salvato Lucio dalla sfiga cronica, facendolo innamorare di Fabiola e ha salvato tutti noi da una tragica fine. Solo diciotto persone sono scampate, le ultime tre file di quello stramaledetto volo charter Marrakech Roma.

 

Avvertii un forte sobbalzo, feci finta di non considerarlo con quella superiorità strafottente di chi ha gia volato e non fa più caso ai vuoti d’aria e con la coda dell’occhio si guarda intorno per vedere chi ha avuto paura e si fa grosso della sua sicurezza. Dieci minuti dopo me la sono fatta sotto dalla paura e non è un eufemismo, sentii il seggiolino scaldarsi e inumidirsi poi non ci fu più il tempo di fare niente. Non era un vuoto d’aria, era il motore di destra che ci stava salutando. Hostess e steward cominciarono a correre su e giù per il corridoio, si accesero le luci che invitavano ad allacciare le cinture di sicurezza e avvertivano di non fumare, anche il motore di destra aveva deciso di smettere di fumare, mai saggia decisione fu presa in un momento meno opportuno. Dopo dieci minuti l’andirivieni delle hostess cominciava a creare un po’ di disturbo nella maggior parte dei passeggeri, il panico stava per scatenarsi. Passarono altri cinque minuti e ci fu un nuovo sobbalzo molto più forte del primo, il motore di sinistra stufo di sobbarcarsi l’intero lavoro era andato a fare compagnia a quello di destra nella zona non fumatori. Guasto al meccanismo di iniezione, così fu rilevato dall’indagine che seguì al disastro, nonostante il pieno il serbatoio si rifiutava di passare il carburante ai motori, che indispettiti e permalosi decisero di spegnersi. In quei quindici minuti il mitico Ahmed, il suo Dio l’abbia in gloria, era riuscito a scendere dalla quota di crociera di quasi diecimila metri a meno di duemila ed aveva dimezzato la velocità. Il miracolo però lo compì riuscendo ad abbassarsi ancora a motori spenti, planando vertiginosamente senza mai precipitare. Lui ci ha salvato la vita, diciotto vite ed è ha donato la sua.

 

Dopo che si fu spento il secondo motore l’aereo cominciò a pendere verso la punta ma Ahmed riuscì a non farlo piegare da nessuna parte, a quel punto tutti avevano capito quello che stava accadendo e scoppiò il finimondo. La gente urlava e si dimenava, noi urlavamo e ci dimenavamo, poi improvvisamente Antonio ci gridò di prendere i giubbotti salvagente sotto i sedili e di restare con le cinture di sicurezza allacciate. Chi gli avrà mai regalato tutto quel sangue freddo, tanto da poterlo trasmettere anche a noi che come bravi soldati ipnotizzati ubbidimmo all’ordine. Vedevamo il mare avvicinarsi rapidamente, troppo rapidamente, erano le 19,35 il sole era basso dietro di noi e rendeva incredibilmente luccicante quel mare dorato dentro il quale stavamo per tuffarci indesiderati e senza desiderarlo.

 

Le maschere per l’ossigeno oscillavano come tanti pendoli impazziti penzoloni al soffitto dell’aereo, chi sveniva, chi vomitava, chi urlava e noi impietriti dall’ordine perentorio di Antonio avevamo indossando i giubbetti salvagente come tanti stupidi idioti ad una prova di evacuazione, come se non stesse succedendo realmente.

 

Lo schianto fu tremendo il contraccolpo ci frustò tutti ben bene, spezzandoci la schiena vertebra per vertebra, il rumore fu assordante e mentre il mondo stava finendo Antonio gridò di sganciare le cinture. L’aereo si spezzò in due, l’acqua e la violenza dell’urto spazzarono via le file davanti a noi. La fusoliera rimbalzò sull’acqua e si infilò a capofitto nel mare in un tempo infinitamente breve, portandosi dietro il suo carico di vite legate ben strette con le cintura di sicurezza. La parte posteriore fece pressappoco lo stesso ma quando andò ad infilarsi nel mare non aveva una punta con cui farsi largo, l’acqua entrò fino a poche file da noi, travolgendo e distruggendo tutto ciò che incontrava, la coda rimase immobile per qualche secondo poi si ribaltò completamente prendendo ad inabissarsi all’indietro mentre noi già cominciavamo a muoverci verso l’incredibile buco che si era aperto sull’azzurro scuro di quel tramonto estivo. Io e Lucio scattammo nel corridoio prendemmo su i bambini e cominciammo a correre prima che la risalita lungo il corridoio divenisse troppo ripida. Elena in braccio e Giulia a farsi trascinare per mano urlante e impaurita quanto me. Abbiamo scalato quei pochi metri arrancando fra i detriti, siamo arrivati uno dopo l’altro a conquistare la cima di quella montagna metallica per buttarci in mare e nuotare più veloci possibile. Poi tutto è svanito nel mare agitato risucchiando anche alcuni di noi sott’acqua, ci siamo legati gambe e braccia tutti assieme e abbiamo resistito al vortice che voleva travolgerci con in avido gorgo finale. Poi abbiamo pianto, abbiamo gridato, abbiamo sofferto freddo e abbiamo avuto paura, tanta paura tantissima.

 

La cosa magica é che sia Filippo che Elena hanno recuperato i loro piccoli bagagli personali, gli unici capitati a portata di mano nel convulso momento della riemersione li ha ritrovati entrambi Antonio. Chi altri poteva essere capace di un prodigio come questo.

 

I primi soccorsi sono arrivati dopo due lunghissime ore in balia del mare, impauriti, felici, increduli, uniti. Stavamo abbracciati per riuscire a scaldarci tutti con il contatto dei corpi e per tenere i bambini all’asciutto sopra di noi, non so quanto ancora avremmo potuto resistere ma non ce ne fu bisogno. Il resto è scritto su tutti i giornali, su i referti della polizia e sulle carte processuali, ma da nessuna parte sta scritto come è potuto accadere, quante infinite combinazioni inimmaginabili ci hanno portato intorno ad un tavolo ieri sera. Nessuno di noi riesce a capire come abbiamo fatto a scampare a quel disastro, nessuno crederebbe mai di poter rivivere quei momenti, quegli attimi pieni di decisioni e di istinto che ci hanno portato in salvo.

 

La vita davvero è un soffio leggero che quando lo senti è già passato. Amate, amate voi stessi e chi vi sta intorno, chiunque esso sia, la vita è troppo meravigliosa e breve per perdere tempo a preoccuparsi. Costruite e amate. Amate e lasciate qualcosa dietro di voi, un figlio, un libro, un sorriso o una vigna.

4

 

 

  

Caro Diario

 


 

Giovedì 7:

Stasera mi ha davvero umiliata. È un mese che continua a ripetermi le solite storielle. Che devo stare tranquilla, che adesso le parla, che ormai è arrivato il momento di chiarire tutto e che nemmeno lui ce la fa più a sostenere lo stress dei nostri sotterfugi. Vorrebbe vivermi alla luce del sole, andare in centro tenendomi per mano, ridere e scherzare davanti ad una tazza di caffè, mentre il mondo ci gira intorno incurante di noi e del nostro folle, stupendo, meraviglioso amore. Amore. Sì ma quale amore, se solo dopo che l’abbiamo fatto mi ha confessato che non le ha ancora detto nulla.

Non c’è stato il modo, non il momento, non il luogo adatto per poterle dire con tranquillità tutto quello che da mesi si tiene dentro. Tutto, tutto di noi, che abbiamo un futuro insieme, che abbiamo interessi in comune, che vogliamo le stesse cose e vogliamo farle in due, noi due. Ma quale noi due è possibile se continuiamo a trascinare inutilmente questo rapporto senza dargli la possibilità di esprimersi e di farsi valere. Lui prima però doveva soddisfarsi, il porco e solo dopo che ha fatto il suo comodo mi ha tirato la mazzata, mentre ancora mi beavo di noi, volata dritta al settimo cielo a cullarmi dentro stupide fantasie da ragazzina, piene di giri intorno al mondo mano nella mano.

Non le ho parlato e adesso non è nemmeno il momento di farle capire niente… questo ha saputo dirmi dopo che avevamo fatto l’amore. Non ho potuto dargli modo di continuare, quelle parole mi hanno risucchiato dal mio mondo di inutili sogni per scaraventarmi violentemente a terra. Nel tempo che a lui è occorso per sgranare gli occhi e spalancare la bocca per assumere quell’espressione da ebete sorpreso, io mi sono alzata, lavata, vestita e l’ho lasciato da solo in quella squallida camera, sporca di sesso delle centinaia di stupidi come noi, come me, che vanno lì a cercare chissà cosa ed escono senza aver trovato niente. Non voglio vederlo, non voglio più vederlo ne sentirlo e voglio scordarmi che esiste e che sia mai esistito.

 

Venerdì 8:

Oggi mi ha mandato ventisette messaggi. Ah, oggi si preoccupa per me, perché non se ne è preoccupato ieri sera o il giorno prima magari e preoccupandosi per me, perchè non ha detto tutto a sua moglie, anzi alla sua padrona. Fabio fai questo, Fabio fai quello, portami qui, portami là e non lasciarmi per un'altra! Ce la vedo con quei capelli da strega, rossi come il fuoco di notte, tutti arruffati, ma non si pettina mai? Sembra ci sia passato in mezzo un gatto rabbioso che rincorre il suo topo. Se mi capita a tiro gliela faccio vedere io la rabbia, uno a uno gli strappo quei capelli, sempre che non sia una parrucca, così mi rimangono in mano tutti insieme e non ci penso più.

Ventotto. Ti amo, ti penso, mi manchi, sii paziente. Perché continui a prendermi in giro? Adesso spengo il telefono e faccio finire questa tortura. 

 

Sabato 9:

È uno stronzo stronzo stronzo stronzo stronzo! Tanto lo so che non la lascerà mai. E’ inutile che continui a mandarmi messaggi. Perché  non la smette, non posso nemmeno accendere il telefono che subito comincia a fare quel dannato beep beep. Non lo voglio, non ci voglio pensare, non voglio pensare a niente, stasera mi spengo e non ci sono per nessuno, nemmeno per me stessa. Adesso chiudo anche questo stramaledetto diario pieno di tutti i momenti meravigliosi che ho passato con lui, di tutti i sogni che poi immancabilmente si sono trasformate in sadiche illusioni. Sono andata a rileggere quello che ho scritto il cinque del mese passato, era sabato e la strega era andata al paese dalla mamma. Certo che quando vuole, e soprattutto può, sa come fare a rendermi felice. Lago, passeggiata e amore intenso fino a notte fonda, poi però tremendo rientro in città e separazione.

A pensarci bene però quando mi ha lasciata sola sul marciapiede davanti casa, lì per lì ero al settimo cielo, ma adesso mi rivedo triste, chiusa nel mio vestitino bianco, strinto all’inverosimile che si sarebbero potute vedere le mutande se Fabio non me le avesse strappate a morsi. Stava cominciando a piovere io guardavo la sua nuca nel riquadro del finestrino posteriore dell’auto che si allontanava, i fari rossi mi accecavano un po’ ma davano al tutto quell’alone di mistero che in quel momento mi faceva sentire parte di un intricata trama da film di spionaggio. Noi eravamo i buoni e la facevamo alle spalle della cattiva. Adesso mi guardo, ferma sul marciapiede, come se fossi una qualunque automobilista che attraversava l’incrocio nel buio di una sera piovosa qualunque e vedo una donna in punta di piedi che saluta verso il niente, verso nessuno e mi sembra ridicola. Misera e ridicola. Illusa, misera e ridicola. Eppure quella sera sono stata davvero bene, mi ha fatto sentire come se fosse un giorno qualunque di una settimana di un tempo infinito, senza che dovessimo partire, senza dover tornare, come se fossimo noi sempre e comunque e mi ha fatta sentire amata.

È uno stronzo stronzo stronzo stronzo stronzo! Ma io sono completamente, totalmente, maledettamente innamorata di lui e in questo momento non sono in grado di riuscire a veder chiaro nella nostra situazione. Lascio il telefono spento. Domattina lo riaccenderò e con calma mi rileggerò i suoi messaggi, con estrema calma, senza farmi prendere dall’orgoglio e dalla rabbia. Non posso rischiare di perdere tutto questo per colpa mia

 

Domenica 10:

Cazzo vuoi rispondere! Questo è stato l’ultimo messaggio che mi ha mandato ieri sera. Alle nove e quarantacinque. Probabilmente era nel bagno di qualche ristorante del centro, uno di quelli in cui non mi può portare. Avranno mangiato a lume di candela o magari insieme ad altri amici, come noi non facciamo mai. E poi tornati a casa avranno fatto l’amore. Anche se a me dice che non lo fanno più. Ma a questo punto non so più se credergli o no.

Adesso provo a chiamarlo.

Non risponde! Deve essere insieme a lei chissà dov’è. Oggi è una meravigliosa giornata di sole, saranno andati al lago o magari sono in qualche centro commerciale a fare shopping. Sì, dev’essere così, la sanguisuga gli starà spillando un po’ di soldi e lui per non farla arrabbiare striscerà quella cartina in silenzio. Beh, che questo silenzio almeno gli porti consiglio e si renda corto che lei lo sta solo consumando senza dargli un briciolo di amore. Io invece se lo avessi per me ventiquattr’ore al giorno tutti i giorni saprei come farlo stare bene, come coccolarlo, come lasciarlo divertire insieme e me. Ma come fa lui a non capire e a non prendere il toro, anzi la vacca per le corna e spiattellargi in faccia tutta la verità. Sarebbe così semplice. Io non ti amo, amo un'altra, fra noi è finita, addio. Poi sarebbe un gran casino ma  almeno sarebbe un punto di partenza.

Chissà cosa stanno facendo adesso. Io non riesco più nemmeno ad annoiarmi davanti alla televisione. In ogni programma non fanno altro che parlare di amore, di coppie che si lasciano e si prendono, di sesso, di quanto fa bene, che tutti lo fanno o che nessuno lo fa. E a me non rimane altro che uno stupido telecomando che non ubbidisce ai miei desideri. Puff. E lei non c’è più. Puff e lui e tutto per me. E ci andiamo noi in centro a mangiare a lume di candela. Continua a non rispondere, questo vuol dire che è sicuramente con lei e che se lo sta tenendo ben stretto. Mi sa che questa volta ho esagerato. Cavolo l’ho lasciato lì come un pesce nel secchio, senza alcuna possibilità d’uscita. Me la sono filata, un po’ da codarda a dire il vero, anche se ero così incazzata che se fossi rimasta lì avrei detto e fatto cose di cui poi mi sarei sicuramente pentita, ma almeno avremmo parlato. Sicuramente lui aveva qualcos’altro da dirmi, certo non poteva essere solo … sai non le ho ancora detto niente! Magari era, non le ho potuto dire niente ma… e poi magari qualche notizia positiva. Il piano B! Le spie hanno sempre un piano B a portata di mano, qualcosa da studiare e organizzare assieme. Invece l’ho piantato in quella misera stanza da solo. Certo qualcosa doveva esserci sicuramente altrimenti non mi avrebbe mandato ventisette, no ventotto messaggini a dire il vero ventinove ma l’ultimo non lo prendo in considerazione, a quel punto doveva essere veramente arrabbiato. Sono stata una stupida. Scema scema scema scema, ma come ho potuto perdere il controllo in questo modo.

Ho provato di nuovo ma non risponde. Sarà meglio che spenga la televisone, ovunque giri ci sono solo immagini di gente che si abbraccia, che si ama e che sta facendo l’amore. Non ho proprio voglia di morire d’invidia in questo momento.

Non risponde non risponde. Maledizione. Ho combinato un bel casino, adesso chissà se lui vorrà ancora un’isterica come me. Ti prego rispondi, ti prego rispondi! Niente, l’utente da lei amato non è al momento raggiungibile. Speriamo possano raggiungerlo almeno i miei pensieri e lo riportino da me. Non me ne importa niente se sta ancora con lei, posso ancora resistere, d’altronde lui ha una posizione da mantenere in banca. È direttore ed ha appena chiesto il trasferimento. L’ha fatto per essere più vicino quando avrà finalmente lasciato la moglie e potremo finalmente vivere sotto lo stesso tetto. Appena avrà ottenuto l’avvicinamento caliamo l’asso e ci disfaciamo della strega. Subito, perché finché lavora a quaranta chilometri abbiamo i modi e il tempo per incontrarci, ma se viene a lavorare in città cosa gli racconta per fare tardi che si è fatto quattro ore di semaforo per fare i sei chilometri che lo separano da casa. Devo stare calma, calma e serena. Serena un corno mi sa che Fabio non si farà vivo per un bel pezzo. Ho rovinato tutto. Ma se torna mi farò perdonare, te lo prometto, torna Fabio, torna, anche fra una settimana, un mese un anno, io sono qui ad aspettarti.

Intanto non risponde, è quasi mezzanotte. Perché non si chiude in bagno e mi manda un sms. Uno solo, solo un altro e mi faccio perdonare.

Sono le tre e mezza e non ho ancora preso sonno. Voglio vedere come mi presento domani mattina al lavoro. Penseranno che ho passato una domenica di sesso. Invece è stata proprio una domenica di merda! E mi sa che ce ne saranno molte altre in futuro.

 

Lunedì11:

Come sempre mi smentisce. Stamattina è passato dall’ufficio e mi ha portato un regalo. È una teiera di porcellana in miniatura, l’ha comprata ieri, di nascosto dalla strega, mentre erano in giro per mercatini. Lei era tutta presa tra comò e cassepanche, lui l’ha vista è ha pensato subito a me. Quando fa così mi sento un ghiacciolo che si scioglie in un bicchiere e vorrei tanto che lui mi bevesse. Fabio ti amo! Fabio ti amo! Fabio ti amo! Questo ninnolo è una chicca adorabile, un esemplare speciale per la mia collezione. Rischia davvero di diventare il pezzo più importante. E poi è successa la cosa che aspettavo. Stasera ci vediamo, passa da me alle sette e ce ne andiamo a cena sul lago. Sì!

Ancora però non ce l’ha fatta a parlare con sua moglie. Lei non sta attraversando un bel momento, sembra che per me siano tutte rose e fiori, proprio adesso che era deciso a spiattellargli tutto quella stronza ha perso il lavoro, aveva un contratto a termine e non glie lo hanno rinnovato. Hanno fatto bene, non gli rinnoverei proprio nulla nemmeno io a quella lì! Anche se adesso però a farne le spese siamo noi. Non che abbiano problemi di soldi, però lei ci teneva tanto alla sua indipendenza. Beh se per lei era così importante allora doveva stare più attenta, cosa credeva di far carriera con un decolleté e una minigonna, alla sua età farebbe bene a mettersi un sacco di patate addosso e starsene in casa. Ma lei vuol fare la donna in carriera e allora si cerca un altro lavoro e chiaramente fino a quando non lo avrà trovato  Fabio non può certo tirargli addosso anche la mazzata del nostro amore, ce la dovessimo mai avere sulla coscienza. Speriamo che trovi presto un bel posto da segretaria, magari da qualcuno che gli piace allungare gli occhi così il pasticcio lo combina lei e noi siamo a posto.  Eh sì! Perché quando sarà il momento credo proprio che ci darà del filo da torcere. Non perché provi qualcosa per lui, Fabio mi ha garantito che è un anno che ormai tra di loro soltanto buongiorno e buonasera, ma questa con tutte le sue idee da gran donna, con le cassepanche d’antiquariato e le girate ai mercatini, vorrà di certo mungere la mucca per continuare a sollazzarsi. Se non trova un lavoro sarà un gran casino, anche perché se Fabio si azzarda a dirle qualcosa su di noi quella ne approfitta subito, col cavolo che se lo cerca prende la palla al balzo e sta a casa a fare la sciura. Con la separazione si fa il vitalizio e fa la bella vita a spese nostre, così poi gliele dobbiamo pagare noi le cassepanche. Sarà un percorso lungo e faticoso, staccarsi da quella maledetta sanguisuga non sarà certo indolore, ma io mi fido di Fabio e sono certa che troverà il momento, la maniera e le parole per infinocchiarla bene bene ed uscirne nel migliore dei modi. Intanto stasera me lo godo io, con la scusa della riunione con i direttori della provincia ci siamo guadagnati una notte intera tutta per noi. È la prima volta e me la voglio godere senza pensieri e senza la sua ombra accanto a noi. Io non la rammenterò nemmeno e sono certa che anche lui non avrà nessuna voglia di pensarci. E se si provasse ad accennare per caso anche lontanamente all’argomento, ho le armi pronte per fargli cambiare immediatamente idea. Adesso sarà meglio che mi vada a preparare, questa volta lo farò restare di stucco, lo voglio veder sbavare tutta la sera in attesa del premio finale. Un signor premio, ho già in mente due o tre cosette per farlo rimanere di sasso. Da domani striscerà ai miei piedi solo per poter avere il permesso di ricordare ciò che gli avrò fatto in questa magnifica notte d’amore che ci aspetta! Adesso vado… poi ti farò sapere.

 

Martedì 12:

Sono feliceeeeeee, feliceeeeeeeeeeeeeee, felicissimaaaaaaaaaaaaaaaaaa! È stata una serata magnifica! Ristorante, passeggiata mano nella mano nel buio del lungolago e poi una notte d’amore come non mi sarei mai aspettata neanche io. I suoi occhi, la sua bocca le sue mani forti e quell’espressione da bambino che gli si dipingeva sul volto ogni volta che sono riuscita a sorprenderlo. Di lei non abbiamo mai parlato, neanche per caso ma alla faccia sua abbiamo fatto l’amore per un’infinita notte magica. Sono troppo felice. Felice delle emozioni che ho provato e di come ci siamo sentiti bene insieme, l’uno con l’altra, l’uno nell’altra. Caro mio, se continua in questo modo avrò così tante cose da ricordare che mi ci vorrà un registratore attaccato al cuore ventiquattr’ore su ventiquattro

 

Mercoledì 20:

Scusa se ti ho tralasciato un po’, ma sto così bene e sono così felice che nessuna parola scritta può rendere giustizia alla mia gioia.

 

Martedì 26:

È un bastardo! Non è vero niente di tutto quello che mi ha fatto credere fino ad ora. Oggi ero in centro e sono passata per caso, diciamo così, davanti all’agenzia dove lavorava Miriana, maledetta lei, maledetta me. Mi sono detta, andiamo a vedere chi ci hanno messo al suo posto, magari hanno preso una ragazzetta di vent’anni, una carina, simpatica che non vuol fare la primadonna, una che va lì per lavorare e non per farsi guardare. Ma appena sono arrivata all’ultimo gradino mi sono sentita morire. Non ho nemmeno avuto il bisogno di guardarla in faccia, quando ho visto quella capanna di riccioli rosso mogano mi sarei messa ad urlare, ecco ci sarebbe mancato solo questo, così la mia bella figura sarebbe stata completa. Avrei voluto avvicinarmi al bancone, prenderla per quella sua orribile collana di corallo ricordo della nonna e gridarle in faccia, ma tu che cavolo ci fai qui stronza, ma non ti avevano licenziato? Ma non eri disperata perché avevi perso il lavoro, ma non stavi cercando un misero posto dove ti dessero un tozzo di pane per le tue cassepanche e per la nostra libertà! Ma, ma ma ma… Ho chiamato quella carogna di Fabio e gli ho sputato tutto in faccia. Mi ha risposto che stasera non riesce ha liberarsi, ha un ispettore in filiale. Ma domani mattina passa da me e andiamo a mangiare un boccone così mi spiega tutto. Ti spiego io ti spiego! Ti spiego e ti ripiego e il boccone te lo faccio ingoiare intero con tutti i denti ancora attaccati. Domani gli pianto una scenata che devono chiamare i Carabinieri a dividerci, perché non mi berrò nemmeno una parola di tutte quelle che tenterà di rifilarmi, quell’infame bugiardo.

Dopo tutto quello che abbiamo fatto insieme, dopo tutti i sacrifici che ho fatto per lui, dopo quello che siamo stati l’uno per l’altra! Meglio che cerchi di calmarmi, altrimenti domani lo spezzo prima che possa avere il coraggio di aprire quella sua bocca della menzogna!

 

Mercoledì 27:

Sono stata calma e l’ho lasciato parlare. È messo veramente male, in tutti questi giorni non è mai riuscito a dirmi la verità perché quello che era accaduto lo ha colto veramente di sorpresa. Ha visto crollare il nostro castello e ha sentito l’occasione sfuggirgli via tra le dita. All’ultimo momento le hanno rinnovato il contratto per altri sei mesi, confermandole però che non ci sarebbe stato un ulteriore rinnovo. Per questo motivo avremmo dovuto aspettare che passasse tutto questo tempo e poi che lei si trovasse un nuovo lavoro. Non ce l’ha fatta a addossare anche su di me questo peso, aveva deciso di dirmi tutto al più presto, quando avesse trovato il modo per chiudere tutto, che lei avesse un lavoro o no!

Poi mi ha tirato la stangata! L’ennesima! La strega mi ha visto ha visto che io la guardavo e come. Adesso sospetta qualcosa, mi ha riconosciuta. Vorrei proprio sapere come ha fatto? Mi aveva vista di sfuggita con Fabio quasi un anno fa, ad un pranzo veloce in un bar quando ancora non stavamo nemmeno insieme. Beh lui il filo me lo faceva ma io non mi era ancora decisa. Ci ha pure presentate… questa è mia moglie.. questa una mia cliente. Ma quale cliente, allora non sapevo nemmeno dove fosse la banca era lui che veniva sempre più spesso nell’ufficio dove lavoro, con tutte le scuse possibili per di attaccar bottone. E quella era la nostra prima innocentissima uscita. Fabio ha detto che adesso dobbiamo far calmare le acque. Per un po’ di tempo dovremo evitare di incontrarci e lui farà il bravo maritino che rincasa presto dal lavoro, almeno fino a quando non sarà di nuovo tutto tranquillo. Niente uscite, niente cene, niente coccole, niente sesso, e soprattutto niente telefonate ne messaggi, perché la strega adesso gli controlla pure il cellulare. Farà sembrare che tutto sia come sempre e poi la lascerà, finalmente, e potrà uscirne fuori immacolato. A quel punto sarà libero di farmi tutte le telefonate che vorrà e festeggeremo insieme in un bel ristorante in centro! Devo riuscire a mantenere la calma e a saper aspettare, non ci vorrà molto, me lo ha promesso, poi avremo tutta la vita davanti, solo per noi!

 

Venerdì 20:

Ma quanto tempo è passato? Quanto ancora devo rimanere ad ascoltare questo suo silenzio? Stamani ero quasi decisa ad entrare in banca, poi a due metri dall’ingresso mi sono fermata. E se poi mi vedono? Se c’è lei che casualmente é passata a fargli un saluto, tanto per dare una controllatina non si sa mai. E se qualcuno mi riconosce e poi cominciano a girare voci strane, quella strega sarebbe capace di avere infiltrato una talpa per tenere d’occhio Fabio, anzi un talpone maschio, così non corre rischi. No, devo stare attenta, non posso rischiare di rovinare tutto proprio all’ultimo momento.

E se lui non si facesse più sentire, se fosse stato un modo come un altro per scaricarmi? Puff, via l’amante rompicoglioni, avanti un’altra e che stia calma e senza tante pretese. Magari l’ha già lasciata e non mi ha detto niente? Come mi devo comportare, meglio sapere o meglio aspettare? Mandargli un messaggio sarebbe poi così rischioso? No, potrebbe averlo lei il suo telefonino, ce la vedo ad aspettare la chiamata tanto per fare la scena madre, per fare la vittima innocente della tragedia d’amore. Lo faccio chiamare da qualcuno! Sì ma di chi posso fidarmi, chi starebbe dalla mia parte qui in ufficio e in banca non conosco nessuno così bene da chiedergli di entrare a far parte del complotto. Che fare maledizione, che fare? Non resisto più!

Ho deciso lo lascio… no anzi aspetta, come posso… io lo amo!

3

 

 

  

Lettere dAmore


 

Ciao Ada, ti scrivo questa lettera sperando che le mie parole ti possano raggiungere, ovunque tu sia. Certo scrivere è una parola grossa, se potessi realmente tenere una penna in mano non sarei qui e i miei progetti sarebbero certamente diversi. Anche se la tua mancanza comunque incombe assoluta nei miei pensieri, inondandomi di dolore, di nostalgia, di ricordi ma soprattutto di amore ed ognuna delle sensazioni che provo mi porterebbe alla fine a formulare il medesimo desiderio, quello di raggiungerti il prima possibile. Salire su un treno e sferragliare sbuffando verso la tua stazione, sentir annunciare la fermata, attendere fremente che le portiere si spalanchino fra le nubi rosee che circondano i binari e vederti là ad aspettarmi a braccia aperte, con lo stesso vestito giallo a fiori che indossavi quando ti ho conosciuto. Allora fosti tu a scendere dal treno, arrivavi da molto lontano ed avevi viaggiato per quasi due giorni, a quei tempi i treni non erano così veloci come oggi ed eri stata costretta a cambiarne addirittura tre prima di arrivare fino a me. Non c’era nessuno ad aspettarti anche se eri venuta a trovare i tuoi parenti che già da qualche anno si erano stabiliti al nord, come i tanti che erano saliti in cerca di un lavoro, di una casa, di una speranza, della vita. Tu appena scesi quei pochi gradini invece trovasti l’amore.

 

Ti vidi subito tra la folla e riconobbi immediatamente lo sguardo sperduto di chi non riusciva a capacitarsi su dove fossi finita, guardavi le mille facce intorno a te come fossero stati dei marziani. Tutti correvano, chi per accaparrarsi i posti a sedere sul prossimo treno in partenza, chi incontro a madri o fidanzati o fratelli, tornati o arrivati da lontano, ma non c’era nessuno per te. Avevo visto scene come quella migliaia di volte e non mi ci volle molto, gettando intorno a me uno sguardo indagatore, a capire che chissà per quale motivo, neanche uno dei tuoi parenti era potuto venire ad accoglierti, a darti il benvenuto, ad aiutarti a superare l’impatto con la grande città, frenetica, caotica, fredda. Mi avvicinai lentamente mentre intorno a noi si faceva il vuoto e nell’aria risuonavano i fischi dei convogli in partenza. Se tu non avessi avuto il coraggio di parlarmi allora mi sarei fatto avanti io offrendoti il mio aiuto. Non ce ne fu bisogno, mi guardasti, obbligata dal fatto che eravamo rimasti soli sulla banchina, mentre io guardavo te, ammirato dalla luce che emanavi con il sole che aveva fatto capolino tra le nebbie per venirti ad illuminare, per far risplendere quel tuo abitino giallo che per niente si addiceva ad una emigrante. E capii che eri diversa, che eri speciale. Come lo sei stata per tutto il resto della nostra vista insieme. Mi chiedesti informazioni per raggiungere il quartiere dove abitavano i tuoi parenti ed a me si allargò il cuore scoprendo che era a non più di un chilometro da casa mia. Mi offrii subito di accompagnarti, avrei staccato dal lavoro dopo poco più di mezz’ora e non avrei perso quell’occasione per tutto l’oro del mondo. Ti feci accomodare nella sala d’aspetto di prima classe, tu così sperduta, così confusa e anche un po’ impaurita dal fatto di dover affidare le tue imminenti speranze ad un perfetto sconosciuto.

 

Il tuo viso candido, i tuoi occhi neri e profondi ed il tuo bel vestitino giallo non stonavano affatto con i signorotti che trovammo dentro il salone, più di uno ti guardò con compiacimento ed io per evitare che qualcuno di loro si facesse avanti e anche perché cominciava a fare troppo freddo per il tuo abitino primaverile, ti coprii le spalle con la mia giacca sporca di grasso e piena del mio odore. Un’ora dopo arrivammo con la mia bicicletta sotto la finestra da cui, da quel momento in poi, mi avresti salutato quasi ogni sera fino a che non venisti ad abitare a casa mia, dopo un incantevole matrimonio ed il nostro minuscolo, meraviglioso viaggio di nozze.

 

Grazie al mio lavoro potemmo andare gratuitamente a Venezia, a dare da mangiare ai piccioni e fare quel giro in gondola che tanto avevamo sognato, fra i sontuosi palazzi decadenti e marci che ancora oggi vedo come se stessero ancora scorrendo dondolanti davanti ai nostri occhi sbalorditi che uno spettacolo come quello potesse essere vero. A tarda sera eravamo di nuovo a casa, pronti a trascorrere insieme la nostra prima notte di nozze. Due imbranati, incapaci di sapere, capire o pensare cosa avremmo mai davvero dovuto fare, poi con il tempo, l’istinto e la tenerezza abbiamo continuato ad amarci ancora e poi ancora e poi ancora. Certo con ritmi diversi a seconda delle circostanze, non era per niente facile con due bambini piccoli ritagliare dei momenti solo per noi e poi molto più tardi, anche a causa dell’età. Ma siamo stati capaci di fare ancora l’amore poco prima che tu peggiorassi e in un batter di ciglia te ne andassi via, lasciandomi inutilmente solo in questo mondo ormai capace di andare avanti da sé, a cui avevamo già dato due sostituti e sei nipoti che potevano benissimo cavarsela anche senza di me, senza il peso del mio dolore, della mia tristezza, della mia melanconia, inadatta e incomprensibile dai nuovi abitanti di questa sempre più grande città, ancora frenetica, caotica e smisuratamente fredda.

 

È una delle tante lettere che ti ho scritto, come quelle che ti nascondevo sotto il cuscino quando mi alzavo molto presto per andare a lavorare al turno del mattino, dalle quattro a mezzogiorno e quando tornavo stanco trovavo un piatto caldo ad aspettarmi e il letto pronto per fare l’amore con te prima di addormentarmi satollo nella pancia e nei reni. Ti piaceva allungare la mano mentre ancora sonnecchiavi, frugare sotto la tua testa nella speranza di trovare quel piccolo pezzo di carta, ti dava gioia e pace anche quando c’era scritto solo ti amo o ti penserò tutto il giorno ma il più delle volte su quei fogli c’erano le nostre speranze, i nostri sogni, i desideri che avremmo potuto realizzare con sacrificio e quelli che sarebbero rimasti solo chimere da ammirare nei cieli stellati d’agosto, quando ancora le cicale hanno la forza di cantare, tanto è stato caldo e i grilli cominciano le loro prime stentate serenate in cerca di una compagna per la notte. Voleva dire così tanto per te che quando per un motivo o per un altro non avevo il tempo o le parole da scriverti, mi aspettavi imbronciata temendo chissà quali immani sciagure si fossero abbattute sulla nostra storia d’amore. Poi, dopo molto tempo abbiamo davvero conosciuto queste sciagure, per o contro le quali noi non avevamo modo di fare niente, anche se un ultimo miserrimo tentativo lo abbiamo voluto tentare compiendo il nostro primo ed ultimo viaggio all’estero, andando a pregare per noi ma più che altro a ringraziare di ciò che ci era stato donato, davanti alla grotta dove Bernadette fu illuminata dalla celeste visione dell’Immacolata Concezione.

 

Quando lo abbiamo detto ai nostri figli, scettici e atei del nuovo mondo moderno, ci hanno guardato come se avessimo detto loro che in realtà eravamo due alieni provenienti dal pianeta orione. Ma poi hanno accondisceso con piacere alla nostra richiesta, consapevoli che la medicina niente poteva fare per salvarti se non condurti teneramente verso il triste traguardo di questo tuo meraviglioso viaggio nella vita e allo stesso tempo lieti di regalarci quella speranza e quel viaggio che a loro modo di vedere in fondo, dopo tutti i sacrifici compiuti per loro ci meritavamo. Non abbiamo ricevuto nessun miracolo e a dire il vero nemmeno ce lo meritavamo, visto che nonostante le preghiere, le processioni, i bagni e i sorsi d’acqua, quello per noi più che il viaggio della speranza è stata la nostra luna di miele. Nulla è cambiato dentro di te, il male non ti ha abbandonato, il dolore non si è affievolito ma, sarà stata l’atmosfera, sarà stata l’acqua miracolosa in cui entrambi ci siamo tuffati, abbiamo potuto salutarci a modo nostro, facendo un ultima volta l’amore ancora come fosse la prima.

 

Siamo partiti con un viaggio organizzato dall’ Unitalsi, un’associazione di volontari che caritatevolmente e amorevolmente si prodiga nell’accompagnare credenti e meno credenti, verso quei luoghi in cui più volte si sono manifestati eventi straordinari che in alcuni casi sono stati riconosciuti come veri e propri miracoli. Posti dove la preghiera, l’introspezione e la fraternità aleggiano palpabili nell’aria. C’è sempre qualcuno disposto ad aiutarti qualunque cosa tu desideri, un abbraccio, uno sguardo, una carezza, un sorriso. Strade, chiese e ospedali pieni di gente sfortunata che riceve quotidianamente il miracolo di essere accettata, curata e amata da chi gli sta intorno.

 

Siamo partiti curandoci solo di noi stessi e i nostri occhi ci hanno invece voluto regalare uno sguardo oltre il nostro piccolo giardino e abbiamo potuto vedere centinaia, migliaia di persone a cui era stata negata la possibilità di assaporare anche la più piccola delle nostre soddisfazioni e ci siamo sentiti piccoli davanti a quella concentrazione di sofferenze e immeritevoli di qualunque cosa noi andassimo a pretendere. Tutto questo ci ha fatto rivivere ogni istante della nostra vista assieme, il vero miracolo a cui noi avevamo partecipato in prima persona. Eravamo presenti ad ogni preghiera, ad ogni processione, ad ogni evento programmato in quella settimana e lo abbiamo fatto insieme, mano nella mano, pregando per tutte le persone che ci circondavano e per tutti gli sfortunati che non potevano o non sapevano di poter arrivare fino lì a cercare se stessi ed ha imparare ad amarsi per quello che sono, per ciò che l’esistenza ha loro riservato. I tanti momenti liberi li abbiamo invece trascorsi come due piccioncini in viaggio di nozze. Visitando, guardando, passeggiando, comprando souvenir come se fossimo a Parigi, a Capri, alle Maldive o sulla luna.

 

Siamo tornati a casa con il cuore riempito da tutto ciò a cui avevamo assistito, comportandoci noi come due dei tanti volontari pronti a dare ascolto alle sofferenze altrui e portando chiuso in uno stipetto comune, anche tutti quei piccoli, umani ricordi che avevano punteggiato questo strano viaggio in un mondo di cui spesso si preferisce non sapere. Le soffici brioche calde che ogni mattino accompagnavano l’orrendo caffè francese, incapace di diventare dolce qualunque cosa decidessi di aggiungervi, il pane friabile infilato sotto il braccio o portato come un mazzo di fiori in boccio, l’acqua fresca del Gave che sembrava chiacchierasse, ribollendo allegra nelle cascatelle, prima di abbracciare lenta l’Esplanade delle processioni e la Basilica del Rosario. La misteriosa ed inspiegabile aria che si respira davanti alla grotta, con la statua della Vergine che in modo assoluto, non rende nemmeno lontanamente l’idea della maestosità e allo stesso tempo semplicità di ciò che Bernadette vide prima di regalare a tutti noi quest’enorme eredità di fede. Non abbiamo fatto i bravi turisti fino in fondo perché non abbiamo scattato nemmeno una fotografia, avevamo deciso così e non ne abbiamo sentito la mancanza, in fondo tu non avresti potuto guardare quelle foto ricordando il profumo del pane e io non avrei mai avuto il coraggio di guardare quelle montagne e quei boschi senza la tua mano calda sopra le mie spalle ed i tuoi occhiali a cozzare con i miei nel tentativo di mettere a fuoco le immagini, come avveniva ogni volta che leggevamo un giornale o riguardavamo per l’ennesima volta quell’unica foto in bianco e nero che ci facemmo scattare in piazza San Marco il giorno del nostro breve ma straordinario viaggio di nozze. Adesso i nostri figli e soprattutto i nostri nipoti scattano centinaia di fotografie ad ogni occasione, con quelle macchinette poco più grandi di un pacchetto di caramelle per poi infilarle magicamente dentro al loro computer e mandarle agli amici semplicemente premendo un bottone. Non le stamperanno mai e non le guarderanno mai più, abbandonando i loro ricordi dentro ad un bussolo di latta tutto fili e lucette. Invece a noi piaceva tanto tirare fuori il nostro album, dove ci sono sì e no tante foto quante loro sono capaci di scattarne in un giorno solo e ripescare candidamente tutto il nostro passato. I nostri figli che crescevano, i panorami che cambiavano, i matrimoni e i battesimi. Fino a quando non si ruppe la Ferrania, la macchina fotografica che mi regalasti con i soldi guadagnati con quella tua unica stagione di lavoro ai grandi magazzini in centro. Quella volta che volesti fare la donna emancipata ottenendo l’unico risultato di amare ancora di più il tuo lavoro a casa a prenderti cura dei tuoi figli, di me, di te, che mi manchi così tanto.

 

Non riesco a capire come sia potuto passare tutto questo tempo, se fossi stato in me sarei impazzito. Ti avrei cercata inutilmente ogni mattino ed ogni sera, proprio come ho fatto per quel breve periodo che ho dovuto sopravvivere senza di te e sarei crollato dal dolore, proprio come mi è accaduto davvero. Sono due anni che te ne sei andata via, per mano a quel demone che ti si è annidato dentro e ti ha tenuto compagnia giorno dopo giorno per gli ultimi attimi della tua sorprendente vita, la vita che hai reso straordinaria a me restandomi vicino ogni momento. Ed io è già un anno e mezzo che vivo schiacciato su questo materasso duro, avvolto tra lenzuola insipide che gli infermieri ormai non cambiano nemmeno più. Entrano, chiudono la porta, rompono il sacchetto sigillato della lavanderia, fanno una palla informe con le lenzuola pulite e le ficcano dentro il bidone che le riporterà intonse verso un nuovo viaggio in centrifuga a cento gradi. Anche loro si sono stufati di prendermi sollevarmi delicatamente far prendere aria alle mia rachitica schiena coperta di piaghe di ogni colore e dimensione e poi risistemarmi con cura, badando a non staccare nessun tubo, nessun filo a non spengere nessuna lucetta. Un bussolo vuoto pieno di ricordi ma senza più nessuno che venga a schiacciare un bottone per riviverli e rivederli insieme a me. Entrano, sbuffano, a volte mi trattano male a volte mi commiserano a volte mi parlano come se fossi il loro nonno. poi sfilano la traversa e senza alcun riguardo per il mio corpo martoriato ne fanno scorrere una pulita quanto basta per rincalzarla dall’altra parte, straziando in questo modo il mio corpo che oramai non può più sentire alcun dolore. Per fortuna il mio coma profondo mi impedisce di sentire male, ma non c’è fortuna per me, perchè non è il dolore che mi tormenta, è la tua mancanza, l’impossibilità di impazzire e non sentire più i morsi di questo mostro che azzanna senza finirmi mai.

 

Pochi mesi dopo la tua morte sono stato colpito da una macabra trombosi che non ha voluto darmi il colpo di grazia ma si è divertita a vedermi spegnere lentamente contornato da fili, tubi e luci di ogni colore come un vecchio albero di Natale dimenticato da un bambino che dopo aver aperto il suo pacco regalo, non si è più curato dell’albero ma ha pensato solo a divertirsi. I primi tempi era pieno di gente intorno a me, medici, infermieri, suore e frati cappuccini. I nostri figli con le loro mogli a cui tu volevi tanto bene da brava suocera anticonformista com’eri e da cui ti sei fatta volere un gran bene, i nostri nipoti che tu sgridavi ed educavi e che io viziavo ed aizzavo contro di te per vedere quel sorriso complice che mi rivolgevi ogni volta che ne riprendevi uno per un orecchio perché aveva commesso qualche innocente marachella, consapevole che lui non ne aveva alcuna colpa e che l’orecchio che stavi tirando in realtà era il mio, ricordandoti delle tante marachelle che abbiamo fatto insieme, nella vita, nell’amore e nel letto.

 

Adesso però è diventata una vera e propria tortura, in gola ho un cannello di plastica, largo come quello che usavi tu per annaffiare i tuoi iris, per le tue ridenti margherite, per i gerani, che tenevi vicino alla finestra della camera perché dicevi che tenevano lontane le zanzare ed io invece ogni sera, prima di cena, innaffiavo la nostra stanza da letto con i più disparati insetticidi profumati. A me i gerani non hanno mai dato una gran fiducia, però era molto bello al mattino guardare verso la nostra piccola finestra e vedere quell’orribile mondo di case e cemento spuntato troppo velocemente intorno alla nostra piccola casetta di campagna, filtrato attraverso il verde delle foglie esagonali, increspate dalle nervature e il rosso dei piccoli petali che tutti uniti formavano delle imperfette sfere rosse, come l’amore che ci ha accompagnato per tutti questi anni. Ogni sera però mi sembrava un po’ di tradirti, aggiungendo additivi chimici al potere dei tuoi gerani e un po’ mi sentivo di amarti, alimentando quella piccola bugia che ci lasciava riposare la notte senza fastidiosi ronzii intorno alle orecchie.

 

Un tubo che porta l’aria dentro i miei polmoni, costringendoli a continuare il loro lavoro, che da un po’ di tempo avrebbero volentieri smesso di fare, ossigenando quel rivolo di sangue che ancora scorre lento dentro le mie vecchie vene incartapecorite. Tubi che portano liquidi e chissà quali sostanze chimiche che riescono a nutrirmi e a non farmi deperire più di quanto sia accettabile, per loro perché io non posso, non voglio e non riesco ad accettare che il mio corpo ormai inutile venga maltrattato così e costretto a sopportare tutto questo. Tubi, tubi che entrano e tubi che escono, per portare via gli stessi liquidi e le chissà quali stesse sostanze chimiche che il mio organismo ha utilizzato, trasformato e deciso di espellere. Se potessi davvero scrivere questa lettera allora mi alzerei e strapperei via queste catene che mi tengono ancorato qui in questo mondo vuoto, senza di te.

 

Voglio un mondo di bene ai nostri figli e loro grazie a Dio e a noi ne hanno sempre voluto un sacco a tutti e due. Voglio tantissimo bene alle nostre nuore, amabili e sempre pronte ad aiutarci e a sorridere con noi. Amo oltre l’immaginabile, oltre il concepibile, oltre il possibile i nostri bellissimi nipoti, così diversi da noi, con intorno un universo che noi abbiamo visto nascere e crescere e che ci è sempre sembrato così straordinario, a noi che lo abbiamo sempre affrontato con timore reverenziale, pensandoci bene ogni volta prima di premere un tasto sul telecomando mentre loro già da piccolissimi registravano, programmavano e decidevano come cambiarlo perché sembrava loro troppo normale. Ho ricevuto un sacco di amore e ne ricevo ancora, ma non ha più lo stesso sapore se non lo posso gustare insieme a te e sono sicuro che anche tutti loro lo capiranno.

 

Adesso però ho deciso. Passerò all’azione. Ho controllato e ricontrollato i tempi ed oggi finalmente agirò. Sembra quasi un film di spionaggio o di una rapina alla banca, ed io mi sono comportato proprio come fanno i protagonisti nei film, con i loro orologi a scandire minuti e secondi fino all’inverosimile per trovare il punto debole, il momento esatto, l’attimo in cui agire. Come ogni terzo venerdì del mese oggi c’è Fausto al turno di notte e i casi sono due, o si rintanerà da qualche parte a leggere e fumarsi un pacchetto intero di sigarette o si addormenterà in infermeria mentre guarda un film con Vandamme. Sarà il sonoro della Tv ad avvisarmi dei suoi spostamenti, se è troppo alto sicuramente sta già dormendo, se è assente vuol dire che Fausto si è chiuso in bagno a fumare. Insieme a lui come sempre c’è Irene, un piccolo angelo, sempre pronta ad aiutare chiunque ma così minuta che anche se mi scoprisse non ce la farebbe a soccorrermi, sollevarmi fino al letto e riattaccarmi ogni singolo tubo, cavo e sensore in tempo per non farmi raggiungere te. Fra poco agirò, hanno gia spento le luci e tutto tace, Fausto sarà già a metà pacchetto e Irene deve essere al capezzale di qualche anziana signora bisognosa.

 

Mi alzo sul letto. Stacco con cura ogni singolo filamento che si espande dal mio esile e macilento corpo, badando di non togliere quello che conta i mesti battiti del mio cuore, quello che farebbe scattare l’allarme e farebbe piombare Irene qui con il fiatone e gli occhi strabuzzati per l’orrore nel vedermi disteso per terra. Potrei staccare la spina ma quello continuerebbe a mandare messaggi al suo schermo e a quello in infermeria, ha una batteria interna con un autonomia troppo lunga per ciò che devo fare e non ha un interruttore per disattivarlo. Ma può restare con me, accompagnarmi ancora fino a sentenziare anche alle mie orecchie lo scomparire di quell’inesorabile bip che scandisce il ritmo della mia vita. Ho tolto il tubo dalla gola, sento che mi manca l’aria, non ricevo più quel flebile soffio di speranza vana invadermi indesiderata i polmoni, ho tolto tutti gli aghi che mi nutrono e tutti i tubi che espellono il marcio da me e mi sono disteso per terra, lontano il più possibile dal letto e da tutti quei marchingegni che potrebbero prolungare la mia agonia. Mi sento stanco, spossato e assonnato ma è solo un breve smarrimento, vedo qualcosa che si disegna davanti a me, un tunnel, un lungo tunnel con una luce fortissima in fondo, come nei peggiori film di serie b, come se fossi il protagonista di Ghost. Invece è tutto vero e di fronte a me finalmente appari tu. Eccoti, impossibile non riconoscerti immediatamente, con i tuoi lunghi capelli sciolti sulle spalle, il tuo luminoso abitino giallo e i tuoi gerani stretti fra le braccia in attesa di sostituirli con me. Eccomi Ada, sto arrivando, cammino lentamente per godermi fino in fondo questo momento e aggiungerlo ai tanti indimenticabili che abbiamo trascorso insieme. Dormirò accanto a te stanotte e faremo l’amore fino a quando non ci addormenteremo, con i gerani a donarci il loro profumo e a farci da guardia, tanto non ci sono zanzare in Paradiso.

 

L’insistente bip bip cessò di echeggiare all’interno della stanza, trasformandosi in una sottile linea color acquamarina, un orizzonte brillante in un oceano nero chiuso dentro ad uno schermo ormai inutile.

 

Intanto fuori, il temporale che aveva tolto la corrente a tutto l’ospedale continuava a tuonare e a riempire il cielo di elettrici lampi che da terra portavano fino in cielo luce, energia e amore.

2

 

 

  

L ultimo Viaggio


 

Ascolto il suo respiro, è lento e profondo. Non riesco a capire come possa dormire, a dire il vero non riesco a capire come abbia fatto ad addormentarsi. Io sento l’adrenalina scorrermi nelle vene e pulsare come una cubista in trance, balla balla e non riesce più a staccarsi dal ripetersi frenetico di una musica che si rincorre ad un ritmo a cui il cuore non potrà mai arrivare. Eppure riesce a stare a tempo e continua a muovere i fianchi, il bacino, la testa e gli altri formano un cerchio intorno a lei per venerarla ammirati. Tutti applaudono a tempo, si divertono, la discoteca non chiude ancora e lei continua a muoversi scalmanata dentro le mie vene e a tenermi ansiosamente sveglia, aspettando un mattino chiaro e luminoso che sembra che non abbia per niente voglia di arrivare.

 

Siamo stati più di un’ora a parlare, l’una accanto all’altro, mano nella mano, con gli occhi a fissare nel candido vuoto del soffitto, mentre le parole lo riempivano vergando lettere su lettere, parole dopo parole, come a disegnare sulla pagina bianca di un diario lo scorrere lento della nostra vita. Abbiamo rivisitato ognuno dei momenti che hanno reso così dolce e fremente quest’attimo che da sei anni stiamo attendendo, a volte temendo invano. Ci siamo conosciuti quindici anni fa, ci siamo piaciuti e abbiamo condiviso giorni ed emozioni più o meno uguali a quelle che provano tutti gli innamorati, credendo, come ognuno di quelli, che le nostre fossero uniche ed ineguagliabili. Ma questo allora non lo sapevamo e soddisfatti e sbeffeggianti ce le siamo godute in segreto, alle spalle degli altri che vedevamo insipidi e sfortunati da non poter nemmeno lontanamente immaginare quale fosse l’immenso dono che a noi era stato riservato. Sono passati in soffio quindici anni e in ogni momento vorremmo tornare indietro per riviverli e sentirceli ancora scorrere addosso. Stiamo bene insieme, ci viviamo con gioia, con amore e con mille altre emozioni e sensazioni che abbiamo scoperto con il passare del tempo, il crudele oblatore, che invece non ha per niente affievolito l’intesa e la passione che ci ha bruciati in una fiammata esplosiva in quella sera di fine estate, portando a compimento un inseguimento reciproco, durato tutta un’intera vacanza sulle dorate spiagge della Versilia.

 

Si è messo di fianco e continua imperterrito a dormire, maledetto lui che invidia mi fa! Stavamo parlando o meglio io stavo parlando ininterrottamente da almeno dieci minuti, cercando di infilare le mie parole in quel poco di soffitto libero che era ancora rimasto, mi sono voltata verso di lui cercando una chiara e decisa approvazione a ciò che stavo dicendo e mi sono accorta che la stanchezza l’aveva vinto. Aveva gli occhi chiusi, un impalpabile velo rosa che lascia quasi trasparire il marrone scuro delle sue iridi, quei suoi profondi occhi languidi in cui ancora riesco a perdermi quando lo guardo, quando lui mi guarda senza aver bisogno di dire una parola. Le sue soffici labbra rosse adagiate una sull’altra a disegnare un sorriso beato frutto delle parole scritte sul soffitto e del loro significato, del loro intento, del loro fine. Domani mattina partiamo per Kiev, quattro cinque ore di aereo e poi altre due tre ore per raggiungere con un auto a noleggio la nostra destinazione finale Zytomyr, dove dopo tre lunghi ed estenuanti annidi trafile burocratiche potremo finalmente abbracciare il nostro piccolo Ivan e portarcelo via.

 

Ivano dorme, beato lui, anche se la sua notte insonne l’ha già passata in quell’orribile albergo di Zytomyr. Certo chiamarlo albergo è fargli un gran bel complimento. Un parallelepipedo grigio con le finestre disegnate con il righello. Niente insegna, niente hall naturalmente, niente ascensore e soprattutto niente facchino. Ivano si è fatto quattro piani a piedi con le valige in spalla e quando infine abbiamo aperto la porta della nostra camera gli è pure passata la voglia di riposarsi. Un cubicolo di tre metri per quattro con la finestra interna in metallo che non si chiudeva e la serranda esterna che non si apriva. Ivano ha tentato di tirarla su a mano, visto che mancava completamente la corda per alzarla, ma dopo un paio di sinistri rumori abbiamo deciso di rinunciare prima che con qualche scusa ci facessero ripagare l’intero miserrimo arredamento di quel buio loculo. Un'unica lampadina da venticinque candele pendeva solitaria dal soffitto, tentando di illuminare il meno possibile in modo da non far notare la carta da parati che tentava con successo di staccarsi dai muri marci e gli aloni di salmastro che si allargavano a più riprese sul soffitto a ricordare le increspature di un piccolo stagno dopo che vi si è gettato un sasso. Il bagno non era nemmeno misurabile tanto era piccolo, un lavandino grande come un acquasantiera, come quelle che i nostri nonni tenevano accanto al letto per benedirsi prima del rosario serale, una lunga preghiera che li avrebbe accompagnati nel sonno senza bisogno di annoiarsi davanti alla televisione o con un libro in mano e senza dover ricorrere ai più moderni e nefasti ritrovati della medicina per conciliare un lieto e riposante sonno. Ma Ivano non dormì quella notte. È vero, quella volta fui io ad addormentarmi quasi subito, spossata dalle emozioni e dalla gioia, lui invece non riuscì a chiudere occhio. Avevamo conosciuto Ivan quel giorno, solo in fotografia naturalmente ma tanto era bastato a sconvolgerci ognuno con la sua reazione, entrambi però intimamente entusiasti come bambini al luna park.

 

Dopo più di otto mesi di trattative serrate, eravamo riusciti ad ottenere un appuntamento con il direttore dell’istituto dove speravamo di poter finalmente essere considerati dei possibili genitori. Quattro anni di analisi e psicanalisi in tre diversi centri in Italia ci avevano tolto ogni speranza di riuscita, rischiando quasi che questo percorso ci portasse addirittura alla separazione. Ogni parola, ogni gesto, ogni sguardo veniva esaminato al microscopio per cercarne i reconditi motivi e i più subdoli fini. Sembrava fosse impossibile che agissimo solo per amore, amore reciproco, doveva sempre esserci qualcosa di ambiguo celato in ogni buona azione. Alla fine abbiamo deciso di separarci, sì ma dai nostri analisti, rinunciando però a dare a noi e a un bimbo italiano la possibilità di provarci.

 

Questo piccolo calvario però non era stato inutile, l’esperienza ed i punteggi acquisiti con l’assidua frequenza ad ogni corso e seminario di cui venivamo a conoscenza, ci hanno spalancato le porte all’estero. Siamo stati contattati da un agenzia internazionale, scavalcando liste e graduatorie, scavalcando chi magari era disposto anche a pagare o a rapire e ci è stata data una possibilità. All’inizio abbiamo creduto che volessero approfittare di noi, la delusione era cocente e saremmo stati disposti a credere a tutto e a tutti, ma abbiamo voluto comunque tentare quell’ultima insicura carta. Siamo andati avanti con prudenza, abbiamo preso informazioni nei centri che avevamo frequentato, presso le autorità di Pubblica Sicurezza e all’ambasciata dell’Ucraina ed infine lo abbiamo riconosciuto per ciò che era, inatteso ma benvenuto, un vero dono, il premio per i sacrifici e per le umiliazioni che avevamo subito.

 

Ci era stato chiesto di scegliere, scegliere fra centinaia di sorrisi e zazzere, grida e zuffe, smorfie e sguardi truci. Decidere chi volevamo fra una torma di bambini che vedevamo scorrazzare a più di cento metri oltre i vetri sudici del tetro ufficio del direttore. Selezionare fra immagini immobili con lo sguardo triste ed assente, in orribile libro che ricordava più una raccolta di foto segnaletiche, sfogliate dal testimone oculare di turno al distretto di polizia di New York nell’ennesimo giallo da sabato sera. Il librone pieno zeppo di foto con accanto i profili di ogni bambino e di ogni bambina cadde pesante fra noi e lo strano omino che dirigeva l’istituto. Al di là di quell’enorme enciclopedia della disperazione gli occhietti del direttore si misero a fissarci impazienti in attesa che noi cominciassimo a sfogliarlo, a scorrere con le dita i tristi percorsi di quei piccoli innocenti e magari annuire quando ci fossimo soffermati su qualcuno che riteneva fosse il più adatto per noi, visto che lui aveva letto il nostro di profili e conosceva bene, anzi molto bene tutto il nostro passato. Sapeva chi eravamo stati da bambini e chi eravamo divenuti da adulti. Oppure tentennare in segno di diniego qualora ci fossimo accalorati per il sorriso o la smorfietta di un bimbo che avesse invece ritenuto non si confacesse con le nostre linee didattiche, i nostri background o la nostra formazione come coppia. Oramai sapevamo troppo bene come ci analizzava e ci vivisezionava chi stava dall’altra parte della scrivania, dopo un anno di analisi ci avevano spulciato ben bene, mettendo allo scoperto lati che anche a noi stessi erano rimasti nascosti in un intimo che credevamo insondabile ma che si era invece rivelato ricco di chiarimenti e soluzioni che abbiamo saputo accettare e apprendere con tutta la nostra tenacia e complicità.

 

Il dottor Vladimir si spazientì, nome più azzeccato non poteva averlo, già ce lo eravamo immaginato a succhiare sangue da innocenti vene nel cuore della notte e poi volare via passando tra le sbarre che tenevano quei piccini rinchiusi nelle loro enormi e smorte camerate. Avvicinò una tozza mano al librone e pensò bene, data la nostra titubanza, di cominciare a sfogliarlo per noi. È stato a quel punto che Ivano, con una calma e una decisione che ancora una volta mi ha fatto sentire orgogliosa di lui, compiendo quell’atto che io avrei voluto fare mentre la mia mano invece se ne rimaneva immobile, contravvenendo a tutti gli ordini impartiti dal mio cervello che stava gridando a squarciagola di fermarlo prima di poter intravedere qualsiasi cosa, ha premuto la sua mano su quella di Vlad richiudendo quel timido spiraglio che aveva cercato di rivelare i suoi segreti e influenzare la nostra decisione. Ci siamo rifiutati di guardare anche una sola foto e di leggere un solo rigo, anche se in inglese, non volevamo che i motivi per i quali quei poveri bimbi erano stati costretti a trascorrere la loro infanzia dentro ad un istituto più simile ad un lager che ad un orfanotrofio, diventassero il motivo della nostra scelta. Dopo aver ascoltato le nostre giustificazioni a il dottor Vlad, sbalordito e pure un po’ stufo delle nostre, sicuramente a suo modo di vedere assurde preoccupazioni, si offrì di scegliere per noi, così avrebbe risolto tutti i nostri problemi e sopratutto i suoi, che erano quelli di avere a che fare con l’ennesima coppia di mancati genitori, illusi di avere la capacità di adottare e far crescere ogni bambino del mondo e renderlo felice. Ma noi ci rifiutammo categoricamente, quel tipo non ispirava per niente fiducia, nascosto dietro occhialoni quadrati e spessi che ricordavano quelli di Onassis, mentre era più un tipo alla Danny De Vito, non ci sembrava per niente adatto a dirigere quel posto figuriamoci se potevamo farci consigliare da lui. Sapevamo a cosa stavamo andando incontro e che non sarebbe stato facile far crescere, aiutare e legare con un piccolo innocente colmo di sofferenze represse e frustrate, a cui nostro malgrado forse non saremmo stati in grado di far recepire quello di cui aveva veramente bisogno, l’amore. L’unica cosa capace di tramutare la sua rabbia in creatività, la sua depressione in fulgida malinconia, il suo odio in benefica invidia pronta a spronarlo per dare a se stesso quello che avrebbe preteso dagli altri. Non avevamo il coraggio di fidarci di Vlad e non avevamo il coraggio di aprire quell’insostenibile campionario di faccette in attesa di amore.

 

La discussione andava avanti, noi parlottavamo velocemente e intensamente l’una con l’altro senza ormai prendere in considerazione il direttore. D’altro canto lui continuava con il suo fare ammaliatore e viscido a esporci i suoi pensieri e i suoi consigli, in russo chiaramente e in tutto questo l’assistente che ci era stata assegnata pensò bene di non tentare nemmeno di tradurre la nostra conversazione a Vlad e di non comunicare a noi le sue esternazioni. Aveva istantaneamente capito che non ci sarebbe stato interprete in grado di trasformare quel guazzabuglio in un'unica lingua. Poi bussarono alla porta, Vlad latrò qualcosa e come rianimata da quella nuova circostanza Olga, l’assistente e interprete, ricominciò a funzionare e tradusse con avanti, quello che a noi era suonato più con un chi è che rompe, ma a quel punto fece il suo ingesso il nostro angelo salvatore, un ometto secco secco da non riuscire a capire come potesse reggersi in piedi che con fare umile avviò la sua privata conversazione con il direttore. Io e Ivano guardammo Olga, lei comprese che ci stavamo chiedendo chi fosse e prontamente ci spiegò che era un specie di inserviente, da noi avremmo potuto definirlo bidello se lì ci fosse mai stata una scuola. Il viso di Sascha, e come altro si poteva chiamare, sembrava scolpito nella sua stessa pelle tanto era magro e consunto, ma nonostante la deferenza con cui si rivolgeva al suo superiore e al fatto che non dava certo l’impressione di essere in ottima forma, sembrava che in quella stanza fosse l’unico felice. I suoi occhi, che non abbassava mai neppure quando Vlad gli inveiva contro o batteva i pugni sul tavolo, erano colmi di una quieta serenità che regalava intorno manciate di pace e fiducia. Olga ci spiegò che lavorava all’istituto da più di vent’anni e che conosceva tutti i bambini come se fossero figli suoi e altrettanto li amava. Fu Ivano a fare la domanda, mannaggia ce l’avevo anch’io sulla punta della lingua, ma come sempre quando ci vuole guizzo lui è sempre più  avanti, guardò me e Olga e ci propose di farci consigliare da lui. Nessun’altro avrebbe potuto darci una risposta migliore. Olga non perse tempo, anche se in quel momento rischiò di perdere il lavoro, e rivolgendosi a Sascha tradusse la nostra domanda. Vlad rimase impietrito, con il pugno alzato e lo sguardo che si fece via via più interrogativo, certo di aver frainteso quello che la sua sottoposta stava chiedendo ad un inserviente senza aver chiesto il suo permesso e soprattutto dopo che noi non avevamo accettato consigli proprio da lui. Sascha non perse tempo, approfittando anche del momento di sbalordimento di Vlad e dette la sue semplice risposta: Ivan.

 

Era lì dall’età due anni, ne aveva cinque adesso, era buono allegro e amico di tutti, divideva con gli altri il suo niente in cerca solo di un po’ di affetto, di amicizia, di amore, ma in quel posto dove anche il niente era buono da tenersi stretto, riceveva solo disprezzo e botte dai più grandi. Non erano ragazzi cattivi, ma il loro unico modo di sfogarsi e di non doversi chiedere perché erano lì era quello di scaricare sugli altri colpe e rabbia. Solo Ivan non si comportava in quel modo, non perché era piccolo, imparavano presto l’egoismo e l’arroganza in quella valle del nulla ma solo perché lui era fatto così, era diverso e gli altri non gradivano la sua presenza, rompeva quel sottile equilibrio artefice dello scorrere placido di quel regime di umiliazione e paura a cui era più facile abituarsi piuttosto che ammettere la reale e tnagibile carenza di amore. Non voleva capi e non voleva fare il capo, non era adatto per quel posto, dove anche per decidere chi poteva rincorrere una lucertola bisognava azzuffarsi. Lui invece le correva dietro basta e gli altri correvano dietro a lui per impedirglielo. Prima o poi ci sarebbe stata una zuffa un po’ più cruenta e Ivan ne avrebbe fatto le spese. Non era migliore né peggiore di altri, non era più bello o più brutto non era più sfortunato o fortunato, più forte o più debole, era solo Ivan e qualcuno doveva portarlo via di li fino a che aveva voglia di rincorrere le lucertole, dopo sarebbe stato troppo tardi.

 

Quella notte Ivano non dormì nemmeno per un attimo, era al settimo cielo e non riuscì a contenere la gioia e la soddisfazione per il fatto che il dono ricevuto si chiamasse come lui. Io invece, per lo stesso motivo, feci sonni tranquilli, cullata dalle immagini serene di un futuro al sicuro, una vita protetta e amata da i miei due uomini dallo stesso nome.

 

Olga tradusse senza interrompersi e noi rimanemmo appesi alle sua voce e agli occhi di Sacha senza fiatare per tutto il tempo, fino ad un ultimo liberatorio sospiro. Ivano fece l’errore di cercare il mio sguardo e almeno quella volta mi sono presa la soddisfazione di precederlo, gli misi una mano davanti alla bocca e guardando il direttore ma rivolgendomi a Olga chiesi di conoscere il bambino.

 

Chiaramente non ci fu concesso, ci fecero soltanto vedere la foto e leggere il suo profilo che nulla aveva a che vedere con quanto aveva detto Sascha, ma preferimmo fidarci di lui piuttosto che di un analisi asettica che poco si differenziava dalle poche altre che a quel punto sbirciammo qua e là nel librone. Tornammo a Zytomyr tre mesi dopo e solo allora potemmo vederlo da vicino ma attraverso un vetro, mentre giocava insieme a Sacha. Avremmo portato via anche lui da bravi egoisti ma oltre a non essere possibile, non sarebbe nemmeno stato giusto, il suo posto è là, i suoi occhi luminosi servono in quell’orfanotrofio dove può rendere allegri i volti tristi di quei piccoli bambini soli e senza colpe.

 

Dopo altri sei mesi abbiamo potuto incontrarlo, brevi momenti fra le ennesime estenuanti sedute di analisi e i corsi accelerati di russo per noi e di italiano per Ivan. Nell’anno e mezzo successivo siamo stati a Zytomyr ogni tre mesi sentendo migliorare il nostro russo e l’italiano di Ivan con cui non abbiamo potuto però avere nessun contatto fisico. Poi ci sono stati chiesti ventimila euro per accelerare le cose. Erano poche le cose che Vlad sapeva dire in italiano ma a chiedere soldi aveva imparato subito. Non sapevamo cosa fare, saremmo stati disposti a farlo ma avevamo paura e allora abbiamo riferito tutto a Olga. Ci ha consigliato di rifiutare, appena avessero notato la strana disponibilità del direttore avrebbero capito subito tutto e si sarebbe sicuramente fatto avanti qualcun’altro a chiederci somme sempre più esorbitanti e alla fine sarebbe venuto tutto alla luce, ci avrebbero rinchiusi un paio di giorni chissà dove e poi saremmo stati espulsi, perdendo tempo e soldi ma soprattutto perdendo Ivan. Olga ci pregò di avere pazienza, lei sapeva che tutto stava procedendo per il verso giusto, meglio pazientare ancora un po’. Abbiamo pazientato, anche se era una tortura stare chiusi nella stessa stanza con Ivan, fargli vedere le foto della nostra città, porgergli i nostri regali, ricevere i suoi disegni e non poterlo nemmeno toccare. Era una strana legge, forse volevano verificare se eravamo in grado di attendere o forse semplicemente ci stremavano per tentare di spillarci dei soldi. Abbiamo strinto i denti, finché un bel giorno, mentre i miei due uomini erano impegnati in una gara di disegno e io me ne stavo ad ammirarli estasiata, Ivan posò i suoi pennarelli e si mise a guardarci facendo scorrere il suo sguardo da me ad Ivano e viceversa per un tempo che sembrò infinito e ci fece restare con il fiato sospeso. Appoggiò i gomiti sul tavolo e piazzo la sua faccetta tonda sui palmi delle mani e con una semplicità strabiliate ci disse che ci voleva molto bene. Gli sarebbe piaciuto tanto venire via con noi, si sentiva felice quando eravamo tutti e tre insieme e voleva vedere la nostra casa, la nostra città e il mare. Gli piacevamo ma aveva paura che noi scegliessimo un altro bambino perché lui non ci abbracciava mai, ma era la legge dell’istituto, non era colpa sua e fu lui a quel punto a chiederci di avere pazienza. Sacha gli aveva detto che presto avrebbe potuto stringerci forte e lui sapeva cosa voleva dire, aveva visto tanti bambini andarsene da lì mano nella mano con i nuovi genitori, li aveva visti mentre si abbracciavano e piangevano insieme. Anche lui voleva piangere con noi. Anche lui voleva andarsene da quel posto e voleva che fossimo noi a portarlo via dia lì. Dopo queste parole avremmo avuto tutta la pazienza che fossimo stati costretti a da avere ed ancora di più, quelle poche frasi avevano sciolto definitivamente i nostri cuori e legato le nostre anime indissolubilmente. Non ci sarebbe stato abbraccio più vero di quello che ci aveva regalato Ivan aprendo a noi il suo cuore, lasciando uscire le sue speranze, le sue intime paure. Ci aveva strinto forte, fortissimo. Quello che mai nessun abbraccio avrebbe potuto fare lo fecero invece quelle poche, semplici, spontanee parole. Piangemmo tutti insieme dondolandoci in un girotondo ideale come se ci fossimo tenuti  mano nella mano.

 

Ivano dorme. Io invece non riesco a smettere di pensare, le immagini si sovrappongono come in un film montato con avanzi di celluloide e la mente rincorre ogni singolo fotogramma, ogni immagine, ogni meraviglioso attimo di questa pazzesca, esaltante, straordinaria avventura. La cubista danza frenetica e io ballo con lei, non posso dormire stanotte, non posso, domani sera saremo tutti i e tre in quello squallido albergo ma per noi sarà il grand hotel, il “Grand Hotel dell’Abbraccio”, dove potremo piangere felici tenendoci finalmente per mano in un infinito attimo d’amore.

1

 

 

  

Attesa


 

Quasi non riesco a crederci, stasera lei verrà qui da me. Almeno lo spero! Non vorrei avesse cambiato idea all’ultimo momento. Magari mi ha soltanto preso in giro facendomi credere chissà cosa mentre io mi perdevo nel lago limpido dei suoi occhi scuri e profondi. Quegli occhi che mi hanno attirato immediatamente verso di lei, gli stessi la cui meravigliosa luce mi accecava, tenendomi lontano per timore di ottenere sempre e soltanto un rifiuto o peggio ancora leggervi una palese e interrogativa ironia, trovandosi di fronte una nullità come io sono, come mi sento. Mi tremano le gambe dall’emozione, non ci speravo più che accettasse il mio invito, come ancora non mi capacito di come mai abbia accettato e a dire il vero mi sento un po’ stupido in questo momento. Se potessi vedermi riderei di me, il naso schiacciato alla finestra della mia camera, il mio alito che gronda lento scivolando sul vetro, disegnando il profilo di un volto trasparente che suda, suda freddo dalla paura. La paura di affrontare domani. Chi avrebbe il coraggio di farsi rivedere se lei mi avesse preso in giro, se in questo momento fosse con le sue amiche a raccontare di come le ho creduto, di come ci sono cascato  con la testa e con i piedi. Come un fesso. Ho abboccato all’amo come un ingenuo pesciolino rosso chiuso dentro la sua piccola boccia di vetro trasparente che distorge tutto quello che c’è intorno, tanto da farmi credere che il suo sì fosse vero.

 

Già le vedo, a ridere di me con le mani davanti alla bocca, con le lacrime agli occhi dall’esagerata ilarità scatenata dal mio piccolo, timido, semplice, cuore credulone. Domani mi guarderanno e poi si nasconderanno quel tanto che basta per farsi vedere lo stesso mentre continueranno a ridere di me. Per non parlare dei mie amici, buoni quelli, si a parlare di macchine e di sport, di playstation e di motori, nessuno mi difenderà, nessuno mi aiuterà, nessuno mi darà un consiglio. Proprio loro, che le ragazze le vedono solo da lontano, solo per deriderle, solo per criticare il loro comportamento, solo per parlarne male. Per fortuna non ne ho fatto parola con nessuno e per fortuna non c’era nessuno intorno a noi sia quando le ho chiesto di venire da me, sia quando lei facendomi sciogliere come burro sul termosifone si è degnata, improvvisa e inaspettata, a rispondermi di sì.

 

È almeno una settimana che l’ho invitata e non so davvero dove abbia trovato il coraggio di parlarle a una distanza così ravvicinata e dal quel giorno non ha fatto altro che evitarmi fino a quando non è venuta a cercarmi lei. Non ricordo più da quanto tempo desideravo chiederglielo, la vedevo ogni giorno a pochi metri da me ridere, scherzare, parlare ma non riuscivo ad avvicinarmi a lei. Mi perdevo a sognare sulle sue labbra, le vedevo muoversi veloci, mentre intratteneva serrate conversazioni con Anna o con Marta, il cui tema era sempre sicuramente un ragazzo, qualcuno incontrato in palestra o in centro oppure una mummia che si era rifatta viva dalle ormai troppo lontane vacanze dell’estate scorsa. È impossibile staccarle gli occhi di dosso, vederla gesticolare adirata o esaltata mentre trama insieme alle altre la prossima mossa sullo scacchiere degli incontri e degli intrighi amorosi, consigliando, inventando, proponendo. È sempre lei quella che ha l’idea migliore. Certo non sento quello che si dicono e raramente ho intercettato le loro conversazioni ma è chiaro che lei  è il capo, tutte corrono da lei ogni volta che hanno una problema, tutte se ne vanno via soddisfatte dopo che le ha istruite ben bene, preparando loro la strategia giusta per ogni obiettivo ma il suo obiettivo non sono certo io. Che se ne fa di uno come me, sì bravo, buono, capace e se proprio mi voglio adulare potrei anche dire intelligente ma tanto tanto grigio di fondo in mezzo a tutti gli altri. Incapace di colmare la distanza fra il mio bianco e nero ed il suo arcobaleno. Non la raggiungerò mai, non verrà stasera, né stasera né mai.

 

Probabilmente quando mi ha detto di sì, stava parlando con qualcuno alle mie spalle e io non me ne sono nemmeno accorto. Dove sei Susanna, dove ti stanno portando le tue scarpe rosa, su quale marciapiede ti stai affannando per arrivare in tempo al tuo appuntamento, quale campanello suonerai fra poco? Riuscirò a sentire quel dolcissimo rumore metallico e acuto che mi farà sobbalzare di gioia, che mi risveglierà da questo macabro incubo in cui sto precipitando per risvegliarmi in un dolce sogno reale in cui aprirò la porta e per affogare negli occhi di Susanna e inebriarmi di lei quasi da non riuscire neppure a sentire la sua voce melodiosa che mi saluta. Sto tremando e non ce la faccio a muovermi, se non riesco a staccarmi da questo vetro ne diverrò una parte inscindibile. Trasparente quanto lo sono ogni giorno agli occhi di Susanna. Ma perché mai avrebbe dovuto farmi una cosa così odiosa, io non le ho fatto niente di male, neppure alle sue amiche, nessuna di loro dovrebbe avercela con me, sarei il destinatario perfetto per questo tiro mancino solo perché sono l’unico che ci sarebbe cascato, chi altro avrebbe potuto credere che Susanna accettasse un invito da un tipo anonimo come me. Però non me lo meriterei. Almeno una, una delle sue amiche potrebbe aver pietosamente esclamato anche solo per caso, di lasciarmi perdere, poveretto, in fondo che gusto ci sarebbe a prendere in giro me. Possono farlo ogni giorno se vogliono, in mille maniere diverse senza dover montare una situazione come questa.

 

Per fortuna fuori c’è il sole, che intiepidisce un po’ il vetro in questo gelido giorno d’inverno, altrimenti avrei il volto congelato e rischierei di vedere il mio naso staccarsi dal resto della faccia per cadermi in mano seguito dalle labbra e da tutto il resto pezzo dopo pezzo. E sì, perdere la faccia, speriamo di non dovermici abituare.

 

Eppure ho sperato tanto che questo accadesse o sognato mille e mille volte di domandarglielo, ho provato davanti allo specchio come fanno nei film e come nei film mi sono sentito estremamente ridicolo. Ma ogni volta che avevo la possibilità di avvicinarmi a Susanna le mie gambe rimanevano immobili, le mie labbra si pietrificavano e la mia voce si nascondeva nel più profondo di me, dove era impossibile andarla a cercare e tirarla fuori. Poi è accaduto quello che non avrei mai sperato, un incidente, sì un incidente. Me la sono ritrovata davanti dietro ad un angolo nel corridoio, io correvo cercando lei e lei è sbucata fuori all’improvviso e lo scontro è stato inevitabile. Credevo di morire e invece lei ha sorriso, mi ha illuminato con i suoi occhi e ha pronunciato una semplice stupefacente parola. Ciao! E la suo voce si è infilata dentro di me andando giù giù fino a scovare la mia, sciogliermi labbra e rendermi capace di pronunciare quella frase che sembrava arrivata da chissà dove, non riuscivo a capacitarmi di essere stato in grado di parlarle, eppure l’ho invitata da me. E lei malefica invece che rispondermi subito di no mi ha semplicemente risposto, vediamo, può darsi, te lo faccio sapere ed è volata via più lontana che mai. Da quel giorno non ho più avuto il coraggio di guardarla, temendo di incrociare il suo sguardo e morire poi di vergogna e di delusione. Sono rimasto nel mio bianco e nero, fino a che lei non si è presentata con vernice e pennello a colorare questa magnifica mattinata in cui l’inverno si è fatto da parte ed il sole è tornato a far sentire il suo dolce tepore.

 

Me ne stavo da una parte tranquillo a giocherellare con la mia penna, lo sguardo perso tra gli alberi oltre la finestra e lei si è avvicinata, proprio mentre nessuno faceva caso a noi e mi ha detto di sì. Beh non ha detto proprio sì, mi ha più semplicemente chiesto a che ora ci saremmo visti stasera, io le ho risposto lei ha detto O.k. e d’un tratto le sue lentiggini sono scomparse per lasciare il campo ai riccioli e ad una figurina snella che si allontanava da me.

 

No, non sarebbe da lei burlarsi in questo modo di me, non può essere. Se ha detto di sì allora verrà, forse. Spero vada tutto bene, spero di essere in grado di farmi conoscere, di parlarle, di far vedere di me quello che ogni giorno rimane nascosto e di non chiudermi, mortificando me e lei, precludendomi ogni possibilità di incontrarla ancora. Chissà cosa si aspetta lei, chissà cosa sta pensando, chissà se le batte il cuore almeno la metà di quanto batte a me. Se ha detto di sì, allora verrà. In fondo se ha accettato il mio invito vuol dire che almeno vuol provare a conoscermi ed io lascerò che i colori si dipingano su di me per farle sentire cosa c’è dentro di me. Se arriva è tutto nelle mie mani, in quello che riuscirò a far trasparire di me e a far arrivare fino a lei. Allora se arriva è fatta e solo io posso rovinare ogni cosa. Oh cavolo, allora se arriva me la faccio sotto!

 

Meglio non pensarci altrimenti se arriva non ce la farò nemmeno ad aprirle la porta e…oh ho sto sognando… è lei? No, non è possibile. Invece sì è proprio lei, con il suo piumino rosa, le scarpe rosa e i fiocchi rosa dentro a quei suoi spudorati riccioli ramati che incorniciano il suo dolcissimo viso pieno di lentiggini. Quante volte ho sperato di poterle stare abbastanza vicino da contarle per poi sbagliarmi e ricominciare daccapo pur di non staccarmi da lei e adesso sta venendo proprio qui. Sto sognando, non mi svegliate! Invece è vera, eccola che attraversa il giardino del palazzo… oddio se alza gli occhi mi vede… oddio il vetro è tutto appannato… fra poco suonerà il campanello… sta ridendo… sììììì… adesso sentirò quel suono paradisiaco… driiiiin e finalmente questo incubo avrà fine e potrò cominciare a sognare… a sognare insieme a lei.

 

Non ha la sua cartella, ha portato solo pochi quaderni e nessun libro. Ottimo anche lei stasera non ha voglia di studiare, nonostante domani la maestra interroghi. Beh troveremo un altro modo per passare il tempo insieme.

… 0 …

 

La vita e’ un attimo

 

vivila!

LE FANTASIE DI STEO