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 CARO DIARIO...
 
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1° gennaio – entra ufficialmente in circolazione l’Euro, la moneta unica europea inizialmente adottata in Italia, Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna che sostituisce le vecchie valute nazionali, portando a compimento il processo di unificazione economica-monetaria iniziato con il Trattato di Maastricht del 1993 che aveva fissato i parametri economici che ogni Stato doveva raggiungere per poter aderire alla moneta unica; il nome Ecu, European Currency Unit, della precedente valuta virtuale viene abbandonato per l’omonimia con termini delle lingue inglese e francese e per la curiosa confusione che avrebbe provocato in tedesco l’espressione ein ecu, cioè "un ecu", e eine kuh, ossia "una mucca", che avrebbero la stessa pronuncia, sarebbe stato imbarazzante portarsi dietro una mucca per pagare un caffe; si riprende pertanto il termine Euro, già adottato dal Consiglio europeo di Madrid del 1995, come forma abbreviata dell’Europa che andava a rappresentare; il simbolo della valuta viene stabilito da un sondaggio pubblico che sceglie "€", le due barre orizzontali riprendono quelle verticali del dollaro, che in realtà sarebbero le spagnole colonne d’Ercole e che la tastiera qwerty, forse per migliorarne la leggibilità, ha ridotto ad una sola $; il 2002 è l’anno dell’introduzione ufficiale, ma ci sono moltissime monete con date anche dal 1999, con l'emissione di otto monete metalliche da 1, 2, 5 centesimi in rame, da 10, 20 e 50 centesimi in metallo color oro e da 1 e 2 euro bimetalliche oltre alle banconote da 5 grigie, 10 rosse, 20 blu, 50 arancio, i verdoni da 100, le introvabili da 200 gialle e le mitiche viola da 500 euro; le monete hanno un lato comune e l’altro che ritrae personalità illustri, monumenti e opere d’arte dei rispettivi paesi che le hanno battute, le banconote sono uguali per tutti gli stati e raffigurano l’architettura europea in vari periodi storici con finestre o passaggi sul recto e ponti che simboleggiano i collegamenti tra gli Stati dell’Unione sul verso, le banconote non sono di carta ma di puro cotone, per renderle più resistenti e difficili da falsificare; in Italia la Lira arriverà al definitivo pensionamento il 28 febbraio 2002, da questa data non possono più essere utilizzate per i pagamenti, ma solo cambiate alla Banca d’Italia fino al 29 febbraio 2012; il problema maggiore nell’adozione della nuova moneta furono i tassi di cambio tra l’euro e le vecchie monete determinati in base al valore al 31 dicembre 1998, che, soprattutto per l’Italia, furono in alcuni casi particolarmente sfavorevoli, a questo vanno sommate le estrose anomalie nella conversione dei prezzi che provocarono forti in quasi tutti i settori diminuendo di fatto il potere d'acquisto dei consumatori; sul mercato internazionale la nuova valuta viene favorevolmente apprezzata arrivando addirittura nel 2008 a stravolgere il cambio con il Dollaro con 1,60 dollari per 1 euro; successivamente la moneta viene adottata anche in altri paesi dell’Unione Europea con l'ingresso di Slovenia, Cipro, Malta, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. “Con l’Euro lavoreremo un giorno di meno, guadagnando come se lavorassimo un giorno in più” è con questa subdola frase che Romano Prodi ha rovinato la vita a milioni di Italiani, abbiamo adottato una moneta che non viene coniata dallo Stato e nemmeno dall’Unione Europea, ma che viene prestata da una fantomatica Banca Centrale Europea che emette a suo piacimento, la beffa è che gli stati pagano anche gli interessi, non si sa bene a chi, per il prestito ricevuto.
 
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31 ottobre – una scossa sismica del sesto grado della scala richter colpisce il Molise e le zone limitrofe, nonostante l’intensità i danni sono contenuti e le vittime sarebbero solo due ma a San Giuliano di Puglia c’è la scuola elementare Francesco Jovine, costruita con il massimo degrado della corruzione e dell’abuso edilizio e alle 11,30 di quel giovedì ci sono cinquantasette bambini oltre al personale scolastico, la scossa fa crollare il solaio sulle loro teste e provoca una vera strage, perdono la vita 27 bambini e una maestra, i sopravvissuti vengono estratti da sotto le macerie di una struttura, che si scoprirà in seguito non essere a norma con i più elementari standard di sicurezza; non è il terremoto ad averli uccisi ma l'avidità umana, i colpevoli saranno individuati nel costruttore, il progettista, il tecnico comunale e il sindaco che saranno condannati in via definitiva nel 2010; il clamore dell'evento incentiverà sul territorio nazionale un'attività di mappatura di tutte le strutture pubbliche a rischio. La quasi totalità degli istituti risulterà fuori norma ma ovviamente non sarà fatto un bel niente.

 
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2002

Io prendo te

e tu accogli me

tu luce di verde smeraldo

io oro dei sorrisi

tu dama della villa

io cortigiano appariscente.

Le senti queste parole

le vivi

le scrivi

sul giornale che nessuno leggerà

su bigliettini gialli

a tappezzare la tua casa

luccica la tua mano

abbacinante abbaglio

che ti stregò

portandoti alla vita

donandoti coraggio

lasci il certo

per il forse

per dare futuro

alla tua nuova famiglia

e sei felice

anche se in tasca non hai più una Lira.


13 FEBBRAIO2002
LE STORIE DI STEO

LE STORIE DEL TEMPO
Un mattino le sei si alzarono tutte pimpanti e riposate e decisero che avrebbero passato una lunghissima giornata di divertimento e di spasso. Ma non fecero a tempo a mettere i piedi a terra e a lavarsi i denti che già si erano fatte le otto e poco dopo colazione erano già le dieci. Il tempo di vestirsi che suonò mezzogiorno. La fame si fece sentire e giusto un momento per uno spuntino, si erano fatte le due. Ebbero appena il tempo di aprire la porta per andar fuori a correre all’aria aperta che già erano le quattro e venne loro voglia di fare un’allegra merenda. Appena ebbero finito rintoccarono le sei e il sole aveva già preso a calare. Bisognava darsi una mossa, il tempo di pensarci e arrivarono le otto di sera, era tempo di preparare la cena. Dopo mangiato si fecero sentire le dieci e fra un pisolino e uno sbadiglio suonò mezzanotte. Subito si animarono, com’era volato quel giorno, bisognava darsi una mossa, ma ebbero appena il tempo di pensare che giunsero sonnacchiose le due del mattino. Ormai era troppo tardi il sonno si era impadronito di loro e alle quattro già dormivano profondamente, era meglio riposarsi bene prima che arrivassero di nuovo le sei.

Settimino era un gran lavoratore e non poteva certo stare con le mani in mano. Tanta era la voglia di far qualcosa ma non sapeva proprio come passare il tempo, così trascorse tutto il Lunedì a sognare e a pensare e alla fine gli venne un idea davvero geniale. Aveva deciso, avrebbe costruito un motore nuovo per la sua auto. Settimino però non era un ingegnere e passò tutto il Martedì a progettare. Scrivi le formule, traccia le righe, copia, cancella. In un battibaleno trasformò il suo studio in un cestino di rifiuti, tante erano le cartacce che aveva appallottolato. Ma alla fine il disegno era finalmente pronto. Mercoledì girò per tutta la città alla ricerca di quello che gli serviva, andò dal carpentiere per i ferri, dal ferramenta per le viti e dal salumiere per comprare un panino per quando gli fosse venuta fame. Portò tutto nel suo studio, che era già così pieno che non ci sarebbe entrata più neppure una spilla. Giovedì cominciò a costruire il motore. Avvita, svita, allarga, stringi, incastra e ogni tanto un morso al panino, perché la fatica era tanta e la fame si faceva sentire. Venerdì il motore era pronto e lo montò sulla sua auto, una superspider tutta rossa con davanti due fanali enormi che sembravano gli occhi di un gatto. Alla fine era così sporco di grasso che dovette farsi la doccia e lavare camicia e pantaloni. Sabato si alzò di buon ora e andò a provare l’auto con il motore nuovo fiammante, girò girò girò per tutto il giorno, tra colline e vallate e ogni tanto si fermava a cogliere un fiore, a guardare le pecore brucare o ad ascoltare il canto degli uccellini. A sera tornò a casa soddisfatto della bella girata e del motore nuovo che aveva costruito. Domenica si riposò tutto il giorno e quando venne buio era proprio annoiato, non ne poteva davvero più di stare con le mani in mano, domani avrebbe inventato qualcosa di nuovo.

Tanto tanto tempo fa i mesi non stavano in ordine come adesso. Si presentavano vispi e pronti ogni primo dell’anno e facevano una bella gara per vedere chi avrebbe cominciato l’anno, chi l’avrebbe concluso e tutti quelli che ci sarebbero stati nel mezzo. Una volta fecero una corsa a ostacoli e vinse marzo il più scattante di tutti, un’altra fecero la conta e ottobre il più sfortunato venne fuori per ultimo, una volta giocarono alle tabelline e vinse settembre che per quella volta fu il primo mese dell’anno. Era sempre una gran festa, i mesi si divertivano un sacco, anche se alla fine di ogni gara non mancava mai chi si lamentasse, soprattutto gennaio che arrivava quasi sempre ultimo. I mesi si divertivano ma per gli uomini era proprio un gran caos, non sapevano quando seminare, quando andare al mare o quando cogliere una margherita per la loro innamorata. Stanchi delle sorprese del calendario andarono a protestare dal padrone del tempo il quale li ascoltò molto attentamente e decise che avrebbe messo ordine a tutta quella sarabanda cercando di accontentare anche i mesi. Così Gennaio divenne il primo dell’anno, visto che non gli era mai riuscito, poi febbraio con gli scherzi e le maschere, dopo marzo a cui piacevano tanto i fiori e amava vederli sbocciare, poi ancora aprile piovoso, maggio radioso, giugno caloroso, luglio afoso e finalmente agosto a cui piaceva un sacco andare al mare e a fare allegre gite in montagna, dopo venne settembre a cui piaceva il vino, ottobre frescolino, novembre tenebroso e per finire dicembre che non poteva fare a meno delle feste e a cui furono regalate quelle più belle di tutte, Natale e San Silvestro.

Nel paese di Perditempo nessuno aveva l’orologio, non esistevano calendari e non si festeggiavano i compleanni. Era un posto davvero tranquillo perché nessuno andava mai di fretta, c’era sempre il tempo per fare tutto e non si faceva mai festa perché non c’erano le domeniche. Per fare colazione ci mettevano anche sei ore, tanto non se ne accorgevano e a volte dormivano cinque giorni di fila perché non c’erano sveglie che trillavano. Non c’erano nemmeno feste e ricorrenze, perché non c’erano calendari su cui segnarle. Insomma Perditempo era un posto fatto apposta per chi faceva le cose con calma ma i bambini si annoiavano tantissimo. La sera non volevano mai andare a dormire ma non c’era il tempo per giocare, non potevano mai vedere i fuochi d’artificio perché non c’era niente da festeggiare e non potevano mangiare torte e pasticcini perché non avevano mai una scusa buona per farlo. Nessuno ci aveva mai fatto caso perché erano tutti intenti a far le loro cose con calma ma un bel giorno, che non si sa quale fosse perché non era segnato da nessuna parte, il sindaco vide dei bambini seduti su un prato senza margherite, perché non avevano avuto il tempo di sbocciare e chiese loro come mai fossero tutti tristi. I bambini illustrarono così bene la loro melanconia al sindaco che questi riunì tutta la cittadinanza senza perdere tempo e in un battibaleno fu creato un calendario pieno zeppo di domeniche, di feste, ricorrenze e onomastici. Adesso i bambini si ritrovano ogni giorno per festeggiare il compleanno di uno di loro e tutti insieme grandi e piccoli fanno gite ogni domenica e d’estate corrono tutti al mare sereni e spensierati. Ah già, dimenticavo, durante l’assemblea fu cambiato anche il nome della cittadina che da allora si chiama Paese di Tempofelice.

Un bel giorno l’Estate disse alle altre stagioni:
<Io sono la stagione più calda, tutti aspettano sempre che arrivi io per prendersi un po’ di meritato riposo e sonnecchiare sotto il sole, con i piedi a mollo nell’acqua del mare. Eh sì bisogna dire che io sono la stagione più importante dell’anno e credo proprio che voi altre mi dovreste portare rispetto>
<Non credo proprio> ribatté l’Inverno <Si certo, sei davvero una bella stagione ma non ci sono confronti da fare con me. Quando arrivo io sono tutti contenti perché possono andarsene in montagna a sciare e poi cosa c’è di meglio delle feste di Natale, gente allegra, gente buona, regali, pranzi e cenoni. Lasciatemi pur dire che se c’è una stagione importante durante l’anno credo proprio di essere io ed è a me che voi altre dovreste portare rispetto>
<Ma cosa state dicendo> controbattè la Primavera <Sì ecco, la più calda, la più festosa, bla bla bla. Ascoltatemi bene perché la stagione più importante dell’anno sono io. E’ grazie a me che sbocciano i fiori, che nascono gli amori e che si sciolgono i ghiacciai, se non ci fossi io gli uomini si annoierebbero a tal punto da non svegliarsi neppure, facesse caldo o facesse freddo, per questo sono io quella che deve essere rispettata>
<Non ne voglio sentire più!> intervenne l’Autunno <Certo voi siete calde, fresche, frizzanti, festose, riposanti ma se non ci fossi io con il rientro a scuola, con il ritorno al lavoro, chi si ricorderebbe mai di voi. Se non ci fossi io con la mia calma e con il tempo grigio nessuno starebbe lì ad aspettare voi. Se fosse sempre estate la gente si stuferebbe del caldo, se fosse sempre Inverno verrebbero a noia anche le feste e se fosse sempre Primavera nessuno avrebbe mai il tempo di riposarsi. Sarà meglio che ognuna di noi rispetti l’altra> concluse il saggio autunno <perché è proprio grazie al fatto che ci siamo tutte che ogni anno è così bello da essere vissuto>

Gino andava sempre di corsa. Al mattino la sveglia aveva appena il tempo di fare uno squillo che già si era lavato le orecchie e i piedi ed era sceso in cucina a fare colazione. Nel tempo che ci vuole per dire vai o stai si presentava vestito di tutto punto rasato e con il cappello in testa sul posto di lavoro. Gino non aveva tempo da perdere, aveva sempre un sacco di cose da fare, il suo lavoro era molto importante e non gli permetteva certo di spargere minuti a manciate e nemmeno qualche pizzico di secondi. Gino aveva sei orologi, dodici agende e nel suo ufficio erano appesi quarantasette calendari, tanti glie ne servivano per segnare i suoi impegni, appuntare gli appuntamenti e scadenzare le scadenze. Gino non alzava mai gli occhi dai cronometri e dal suo lavoro e non si sarebbe accorto nemmeno se gli avessero cambiato i colori della sua poltrona. Ma un bruttissimo giorno avvenne una cosa tremenda al nostro indaffarato corridore. Tanto era preso a controllare i suoi orologi che camminando lesto lesto, non poté fare a meno di scivolare su di una cacca che un cane perditempo aveva lasciato a giro sul suo percorso. Lo scivolone fu memorabile ma ciò che accadde dopo restò indimenticabile anche per Gino. Dopo esser finito a gambe all’aria si spatasciò su di una piccola aiuola e il suo naso fini a due centimetri da una margherita. Gino non ne aveva mai vista una, era sempre stato troppo indaffarato per accorgersi di ciò che aveva intorno, e rimase così incantato da tanta semplice bellezza che restò li a rimirarla per sei ore. Gino va a lavorare a piedi ogni giorno e parte molto presto da casa adesso, perché per strada trova sempre qualcuno con cui fare due parole o qualcosa da ammirare per cui fermarsi almeno dieci minuti e ogni settimana cambia l’arredamento del suo ufficio. Alle pareti adesso ci sono quadri con prati e tramonti e in un vaso colorato e gigantesco cresce, curata e accudita, una piccola semplice margherita.

<Perché sei triste?> chiese il calendario all’orologio.
<Sai> disse <le persone contano molto su di me, devo essere sempre in orario, guai se sbagliassi, devo essere puntuale, non posso fermarmi un attimo. E dopo tutto questo mi degnano appena di uno sguardo ogni tanto e il più delle volte ce l’hanno con me perché hanno fatto tardi ma cosa ci posso fare io? Uffa, mi vogliono puntuale e poi mi vorrebbero in ritardo! Tu invece te ne stai li tranquillo, appeso tutto il giorno al tuo chiodo, ti guardano, ti riguardano, segnano su di te i loro appuntamenti, cerchiano le giornate più importanti, quelle più belle e poi tu conti per un anno intero, io solo per un giorno>
<Guarda che ti sbagli> rispose il calendario <tu sei importante per le persone, loro ti portano con se tutto il giorno, ti mostrano agli amici e se ti fermi ti portano dal dottore degli orologi per accomodare i tuoi guasti, io invece me ne starò qui per un anno a farmi sfogliare, pizzicare, ammirare e poi arriverà un tipetto con dei giorni nuovi e con delle foto più belle e io finirò dritto dritto nel cestino, proprio come è accaduto a quello che c’era qui prima di me! Tu invece rimarrai al tuo posto per un sacco di tempo, beh almeno fino a quando continuerai a correre dietro alle tue ore.>
Orologio e Calendario divennero buonissimi amici e passarono insieme un anno davvero felice e divertente. Orologio non scordò mai il suo grande amico.

 
LE STORIE DEL SOLE
Pio Pio bucò il suo ovetto in un caldo e soleggiato mattino di primavaera, prima ancora di vedere il becco rosso della sua mamma Galli Nella Pio Pio vide il sole. Un grande e luminoso disco dorato pieno di luce e di calore. A pio Pio piacque subito il sole gli rimaneva simpatico. Ogni volta che alzava i suoi occhietti di pulcino verso il cielo aveva un sussulto di spavento il sole, quel birbante nonera mia dove lo aveva visto la vcolta prima. Pio pio comnciò a sgambettare nell'aia, beccava granturco e sassolini e ogni tanto tirava su il becco e cercava il sole nel cielo. Quando si fece sera Po Pio fu attratto dalla bellezza di quel disco arancione così vicino alla terra che se fosse statopiù vicino l'avrebbe potuto beccare ma subito dopo lo spavento lo assalì il sole era scomparso e tutto intorno si era fatto buio. Pio Pio si rifugiò sotto le caldi ali della mamma e prego per tutta la notte che il sole tornasse. Tremante e impaurito Péio Pio fu assalito dalla stanchezza e infine si addormentò. Al mattino fu svegliato dal canto del suo papà Gaallo galletto. Aprì i suoi occhietti e con sua enorme gioia vide alto nel cielo il caldo e luminoso sole che gli sorrideva tra le bianche e soffici nuvole. Anche Il sole era contento perché per tutta la notte non era più riuscito a vedere Pio Pio ma adesso che era finalmente riapparso sotto di lui era felice di aver ritrovato il suo amico. Pio Pio e il sole non si separarono mai più tranne la notte per andare a dormire ognuno nel suo caldo letto.

La Luna aveva sempre invidiato la luce calda e brillante che emetteva il Sole e tante ma poi tante volte aveva sognato di essere altrettanto luminosa. Un bel mattino lucente e tiepido di primavera la Luna chiese aiuto alla sua amica Beta la Cometa.
<Vorrei proprio fare uno scherzo al mio amico Sole> mentì la bugiarda, la quale tramava invece di combinargli un bel guaio <Tu dovresti darmi una mano, uno di questi giorni mentre te ne vaghi per l’universo, fai finta di niente e poi ti getti addosso a lui con tutto il tuo ghiaccio, così lo raffreddiamo un po’> continuava a mentire la spudorata sperando invece che in quel modo il sole si potesse spengere.
<Aiutare te è sempre un piacere> rispose l’ingenua Beta la Cometa e detto fatto partì per un lungo giro al termine del quale si sarebbe gettata tra le calde braccia del sole.
Combinarono un patatrac. Beta la Cometa rimbalzò sull’enorme pancione del sole e finì dritta dritta in faccia alla luna che si buscò un grossissimo raffreddore. Ancora adesso la povera luna è costretta a scaldarsi al tepore del sole tanto è il freddo che gli è rimasto addosso e la sera le vedi lassù pallida e fredda mentre fa capolino sopra la terra per scaldarsi un poco ai lucenti raggi del sole.

Se c’era una cosa che Gigi amava sopra ogni altra questa era il sole. A Gigi piaceva un sacco starsene sdraiato su di un prato o sulla calda sabbia in riva al mare e farsi baciare e riscaldare dai raggi del sole. C’era però qualcosa che gli rendeva difficile soddisfare questo suo desiderio. Viveva in una piccola casetta in mezzo a tanti palazzoni i quali gli impedivano per tutto il giorno di godersi la luce diretta del sole. Gigi era molto triste per questo e ogni mattino si alzava molto presto perché dalle sei alle sei e cinque poteva godere della luce del sole tra gli spigoli di due palazzoni alti alti. Erano gli unici minuti di felicità che poteva godersi in casa sua. Quell’anno per Natale pensò di scrivere anche lui una lettera a babbo Natale, come aveva fatto quando era piccolo, per chiedere che i palazzi intorno a lui sparissero ma rinunciò credendolo impossibile. Il suo desiderio invece era stato ascoltato dal folletto delle piante, il quale si trovava a passare per caso vicino a casa di Gigi e lo aveva sentito piangere e singhiozzare la sua tristezza. La mattina di Natale Gigi si svegliò alle cinque e mezza e meraviglia delle meraviglie, il sole illuminava la sua faccia. Corse incredulo alla finestra della sua camera e vide che i palazzoni intorno a lui erano scomparsi, anzi no, erano finiti tutti più in basso della casa. Un enorme quercia era cresciuta sotto i suoi piedi durante la notte e lo aveva portato così in alto che niente poteva separare più Gigi dalla vista del sole. Se c’è una cosa che Gigi ama sopra ogni altra questa è il sole e con gli amici adesso festeggia ogni alba ed ogni tramonto dalle finestre della casa più buffa del mondo.

Paolino era un bambino molto ma molto ma moltissimo freddoloso. La mattina non si voleva mai alzare dal letto, perché ormai aveva sotto le sue coperte un gran bel tepore, il calduccio in cui si era rigirato tutta la notte. La mamma doveva faticare sette camicie per riuscire a tirarlo fuori dalla sua tana e fargli lavare denti e orecchie con quell’acqua che a Paolino sembrava sempre freddissima. Uscire di casa era un dramma, quando tirava vento, quando era nuvoloso, quando era talmente umido che sembrava piovesse direttamente nelle ossa. Appena era fuori non vedeva l’ora di rientrare in casa ma quando era a casa non voleva mai andare a dormire, perché prima di entrarci il letto era sempre ghiaccio, come una di quelle lastre che galleggiano nell’oceano antartico. Fargli il bagno poi era un impresa eroica perché non c’era mai acqua abbastanza calda per la sua pelle delicata. Un bel giorno Paolino stufo del gran freddo che sentiva, decise di costruire un astronave che lo avrebbe portato dritto dritto nel sole. Con gli arnesi del padre mise insieme quello che a lui parve un bel razzo e partì diretto al centro del sole. Quando fu arrivato raccolse un po’ di calore con un cucchiaino e lo inghiotti in un sol boccone poi non soddisfatto, ne prese altre tre o quattro cucchiaiate tanto per essere sicuro di non sentire più freddo. In realtà non ce n’era bisogno perché il calore del sole è così concentrato che glie ne sarebbe bastato appena un pizzico. Tanta però fu l’abbondanza che Paolino tornò sulla terra con la forza di un solo starnuto e da allora l’immensa gioia di non aver più freddo gli fa distribuire calore a tutti quelli che gli vogliono bene e anche a quelli che non lo conoscono ma che lo incontrano per strada ridente e felice.

Clementina è una bambina davvero gioiosa e solare, a lei piacciono tantissimo le piante e in maniera particolare i loro fiori. Clementina ha una pianta che è la sua preferita, è un piccolo cespuglio di rose che ha piantato per lei suo padre, quando la piccola Clementina è venuta al mondo. Ogni mattina annaffia la piantina che tiene con se nella propria cameretta e la mette sul balcone dove può godere della luce e nutrirsi del calore di cui ha bisogno. Nel pomeriggio sposta la piantina alla finestra della cucina, in modo che possa seguire il moto del sole e non perderne neanche un solo raggio. La sera riporta il vaso nella sua camera e dopo aver cantato canzonette allegre per la sua mamma e per la piantina dà a tutti la buona notte, spenge la luce e nel buio della sua cameretta ancora parla con il piccolo roso fino a che il sonno non abbraccia Clementina ed la pianta per cullarli l’intera nottata. Al mattino la piantina ricomincia il suo giro della casa e sembra essere proprio felice della compagnia di Clementina e del suo allegro vivere in quella casa così solare, che ogni giorno regala alla bambina, alla sua mamma ed al suo papà, un nuovo bocciolo che li accompagna per tutto il giorno con il suo profumo e con svariati bellissimi colori. Alla sera ne richiude i petali, prima di addormentarsi tenendo con le sue foglie le mani calde di Clementina.

Sfido chiunque a dire il contrario ma io credo proprio che non ci sia niente di meglio di un’allegra giornata di sole. Quando sei triste basta affacciarsi alla finestra e se ti accoglie quel caldo disco dorato, subito ti torna il buonumore. Bambini che corrono per i prati, uccelli che svolazzano, animali che si rincorrono. Quando il sole brilla nel cielo puoi sprigionare la tua gioia passeggiando in mezzo alla gente e anche se cammini in una città grigia e piena di palazzoni, riesci sempre a vedere i colori. Fiori su un balcone, panni tesi ad asciugare, i vestiti della gente che incontri, l’azzurro del cielo, le bianche scie di aerei che solcano il loro mare infinito. Con il sole trovi sempre un po’ di tepore a cui scaldarti, da solo o insieme agli amici e alle persone care. Grazie al sole dimentichiamo tutte quelle piccolezze che avevamo creduto così importanti e dense di tristezza ma che si sono sciolte al primo raggio di un allegro solicello di primavera o a un tremulo sole che si affaccia impavido tra scure nubi di tempesta in una giornata autunnale. Il sole, che gran coraggio, lottare ogni dì per portarci la sua luce e il suo calore. E noi possiamo tenere un po’ di quel calore in ognuno di noi, conservare quei doni che ci arrivano dal lontano sole e in questo modo, anche quando le nubi ci nascondono la luce, possiamo lasciar uscire il sole che abbiamo dentro, per regalarlo agli altri e anche a noi stessi.

A Chiara piaceva tantissimo stare al sole, camminare per le strade e per le piazze sotto i suoi caldi raggi e cercarli anche nelle giornate di pioggia, quando anche un piccolissimo occhio di sole mette sempre buonumore. A Bruno il sole non piaceva per niente, non amava la luce e non gli piaceva nemmeno il gran caldo, che a suo dire era sempre troppo anche nelle più fredde giornate d’inverno. A Chiara piaceva Bruno, era un tipo un po’ ombroso ma lei lo trovava molto simpatico ed era piacevole passare il tempo a parlare con lui. A Bruno piaceva molto Alice, era molto solare ed era l’unico modo per lui di poter accettare quella parola, visto che almeno fino ad allora il sole non lo aveva mai visto di buon occhio. Chiara chiedeva spesso a Bruno di uscire con lei, per fare un gita o una passeggiata ma Bruno faceva di tutto per rimanere a casa o per ritrovarsi un in posto riparato. Chiara accettava sempre però stava lentamente perdendo la sua solarità e il chiuso in cui si nascondeva per stare vicino a Bruno, piano piano la stava spegnendo. Il primo ad accorgersi di questo fu proprio Bruno che grazie al grande amore che provava per l’amica, decise di sacrificarsi e passeggiare con lei sotto il sole. Dopo poco tempo Chiara era tornata la ragazza allegra e serena di prima ma anche Bruno era cambiato, il suo muso solitamente lungo e imbronciato aveva finalmente conosciuto il sorriso. Anche lui era stato conquistato dalla gioia del sole. Ah quante passeggiate fanno adesso Chiara e Bruno e com’è felice il sole di vederli insieme mano nella mano.

 

LE STORIE DELLA SAVANA

Gedeone era un leone davimpegnava nella caccia proprio come gli era stato insegnato da cucciolovero molto sfortunato. Lui si . Si appostava silenzioso, nascosto dalle lunghe e fulve erbe della savana che si confondevano con il colore del suo pelo. Attendeva paziente che una gazzella, un facocero o uno zebù si trovassero a passare da quelle parti e poi, con balzo felino, come lui era, gli piombava addosso in un lampo. Quando la preda era ormai alla sua mercè, tremante ad un pelo dai suoi artigli, Gedeone veniva colto da una crisi leonina. Quelle povere bestioline lo guardavano con occhi supplichevoli, in attesa che venisse compiuto il loro destino ma a quel punto il nostro leone non era capace di completare la sua opera e allentando appena la presa, lasciava che la preda se ne fuggisse via in fretta e furia. Gedeone spilluzzicava un po’ di cibo qua e là ma l’erba non era il suo piatto forte e la frutta non era mai a portata delle sue zampe. Il suo buon cuore però non era passato inosservato agli altri abitanti che per ringraziarlo delle sue buone azioni, decisero di eleggerlo re della Vallata. Così Gedeone non dovette più preoccuparsi di cacciare il cibo che non voleva o di cercare quello che non riusciva a trovare, ogni giorno gli animali fanno la fila per portare al loro re i frutti della savana di cui Gedeone va matto e per ricambiarli il giovane leone protegge i suoi amici animali, tenendo alla larga chiunque volesse venire a caccia nella sua Vallata.

Allegra era una zebra un po’ stramba. Era davvero stufa delle strisce che si portava disegnate addosso, non che non le piacessero, anzi c’erano delle mattine in cui le adorava ma c’erano pure altri giorni in cui non le sopportava per niente. Ad allegra piaceva cambiare, d’altra parte non tutti i giorni erano uguali e a lei sarebbe piaciuto tantissimo adattare il pelo al suo umore ballerino. Insomma, dai e dai, tanto fece e tanto pensò che una bella mattina si svegliò con addosso un nuovo manto, bianco con delle macchie rotonde, invece delle solite strisce. Tutta felice se ne andò in giro con il suo nuovo vestito tra lo stupore e la sorpresa delle sorelle zebre. Il mattino successivo erano tornate le strisce ma in compenso il manto era diventato di colore rosa e Allegra era proprio felice. Dopo qualche giorno anche altre zebre cominciarono ad andare in giro pitturate di vari colori. L’umore nel branco era divenuto decisamente buono da quando i colori erano venuti a far parte delle loro giornate e questa novità contagiò anche gli altri abitanti della pianura, gazzelle, ghepardi, gnu e aironi. Se non ci credete andate nella savana e cercate una valle piccola nascosta tra alte montagne, se sarete fortunati potrete ammirarli e sarà uno spettacolo davvero affascinante. Lì anche gli animali hanno la loro moda.

Un tempo Raffa la giraffa e le sue sorelle erano animali simili ad una zebra. Distinguere le une dalle altre era naturalmente molto facile, le zebre erano bianche con le righe nere e le giraffe erano gialle con le macchie marroni. Tutti insieme pascolavano nella grande pianura e accanto a loro si cibavano della poca erba che si trovava in giro anche gnu, gazzelle, zebù, uccelli, roditori e tutti gli animali che popolavano quella immensa e spesso arida vallata. Due volte l’anno il branco era costretto a lunghe e pericolose migrazioni in cerca di nuovo cibo e questo li portava a trovarsi alla mercé di leoni, ghepardi e coccodrilli che non aspettavano altro! Raffa era stufa di questo andirivieni e pensò che ci doveva pur essere un’altra fonte di nutrimento nella loro vallata ma dove trovarla, forse sotto terra no, forse in aria, no, anzi forse, ma sì certo, c’erano così tante foglie verdi e succulenti penzoloni agli alberi e certo non aspettavano altro che di essere mangiate. Raffa convinse le altre giraffe a cibarsi delle foglie e insieme escogitarono mille modi per raggiungere le vette degli alberi. Chi saltava, chi montava su un’altra giraffa, chi si allungava. E allunga allunga, si allungarono anche il collo e le gambe di tutte le giraffe così tanto che non hanno più bisogno di saltare o di arrampicarsi per mangiare le soffici foglioline che sono in cima agli alberi più alti della savana e per gli altri animali c’è tutta l’erba della pianura a disposizione. Raffa però preferisce i germogli teneri che stanno lassù in alto.

Se c’è in tutta la savana un animale veramente grande questo è certamente l’elefante. E se fra tutti gli elefanti della savana ce n’è uno davvero grande, il più grande di tutti, questo non può essere che Berto! Berto è un elefante grande, ma grande, ma aiutatemi a dire grande, da quanto è enorme. E’ alto almeno quanto tre elefanti messi uno sopra l’altro ed è peso una cosa inimmaginabile, perché nessuno è riuscito a prenderlo e metterlo su di una bilancia. Quando cammina le zebre e gli gnu rimbalzano in aria dal gran contraccolpo che fanno i suoi passi, le poche volte che ha corso sono cadute due montagne e tutti i datteri delle palme. Quando entra nel lago per lavarsi l’acqua sale di dieci metri e tutti gli animali hanno dovuto imparare a nuotare. Quando beve, prosciuga il lago, sì che tutti i pesci hanno dovuto imparare a camminare. Berto è l’elefante più buono che ci sia, nelle sua proboscide lunga dodici metri hanno trovato rifugio sei famiglie di topi, due di facoceri e un vecchio gnu malato, che sennò se lo mangiavano i ghepardi. Al mattino quando barrisce sveglia tutta la savana e ormai tutti hanno fatto l’abitudine al convivere con questo enorme e pacioccoso animatone, i piccoli abitanti della pianura trovano sempre rifugio vicino a lui. Quando arriverete nella pianura lo riconoscerete subito, no, non è una collina quello con tutti quegli animali sopra e intorno, quello lì è proprio Berto, avvicinatevi pure, non vede l’ora di fare amicizia con voi.

Nella savana non mancano certo le bestie feroci! Leoni, ghepardi, leopardi, gattopardi, tigri… Tigri? Ma cosa c’entrano le tigri, quelle stanno in India non nella savana africana. A sì, allora andatelo a dire a Beatrice la tigre della savana. Effettivamente non è nata in Africa, faceva parte di un circo, un enorme circo con tutti i tipi di animali, struzzi, ippopotami, lemuri, tigri e chissà quanti altri. Quando la grande nave su cui viaggiavano si è fermata sulle coste dello Zimbabwe, Beatrice non ha trovato niente di meglio da fare che darsela a zampe levate. L’hanno cercata per ogni dove, per giorni e per notti, poi la nave ha dovuto ripartire e così è stato deciso di lasciarla lì. All’inizio però Beatrice era spaesata, non sapeva come fare a trovare da mangiare e soprattutto non aveva dove rifugiarsi, dove andare. Per fortuna incontrò un leone girellone che si trovava a passare vicino alla costa e dopo essersi fatto delle matte risate, non aveva mai visto un leone a strisce, decise che avrebbe portato Beatrice con sé nella pianura della savana. Adesso è là ed è diventata una leggenda, sì perché c’è chi dice di averla vista e chi non ci crede e risponde che non ci sono le tigri in Africa. Beatrice invece ha trovato una nuova casa, sogna l’india e le foreste che attraversava da cuccioletta ma è felice nella savana e poi qui ridono sempre tutti e nessuno ha paura di lei. Chi avrebbe paura di un leone a strisce?

Luisella la gazzella saltellava serena per la pianura ventosa della savana. Intorno a lei pascolavano più o meno tranquille le sue sorelle, tutte intente a brucare l’erba, cercando con un occhio gli steli più prelibati, quelli più teneri e gustosi e con l’altro occhio osservavano invece quello che accadeva loro intorno. Gli orecchi tesi ad ascoltare il benché minimo rumore e il naso ad odorare in continuazione, attento a percepire ogni profumo, ogni odore, ogni maleodorante vicinanza. Luisella stava gustandosi i suoi germogli preferiti quando nel suo naso si insinuò un odore tutt’altro che piacevole, in un attimo le sue orecchie captarono un fruscio sospetto e subito dopo vide muoversi dietro di lei l’enorme e minacciosa forma di un leone. Luisella partì di scatto e la bestia feroce saettò dietro di lei. La gazzella correva a più non posso, sentiva il suo cuore battere all’impazzata e il respiro farsi sempre più corto. Il leone sembrava attaccato a lei e un paio di volte sentì la grande zampa artigliata appoggiarsi sulla pelle. Luisella corse quanto potè e poi sfinita si fermò rassegnata. Il leone era lontanissimo da lei, per primo aveva rinunciato a quella estenuante corsa e adesso riposava sfinito in mezzo a un branco di gnu. Luisella ritrovò le forze per tornare dalle sue sorelle e riprese a pascolare tranquilla per quanto la savana le permetteva. Per quel giorno ce l’aveva fatta ma c’era ancora domani!

Lo gnu stava passeggiando lungo la costa del grande lago della savana, cercava un posto sicuro per avvicinarsi all’acqua e finalmente bere. Ugo lo gnu era molto giovane e la sua spensierata età lo aveva portato ad allontanarsi un po’ troppo dal branco che si stava abbeverando dall’altra parte dello specchio d’acqua. Sicuramente se avesse girato intorno per raggiungere i suoi simili avrebbe trovato un luogo dove abbeverarsi in pace ma la sete era tanta e il sole stava per tramontare, doveva prima bere e poi ricongiungersi con la sua famiglia. Davanti a lui nuotava Gerardo il coccodrillo, seminascosto sul pelo dell’acqua, che lo invitò a bere tranquillamente, ci avrebbe pensato lui a controllare che nessuno si avvicinasse. Ugo, all’inizio molto diffidente, fu vinto dalla sete e si infilò nell’acqua pronto a placare l’arsura ma avvicinandosi un po’ troppo al coccodrillo. Appena lo gnu immerse il muso nell’acqua, Gerardo si mosse in modo fulmineo, con un lesto colpo di coda fu sotto allo gnu, con le fauci spalancate e l’acquolina in bocca, pronto ad ingoiarselo in un sol boccone. Gerolamo l’ippopotamo aveva assistito a tutta la scena in silenzio, a poca distanza dai due e avvedutosi della trappola che il coccodrillo stava tendendo al giovane e credulone gnu, si era avvicinato in silenzio e all’ultimo momento, era sbucato fuori proprio tra Gerardo e il piccolo Ugo. Fu la salvezza dello gnu che immediatamente prese a scappare alla ricerca della sua mamma senza più pensare a dissetarsi. Gerardo intanto si era dileguato, temendo di essere sopraffatto dalla mole dell’ingombrante animale. Ugo invece fuggiva ringraziando a gran voce il provvidenziale Gerolamo che riprese a sonnecchiare tranquillo sul pelo dell’acqua. Ma da sotto, si poteva vedere benissimo un sorriso soddisfatto di felicità.

 

LE STORIE DI FAMIGLIA

La mamma è quella cosa morbida profumata e accogliente che si prende cura di noi. Ci ha portati dentro di se per nove mesi, chiusi al sicuro e al calduccio dentro il suo pancione. Era lei che soffriva quando noi non stavamo bene ed è ancora lei a soffrire più di tutti, quando abbiamo un piccolo raffreddore o quando ci ritroviamo con un febbrone da cavallo. La mamma ha cura di noi, ci lava il viso la mattina, ci prepara la merenda e ci accompagna dovunque noi vogliamo andare. A volte la mamma ci fa arrabbiare perché non soddisfa tutte le nostre voglie e tutti i nostri capricci, ma altrimenti non sarebbe la mamma, perché la mamma ci deve insegnare che non possiamo avere tutto. Quando ci dice che fa qualcosa per il nostro bene, anche se a noi non sembra proprio, invece è la verità e quando cresceremo ci accorgeremo che, la stragrande maggioranza delle volte aveva ragione. La mamma è una bravissima cuoca, sia quando passa ore in cucina a prepararci deliziosi manicaretti e dolci squisitissimi, sia quando in cinque minuti ci cucina qualche pranzo surgelato, come scongela la mamma non lo sa fare nessuno. La mamma ci porta a letto la sera, anche quando noi non vorremmo andarci, ci rimbocca le coperte e ci da il bacio della buonanotte, qualche volta se non è stanca ci racconta una storia, quando invece è stanca si addormenta mentre lo fa. La mamma è una grande invenzione è per questo che le voglio molto bene.

Il papà, comunemente conosciuto come babbo, è quella cosa ruvida, seria e impacciata che cerca di prendersi cura di noi. Per nove mesi ci ha parlato attraverso la pancia della mamma e adesso finalmente può guardarci negli occhi mentre lo fa. Il papà ha la barba, a differenza della mamma e ha la voce più forte, per questo tocca sempre a lui quando dobbiamo essere brontolati per le marachelle più gravi. Il papà ci accompagna al cinema e ci compra sempre un sacco di schifezze da ciucciare e da sgranocchiare e poi ci dice di non mangiarle perché fanno male ai denti. Il papà cucina solo la domenica, perché il riso di mare non lo fa nessuno come lo fa lui, così dice, e dopo aver messo a soqquadro tutta la casa con pentole, pentolini e chissà che altro, finalmente si mangia, bisogna però dire che di solito il pranzo è buono davvero. Il papà vuole sempre vedere il telegiornale, è per questo che ogni giorno a tavola dobbiamo sempre discutere sui programmi da guardare, brontola perché guardiamo i cartoni animati e poi ci racconta che lui non faceva altro da mattina a sera quando era piccolo. Il papà guida la macchina quando usciamo per una gita la domenica o quando è festa, e per strada parla molto con gli altri papà, che stanno chiusi dentro le altre automobili. Hanno sempre un sacco di cose da dirsi e chissà perché, lo fanno sempre gridando, forse il rumore delle auto è troppo forte? Il papà fa finta di volerci meno bene della mamma e poi è quello che si preoccupa di più se abbiamo il morbillo e se dobbiamo andare a lezione di calcio o di ballo. Il papà è un’invenzione ganzissima, per questo gli voglio molto bene.

I nonni sono quella cosa tenera e dolce, con i capelli bianchi, che tanto tanto tempo fa erano la mamma e il papà dei nostri papà e delle nostre mamme. I nonni però sono così vecchi, che ormai non si ricordano più come si fa a fare i genitori e quindi tornano a essere dei bambini a cui bisogna insegnare tutto. I nonni ci accompagnano ai giardini tutti i pomeriggi, dopo che la mamma ha raccomandato loro tutte le cose che devono e che non devono fare. I nonni ci lasciano fare tutto, perché anche loro sono stati bambini e anche a loro piaceva correre in bicicletta, giocare e schiamazzare con gli altri bambini. I nonni hanno sempre una caramella per noi nelle loro tasche e quando combiniamo qualche disastro ce ne danno una e poi ci difendono quando i nostri genitori ci danno una sonora e giusta brontolata. I nonni spesso combinano più guai di noi e allora li dobbiamo aiutare e difendere e qualche volta ci prendiamo noi la colpa se fanno qualche pasticcio grave. I nonni leggono molto e ci raccontano sempre un sacco di cose nuove che hanno trovato sui libri o nei giornali, hanno sempre tante avventure da narrarci, a volte vere a volte un po’ meno, di quando erano giovani, ci parlano di cose che non ci sono più e raccontano di giochi che facevano senza la tivù e senza il computer. Difficilmente riusciamo a capire com’era mai possibile, adesso non potrebbe succedere di certo! I nonni hanno tanta vitalità e la regalano a noi ogni giorno, per questo voglio loro molto bene, che invenzione stratosferica!

I fratelli e le sorelle sono quelle cose antipatiche che usano i nostri pennarelli preferiti e li lasciano aperti sotto il lettone di mamma e papà, così quando vengono ritrovati non solo non funzionano più ma quelli sgridati va a finire che siamo noi. I fratelli e le sorelle maggiori sono proprio dispettosi, non vogliono mai giocare con noi perché dicono di essere troppo grandi e i balocchi con cui noi ci trastulliamo sono aggeggi da lattanti. Si arrabbiano se la mamma li costringe a portarci con loro al cinema e durante il film ci prendono tutti i dolcetti. I fratelli e le sorelle minori invece sono una vera e propria piaga, vogliono sempre stare con noi e non capiscono che sono troppo piccoli per giocare con i nostri apparecchi elettronici, smanaccano dappertutto e sono capaci di rompere una radiocomando anche solo guardandolo. Ci chiedono di giocare con i loro animaletti e le loro costruzioni, senza capire che per noi sono ormai aggeggi da lattanti. I fratelli e le sorelle sono gelosissimi dei loro vestiti, per questo ci piace un sacco nasconderglieli o peggio ancora disegnarci sopra un bel sole sorridente, gli abiti che non sono più di loro gradimento invece li mettono da parte per quando saremo grandi, senza nemmeno chiederci se ci piacciono oppure no, quei trefoli che si sono messi addosso loro non li vogliamo davvero. I nostri invece, quando non ci staranno più, li lasceremo in eredità ai fratelli e alle sorelle minori, che bambini fortunati! I fratelli e le sorelle ci vogliono un sacco di bene anche se gli facciamo i dispetti, per questo io voglio loro un sacco e mezzo di bene, che invenzione stramba!

Gli zii e i cugini, sono quella cosa che appare all’improvviso la domenica a pranzo o per Natale, con una bottiglia di spumante in una mano e un gustosissimo dolce nell’altra. Gli zii sono quasi dei nonni. Cioè, non nel senso della parentela, perché sono i fratelli e le sorelle delle nostre mamme e dei nostri papà, quindi figli anche loro dei nostri nonni. Ma perché come loro sono sempre bonaccioni e disponibili, ci portano un sacco di regali e giocano con noi. Con loro facciamo sempre festa e poi non ci brontolano mai. Certo non sono così amorevoli e grandiosi come i nostri genitori, però quando ci stringono forte forte, si sente che ci vogliono una montagna di bene anche loro. I cugini invece sono quasi peggio dei fratelli, loro hanno sempre fatto qualcosa meglio di noi o hanno qualcosa di più grande o di più veloce. Io li metterei insieme con i fratelli e le sorelle e li darei ai miei zii che se li portino a casa tutti insieme, chissà come mai tra di loro si trovano sempre d’accordo a fare a me qualche dispetto, uno scherzo o a far fuori tutta la mia scorta di cioccolatini. Ogni volta sono costretto a cambiargli nascondiglio, perché a loro non li darei mai, uffa! Per fortuna i miei zii mi portano sempre qualche dolcetto, da sgranocchiare di nascosto in tutta tranquillità. I cugini e le cuginette però, sono come i fratelli e le sorelle, sempre disponibili se hai bisogno, sempre pronti a difenderti e a giocare con te, sono proprio una forza! Gli zii e i cugini sono un invenzione davvero simpatica e io voglio loro una montagna di bene, per fortuna che ci sono!

La famiglia è quella cosa a volte numerosa a volte meno, che ti gira intorno e di cui anche tu fai parte. Con la famiglia ti ritrovi assieme nelle feste più importanti, per Natale, per Pasqua e per i compleanni; con giochi, baldoria, scherzi, risate e dolci. Nella famiglia ci sono il papà e la mamma, che si prendono cura di te e che ti vogliono un gran bene, come tu a loro, caldi da abbracciare e teneri con i loro baci. Ci sono i nonni, che a volte non ci sentono bene, che spesso dimenticano le cose e che hanno sempre una carezza per te. I fratelli e le sorelle, con cui scambi i segreti, giuri di non dirlo a nessuno e poi corri dalla mamma a spifferare tutto, così dopo sono dolori! Gli zii, i cugini e tutti quegli altri parenti che hanno un bis davanti alla loro qualifica: bisnonni, biscugini, bis bis bisqualcosa! Sulla famiglia puoi sempre contare, quando hai bisogno puoi esser sicuro che ci sia qualcuno della tua famiglia pronto a darti aiuto, quanto fa tre per quattro, cos'è un triangolo e una bicicletta per andare a comprare un bel gelato quando fa caldo e la tua bici è dal gommaio perché hai bucato quando sei andato allo stagno a caccia di ranocchi. La famiglia conta su di te e tu puoi sempre far qualcosa per la tua famiglia, anzi lo fai ogni giorno senza nemmeno accorgertene. Telefoni alla zia, dai un bacio alla nonna, leggi il giornale al nonno che non ci vede più tanto bene e fai mangiare il tuo gelato a quella cugina che credevi non ti volesse poi tanto bene e invece ti adora. La famiglia è una cosa favolosa, io voglio bene a tutti e tutti vogliono bene a me. Grandioso!

Gli amici sono quella cosa che contrariamente a tante, sei tu che puoi scegliere. È bellissimo poter fare nuove amicizie e conoscere sempre altri bambini e bambine con cui giocare, studiare, correre e parlare della tuia squadra preferita, delle gare di nuoto, e di quanto è buffa la maestra con gli occhialoni da sole e le trecce da bambina. Gli amici a volte devono andare via perché cambiano casa o perché vanno ad un'altra scuola e non li vediamo più ma anche se il tempo cancellerà i loro volti, non li dimenticheremo mai, perché ricorderemo sempre quanto siamo stati bene insieme a loro. Gli amici sono la cosa migliore per fare le marachelle, meglio dei fratelli, delle sorelle e di tutti i cugini. Salire su un albero e mangiarsi le ciliegie di nascosto dal padrone dell'albero, è una cosa troppo divertente e farla con gli amici la rende davvero elettrizzante. Tra tutti gli amici ce n'è sempre qualcuno speciale, un amico o un amica su cui puoi contare come su una sorella, quell'amica con cui scambi i tuoi segreti e che non va a spifferarli a nessuno, nemmeno sotto tortura, nemmeno se le prendono tutte le gommine rosa e le penne con i brillantini. I veri amici sono come qualcuno di famiglia, cercano te se hanno bisogno di un consiglio e sono pronti a dartene uno se lo chiedi a loro. Cosa mi metto con le scarpette madreperla? Ti piace il cappello dei Chicago Bulls? Non c'è niente da fare, gli amici sono una cosa davvero preziosa. I miei mi vogliono un bene dell'anima e si divertono un sacco con me e io voglio bene a loro, tantissimo. Che invenzione l'amicizia, sono proprio contento che ci sia!


 

LE STORIE DI SCUOLA

Il primo giorno di scuola è sempre un po’ strano. Lo viviamo come un in misto fra tristezza e felicità. Le vacanze sono finite e i primi giorni di pioggia ci hanno già fatto capire che l’arrivo dell’autunno è imminente, e si sa con l’autunno arriva anche la scuola. Eh sì, il brutto tempo e l’inizio dell’anno scolastico ci mettono tristezza, perché dentro di noi ancora abbiamo vivo il ricordo di tuffi nel mare, di corse sulla spiaggia e di giochi con tanti nuovi e divertenti amici. Davanti a noi riusciamo solo a vedere serate buie, passate a studiare su libri che a volte ci sembrano così barbosi e pesanti. Il primo giorno di scuola tanti sono i pensieri che ci vengono a trovare ma appena voltiamo l’angolo e rivediamo quell’edificio austero ma pieno di chiasso e di risate, la tristezza vola subito via. I nostri compagni di classe ci stanno aspettando e quelle serate buie che avevamo tra i nostri pensieri, si trasformano subito in allegre compagnie. Tutti insieme a ripetere poesie e prendersi in giro, a calcolare somme e divisioni mentre qualcuno prepara gustose merende, a leggere e studiare la grammatica con già in testa i progetti per il Natale che verrà, se non addirittura per le prossime vacanze al mare. Il primo giorno di scuola è proprio una gran festa, annuncia un altro anno di amici e lezioni, di studi, conoscenza e allegria, un altro anno tutti insieme. Evviva!

La sistemazione nei banchi è un rito che deve essere eseguito con calma e con razionalità, non si può prendere e sedersi nel primo banco che ci capita vicino, ne sconteremmo le pene per tutto l’anno scolastico. Scherzi a parte, che ci si pensi oppure no, va sempre a finire che ognuno si siede proprio nel posto che a lui è più congeniale, che sia qualcosa scritto nel codice genetico? Mah, i misteri della scuola sono inimmaginabili. Nella mia classe è andata a finire che ci siamo sistemati in questo modo: le più brave e i più secchioni sono capitati tutti nei primi banchi, da li potranno seguire meglio la lezione e sicuramente si potranno udire bene i loro suggerimenti durante le interrogazioni. Le altre bambine e i sognatori, tra cui ci sono anch’io, sono capitati nei banchi vicino alle finestre. Ogni tanto un’occhiata alle fronde degli alberi o al cielo azzurro, dà quel senso di scuola di cui non si potrebbe mai fare a meno. I confusionari e i copioni invece stanno sempre dalla parte opposta alle finestre, in fondo, nel buio si possono condurre a termine ottime battaglie navali e si vedono meglio i compiti dei più bravi che chiaramente sono seduti davanti. La mia è proprio una bella classe, e la vostra come l’avete sistemata?

E poi, quando meno te lo aspetti, mentre sei lì, concentrato a studiare, a fare esercizi, tre per due, un: articolo indeterminativo maschile singolare, insomma proprio quando sei concentrato e preso dallo studio, eccolo che arriva! È Natale! A me Natale mi piace tantissimo, sì lo so piace a tutti ma per me è bello il Natale a scuola. Prima di tutto si costruisce un enorme albero di Natale, che alto in quel modo nessuno ce lo ha a casa, poi lo si riempie di palline colorate e striscioni, ognuno ne porta qualcuno da casa e la mamma poi si chiederà dov’è finita quella preziosa palla di vetro che ha comprato tanti anni fa a Venezia e che è la sua preferita, ma questo non c’entra niente. Tutti portano festoni e palle ma nessuno porta mai la punta così ogni anno la devono fare di carta le maestre e secondo me consono molto brave a fare la stella, non viene mai come quella che c’è sul mio albero. In classe faremo anche il presepe di carta, con i personaggi ritagliati e colorati da noi, a me tocca sempre una pecorella e non sono mai riuscito a fare Gesù Bambino. La maestra ci farà scrivere i pensierini per i regali ai genitori e i temi sul Natale con i proponimenti per un nuovo anno ubbidiente e senza capricci, anche se nessuno i riesce a mantenerle quelle promesse. L’ultimo giorno prima delle vacanze invernali si fa una gran veglione tutti insieme, anche con i bambini di altre religioni, sì perché quando siamo piccoli basta far festa tutti assieme e siamo contenti. Quando siamo stanchi e sfiniti ritorniamo a casa e li ricominciamo a far festa con i nonni con gli zii e con i nostri meravigliosi papà e mamma. Ah già, scordavo. Buon Natale anche a voi!

Durante l’anno scolastico l’avvenimento più divertente in assoluto è di sicuro il Carnevale. Sia perché colonna portante di questa festa sono scherzi, divertimenti, risate, maschere e feste mascherate, sia perché diversamente da tutte le altre feste non dura un giorno o due ma ci accompagna per un mese intero e durante tutto questo periodo a scuola è uno spasso continuo. A volte diventa difficile persino seguire le lezioni. Fare la lettura o la grammatica, studiare la storia o le capitali d’Europa con la polverina pizzichina nel naso o masticando le gomme al sapore di aglio non è davvero per niente facile. Coriandoli, stelle filanti, stelle spruzzanti, inchiostri simpatici e qualche colpo con il solito manganello di pulcinella, sono all’ordine del giorno. Tornare a casa puliti e in ordine non è di sicuro una cosa facile. Il lunedì poi lo passiamo a raccontarci le avventure dei corsi mascherati a cui abbiamo assistito o partecipato il giorno prima e tanto per non perdere l’abitudine una manciata di coriandoli nella cartella del compagno non guasta mai. Il giorno più divertente però è sicuramente l’ultimo, quello durante il quale, dalla mattina alla sera, non si fa altro che scherzare, vestiti con le più fantasiose e fantastiche maschere, superman, damigella, poliziotto, infermiera, pokemon, cavaliere, mostro e chi più ne ha più si travesta! Fra feste, scherzi e scorpacciate capita sempre di infilarsi in bocca un bel pezzo di torta con i coriandoli o un bignè avvolto da stelle filanti, ma si sa sono gli inconvenienti del festeggiare e a Carnevale ogni scherzo vale!

C’è sempre un momento di vero e proprio panico che atterrisce tutti gli alunni di ogni classe, che siano maschi o femmine che siano secchioni o spalle tonde, che siano stati attenti o che siano perennemente distratti. È il momento prima dell’inizio delle interrogazioni. Il terrore serpeggia fra i banchi, ognuno in quell’attimo si domanda se capiterà proprio a lui lo sventurato compito di rimanere muto e silenzioso davanti alla maestra la quale insisterà con domande sempre più complicate, nella speranza di ottenere almeno una risposta o se anche per quella giornata la buona sorte lo accompagnerà. Altri continuano a ripassare la lezione mentalmente, sperando che i quesiti non siano poi così difficili e confidando comunque nei primi della classe, sempre pronti a suggerire senza farsi vedere. Nelle giornate particolarmente fortunate, può capitare che ci sia un volontario o due ma è molto più facile che mentre il dito della maestra scorre su e giù per il registro di classe, tutti facciano più o meno finta di niente, fischiettando nervosamente e ammirando in maniera particolarmente interessata le crepe sul soffitto o le finestre, che guarda caso oggi sono più sporche del solito. All’improvviso saltano fuori i nomi dei due o tre sfortunati che dovranno sottostare alla tortura dell’interrogazione i quali come condannati al patibolo lasciano il loro posto per portare a termine il colossale sacrificio, il resto della classe è salvo e si ricorderà di loro almeno fino alla prossima interrogazione. Per oggi è andata bene ci vediamo alla prossima, incrociate le dita!

Tra i compagni di classe di solito si nascondono delle vere star. Ognuno a modo proprio è un personaggio caratteristico e di solito, quando siamo a scuola e quando siamo bambini, queste particolarità danno il via a prese in giro stratosferiche da parte di tutti. Oggi tocca a me e domani qualcun altro sarà il bersaglio delle beffe di giornata. Gli elementi che più di tutti spiccano in maniera particolare sono: il giocherellone, che immancabilmente ha una battuta per tutti e su tutto quello che accade ogni giorno in classe, prende in giro le maestre, il preside e i bidelli e per gli altri è un vero e proprio spasso ascoltare i suoi dileggi. Non manca mai nemmeno il capoclasse, cioè quello che studia di più, che si applica più a lungo e che di solito è un po' restio a suggerire durante le interrogazioni, per non passare male davanti alla maestra. Poi c'è quello che siccome è un po' più grande degli altri fa il gradasso, mangia le merende degli altri, fa sparire i pennarelli delle bambine e copia i compiti ma durante le interrogazioni nessuno gli suggerisce mai, chissà come mai? C'è poi la svampita, quella che qualunque cosa venga detto non ha mai capito, vuoi perché era troppo attratta dagli uccellini che cinguettano sul ramo davanti alla finestra, vuoi perché stava sognando il suo attore preferito, sì quello di cui ha la collezione di fotografie nascosta nel diario, è una tipa veramente buffa ma a lei vogliono tutti bene. A scuola ognuno si distingue dagli altri e a modo suo lascia un indelebile impronta nella vita della classe, nemmeno i bidelli riusciranno a cancellarla. Ed è proprio questa incredibile varietà che rende lo stare in classe così piacevole, anche se c'è da studiare. In compagnia le cose sono sempre meno dure da affrontare!

Non esiste un anno scolastico senza la recita finale. Passiamo gli ultimi mesi di scuola a far prove di tutti i tipi. Prima si deve scegliere la storia, chi vuole Cappuccetto rosso, chi Biancaneve, chi qualcosa di più moderno tipo Superman o i Pokemon, chi prova ad inventare una storia nuova ma poi va sempre a finire che recitiamo La carica dei cento e uno. Dopo che è stata decisa la storia e quando tutti credono di aver ormai passato i momenti peggiori, incomincia la bufera. Tutti ma dico tutti, vogliono interpretare Rolly. Ogni bambino conosce già la sua battuta: Mamma io ho fame! E sicuramente è il cucciolo più famoso e amato di tutta la carica. Io non sono mai riuscito a farlo, a me tocca sempre Orazio o Gaspare! A seguire vengono scelti Rudy, Anita, Pongo, Peggy e naturalmente Crudelia Demon e tutti gli altri cuccioli. Dopo l'assegnazione delle parti cominciano le prove, una faticata sovrumana, mesi e mesi di declamazioni di fronte allo specchio o davanti ai nonni, che tanto loro applaudono qualsiasi cosa si dica e infine arriva il gran giorno. Palco addobbato, folla oceanica, si apre il sipario e, chissà come mai, c'è sempre qualcuno a cui si congelano le parole in gola ma per fortuna, dopo un attimo di panico finalmente la storia parte e si dipana piano piano, senza particolari intoppi. Alla fine naturalmente grande cagnara, in fondo siamo cuccioli di dalmata, tutti sul palco a guaire e abbaiare, rincorrendo Crudelia Demon, interpretata normalmente da un maschietto, poiché nessuna ragazzina farebbe mai un personaggio così cattivo. Calato il sipario fra scrosci di applausi e richiest di bis, tutti a mangiare! Patatine, bignè, gelato e cioccolatini, è festa. La scuola è finita, le vacanze ci aspettano a braccia aperte e già voliamo sulle ali della nostra infinita fantasia.


 

LE STORIE IN MOVIMENTO

Tonino aveva sempre desiderato una bicicletta. Se la immaginava rossa con le scritte blu, le ruote grandi, forse più grandi di lui, più in alto di quanto gli avrebbe reso possibile poggiare i piedi per terra. Ma tanto era un sogno e allora poteva pensarla anche gigantesca la bicicletta che desiderava tanto. A Tonino piaceva da matti quando arrivava la primavera, in giro si incominciavano a vedere gruppi di ciclisti che scorrazzavano in lungo e in largo per tutte le strade e alla prossima stagione avrebbe tanto voluto esserci anche lui tra quegli allegri corridori che osservavano i paesaggi e che respiravano l’aria leggera della campagna, mista a quella puzzolente e sgradevole delle auto. Tonino aveva già scritto decine di lettere per quel Natale e tutte contenevano immancabilmente la solita richiesta. Una bicicletta Mountan Bike rossa con il cambio a sedici velocità, la maglia del suo campione preferito e il casco giallo. Tonino aveva gia una bici, anche quella era stata un regalo di Natale ma di almeno tre anni prima e adesso ogni volta che ci si sedeva sopra la bici scompariva sotto Tonino che nel frattempo era cresciuto ed era ormai grande il doppio. I pomeriggi di sole li trascorreva affacciato alla finestra, a guardare le frotte di biciclette che con quel loro fischio caratteristico, sembrava quasi che lo chiamassero. Le domeniche si sbracciava dal finestrino dell’auto per salutare e per incoraggiare e si divertiva sognando se stesso in mezzo a tutti quei ciclisti. La mattina di Natale finalmente giunse e sotto l’albero aspettavano alloro prima corsa quattro luccicanti biciclette, le lettere avevano funzionato! Due Mountan Bike rosse, forse una l’avrebbe prestata al fratellino Mimmo e due bici ancora troppo grandi per lui, una blu metallizzata e una rosa confetto. Quel pomeriggio uscirono tutti insieme ma non con l’auto, il papà montò sulla bici blu, la mamma su quella rosa, Tonino e Mimmo sulle fiammanti Mountan Bike rosse con le maglie dei campioni ed i loro caschi gialli. Fu davvero un Natale meraviglioso!

Andrea non era mai salito su di un aeroplano e non aveva nessuna intenzione di farlo. Certo gli aerei gli piacevano, eccome! Ma di salirci sopra nemmeno l’idea! Staccarsi dal suolo era un concetto non realizzabile, persino saltare gli andava poco a genio, a lui piaceva stare con i piedi ben piantati per terra. Quell’estate i suoi genitori avevano deciso di fare un bel viaggio, prima di recarsi al mare dai nonni, desideravano visitare una delle capitali più belle e famose d’Europa, avrebbero portato il piccolo Andrea a visitare Londra in Inghilterra. Andrea era felicissimo, non era mai stato fuori dall’Italia e il pensiero di andare a visitare un luogo così lontano gli mise subito una gran carica addosso. Cercò l’Inghilterra sul suo atlante, poi cercò Londra e alla fine si chiese come avrebbero fatto mai ad arrivare fino laggiù, dato che nel mezzo c’era il mare! La soluzione era lampante, anche se per Andrea fu una notizia da film del terrore, avrebbero viaggiato in aereo. Dopo numerose bizze e musi imbronciati, arrivò infine il giorno della partenza e fra strilli e smanaccamenti, Andrea fu portato a bordo dell’aeroplano. Come fu sopra si calmò immediatamente, in fondo non era poi così diverso da un autobus, forse un po’ più grande, sì ma soprattutto con le ali! L’aereo decollò mentre Andrea sonnecchiava appoggiato alla mamma, che era riuscito a calmarlo e rincuorarlo. Quando si svegliò apparve ai suoi occhi uno dei panorami più affascinanti che avesse mai visto, sotto di lui una distesa infinita di montagne con i picchi innevati, piccoli laghi sparsi qua e là, case piccine piccine e treni che serpeggiavano come lombrichi d’argento nella terra. Accipicchia! Lassù c’era un mondo tutto nuovo e diverso, e lui che non ci voleva salire! L’atterraggio che seguì fu entusiasmante e il viaggio di ritorno un vero divertimento, ore e ore appiccicato al finestrino a guardare il mondo che scorreva sotto i piedi. Per fortuna non aveva perso quell’occasione, adesso però doveva aggiungere una voce ai suoi desideri, da grande non avrebbe fatto soltanto il poliziotto, il pompiere e il supereroe, era proprio il caso di annotarsi anche questa nuova professione, non avrebbe certo rinunciato a fare il pilota.

Fausto era un bravissimo pilota di Formula 1. Con la sua auto rossa fiammante scattava lungo i circuiti ed arrivava sempre tra i primi. Quando era sul podio si divertiva un sacco a schizzare con lo champagne gli altri concorrenti e tutto il pubblico accorso ad acclamarlo. Ogni gara era una festa! Tutto cominciava con le prove e la messa a punto della monoposto. Alettoni, freni, sospensioni, volante ogni cosa doveva essere in perfetto stato e per questo bisognava provare, provare e modificare continuamente ogni singola parte a seconda che fosse brutto tempo, piovesse o che ci fosse il sole allegro a splendere nel cielo. Se il percorso era pieno di curve ci volevano dei pneumatici adatti se invece era straveloce tipo Indianapolis le gomme dovevano asimmetriche. Fausto era un pilota molto pignolo e pretendeva la perfezione anche dai suoi meccanici che poveretti, spesso passavano anche tutta la notte a lavorare per far trovare la macchina approntata per la gara. Fausto era un ottimo pilota e durante le prove conquistava quasi sempre la “Pole Position” e questo gli permetteva di partire davanti a tutti gli altri. Ogni gara era una lotta durissima, ottenere le prime posizioni era difficile e riuscire a mantenerle lo era ancor di più ma Fausto era un gran lottatore e nessuno era in grado di sorpassarlo. Scattare alla partenza e poi infilare ogni curva senza perdere mai il controllo del mezzo, fermarsi per fare il pieno e cambiare le gomme senza perdere più di dieci secondi, ringraziare i meccanici per esser stati così rapidi, ripartire veloci per trionfare in ogni gara e a fine campionato vincere il titolo di campione del mondo. Che sogno ragazzi! Poi la voce della mamma che chiama, uffa, è già ora di alzarsi per andare a scuola, il sogno si infrange proprio sul più bello, il traguardo era vicinissimo ma anche gli altri concorrenti erano agguerritissimi, chissà come sarebbe andata a finire! Stasera a letto presto, fino a che non sarà grande ed avrà imparato a guidare Fausto continuerà a sognarsi le sue avvincenti gare, dopo chissà, vedremo!

La prima volta le aveva viste in una pubblicità alla televisione. Sì certo le pubblicità fanno sempre sembrare le cose più belle, più grandi, più indispensabili ma quelle scarpe da ginnastica, tutte colorate, con la suola fatta strana, con le bolle d’aria che ti fanno saltare più in alto e tutto quanto il resto, erano veramente il massimo. Non come quelle che aveva ai piedi che, anche se erano nuove, non erano certo l’ultimo grido. Da quel momento Giulio cominciò a vederle dappertutto, non solo in tivù ma sui giornali, al cinema, attaccate ai muri per la strada, sembrava quasi che lo perseguitassero. La scarpe “Good Boys”, quelle per i ragazzi a posto, per i ragazzi in gamba per i ragazzi importanti. Era diventato impossibile sfuggire alle “Good Boys”, Giulio le vedeva ai piedi di tutti, pareva proprio che non se ne potesse fare a meno e la mamma non ne voleva proprio sapere di comprargli un altro paio di scarpe da ginnastica, ne aveva uno scaffale pieno ed erano tutte uguali, cambiava soltanto la marca! Giulio si decise, fece fuori il suo maialino e con i sudati risparmi di una vita, corse a comprarsi le “Good Boys”. Le avrebbe portate a casa di nascosto e confuse con le altre, così la mamma non si sarebbe accorta di niente. Ma sulla via di ritorno successe qualcosa che gli fece cambiare idea, c’era un bambino, piccolo come lui ma vestito tutto di stracci e con la faccia e le mani sporche. Ai piedi non aveva che un paio di calzini bucati da cui si intravedevano i ditini che avrebbero dovuto essere rosa ma in realtà erano sporchi quanto la faccia e le mani se non di più. Camminava verso di lui e chiedeva se avesse qualcosa da dargli. Lasciò a lui le scarpe e gli sembrò la cosa più naturale da fare. Adesso si sentiva davvero un “Good Boys”, un “Bravo Ragazzo”, aveva le sue vecchie scarpe, non erano l’ultimo grido ma a Giulio piacevano e non aveva certo bisogno di un paio di scarpe per sapere di essere un ragazzo a posto, l’altro bambino ne aveva certamente più bisogno di lui. Giulio continuò la sua passeggiata con un sorriso che gli illuminava il visetto. Strano, quel giorno si sentiva particolarmente felice.

Pino vive in un sommergibile. È marinaio da più di dieci anni ed ha sempre svolto i suoi compiti sotto il mare. Il suo primo sommergibile era piccolo e tutto nero e Pino lo lustrava dalla mattina alla sera. Durante l’immersione lo puliva dentro, cabine, ponte di comando, mensa e sala siluri. Doveva stare molto attento, perché bastava spingere il bottone sbagliato ed erano guai! Quando invece attraccavano in qualche porto, allora lo doveva pulire di fuori, togliere le incrostazioni e gli animaletti che ci si erano accasati durante i lunghi viaggi immersi nel mare. Con il tempo Pino era cresciuto di grado e adesso era comandante. Aveva un sottomarino azzurro lungo trenta metri, con dei motori potentissimi che lo portavano a spasso per i sette mari in un battibaleno e l’equipaggio lo salutava sull’attenti portandosi una mano alla fronte in segno di rispetto. Pino era proprio un buon capitano e a bordo tutti gli volevano molto bene. Pino però era molto triste perché non aveva una finestra a cui affacciarsi per poter vedere un panorama, il sole, un monte, delle mucche che pascolano, un po’ di verde oltre tutto l’azzurro che amava ma che conosceva ormai fin troppo bene. Una bella finestra come quella che aveva nella sua casa, quella finestra a cui si affacciava con la sua fidanzata a guardare la luna e le stelle. Quando arrivò il giorno del suo compleanno i suoi uomini gli fecero allora un bellissimo regalo. Costruirono una finta finestra che sistemarono vicino alla branda del comandante, con un proiettore che riproduceva immagini sulla parete della cabina. Il comandante Pino ne fu veramente entusiasta. Adesso quando va a riposare, si distende sul letto e ammira fantasiosi panorami dalla sua personalissima finestra, oggi una spiaggia, domani monti innevati, poi prati e città e pensa alla sua bella fidanzata affacciata alla finestra. E poi scorrazza per i mari nel bel mezzo del profondo blu.

Ettore aveva sempre avuto la passione dei treni. Fin da piccolo aveva giocato con i trenini di legno e di plastica, che tutti i neonati hanno tra i loro balocchi. Quando poi era cresciuto ed aveva preso a fare le prime domande, aveva chiesto di avere un trenino e suoi genitori glie ne avevano regalato uno bellissimo. Una locomotiva a vapore, con le luci che si accendevano, i rumori dello sferragliamento e il vapore che usciva davvero dal camino, Ettore l’aveva chiamata Marisa la locomotiva e quello sarebbe stato il nome di tutti i treni che avrebbe avuto. Infatti a quel primo treno ne seguirono altri, mano a mano che Ettore cresceva, crescevano con lui la passione per i trenini giocattolo e quella per i treni veri. Quasi ogni giorno andava alla stazione del suo paesino a vederli passare e salutava felice le persone affacciate ai finestrini che partivano per chissà dove. Tornava a casa e giocava con i suoi trenini che nel frattempo erano aumentati di numero e di lunghezza e correvano rumorosi su una ferrovia che, con l’aiuto del papà, Ettore aveva costruito nella soffitta di casa sua, dalla cui finestra naturalmente, vedeva passare in lontananza i treni sui binari veri. Tanto fece e tanto accadde che da grande Ettore entrò in ferrovia, soddisfece un suo grande desiderio imparando a guidare un grazioso trenino a vapore e diventando uno dei più bravi ma poi con il tempo e con il progresso questi locomotori furono messi definitivamente in soffitta, proprio come quelli di Ettore e non se ne videro più in giro per un bel po’. Adesso però le cose sono cambiate. Ettore, che è il macchinista più esperto per la guida di treni a vapore e la sbuffante locomotiva a vapore sono tornati di moda! Un giorno c’è da girare un film dell’epoca dei treni a vapore, un giorno c’è un personaggio importante da scorrazzare in maniera stramba, un’altra volta c’è una scuola intera di bambini da far divertire all’aria aperta, fatto sta che non è più possibile fare a meno di Ettore. Un giorno qua, un giorno là, il treno a vapore va a giro per tutto il paese sulla strada ferrata, con gente allegra e festante a bordo e con Ettore felice, alla guida della sua sbuffante Marisa.

Ale e la sua moto sono conosciuti in tutta la città. Ale sembra un po’ spericolato ma si ferma sempre quando il semaforo è rosso. Lo senti, fermo con quel bollino rosso che frena la sua moto, una 2000 con il serbatoio nero come la notte con un pipistrello bianco disegnato sopra, le cromature che luccicano anche quando non c’è il sole, tanto sono lustre e lucide, il faro sempre acceso che lo puoi riconoscere anche da lontano e il rombo potente che ti entre nelle orecchie. Quando scatta il verde Ale fa un gran fracasso con la sua rombante moto e poi parte di scatto fino all’incrocio successivo. Arriva, si ferma, guarda a destra, guarda a sinistra e se non passa nessuno riparte, fino a che non arriva davanti alle strisce pedonali. Qui si ferma di nuovo e se c’è qualche vecchietta che deve attraversare scende dalla moto e la prende per mano, tutto vestito di pelle con la tuta aderente, nera come la moto e con il casco color argento, che sembra proprio un marziano buono, sceso sulla terra per far attraversare le strisce alle signore anziane. Di notte lo si sente anche quando passa da lontano, tanto è forte il rumore della sua supermoto nel silenzio notturno. Nel paese tutti gli vogliono bene ma nessuno sopporta il fracasso che fa la sua potente motocicletta, così quelli del quartiere si sono riuniti, qualcuno era arrabbiato, qualcuno aveva sonno perché la notte stava sveglio a sentire Ale rombare per le vie ma nessuno se l’è sentita di brontolare Ale perché è sempre così buono e gentile con i bambini e con i grandi, allora è stato deciso di fargli una bella sorpresa, un regalo per lui e per tutti. Adesso la moto di Ale ha un silenziatore tutto nuovo cromato e luccicante, Ale scorrazza per il paese tutta la notte e nel quartiere tutti dormono finalmente sonni tranquilli e silenziosi.


 

LE STORIE DELLO SPAZIO

L’omino verde era tutt’altro che amichevole, veniva da molto lontano e la sua missione era ben precisa. Faceva parte del Servizio Intergalattico di Pulizia. No, non era venuto sulla terra a spazzare o a portar via i rifiuti puzzolenti, magari! No, l’omino verde era arrivato per controllare, indagare, verificare e decidere qui su quattro piedi. Eh sì, perché l’omino che aveva quattro lunghissime braccia snodabili, le quali risulterebbero molto utili a tanti anche sulla terra e di troppo a tutti gli altri, se ne stava in piedi su quattro corte gambettine, che finivano ognuna con il suo bel piedino. Sì, ma cosa doveva decidere così in tutta fretta? Ebbene, iIl suo compito era tutt’altro che facile, doveva giudicare l’utilità o meno dell’intero pianeta e se a lui non fosse sembrato così importante o se addirittura lo avesse ritenuto del tutto inutile, lo avrebbe spazzato via in un sol colpo della sua pistola a raggi chissàcosa! Appena fu sceso dalla sua astronave si imbattè in una coppia assai particolare, una chiocciola ed una tartaruga passavano proprio di lì vicino, intente nella loro quotidiana ricerca di cibo. L’omino verde, che di solito era burbero, indisponente e perfino un po’ prepotente, quando vide quel placido duo di quieti animaletti, rimase sbigottito. Il suo pianeta di origine era un luogo dove tutti andavano di fretta, dove non c’era mai tempo per gli amici o per andare dalla zia, dove tutti viaggiavano con l’orologio ben in vista davanti agli occhi. La calma e la pace della chiocciola e della tartaruga, gli fece pensare che quello era un pianeta da salvare, un posto dove ci si poteva anche fermare a guardare un tramonto. Decise così che la Terra era mondo da conservare, lo segnò nell’apposito modulo, rimontò sull’astronave e volò via. Quel giorno siamo stati davvero fortunati. Fermiamoci anche noi a guardare un tramonto e ogni tanto camminiamo come le tartarughe o come le chiocciole, sicuramente vederemmo un mondo nuovo e meraviglioso.

Tanto tanto tempo fa, quando l’universo era infinito e buio, c’erano in giro soltanto due enormi pianetoni, Capoccione e Testadura. Soli soletti in questa immensità, non erano riusciti ad inventare niente di meglio che passare il loro tempo a litigare. Io sono più grosso di te! Io sono più bello di te! Io sono più potente di te! E così andando avanti senza fine. Queste erano le sole affermazioni che a turno, ognuno dei due sentenziava, per sentirsi più importante dell’altro. Passarono lenti i secoli e Capoccione e Testadura erano sempre lì, imperterriti, a pavoneggiarsi e scontrarsi e il tono del loro litigio continuava a farsi sempre più animato e stridente. Infine, dopo tanto tribolare, i due di comune accordo, per la prima volta nella loro lunga convivenza, stabilirono che uno scontro finale avrebbe deciso chi aveva ragione, chi fra loro veramente contava in quel buio e solitario universo. Presero una bella rincorsa, allungando quanto poterono la loro orbita e girando vorticosamente su loro stessi, si lanciarono a tutta velocità l’uno contro l’altro. Il botto fu di quelli indimenticabili, tanto che ancora oggi tutti ne parlano. Scintille, schianti e turbini e dei due pianeti non ne rimase più alcuna traccia. L’universo però non è rimasto disabitato, perché dai frammenti di questo ciclopico scontro sono nati milioni e milioni di stelle, di pianeti, grandi e piccoli, di comete, costellazioni e galassie che ancora oggi rendono luminoso e variopinto il cielo, che ci circonda con il luccichio del suo infinito manto puntellato di stelle, illuminandoci di giorno e tenendoci compagnia la notte.

La luna arrivò all'improvviso nel sistema solare, era in cerca da tempo di un posto accogliente in cui sistemare la sua orbita. Veniva da molto lontano e dopo aver attraversato l'intera Via Lattea, era stata attratta dal caldo bagliore del sole. Più si avvicinava e più si convinceva che quello appena trovato, fosse ciò che stava cercando da non sapeva più nemmeno lei quanto tempo. Luce, calore e un sacco di pianeti con cui avrebbe potuto girare intorno al Sole in allegra compagnia. Decise così di trovare un orbita tutta sua e di stabilirsi definitivamente nel sistema solare. Prese allora a studiare la situazione per trovarsi una collocazione da cui avrebbe potuto godere di un meraviglioso panorama. Proprio vicino al sole c'era Mercurio, piccolo e caldissimo, poi Venere piena di gas, poi ancora un bel pianetino azzurro e verde, la Terra, dopodiché Marte tutto rosso, più in la un pianetone enorme Giove e ancora oltre uno davvero buffo con gli anelli intorno, Saturno, infine Urano, Nettuno e Plutone, piccoli, lontani dal sole e freddi. Eh no! Così però non poteva proprio andare, il primo posto libero era in decima posizione, al freddo e al buio. In questo modo niente sarebbe cambiato per la povera Luna che da tempo vagava al freddo e tra le tenebre. Pensò allora di chiedere ai pianeti se tra di loro, ce ne fosse stato uno che le avesse ceduto il proprio posto ma nessuno accettò. Ormai erano millenni che giravano tranquilli nella loro orbita, non avrebbero mai rinunciato al loro posto al sole. Soltanto la terra fece un offerta alla Luna, le chiese se le sarebbe piaciuto girare intorno a lei e insieme a lei intorno al sole. La Luna avrebbe avuto la luce e il calore che cercava e insieme si sarebbero fatte compagnia nelle lunghe orbite annuali. La terra dal canto suo avrebbe avuto un faro notturno che la avrebbe illuminata con la sua faccina argentea, facendo sparire il buio dal suo cielo. Ed eccole ancora là, girano insieme Terra e Luna, si fanno scherzi, eclissi, muovono il mare e ispirano gli innamorati. Unite da un attrazione magnetica che non le farà mai separare, la Luna riflette i raggi del Sole e la Terra la allieta con i suoi colori unici in tutto l'universo.

La cometa arrivò un bel giorno d’estate e prese a girare allegra fra i pianeti. Vide Urano, sfiorò Saturno, tentata di infilarsi tra i suoi anelli, passò Marte e in quel momento, rimase come folgorata. Una cosa come questa non l’aveva mai vista, un pianeta azzurro con strani disegni verdi e blu e un contorno di nuvolette bianche. Era tutta emozionata per quell’incontro inaspettato, mise a posto la sua coda, dette una sistemata agli asteroidi, lisciò la scia luminosa e si presentò al pianeta azzurro. Lei si chiamava Hally e il pianetino contraccambiò il saluto della bella cometa presentandosi, lui si chiamava Terra naturalmente. La cometa arrestò il suo infinito vagare e prese a conversare con il pianeta Terra. Voleva sapere tutto di lui, che pianeta fosse mai, da quanto girava nella sua orbita, se i suoi compagni pianeti erano simpatici e così via. Poi la cometa si mise a parlare di se, di quanti mondi avesse visto, di quante stelle ci fossero nel cielo e che non aveva mai visto niente di così bello come il pianeta Terra. A questo punto gli chiese se avesse voluto vagare per l’infinito insieme a lei, avrebbero visitato nuove e meravigliose galassie, lontane anni luce, mondi mai visti e stelle luminose. Ma il pianeta Terra le disse di no. Erano ormai anni e anni che girava intorno al sole e lui in quel girotondo ci stava proprio bene, anche se trovava la cometa davvero bella, non avrebbe mai lasciato il calore del Sole forse lei poteva rimanere a girare nel sistema solare. La bella cometa però era una girovaga incallita e non poteva davvero rinunciare al suo eterno vagare, salutò così il pianeta Terra, che le rimase però nei ricordi e nel cuore, e partì, sconsolata e rassegnata con la coda tra le gambe. La cometa Hally passa ogni cent’anni per la nostra galassia, ancora viene ad ammirare da lontano il pianeta Terra, con la speranza un giorno chissà, di portarlo via con se.

X3-2 veniva da un pianeta molto lontano, erano anni e anni luce che viaggiava con la sua astronave tutta luccicante. A dire il vero dopo tutto il tempo che aveva trascorso vagando nello spazio, la nave spaziale, che portava il nome di Adamus I, era ridotta ad un catorcio ed aveva esaurito quasi tutto il carburante. Decise per questo di atterrare sul pianeta più vicino, che tra l’altro sembrava proprio simile a quello da cui lui proveniva. X3-2 era un esploratore spaziale. Il suo lavoro consisteva nello scoprire nuovi mondi disabitati da colonizzare, dato che sul suo pianeta non c’era più posto per costruire nuove case e quelle vecchie erano tutte piene. Quello che aveva trovato era un davvero un paradiso, alberi, piante, frutti, animali di tutti i tipi e poi laghi, montagne, fiumi e mari celesti e incontaminati. Era stato davvero fortunato, non avrebbe potuto atterrare su un pianeta più bello. Si accorse però di non essere solo, trovò infatti un’altra astronave che proveniva proprio dal suo pianeta, portava il nome di Eve I, tutta pulita e splendente che sembrava fosse uscita dalla fabbrica in quel momento. Ne incontrò anche il pilota, anzi la pilota, esploratrice di prima classe K4-8, una tipa veramente affascinante con cui fece immediatamente amicizia. Decisero che avrebbero comunicato insieme la scoperta di quel luogo fantastico, prima però se lo sarebbero goduto un po’. Scalarono insieme le montagne, fecero lunghissimi bagni nei mari, mangiarono buonissimi frutti e fecero amicizia con tutti gli animali. Si consultarono su come chiamare il pianeta e dopo aver scartato nomi come QRT78 o 90GTY-K, insieme lo battezzarono Terra! Quel giorno si dimenticarono di comunicare la scoperta alla loro base spaziale e il giorno dopo pure. Forse li potete incontrare anche voi, perché dopo un sacco di anni luce non hanno ancora chiamato.

La piccola navetta spaziale sfrecciava alla velocità della luce fra stelle pianeti e galassie. Passò la cintura di asteroidi e le bretelle di comete, saettò fra gli anelli di Saturno e atterrò atterrita nel bel mezzo del ciclone di gas di Giove, che quando è bel tempo si può vedere anche a occhio nudo, sempre che si abbia la vista di un Balaziano. La navetta cercò un anfratto fra le aspre rocce e infine, tra due enormi spuntoni di roccia, rossa come il suo rivestimento, trovò ciò che stava cercando e ci si infilò dentro. Nessuno sarebbe mai riuscito a scoprirla in quel perfetto nascondiglio. All’enorme astronave che la stava inseguendo non era però sfuggita la manovra zigzagante che la piccola aeronave aveva compiuto tra satelliti e stelle. Si infilò nell’orbita di Giove e si gettò anch’essa a capofitto nell’enorme ciclone nero. La visibilità era pressoché nulla, non sarebbe mai riuscito a trovare ciò che stava cercando e sicuramente quelle rocce rossicce non avrebbero certo reso il suo lavoro meno difficile. Ma ad un tratto la navetta fu scoperta, se ne avvide e cominciò a tremare, un raggio di sole si era aperto un varco nell’enorme ciclone illuminandola, ormai non aveva più scampo. L’astronave inseguitrice aprì il portellone che aveva sulla pancia e ne uscì fuori un enorme cannone a forma di tromba da cui non uscì nessun razzo tonante ne alcun raggio accecante ma un flebile vocina di bambina che disse: Bomba Mario. E se ne scappò via.

Quando Lillo e Lalla raccontarono a tutti di avere un amico che veniva da un altro pianeta nessuno ci credette. Non ci credette la mamma che fece loro un gran bel sorriso e si rimise a rimestare nella pentola. Non ci credette il papà che stava avvitando una lampadina e non ci credette nemmeno la nonna che stava guardando il suo programma preferito in tivù. Lillo e Lalla dicevano di avere un amico altro tre metri, con delle braccia lunghissime che arrivavano fino a terra e un naso fosforescente che lo vedevi perfino di notte. Ma non ci credette nemmeno la maestra che continuò a spiegare le tabelline. Non ci credette Gino e sì che lui credeva sempre a tutto tanto che gli altri lo prendevano sempre in giro. Figuriamoci poi se ci poteva credere Elisa, non credeva mai a niente che non si fosse inventato da sola. Lillo e Lalla dicevano che questo amico proveniente dalle stelle più lontane, raccontava loro un sacco di storie, dei posti visitati, dei pianeti che aveva sorvolato con la sua veloce astronave, di quanti bimbi strani aveva visto per l'universo. Con quattro gambe con due nasi, con le orecchie a punta e con due occhi anche sulla schiena, però di bimbi rosei e paffuti come loro non ne aveva davvero mai visti. Ma nessuno ci credeva, nemmeno il bidello che invece era uno che stava sempre ad origliare alla porte chiuse e nemmeno la signora Adalgisa, la portiera del palazzo in cui abitavano, credeva a quello che andavano raccontando in giro. E dire che lei ascoltava proprio tutto di tutti e poi non si lasciava mai scappare l'occasione per raccontarlo a chi non ne sapeva niente. Lillo e Lalla dicevano che aveva un astronave luminosa su cui erano saliti per fare un giro intorno alla terra, avevano visto Marte da vicino, erano planati sugli anelli di Saturno e una volta avevano perfino rincorso una cometa, le avevano acchiappato la coda e si erano fatti trascinare per un bel pezzo prima di tornare sulla terra. Ma a tutto questo nessuno credeva, nemmeno Bibo, il loro cagnolino, finché una sera si ritrovò davanti il naso fosforescente dell'extraterrestre. Dapprima gli ringhiò contro, poi gli dette una annusatina e quando sentì odore di bontà cominciò a sbattere la coda, felice di aver incontrato un nuovo amico. Dopodiché corse ad abbaiarlo a tutti ma nessuno lo stette ad ascoltare, così tornò a giocare con Lillo, Lalla e quel buffo amico con il naso luminoso.



9 - 16 MARZO 2002
1° EDIZIONE SERATE LETTERARIE - SIGNA (FI)
PARTECIPAZIONE CON LA FAVOLA "LA STORIA DEL SEME LUIGINO CHE NON VOLEVA GERMOGLIARE" DALLA RACCOLTA "
GIGI PER IL MONDO"

30 APRILE 2002
Dell'amYre
 

Amare

è vivere una tentazione infinita.
 

In amore

chi conquista

è il conquistato.
 

In amore

è più facile ferire

che curare.
 

La prima cosa che vedo in una donna

sono gli occhi

la prima cosa che guardo

è il sedere.
 

Io non ho bisogno

ho te.
 

L’amore

non è sempre una colomba bianca

a volte diventa un aquila grigia

a volte un avvoltoio nero.
 

Si può ammirare una donna

senza amarla

ma non si può amarla

senza ammirarla.
 

L’amore

è sapere

che posso contare su di te.
 

Sei bella

brava

intelligente

e non necessariamente in quest’ordine.
 

La tua gioia

è la mia gioia

la tua tristezza

è la mia infelicità.
 

Essere amati da te

è la certezza dell’esistenza

della mia vita.
 

Io sono

una barca alla deriva

e tu la mia vela

spiegata verso il sole.
 

Non c’è donna più preziosa

della donna amata

non c’è donna più viziosa

dell’innamorata.
 

La differenza

fra amore e sesso

é quella che passa

fra l’appetito e il ruttino.
 

Sarai la mia mela proibita

ed io ti coglierò

rischiando la mia vita.
 

L’amore

è un sonno lieve

che ci disegna

un sorriso beato sul volto.
 

L’amore

a volte ci porta così oltre

da non pentirsene.
 

La scintilla

nel motore dell’amore

è condividere l’entusiasmo con te.
 

Non credo proprio

che si possa fare

se non c’è

quello che io provo in te.
 

Non siamo mai stai felici

come lo siamo adesso

abbiamo fatto l’amore

abbiamo ballato

e abbiamo fatto sesso.
 

Più mi stanco per avere

più scopro che la pace

è riposare accanto a te.
 

L’amore

è una fragola rossa

se non è condita

non sa di niente.
 

Ogni tuo sorriso

è un mio respiro di vita.
 

In amore

saper aspettare conta

quanto ciò che si aspetta.
 

Il segreto dell’amore

è sapersi accontentare.
 

Se non fossi me

vorrei essere un tuo pensiero.
 

Un bacio

è un soffio di vento fresco

che ti accarezza il viso.
 

Ti bacio ogni mattino

per portarti con me sulle labbra

per tutto il giorno.
 

Mille rifiuti d’amore

non fanno male

quanto un no di rabbia.
 

Amore

è aver riempito la solitudine

di una bambina che guarda il mare.
 

L’amore

è un onda che sbatte pigra sulla riva

e schizza impertinente i tuoi piedi.
 

Regalarti un fiore

è come spargere petali

su di un prato luminoso e colorato.
 

L’amore che ci unisce

si nasconde a volte

dietro parole

che non vengono mai dette.
 

Amore

è lasciare che basti

quel poco che dà.
 

Sono i tuoi occhi

che mi fanno vedere il mondo

pieno di colori che non conoscevo.
 

Abbiamo così paura d’amare

da non dare modo agli altri di amarci.
 

La lontananza

è un rapporto silenzioso

di amicizia ed amore.
 

Tu sei

la mia fantasia

ed i miei piedi per terra.
 

Conta quello che ho scritto

ma più di tutto

conta ciò che ho scritto in te.
 

Sono gli occhi tuoi

il mare placido

in cui nulla v’è di meglio

che affogare.
 

Ogni tua lacrima

il dolore

ogni tuo sorriso

la gioia.
 

L’amore

è fuggire con lei

non da lei.
 

Spero di essere per te

quello che sono

e non

quello che tu avresti voluto che io fossi.
 

Non chiedermi a cosa sto pensando

sto pensando a te.
 

La mia casa è dove sono

la mia casa è dove sei tu.
 

Un uomo

non ha la minima idea

di ciò che può provocare

nell’animo di una donna.
 

Una donna

non ha la minima idea

di ciò che può provocare

nella mente di un uomo.
 

Il sesso è chimica

l’amore è filosofia.
 

Spudorata è la donna

che riesce a far guardare il suo corpo

senza farlo vedere.
 

Spudorata è la donna

che mette in mostra il proprio corpo

senza farlo vedere.
 

A volte

mi chiedo perché lo faccio

poi ti guardo

e non mi pongo più domande.
 

Posso vivere senza la mia arte

ma non posso vivere senza di te.
 

Cancellerò ogni orma

perché nessuno

raggiunga la nostra felicità.
 

Respiro

perché il tuo alito

porta la vita in me.
 

È la tua esistenza

che mi dona la serenità

di vivere la mia.
 

Respiro ogni tuo alito

e mi nutro di te

è la vitalità tua

che mi rende vivo d'amore.
 

Amore

non è rimanere accanto

ma starci.
 

Non ritroverò l'amore che ho perduto

ma non perderò quello che ho trovato.
 

Quando non brucerò di passione

mi scioglierò in te

per fondere i nostri cuori.
 

È la tua voce che mi guida

nei dubbi che attraversano la mia vita.
 

L'amore è

poter dire mi dispiace.
 

Non potrò

esserti più vicino

che essere in te.
 

Sono i tuoi occhi

che mi rapiscono

e mi fanno travolgere dal tuo corpo.
 

Nulla

è più carico d'amore

che uno sguardo.
 

Ogni volta

che il tempo cercherà di acciuffarci

noi voleremo ancora più in alto.
 

Amore

il mio vizio

la mia virtù.
 

Non cercare

di capire una donna

amala.
 

La libertà

rende l'amore

libero d'amare.
 

Ho avuto fretta

di sapere che c'eri

e tutto il tempo per amarti.
 

Una donna

non vuol essere capita

vuol solo essere amata.
 

È come sei

che ti rende unica

come sei.
 

Sarà la mia gioia

a renderti felice

sarà la tua felicità

a darmi gioia.
 

Quando non ci sono parole

basta un sorriso.
 

Il sorriso

che accompagna le tue ore liete

è la gioia

che rende viva la mia vita.
 

Vorrei averti visto negli occhi

vorrei esser stato nel tuo cuore.
 

Non si è amati perché lo si merita

si è amati e basta.
 

Quando non potrò far niente

rimarrò ad attendere che sia tu a farlo

e nel frattempo ti amerò.

Buonanotte

riposa il tuo corpo

cullato da lieti ricordi.
 

Non è ciò che scrivo

ma perché lo sento

quanto sento te.
 

Tu sei la mia poesia

tu il mio dolce riposo.
 

Che la tua stanchezza

possa trovare il mio vigore

e la mia pace

per dar vita

ad un attimo di serenità.
 

È il contatto con te

che rende la vita

un piacere da vivere.
 

Sono le tue carezze

che allungano la mia vita

e rendono quella passata

degna di esser stata vissuta.
 

Quando

non ti raggiungeranno le mie mani

che ti possa far compagnia

il mio dolce pensiero.
 

Dove andrei mai

senza le tue forti tenere mani

strette tra le mie.
 

Non ho bisogno di additivi

la mia energia sei tu.
 

Non è ciò che faccio

ma quanto tu ne hai bisogno.
 

Chi non crede nell'amore

è perché non l'ha provato.
 

Sarò pronto a condividere le tue risate

e a consolare le tue lacrime.
 

Non ti dirò amore perché t'amo

ma perché tu sei amor.
 

Non sono le azioni che soddisfano

sono i desideri tuoi ad esser soddisfatti.
 

La felicità

è piangere con te

della gioia del nostro amore.
 

Perdonami

non per ciò che feci

ma di quello che credesti

io avessi fatto.
 

Ogni tua carezza

un raggio di sole

ogni lacrima

rugiada da asciugare.
 

Non è ciò che fai

ma come mi fai sentire.
 

Narciso sono

che soffro dei tuoi silenzi

e dei tuoi sguardi assenti.
 

Nulla

potrò mai avere

che possa darmi

tanto quanto esser tuo.
 

Non ha visto il mare

chi non ha guardato

dentro agli occhi tuoi.
 

È con amore

che si costruisce

è senza amore

che si distrugge.
 

Non si impara ad amare

si ama.
 

L'amore

non lo si può perdere

perché non lo si è mai avuto.
 

Mi perderò in te

e saprò finalmente cos'è amore.
 

Ti amo

ma non chiedermi perché.
 

La poesia non è finita

la mia poesia sei tu.
 

Non ho fretta di crescere

se la bambina accanto a me

sei tu.
 

Amore sarà

anche quando sarò così debole

da non mantenere tutte queste promesse.





20 MAGGIO 2002

GIGI

PER IL MONDO


NONNO GIGI E LA MOSCA
Se cerchi nonno Gigi dopo pranzo lo puoi di certo trovare comodamente seduto sulla sua poltrona, vicino alla finestra che estate o inverno, giorno o notte ha sempre le veneziane aperte ed i vetri chiusi. Nonno Gigi come tutte le persone di una certa età ha sempre freddo e ci vede poco. Per questo anche quando è caldo tiene la finestra chiusa, crogiolandosi come una piccola lucertola sotto il sole che riesce a far passare il proprio calore attraverso i vetri e anche quando è buio tiene le veneziane spalancate, lasciando filtrare il fioco chiarore dei lampioni che dopo aver illuminato bene bene la strada, riescono a dare un po’ di luce anche ai suoi deboli occhi.
Nonno Gigi era da sempre un grande appassionato di lettura, eh sì che ne aveva lette di fiabe, novelle e racconti ai suoi tre nipoti e prima di loro ai suoi due figli, quando ancora li poteva tenere sulle ginocchia senza rimanerne schiacciato. Adesso erano loro invece, nipoti compresi che se avessero voluto, avrebbero potuto tenere in collo il leggero ed arzillo nonnetto. Gli era sempre piaciuto leggere, fin da ragazzo quando di libri ce n’erano pochi e poco era anche il tempo che poteva esser loro dedicato, c’era sempre da aiutare qualcuno a fare qualcosa o da studiare o da lavorare. In campagna, dove il giovane Gigi era cresciuto, non avanzava il tempo a nessuno e quel poco che rimaneva dopo che era stato fatto tutto serviva solo per riposare, prima di affrontare una nuova e faticosa giornata all’aria aperta, che fosse bello o brutto tempo. Era comunque riuscito a conciliare la sua passione per la lettura e gli impegni, leggendo di notte al lume di un mozzicone di candela o di nascosto in un fienile o sotto un albero e spesso aveva sognato di vivere nei racconti che leggeva o di scriverne lui di nuovi e avvincenti. Sereno e soddisfatto aveva continuato a lungo a dividersi tra il lavoro nei campi e la lettura. Ormai aveva superato l’età degli obblighi lavorativi già da un pezzo, aveva abbandonato la campagna come tanti suoi amici insieme ai quali aveva fatto i più disparati lavori, prima di concludere la sua carriera come direttore di un supermercato, nonostante la mancanza di titoli ufficiali la sua vasta cultura e la sua intelligenza, quotidianamente nutrita da letture di tutti i tipi, lo avevano aiutato a conquistarsi un posto di tutto rispetto, per mezzo del quale era riuscito a trascorrere felicemente la vita accompagnato dalla moglie Cesira e dai due figli Giacomo e Alessandro, i quali si erano ritrovati addosso i nomi di due ben più illustri omonimi, scrittori dell’ottocento.
Nonno Gigi adesso poteva finalmente dedicare l’intera giornata al suo passatempo preferito, i figli sposati, i nipoti cresciuti e la moglie sempre indaffarata da qualche altra parte, anche se pronta a portarlo fuori in ogni momento con qualche scusa a cui lui non riuscirebbe mai a dire di no, innamorato cotto com’è, ancora come un tempo, della bella Cesira. Beh, così almeno le dice lui mentre magari guarda in televisione un programma con ballerine scalmanate e non del tutto vestite. Dopo pranzo, comunque, Gigi è ancora e più che mai irremovibile, la sua poltrona l’aspetta e la finestra è pronta ad illuminare le letture in cui si immerge giorno dopo giorno.
Accadde però un pomeriggio mentre era profondamente preso nella lettura degli ultimi risvolti di un litigio politico, che proprio sul più bello di quell’articolo così appassionante, si accorgesse che un moscone, uno di quegli orripilanti insetti enormi, neri e schifosi gli si era posato su di una spalla. La prima reazione fu quella di scacciarlo senza lasciarsi distrarre più di tanto, mosse leggermente la spalla e con la coda dell’occhio vide il bestione che si alzava in volo e pareva allontanarsi. Continuò tranquillo la sua lettura fino a quando, poche righe dopo, si rese conto che l’importuno moscone aveva ripreso tranquillamente il suo posto tra le pieghe del gilet, decise per questo e per far capire alla bestiaccia che se ne doveva andare via, di mettere in atto un’azione che apparisse più convincente e con la mano si avvicinò alla mosca come per colpirla, senza in effetti neanche provarci ma così almeno per fargli paura ed il moscone infatti se ne volò finalmente via. Nonno Gigi ritornò alla sua lettura, terminò di scorrere il giornale soffermandosi sulle notizie più interessanti, poi si dedicò ad un libro, riprendendo le avventure del protagonista là dove le aveva lasciate il giorno prima. Tutto continuo tranquillo, fino a che non si accorse indispettito, che il moscone si era posato nuovamente sulla sua spalla e se ne stava lì bello comodo a pulirsi le zampette e a farsi la manicure. La reazione fu quasi rabbiosa, nonno Gigi si alzò di scatto dalla sua adorata poltrona e cominciò a smanacciare con il libro in mano, nel vano tentativo di colpire l’orrenda bestiaccia che aveva osato non una, non due, bensì tre volte di venire ad importunarlo mentre era assorto nella sua attività preferita. Cesira arrivò di corsa preoccupata di quanto stesse accadendo e si ritrovò con il marito davanti a sé che compiva giravolte mentre agitava convulsamente le mani per aria. Dapprincipio si preoccupò, credendo che la testa svanita di Gigi fosse partita definitivamente, poi si calmo quando lo sentì imprecare contro un qualche insetto che gli aveva dato fastidio, scosse la testa e se ne ritornò alle sue faccende in cucina, stava preparando una torta che prometteva di essere buonissima, non poteva certo esser distratta da quel matto del marito che ballava con le mosche, altrimenti avrebbe dovuto salutare il dolce e di conseguenza il tè con le amiche. Gigi abbandonò spazientito il suo momento di lettura e decise che per quel giorno gli sarebbe bastato, ormai ogni poesia era stata infranta, non avrebbe potuto gustarsi la sua lettura se doveva tener d’occhio quell’insolente di mosca che continuava a girargli intorno. Uscì, inforcò la sua bicicletta e se ne andò al bar a giocare a scopone con gli amici a cui chiaramente raccontò la sua disavventura letteral-moschicida con conseguente grande ilarità di tutti e tanto fu il divertimento che al ritorno nonno Gigi non pensava nemmeno più a quel nero e sudicio insetto. Per un po’ tutto ritornò alla normalità e nonno Gigi non ricordava neppure delle sue disavventure col moscone impertinente, fino a che dopo alcuni giorni il bestione si ripresentò tranquillo a pulirsi le zampette sulla spalla di Gigi che immerso nella lettura, ne venne catapultato fuori da un improvviso ronzio infilatoglisi insistente nell’orecchio. Si mise subito in piedi e cominciò a rincorrere la mosca per tutta la stanza fin quando non gli parve di averla schiacciata al muro con il giornale arrotolato, si calmò, si rimise comodo nella sua poltrona e si lasciò nuovamente rapire dalla lettura, finché il ronzio non si fece sentire nuovamente. Nonno Gigi saltò in piedi con un’agilità che non ricordava nemmeno più di avere e tra le urla della moglie che preoccupata si era affacciata sulla soglia della stanza e gli sbraiti di Gigi, la serata si concluse in mesticheria alla ricerca di tutti i più potenti ed innovativi sistemi per potersi liberare del nemico della sua tranquillità. Gigi disseminò la casa di trappole e spruzzò in ogni stanza quantità industriali di prodotto moschicida al profumo di violetta, che anche se la bella stagione era ancora lontana sembrava proprio di essere in piena primavera. Ma tutti i suoi tentativi di liberarsi del moscone risultarono vani, non ci fu niente da fare e nonno Gigi fu costretto a cominciare a pensare di dover accettare la convivenza con quell’insolito e orripilante inquilino che a lui, tra l’altro, faceva anche un po’ senso. La cosa era tutt’altro che rilassante, il moscone si posava leggero ma fastidioso sulla spalla di nonno Gigi e lui con un gesto che ormai era divenuto automatico lo scacciava muovendo l’aria intorno alla sua spalla, senza distogliere lo sguardo e l’attenzione dal libro o dal giornale che stava leggendo. A volte la lettura si faceva così appassionante che nonno Gigi dimenticava completamente l’ingombrante presenza fino a che un movimento di troppo, una strusciata di zampette, una passata sugli enormi occhi o un leggero ronzio, lo riportavano alla realtà e allora la mano si muoveva ancora automaticamente a scacciare il moscone. Dopo qualche giorno di quella strana convivenza letterale, Gigi si rese conto che il moscone ronzava quasi indispettito ogni volta che voltava pagina, così dopo alcune occasioni in cui fece particolarmente attenzione a questo strano evento decise di aspettare a girare pagina dopo averla letta e si accorse che in questo caso il moscone muoveva impercettibilmente le alucce dopo un po’ producendo un leggero e senza esagerare, quasi soave ronzio a quel punto nonno Gigi voltava pagina leggeva e attendeva che l’insetto desse il segnale per voltare nuovamente, un paio di volte provò a girar pagina non appena aveva finito ed in entrambi i casi il moscone fece sentire la sua irritazione, cosicché a Gigi non rimase che tornare alla pagina precedente ed attendere che l’animaletto desse il segnale per poter sfogliare ancora il libro.
Nonno Gigi rimase sbigottito dall’evento, sembrava strano eppure quello che era accaduto riconduceva ad una sola ed unica soluzione, il moscone leggeva insieme a lui e si arrabbiava anche, se Gigi osava sfogliare troppo velocemente le pagine. Probabilmente la bestiola aveva problemi di vista o comunque la sua lettura era molto più lenta di quella di nono Gigi, fatto sta che il comportamento dell’insetto lasciava pensare solo e soltanto a questo. Tenne d’occhio l’animaletto per qualche giorno ancora e si convinse sempre più che la sua teoria fosse esatta, aveva un compagno di lettura. Provò a parlarne con la moglie Cesira la quale fra un sorso di minestra e l’altro, si limitò a guardare il marito e a scuotere la testa senza dare alcuna importanza a ciò che le stava dicendo, peggio che mai andò al bar, gli amici si misero a prenderlo in giro annunciandogli che presto avrebbe visto volare gli asini e sentito parlare i cani e nonno Gigi ne venne fuori soltanto fingendo che fosse stato tutto uno scherzo e mettendosi a ridere e scherzare anche lui sullo strambo argomento. Fatto sta che poi ogni giorno dopo pranzo, nonno Gigi si metteva sulla sua comoda poltrona a leggere e subito il moscone gli si posava sulla spalla, si strusciava le zampette per un po’, si puliva ben bene gli strani occhi e poi si metteva fermo e silenzioso a leggere il giornale insieme a lui ed a seguire le avvincenti o poetiche gesta di qualche eroe nei libri di nonno Gigi al quale la cosa appariva strana quanto simpatica, dopo un inizio burrascoso fra cacce, lotte e ciabattate nei muri, i due avevano finalmente raggiunto una tregua, sì una tregua letteraria. In fondo era proprio come aver trovato un compagno di lettura, certo era un po’ difficile comprendere appieno le critiche ed i commenti del moscone ma con i sui mille ronzii riusciva quasi sempre a farsi capire e sembrava proprio che l’animale invece comprendesse perfettamente tutto ciò che lui diceva. Così a dispetto della moglie, degli amici e di tutti quelli che lo guardavano, anche giustamente schifati mentre con la mosca sulla spalla se ne stava immerso nelle sue, pardon, nelle loro letture preferite, nonno Gigi continuò a mantenere tranquillamente le sue abitudini quotidiane, comprese quelle pomeridiane della lettura in compagnia.
Adesso se cerchi nonno Gigi lo puoi trovare comodamente seduto sulla sua poltrona preferita, un giornale o un libro in mano, con il suo orribile ma simpatico amico moscone seduto, se così si può dire, sulla spalla e magari questo porta dei piccolissimi occhiali appoggiati sul lungo naso da insetto mentre insieme leggono appassionati gli ultimi risvolti di qualche caso politico o di cronaca nera oppure un libro classico come La Divina Commedia o addirittura un bel thriller appassionante dell’ultima generazione, firmato Stephen King.

 
LA STORIA DEL SEME LUIGINO CHE NON VOLEVA GERMOGLIARE
L’inverno era ormai alle porte, il terreno concimato, arato e preparato a dovere per la semina, se ne stava sonnacchioso nelle prime mattine veramente fredde, di una stagione che si stava presentando rigida e asciutta. Per fortuna era piovuto molto quell’autunno ed il terreno aveva già ricevuto la quantità d’acqua che gli sarebbe servita a trascorrere in silenzio i mesi seguenti, fino alle calde e copiose piogge che avrebbero annunciato l’arrivo della primavera, quando finalmente sarebbe esploso tutto ciò che si stava per andare a nascondere nel ventre caldo e accogliente della terra fertile. Il contadino compì quell’atto con la passione dell’antica speranza, tramandata da generazioni e generazioni di agricoltori e con i moderni mezzi che la tecnica gli aveva messo a disposizione per ogni fase lavorativa, dalla semina al raccolto. Se ne stava comodamente seduto sul suo trattore, sobbalzando tra gli enormi argini di terra che delineavano le lunghe ferite che attraversavano tutto il campo, lasciando che la testa dondolasse senza posa ad ogni zolla di terra smossa, proprio come un pupazzo dinoccolato, trascinando dietro di se un gigantesco marchingegno, che sembrava più una macchina delle torture piuttosto di una seminatrice e all’interno di questo aggeggio infernale, migliaia e migliaia di piccoli semi di grano, pigiati l’uno sull’altro e l’uno contro l’altro, andavano incontro al loro destino, pronti a calare lungo il condotto che li avrebbe sparsi su di un terreno apparentemente amico ma che avrebbe potuto rivelarsi anche infido e cattivo. Quasi tutti i piccoli semi giungevano alla loro destinazione finale, qualcuno si perdeva in una folata di vento o in un movimento inatteso della seminatrice andando a posarsi là dove non gli sarebbe stato possibile metter casa. Fu in questo modo che Luigino vide perdersi alcuni dei suoi compagni e si rese subito conto che la vita di seme di grano sarebbe stata crudele e pericolosa, nonostante quanto potesse essere accogliente e caldo il posto in cui saresti potuto finire.
Si adagiò tra due piccoli bocconi di terra, pronta ad accoglierlo ed a richiuderglisi addosso per proteggerlo dalla luce, dal freddo e dalle impudenti beccate di corvi e passeri che già si stavano radunando dietro al trattore, pronti ad ingollare ogni imprudente semino che avesse tentato di allontanarsi dal solco preparatogli dall’aratro o che per un qualsiasi motivo, fosse rimasto allo scoperto troppo a lungo. In questo modo Luigino vide andarsene altri amici e compagni di quell’avventura a cui non aveva chiesto di partecipare e sempre più si convinse che avrebbe fatto bene a restarsene sotto la protettrice terra, senza neanche sognarsi di dover mai un giorno fare capolino da questa, sotto forma di tenero e per questo anche appetitoso e vulnerabile, germoglio. Il buio lo circondò, la terra si chiuse e Luigino si addormentò placido e tranquillo sognando di un mondo che per lui avrebbe potuto benissimo finire lì.
L’inverno arrivò rigido e ventoso, asciugò la terra e poi pensò bene di ricoprirla di un candido manto di neve, alto abbastanza da formare una coltre isolante e lasciare fuori tutto il freddo che si sarebbe fatto sentire in quella gelida stagione, mantenendo in tal modo al suo interno tutto il caldo che la terra aveva assorbito durante l’ultima estate, calda stagione che sembrava ormai davvero tanto lontana ma in realtà ancora nascosta, nel tepore con cui la terra stava riscaldando ogni semino che vi aveva trovato rifugio e Luigino si crogiolava beato in questo tepore che lo coccolava quotidianamente. La vita del seme non era complicata, c’erano poche semplici regole, riposare, rinforzarsi e lasciarsi riscaldare per poi germogliare e diventare infine una bionda spiga di grano dondolante nel vento caldo di giugno, prima di venir mietuta per dar vita ad una nuova vita. Luigino conosceva bene queste regole, le aveva imparate velocemente alla scuola dei semini, dove aveva fatto anche le prove di lancio nel solco e di resistenza al vento ed aver imparato tutto questo lo aveva aiutato a raggiungere il posto dove si trovava adesso, solo che per lui quella era la sua destinazione finale e unicamente per quello aveva imparato la lezione. Non avrebbe certo voluto finire tra le fauci di un qualche uccellaccio o seccare al bordo del campo ma non aveva assolutamente nessuna intenzione di andare ancora avanti, per lui la lezione era finita, terminata, alt, stop, the end, finish, fine, non si sarebbe mosso dal suo caldo giaciglio di terra per tutto il sole del mondo.
Sopra la testa del semino Luigino il freddo imperversava, sbatacchiando qua e là le cose con il vento violento, ghiacciando l’acqua e impedendo agli animali di bere, facendo sparire quel poco che ancora rimaneva da mangiare ed ogni tanto lo sentivi addirittura ululare terrificante o sghignazzare mentre terrorizzava animaletti, contadini e sprovveduti di passaggio. Ah, meno male che Luigino aveva ormai deciso di restarsene al sicuro nel grembo della terra, lui no, non avrebbe mai avuto a che fare con ciò che lo poteva attendere là fuori, lui sarebbe scampato a tutto ciò restandosene comodo comodo nella sua casetta di terra. Gli amici semi erano rimasti sbigottiti della sua decisione, alla scuola per semi avevano imparato quello che avrebbero dovuto fare e Luigino non era stato certo tra i migliori, questo è vero ma non era stato nemmeno fra i peggiori ed il fatto che adesso fosse li al sicuro lo poteva dimostrare ma da qui a decidere di non germogliare ce n’era di strada. I semini cercavano di convincerlo ad abbandonare la decisione presa, a scuola avevano raccontato delle spighe di grano, del vento caldo, del sole e della pioggerella fine fin e avevano confermato che fuori ci sarebbe stato tutto questo ad aspettarli ed anche se ciò che avevano visto quando erano stati seminati era completamente diverso dalle loro speranze, si dovevano fidare di quello che era stato insegnato loro alla scuola dei semi, era loro dovere ed era loro piacere poter germogliare, crescere e dare nuovi semi alla terra. Ma ogni giorno Luigino si svegliava e chiedeva notizie a qualche formica di passaggio o ad un lombrico e questi gli rispondevano che fuori faceva freddo, brrrrrrrr e che frrrrredddo! No no no, si stava meglio sotto le coperte, qui c’era da mangiare, c’era la compagnia degli altri semini, il caldo tepore della terra e tanti deliziosi animaletti che correvano su e giù per cunicoli scavati tutto intorno a lui e che lo divertivano tenendogli compagnia, fuori lo aspettavano sicuramente il freddo e il vento gelido e ci sarebbe stato di certo da combattere contro corvi, cornacchie e storni e Luigino non ne aveva la minima intenzione.
L’inverno trascorse tranquillo e sereno come si era aspettato, l’abbraccio della cara madre terra nutrì con amore il semino Luigino come del resto fece anche con tutti gli altri e li rese forti, resistenti e capaci di germogliare, quando la primavera fosse arrivata. E la primavera infatti arrivò. Lo fece come lo fanno tutte le primavere, cominciò scaldando appena appena l’aria, quasi senza farsene accorgere e com’è come non è, un bel giorno il sole si ritrovò a brillare caldo e alto nel cielo mentre pioggerelline lievi bagnavano ogni tanto la terra, che in questo modo ritrovava la sua naturale morbidezza, perduta sotto la gelida morsa dell’inverno e dava modo ai semini sparsi in tutti i campi del mondo di poter finalmente germogliare. Gli amici di Luigino avevano ormai rinunciato a convincerlo a spuntare fuori e durante la stagione fredda avevano trascorso le giornate a ripassare le lezioni della scuola dei semi ed erano ormai pronti al grande salto, fra poco avrebbero visto la luce e il sole, la terra e l’acqua avrebbero regalato loro la vita. Anche il nostro semino aveva ogni tanto sbirciato fra i libri ma neppure le luminose illustrazioni dei suoi libri lo avevano convinto a prepararsi all’arrivo della stagione più frizzante e piena di colori che ogni anno poteva regalare, aveva detto no e no sarebbe stato, uffa!
A poterli vedere dall’alto lo spettacolo era meraviglioso, un’immensa distesa bruna cosparsa di file uniformi di un colore verde tenero, filari ininterrotti di germogli appena spuntati e pronti a diventare bionde spighe di grano, anzi no, non proprio ininterrotti perché la, ecco sì, proprio là, al centro, no, non il sesto, ecco sì, sì il settimo, il settimo filare mostrava una piccolissima, breve, quasi impercettibile interruzione e sotto, beh, sotto riposava ancora Luigino, testardo e timoroso fino all’ultimo, di quello che lo avrebbe potuto aspettare là fuori. Ma la natura è un universo che si muove oltre le nostre stesse volontà e per quanto si cerchi di fermarlo, questo se ne va vanti senza sentire ragioni, così anche se con un po’ di ritardo e contrariamente ai suoi desideri, Luigino cominciò a germogliare, lo fece senza accorgersene mentre stava continuando a pensare di non crescere metteva la prima radice e quando anche questa faceva per lui ormai parte del non crescere, il primo tenero timido germoglio vide finalmente la luce del sole.
E la vita lo travolse con la sua meravigliosa semplicità, Luigino non ricordò neppure di aver mai desiderato di non diventare pianta, non pensò alle cornacchie ed al gelo dell’inverno, cominciò invece a godere del sole con le sue verdi foglie ed a nutrirsi dell’acqua e della terra con le profonde radici. Cresceva a vista d’occhio ed ogni giorno era più alto e più robusto del giorno prima, fino a che tra le sue foglie cominciarono a spuntare i primi timidi, teneri, piccoli chicchi di grano. Una vera compagnia di scalmanati, mai fermi un attimo, tutto il giorno a dondolarsi al vento, piegando ripetutamente lo stelo di qua e di là e piano piano Luigino cominciò a maturare e ad imbiondirsi fino diventare una rigogliosa pianta di grano, pronta per essere mietuta e continuare la sua avventura in mille altri campi preparati per accoglierlo.
Alcuni dei suoi chicchi divennero pane, altri furono seminati l’inverno successivo e diedero vita a nuove piante i cui chicchi divennero pasta, farina e ancora pane di tutte le forme e le qualità e ancora oggi in ogni merendina, in ogni biscotto, in ogni torta, c’è un po’ di Luigino che crocchia sotto i nostri denti. È la risata allegra del semino che prima non voleva germogliare e che poi non ha più smesso, tanta era infine la gioia provata ed ogni estate si dondola beato sotto il vento caldo di scirocco mentre le lucciole illuminano la notte e i semi piccoli imparano cosa sarà domani.

 
IL BRUCO CHE VOLEVA DIVENTARE FARFALLA
Gigi era nato su di un bellissimo albero di mele, piantato chissà quando sulla sommità di un colle, dal lato dove il sole batteva tutto il giorno, era un posto davvero invidiabile. Dalla sua casa, che naturalmente si trovava all’interno di una verde e saporita mela, si godeva di uno splendido panorama che si apriva su tutta la vallata sottostante, prati infiniti disseminati di piante di melo si susseguivano fino dove l’occhio riusciva a non confondere i colori dei fiori e delle foglie con quelli delle albe e dei tramonti che si perdevano là, oltre l’orizzonte lontano e sbiadito. Ah già, dimenticavo di dire che naturalmente Gigi era un paffuto e vigoroso bruco di un colore crema chiaro lungo poco più di un petalo e con, ad una delle due estremità, due piccoli occhi che sembravano disegnati e risultavano poi l’unico modo per poter distinguere il capo dalla coda. Gigi trascorreva la giornata fra abbondanti rosicchiate all’interno della sua casa e spensierate passeggiate, compiute chiaramente strisciando sulla sua morbida ma resistente pancetta, fra i rami del melo che lo ospitava, la sera trascorreva gli ultimi momenti del giorno rimirando i colori dei tramonti e preparandosi ad una gradevole notte di riposo, l’indomani l’aspettava un’altra giornata di strisciate alla ricerca di cibo e passatempi.
Ogni mattina il bruco si alzava molto presto, appena albeggiava era già sul ramo a fare ginnastica, uno due, uno due per poi gettarsi su di un abbondante e succulenta colazione a base di mela. La sua ginnastica preferita erano gli addominali, riusciva a farli da disteso, piegando in due il suo corpicino o da alzato toccandosi la coda con la punta dell’affusolato musetto. Gigi si teneva in forma per la metamorfosi finale, quella trasformazione che l’avrebbe cambiato in modo molto evidente nell’aspetto esteriore e così, per prepararsi alla fatica dell’evento, allenava a dovere quel corpo che presto avrebbe abbandonato e a dire la verità, lo avrebbe fatto proprio volentieri perché non gli piaceva un granché anzi ad essere completamente onesti non gli piaceva per niente.
Gigi trascorreva la giornata allenandosi e mangiando, mangiando e allenandosi, desideroso di arrivare presto alla sera, sì perché la sera gli piaceva un sacco, appena il sole se ne era sparito tuffandosi sotto l’orizzonte, tutti gli abitanti dell’albero si riunivano sui rami, gli uccellini, gli animaletti del frutteto, gli insetti e a volte si univa all’allegra compagnia anche qualche volpe di passaggio o un cane che si sedevano sotto il cappello protettore dell’albero e tutti insieme ascoltavano le favole che il melo raccontava loro. E sì che il vecchio melo ne conosceva di storie belle, paurose, allegre e tristi, ce n’era per tutte le occasioni e per tutti i gusti, quando pioveva raccontava di posti dove il sole non scompariva mai, dove la luce teneva tutti allegri per giornate che non avevano mai fine e quando il caldo era insopportabile raccontava storie che si svolgevano in posti dove ogni tanto una leggera pioggerellina veniva a rinfrescare le serate, mitigando l’afa della giornata trascorsa. C’erano favole che parlavano di uccelli che volavano alti e di scoiattoli che avevano tane piene di noci ma quella che Gigi preferiva era la favola del bruco che diventava farfalla. La storia narrava appunto di un bruco, proprio come lui, che tutti guardavano con disgusto, proprio come lui faceva ogni mattina quando si specchiava in una goccia di rugiada e vedeva quei due puntini neri appena accennati sul quel corpicino giallognolo e a dire la verità un po’ molliccio, il povero bruco della storia viveva solo, emarginato da tutti gli altri i quali non lo ritenevano alla loro altezza per quanto era brutto, proprio come faceva lui, anche se era lo stesso Gigi ad estraniarsi dai giochi di gruppo, dai canti degli uccellini e dalle scorribande fra i rami, partecipava solo alle riunioni della sera, al buio, in disparte, nascosto sotto qualche foglia nell’attesa di ascoltare la sua favola più cara e nella speranza di non essere ne visto da qualcuno che si sarebbe certamente accorto della sua bruttezza. A Gigi nessuno aveva mai detto che era brutto ma per lui non aveva importanza, riusciva a vederlo da solo che il suo corpo non era come quello di un colorato uccellino o di una agile scoiattolo. La favola proseguiva con quella che sembrava la morte del povero bruco, il quale si richiudeva nel suo bozzolo, per la gioia di tutti, felici infine di essersene liberati ma che un po’ di tempo dopo se ne riusciva fuori vivo e vegeto sotto le sue nuove sembianze, una magnifica, maestosa, colorata e bellissima farfalla che avrebbe volteggiato su prati e fiori confondendo le sue ali nei mille colori del mondo che avrebbe sorvolato. Gigi si scioglieva in calde lacrime ogni volta che l’albero di mele arrivava a questo punto della storia e se ne strisciava velocemente nella sua mela a piangere e sospirare, lagnandosi della sua forma e felice però di quello che sarebbe diventato un giorno, una farfalla dai colori più luminosi che ci potessero essere, con ali grandissime che lo avrebbero portato via da quel posto dove si era tanto sentito triste e solo. La sua giornata era quindi tutta programmata per preparare quel suo corpo, molle e umidiccio, al grande salto, si chiedeva come avrebbe mai fatto a costruire il bozzolo in cui si sarebbe rinchiuso per tutto il tempo necessario alla trasformazione ma era sicuro che al momento giusto la natura gli avrebbe regalato l’arte e il modo per costruire il più gran bel bozzolo che si fosse mai visto appeso ad un melo e poi come un gran mago ne sarebbe uscito fuori nuovo e bello. E allora sì che avrebbe avuto il coraggio di farsi vedere da tutti, sarebbe andato dagli uccellini e avrebbe fatto vedere loro i colori delle sue ali e questi si sarebbero beccati dall’invidia e lo avrebbero pregato di regalare loro un po’ di quel giallo o di quell’arancione così solare, in cambio gli avrebbero donato il cinguettio dei loro gorgogli ed avrebbero cantato con lui fino a notte fonda ma Gigi non si sarebbe lasciato convincere e gli uccelli non avrebbero avuto altro da fare che volare a nascondersi per quanto sarebbero stati brutti paragonati a lui. Dopo avrebbe sbattuto forte le sue ali intorno al melo, facendo talmente rumore che anche gli indaffarati scoiattoli se ne sarebbero accorti e finalmente distratti dal loro continuo ed estenuante lavoro, sempre a raccogliere tutto quello che di commestibile c’era in giro e mai un attimo di riposo per curare il loro aspetto, li avrebbe abbagliati con le luminosità delle ali, avrebbe volteggiato davanti a loro che tanto si divertivano a far quei salti e quei balzi che il suo corpo da bruco finora non aveva certo potuto mai fare e allora tutto quel saltellare sarebbe stato niente dinanzi alle sue piroette e gli scoiattoli avrebbero sbattuto i loro denti aguzzi di qua e di là, pregandolo assolutamente di donare loro anche solo un poco di quell’agilità che lui, ormai farfalla padrona delle sue movenze, delle sue arti e delle sue possibilità, sapeva così ben manovrare. Gli scoiattoli avrebbero donato a lui le loro code con le quali si scambiavano messaggi di ostilità e di amore se solo lui avesse accettato di regalare a loro solo un briciolo ma solo un briciolino piccolo piccolo, della sua immensa, mirabile agilità di volteggio, in fondo a lui cosa sarebbe costato, un battito d’ali e avrebbe già recuperato quel poco che a loro sarebbe bastato ma Gigi non avrebbe accettato, non avrebbe certamente ceduto alle lusinghe di quegli adulatori che mai si erano presentati da lui con un gheriglio di noce quando era un semplice bruco. Vero è che nemmeno lui si era mai fatto vedere ma ne aveva ben donde e poi cosa importava, loro gli erano saltellati davanti agli occhietti per giorni e giorni senza sapere quanto lo facessero soffrire, era giunto quindi il momento che anche loro assaggiassero quell’amara nocciola. Allo stesso modo se ne sarebbe andato di ramo in ramo, di albero in albero, di animale in animale, a librarsi leggero e a sbattere le sue enormi ali di farfalla sì che nel frutteto non avrebbero fatto altro che parlare di lui, avrebbe sentito le voci sussurrare di ammirazione il suo nome o borbottarlo d’invidia, sotto ad una foglia o dietro un ramo e avrebbero costruito per lui una bellissima casa nella mela più grossa dell’albero più grosso dell’intero frutteto. Ci sarebbero state processioni di animali dal bosco vicino e addirittura dalla lontana fattoria per venire ad ammirare quella meraviglia della natura, nessuno sarebbe riuscito a credere che prima avesse potuto essere quello che invece in realtà adesso era veramente, un bruco giallognolo e si sarebbero narrate leggende sulla sua vita precedente, sicuramente qualcuna di queste avrebbe parlato di un gigantesco bruco, forte, colorato di un bel verde mela e con un andatura già importante allora, prima che si trasformasse in questa nuova e lucente farfalla attraverso la magia del bozzolo e qualcuno sarebbe andato in giro a vendere brandelli di bozzoli normalissimi, spacciandoli per quelli del bozzolo del bruco Gigi adesso divenuto la farfalla Gegè. E lui si teneva pronto a questo momento, allenava il suo corpo e lo nutriva pensando che per volare ci sarebbe voluta molta forza e probabilmente prima ancora glie ne sarebbe servita chissà quanta per costruire il bozzolo, per chiudercisi dentro e lavorare alla sua fantastica trasformazione. Nel frattempo, passava le serate ascoltando le favole del vecchio melo fino alla sua preferita che non riusciva mai a seguire fino in fondo, perché appena il bruco si trasformava in farfalla Gigi era costretto a scapparsene via a rintanarsi nella sua mela dove piangere a più non posso.
Capitò allora un bel giorno che il nostro bruco Gigi cominciò davvero a provare una strana sensazione, inizialmente credette di aver fatto indigestione, visto che della sua mela ce n’era rimasta ancora poca da rosicchiare, decise così di fare una breve dieta per ristabilirsi ma il malessere persisteva e Gigi, improvvisamente illuminato, capì che era arrivato finalmente il momento. Passò delle giornate davvero brutte, non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo, non gli pareva di venire avvolto da alcun bozzolo, vedeva invece il suo corpo molle accorciarsi e allungarsi fino a trasformarsi in una pallina, sotto la cui superficie stava accadendo di tutto. Perso in questo gran tramestio dentro di sé alla fine Gigi, sfinito, perse i sensi, sognò di farfalle e di mele, di bruchi giganti e di uccellacci voraci che se li volevano mangiare, di scoiattoli dispettosi che non gli volevano regalare le noci, poi Gigi si perse definitivamente nel buio più scuro e cedette alla trasformazione in atto.
Si risvegliò chissà quanto tempo dopo, un minuto un giorno un anno, non riusciva proprio a capire quanto tempo potesse essere trascorso, quanta energia gli ci fosse voluta per compiere quello sforzo immenso. Beh ma cosa importava adesso, con tutta la ginnastica che aveva fatto e con tutto quello che aveva ingurgitato, l’energia necessaria per trasformarlo in una leggiadra farfalla il suo corpo l’aveva sicuramente trovata, la cosa più importante era che ce l’aveva fatta, adesso era una farfalla, una bellissima farfalla anche se lo diceva senza essersi potuto ammirare poiché non riusciva bene a vedersi, anzi non si vedeva per niente, poteva soltanto distinguere delle zampette nere che sicuramente erano la parte più insulsa del suo meraviglioso corpo di cui le ali invece avrebbero rappresentato il massimo dello splendore. Ritenne di avere un corpo molto allungato, si ricordava infatti di essere stato un bruco molto lungo, per questo non riusciva a vedersi le ali, distanti dai suoi occhi, era un vero peccato ma prima o poi avrebbe trovato una goccia di rugiada in cui specchiarsi e se fosse stata troppo piccola allora sarebbe arrivato fino al laghetto e librandosi sopra lo specchio d’acqua si sarebbe potuto finalmente ammirare e rimirare a dovere. Pensò bene a questo punto di andare un po’ in giro a far schiattare di invidia gli insetti che abitavano sull’albero e tutti gli altri animaletti, poi sarebbe partito volteggiando volteggiando, di melo in melo, a sbigottire tutti quanti. Volò tutto il giorno, intrufolandosi tra i fiori e infilando quelle sue zampette nere tra stami e pistilli e con una strana proboscide che si ritrovava tra gli occhi, succhiava il nettare dolcissimo che si nascondeva goloso tra i petali colorati dei meli e dei fiori di campo. Si domandò appena cosa fosse quello strano trombone che aveva al posto del naso ma la sua gioia era talmente esuberante che per quel giorno aveva deciso di non farsi crucciare da nessuna preoccupazione, non si curò nemmeno di quello strano zzzzzz zzzzzz che lo seguiva insistente, probabilmente aveva solo bisogno di allenare ben bene le sue leggiadre ali e quel noioso rumoraccio sarebbe sicuramente scomparso. Volteggiò nell’aria facendo figure acrobatiche, precipitandosi in picchiata sui prati, dove piccoli animaletti, altri insetti, piante, fiori ed erba lo potessero vedere nel suo splendore ma dopo tanta fatica e tanto volare si accorse che nessuno faceva caso a lui. Si indispettì alquanto della cosa e dopo una profonda ed attenta riflessione concepì la sua teoria, quei furbi del frutteto si erano messi tutti d’accordo durante la sua fase di bozzolo ed avevano certamente deciso di far finta di niente quando lui si fosse trasformato in farfalla, in tal modo sarebbero riusciti a farlo arrabbiare ed a rovinargli la giornata ma lui non avrebbe ceduto, avrebbe continuato a zigzagare leggero tra i fiori e quelli potevano anche fingere di non vederlo tanto l’avrebbero visto lo stesso e di nascosto a lui si sarebbero mangiati le zampe fino alla giuntura.
Arrivò infine la prima sera della sua nuova vita e Gigi pensò bene di ritornare al suo caro melo per ascoltare ancora una volta quella favola che tanto gli era piaciuta e che tanto lo aveva sostenuto nella sua precedente vita da bruco. Si posò in prima fila, dove non aveva mai osato farsi vedere prima di allora mentre invece adesso tutti dovevano ammirare i suoi colori illuminati dal chiarore delle lucciole. Ascoltò le calde parole del vecchio albero fino a che arrivò finalmente il momento della sua storia, quella del bruco che era divenuto farfalla, mentre il melo raccontava Gigi si pavoneggiava davanti a tutti e la storia andava avanti negli eventi fino a giungere al momento della trasformazione che ancora una volta lo commosse come sempre aveva fatto ma quella volta non aveva vergogna di farsi vedere, anzi gli altri non potevano far altro che invidiarlo, per cui rimase lì davanti a tutti a sentire la fine della favola che fino ad allora non aveva mai ascoltato. La storia però non aveva un lieto fine, infatti la meravigliosa farfalla, che tanto aveva faticato per diventare bella e colorata, dopo un solo giorno di vita tra papaveri e fiori di campo moriva non appena deposte le sue uova nella mela più grossa del frutteto. Gigi scoppiò ancora una volta a piangere ma non di gioia e di emozione, questa volta piangeva di paura, il suo giorno era già quasi trascorso, presto avrebbe deposto delle uova, che non sapeva neppure di avere, sarebbe morto in un angolo solitario di prato e nessuno lo avrebbe più ricordato.
Il suo pianto ininterrotto attirò l’attenzione degli altri insetti che ascoltavano la favola, i quali gli si fecero vicini cercando di rincuorarlo, una cavalletta gli chiese cosa avesse, un maggiolino cercò di consolarlo, una zanzara pianse con lui solo per fargli compagnia e tutti si chiesero cosa avesse mai. Infine, Gigi, con un profondo singhiozzo pianse fuori tutta la verità, presto sarebbe morto, la sua fine era vicina, di più vicinissima, non aveva più scampo. Gli altri insetti, gli animaletti e pure un bue che s’era trovato a passare di là per caso chiesero come mai potesse esser certo di questo. Gigi si rese conto che non capivano e rivolgendosi a loro chiese se avessero ascoltato bene la favola raccontata dal melo e la tremenda fine di quella storia, così eroica nel suo inizio, quanto tragica nel suo epilogo. La zanzara smise di piangere, lo guardò sbigottita e poi gli chiese cosa glie ne importasse a lui della fine che faceva la farfalla della storia, si era un finale triste ma cosa c’entrava tutto questo con lui, lui era soltanto un semplice, orrendo, nero, puzzolente moscone. Gigi rimase paralizzato, moscone, lui un moscone, con tutta la fatica che aveva fatto da larva fra diete e ginnastica per tenersi in forma e adesso sarebbe diventato solo un moscone, non poteva essere lo stavano prendendo in giro. Ma, forse… e se avessero ragione, se fosse stato vero quello che gli stavano dicendo, ecco… ecco perché non era riuscito a vedersi le ali, ecco perché nessuno lo aveva ammirato mentre volava sui prati, ecco perché tutti lo scansavano lui era un… un… uno schifoso, nero, orrendo e… sniff sniff… puzzolente moscone, uno di quei cosi che si posano dappertutto, persino sulle carcasse degli animali e sulla… sulla… bleah che schifo, il solo rammentarla era disgustoso ma tanto prima o poi anche lui, come tutti i mosconi, ci si sarebbe posato sopra, sopra una… una… bleah una cacca.
Gigi era sconvolto, tutta quella fatica per diventare un moscone, un semplice, brutto e nero moscone, non una maestosa e luminosa farfalla, che però sarebbe morta al primo tramonto. Beh, bisognava dire che la sua nuova vita da moscone aveva avuto un ottimo inizio, intanto sarebbe stata più lunga di quella di una farfalla e avrebbe potuto volare altrettanto alto e ancor di più, grazie alle sue dimensioni ed al colore si sarebbe nascosto meglio dai nemici, i quali se lo sarebbero volentieri inghiottito in un sol boccone. E sì, certo che la vita da moscone era meglio di quella di farfalla, Gigi era stato proprio fortunato e di questo era stracontento, anzi ne era felice matto, perché adesso era davvero un moscone, un grosso, nero, simpatico moscone che da quel giorno se ne andò a zonzo felice per il frutteto, sibilando con le sue alucce incolori ma veloci e divenne amico di tutti quanti. Saltava di qua volava di là e se gli capitava non disdegnava certo di posarsi su una cacca, visto che poi non era quella gran cosa tremenda che aveva creduto. A sera si ritrovava con tutti gli amici per ascoltare insieme le favole del vecchio melo e quando arrivava quella del bruco che era diventato farfalla, tutti si mettevano immancabilmente a ridere di Gigi e lui rideva più degli altri. Ah, che gran bella cosa la vita del moscone.

 
VITA DI UN FRANCOBOLLO
La vita del francobollo è notoriamente piena zeppa di pericoli ed alla fine della sua corsa è veramente difficile non andare a finire in un cestino, magari attaccato alla bolletta del gas o a una busta con della pubblicità dentro, che tanto quelle nessuno le legge e comunque sempre nella pattumiera vanno a finire. A volte ci sono dei francobolli più fortunati, quelli che vengono appiccicati sulle cartoline. Ah, le cartoline, ce ne sono davvero di belle, con monti imperiosi, con monumenti famosi o con albe e tramonti sul mare e queste sono le più romantiche, quelle che si scrivono gli innamorati e dietro ci disegnano cuoricini e scrivono tante paroline dolci e tanti smack smack e pciù pciù, che poi tradotti nella lingua particolare degli innamorati vogliono dire tanti tanti ma proprio tanti tanti, tanti baci. Ci sono dei francobolli che invece vengono appiccicati per motivi di lavoro, bollette, fatture, lettere di protesta, raccomandate piene zeppe di parole difficili e complicate, di cui il più delle volte nemmeno quelli che le hanno scritte conoscono veramente il significato. Quelle lettere uggiose riempite di “Spettabile Tal dei Tali” “Si evince che” “Riferentesi a quanto in oggetto”, insomma quelle lettere che, anche se sono scritte nella tua lingua, sembra sempre che siano scritte in arabo e se sei Arabo sembra che siano scritte in indiano e se sei Indiano ti pare che l’abbiano scritta in italiano ma gli italiani non riescono proprio a leggerla. Insomma, ce ne sono di rischi nella vita del francobollo, quello di venire appiccicati sulla busta sbagliata o di andare perduti in qualche cestino dei rifiuti, volare via lontano portati dal vento e finire nel becco di qualche uccello o in una pozza piena d’acqua e in men che non si dica sbriciolarsi tutti. Brrrrrr che brutta fine, mi vengono i brrrrrrividi solo a pensarci ma fra tutte le esperienze spiacevoli che i francobolli possono vivere, ce n’è una che è veramente la peggiore di tutte, non c’è brutta fine che possa esser messa a paragone dal capitare in una collezione. Messo in riga insieme a tanti altri e rinchiuso dentro un librone, pieno zipillo di francobolli di tutti i colori, di tutte le nazioni del mondo, francobolli allegri e spensierati che invece ingrigiscono dentro a quel librone, sistemato in alto sulla libreria del nonno, lontano da tutti, al sicuro da mani inesperte, raramente aperto e sfogliato se non in occasioni molto particolari, tipo quando viene a casa l’amico del nonno, quello con cui fanno scambi e acquisti di francobolli, allora c’è la possibilità che ricordandosi di un francobollo acquistato insieme, sfoglino quei libroni mentre lo cercano e allora tutti i poveri francobolli possono finalmente vedere un po’ di luce e respirare un po’ d’aria nuova.
Gigi era un francobollo di una serie normalissima, di quelli che si usano comunemente per mandare lettere e cartoline e non si sarebbe mai aspettato di finire tra le mani di un collezionista. Uscì da sotto la pressa della stampa attaccato per le manie per i piedi con i suoi fratelli, tutti uguali, tutti con impressa addosso la buffa faccia rosa di un signore, tale Luigi nonmiricordocome, il che gli portò appunto il nomignolo di Gigi rosa con cui negli anni rimase poi famoso fra tutti i postini e i portalettere. <Oggi avrò imbucato cento Gigi rosa>, dicevano per farsi grossi e dare ad intendere che avevano lavorato tanto e delle persone antipatiche dicevano invece, <Quello, buono quello non gli mandano nemmeno un Gigi rosa>, per far capire che a quella persona non gli scriveva mai nessuno. Insomma, il nostro Gigi vedeva già timbrata su di se la misera fine che avrebbe dovuto fare. Un triste angolo di una busta bianca e scialba, senza colori se non il nero scuro di un indirizzo, presso il quale sarebbe stato presto stracciato e ridotto in mille pezzi, perché magari accompagnava un conto da pagare o una richiesta di danni o addirittura la pubblicità di qualcosa che non sarebbe servito a nessuno. Ormai rassegnato alla sua triste fine si teneva stretto per le mani ai suoi fratelli, pronto a cadere nel sacco che lo avrebbe accompagnato dal tabaccaio per essere venduto da solo o in fila con i compagni di sventura. Finì invece in un raccoglitore di cartone duro e finemente rilegato, era di un rivenditore per collezionisti, eh sì, anche se il Gigi rosa era un francobollo qualunque non poteva certo mancare nelle collezioni migliori, perché una collezione era veramente completa solo quando non mancava niente, neanche i francobolli più comuni. Fu in questo modo che Gigi finì insieme a pochi dei suoi amici nel negozio di filatelia del signor Francesco Bollo, che tutti chiamavano naturalmente in maniera molto amichevole Franco Bollo. La sera stessa passò il famoso collezionista Bustarelli che acquistò, senza nemmeno accorgersene, quel normalissimo francobollo insieme ad altri con figure e valori diversi ed a un paio di pezzi rari di estremo valore, così alto che Gigi non se lo sarebbe nemmeno potuto immaginare. Il signor Bustarelli tornò a casa e si mise subito a sistemare i nuovi acquisti, aveva intenzione di mettere a posto velocemente quelli più comuni, per poi dedicarsi con calma ai francobolli di maggior valore, così aprì il suo librone pieno zeppo di figure di tutti i tipi e tutti i colori che però a guardarle lì rinchiuse sembravano tutte grigie e tutte uguali. Appena se ne avvide, Gigi esclamò fra sé e i suoi sventurati compagni che lui lì dentro non ci voleva davvero finire, quel signor Bustarelli non voleva bene ai suoi francobolli, li teneva lì rinchiusi solo per il loro valore, perché forse un giorno avrebbe voluto venderli tutti insieme e farci un gran bel guadagno. No, non era proprio il caso di rimanere tra le grinfie di quello speculatore che li avrebbe fatti invecchiare per benino per rivenderli a chissà chi, che magari li avrebbe tenuti un altro po’ tra la polvere e gli scaffali senza mai voler loro un po’ di bene. Proprio mentre Gigi pensava alla derelitta fine che avrebbe fatto, si spalancò d’improvviso la finestra ed un benarrivato colpo di vento fece volare per aria i francobolli e gira gira, vorticando tra le mani del vento andò a finire che il signor Bustarelli recuperò tutti i francobolli tranne che Gigi. Il collezionista pensò che in fondo non era stato un gran danno, lo scomparso non era altro che un comune Gigi rosa, l’indomani se ne sarebbe potuto comprare cento se solo avesse voluto, i francobolli più importanti, quelli di valore erano tutti di nuovo tra le sue grinfie. Bustarelli chiuse la finestra e in un soffio di tempo già si era dimenticato del nostro amico Gigi, già ma dov’era volato, dopo che quel benevolo soffio di vento l’aveva strappato dalle pinzette di Bustarelli, non è che per caso fosse finito dalla collezione alla carta straccia senza aver mai affrancato nemmeno una cartolina di un concorso a premi?
Il povero francobollo se ne volò tutta la notte sopra i tetti delle case e le strade illuminate ed ogni volta che sembrava abbassarsi il suo cuoricino si metteva a battere forte forte, per la paura che aveva di finire nelle mani sbagliate. Giunse infine il mattino e vola vola, sulle ali di quel venticello, Gigi andò a finire nel bel mezzo del mercato del paese, proprio sulla bancarella della signora Cetrioli, esattamente fra la lattuga e i fagiolini. Lì per lì nessuno si accorse di niente, il bancone era molto grande, pieno di verdure e di frutta che arrivava da tutto il mondo e la signora Cetrioli era molto indaffarata a sistemarlo per bene nell’attesa che si facessero veder i primi clienti. Gigi si appoggiò sopra la cesta della lattuga e quella poca umidità che trovò tra le foglie fresche, fece sì che vi rimanesse appiccicato almeno quanto bastava per non rimanere preda del vento che sembrava volerselo portare via di nuovo. A quel punto il francobollo, scoraggiato dagli avvenimenti, temette che la sua fine fosse dunque arrivata, aveva appena affrancato una cesta di lattuga, certo non era da tutti, chissà dove l’avrebbero spedita, si chiese prendendosi in giro e già si immaginava la signora Cetrioli che imbucava la lattuga spingendola a forza nella stretta fessura della cassetta della posta. Mentre nel suo sogno ad occhi aperti un postino sbalordito si grattava la testa nel vedere la lattuga all’ufficio postale, arrivò tutta frettolosa la cameriera della signora De Vegetalis per sbrigare la spesa settimanale di frutta e verdura e fra le tante varietà scelte decise di acquistare anche un bel cesto di insalata, fu in questo modo che Gigi venne trovato e la negoziante pensò bene di spiccicarlo dalla lattuga, non senza un poco di dolore per il povero francobollo e di metterlo in cassa, sicuramente avrebbe potuto darlo di resto a qualcuno, magari a quella signora Perotti che gli stava tanto antipatica, lo lasciò cadere tra le monete e chiuse il cassetto. Il Gigi rosa rivide la luce poco dopo quando, arrivata la signora Perotti, la fruttivendola glie lo rifilò di resto, accampando come scusa il fatto che purtroppo quella mattina non aveva altra moneta da darle. La signora Perotti a cui invece la negoziante stava simpaticissima, davvero strano il mondo a volte, accettò di buon grado quel resto sotto forma di francobollo, ricordandosi in quel momento che era trascorso tanto tempo da l’ultima volta che aveva scritto al suo amico Gustavo Lamela e che quella poteva essere l’occasione buona per mandargli una bella lettera. Infilò Gigi nel borsellino, prese le pesanti sporte della spesa e se ne tornò a casa. Gigi intanto tirò un sospiro di sollievo, a lui quella signora Cetrioli non era piaciuta per niente, faceva i prezzi a simpatia, non toglieva la frutta marcia e metteva il dito sulla bilancia per far pesare di più le cose che vendeva, anche lei non era certo una che gli avrebbe potuto voler bene, non era proprio una tipa da francobolli ed era davvero contento di essersela svignata sotto forma di resto, per quell’antipatica non avrebbe affrancato nemmeno una foglia di spinacio.
Per qualche giorno Gigi rimase rinchiuso e dimenticato nel borsellino della signora Perotti, la quale per di più si era completamente dimenticata di lui. Ahi ahi, disse fra sé, ecco un’altra alla quale dei francobolli non importa un fico secco, è dunque questa la fine che mi si prospetta, schiacciato da monete di ogni valore e dimensione in questo posto buio e angusto, fino a diventare una pallina di carta, un bel giorno qualcuno aprirà il borsellino, mi vedrà e chiedendosi cosa mai potessi essere mi getterà distrattamente per terra e sospirando si mise in attesa che il suo crudele destino avesse compimento. Ma non andò così, Gustavo Lamela telefonò una sera alla signora Perotti e conversò con lei per tre ore, se ne stettero attaccati al telefono a parlare dei bei tempi, del mare, dei monti, insomma si dissero tutto ma proprio tutto, tanto che dopo aver riappeso la cornetta, alla signora Perotti torno improvvisamente in mente il francobollo che aveva nel borsellino è pensò che a quel punto non le serviva più, con il suo amico si erano detti davvero tutto e non c’era più alcun bisogno di scrivergli, avrebbe infilato il Gigi rosa da qualche parte in attesa di averne bisogno. Così sempre più amareggiato e deluso, Gigi pianse ancora una volta della sua rocambolesca vita che precipitava continuamente dalla fattura nella bolletta. Ma ancora una volta il vento soffiò dalla sua parte. Luigino, il figlio della signora Perotti, stava preparando una ricerca per la scuola che aveva come tema i vari modi di comunicare e fra questi c’era naturalmente anche il servizio postale e di conseguenza i francobolli. Fu per questo che Luigino chiese alla madre se avesse mai un francobollo da dargli per la ricerca e la mamma pensò bene di regalargli il Gigi rosa, tanto non aveva che poco valore per cui Luigino lo poteva anche appiccicare sul quaderno delle ricerche. Finalmente, dopo tanto girovagare, Gigi si sentì al sicuro, le mani delicate del bambino lo trattavano come se fosse stato un’opera d’arte. Luigino non aveva mai toccato un francobollo prima di allora e a lui sembrava davvero una cosa importante e poi quel piccolo pezzo di carta aveva una buffa faccia disegnata sopra, sembrava quasi che ridesse e gli volle subito un gran bene e poi quello strano tipo raffigurato sul francobollo si chiamava come lui, Luigi nonmiricordocosa e questo glie lo rese ancor più simpatico, anzi si immaginò di essere proprio lui e così decise di non appiccicare il francobollo sul quaderno delle ricerche, no, ne avrebbe fatto un uso migliore.
Luigino voleva molto bene alla sua maestra Angelina Serena, era molto brava e paziente con lui e con i suoi compagni che invece, messi tutti insieme facevano sempre una gran confusione ed alla povera maestra serviva sempre un sacco di pazienza, era brava ad insegnare, raccontava delle storie bellissime e disegnava con i colori dell’arcobaleno, fu per questo motivo che Luigino decise di regalare il Gigi rosa alla maestra.
La maestra fu molto felice del regalo fattole da Luigino, certo per lei un francobollo non era una cosa importante, fosse stato di valore o un comunissimo Gigi rosa ma quello che le fece un immenso piacere fu il fatto che Luigino, di solito scontroso e quasi sempre con il broncio sul viso, le avesse porto il regalo con un gran sorriso ad illuminargli il volto. Anche Luigino rimase molto contento del fatto che la maestra avesse accettato il suo gentile pensiero e la giornata si concluse felicemente per tutti, beh già ma il povero Gigi rosa, sballottato, scambiato, donato che fine avrebbe fatto? La maestra Angelina era una signorina molto ma molto molto delicata e pensò bene di conservare il francobollo nell’agenda personale che portava sempre con sé, in modo da non separarsene mai, il Gigi rosa era divenuto per lei un simbolo di affetto, quello del suo bravo alunno Luigino e quello che tutti avrebbero potuto avere verso gli altri, magari utilizzando il francobollo per affrancare una lettera d’amore o un cartolina di saluti affettuosi per una persona cara, cosa che invece purtroppo è sempre più rara.
Capitò, che alla fine di quella primavera, la scuola in cui insegnava la signorina Angelina organizzasse una gita per tutti gli alunni e la maestra si offrì volentieri di accompagnare i bambini nel luogo che era stato prescelto e così una bella mattina di sole se ne partirono tutti quanti per una divertente gita al mare. Fu un giorno davvero piacevole, il tepore della primavera tenne compagnia alla gita per l’intera giornata, i bambini furono come sempre scalmanati e incontenibili, chi saltava di qua, chi correva di là, ci furono i soliti graffi, litigi, botti e saette, come succede sempre in queste occasioni ma fu proprio una giornata splendida e gioiosa. Quando alla sera giunse il momento di ripartire la signorina Angelina si ricordò del regalo che le aveva fatto Luigino, il francobollo, quel Gigi rosa che le era stato donato con così tanto amore dal suo alunno più scorbutico. Forse era giunto il momento di utilizzarlo, di donare anche lei il Gigi rosa ad una persona molto cara. La maestra Angelina era infatti una signorina molto ma molto molto timida e molto ma molto molto innamorata di un bellissimo professore che insegnava nella scuola accanto. I due si erano parlati più di una volta ma non erano mai riusciti a dichiarare il proprio amore l’uno all’altra. E sì! Anche il professor Gigioni era innamorato della bella Angelina ma anche lui era molto ma molto molto timido, era dunque giunto il momento di dare un bello scossone alla situazione. La maestra comprò una dolcissima cartolina con un romanticissimo tramonto sulla riva del mare e la mandò al professore. “Ti penso molto e questo tramonto mi ha ricordato te”, queste furono le parole che scrisse velocemente prendendole direttamente dal suo cuore, vi appiccicò sopra il Gigi rosa inumidendolo con un bacio e poi imbucò la cartolina.
Il povero francobollo non ebbe nemmeno il tempo di accorgersene, era infatti diverso tempo che aveva trovato la sua felice posizione nell’agenda della maestra. Dentro c’erano un sacco di cose belle da leggere, i suoi pensieri, quelli affettuosi verso i propri alunni e quelli innamorati rivolti al professor Gigione, c’erano gli appuntamenti e gli accadimenti di ogni giornata, insomma era proprio fantastico starsene lì beato in tutto quel turbinar di affetto. Se ne stava placido e tranquillo tra i ricordi e gli appuntamenti quando, tutto ad un tratto, venne delicatamente prelevato dalle dita della maestra, amorevolmente baciato, al che il suo rosa si arrossì alquanto ed infine si ritrovò appiccicato su quella cartolina, con il tramonto da una parte ed i saluti dall’altra. Era molto bella e molto dolce ma sicuramente significava la sua fine.
Si era ritrovato appiccicato su quella cartolina e infilato nel buio della buca della posta e lì aveva conosciuto altri compagni di sventura. Nella penombra lettere e cartoline erano ammassate le une sulle altre e si udiva, inconfondibile, il lamento dei francobolli che si disperavano per esser stati incollati chi su una fattura, chi su una lettera di protesta, chi su una pubblicità. Servì poco al nostro Gigi rosa per rendersi conto che, in fondo, lui era stato fortunato, almeno per il momento, quella su cui si era ritrovato era una cartolina con un bellissima frase di affetto che molto probabilmente sarebbe stata ricevuta con gioia, probabilmente, perché tutto ciò non impediva certo che, quando fosse stata consegnata al destinatario, questi l’avrebbe potuta anche gettare nel cestino o infilare in un libro alto come un mattone e dimenticarlo lì, nello stretto buio di una libreria. Ma, per fortuna, così non andò.
Infatti, proprio grazie a quella romantica cartolina, la maestra Angelina ed il professor Gigione si sposarono l’anno successivo, ci fu una gran festa a cui furono invitati tutti i maestri e tutti i professori e nella chiesa addobbata a festa cantarono in coro gli alunni della maestra Angelina, tra cui anche Luigino, che a suo modo aveva contribuito a che tutto ciò si realizzasse. Furono fatte tantissime foto, Angelina e Gigione le raccolsero in un album con la copertina di cuoio e le pagine cartonate e sulla prima di queste, in bella vista, fu messa la famosa cartolina che la maestra aveva spedito durante la gita, quella con quel tramonto così romantico che aveva fatto sciogliere il cuore del professore e gli aveva dato il coraggio di chiedere la mano di Angelina. La dolce missiva se ne stava lì, beata e contenta di essere l’introduzione di una lunga storia d’amore. Dall’angolo, in alto a destra della cartolina, rideva anche la faccia di Luigi nonmiricordocosa, era davvero felice di aver concluso in una maniera tanto simpatica la sua rocambolesca storia di francobollo. Eh sì, aveva trovato proprio il posto giusto su cui essere appiccicato e adesso se ne stava a gongolare fra foto ridenti e ricordi sereni di una bellissima giornata. Ogni volta poi che gli sposi aprono l’album per far vedere agli amici le foto del loro matrimonio, tutti chiedono notizie di quella strana cartolina e la singolare storia comincia sempre con le vicissitudini del simpatico francobollo rosa che se ne resta beato ad ascoltare e a ricordare insieme con gli sposi, gli amici, le foto e la simpatica faccia di Luigi nonmiricordocosa.

 
LA TRISTE STORIA DEL MOSTRO BABALU’
Babalù non era un mostro così spaventoso come lo si poteva ammirare minaccioso, dipinto sulle pareti del baraccone o trasformato in pupazzone semovente, teso a mezz’aria ad incombere sugli sventurati coraggiosi che si avvicinavano al tunnel delle paure. L’esagerata brutalità con cui veniva rappresentato, altro non era che un meschino tentativo di attirare l’attenzione ed invogliare impavidi bambini, ragazzi in cerca di brividi e magari qualche coppietta in vena di scherzi ad entrare nel tenebroso Tunnel del Terribile Mostro Babalù. Denti acuminati, sangue grondante da ogni dove, mani ossute con unghie come artigli, uno spettrale mantellone nero, pieno di buchi riempiti da orride ragnatele e con un bel ragno peloso proprio nel mezzo, occhi spiritati, ripieni di sadiche venuzze rosse e cerchiati di grigio di nero e di rosso, pupille dilatate, fronte rugosa e un’espressione feroce tra il famelico, il rabbioso e lo spietato. Era alto tra i tre e i quattro metri, il disegno chiaramente non il mostro in carne ed ossa ed era situato proprio sopra l’ingresso del tunnel delle paure, una gamba di qua e una gamba di là con il mantellone nero ad aprirsi improvvisamente, verso una buia caverna che inghiottiva la macchinina su cui grandi e piccoli si sarebbero timidamente seduti, con i compagni di viaggio e tutte le loro paure. L’avventura aveva inizio, ormai non c’era modo di tornare indietro, bloccati sulla poltroncina, fra lampi di luce rossa e ragnatele che strusciavano viscide sul viso, il terribile viaggio nel tunnel aveva avuto inizio. Fantasmi che apparivano all’improvviso, rumori spaventosi, grida agghiaccianti, vampiri, pipistrelli, streghe e brutti ceffi con coltellacci e mannaie insanguinate, sopra alle loro povere vittime con la pancia spalancata e le budella di fuori, facce mostruose, mani uncinate che si avvicinavano di scatto per poi sparire nel buio ed infine, poco prima che il percorso all’interno del tunnel giungesse al termine l’attrazione principale. Eccolo, lui, l’inimitabile, il solo, unico, imponente, terribile, terrificante, sanguinario, spaventoso Mostro Babalù. A quel punto tutti i visitatori, fossero bambini, ragazzi, coppiette o genitori che accompagnavano i loro piccoli in quel mostruoso mostrario di mostri, a quel punto, immancabilmente, come se fosse d’obbligo, come se si fossero dati appuntamento sempre, costantemente, indipendentemente dall’umore di ognuno, tutti ma quando dico tutti voglio proprio dire tutti tutti tutti, tutti appena lo vedevano, appena se lo ritrovavano improvvisamente davanti, tutti… ridevano. Eh sì, ridevano davvero, invece di urlare di terrore, piangere, scappare, nascondersi, gridare, si mettevano proprio a ridere e non c’era davvero modo di farli smettere, figuriamo di non farli neppure cominciare, il famoso e mostruoso Babalù non riusciva davvero a fare paura. Dopo aver ammirato il temibile ritratto, dipinto sulle pareti esterne del baraccone della fiera e dopo essere passati sotto alle gambe del terribile pupazzo, famelico e orripilante posto all’ingresso del tunnel, ritrovarsi davanti a Babalù in carne ed ossa non era una delusione ma un esilarante sorpresa. Babalù in realtà era Luigi Teneroni, travestito alla bell’e meglio da mostruosissimo mostro ed uno che si chiamava così, non poteva di certo incutere paura a nessuno. Luigi Teneroni, piccolino e magrolino, conosciuto nell’ambiente del circo, delle fiere e dei luna park come Gigione, proprio per ironizzare sulle sue fattezze da Gigino, era nato sul carrozzone del tiro a segno, in una serena notte estiva. I suoi genitori giravano il paese in lungo ed in largo ed in quei giorni si erano ritrovati a parcheggiare la loro casa su ruote in una bellissima e simpatica cittadina di mare dove ci sarebbero state tantissime feste e tanta gente allegra. La sua nascita aveva portato tanta letizia nella famiglia e tra tutti gli amici che con i suoi genitori, Pierluigi e Marialuigia Teneroni, scarrozzavano in giro attrazioni e divertimenti di tutti i tipi. Era cresciuto fra Montagne Russe, Tappeti Volanti, Pesca della Papera e pesciolini rossi ed era sempre stato allegro e spensierato, bravissimo a manovrare i macchinari con cui tanta gente si divertiva e altrettanto bravo ad intrattenere i bambini piccoli ed anche gli adulti, ottimo giocoliere, aveva divertito grandi e piccini anche sotto il caldo tendone di un circo, con magie, equilibrismi e mille invenzioni stupefacenti. Il mondo del circo e quello dei girovaghi dei luna park è però un ambiente strano, particolare e difficile, così piano piano Gigione che aveva pensato a divertire e divertirsi, si era disfatto dei suoi baracconi e con il tempo si era ritrovato a fare lavoretti un po’ qua un po’ là per il Tiro a Segno, per le Montagne Russe per il Labirinto degli Specchi. Tutto questo però lo aveva sempre più allontanato dal contatto diretto con i bambini, accumulando in lui un’enorme tristezza che lo aveva rinchiuso dietro un sorriso triste da rivolgere alle coppiette mentre consegnava un orsetto di peluche, vinto con dieci centri precisi. Alla fine, l’ingenuo Gigione si era ritrovato a lavorare nel baraccone del trenino delle paure. Prima a fare le pulizie, poi era passato alla cassa, poi aveva fatto il fantasma, il brigante con il coltello e quando il vecchio Mostro Babalù se ne era andato in pensione, con le sue grida agghiaccianti e con i denti affilati, il padrone del baraccone aveva dato proprio a Gigione l’incarico di spaventare grandi e piccoli che si fossero trovati a passare sotto le gambe del mostruosissimo mostro. Gigione faceva del suo meglio, spaventare non gli era mai riuscito bene, ne da fantasma, ne con il coltello in mano ma quelli erano personaggi di secondaria importanza, adesso lui impersonava l’attrazione principale, quella per cui tutti entravano tremando nel buio tunnel delle paure, quella da cui tutti volevano essere spaventati ma a Gigione non era riuscito molto bene. Mingherlino com’era non incuteva certo paura per una particolare possenza fisica o per la sua stazza, non assomigliava certo al mostro semovente che protendeva i suoi braccioni fuori dall’entrata e con la sua faccia ormai triste, non riusciva neppure a fare qualche smorfia disgustosa, figuriamoci far paura o addirittura terrorizzare qualcuno. Dopo un po’di tempo divenne comunque famoso, tristemente famoso, i bambini facevano la fila per entrare nel baraccone del mostruosissimo mostro, entravano frementi e timorosi e se ne uscivano piegati in due dalle risa, con i genitori accanto a loro che si sganasciavano dalle risate. Gigione ormai non ci faceva nemmeno più caso, a lui non era mai piaciuto lavorare nel tunnel delle paure, non gli era piaciuto fare il fantasma o tenere coltellacci finti in mano, figuriamoci fare Babalù, il mostruosissimo mostro. E così andò ancora avanti con il suo triste lavoro, deriso e sbeffeggiato da tutti. Tutto procedette bene, per il padrone del tunnel delle paure non per Gigione naturalmente, finché la novità del mostro che faceva ridere fece il giro delle città visitate dal baraccone, quando poi la particolarità dell’attrazione non destò più alcun interesse, le cose si misero male per tutti e in special modo per il men che meno mostruosissimo mostro Babalù. Non faceva paura, non l’aveva mai fatta e non faceva più nemmeno ridere, per cui alla fine, con estremo dispiacere, il padrone del tunnel delle paure fu costretto a cercarsi un nuovo mostro e Gigione dovette finalmente rinunciare a lavorare in quel buio tunnel in cui tanta tristezza l’aveva accompagnato. Prese le sue poche cose, le chiuse dentro una piccola valigia e se ne andò per il mondo triste e sconsolato, con in testa una parola che rimbalzava da una parte all’altra, nell’attesa di poter esplodere in una brillante idea, Babalù, Babalù, Babalù, Babalù…
Con la valigia penzoloni ed il suo umore a farle triste compagnia, Gigione cominciò a girare il mondo, arrangiandosi con i più vari e svariati lavoretti. Parcheggiatore notturno fuori da una discoteca, recuperatore di carrelli fuori da un supermercato, mungitore di capre per un formaggificio e mille altri strani ed inconsueti, chiamiamoli così, lavori. Tutto questo però non faceva altro che aumentare la sua tristezza. A lui piaceva molto stare in mezzo alla gente e ancor più gli sarebbe piaciuto stare tra i bambini, così girava il mondo ma trovava lavori che lo tenevano sempre fuori da qualcosa e più lui sognava di entrare, di stare tra e più era costretto a lavorare fuori. Con se teneva sempre il vestito con cui aveva tentato inutilmente di spaventare i piccoli frequentatori del tunnel delle paure, il mostruosissimo mostro, il terrore dei terrori, il Mostro Babalù. Ogni tanto lo indossava, quando trascorreva le notti all’aria aperta, sotto un albero o in aperta campagna. Si travestiva e cominciava a correre nei campi ululando e gridando ma anche in quel caso la sua tristezza l’aveva sempre vinta, chissà come mai gli sembrava sempre che gli animali notturni, gufi, civette, barbagianni, tutti loro lanciassero versi che arrivavano alle sue orecchie come delle sonore sghignazzate. Come se anche loro lo canzonassero della sua buffa e assurda trasformazione, così inadatta al suo corpo mingherlino, ai suoi occhi brillanti e al suo sorriso, che anche nella tristezza più profonda appariva sempre come un raggio di sole e mai come un ghigno. Il ghigno che il terribile Babalù, avrebbe dovuto mostrare per spaventare tutti coloro che si fossero trovati a passare dalle sue parti. Gigione era proprio stufo della sua tristezza e continuava ad ascoltare il rimbombo di quella parola dentro alla sua testa: Babalù, Babalù, Babalù, Babalù… Iinsisteva nell’indossare ogni tanto quel vestito che, anche se lo aveva portato lontano dal suo lavoro, era ancora convinto che lo potesse riavvicinare ai suoi amici preferiti, i bambini. Sempre così allegri e spensierati e sempre pieni della voglia di giocare e di divertirsi, come lui sentiva dentro di sé. Capitò che Gigione si fosse trovato ad accettare di nuovo un lavoro in un circo, si occupava di portare fuori gli elefanti dopo il loro numero con il domatore che li aveva fatti barrire, correre e saltare, per quanto possono saltare gli elefanti, che si era sdraiato sotto di loro e che li aveva fatti stendere uno sull’altro. Quando erano stanchi, sfiniti e affamati, venivano affidati a Gigione che li ristorava, li rifocillava e li riaccompagnava nei loro recinti. Lo stesso capitava con i cavalli bianchi, che avevano corso a perdifiato con le ballerine equilibriste sulla groppa e con i cavalli neri che avevano galoppato fino allo sfinimento, con i domatori che si erano divertiti a saltarci sopra, sotto e attraverso e poi ancora con una coppia di simpaticissimi struzzi, con cui gigione si divertiva moltissimo. Erano davvero strani, dopo aver corso per tutto il tempo, esibendosi all’interno del circo avevano ancora il fiato e la voglia sufficienti per correre ancora dietro al povero Gigione, il quale si divertiva un mondo a scherzare con loro e a farsi rincorrere dai due grossi pennuti. Fu proprio in una di queste occasioni che la sua vita ritrovò la gioia e lo riportò finalmente vicino ai suoi più cari amici.
Aveva fatto molto tardi la sera prima, aveva pulito le gabbie dei leoni, quelle delle tigri, aveva strigliato i cavalli bianchi e anche quelli neri, aveva pettinato le piume dei dispettosi struzzi e poi stanco e sfinito ma sereno di quel suo piacevole lavoro in mezzo agli animali, che poi sono un po’ come i bambini bisogna sempre dirgli tutto e non danno mai retta, si era messo il suo vestito preferito, quello del mostruosissimo mostro, il terrore dei terrori, il temibile Babalù e se ne era andato a correre per i campi che circondavano l’accampamento del circo, gridando e ululando come un vampiro nel cuore della notte. Gli animali intorno a lui lanciavano i loro versi che non sembravano più delle sghignazzate ma delle risate divertite e Gigione correva e ululava alla luna, insieme agli uccelli notturni ed ai cani solitari. Corse tutta la notte, fino a che si addormentò con addosso il suo vestito da Mostro Babalù ed un sorriso sereno stampato sulle labbra. Si risvegliò con il sole che lo accarezzava caldo e subito si mise al lavoro con i suoi amici animali dimenticandosi di aver ancora indosso il vestito di Babalù. Preparò la colazione per gli elefanti, per i cavalli bianchi e anche per quelli neri e poi entrò nel recinto degli struzzi con due belle scodelle di semi e verdure, una prelibata colazione per i due enormi animaloni alati. Tanto per cambiare gli struzzi cominciarono subito a becchettarlo come ogni mattina e Gigione si mise a correre con le scodelle in mano e gli struzzi dietro. Sarà stata la serena nottata trascorsa nei campi, saranno stati gli struzzi, sarà stato il vestito del mostruosissimo mostro che ancora indossava, fatto sta che Gigione si mise a gridare e ululare proprio come faceva quando impersonava il Mostro Babalù nel tunnel delle paure. Gridava, ululava e correva con le scodelle in mano e gli struzzi dietro che cercavano di raggiungerlo con le loro lunghe gambe, i loro lunghi colli e i loro duri becchi, starnazzando e spiumando. Beh! Era proprio una scena da non perdere ed infatti non se la perse nessuno. Non se la perse il padrone del circo che passava di là con il direttore ed il capo dei clown, non se la persero gli animali e nemmeno la donna cannone ed il marito, l’uomo proiettile. Non se la persero neppure gli alunni della scuola del paese, che proprio quel giorno erano in visita al circo. Insomma, erano tutti là a godersi il buffissimo spettacolo del famosissimo Mostro Babalù ed i suoi strampalati Struzzi. L’intera scolaresca era letteralmente piegata in due dalle risate, i bambini si scompisciavano con una mano davanti alla bocca e l’altra che batteva energicamente e ripetutamente sulle gambe, era una scena irresistibile a cui tutti furono felici di aver assistito.
I bambini ridevano, Gigione ululava e gridava, gli struzzi starnazzavano e correvano dietro al felice Mostro Babalù. I bambini ridevano e gigione corse, corse, corse fino a diventare l’attrazione principale del Gran Circo degli Animali. C’erano gli elefanti, con il loro numero pericoloso ed imponente e c’era anche il Mostro Babalù che incombeva dall’alto ululando e digrignando i suoi famosi, famelici, simpatici dentoni aguzzi, c’erano i cavalli bianchi e anche quelli neri e c’era Gigione, nel suo maestosissimo travestimento da mostruosissimo mostro, che rincorreva le ballerine o saltava in groppa con i domatori e digrignava i dentoni mentre il pubblico delirava dal gran ridere, bambini che se la facevano sotto, donne che si tenevano la pancia e uomini piegati dal ridere. E poi c’erano gli struzzi e allora non poteva certo mancare il Mostro Babalù, con il suo numero principale, la corsa con gli struzzi. Solo che Babalù non montava sopra ai grossi uccelli come fanno i Gauchos delle Pampas ma se la dava a gambe con i due mastodontici volatili che lo rincorrevano fino all’ultimo fiato ed a quel punto veniva giù circo, tendone, spalti, carrozzoni, gabbie e tutto quel che ci poteva essere per il gran ridere.
Finalmente il semplice e amorevole Gigione aveva trovato il sereno lavoro che faceva per lui, poter dare gioia e divertimento a grandi e piccini. Per anni ha lavorato nel gran Circo degli Animali e quando la sua fama ed il suo nome sono stati conosciuti in tutto il mondo Gigione, nei panni del mostruosissimo mostro Babalù, ha creato un grandissimo circo tutto suo, pieno di simpatici animali che vivono liberi, un posto meraviglioso dove i bambini possono ammirarli mentre vivono la loro vita quotidiana o mentre si esibiscono in divertenti numeri in cui sempre presente, incombe Babalù, pronto a rovinare simpaticamente le esibizioni, da vero pasticcione qual’è e non ce n’è uno solo ma mille e mille Babalù. Sì, perché Gigione ha insegnato la sua arte del divertimento a tanti altri mostruosissimi mostri che vagavano solitari e sconsolati in giro per il mondo.
Adesso li potete ammirare tutti nel Gran Circo degli Animali di Babalù, dove non mancano divertimenti e dove tutti amano i mostruosissimi mostri Babalù, beh non proprio tutti, no, direi proprio di no, diciamo che quasi tutti amano i mostruosissimi mostri Babalù, eccezion fatta per gli struzzi. Eh, sì gli struzzi, che chissà come mai, ce l’hanno sempre con il Mostro Babalù e ancora oggi non si fanno certo perdere l’occasione per corrergli dietro a perdifiato. E Gigione grida, ulula e ride felice insieme a tutti i bambini e gli struzzi a corrergli dietro.

 
CHE PASTICCIO QUEL PATE’
Ad Alessia
Luigina era una bambina davvero tranquilla, faceva le sue cose proprio come tutte le bambine tranquille. Le piacevano le caramelle come a tutte le bambine tranquille, le piaceva giocare con le amiche come a tutte le bambine tranquille, le piacevano gli smalti per le unghie, i trucchi e tutte quelle simpatiche cianfrusaglie che già attirano e piacciono anche se non si sono ancora compiuti i dieci anni. Aveva le sue belle scarpette di pelle madreperlata con le bordature e le stringhe rosa confetto, disegni di cuoricini e paillette per renderle ancora più vistose di quanto non lo sarebbero state da sole con il brilluccichio dei colori sgargianti, aveva i giubbotti alla moda e le camice con i ricami, sì, perché anche a Luigina piaceva vestirsi con fiocchi e fiocchetti, anellini e gingilli appesi, cuciti ed attaccati da tutte le parti, sui vestiti, sulla cartella ed addirittura anche su se stessa.
Ogni mattino, che ci fosse il sole, piovesse o tirasse vento Luigina se ne andava a scuola con la sua quattroperquattro, seduta comodamente e ben fasciata in caldi giubbotti. La spingeva la mamma, da casa fino alla porta della sua classe, la terza A della scuola Beata Luigia del Sole e mentre la spingeva le raccontava delle favole o delle storielle che si inventava lì per lì, magari mentre la pioggia cadeva copiosa e con l’ombrello sbatacchiato dal vento cercava di riparare Luigina e sé stessa o se erano più fortunate, mentre il sole le baciava entrambe sui loro volti rubicondi e sereni. A volte, quando il lavoro glielo permetteva, la accompagnava il padre, che per la strada si faceva risentire le tabelline da Luigina, eh sì, perché suo padre non era mai stato una forza in matematica mentre Luigina era un asso e non c’era moltiplicazione che potesse averla vinta con lei. Luigina chiedeva, il padre sbagliava, spesso solo per farla divertire e insieme ridevano a crepapelle fino alla scuola. Il più delle volte era il nonno che l’accompagnava, la spingeva per delle strade tutte sue, no, al nonno non piaceva fare la strada più diritta e più breve per arrivare fino a scuola, eh no, il nonno che si chiamava Luigi proprio come lei, era stato un famoso ciclista, beh famoso almeno nel paese dove vivevano ed alla sua veneranda età aveva ancora voglia di curve, salite, sprint e diritture d’arrivo. Ogni volta che toccava a lui a spingere Luigina fino a scuola, con la quattroperquattro dalle cromature luccicanti come la sua vecchia bici da corsa, la nonna si raccomandava di non far fare tardi alla bambina, tanto lo sapeva sarebbe stata sempre la stessa storia. Gira di qua, sali di là, corri su, spingi giù e Luigina era sempre l’ultima ad entrare in classe, anche se comunque sempre in tempo per l’inizio della lezione. Luigina non sapeva proprio chi scegliere come “spingitore” ufficiale della sua quattroperquattro, quando uno quando l’altro, per lei era sempre uno spasso essere accompagnata a scuola e bisogna anche aggiungere che le piaceva persino studiare, come a tutte le bambine tranquille. A volte prendeva dei bellissimi voti, a volte i suoi compiti erano un vero e proprio disastro, eh sì, esattamente come capitava a tutte le bambine tranquille e nella sua classe ce n’erano tante di bambine tranquille come lei e Luigina si divertiva un mondo.
La sua scuola era una bellissima costruzione tutta colorata, situata proprio nel mezzo del paese e circondata da un grandissimo parco giochi con tanto verde, dove i bambini potevano divertirsi e scorrazzare, almeno prima dell’inizio e dopo la fine di ogni anno scolastico ma se capitava qualche giornata particolarmente soleggiata, anche in pieno inverno e magari con maestre e compagni di classe il parco era il miglior posto per giocare tutti insieme. Fra le tante bambine tranquille che frequentavano la stessa classe di Luigina, ce n’era una a cui l’allegra bambina era particolarmente affezionata e quest’affetto era costantemente e simpaticamente ricambiato dalla sua compagna di banco, Irene. Irene la prendeva in consegna sulla porta della loro classe, salutava la mamma di Luigina o il papà o il nonno, a seconda di chi l’aveva accompagnata e la spingeva fino alla loro postazione, il primo banco davanti alla cattedra. A Luigina piaceva stare proprio lì davanti, perché così non si perdeva una parola di quello che la maestra spiegava o raccontava e poteva vedere meglio anche tutto quello che veniva scritto alla lavagna. A volte aiutava Irene a fare i compiti di matematica, a volte Irene la aiutava a fare le esercitazioni di grammatica, eh sì, perché Luigina era tanto brava ed interessata ai numeri, quanto sbuffava e si indispettiva davanti ad un, articolo indeterminativo maschile singolare. Luigina ed Irene erano inseparabili, si scambiavano gli anelli che avevano trovato nelle patatine o che si erano comprate con quanto avanzato acquistando un quaderno, si scambiavano le foto dei cantanti preferiti e a volte si scambiavano anche la merenda, una broscia con la marmellata a te per due fette di pane e mortadella a me e quando entrambe le merende erano di gradimento, le dividevano equamente fra di loro, un morso di panino ed un biscotto, un biscotto e un morso di panino. Il momento più bello della mattinata era chiaramente il suono della campanella che indicava la fine delle lezioni, non ci sono interessi e piaceri che tengano, davanti a quel suono il bambino più secchione e quello con le spalle più rotonde si comportano esattamente allo stesso modo, non appena la campana comincia a far sentire il suo dolce dlen dlen, non c’è niente di meglio che abbandonare il proprio banco e gettarsi a perdifiato verso la porta per uscire fuori all’aria aperta a respirare il soave sapore della libertà. E così infatti era, Irene inforcava la quattroperquattro e spingeva Luigina fuori dalla classe zigzagando fra una selva di bambini esultanti, sedie che saltavano per aria e banchi trascinati via dall’impeto della folla raggiante. Appena fuori dalla classe si indirizzavano verso l’uscita ed andavano ad assaporare quella leggera brezza di serenità prima di rientrare immediatamente nella scuola per sottoporsi alla più dura di tutte le torture a cui ogni bambino veniva quotidianamente sottoposto: la mensa scolastica.
Ogni anno era sempre la stessa solfa, tacchino sbiadito alla mia maniera, pesce trasparente del baltico, petti di pollo al muro e bracioline inteccherite, per non parlare degli allegri contorni che accompagnavano questi piatti già di per sé prelibati e appetitosi, piselli ai pallini di schioppo, insalata lattuga tipo tartarughe, verdure da brucare direttamente nei prati intorno alla scuola. Beh, non esattamente così, il mangiare della mensa non era certo dei più prelibati ma comunque non era poi davvero così difficile mandarlo giù ma Luigina che era una bambina tranquilla come ce ne sono tante, non era così tranquilla nei confronti di queste pietanze, che per il suo palato tutto erano tranne che appetitosi e a sentir lei nemmeno appena mangiabili, insomma non c’era proprio modo di farglieli mandare giù.
Ogni giorno Luigina se ne stava impettita davanti a quegli squallidi piatti, le braccia incrociate e la bocca serrata, a volte ci provava la sua amica Irene ad avvicinargli una forchettata di tacchino bianco bianco o un po’ di lattuga verde verde ma Luigina era irremovibile, niente di quanto si trovava nel piatto sarebbe mai riuscito ad entrare nella sua bocca. Ci provava la maestra che le raccontava quanto tutto quello che aveva nel piatto le avrebbe fatto bene, quanto in realtà era buono e tante altre piccole bugie, che facevano diventare il naso della maestra lungo almeno quanto quello di Pinocchio ma Luigina non retrocedeva dalla sua decisione, ferma sulla sua quattroperquattro, aspettava quieta e determinata che i suoi compagni avessero finito quello che avevano nei piatti, per poter filare di nuovo fuori tutti insieme, veloci veloci e finalmente godere dell’aria aperta e del sole. Luigina ed Irene si dedicavano quasi ogni giorno ad interminabili passeggiate, Luigina ben salda sulla sua quattroperquattro, Irene attenta e divertita che la spingeva qua e là per il verde parco della scuola. Quelli erano i momenti più belli di ogni giornata, potersene stare insieme nel bel mezzo della natura a parlare, a spettegolare di qualche compagno di classe, a scambiarsi le ultime novità in fatto di cotte e di ragazzi molto più grandi di loro, poter fare tutto questo lontano dalle orecchie indiscrete dei curiosi compagni di classe e delle maestre, sempre pronte a brontolare ed a riferire tutto ai genitori. Le giornate più fredde e quelle di pioggia erano le più odiate dalle due amiche, perché il tempo impediva loro di scivolare fra gli alti alberi e le margherite e dedicarsi quei pochi minuti di sogni e desideri. Insomma, per Luigina la scuola era davvero un bel posto, poteva imparare tante cose, stava in mezzo a tanti bambini come lei e si divertiva un sacco a farsi spingere sulla sua quattroperquattro e la sera quando ritornava a casa dopo un altro pomeriggio tra i banchi e le lezioni, raccontava tutto, anzi no, quasi tutto alla mamma, al papà e persino ai suoi nonni. Insomma, la scuola sarebbe stato un posto meraviglioso se ci fosse stato anche qualcosa di buono da mangiare. Beh, a dire la verità qualcosa che Luigina mangiava c’era ed era l’unica cosa che riusciva a mandar giù, anzi di più, quando in tavola c’era il purè di patate agli altri sventurati compagni di banchetto non ne toccava per niente, perché Luigina si doveva rifare di tutto ciò che non aveva mangiato nei giorni precedenti.
Accadde per caso o forse fu un errore di calcolo culinario, fatto sta che così accadde. Per l’ennesima volta la tenace maestra cercava di far mangiare del tacchino bianco bianco alla discorde Luigina, che quel giorno teneva serrata la bocca più del solito. La maestra tagliò tutto il tacchino a fettine fini fini fini, che quasi sembrava fossero state macinate in un passatutto e avviò l’ennesimo vano tentativo per riuscire a far scivolare qualcosa nella bocca di Luigina, la quale tentava in ogni modo di allontanare da se quella forchettata di immondo pasto. L’addetta alla mensa non lo fece certo di proposito e nessuno al momento riuscì ad impedire che ciò che accadde accadesse davvero. Si avvicinò con una bella romaiolata di fumante purè di patate e lo rovesciò nel piatto capiente di Luigina, ricoprendo la tritatura di tacchino bianco bianco con quella prelibatezza culinaria. Al compimento di tale misfatto Luigina sgranò gli occhi, la maestra rimase con la bocca spalancata, Irene si mise le mani nei capelli, esclamando che a quel punto sarebbe stato proprio un bel pasticcio riuscire a mangiare il purè. Luigina stava per scoppiare in un grido disperato mentre la maestra ormai sconfitta stava per rinunciare nel suo intento imboccatorio quando, ancora una volta, Irene aggiunse che forse sarebbe stato proprio interessante assaggiare il tortino di purè e tacchino che si era mescolato da solo nel piatto di Luigina, in fondo non era altro che… un pasticcio di patè. Luigina provò ad avvicinarsi alla bocca quel nuovo intruglio che le era capitato nel piatto e meraviglia delle meraviglie, trovò che il pasticcio di patè fosse davvero buono e doveva esserlo davvero perché se lo spolverò in quattro e quattr’otto, sotto gli occhi sbalorditi dei compagni di classe, della maestra sorpresa e divertita dall’accaduto e dell’amica Irene che ad ogni forchettata che Luigina si metteva in bocca, gridava di gioia e si produceva in sgraziate ma divertite risate.
Dopo tanta dieta e tanto tribolare, finalmente adesso pesce, carne, pollo, tacchino, tutto finisce tritato e mescolato ben bene con il purè di patate, per venir poi golosamente ingurgitato da Luigina, da Irene e anche da tutti gli altri compagni di classe, che attirati dal Pasticcio di Patè, hanno voluto provare la nuova pietanza della mensa e da quel momento anche loro hanno pensato bene di unire l’utile al dilettevole, mescolando insieme tutto ciò che capita nei loro piatti. Negli sfortunati giorni in cui il purè di patate è assente dalla tavola scolastica Luigina, Irene e tutti gli altri trovano sempre un buon contorno da mescolare bene bene al piatto del giorno, per creare ogni volta una nuova e saporita ricetta che rende finalmente divertente anche il momento del pranzo. Dopo con la pancia piena di cibo e risate, di nuovo tutti fuori, Luigina ed Irene in testa per poi scapparsene felici e serene a scorrazzare con la quattroperquattro tra alberi, margherite, lezioni e nuove cotte.

 
IL GIORNO CHE SONO DIVENTATO PESCE
A Riccardo e Leonardo
A Luigi piaceva il mare. Beh! A tutti i bambini piace il mare ma a Luigi era sempre piaciuto in maniera molto ma molto particolare. Durante l’inverno, i suoi pensieri erano sempre rivolti a quella distesa infinita di acqua dai colori cangianti. L’azzurro del mare profondo, come quello che aveva visto una volta durante una traversata a bordo di un traghetto mentre con il papà la mamma, si recavano su di una vicina isola a trascorrere le vacanze estive, tra secchielli, bagni e gite con la barca. Il celeste delle rive incontaminate, come quelle che aveva visto in tivù durante un programma che parlava di pesci, di oceani e di isole sperdute, dove il mare e le spiagge ancora resistevano all’invasione dell’uomo, con le sue sdraio, con gli ombrelloni, l’inquinamento e le cartacce sulla spiaggia e nel mare. Il verde, scuro delle acque agitate, orlato di trine bianche ricamate dal vento sulle cime di cavalloni, che si vanno a posare rumorosi sulle rive deserte di spiagge abbandonate dai turisti o piene di bambini che allegri e azzardosi, si tuffano fra quelle onde scure e a volte pericolose, lasciandosi cullare e sbatacchiare, spingere e succhiare, tra schiamazzi e grida di mamme preoccupate, tra salti e fischi di bagnini arrabbiati e indaffarati, a tener d’occhio tutti quegli aspiranti salmoni che magari non sanno nemmeno nuotare. Quel verde scuro che diventa a tratti nero, di tempeste e burrasche, di venti indomabili e di navi ingovernabili, come quelle viste nei film, con comandanti mai sazi di spruzzi sulla faccia, con marinai sparsi sulle tolde delle navi incapaci di trovare un appiglio e risucchiati dalla forza delle gigantesche onde in un mare che li farà suoi per sempre. Cieli scuri e neri che si confondono con le acque brune e agitate di un mare arrabbiato, fino a che non si vede un raggio di sole all’orizzonte e la calma ritorna improvvisa e pacifica a dominare l’immensa distesa ritornata improvvisamente alla calma e sulla cui superficie si vedono di nuovo i delfini saltare allegri e spensierati. E Luigi con loro, a saltare con la mente, con i pensieri, con i sogni, immedesimandosi in quegli animali così liberi e sereni. Poi, poi c’è il marrone, il marrone delle acque torbide delle spiagge affollate di bambini e bagnanti, di mari troppo vicini a grandi città, di mari pieni di rifiuti galleggianti e di scarichi di fogne che agitano i fondali e spargono per infinite rive i loro nauseanti miasmi. Quelle acque comuni, dove ogni giorno estivo, milioni di persone passeggiano e si bagnano, nuotano e schizzano, sognando mari caraibici e isole deserte, abbronzandosi ad occhi chiusi per poi deludersi di quel mare marrone e affollato che si ritrovano dinanzi. Ma ritorniamo a noi, a Luigi, dicevamo, piaceva il mare. Ma gli piaceva proprio tanto, tanto, tanto.
Quando doveva fare un disegno, Luigi dipingeva il mare, come riusciva a lui con tanto celeste, con le onde, con dei pesci che si intravedevano sotto la superficie dell’acqua, disegnati come li riusciva a disegnare lui, un po’ così un po’ cosà. La sua cameretta era tappezzata dei suoi disegni del mare e non solo, c’erano fotografie di pesci, mari in tempesta, delfini e balene che sguazzavano felici e liberi in quell’immensa distesa di acqua salata. Per fortuna il mare piaceva anche ai suoi genitori, così, appena era loro possibile, se ne andavano tutti quanti a fare una bella gita, un giorno sugli scogli, un altro su una spiaggia lunghissima, altre volte il padre di Luigino noleggiava una barca, un patino o un pedalò, di quelli con lo scivolo per buttarsi direttamente in mare e se ne andavano tutti quanti al largo a prendere il sole a respirare l’aria pura di mare piena di salmastro e a fare dei bellissimi tuffi e della lunghe nuotate. Eh Sì, certo, perché chiaramente Luigi aveva imparato subito a nuotare. Eh accipicchia! Appena lo avevano immerso per la prima volta nell’acqua, subito aveva cominciato a sgambettare e sbattere le braccine, come se non aspettasse altro, come se quel liquido in cui era stato messo fosse il suo habitat naturale, come se non aspettasse altro, come se ci fosse già stato e fosse finalmente tornato alla sua dimora originale. Certo all’inizio nuotava come possono nuotare i bambini piccoli ma non si era mai lasciato spaventare dalle onde, dagli spruzzi o da un’improvvisa bevuta, dovuta più alla sbadataggine che all’imperizia e poi il buon sapore salato del mare non gli dispiaceva affatto, sentirlo sulle labbra dava a Luigi una sensazione di benessere, di pace, quasi di sentirsi a casa. Crescendo era divenuto un nuotatore provetto, in inverno frequentava la piscina del suo paese ed era il più bravo del suo corso. A dire il vero era molto più bravo anche di quelli più grandi di lui ma Luigi non lo dava certo a vedere, a lui piaceva nuotare e tanto gli bastava, gli mancava un po’ il sapore del sale sulla bocca e certo il cloro delle piscine non era un sostituto altrettanto appetibile ma almeno in questo modo poteva allenarsi per le sue infinite giornate in acqua durante l’estate che sarebbe arrivata.
Quando il freddo la faceva da padrone Luigi doveva accontentarsi di fare delle belle camminate con i suoi genitori lungo le spiagge desolate dell’inverno e in quelle occasioni spesso si fermava ad ammirare la vastità del mare, la sua potenza la sua infinita bellezza. Fu durante una di quelle passeggiate fuori stagione che dentro al cuore di Luigi cominciò a maturare il desiderio di poter vivere con quel mare, di sentire il sapore salato di quell’acqua fresca e spumeggiante sulle sue labbra sulla pelle sui capelli, su tutto se stesso. Eh sì! Per Luigi era diventato davvero un sogno e per di più un sogno irrealizzabile. Certo avrebbe potuto vivere più vicino al mare, avrebbe potuto giocare, divertirsi e sguazzare in quel mare che tanto amava e quando fosse cresciuto avrebbe potuto trovarsi un lavoro da svolgere sul mare; marinaio, pescatore, comandante di corvetta o meglio ancora di un sommergibile, con cui girare i sette mari, con cui esplorare le più profonde profondità degli oceani e scandagliarne i fondali, vedere, conoscere e scoprire pesci, balene, piante e i mille e mille altri abitanti di quel meraviglioso mondo sottomarino. Da quel giorno Luigino non fece altro che sognare, desiderare e sperare di diventare un pesce, sì perché qualsiasi altra soluzione non gli avrebbe mai potuto dare ciò che il suo cuore ed il suo animo ardentemente cercavano, l’essenza del mare, la marità come la chiamò Luigi. Lui nel mare ci voleva vivere ma proprio dentro, nel mezzo, come tutti quegli esseri, da giganteschi a microscopici, che nuotano liberi nell’immensa vastità degli oceani. Sognava di notte, meravigliosi sogni in cui si trovava a batter le pinne al fianco di capidoglio e megattere, di saltare con i delfini e di correre con gli squali, di nuotare veloce nel mezzo al branco insieme a un milione di aringhe o risalire le correnti come i salmoni. Sognava di giorno mentre passeggiava mentre mangiava e da pesce giocava, da solo o con altri bambini, in giochi nuovi strani e straordinari che sempre si svolgevano tra onde e maree, sguazzando e nuotando dentro mari immaginari e fantastici.
Insomma, tanto fece, tanto sognò e tanto desiderò, che un bel giorno tutto questo divenne realtà e finalmente Luigi diventò un pesce. Non era una balena, non era uno squalo, non era un delfino, una manta, un tonno, non era nessuno di questi abitanti del mare, nessuno di quelli che lui poteva aver mai visto nei libri o nei documentari alla tivù, per cui ne dedusse che la sua marità non poteva averlo trasformato in altro se non in un pesce Gigi. Tutto questo accadde in un tramonto di settembre, durante uno degli ultimi fine settimana che Luigino ed i suoi genitori avrebbero trascorso al caldo del mare. Presto le spiagge sarebbero diventate deserte e piacevolmente desolate ma il mare non certo adatto a bagni e schizzi. I genitori di Luigi stavano prendendo gli ultimi raggi di sole della giornata e Luigino, tanto per cambiare, stava nuotando a poche bracciate dalla riva, in un mare celeste e calmo, caldo e liscio come l’olio in una padella. Giocava uno dei suoi fantasiosi giochi da pesce e mentre era lì che si immedesimava nella parte, com’è come non è nessuno mai è riuscito a scoprirlo, Luigino si trasformò in un lampo nel bellissimo, veloce e potente pesce Gigi. Sul momento Gigino non si capacitò neppure di quello che stava realmente accadendo e con due colpi di pinna si allontanò velocemente dalla riva, eccitato da questa sua nuova facoltà natatoria e ancor di più fu meravigliato e nello stesso tempo distratto dalla possibilità di respirare nell’acqua e in quattro e quattr’otto si ritrovò in alto mare senza rendersi conto di ciò che stava accadendo, senza pensare agli amici, alla sua vita da bambino e cosa che gli avrebbe dato infinita malinconia di lì a breve, senza pensare ai suoi genitori. Si allontanò nuotando, felice e spensierato, contento di aver finalmente esaudito il più grande dei suoi desideri. Con l’animo leggero e il sorriso disteso su quegli enormi labbroni da pesce, si diresse al largo alla scoperta di quel suo nuovo mondo. E da quel momento cominciarono i guai.
La vita del pesce non era certamente tutta anemoni e plancton. Anzi al contrario non era per niente piacevole come Gigino se l’era sempre immaginata. Appena arrivato al largo per prima cosa si infilò subito in un sacchetto di plastica. Colto dal terrore provocatogli da questo mostro inatteso che lo avvolgeva completamente, cominciò a gridare aiuto, che qualcuno lo venisse a salvare ma, come tutti ben sanno, i pesci non parlano e non emettono alcun suono. Così fu capace soltanto di soffiare fuori qualche bolla che gonfiò il sacchetto e per sua infinita fortuna, unita ad una leggera corrente glie lo strappò di dosso con suo gran sollievo ma lasciandogli una gran paura lungo tutta la lisca. Gigino cominciò allora a nuotare con più attenzione e anche con un po’ di tremarella addosso e dopo poco si ritrovò a passare in un enorme macchia scura che colorava di nero il mare, appena vi fu dentro si sentì mancare il respiro, prese a tossire a più non posso e rimase accecato da quella strana sostanza oleosa che gli si stava appiccicando sopra tutte le sue belle e lucenti squame. Nuota nuota, si era infilato dritto dritto in una pozza, proveniente dallo scarico di chi sa quale nave si era permessa di svuotare i residui di carburante proprio nel mezzo di quella magnifica distesa di acqua azzurra, senza pensare a quello a cui sarebbero andati incontro i suoi abitanti, senza pensare che in quel modo stavano avvelenando il mare. Velocemente Gigino fece dietro front e con un rapido colpo di pinna riuscì a trovare l’uscita di quell’enorme macchia di petrolio galleggiante, minacciosa e pronta a far danni ovunque passasse. Mentre ancora non si era ripreso dallo spavento del sacchetto che lo aveva quasi soffocato e del petrolio che stava per fare altrettanto oltre a impiastricciarlo bene bene e incrostarlo di quella sostanza nauseabonda e maleodorante, improvviso e silenzioso come era avvenuto tutto fino a quel momento Gigino si vide sfilare accanto un pescione enorme, evidentemente affamato, con la bocca spalancata a mostrare due file di denti aguzzi che lo mancarono per una squama. Che lo avesse mancato per imperizia o per fortuna o che non si fosse accorto della sua piccola presenza, fatto sta che anche questa volta Gigino riuscì a scamparla anche se facendo due semplici conti, il povero pesciolino in pochi minuti si era ritrovato a rischiare la vita per ben tre volte, in un ambiente che non era il suo, di cui non sapeva niente, di cui non conosceva la vita e soprattutto in cui non sapeva davvero come tirare avanti, cosa avrebbe mangiato appena gli fosse venuta fame, avrebbe forse anche lui aperto la bocca e lasciato entrare tutto quello che passava vicino, avrebbe ingoiato qualche pesce ancora più piccolo di lui e lo avrebbe mandato giù, crudo senza neanche un filo d’olio e senza nemmeno una patatina di contorno? Gigino scoppiò a piangere o per lo meno lo fece dentro il suo triste e spaventato cuoricino, perché certamente non uscirono lacrime dai suoi occhi di pesce. Accipicchia, quel mondo che tanto aveva desiderato ed in cui tanto aveva sognato di vivere non era così accogliente come aveva creduto. Triste sconsolato e solitario, prese a pensare al suo papà e alla sua mamma a quanto desiderava rivederli e a chissà cosa stavano mai passando in quel momento, arrabbiati e terrorizzati per la sua scomparsa tra i celesti flutti del mare. Con la voce che non aveva Gigino si immaginò di chiamare la sua mamma ed il papà e di piangere lacrime che non versava, pregando di poterli rivedere al più presto.
Altrettanto stavano facendo i suoi genitori, disperati e sconsolati, il piccolo Luigino era scomparso in quelle profonde acque scure e loro altro non potevano fare che cercarlo, con l’aiuto di tutti gli abitanti del paese, di elicotteri e navi, accorse nel tentativo di strappare Luigino dalle grinfie del mare. Ma il mare si stava arrabbiando e di lì a poco sarebbe scoppiata una tremenda tempesta. Le ricerche proseguirono così per tutta la nottata tra piogge, temporali e mareggiate, gli abitanti del paese setacciarono la spiaggia insieme al papà e alla mamma di Luigi mentre esperti marinai cercavano di scoprire un indizio qualsiasi fra le agitatissime acque del mare. Ma del bambino non si trovò alcuna traccia per tutta la notte e al mattino, stanchi e sfiniti quasi tutti fecero rientro alle proprie case per riposarsi da quella estenuante ed infruttuosa ricerca, sconsolati e a testa bassa, sconfitti dal mare. La sua furia aveva fatto un'altra vittima e tutti ormai si aspettavano il peggio, il mare burrascoso di quella notte non poteva certo aver risparmiato la vita ad un bambino così piccolo ed inesperto. Nessuno però sapeva che Gigino non era stato per niente sballottato dalla tempesta quella notte, anzi, fosse stato quello il suo problema avrebbe nuotato, saltato e sguazzato tra la bianca spuma del mare tutta la notte, ben altre erano le sue preoccupazioni. I suoi incubi in quella notte senza sonno erano piuttosto gli enormi e famelici denti aguzzi, di chissà quali pesci gli erano danzati intorno fra un’onda e un’immersione, era il cattivo odore; si era meravigliato alquanto di riuscire a sentire gli odori in acqua ma il pessimo sapore del mare, inquinato dalle navi e dalle fognature riusciva a percepirlo anche come odore e ciò non era certo una nota positiva in questa ballata sulle onde del mare. A preoccuparlo era stato tutto quello che aveva trovato, disciolto o galleggiante nell’acqua e che si era bevuto; non capiva bene da dove ma per respirare, l’acqua doveva ingurgitarla in qualche modo e anche a bocca chiusa si ritrovava sempre quel saporaccio sulla lingua. A renderlo disperato dopo un po’ che sguazzava impaurito sui fondali sabbiosi, fu la mancanza dei suoi genitori, quel papà e quella mamma sempre attenti ad ogni suo desiderio, pronti a coccolarlo incoraggiarlo e consolarlo, pronti sì a brontolare e vietare ma soprattutto pronti a incoraggiare e concedere. Fu per questo e non per tutto il resto che Gigino si lasciò trasportare dalle onde e fino ad arenarsi sulla spiaggia, ansimante e impaurito, lui, piccolo pesciolino sulla rena. Lo trovarono proprio i genitori, che ancora vagavano tristi sulle sponde di quel mare crudele che credevano avesse rapito loro, il più gran bene che avevano al mondo. Lo trovarono alle prime luci dell’alba, di nuovo bambino e il loro calore ed il loro amore lo riportò presto a respirare quell’aria, puzzolente e asfissiante ma più conosciuta, che circonda tutto il mondo. Fu curato accudito e consolato a dovere e finalmente dopo un paio di giorni se ne poterono tornare tutti e tre a casa felici e più uniti che mai. Naturalmente i suoi genitori non gli credettero quando raccontò loro di essersi trasformato in un pesce Gigino e di non aver corso alcun rischio nel mare in tempesta ma Luigi non si perse d’animo certo di quanto fosse reale la sua incredibile e meravigliosa avventura. Da quell’esperienza nacque in lui un nuovo amore per il mare e da allora oltre a goderselo lo ha studiato e scrutato per proteggerlo e preservarlo dalle cattive abitudini dell’uomo. Oggi, felice e fiero, gira il mondo per difendere il mare e tutti i suoi abitanti, che considera un po’ come dei suoi lontani cugini. Profondo è stato il suo impegno nello studio, tanto quanto è stato ed è il suo amore per quel mare che oggi protegge con la conoscenza e con le mani e ancora, nelle serate di tempesta mentre rolla su di una barca in pieno oceano o è al sicuro in qualche porto del mondo, racconta al suo estasiato ed attento pubblico, di quella volta che era diventato pesce.


8 GIUGNO 2002
4° CONCORSO NAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA "TRE VILLE" - TREVIGLIO (BG)
DIPLOMA DI MERITO 3° PREMIO SEZIONE NARRATIVA PER RAGAZZI PER LE FAVOLE "VITA DI UN FRANCOBOLLO" E "LA TRISTE STORIA DEL MOSTRO BABALU'" DALLA RACCOLTA "GIGI PER IL MONDO"

24_maggio_2001


6 LUGLIO 2002
 

                                                                       

LA GAZZETTA DI SIGNA

SIGNA, 6 LUGLIO 2002

SI SPOSANO !!!

Patrizia e Stefano
finalmente diranno: SI!

 

E' OGGI IL GRAN GIORNO!

La notizia è trapelata da fonti più che attendibili. Ormai è certo e non ci sono più dubbi sulla questione. Oggi sarà il gran giorno! La popolazione Signese incredula sta a guardare a bocca aperta dalle finestre, dai portoni e dietro agli angoli. Qualcuno li aveva già visti assieme, li avevano notati camminare mano nella mano, sotto i portici, a guardare le vetrine o al Caffè a fare scorpacciate di croissant alla mela e bomboloni alla nutella ma nessuno avrebbe mai creduto che l'epilogo di una  storia così colma di passione, potesse davvero essere questo! Oggi è infine il gran giorno! Da fonti di certa attendibilità, siamo venuti a sapere che questo pomeriggio, alle ore 17,00, sarà celebrato il matrimonio di Patrizia e Stefano, conosciuti ai più come Tricha e Steo! La cerimonia, in forma civile, sarà celebrata presso la Sala Giunta del Municipio di Singa in Piazza della Repubblica, 1. L'onore di ufficializzare un unione così importante verrà accordato all'Ufficiale di Stato Civile Sig. Mario Baldinotti. Si prevede che nella Sala che ospiterà la cerimonia e nell'intero complesso comunale, non si troverà un solo posto a sedere e che certamente anche quelli in piedi scarseggeranno. Si sono avute conferme dalle più illustri autorità della zona e anche da volti noti, sia della tivù che del cinema. Si attende infatti la partecipazione di Mel Gibson, Brad Pitt, Michael Jackson, Luciano Pavarotti, Maurizio Costanzo, Leonardo Pieraccioni e Antonio Banderas. Non è stato invitato Elton Jhon. Fra le vip del gentil sesso ci terranno compagnia Penelope Cruz, Alanis Morisset, Anastacia, Martina Colombari, Shakira, Platinette e l'intramontabile Mina. Insomma un evento a cui sarà impossibile mancare. Troupe televisive di tutto il mondo, si sono già accampate da giorni nella piccolo parco antistante il Municipio di Signa, giornalisti di ogni testata girano disperati per tutto il paese alla ricerca di indiscrezioni sulla coppia, anticipazioni sull'abito di Patrizia e sulla sua acconciatura,  sul vestito di Stefano e sui nomi dei testimoni. Il paese è in fermento, ormai non è più possibile attendere oltre. Siamo allo stremo della curiosità e del gossip.  Non è possibile attendere  oltre.  L'evento  deve accadere!!!




E LA SPOSA IMPAZZISCE !!!

L'hanno vista! Ieri sera durante una riunione non autorizzata. Insieme ad una decina di altre gentili Signore e Signorine di svariate età la Sposa ha dato di matto durante una festa che è stata organizzata in suo onore da uno duo che non prometteva niente di buono già dall'inizio. La P.R. milanese Roberta e la barwoman Mascia reduci entrambe dalle follie e dalle telecamere del Grande Fratello, hanno dato il loro meglio, anzi pardon potremo benissimo dire  il  loro  peggio,  dando  vita ad una festa notturna in onore della futura sposa, che nulla ha avuto da invidiare ai bagordi che tenevano compagnia agli antichi Imperatori romani. Uomini in perizoma ma anche senza si aggiravano tra fiaccole e piscine in una rinomata villa dei colli fiorentini. Testimoni oculari,  binocolari e con lo zoom hanno raccolto una serie di prove fotografiche che faranno parte di un inserto speciale che uscirà in edizione straordinaria la prossima settimana. Da non perdere! Lo scandalo che accompagnerà questo evento e di cui tutti parleranno ancora per generazioni e generazioni. Non  perdetelo!!!



SARA' COME IN CINA !!!

Qualcuno aveva sussurrato nei  giorni scorsi che il matrimonio dell'anno,  sarebbe stato celebrato secondo un antico rito cinese. Lo  sposo sarebbe arrivato  volando di fronda in fronda attraverso gli alberi che circondano la piazza antistante il Municipio  di Signa, impugnando  una  spada due volte  più grande di lui e lanciando incomprensibili suoni gutturali  avrebbe pronunciato una formula che avrebbe poi fatto apparire la sposa. Questa sarebbe  comparsa  all'improvviso sbucando dal niente, circondata da  una  nuvola  di  vapore  fuoriuscito  roventi  narici  di un vero Drago Cinese. La folla attende impaziente il  verificarsi di  questa  incredibile  ma  proprio  per questo attesa,  eventualità.



E SE LUI ARRIVASSE IN KILT?

Che fosse stravagante ce ne eravamo già accorti tutti. Nessuno avrebbe mai pensato che potesse arrivare a tanto. Pare infatti secondo una fonte molto vicina allo sposo che questo arriverà accompagnato da un intera brigata dell'esercito scozzese, ognuno nel propio kilt. In sottana insomma. Sembra che ci siano degli antichi avi di provenienza scozzese della famiglia Mc Cucc e che per questo il rito verrà celebrato secondo gli usi che mille anni fa univano in matrimonio i progenitori dello sposo. La sposa dal canto suo ha fatto sapere che giungerà a cavallo con una gonna pantalone rifinita con due strascichi, che verranno tenuti da cavallerizzi del Don mentre si produrranno nelle loro famose e rinomate acrobazie da equitazione.



PIU' CHE CERIMONIA UN VERO E PROPRIO RITO???

Nottetempo sono giunte in redazione ulteriori aggiornamenti sul “Si dice” che circonda misteriosamente la cerimonia che si svolgerà oggi. Pare infatti secondo alcune fonti vicine ai due Promessi Sposi, (Questo matrimonio s’ha da fare! Eccome! Si, ma come? Potrebbe parodiare qualcuno fra i più curiosi.) il rito si dovrebbe svolgere nottetempo o alle prime ombre della sera, secondo un antica usanza che perde le sue radici nella notte dei tempi ma che a recentemente ritrovato seguaci in alcune sette dell’America Latina in special modo nelle calienti e tenebrose notti cubane. I due a cavalcioni di una scopa uniranno i loro spiriti per l’eternità. Come d'altronde non poteva che essere e così sarà, qualunque sia il rito, magico, civile o religioso, Patrizia e Stefano sono fatti per essere una sola cosa e per loro desiderio e volontà saranno uniti in una cosa eterna.  Impossibile  mancare !!!
 

INVECE SARA' A RITMO DI SITAR!

Le voci che sono state messe in giro non si contano più. Ma qualcuno è proprio sicuro che la cerimonia di oggi sarà celebrata in classico stile indiano. Come un Marajà con la sua favorita, al suono mistico e ascetico del sitar, chitarra orientale dai suoni vibranti e ipnotici. Le vesti sono pronte ormai da lungo tempo un completo bianco candido per lui, che avrà in testa un turbante arancione che richiama le profondità dell'India, lei con un coloratissimo sahri tempestato di petali di fiore che rinforzeranno la freschezza delle promesse. Collane di fiori li cingeranno in un abbraccio che diverrà il più eterno possibile grazie  ai riti magici  che circonderanno  e avvolgeranno ancora di più, se possibile, di mistero sia la cerimonia che tutta la loro meravigliosa, mistica, melodiosa unione. Di quella melodia attraente e incancellabile che accompagnerà questo momento indimenticabile per loro ma anche per noi tutti, orgogliosi cittadini di Signa che potremo avere l'indiscusso privilegio di assistere e per i più fortunati prendere parte, ad un vero e proprio evento mediatico che ci invidia tutto il mondo, dalle terre antartiche, alle steppe russe.



ARRIVERANNO CON GLI OCCHI A MANDORLA!

A far ulteriore scalpore e se ce ne fosse stato bisogno, a creare ulteriore caos nell'odierna vicenda della cerimonia, che unirà in matrimonio Patrizia e Stefano, sono giunte dall'estremo oriente nuove e sorprendenti notizie. Si dà per certo l'arrivo di un monaco thaoista che, secondo un antico rito della pratica del sol levante, legherà i due felici sposi per il resto dei loro giorni e oltre proprio come recitano i dettami di questa leggendaria e misteriosa fede. Il sushi e il velenosissimo ma "si dice" ottimo pesce palla, saranno le portate principali di una cena che verrà servita su tavoli bassi in puro stile giapponese. Proibite dunque le sedie ma anche le scarpe, le calze e i calzini. Per fortuna farà caldo. La folla festante potrà  accomodarsi  su  morbidi  cuscini  e  gustarsi  la  cerimonia  e  la cena   comodamente  seduta   gambe incrociate.  Che dire!  Buon appetito!




LO SPOSO, VERRA' DA SOLO O LO DOVRANNO  PORTARE!!!

Lo hanno visto sicuro, fermo, certo delle proprie decisioni. Lo hanno sentito decantare le gioie della convivenza e del matrimonio che avrebbe presto contratto con la nostra bellissima e famosa concittadina Patrizia. Tutti sono certi dei buoni propositi dello sposo e perfino al Signa più maligna aveva ormai tirato i remi in barca. Questa volta non ci sarebbe stato proprio niente di cui sparlare.  Anche i più testardi non avevano più alcun appiglio su cui basare le proprie malelingue. La sposa è convinta, lo sposo pure e felici siamo tutti. Fine. Invece no! Proprio la scorsa notte sono arrivate, dallo zoccolo duro del più sfrenato Gossip Signese,  nuove e raccapriccianti notizie sullo sposo. È sparito! A Signa nessuno lo ha più visto da almeno ventiquattr'ore! La scomparsa dello sposo ha dato di nuovo fiato e vigore ai tanti avvoltoi che attendevano il minimo appiglio per gettarsi sull'argomento come su di una preda indifesa. Qualcuno giura di aver visto lo sposo prendere un aereo per le Isole vergini, alla ricerca di nuove emozioni e sensazioni forti.  Altri parlano di un volo diretto alle  Maldive ma c'è anche chi lo ha visto salire sull'autobus diretto  all'eremo di  Camaldoli, dove sarebbe andato a cercare quell'essenza di se che solo il silenzio e la solitudine fanno trovare. Proprio per questo qualcuno ha aggiunto che il volo su cui Stefano sarebbe salito era diretto nel nepal dove avrebbe incontrato il Dalai Lama, con cui avrebbe intenzione di porre le fondamenta di un nuovo credo mistico alla cui base ci sarebbe comunque la ricerca solitaria ed interiore della verità.  Qui a Signa, tutti si stanno preparando per la cerimonia.  Confidiamo nell'arrivo degli sposi. La cena è comunque a disposizione degli invitati che in mancanza della cerimonia, potranno consolarsi con le prelibatezze preparate per loro a Villa Castelletti! Gli amici lo stanno cercando ovunque.  Riusciranno a trovarlo in tempo, per dare inizio alla  cerimonia?




GIORNI FELICI E AUGURI PER PATRIZIA E STEFANO !

Ci sono voci in giro, ci sono cerimonie pronte per essere celebrate e una meravigliosa coppia da festeggiare, tante sono ancora le cose misteriosamente celate, pronte a svanire come bolle di sapone o a trasformarsi in piacevoli sorprese. Tante sono le cose che sono state dette e contraddette sul matrimonio che si celebrerà oggi fra Patrizia e Stefano.  Ormai mancano davvero poche ore e tutti i misteri saranno svelati: vestiti, riti, menù e ballo d'onore. Ancora un poco di pazienza e presto avremo tutti le risposte che tanto attendevamo.  Ci  vediamo  questo  pomeriggio,  venite  e  saprete.

IN GIRO PER IL MONDO!

Fra le infinite voci che circolano intorno a questo matrimonio, non poche sono quelle che riguardano il viaggio di nozze che, i due novelli sposi si troveranno ad intraprendere di qui a pochi giorni. I più faceti hanno pensato bene di far trapelare la notizia che la luna di miele, si svolgerà  a bordo di una mongolfiera per mezzo della quale sorvoleranno per l’intera sua circonferenza il nostro pianeta. Le fonti di questa notizia, hanno chiaramente aggiunto, con poca fantasia, dobbiamo sottolineare, che il viaggio durerà ottanta giorni! Molto più facile che questo avvenga a bordo di un più comodo e sicuro aereo.  Voi  che  ne  dite ???

AEREO
 

CHI NON CI SARA’ SI MORDERA’ LE MANI!!!

 

LACRIME E LACRIMONI!!!

Da questo evento fuori dal comune non possiamo certo tenere fuori i parenti e gli amici! Calde lacrime scorreranno come fiumi dal colle del Municipio per andare a riversarsi nei capienti laghi dei Renai, dove ignari bagnanti si sorprenderanno di sentire il sapore salmastro del mare, nelle calme acque signesi. La madre dello sposo non si risparmierà certo nella commozione, l’unico figlio maschio che finalmente, se ne ignora l’età ma pare che sia avanti negli anni, ha deciso di compiere tale impegnativo passo. I genitori di lei, da focosi mediterranei quali sono, ce li immaginiamo già, una lacrima fluente per la madre e uno sguardo da duro per il padre, che invece sotto sotto, sarà forse il più commosso di tutti. Vuoi vedere che ci scappa lo scoop, con il padre in preda ad una crisi di commozione? Fotografi e paparazzi sono in agguato, voi siete pronti??

E VOI CI SARETE?

Saranno presenti tutti gli  amici della coppia. Patrizia e Stefano hanno intrecciato numerose amicizie comuni, negli anni trascorsi insieme qui a Signa.  Gli amici più cari saranno vicini ai due promessi sposi, in questo momento di  felicità ma pur sempre denso di tensione. Si temono forti crisi di  disperazione tra le spasimanti dello sposo e i pretendenti della promessa sposa.  E voi?

C’E' CHI RIMARRA' “A BOCCA ASCIUTTA” E CHI “CON L'AMARO IN BOCCA”!!!

Eh sì! È proprio così! Oggi ci sarà gran festa per il fantasmagorico matrimonio che unirà le vite di Patrizia e Stefano in un'unica girandola di emozioni e di sensazioni, ma non tutti sono d’accordo. La Polizia, i Carabinieri, i Vigili del Fuoco, la Guardia di Finanza, i Marines e i famosissimi Caschi Blu Pakistani, sono già stati mobilitati. Il coordinamento delle forze sarà affidato direttamente al ministro degli interni coadiuvato personalmente dal Presidente del Consiglio. Quali sono i timori? Ma che domanda, quello delle numerosissime e mai dome pseudofidanzate dell’affascinante Stefano, che nel corso degli anni ha mietuto inconsapevole, fasci di belle e meno belle donzelle che ancora sperano di poter prendere, all’ultimo momento, il posto della sposa. Senza considerare i non rassegnati fidanzatini di Patrizia, che a frotte si vedono girare per il paese, in attesa di poter far cadere il malcapitato sposo, in un agguato che lo tolga di mezzo per lasciare a loro la possibilità di contendersi la bellissima Patrizia. Le forze dell’ordine avranno il loro bel daffare contro quest’orda di “No Sposal”. Si invita la cittadinanza non direttamente interessata alla cerimonia a rimanere nelle proprie abitazioni ed evitare ogni coinvolgimento  con i  dimostranti.

DIRETTA TV
IN MONDOVISIONE !!!

Saranno collegate, in diretta ed in mondovisione, le televisioni di ogni paese della terra. Chi non potrà assistere di persona all’evento del millennio non avrà che da scegliere fra le migliaia di proposte via cavo, via etere e via satellite. Oltre a tutte le testate giornalistiche delle televisioni italiane saranno presenti rappresentanti di ogni nazione, perfino dal lontanissimo oceano Pacifico Tele Tonga e TV Fiji, non si lasceranno scappare l’occasione. I settantadue abbonati alle due televisioni oceaniche hanno diritto, come tutti gli altri abitanti della terra, a gustarsi in santa pace seduti sui loro cuscini di paglia con la papaya in una mano ed il ventaglio nell’altra. Proprio come faranno Cileni, Giapponesi, Tedeschi, Congolesi, Canadesi, Indiani, Sudafricani, Nigeriani, Turchi, Portoghesi, Tailandesi e così via e così via! Chi mai si perderebbe una eccezionale cerimonia come quella del matrimonio fra Patrizia e Stefano. Nelle città del mondo ogni cinema ogni bar ogni ritrovo si è attrezzato con megaschermo digitale per soddisfare i propri clienti e gli sfortunati che non hanno la possibilità di godersi lo spettacolo dal salotto o dalla cucina di casa propria. A Woodstock un maximegaschermo sovrasta la già famosa spianata, reduce da sesso, droga e rock’n’roll degli anni sessanta, dove si sono raccolte almeno tre milioni di persone, a stento intrattenute da spettacoli e concerti delle più famose rock star mondiali, le quali a mala pena, sono riuscite a trattenere la tumultuosa folla trepidante nell’attesa di poter finalmente assistere all’evento che darà un significato alla loro vita. Ne parleranno tutti per i prossimi dieci secoli  e noi ci saremo stati! Gente scolpite questa giornata nella pietra perché il ricordo di questo evento durerà più della pietra.

CROCIERA NELL'EGEO

CROCIERA


2002_01

2002_03

OLYMPIA
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RODI
2002_12

2002_15


AGOSTO 2002

U.S.A.
Coast to Coast


NEW YORK
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"ALTO", GIOVANNI E GIACOMO
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GROUND ZERO
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EMPIRE STATE BUILDING
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NIAGARA FALLS
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WASHINGTON
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NEVADA
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GRAND CANYON
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CALIFORNIA
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MAMMOTH LAKES
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SAN FRANCISCO
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CARMEL
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LOS ANGELES
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8 SETTEMBRE 2002
Quello che passa…

Scrivere per soldi

è mettere il commercio nell’arte

o l’arte nel commercio?
 

La verità

viene di notte

perché non ha paura del buio.
 

Se regali

avrai sorrisi da spendere

in Paradiso.
 

La politica non interessa

perché la gente non desidera discorsi

vuole sapere perché?
 

Non è sentirsi più degli altri

è non sentirsi meno.
 

Un consiglio

è una richiesta di riflessione

non l’imposizione di un autorità.
 

Si dona

per comprare il perdono

per il rimorso dell’avere

e a volte

per la gioia di chi riceve.
 

La vita

non ci regala mai quello che vogliamo

ma ciò che non ci saremmo mai aspettati.
 

Che l’opera mia

non sia lustro dei miei occhi

ma pace per chi ne ha bisogno.
 

Passo la vita

ha restituire

ciò che ogni giorno mi regala.
 

È difficile

parlare bene di una cosa

senza parlare male di un’altra.
 

Hanno scritto

scemo chi legge

ma non ce n’era bisogno.
 

È più facile

morire per testardaggine

che per un ideale.
 

Gli uomini

sono una strada

silenziosa e buia.
 

La vita

è un libro già scritto

di cui non vogliamo leggere la fine.
 

Non è scrivere

ma essere letti.
 

Siamo i dinosauri di domani

e l’evoluzione travolgerà i nostri corpi.
 

Credevo mi avessero dato

fino a che non scoprii

che avevano solo preso.
 

La vita non la devo e non la voglio

ma la posso.
 

Posso dispensar saggezza

e non essere saggio io

nel mio agire.
 

La pace

è il silenzio

che ti romba dentro.
 

Uomini

date loro un pallone

e dimenticheranno il mondo.
 

Non è

quanto ci valutano gli altri

ma quanto sentiamo di valere per loro.
 

Non fece la cattiveria

quanto potè la stoltezza.
 

La saggezza

viene dall’esperienza

non dalla cultura.
 

L’ignoranza

è la stoltezza

ma il sapere

non è saggezza.
 

Dopo un fallimento

non c’è peggior cosa

che sentirsi dire

te l’avevo detto.
 

Il corpo

ci mantiene vivi

finché la mente

lo desidera.
 

Più il martello colpisce

più il chiodo si infila testardo.
 

La miglior vendetta

è saper attendere

che ci sia chiesto perdono.
 

Un consiglio

è una richiesta di riflessione

non l’imposizione di un autorità.
 

La frenesia

porta aridità di pensiero

la pace

porta dolci sogni e speranze.

Io sarò la vostra maledizione

ma chi sarà la mia.
 

Per quanto possiamo crescere

non saremo mai grandi.
 

Corriamo corriamo

fino a quando

non ci rendiamo conto

di quanto è inutile correre.
 

È solo

quando non abbiamo più gambe

che scopriamo

quanto è inutile correre.
 

Ognuno

munge felice la sua mucca

credendo di non esser munto.
 

Sarò io la mia maledizione

per il male che farò a voi.
 

Non esistono prati

dove non sono passati prima i cani.
 

Non c’è peggior ritardatario

di colui che non avreste voluto incontrare.
 

L’allegria

è una ridente fila di persone

che attendono di pagare.
 

Il rifiuto

è una carezza

che può diventare un pugno.
 

Credevo di avere dato

fino a che non ho capito

che avevo solo preteso.
 

Non sempre

quella che appare una buona notizia

ci lascia con il sorriso sulle lebbra.
 

I consigli

si danno per far riflettere

non per comandare.
 

Un consiglio

non comincia mai con dovresti

ma con potresti.
 

Non c’è peggior adulatore

che noi stessi.
 

La malizia

è figlia dell’inferiorità.
 

Non c’è peggior denigratore

di chi si sente superiore.
 

Se non meritassi

quello di cui godo

non sentirei il piacere.
 

Non c’è peggior adulatore di se stesso

di quello che ci crede.
 

Non c’è peggior denigratore

della nostra incapacità.
 

Non saprei chi scegliere

fra chi denigra con malizia

e chi lo fa con superbia.
 

Chi non ha bisogni

non ha pretese.
 

È meglio

donare la vita

o donare una vita migliore.
 

Non è scrivere

ma saper leggere.
 

Piansi

per ogni schiaffo che ricevetti

non per il dolore

ma per la tristezza.
 

Chi donò di sé

preferì vivere insieme

che vivere meglio.
 

Amo

la mia vita

ma ciò non mi impedisce

di sognarne altre cento.
 

Il fatto

che non abbia niente da dire di te

non è un problema mio ma tuo.
 

È meraviglioso

scoprire di aver dimenticato

ciò che non ci interessava.
 

La colpa

è nel non voler comprendere.
 

I passi

si compiono uno alla volta

lasciamo che anche gli altri

lo possano fare.
 

La meraviglia della vita

è fare tutto

e fare tutto fino in fondo.
 

Certo che lotto per avere

anche se mi basta essere.
 

Il desiderio e la speranza

sono il nettare della vita.
 

Il dolore

va pianto

perché ciò che non esce fuori

rimane dentro di noi.
 

È triste

quando dimentichi le cose

a cui credevi di tenere.
 

I rimpianti

sono la consolazione

dei nostri ricordi.
 

La bellezza a volte

deve lasciare il posto alla praticità.
 

È quando ti senti più sicuro

che è arrivato il momento

di stare attento.
 

Non seguiamo i consigli degli altri

solo perché li riteniamo più stupidi di noi.
 

Si regala

a chi vogliamo far avere

un po’ di noi.
 

Non potrò mai essere

quello che tu volevi che io fossi.
 

La solitudine

è un prato fiorito

che non vogliamo condividere

con gli altri.
 

Chi perdonerà i nostri errori

se non lasciamo

che si presentino a noi

in tuta la loro orribile inutilità.
 

A volte

basterebbe un amico

per riuscire a conoscersi meglio.
 

La ragione

non ti dà il diritto

di usare la violenza.
 

Tutto il piacere

che non sospiri fuori

è desiderio non soddisfatto.
 

Non c’è bisogno di fare

più di quanto ti dia piacere.
 

Dove finisce il piacere

prende vita la rabbia

o la misericordia.
 

È con la pace nel cuore

che con gioia

si può resistere ad una tentazione

senza sentirla una rinuncia.
 

Fai oggi

quello che potresti benissimo

fare domani.
 

La noia

è nemica del desiderio.
 

Fai oggi

quello che avresti potuto fare ieri

ma non hai fatto.
 

Il pensiero

è un attimo

che l’attimo dopo

se n’è andato via.
 

Dietro ad ogni sorriso

si nasconde un cuore

o un ghigno.
 

Ogni segreto che sveli

è una piuma leggerà

che ti fa volare il cuore.
 

È quello che c’è dentro

che fa sì che quello che c’è fuori

esista.
 

L’abitudine

è un cuscino comodo ma ingiallito

che si abbandona malvolentieri.
 

Ciò che ti sei guadagnato

lo perdi con dolore

ciò che hai rubato

lo perdi con rabbia.
 

Scegliere è un piacere

rinunciare una delizia.
 

Il bello dei sogni

è che a rincorrerli

prima o poi si lasciano acchiappare.
 

La melanconia

è un dolce ricordo

ed una serena speranza.
 

Glie eventi

sono il frutto di altri eventi

non hanno avuto inizio

e non avranno mai fine.
 

La scaramanzia

è un nemico peggiore della realtà.
 

La vita

è l’attimo

in cui si esala l’ultimo respiro.
 

Chiedi le risposte di cui hai bisogno

e se ti faranno male

saranno consigli da seguire.
 

La gioia

è la più dolce illusione della vita.
 

Ci sono mille modi

per raccontare la stessa storia

e alla fine

sono tutti uguali.
 

Quando vedete un uomo felice

o un derelitto in lacrime

abbiate pietà

non dite loro la verità.
 

È bello

perché sono

quello che avrei voluto essere.
 

Al ritorno

piangiamo per ciò che lasciamo

quanto per ciò che ritroviamo.
 

A volte perdersi è un sollievo

ma ritrovarsi è sempre la vita.
 

I miraggi

sono chimere che ci illudono di luce

e ci bruciano col fuoco.
 

La sentenza non è un rimprovero

ma un invito a riflettere

per noi

per la nostra stessa vita.




13 NOVEMBRE 2002
…e liberaci dal male…

Porterò la Tua corona di spine o Signore

saprai Tu quando porla sopra la mia testa. 

Stringo la tua mano

per vivere della tua pace

stringerò le mani degli altri

per diffonderla nel mondo. 

La mia vita

è il Tuo dono

sia essa colma

di fatica che di letizia. 

La gioia della preghiera

sta nel perdono e nella speranza.
 

Ci verrà a cercare ad uno ad uno

per donarci il Suo perdono

e portarci nella Sua casa.

C’è un Paradiso

perché c’è tanta gente

che merita di viverci.
 

Confondo la mia voce nel coro

sì che giunga a Te

un'unica invocazione di preghiera.
 

Non ci donerà Iddio

piaceri di avere

perché domani

il piacere più grande e ultimo

sarà infine essere.
 

La pazienza di Dio

è attendere

che Gli sia chiesto perdono.
 

Perdono

non si chiede con la bocca

ma con il cuore.
 

Solo con le preghiere

posso affrontare il dolore
 

accettarlo

e rinascere cresciuto.
 

Prego

perché in me ci sia la forza

di raggiungere ciò che chiedo.
 

Prendimi Signore

lascio che tu faccia di me ciò che vuoi

punisci i miei peccati

e infine monda la mia anima.
 

Rispondo con fervore alle Tue parole

non per sentire me

ma per lasciare che Tu entri dentro di me.
 

A che serve pregare

a che serve sapere a memoria

le Tue preghiere

se le parole vengono dalla mente

e non vengono dal cuore.
 

Prego

per diffondere il mio amore nel mondo

e lasciare che il tuo possa entrare in me.

La meraviglia del perdono divino

è che arriva

anche solo perché smetti

di fare del male.
 

Perdonami

non per ogni peccato compiuto

ma per ognuno di quelli pensati.
 

È quando la nostra vita

raggiunge l’apice dell’amore

che veniamo chiamati

a viverne una migliore.
 

Grazie

per averci dato la possibilità di scegliere

anche quando non siamo riusciti a vederla.
 

Ho bisogno di Te

proprio perché

credo di poter fare da solo.
 

Il perdono

è un regalo che arriva

anche solo per non aver commesso il fatto.
 

Perdona la mia ingenuità

e colpisci la mia rabbia.
 

Non può esservi redenzione

se alla fine della punizione

non c’è perdono.
 

Tutto il male

che rinuncerò di fare

sarà rivolto verso di me

a provarmi quanto ingiusto sarei stato.
 

La Tua parola

mi accompagna nel dolore

e solleva il mio cuore nella gioia.
 

Per quanto

possa coprirmi di vergogna

sarò sempre nudo davanti a Te.
 

Preghiamo per mano

perché la nostra

sia un invocazione di tutti

e non una richiesta di ognuno.
 

Chiesa

non è solo una fonte a cui attingere

ma anche un otre capiente

dentro cui versare.
 

Abbiamo creduto in Cristo

perché ci ha portato amore.
 

Più crederò

di essere degno e grande

più sarò misero e piccolo

al Tuo cospetto

C’è così tanto amore

che non posso fare a meno

di credere in Dio.
 

Tienimi la mano

e fammi camminare su di una strada

sassosa quanto Tu vorrai

ma che non mi impedisca

di giungere fino a Te.
 

C’è così tanto bisogno di amore

che solo con l’aiuto di Dio

possiamo donare al mondo

la briciola che c’è in noi.
 

Riporto la mia anima a Dio

sì che la renda di nuovo candida

con il suo perdono.
 

Puoi decidere di non credere

ma non puoi scegliere

di non essere amato da Dio.
 

Non posso cercare la verità

oltre la Tua parola

perché la fede è l’unica verità.
 

Chiedo perdono

per le grazie domandate

e ringrazio

per le piccole gioie a me donate.
 

Che la semplicità delle mie preghiere

possa addolcire

l’arroganza delle mie voglie.
 

Posso anche passare indenne

dalla giustizia dell’uomo

ma due sono le condanne

che non potrò  evitare

la mia e quella di Dio.
 

La carità

è un gesto di umiltà

di fronte al bisogno altrui.
 

Chiederò perdono

per i miei peccati

anche se non sarò in grado

di perdonare quelli degli altri.
 

Prego per le vittime

e per i carnefici.
 

Che Dio ci perdoni tutti

perché noi

non siamo in grado di farlo.
 

Non avrò mai pregato abbastanza

per quello che ho ricevuto.
 

Ciò che non avrò in questa vita

mi sarà donato in quella eterna.
 

Prego

per avere la forza di non avere.
 

Prego

per non chiedere di salire

ma di essere tirato su.
 

Abbi pietà di noi

abbi pietà delle nostre debolezze

abbi pietà delle nostre paure.
 

Scuoti ancora i nostri corpi

perché i nostri cuori

possano ancora ritrovare Te.
 

Non meriterò mai

ciò che ho avuto

se non perché

ho avuto fede in Te.
 

Abbi pietà di me

perché qualsiasi cosa mi chiedessi

non sarei capace di farla.
 

Prego

perché la preghiera

esaudisca le mie richieste

o le renda insipide.
 

Mi presenterò davanti a Dio

col mio fardello di peccati

e solo allora

sentirò quanto sono stati inutili.
 

La mano che tendo

è una richiesta d'aiuto

e un offerta d'amore.
 

Credere

non è avere

ma attendere

ciò che ci verrà donato.
 

La gloria nei cieli

è figlia della nostra sofferenza terrena.
 

Una mano tesa

verso chi ha bisogno

è testimonianza di fede.
 

Siamo così deboli

per questo ogni giorno Ti preghiamo

di non indurci in tentazione.
 

Grazie

in ogni mia preghiera.

Non ci sono preghiere o voti

sufficienti a ringraziarTi

per questa immensa vita.
 

Perdonami

per quello che ho fatto

e per ciò che farò.
 

Ogni mio peccato

una Tua lacrima

ogni Tuo perdono

un mio sorriso.
 

La grazia di Dio

è indurci in tentazione.
 

Gesù  è venuto a dirci che stiamo sbagliando

e noi sappiamo soltanto rispondere

che non è colpa nostra.
 

La mia gloria nei cieli

sarà tutto ciò che con fede

donerò agli altri.
 

La gioia del perdono

è meravigliarsi di averlo ricevuto.
 

La mia fede mi porterà davanti  Dio

i peccati piegheranno le mie ginocchia

l'Amore Divino purificherà la mia anima.
 

La fede

è nella lotta al male

non nel godere

dei piaceri del bene.
 

Le preghiere

che non avranno doni per me

ne porteranno al mondo.
 

Vivo della grandiosità del mondo

portandomi dietro le miserie

e donando loro

con umile pentimento

la mia carità.
 

Non è nell'onestà della mia preghiera

ma nella disperazione e nel pentimento.
 

Avrò fede

finché avrò vita

dopo ne farò parte.
 

Non avrei bisogno

di fare buone azioni

se solo smettessi di rubare.
 

Perdono

misericordia

amore

Dio

quanti modi per dire la stessa cosa.
 

È la tua carne

che ancora soffre

è il tuo sangue

che ancora scorre

per le strade del mondo.
 

L'unica guerra

che ci porterà fino a Te

sarà quella

che non combatteremo.
 

Sarà una carezza a chiedermi perdono

non uno schiaffo.
 

La carità

si fa con il cuore

non con le mani.
 

Dopo la preghiera il perdono

dopo il perdono la resurrezione.
 

Smetterò di peccare

ma non potrò mai cancellare i miei peccati.
 

La gioia vera

è sapere

che troverò sempre la Tua mano

tesa verso di me.
 

È l'attimo in cui crederò

che mi renderà libero

di sentirmi parte di te.
 

La preghiera

nasce dalla disperazione

per dare vita alla speranza.
 

La speranza

prende vita dalla preghiera

per assopirsi nella quieta accettazione.
 

La forza della fede

è nel non credere

che debba per forza essere così.
 

La forza della fede

è

che è!
 

La fede non è un giogo

ma la liberazione dell'anima.
 

In ogni lettura

in ogni passo

puoi trovare le tue pene

e i tuoi rimedi.
 

L'ammirazione nella fede

è sbalordire

davanti alla realtà del perdono.
 

Siamo uguali nella fede

quanto desideriamo distinguerci

nella miseria umana.
 

La tua presenza

è in ogni evento della vita

la tua essenza

in ogni atto d'amore.
 

Credo

perché Ti vedo ogni giorno.
 

La preghiera

è un ringraziamento

per ciò che vorremmo

anche se non ci sarà necessario.
 

Ti ringrazio

per ogni gioia

confido in Te

per ogni dolore.
 

Resisto

perché ho fede

ho fede

perché resisto.
 

Il mio debito

non potrà essere sanato

se non con amore

e con l'Amore Cristiano.
 

Perdoniamo gli altri

e impariamo a perdonare

anche noi stessi.
 

Dio

è l'essenza della nostra esistenza

la ragione di vita

il nostro fine.
 

Siamo venuti per amare

ce ne andremo amati.
 

Non saranno le mie parole

a portarmi al Tuo cospetto

ma la Fede e la Carità.
 

La mia preghiera comincia

dove finiscono le mie possibilità

e continua per ringraziare di averle avute.
 

Non importa che preghi il Paradiso;

se solo riuscissi a smettere di peccare.
 

Il mio ultimo peccato

sarà quello di pregare

per avere un attimo ancora di vita.
 

Prego

perché sono così debole

da non vedere oltre questa vita.
 

Non ci saranno punizioni

grandi quanto lo sarà il tuo perdono.


7 DICEMBRE 2002

Io :

Prima Persona Singolare

Questa è una storia vera. O meglio, poteva essere una storia vera. Anzi, avrebbe dovuto essere una storia vera ma poi ho incominciato a raccontare di me e la mia vita è tutta una bugia o meglio, anzi peggio, è costellata di menzogne, anzi… ma questa non è un’altra storia, è proprio la mia.

Sono nato l'anno in cui sono nati tutti, in quell'età di mezzo fra i favolosi anni Cinquanta, quelli della rinascita, della televisione nei cinema per vedere "Lascia o raddoppia", della cambiale, delle prime utilitarie e dei frigoriferi e gli anni di piombo, gli anni Settanta, con il terrorismo, le brigate rosse e le stragi di stato, la tivù dei ragazzi e finalmente la febbre del sabato sera che, ironicamente, avrebbe curato tutti i mali e portato il benessere nel mondo.

Sono nato l'anno in cui sono nati tutti, nella metà di quegli anni Sessanta che hanno dato la svolta al modo di vivere, un attimo prima negri e donne venivano calpestati come feci sul marciapiede, un attimo dopo erano afroamericani i primi e in carriera le altre, liberi finalmente dalle catene di ferro e del potere. Dalla storia siamo entrati direttamente nel futuro. Correndo all'impazzata verso traguardi che si fantasticavano solo pochi anni prima, traguardi che sono stati sorpassati alla velocità della luce, facendo sembrare preistoria la fantascienza di una manciata di anni fa! Il mondo ha cominciato a crescere a piccoli passi, tra chi lo vuol distruggere e chi prega per renderlo migliore.

Sono nato l’anno in cui sono nati tutti, tanto per non smentire già da subito la mia uniformità alla massa, quella standardizzazione che avrebbe accompagnato costantemente la mia esistenza in ogni singolo particolare, in ogni momento, saliente o ininfluente.

Certo che di momenti ininfluenti nella vita di ognuno ce ne sono a bizzeffe, attimi dopo attimi, una vita intera. E noi, stolti e disattenti, non troviamo di meglio da fare che insistere, caparbiamente, a considerarli tali. Paperone ha costruito il suo fantastramiliardario gruzzolo su di un piccolo, misero, insignificante primo cent e con fantastramiliardi di quei cent ha innalzato un impero. Noi piccoli Paperino della storia, continuiamo, ciechi e imperterriti, a costruire le nostre vite su fantastramiliardi di momenti ininfluenti, che in realtà altro non sono che la nostra stessa misera, unica vita.

Misera. In tutti i sensi, perché non ce ne sarà mai abbastanza di vita per fare tutto ciò che avremmo potuto, dovuto, voluto, ma in maniera particolare desiderato fare, una manciata di battiti del cuore tumultuoso dell'universo e poi più niente. Ce ne andremo prima che chiunque nello spazio infinito si sia mai potuto accorgere di noi. La fibrillazione di un Pulsar dura più a lungo della più lunga vita mai vissuta.

Misera, Soprattutto perché non ci darà mai abbastanza per quanto peneremo per viverla o meglio, mai ci accorgeremo di quanto la vita ci doni, non riusciremo a percepire a sentire e vedere i suoi regali. In ogni sussulto del nostro cuore, in ogni lacrima del nostro dolore, in ogni risata della nostra gioia. Non saremo lì ad accorgerci della vita che ci cola addosso, troppo impegnati ad attenderci chissà cosa, chissà come, chissà quando ma soprattutto chissà mai perché?

Unica. In tutti i sensi, perché non ce ne daranno mai un’altra dopo. A nulla varranno i puerili sogni di immortalità. Elisir, pietre filosofali e macchine del tempo rimarranno le nostre chimere, irraggiungibili miraggi a cui dedicheremo le nostre forze tralasciando mete più facili da conquistare ma non altrettanto allettanti per il nostro narcisistico ego. Illuso egoismo che da sempre ha sepolto in fondo alle priorità tutto ciò che si allontana dalle parole ma soprattutto dai fatti, potere, fama, ricchezza ed eternità. Questa ci è data di vivere, anche se desidereremo quella degli altri, anche se la riempiremo di rimorsi e di rancori, anche se la sprecheremo fingendo di non esser noi stessi ma la brutta copia di chissà chi altro.

Unica. Soprattutto perché solo noi abbiamo la fortuna di viverla, qualunque essa sia, per quanto ci abbia sbattuto, ovunque ci porti. Nessun altro potrà mai provare le nostre stesse emozioni, i nostri ricordi, le nostre sensazioni. Una carezza, un petalo di rosa, la ruvida corteccia di un pino, l'acqua che ci rilassa dentro e fuori, il vento, che fischia tra le montagne innevate, tra i palazzi con i panni stesi ad asciugare, nei vicoli stretti, con i vecchi a rincorrere i cappelli volati via brandendo il loro bastone e imprecando contro chi ha tolto loro dalle gambe, la forza di correr dietro al vento e vincerlo ancora una volta. Istanti. E nessun altro potrà mai averli, viverli, sentirli, come lo abbiamo fatto noi. I baci, la passione le notti trascorse rotolando su letti nostri o di qualcun altro, le preghiere gettate in quel vento impetuoso e quelle rivolte umilmente a Dio. Tutto ciò che abbiamo preso e tutto quello che ci è stato dato, avessimo a campar cent'anni e più o fossimo già morti nel grembo infame ma pur sempre innocente di nostra madre, che anch'ella di vita misera e unica ha vissuto.

Ma erano gli anni Sessanta, nessuno si sarebbe mai curato di tutto questo. A chi sarebbe mai importato nel frastuono dei juke box, abbagliato dalle luci di Broadway, abbandonato nella lettura di tascabili a buon prezzo, meravigliato dalla versatilità della plastica e dall'imperversare inutile ed indispensabile dell'elettricità. Chi avrebbe mai potuto udire un grido di aiuto nella convulsa lotta per la liberazione della donna, della marjuana e del Vietnam. Berta filava, la seicento rombava per le strade semideserte dell’Italietta, del Bel Paese, mentre i Beatles spopolavano in Inghilterra, negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo e da noi andavano di moda i film con Gianni Morandi e Al Bano che quarant'anni dopo saranno ancora lì, pietre miliari, consunte e più volte restaurate, a malincuore inchinate in invidiosa adorazione della pietra d'angolo, quel tipo biondo, con gli occhiali in mano e il suo veemente grido di esortazione: Allegria!

Ma erano gli anni Sessanta e questa è un'altra storia, la mia.

Come accade ad ogni figlio è difficile per me crederlo, sentirlo, provarlo, quel non so che di strano che ci possa mai esser stato tra loro, coloro i quali non potrei mai far a meno di vedere che come i miei normali e asessuati genitori. Come accade o come dovrebbe accadere ad ogni figlio ho potuto vedere il loro affetto, le loro litigate, il loro amore reciproco e verso noi figli. Ho potuto e forse ho anche un po' voluto vederlo, come non dovrebbe accadere ma che comunque così è. Mi son lasciato entusiasmare da qualche carezza scambiata sfuggevolmente, da un bacio, grossolano e pacchiano scambiato più con ironia che vera e propria passione, da una pacca sul sedere sempre con un sorriso tra i denti e l'aria scherzosa ad aleggiare dietro le spalle. Ho visto, vissuto, provato e creduto tutto questo ma non potrò, mai e poi mai sarà per me possibile, vederli nello stesso letto brucianti di passione, attanagliati in un amplesso al culmine del loro umano piacere. Solo a pensarci mi viene da ridere e allo stesso tempo provo un moto di repulsione verso l'immagine che vorrebbe crearsi nella mia mente ma che non riesce a materializzarsi, respinta dalla incredulità e dalla mia educazione a suo modo bigotta e intollerante. Come se fatto da loro quell'atto, in fondo anch'esso di amore, perdesse ogni dolcezza, ogni bramosia, ogni istinto animale. Genitori e sesso non stanno nello stesso vocabolario. Genitori sono e il mio umano limite e di poterli vedere solo come tali, non come uomo e donna vivi della loro propria, insostituibile, aberrante, meravigliosa vita. Babbo e mamma, miei, soltanto egoisticamente indissolubilmente miei e mai di loro stessi.

E cibarsi nutrirsi di questa mera illusione fin da piccoli, per crederci ancora dopo esser cresciuti. Crederlo ancor di più di tutto quanto avremo a desiderare, crederlo nostro solo perché lo vogliamo. Credere che veramente sia nostro tutto ciò di cui gradiremo circondarci e non accorgersi mai dell'infinità illusione in cui stiamo vivendo. Nostri non siamo nemmeno noi stessi, persi in balia degli eventi che ci circondano, come nel bel mezzo di una tempesta senza inizio e senza mai una fine.

Senza curarsi di quello che un giorno sarebbe stato per me difficile da credere, nonostante le prove emotive, spirituali e fisiche, leggi tre figli, l’amore sbocciò. Intessuto stretto fra trama e ordito, come ad un telaio, tra panni ottanta lana - venti poliestere, IGE e impermiabili. Forse lui la guardò negli occhi profondi e turbinosi e ci perse dentro la propria anima, forse lei guardo dentro ai suoi e si smarrì nell'immensità della beatitudine, sciogliendosi nella dolcezza mite di quelle enormi pozze scure. Forse erano di altri gli occhi per cui mi sto emozionando adesso, forse li ho già sentiti dentro, forse era un'altra storia questa, forse era la mia..

Lui Marcello, un modesto ma bravo ragioniere di campagna, ex seminarista, aveva diviso la sua giovane e spensierata vita tra le colline verdi di vigne e rosse di vino di Montespertoli e gli studi e le buone compagnie a Firenze. Vita semplice, vita piena di amici e di combriccole, di affetti, di stenti e di piaceri. Vita di piccolo paese, con i suoi sogni, i desideri e quei pochi piccoli semplici bisogni, mangiare, vivere, rimanere vivi. Altri tempi, altre usanze, altre vite, quasi irriconoscibili, quasi inconcepibili oggi più di cinquant’anni dopo il suo meraviglioso infinito quarantatré, nel ricordo del quale aveva invece continuato a vivere, nonostante tutto e tutti. Nonostante il mondo intorno cambiasse sempre più velocemente mentre i suoi figli crescevano chiedendo cose che lui non poteva capire o peggio, di cui non poteva capacitarsi. Ma lui li amava lo stesso e loro odiavano lui. Lui continuò ad amarli a educarli ed a far loro vedere la strada che dovevano seguire e loro continuarono ad odiarlo. E lui allora amava lei, come meglio poteva, anche se non era un granché.

Ha creduto lui stesso che tutto quello che pensava, che sentiva, quello in cui credeva potesse bastare. Ha dato quel poco niente che non ha ricevuto e se ne andato più amato di quanto potesse mai essersi meritato. Amato per quello che comunque era, era stato e avrebbe dovuto essere.  Ma una vita già crudele con lui lo ha voluto punire lasciandolo consumarsi mangiato da dentro, costringendolo ad affidarsi agli altri, gli altri in cui lui non aveva mai avuto fiducia, quegli stessi altri che non avevano mai avuto fiducia in lui ma che alla fine lo amarono. Anche solo perché non c'è giustizia nella morte. Anche solo perché contro la morte siamo tutti strenui impotenti lottatori, inutilmente alleati.

Lei Marcella, altrettanto modesta, altrettanto semplice, altrettanto vissuta in un’epoca ed in una famiglia in cui vivere, anzi sopravvivere era la prima, unica e sola necessità. Non c’erano desideri, guai! Non c’erano sogni, solo incubi e brutti risvegli. Non c’erano speranze, quali se non di pensare l'impensabile, di odiare e poi rassegnarsi e allora non pensare più. Cucita stretta ad uno stile di vita dettato da altri. Come un tempo era ovunque, come oggi per fortuna da qualche parte non lo è più. Che sia meglio o peggio per il mondo non è dato a sapersi ma lo sarà di sicuro per chi non è costretto a vivere sotto un giogo. Qualsiasi esso sia. Ma lei no. Porta con la santità della rassegnazione tipica di una vittima designata questo fardello incredibilmente peso, come se fosse l'intero globo a gravare sulle sue decrepite e porose ginocchia. Ma lei amava lui e credette di non aver bisogno d'altro e lui glielo lasciò credere, fino a che lei non potè più tornare indietro. Ma lui sparì in una nuvola nera, acre di fumo e a lei per fortuna rimasero i figli Francesca Elisabetta e Stefano, a farla dannare ma a regalarle un po' di vita, cruda ma vera. Povera di speranze ma scevra, finalmente di illusioni e disillusioni.

Non c’erano desideri, non c’erano sogni, non c’erano speranze. Non c’era vita, dunque, mancando le tre essenzialità della vita stessa. Un manager di Wall Street vive perché desidera, sogna e spera di riuscire a fregare qualcuno ed arricchirsi alle sue spalle, un pigmeo dell’Africa vive perché desidera, sogna e spera di riuscire a mangiare anche l’indomani. E’ paradossalmente diverso quanto simile ma per ognuno di loro questa è vita, l'essenza della vita, la sostanza, il fulcro, il motivo ed il fine, la vita stessa insomma. Ma per lei la vita era proibita e ancora ne piange, facendo finta di non sentire le lacrime calde di tristezza che le solcano il viso. Tirando le somme di una vita spesa risparmiando, quali totali le potrà riservare quest'ultimo scorcio di luce? Per annebbiare questo subtotale a piè di lista le gireranno intorno come zanzare noiose i suoi tre figli, fastidiosi e impertinenti quanto basterà per non farle accorgere che il mondo sta per finire.

Ma questa è un'altra storia, non solo la mia.

Gli ormoni fecero comunque il loro bravo lavoro e nonostante tutto questo, lei si innamorò, eccome se si innamorò e altrettanto se non ancor di più fece lui. Così fra impermiabili, loden e montgomery, cucirono la loro vita insieme. Una vita semplice, lineare, chiusa nelle loro quattro mura di felicità, lui perennemente sbadato e arrabbiato con il mondo, lei insistentemente a pulire ed arrabbiata con lui, che spendeva i soldi in mattoni invece di metterceli sotto. Ma si amavano e si amano ancora, oltre tutto questo.

Sono passati gli anni e con il loro trascorrere è passata anche la rivoluzione dei giovani, il sessantotto e tutti i sessantottini, è finito il mondiale di Messico e nuvole, portandosi via le speranze di gloria e gli ultimi rimasugli del bel paese che, dopo un decennio di meraviglie, si andava ad infilare dritto dritto in un'epoca di piombo, di p38, di gambizzati e di rapiti, di disco music e decriminalize marijuana, l'anticamera di una Milano da bere, tutta opulenza ostentazione tangenti e vuoto dentro.

Ed io intanto crescevo. Ignaro di tutto quanto potesse accadermi intorno e in linea di massima, anche enormemente e normalmente indifferente a tutto. Eccezion fatta per ciò che coinvolgeva me di persona, prima persona, chiaramente. Crescevo fra i banchi del doposcuola dei Pii Padri Scolopi, che nonostante la loro immensa piitudine non si riguardavano certo dal menare le mani e quando l'occasione lo richiedeva, anche dall'usare impropriamente verghe e bacchette delle più svariate misure e dei più pregiati materiali dal pino fino addirittura al puro tek africano.

La malattia della nonna mi impediva di trascorrere i pomeriggi in casa, a giocare con quei pochi ma cari balocchi, gelosamente conservati proprio come conservo adesso ogni ricordo, ogni bacio, ogni frammento della mia vita. Ed io crescevo allora su quei pii banchi dove barattavo golosi ma appiccicosi pane, burro e zucchero, con semplici ma veloci e pulite banane. Affascinato e rapito da questo strano e per me inusuale, mezzo di contatto, lo scambio. Non era tanto l'oggetto del contendere ad attirarmi, quanto il contendere stesso. Io, uomo primitivo che socializzavo con altri esseri miei simili attraverso il primo e più semplice mezzo di comunicazione: il baratto. E quello che mi porto dentro ancora oggi, di quell'intesa nello sguardo e del veloce movimento delle mani; la preziosa merce ricevuta da quel gesto con cui ho arricchito il bagaglio della mia formazione culturale; è proprio e semplicemente la soddisfazione di aver compiuto quell'atto stesso, per il quale già allora e da allora, ho segretamente ed intimamente chiesto perdono a mia madre che ignara di tutto, continuava amorevolmente a spalmare il burro sul pane e ad impreziosirlo di grandi dolci di zucchero. Ma non invano ha schiacciato riccioli cremosi su fette di pane toscano, segretamente ed intimamente, questo è lampante, ancora oggi io la ringrazio per quel panino che non ho mangiato, di quella piccola, meravigliosa ed eterna gioia, che mi ha dato la possibilità di provare, compiendo quell'insospettabile gesto ancora vivo e presente in me dopo così tanti anni.

Mi vedo ancora sui piccoli banchi del doposcuola, voltarmi con quel sacchetto di carta marrone tra le mani e porgerlo al compagno che siede dietro di me, un paio di anni più grande ma non prepotente; meravigliato e piacevolmente sorpreso di questa mia offerta inattesa. Non nacque amicizia, non ci fu protezione, solo il mio immenso amore. Non per lui, no, per me e per quel gesto che chissà chi lo sa perché, mi faceva sentire vivo e vero.

San Francesco e il lupo

Dal baratto ai primi affari, mi prodigavo nel cercare nuovi soci del club di Topolino io, uomo primitivo un corno, già astuto bancario, pronto a gestire inenarrabili capitali di dollari di chewing gum, a lottare per diventare capoclasse, a prendere dieci grazie alla Mesopotamia e a prendere calci da quelli di quinta, sul campo di abrasivo asfalto, nel cortile dei summenzionati Pii Padri Scolopi. Perdere a bilie, perdere a volta la figurina, perdere a pari e dispari e comprare borsate di figurine con i soldi prelevati dalle borse della povera nonna, per poi vantarsi di averle vinte in quelle gare in cui invece perdevo sempre. Iimpara piccolo bambino impara e cibati di menzogne.

Non so cosa può aver spinto la mia incosciente incoscienza a formulare questa inebriante e attraente ideologia, non so quanto ancora in me fibrilli, nella speranza di prendere campo ancora, di nuovo. Quello che non ti viene dato prendilo. Che triste vita se solo questo e ciò che ho imparato, che triste vita lottare per non sentirmi ladro e bugiardo, quanto in realtà lo sono stato e ancora lo sono. Per ogni minuto, per ogni centesimo, per ogni torto comunque ed in ogni modo portato via a chi lo deteneva con ragione, almeno con ragione nei miei confronti. Sottrarre a chi ha sottratto non può diventare da delitto una virtù. Che triste vita, viverla con questo amaro precetto in fondo al mio unico, misero, doloroso e sorprendentemente colmo d'amore, piccolo cuore.

Cosa ti è mancato? Una mano tesa, un giocattolino, una carezza, un sorriso in famiglia, Brancaleone il giovedì sera o un semplice sì! Non è un rifiuto ad ucciderti, sono i mille inesorabili no! Tutto quello che cerchiamo oggi non è altro che ciò che non ci è stato dato? È così? È semplicemente, inesorabilmente così? Vendichiamo piccoli bimbi che non potranno mai più avere ciò che non è stato loro concesso, riempiendoci di frustrate soddisfazioni, incapaci di colmare quei vuoti che i bambini rinchiusi dentro di noi, ancora e per sempre, continueranno a farci sentire. Quanto sembra facile poter indicare agli altri ciò che va e ciò che non va, inconsapevoli, più o meno coscientemente, che non è di alcun interesse conoscere ciò che va e ciò che non va, ma essere, avere, dare, dire, fare, baciare, lettera e testamento. Perché devi dirmi di no? È forse meglio vivere di privazioni che morire delle nostre stesse semplici, meravigliose, appaganti soddisfazioni? E le privazioni a cos'altro potranno portarci se non a meditare, compiere e abusare prevaricazioni verso altri miseri, ignari, innocenti embrioni di vita.

È buffo come le convinzioni degli altri, soprattutto se gli altri sono i tuoi educatori, possano deviare la tua vita in meandri tortuosi e inaspettati. Chi ha voluto, chi ha pensato bene per me, che io non crescessi circondato da miei simili ma cullando piccoli bebè di plastica, così tanto e tanto bene da adeguarmene a tal punto che allora mi sembrò talmente normale da continuare allegramente a farlo.

Crescevo, crescevo fra i giochi mielosi delle bambine, ingenuamente e teneramente aperto, tanto da far entrare dentro di me tutta la loro dolcezza e la loro complicità mentre lasciavo morire di umiliazione le mie voglie, le occhiate e le mani che anche allora avrei allungato, sotto qualche gonna, durante una lotta o nel bel mezzo di una zuffa. Nessuno però mi aveva insegnato l'audacia e allora morivo, frustrato e incapace, di quella voglia che colpisce chi desidera correre ma non ha più le gambe, anzi non ce le ha mai avute.

Star lì con loro, a fare l'eunuco credendo d'essere il re, era appagante a tal punto, dal desiderarlo, dal cercarlo, dal farmelo sembrare normale. Tanto normale da indebolire la mia peculiarità genetica, non era meglio o peggio ciò che imparavo, era solo diverso, diverso da ciò che io realmente e materialmente ero, oltre che fisicamente e psichicamente, cavolo, un uomo!

Ho vissuto nel giardino dell'eden fino a che un bel mattino si sono complimentati con me per non aver creato danni, per non essere divenuto un mascalzone, per essere così amorevole e delicato ma che da quel momento ero indesiderato e potevo ritornare dall'altra parte della barricata, in quel mondo di belve, di sanguinari e di sporchi uomini. Nonna, ma se non c'era un altro modo per impedirmi di diventare cattivo come chi aveva fatto del male a te, perché non hai lasciato che lo diventassi ugualmente ma che almeno lo fossi nella maniera più giusta, tanto cattivo lo sono diventato lo stesso, come una donna. Anzi più cattivo, come l'uomo che sono e come la donna che è entrata in me. Tanto che a volte mi sembra che le donne si facciano male fra di loro e poi ne diano la colpa agli uomini. Le prime a gridar puttane sono le donne, gli uomini ci vanno a letto! La chiamavano Bocca di rosa…

Crescevo e quando le ho dovute tirar fuori non me le sono più sapute trovare. Perché c'erano ma le avevo messe da parte per sentirmi uguale a loro, a quelle bambine che mi riempivano di attenzioni e di carezze non perché ero io, come credevo ma perché c'ero solo io con loro. E con quelle due palle celate sarei cresciuto fino a capirlo, fino a poterlo sentire. Povero brodo mi scrissero dieci anni dopo e mi parve tanto ovvio e così narcisisticamente umiliante che non lo cancellai mai più. Così tanto per farmi un po' più male.

Nonna: persona dolce e affettuosa che vuole bene a…, lasciamo perdere il dolce e affettuosa e al posto di persona metterei termine astratto. E per quanto riguarda il voler bene, la mia di nonne, nonna Genny, di bene ne ha voluto a… a Betty, forse e a nessun altro tranne che a se stessa. Anche questa è la solita storia, chi non ha mai ricevuto non può donare amore, ma da qualche parete dovremo pur cominciare. In fondo ci può servire anche dare la colpa a qualcuno, per riuscire ad accettarci ad accettare i nostri errori, le nostre paure, la nostra stessa misera, unica vita. Ed io ho deciso! Darò la colpa di tutto a lei. Non l'ho mai carezzata e baciata quanto quel giorno che era distesa immobile, dentro la sua bara di legno. In piedi, accanto al suo feretro, lì, con il broncio triste a farmi vedere ed ammirare dai parenti, falso e bugiardo quanto non avrei mai potuto meglio dimostrare d'essere! Ci sarà pure stato un motivo, per mettere in scena questa ignobile dimostrazione d'affetto che non c'era? Possibile, che in fondo ne fossi realmente, orribilmente e tragicamente contento? Per le figurine che le ho dovuto stracciare sotto il naso, per farle credere che non avevo paura di lei? Per come maliziosamente riusciva a farmi credere di dare più attenzione a mia sorella che a me? Mentre in realtà l'interesse nei confronti di mia sorella, altro non era che oppressione, che Betty probabilmente ha anche mal sopportato in quegli anni fatidici, culla e fulcro della sua futura ribellione!

Intorno a me i vecchi morivano, i giovani scappavano di casa lasciando messaggi tremendi di disperazione e lasciando me con l'astio in gola, per non aver visto e mai più potuto vedere quel film nero di uccelli brutti e piccolini che tanto mi aveva tratto a se. Quanto la ho odiata d'aver scelto proprio quel giorno per levarsi di torno. Quanto non ho capito quello che mi stava accadendo intorno, non aver capito la fuga di Francesca e non aver sentito le lacrime di Betty, Io, che già allora avevo una maiuscola davanti al mio Ego, ad altro non potevo interessarmi quella sera, se non a godermi un film di Totò, farmi quattro risate e andarmene a letto, a sognare quelle donne che non avrei mai avuto.

D'altronde quella con le mie sorelle era una lotta impari, per tutti noi allo stesso modo, ad accaparrarsi un po' d'amore. E di quel poco che ce n'era, davvero ne sarebbe toccato una cucchiaiata appena per ciascuno. Ma ero un bambino, che altro potevo mai pensare e soprattutto, dove potevo mai trovare quel sentimento di tristezza nei confronti di una situazione così tragica e straziante, se non mi era stato insegnato l'amore? In fondo perché mai avrei dovuto rinunciare al mio per donarlo, rimanendo loro vicino, perché, se non sentivo che nessuna di loro rinunciasse al proprio per donarne a me, stolto e cieco ragazzino.

Ma di questo non ci sono e non ci sono stati colpevoli, il mio non è un atto d'accusa, solo una richiesta di perdono!

Ricordo solo due sabato della mia infanzia in famiglia, in uno abbiamo avuto un incidente con la vecchia ottoecinquanta caffellatte, l'altro ha avuto un tragico rientro, con Francesca ad aspettarci sdraiata tre metri più sotto da dove si era lanciata, stupida, impavida scivolatrice ribelle. Possibile che non ce ne siano stati altri, possibile che ci sia stato solo Montespertoli o soli a casa! Eppure, mi ricordo verdi pic nic a Montalbano e domeniche in piscina a Pietramarina. Perché non sono riuscito a strizzarci fuori un po' d'amore, eppure non è stata un’infanzia infelice la mia, non ci sono stati soprusi o privazioni vitali, qualche scapaccione di troppo e un bel po' di ceffoni ma niente che abbia mai potuto portarmi a vivere nel terrore, forse solo troppi miseri no! E forse urlati troppo forte! Ma quando, quando e perché il giocattolo si era già rotto? Forse prima, prima che io possa ricordare o immaginare. E' davvero nella culla che mi sono mancate le carezze di mio padre? E' forse nei perdoni cristiani non ricevuti da un cristiano di professione come mio padre. E quante coccole avrebbe dovuto farmi mia madre per farmi credere che in fondo l'amore da qualche parte c'era? No, non rivendico quello di cui potrei essere stato defraudato, troppo facile sparare a zero verso mille stremati colpevoli senza colpa. E lo scrivo mentre piango! Mi piacerebbe soltanto averlo provato. Così, tanto per sapere come poteva essere, per sorridere una volta di più, per imparare prima com'era amare, non farmelo prescrivere da un dottore!

A queste condizioni le mie sorelle non potevano certo rientrare nei miei interessi, erano un contorno, troppo piccolo per accorgermi di loro, se non per menarle. Non sento di aver mai desiderato veramente che non ci fossero o che non ci fossero state, c'erano e le ho amate, odiate, giocate, senza mai, purtroppo, lasciarle veramente entrare dentro di me e probabilmente senza essere mai riuscito a scalfire la loro corazza e penetrare nel loro unico, misero, doloroso e sorprendentemente colmo d'amore, piccolo cuore. Perché vi sembrerà strano ma ce lo avevano anche loro e io che non me ne ero accorto!

Perdonatemi che sto venendo a perdonare voi. Per riuscire insieme a perdonare lei che ci dia la forza di perdonare lui, che avrà bisogno di tutto l'amore del mondo per perdonare chi lo ha privato dell'amore di cui aveva immensamente bisogno.

Crescevo e menavo, perché non sapevo amare e rendevo alle mie care sorelle quello che il mio signore mi dava come pane quotidiano. Crescevo, pieno di quel nulla che credevo di non avere, ma che abbondava invece intorno a me, senza che me ne importasse un fico secco. Passavo le giornate a giocare da solo, sicuro d'essere il più forte e il più piaciuto, a esser preso in giro dai miei pari e ad essere coccolato come un peluche dalle mamme delle bambine che riempivano la mia vita. Ingenue madri che inconsapevoli del serpe che si sarebbero covate in seno, avrebbero voluto un bel bambino proprio come me ed io mi gongolavo d'essere il più desiderato. Allora però non riuscivo a formulare un più maturo pensiero, che ci avrebbero fatto mai con un castrato nel pollaio, buono a farsi mirare e rimirare, sarebbe finita poi che ne avrebbero fatto un covo di pavoni, con la voce stridula ma senza coglioni

Ma in quei momenti la mia felicità trovava la sua dissetante fonte proprio nell'amore ricevuto da quella mamma che non era la mia e da quella sorella che non era una della mie. In quei giorni in cui venivo dimenticato negli ingressi del doposcuola dei Pii Padri Scolopi a desinare con i bambini e a cenare con i bidelli, tu, cara Sandra, semplice e umile, sei stata il mio fratello maggiore, il mio faro, la mia guida. Semplicemente perché amavi un piccolo bambino che ti voleva bene e al quale mancava solo un po' d'amore. Quel fraterno amore che riceveva da te, grazie al fatto di essere lì a raccoglierne mentre lo donavi intorno. Con la semplicità tua naturale e con l'umiltà serena e candida che ti contraddistingueva, in quel mondo che già allora prometteva di diventare la fiera delle vanità che oggi viviamo. Sei oggi quella che sei ed io sono divenuto quello che ti descrive adesso, c'è chi non si cambierebbe con te ma non so se sia migliore una vita come la sua, la tua o forse la mia.

Ed anche quella è stata vita mia. Anzi, proprio quella è stata vita mia, vera, vissuta e soprattutto sentita, come un'alba, come una certezza da cui poter ripartire, anche se può esser rimasta abbandonata in una distesa immensa, deserta di dubbi. Mi vedo ancora, con la bocca socchiusa e la lingua a far capolino dalle mie labbra rosse, dipingere la bandiera degli USA insieme a Sandra, il nostro simbolo, quello della nostra squadra, io e te ai più straordinari "giochi senza frontiere" da strada che siano mai stati giocati. Che meravigliosa vita, viverla con questa immensa gioia nel mio unico, misero, doloroso e sorprendentemente colmo d'amore, piccolo cuore.

Crescevo, crescevo e guardavo mia madre lavare e stirare esattamente nel modo in cui era stata ammaestrata e come, non essendo riuscita ad insegnarlo alle sue figlie, aveva tramandato a me. La polverosa, tragica, sterile arte delle pulizie. Così tanto e naturale capitò bene, per loro chiaramente non per me, che io la imparassi da andare a finire che, quando non ce n'era d'altro, me ne serbavano un poco sotto forma di scale da strusciare. E il povero pollo, di pelle raggrinzita, continuava a piegar la testa e non sapeva far altro che gridare qualche chicchirichì di rabbia, piangere e dar beccate, quando nessuna ragione stava tra le sue zampe.

Povero sciocco potrei soltanto aggiungere oggidì, se non sapessi che quell'allocco altri non è se non tutto l'amore che adesso tengo in me, raggranellato con fatica lungo un'immensa, misera, unica vita, la mia.

Ma allora era più grande in me, la forza del martirio a cui mi volevo sottoporre di quanto riuscissi a vedere come io mi umiliassi, non davanti agli altri, bensì al maschio con le palle che se la rideva dentro di me. Lui la notte se la passava tra bagordi, donne e giochi, vittorie e spassi, creati ad hoc dentro ai miei sogni ad occhi aperti e a me lasciava la merda della vita che lui non era riuscito a far diventare vera. Bella forza a fare finta son bravi tutti. Io la vita però, misera e unica quanto vuoi però l'ho vissuta per davvero.

Crescevo, il tempo passava e i pianti di un bambino non erano più bene accetti nelle palestre e nelle aule, dove i primi amori nacquero così in fretta che finirono prima di essere mai cominciati. Quelli furono anni di speranza, di intensa attività e di frequentazione con la mia ristretta ma tosta cerchia di amici. Fabio, Marco, Dario, io, la più strampalata accozzaglia di orrori umani. Anni dopo solo un film dal titolo "La rivincita dei Nerds" avrebbe reso giustizia alla nostra bruttezza, grettezza e incapacità di rapporto con il sesso femminile. Però ce le spassavamo, erano gli ultimi momenti prima di incominciare a crescere davvero. Gli ultimi giochi prima di dover sembrare grandi a tutti i costi. Prima di cominciare a fumare sigarette, a fumare altre cose e prima di cominciare a perdersi. Lezioni, giochi e sedute spiritiche, gli ultimi sereni ricordi di una parentesi rosea che rinchiude in un soffio i tre anni più sereni dei miei primi trent'anni di vita. Forse perché a quell'età non avevamo più niente da chiedere di quello che ci era mancato e ancora non ci mancava quello che presto avremo cominciato a chiedere. In una vita di brutti ricordi, quei giorni apparsi insipidi di tranquillità, passano via veloci lasciandomi tre doni grandiosi: la non sofferenza, tre brutti ceffi e il dolce ricordo di Eleonora.

Crebbi ancora e dopo quel primo candido no, primo di una sconfinata serie, fui costretto a rinunciare alle lacrime pubbliche, arma ormai obsoleta per attirare l'attenzione a quell'età. Abbandonai questa umida pratica in modo da far credere d'esser uomo e ritrovarmi poi a profanarle abbondanti su mura dure di mattoni o su cuscini duri di rabbia. In quegli interminabili pomeriggi di stupida e ingenua solitudine trascorsi chiuso, maledettamente chiuso, in quella stanza. Quante nocche sbucciate, su quelle mani, impotenti e allo stesso tempo innocenti, davanti ad un mondo a cui non ero per niente pronto a fare fronte. Chissà cosa mi tenne lontano in quei giorni, dalle amicizie nate trai banchi a cui non detti vigore, dalle gite scolastiche a cui non partecipai. Chissà perché a un certo punto smisi di espandermi. Mi ritrovai a settorizzare la gente che era intorno a me. I vicini di casa, cresciuti come me, rimasero comunque per me dei bambini. Non riuscii che a continuare e ancora oggi per me lo sono, che a vederli troppo piccoli per essere frequentati, non ragazzi grandi con cui proseguire e ampliare una vita di amicizia. La scuola fu il mio mostro imbattibile e di conseguenza i compagni di scuola furono, malauguratamente, compagni di scuola e questo si rivelò un grosso handicap. Non solo non riuscii a farli diventare compagni di vita ma non fui all'altezza nemmeno di sentirli compagni di studi, se non gli ultimi spiccioli di giorni prima degli esami. Troppo chiuso, maledettamente chiuso in quella stanza che fu il mio regno, di cui ero il solo re, il solo guardiano e il solo prigioniero.

Crescevo e mi ritrovavo incapace di vivere. Quanto, proprio in quei momenti ho sentito la mancanza di aver fatto a cazzotti, di averle prese e date, di aver giocato a calcio o corso in bicicletta. Di aver fatto tutte quelle cose stupide e normali che fanno tutti e di essermele godute, senza che fosse ogni volta una gara, una competizione impari con quello stronzo che abita dentro di me. Quanto mi è mancato di aver spalmato un po' di muscoli sopra queste quattro luride ossa che poi solo nell'essere strano, hanno trovato la via per ottenere quello che di normale non avevano addosso per riuscire a farsi notare in mezzo alla massa. Quanto in un milione di quei momenti, ho sentito gravare su di me la mancanza di un bel paio di palle, capaci di farmi sentire l'homo horribilus che avrei desiderato essere, insensibile ma potente!

Ho cercato invano sostegni nel mio passato ma ad ogni ostacolo che mi si parava davanti, di qualunque tipo esso fosse, non potevo far a meno di sentirgli ancora, infinitamente, ennesimamente, inesorabilmente pronunciare quella frase che fu una mannaia da ghigliottina sul mio tenero collo di bambino.

Fischia.

Se ti prendono in giro, tu fischia. Se ti maltrattano, tu fischia. Se ti picchiano, tu fischia. Se la vita è una merda, tu fischia. Quante volte infinitamente, ennesimamente, inesorabilmente tu hai dovuto fischiare? Chi ti ha fatto fischiare? È stato tuo padre? È stata la nonna? O piuttosto la vita di campagna o la guerra, il millenovecentoquarantatre o la sindrome di Peter Pan. Chiuso, maledettamente chiuso in quell'epoca che fu il tuo regno, di cui eri il solo re, il solo guardiano e il solo prigioniero.



Il sabato sera era di febbre e se glie lo avessero insegnato… Ah se glie lo avessero insegnato, sarebbe stato maledetto, vigliacco e spudorato. Perché non gli mancava di certo la faccia ne il costato e un po' di muscoli ce li avrebbe potuti mettere sopra, piano piano, se non lo avessero mandato da Dio proprio mentre incominciava a rompere il fiato. Povero piccolo bambino, cresciuto e rimasto bambino, non capace di prendere ma ancora li a chiedere, con la manina tesa, come se si trattasse di caramelle, come se quelle zuccherose delizie da scartare fossero sicure prede celate nella borsa di zia Lina, con quel retrogusto di naftalina ma dolci al primo impatto. Niente miele ne orzo, per lui rimase solo la naftalina e con quell'etereo aroma nella testa, cominciò a brancolare nella jungla fitta della discoteca e a rimbalzare così tanto che alla fine gli sembrò normale. Quell'incapace, inetto, buono a nulla, candido amorevole, innocente babbeo che sono. Cotte, ricotte e prese a botte, uno smilzo bambino fuori moda, con i calzoni a campana quando tutti ce li avevano stretti alla caviglia e quando le bande erano una meraviglia a cui non fu capace di appartenere. Stare a guardar passare per casa la peggio feccia del paese, lui che avrebbe frignato al primo dito che gli fosse stato puntato addosso. Rimirare quei grandi, che poi in fondo altro non erano che un paio d'anni più vecchi di lui e desiderare ardentemente d'essere come credeva fossero loro. Menefreghista, stronzo e potente.

Venivo su, storto e zoppicante, tremante in un mondo troppo più grande di me. Fischia mi dicevano, se ti prendono in giro e se continuano non ci giocare più. Ma tu grande signore mio che m'hai educato a questa vita, perché non hai voluto insegnare a me quel coraggio che tu non hai avuto? Perché è inutile che tu menta, l'hai fatta vedere a tutti la tua paura, la tua paura di morire che altro non era e non è stata, che la tua paura di vivere. Nemmeno noi, tuoi figli siamo riusciti dove già avevano fallito tutti, persino lei. Nemmeno io sono riuscito a farti amare la vita senza paura, senza vergognartene. Senza le tue dure ansie non eri capace di vivere. Così a me rimane almeno la triste gioia di averti fatto amare la tua temuta, santa e disperata morte. Un bambino inerme nelle mie mani, diligente ed ubbidiente ad ogni mio ordine, nella innocente speranza che questo gli donasse un altro po' di quella meravigliosa vita, che senza dire niente a nessuno e grazie alla mamma, a Francesca, a Betty e a me, alla fine aveva capito d'amare.

L'eremita mi avevano insegnato a fare ed io d'ogni compagnia sono rimasto poi solo. E non avrei davvero saputo che farci con loro, perché sarei riuscito sicuramente a prendere finché me ne avessero dato ma non sarei mai stato capace di dare per quanto me ne avessero chiesto. E dentro di me, triste e sconsolato, cantavo piangendo di rabbia e di voglia di tornare indietro, perché il più fico amico è chi resisterà, chi di noi, chi di noi resisterà! E il più fico amico sarebbe stato chi insieme a me avesse resistito. Solo dopo, stoltamente incazzato con gli altri, mi sono accorto che ero proprio io invece quello che se n'era andato. Tranne uno tutti li persi, elementari, medi e superiori e poi anche a quello gli lasciai prendere una strada, assicurandomi che fosse diversa dalla mia, lui nebbia di nome ed io che solo e da solo mi ci sono ficcato. Troppo semplice, troppo tranquillo e bene amato, troppo sereno e contento di stare in questo mondo, perdonami Alessandro se non son stato in grado di rimanerti accanto. Tu no, ma io avevo troppo bisogno di "una vita spericolata" e ci siamo persi di vista così, semplicemente come accade ovunque ogni giorno, ci vediamo! E poi più niente. Almeno con Enrico ci siamo lasciati ufficialmente, chiamami quando non ti servo gli ho detto e lui non mi ha chiamato più. O forse era a me che non serviva più.

Intorno tutto diventò ricco all'improvviso. Appariscente, scintillante, sembrare più che essere. Uno stralcio di tempo dove, più ancora di altri, l'apparenza la faceva da padrone e il look era la nuova unica e sola fede riconosciuta. Con quel poco che mi rimaneva in tasca mi ci buttai anch'io nella ricchezza di quegli anni, di Full Time, di rockoteca, donne poche e tizzoni ardenti assai, che per un po' lasciai fumare soli davanti a me, prima di agguantarli insieme ai colli di bottiglia, per perdermici dentro e dissolvermi in quel fumo agre di erba arrostita. Per non vedermi, se non nei fondi opachi di calici amari in cui roba scura c'era ma non era caffè. Bensì il mio penoso essere o non essere che, nonostante tutto il mio mascherarmi; a carnevale, in casa e a scuola, con gli amici e con le donne, con gli altri e con me stesso, alla fine mi ritornava addosso e mi seppelliva nella melma del mio odio e dell'invidia.

Mare a non finire, motori, ravioli in scatola e sacchi a pelo, nelle pinete e sulle spiagge, senza una meta e senza soldi, solo divertimento, egoistico sano puro divertimento adolescenziale. Anni finalmente goduti, assaporati fino in fondo, fino a quel fondo raggiungibile fino a quel fondo conosciuto ma almeno goduti. Con l'incoscienza del menefreghismo e dell'egoismo. Shhh, c'è Bruno! Spiagge affollate intorno a noi ma, forse riuniti in un gruppo più unico che raro di sfigati, noi soli in mezzo al nulla, noi soli senza che ce ne importasse, noi soli ad ascoltare il boato di gioia sulla spiaggia. La Fiorentina ha perso, è in serie B. Noi alla capannina a Cecina a guardare le olimpiadi. Noi alla Mazzanta a leggere le imprese di Azzurra! Noi a Rimini, 69 e 96. Noi in Spagna senza nemmeno vederla. Noi ad Istanbul, "From Empoli the Revolution". Noi in Grecia tra i campi di maria. Noi, che finchè non ci siam persi dietro alle sottane siamo rimasti uniti, incollati, saldati. Poi è arrivata la vita maledetta, a portarci via le cene ubriache di vomito e pazzie, di macchine sfasciate e Pironì, a portarci via le feste dell'unità, i mondiali dell'82 e i morti di Bruxell, a portarci via gli incidenti, le moto distrutte e i punti in testa, a portarci via i’ peloso, le Vespe e i pic-nic a Castiglioncello a portarci via la vita!

Noi, sempre alla ricerca di quella valle morbida e scura che doveva dar gioia ma che portava solo rabbia se non c'era, perché di solito non c'era. E quando c'era, ce n'era poca e da lontano e quando ci fu mi portò più rabbia ancora. Sul limitare di quell'attimo che doveva donare i colori della vita e i sapori dell'esistenza. Quando dopo la scuola si comincia ad assaggiare quell'indipendenza agognata per anni, tra le sottane madri e i padri scappellotti, come l'ultimo degli ovini che pecoroni si guardano intorno e si adeguano al fare del branco, che era allora quello di timbrare il cartellino comunque fosse quella buca che l'inghiotte, come tutti mi lasciai trascinare in una storia principiata troppo presto e finita troppo tardi della quale, alla fine, non c'è altro da dire purtroppo.

Se non di quel piccolo pensiero che non fu fatto in tempo ad esser formulato che qualcuno pensò bene di disfarsene. E io rimasi lurido con le mie mani in mano senza difenderlo.

Dopo la ribellione, la coppa dei campioni, le belle cosce materne guardate da sotto in su, in una sera di troppo vino, di troppa birra e di troppo tutto come troppo spesso capitava. Dopo la miserrima riscossa del bambino che punta i piedi imbronciato contro il mondo intero, mi rinchiusi svelto in  una cella buia e fredda, che m'avevano fatto credere la suite di un grande albergo, tanto  che dentro ci sono rimasto un decennio. Prima a cercare di capire come c'ero finito e poi a come avrei mai potuto uscirne fuori.

Arrivò il lavoro a cavarmi d'impaccio. Almeno qualcosa c'era a darmi l'illusione di quella soddisfazione che non riuscivo a trovare in un abbraccio che non volevo ma da cui non sapevo estraneo allontanarmi con grazia, finché non mi allontanai con sgarbo. Stanco dello spergiurare a destra e a manca che sarei stato capace d'aspettare quello che era ormai trent'anni di cui facevo a meno ma del quale, in realtà, bramavo conoscere al più presto ogni tipo, ogni forma, ogni possibilità di dimostrazione, di quello sconosciuto per me sentimento che era l'amore. Eppure, me ne era girato intorno ma impaurito da ciò che non mi era stato presentato, non me ne accorsi e lo lasciai sciogliere via in sorrisi di madre e carezze di padre che non seppi riconoscere e non volli vedere intorno a me, pur di poter domani, che è poi oggi, dire che non m'avevate amato. Come siamo inconsciamente stupidi e capaci di rovinarci l'esistenza. Maledetti, orgogliosi e permalosi. Incapaci di dare, se prima non abbiamo perlomeno ricevuto il doppio di quello che potremmo mai sganciare dalle nostre aride, vuote tasche, spoglie di sentimenti colmi di interesse.

Conti e contanti mi sollevarono quel che credevo l'animo ma era solo l'alibi che si formava lentamente in me, per tenermi sempre più in quelle catene in cui mi rinchiudevo, trovandovi la sicurezza del non dover dire ho sbagliato, del non dovermi dare alla vita col rischio che la vita mi desse del fallito mentre con te fallivo ogni giorno di più.

T'amai forse, di quel sentimento giovane che nasce dal non aver avuto, come un bimbo piccolo a cui per la prima volta donano una palla. Solo dopo, col tempo e con l'aiuto di chi non teneva a me per parentela ma per soldi, capii che potevo sceglierne il colore, la grandezza, il gusto e il tatto. Fino a che non capii che dentro ad una palla piena d'aria, tolto l'aria non c'era più niente. Fuggii così credendo ancora di scappare, ritrovandomi invece a vivere, a provare, a sentire e finalmente a conoscere amore.

Non cercai più palloni ma trovai una donna, che a dire il vero trovò me, nel fondo di un cassetto di conti fatti ritto su di un piedistallo in faccia al sole e che finalmente mi fece scendere, umile, a bearmi della immensa grandezza di non esser niente, se non me stesso insieme a lei.

Piansi tra le tue mani Patrizia e t'amai della passione, della ribellione, della frustrazione, della libertà che mi regalavi incatenandomi a te. T'amai del vento che correva tra i tuoi capelli, dell'acqua che ti bagnava impertinente e prima ancora dell'attesa che lessi in fondo a quei due mari scuri in cui ancora mi bagno quotidiano e mi rispecchio. Per me sei importante ma non voglio farti del male, mormorai sperando di abbracciarti e tu prendesti la mia testa fra le mani e donasti il risveglio ad uno stupido addormentato nel folto della foresta di carte bollate, decreti e leggi, dietro a cui non potevo più nascondermi.

E m'abbandonai a te prima, a me e infine a noi.

Nato tra panni, cresciuto nella carta, non avvezzo a carezze, mi ci volle tutto il tuo amore a saziarmi dell'aridità di quel deserto che mi aveva fatto crescere rachitico, come una pianticella che ha bisogno dell'acqua che le scorre vicina ma non la bagna mai.

La meraviglia di essere in te Patrizia e nel viverti giorno per giorno, dell'amarti e del declamarti eterea e candida in versi e sognarti, desiderarti e ancora amarti, spudorata e tigre con me. Non sono i mille bigliettini, né le parole che ci trovi dentro, sono le carezze che adesso riesco con tanta naturalezza a farti, solleticandoti il cuore con i miei versi, con le mie mani, con quello che con te sono riuscito a fare, a costruire, a sentire, provare, credere. Fino a far vacillare le tue paure e portarti a credere che anche tu stessa, meravigliosa ennesima Candy Candy, puoi essere amata, indiscutibilmente, indissolubilmente, inaspettatamente e realizzare i tuoi bisogni, i desideri e infine anche i tuoi sogni. Fino a quello che anche se non lo realizzassimo insieme, ne lasceremo comunque dietro di noi in eredità a questo stupido mondo, che ci voleva far credere d'essere inospitale ma che proprio nelle sue miserie, nelle morti di fame e nei cancri che sparge al vento, vive la meraviglia dell'assoluta verità. Proprio perché c'è chi ha bisogno e bisogno di noi, noi lo possiamo amare. E amiamoli allora, i padri, le madri, i parenti tutti, i nemici, gli ex mariti e quelli che non riusciamo a lasciare, gli ex amici e quelli che non riusciamo a trovare. Amiamo, e lasceremo noi qui ad amare, anche quando non ci saremo più.

Adesso, dopo la fame, la sete e i bisogni tutti, satollo infine dell'aver dato e dell'aver ripreso, mi gusto il quotidiano averti, il quotidiano esserti e il quotidiano starti che dona a me la felicità serena di sentirmi e d'esser io, non del narciso ego d'apparire ma del sapere che io sono e che tu sei con me.



Son morto e poi risorto, finalmente, tra le braccia di un angiolin bellin bellino, sceso a scuotermi dal mio torpore, colmo di sogni illusori ma senza carne da toccare. Salvato dall'incoscienza di una vita colma di niente, piena del silenzio dell'inesistenza, reame dell'indifferenza, strappato dalle grinfie di un narcotico oppiaceo che ti fa credere di non sentir dolore, solo perché non riesci più a percepire nemmeno le più piccole umili gioie. Non posso parlare di un tempo in cui non ci sono stato, un tempo che non ho sentito scorrere sulla mia pelle, in cui non ho pianto, non ho gridato, non ho sbattuto i pugni nel muro. Non mi sono ribellato! Inorridisco ancora al solo pensarci e se lo paragono alla mia fantotragica infanzia, quest'ultima mi pare la vita spensierata nel paese delle meraviglie. Lottato. Rassegnato. Ibernato dalla morte e infine dalla morte risvegliato. Come ho imparato l'amore "Siamo uomini ho innamorati" ve lo ha di già narrato.

Perdonatemi l'egoismo, perdonatemi per questa vita.

Come tanti sono arrivato troppo tardi a vedere e sentire.

Dopo avervi fatto tutto il male di cui sono stato capace, chiedo ancora una volta il vostro amore ed il perdono.

Piango ancora sulle mie ferite, non più gocce d'odio ma lacrime d'amore.

E infine amo.

Amo la vita e amo voi.

E in conclusione non posso far altro che contraddirmi e confermarmi allo stesso tempo, rassicurando tutti sulla cosa più essenziale che, nonostante tutto quanto possa esser stato o sia sembrato, rimane  unica, misera e vera: oltre ad amare voi, io amo me!!!

Sì, amo me, amo la vita e amo anche voi.

Voi che non avete trovato posto tra le righe ma che volente o nolente, con al gioia la rabbia, la tristezza e la felicità, porto comunque serenamente dentro di me, voi la mia vita: il tronco d'albero vicino alla vite accanto al quale mi sono sdraiato durante la mia prima crisi d'asma, i carciofi fritti all'asilo, la bambina che mi faceva la corte all'asilo, la mela con la buccia buttata nel cestino mentre facevo il girotondo ancora all'asilo, Abano a bangare i banghi, quella volta che di ritorno da Abano babbo mi portò in regalo la fattoria con tutti gli animali, le cose sconce sotto i garagi, Walter e Marchino, Fabio, quella volta con l'ottoecinquanta che abbiamo avuto un incidente su una strada sterrata, il campino, il vialino delle streghe, l'omino pazzo, nascondino, Stefano, Federico, Albertone, Giancarlo e Giancarlo, Rivazzurra, la mitica grande immensa Juve, il minibasket, l'Azione Cattolica Ragazzi, Padre panchetti, Adele, tutte le volte che ho rubato alla coop, i soldatini, le figurine, rischiatutto, quella volta che sono tornato a casa alle otto e che fuori c'erano almeno venti o trenta persone a cercarmi e io ero da Riccardo a giocare al gioco del risparmio, la chitarra di plastica, Goldrake e Gundam, la Ciclopasseggiata Empolese, tre volte in gita scolastica alle cinque terre, Pasqua Maria, la lente a contatto, il cinema alla coop, le amiche di Francesca delle quali ero sempre innamorato specialmente Marinella, le amiche di Betty che non riuscivo proprio a sopportare, i miei amici, quelli con cui stavo bene insieme e quelli che mi prendevano puntualmente in giro, tutti i miei compagni di scuola, la maestra Viviana Ricci, il professor Caponi e le sue avventure in giro per il mondo, la professoressa Nunziati e l'ombelico di Gesù bambino, la professoressa Giudizi e gli elastichini, il triangolo e la rotonda, le ripetizioni di tedesco a Livorno e i treni per arrivarci, quella volta che abbiamo vinto la finale di pallavolo, il caro povero Daniele, Villeneuve, Platini e Boniek, tutte le ragazze a cui sono stato dietro, tutte le ragazze che mi sono state dietro, tutti i concerti che ho visto, quella volta che ho visto il viso di Gesù su di un muro e la volta che lo ho letto nelle stelle, la curva imprendibile all'isola d'Elba, il Cagiva e il Ciao, l'eschimo, il PX, le Bude, la Panda e la 127,  Diddi e Gori pescioloni, il PG93, il Tenax, il grande, immenso, unico, speciale, maledetto e amatissimo Angolo dal quale non potrò mai portare via quel pezzetto di cuore che c'è murato dentro, madre e padre delle mie più scellerate azioni, che alla fin fine sono state le più belle proprio per quando, come e perché son state fatte, le birre, le canne, le scorribande della giusta giovinezza e dopo la folle, illusa felicità i fari nella nebbia, Silvia Volpi, Fabio Coli, Otello Lotti, la seconda, urlata, rabbiosa coppa dei campioni vinta dalla Juve, Andrea Taddei, Pasquale di Bologna, Luca Paoli e più importante di tutti la mia seconda vita, l'indescrivibile, smisurato, cresciuto, coccolato, colmato di tutto ciò che non avevo avuto, di tutti i trenini che avevo desiderato, di tutti i lego che non avevo montato, di tutte le meraviglie che avevo sognato, santo, dolce, bambino, insegnato, educato, amato Mattia, che solo e unico è riuscito a traghettarmi indenne fino alla mia sublime, pazzesca, armoniosa, gridata, serena, gioiosa, colma di sì, pacifica, elettrizzante, unica vera vita: Patrizia!


29 XI 2002


Sono precipitato
dentro gli abissi di un lago senza fondo,
mi sono innalzato
tra le vette infinite e silenziose,
ho toccato stelle
e visto il sole da vicino,
conosciuto lo spazio immenso
che ci culla nel suo ventre
e l’infinito che è rinchiuso dentro di noi,
poi ho visto te
e sono rimasto qui!


31/12/2002

MONACO E
I CASTELLI DELLA BAVIERA

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Il

Mirto

e

la

Fede

2002

La promessa sposa

Leggo con calma i tuoi sorrisi

scritti su di un volto di sole

ascolto il fremere dell’anima

e ti vedo formichina

mentre raccogli i minuzzoli dei tuoi sogni

e come in un enorme puzzle

di sentimenti, gioie, dolori e speranze

costruisci quell’esperienza strana e nuova

anche se rivissuta

di momenti che non ti hanno dato niente

se non riempirti di speranze tarpate

di domani che vedevi troppo lontani

nascosti dietro a montagne di incomprensione e di doveri.

Formichina, formichina

un semino dopo l’altro

hai colmato i cunicoli che portano fino a te

riempiendoli di te finalmente

e di quello che desideri portare nella tua nuova vita

a volte credi di aver quasi raggiunto una meta

e non ti accorgi che i tuoi sogni

per fortuna

spingono sempre più lontano il tuo traguardo.

E tu godi inconsapevole

perché non ci sono mete da raggiungere

ma solo giorni da vivere

lasciandoseli scorrere sulla faccia come acqua fresca

e berli

come i succhi della frutta dell’albero della vita

la tua

e

non infine ma durante

anche la nostra.

2002

Donne

Una l'ho amata

perché mi ha donato a questo mondo

che mi ha accolto a braccia conserte.

Una l'ho amata

perché mi ha difeso da questo mondo

in cui volevo entrare a tutti i costi.

Una l'ho amata

perché mi ha gettato in questo mondo

da cui avrei voluto fuggire.

Poi finalmente ho amato

te

che mi hai lasciato libero

di vivere.

2002

Dulcis in fundum

Non avevi la forza per un mondo diverso da te.

Ci hai insegnato cose che non immagini

odio, invidia, ingordigia.

Ancora sono qui a scrivere di te

con amore, con tristezza,

per noi cocci rotti e riparati

con le crepe in bella mostra

e la vita fuori

che intanto scorre

veloce e inesorabile.

E mentre penso alla forza che mi hai dato

al carattere mite ma iracondo

e spesso generoso

che mi porto dentro

ancora sono qui

con la mia manina

tesa a chiederti di comprarmi un giocattolo

non per quanto di materiale

mi sia potuto mancare

ma per confermarmi

quanto di spirituale c'era in te

quanta voglia c'era

di riempire di miele quei cocci rotti

e sentire che in fondo

eri un uomo normale

come lo sono anche io.

2002

Sull'arenile

Sassi sull'arenile

in attesa

cotti dal sole

bruciati dal sale.

 

Sassi

presi e gettati lontano

beccati, smossi, scavati.

Sassi

presi e portati

dalla furia del mare

da una mano che li stringe

e li infila in una tasca vuota

dove saranno dimenticati dal tempo.

Sassi

in attesa che un'onda benigna li copra

e dia loro la fresca pace di quell'attimo

prima di tornare ad essere sassi.

Sassi sull'arenile

in attesa di una carezza d'amore.

2002

Prendo te

Io ti prendo

perché tu sia me.

Prendo te

perché tu sia la madre che cerco

quando ne ho bisogno

la mano che mi trattiene bambinetto

mentre corro per le strade affollate di pericoli.

Prendo te

perché tu sia la sorella che mi aiuta

quando sono solo

il consiglio che mi raggiunge silenzioso

nel caos assordante della folla che mi ignora.

Prendo te

perché tu sia mio fratello

come mai ne ho potuti avere

il giudizio disinteressato che scolpisca me e in me

delle parole uniche di amore per la vita.

Prendo te

perché tu sia un padre

che mi ammonisce severo per i miei errori

il dito indice della via da percorrere da solo

ma in una folla immensa di pensieri amici.

Prendo te

perché tu sei la vita mia

l'alba e il tramonto delle mie giornate

l'acqua e il pane dei miei bisogni

la pace serena dei miei desideri

la fonte immacolata delle mie voglie

la foce unica e sola della mia esistenza nella grazia divina.

Prendo te

perché tu sia me

prendo te

perché tu sei me

prendo te

perché tu

sei tu

solo e soltanto unica e insostituibile

te.

2002

Il guardiano del cimitero

Dividete la vostra gioia anche con chi non è più con noi.

Il guardiano del cimitero oggi è a spasso con la vita,

se avete bisogno chiedete al padre.

Lo troverete serafico e disteso

su di un verde campo al tramonto,

con il suo cappello in testa e un filo d'erba in bocca.

Parlate con il suo sereno sorriso

e lasciate che non vi risponda.

2002

Unsaid

Ci sono parole

che appena dette

perdono il loro eterno valore.

Ci sono parole

che scritte

non hanno più nessun significato.

Ci sono parole

che svaniscono rapide in un soffio di vento.

Ci sono parole.

Io

sono qui per te.

2002

Il tuo il mio desiderio

Il desiderio

è che tu possa avere

tutto ciò che ti è mancato

tutto quello di cui hai dovuto fare a meno

tutte quelle cose

delle quali sei stata costretta a fare senza.

Desidero

che tu possa sentire

finalmente sazi i tuoi bisogni

tanto

da poter infine cominciare a desiderare

tanto

da desiderare lo stesso per me

che invece sono così sazio

che già lo desidero per te.

2002

Oltre l'ideale

Pelle come velluto

come buccia di pesca

occhi di cerbiatta

profondi come mari

languidi come lune dentro ai pozzi

unghie da gatta

bocca come bocciolo di rosa

orecchie come ricami certosini

incisi nei marmi perlati di Carrara

piedi come geishe

come bimba appena nata

gambe flessuose

corpo sinuoso

cosce come colonne dei templi greci

sguardo da dea

voluttuosa

turgida

languida

afrodisiaca

seni come coppe di champagne

come piramidi

come dolci colline nel riposo del tramonto

nella frenesia dell'alba

tigre

dittatore

padrona

comodo fondoschiena

curve piene

minuto didietro

sedere cesellato nel caldo legno

capelli castani

biondi

ramati

corvini

multicolori

nei riflessi della luce ingannevole

casta

puritana

puttana

schiava