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 CARO DIARIO...

15 gennaio – hello, world è il saluto che accoglie i primi visitatori del sito wikipedia, da un'idea dell'imprenditore Jimmy Wales e del filosofo Larry Sanger nell’home page campeggia la richiesta rivolta ai visitatori a dedicare alla creazione del sito un po’ del loro tempo per inserire, modificare o integrare una voce, dando vita alla più grande enciclopedia al mondo che cambia radicalmente l'approccio alla conoscenza e determina la fine delle fatiche di milioni di studenti per le ricerche scolastiche, adesso il copia e incolla in un click sostituisce il copia e riscrivi da pesanti enciclopedie; è da sempre che Wales sogna un'enciclopedia on line che comprenda tutto il sapere possibile accessibile a tutti dovunque e si affida per questo a Sanger ma per renderlo possibile c'è bisogno di un nuovo strumento di pubblicazione che consenta una completa interazione tra tutti i nuovi redattori sparsi per il mondo; viene così introdotto il wiki, dall’hawaiano veloce, un software ideato nel 1995 da Ward Cunningham, la cui peculiarità è facilitare la creazione e la modifica di un pagina con collegamenti ipertestuali ad altre pagine, permettendo anche di fornire la cronologia delle versioni precedenti; nel 2000 c’è il lancio del prototipo Nupedia ma i lenti progressi del sito impongono un’alternativa che sfocia in Wikipedia; ci si registra, si edita qualsiasi contenuto, con la possibilità confrontarsi con gli altri utenti; si forma velocemente una comunità fra coloro che aggiungono voci, mediata dagli amministratori, nel giro di un anno nascono venticinque versioni nelle varie lingue e nel 2003 Wikipedia inglese raggiunge il traguardo delle centomila voci, Wikipedia diviene ben presto consultato per ogni tipo di ricerca o curiosità ricevendo di conseguenza anche le prime critiche per la scarsa attendibilità delle informazioni inserita da illustri sconosciuti dei quali non si conosce la formazione e per il mancato controllo di ciò che viene pubblicato; si aggiunge inoltre il timore dell’invasione della pubblicità o dell’ingerenza politica e lobbystica che viene prontamente fugato da Wales che nel 2003 dà vita a Wikimedia, una fondazione senza scopi di lucro che s'impegna a trovare fondi attraverso donazioni volontarie dai numerosissimi utenti; la messa al bando della pubblicità è una formula vincente che nel 2008 giova a Wikipedia l’ingresso nel Guinnes dei primati come enciclopedia più grande in assoluto e tra i sei siti più popolari al mondo; nel 2015 si raggiungono edizioni in duecentonovantuno lingue, trentacinque milioni di articoli e cinquecento milioni di utenti mensili da ogni angolo del pianeta. La conoscenza è ora di tutti ma a cura di tutti, siamo diventi formatori di noi stessi, c’è da fidarsi?

 
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20 luglio – per la terza volta l'Italia ospita il forum dei governi delle principali potenze più industrializzate del mondo, il G8, Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada e Russia; infelice è però la scelta della città di Genova come sede del summit, non proprio logisticamente facile da gestire, fin dalla vigilia del vertice si consumano i primi scontri tra le forze dell'ordine e i dimostranti che cercano di accedere alla Zona Rossa che delimita la zona riservata agli incontri; l’infiltrazione degli anarchici Black Bloc trasforma la protesta in guerriglia fino ad arrivare alla morte dell’assalitore Carlo Giuliani durante una violenta aggressione ad una camionetta dei Carabinieri; le fasi successive portano al drammatico blitz delle forze dell'ordine alla scuola Diaz, con pestaggi e violenze sui manifestanti che vi si erano rifugiati; la successiva azione giudiziaria nei confronti del comando di Polizia si concretizza il 5 luglio 2012, quando la Cassazione condanna in via definitiva gli alti funzionari della Polizia per la sanguinosa irruzione nella scuola, successivamente anche la Corte europea per i diritti dell'uomo ha definito torture i metodi utilizzati in occasione del blitz. Nessuno aveva ragione ma tutti avevano torto.

 
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11 settembre – il mondo viene sconvolto, alle 8,46 un volo dell’American Airlines 11 finisce contro la Torre nord del World Trade Center, tra il 93° e il 99° piano, tre minuti dopo sugli schermi della CNN, con cui sono collegate le TV di tutto il mondo, si vede la parte alta dell’edificio circondata da una nuvola di fumo nero che impedisce i soccorsi dall'alto e i corpi delle persone che per la disperazione si gettano nel vuoto dagli ultimi piani; si cominciano a mobilitarsi i primi soccorsi mentre i media già iniziano a parlare di attentato terroristico, diciassette minuti dopo in diretta mondiale un secondo aereo, 175 United Airlines, si schianta tra il 77° e l’85° piano della Torre sud, sui banner di tutti tg compare la scritta “America under attack”; prende avvio la procedura d’emergenza per mettere in salvo il Presidente George W. Bush e il divieto di sorvolo su tutto il territorio nazionale ma nel frattempo un terzo aereo, di cui non saranno trovate tracce tangibili dell’esistenza, colpisce un’ala del Pentagono e un quarto, del quale non si ritroveranno rottami, precipita nelle campagne della Pennsylvania pare grazie all'eroica ribellione dei passeggeri incitata dal famoso “let’s roll” di uno di loro; tra le 10 e le 10,28 la tragica giornata vede il suo epilogo con il collasso delle due torri sopra occupanti e soccorritori, dopo settimane di scavi e ricerche verranno stimate in più di duemila vittime per un totale di circa tremila morti fra torri e aerei; i diciannove dirottatori sauditi erano da tempo oggetto di attenzione da parte dell'FBI, grossolanamente beffata; le polemiche e le teorie complottistiche si susseguiranno per anni dando voce a continue inchieste giornalistiche e documentari cinematografici, tra cui quello che farà più discutere sarà Fahrenheit 9/11 di Michael Moore; la data dell’11 settembre 2001 diviene un confine temporale nella storia con contraccolpi nell'economia, nella guerra al terrorismo e nelle sempre più stringenti misure di sicurezza che limiteranno la libertà, sul luogo delle Torri gemelle viene allestito un sacrario presso il quale ogni anno viene tenuta una cerimonia in memoria delle vittime e fra dubbi e polemiche nel 214 viene inaugurata la Freedom Tower costruita sul luogo del disastro; le ripercussioni sulla politica internazionale porteranno all’occupazione dell’Afghanistan da parte di una coalizione capeggiata dagli Stati Uniti che ne completerà il fallimento della politica estera quando venti anni dopo le truppe si ritireranno lasciando tutto come era in precedenza al costo di migliaia di vittime militari ma soprattutto civili. Un pasticciaccio peggiore dell’assassinio di Kennedy attuato per impedire la possibilità di una distensione fra USA e URSS, ci penseranno i cinesi nel 2019 ad insegnare a tutti come si fa a conquistare il mondo senza sparare un solo colpo.

 
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23 ottobre – la Apple lancia l’iPod con lo slogan “più di 1000 canzoni nella tua tasca”, Steve Jobs, nella consueta tenuta in jeans e felpa nera, presenta al mondo il nuovo riproduttore musicale digitale; il dispositivo è estremamente leggero e pratico con un hard disk da 5 gigabyte capace di contenere mille brani musicali in formato MP3, controllato da una semplice rotella scorrevole con un tasto OK con cui gestire la scelta delle canzoni, scaricabili a pagamento attraverso l’applicazione iTunes; l’esplosione della musica in byte dà inizio a una vera e propria rivoluzione nel mondo della discografia che vedrà scomparire velocemente i supporti fisici, le vendite e le royalties; l’iPod si evolve e viene copiato in migliaia di versioni con memorie sempre più capienti e design originali; nel 2007 arriverà la tecnologia touch, che farà dell’iPod un dispositivo multifunzionale in grado di realizzare filmati, di collegarsi in WI-FI, di mandare messaggi con iMessage e di fare fotografie, a tutto questo sarà infine aggiunta la funzione telefonica dando così vita al moderno Smartphone. Steve Jobs nella presentazione del 2001 aveva affermato nel suo piccolo di andare a rendere il mondo un posto migliore, il suo sicuramente il nostro è illusoriamente bellissimo ma estremamente alienante.

 
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15 novembre – Microsoft non resta al palo e lancia Xbox, sfidando i colossi nipponici con la Sony PlayStation 2 in testa seguita dalla Nintendo; il design è accattivante e la game station in realtà nasconde un vero e proprio computer; progettata dal DiretX team di Redmond, è assemblata con gli stessi componenti di un pc e ciò la rende in teoria più potente delle rivali ma le strategia di marketing di Sony e Nintendo costringerà Microsoft ad un drastico abbassamento del prezzo per ottenere alla lunga il successo commerciale con la vendita di ventiquattro milioni Xbox grazie a videogames cult come Halo; nel luglio 2002 viene lanciata la piattaforma di gaming on-line Xbox Live, che permetterà le sfide al gioco tra utenti di ogni parte del pianeta che porterà in breve a contare il primo milione di utenti; nel 2006 esce la nuova versione Xbox 360, in collaborazione con IBM, ATI Technologies e Samsung. Il mondo si dividerà fra agguerriti passionari di Playstation e combattivi amatori della Xbox, i poveretti giocheranno con Nintendo.

 
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2001

Innovazione

la cultura si fa di tutti

e la musica entra in un taschino

sorridi insieme a lei

contro tutto e contro tutti

non c’è posto che non sia gioia

qualunque cosa accada

il mondo non ha più senso

perché il senso siete voi

l’universo non ha più spazio

se non quello che gli date voi

poi crollano le torri

e il buio scende

nero mantello

sull’umanità

pieno di insidie

e di misteri

di complotti

e di nemici nascosti.

Sisifo se n’è andato

la roccia rotola

e trascina tutto giù

ma non v’importa

voi siete in cima al monte

persi in un tramonto

che dona un nuovo giorno.


9 GENNAIO 2001

NUTELLA

IN PARADISO

Faceva parte di una nidiata di ben dodici tremolanti, rosei, morbidi, teneri, quasi amorevoli, piccoli topini. Era venuto al mondo tra trucioli di legno e semi di miglio, in uno scantinato umido al punto giusto, pieno di gabbie con mille varietà di uccelli prigionieri che gli cantavano il buon risveglio al mattino e la buona notte alla sera quando, dopo l’ennesima estenuante poppata, in lotta e in competizione con gli altri undici fratelli si addormentava beato al calduccio, fra la madre premurosa che li accudiva tutti come se fossero l’ultima speranza di vita e la cucciolata che si muoveva sognando pezzi di cacio su cui abbuffarsi e corde marce da rosicchiare, tutti tranne lui. La madre lo aveva chiamato Cacao a causa della sua inusitata e smisurata golosità orientata verso tutto ciò che era dolce. Il piccolo topino non gradiva infatti la dieta di cui invece i suoi fratelli andavano pazzi, avanzi di chissà quale pasto, resti di pagliericci, semi grossi e piccoli, qualche insetto e formaggio, tanto formaggio, di qualunque tipo, forma, grandezza, odore, sapore e colore potesse essere; formaggio, quanto più se ne poteva trovare, quanto più se ne poteva racimolare nelle dispense dei poveri malcapitati, che si ritrovavano la casa invasa da questa minuscola ma pestifera orda di barbari pronta ad assalire ogni cosa, ad infilarsi in ogni pertugio, ad intrufolarsi in ogni scatola, sacchetto o busta che riuscisse a raggiungere. Individuato l’obbiettivo, l’euforica masnada provvedeva a prelevare tutto quanto poteva essere trasportato al sicuro nelle tane o se le dimensioni troppo ingombranti lo rendevano proibitivo, consumava in fretta e sul posto quanto la pancia permetteva di essere ingurgitato. L’abbondante pasto sarebbe stato comodamente digerito con calma, ognuno nel proprio giaciglio con lo stomaco strapieno, contorno il momento di relax con ricordi sulla gustosa mangiata o commenti sul buon profumo di cacio odorato addentando inesorabilmente le sfortunate forme di grana o di pecorino, scovate nei reconditi nascondigli arieggiati in cui gli umani le mettevano a stagionare credendole al sicuro da tutto e da tutti. Certo anche Cacao in mancanza di torte o merendine mangiava groviera o taleggio, troppo spesso la sua dolce golosità lo aveva portato a saltare pranzi o cene e così si era ritrovato più di una volta ad accontentarsi di formaggio e paglia sognando gianduiotti e baci perugina e nei momenti di maggior tristezza gastronomica ripensava ad una tavoletta di cioccolato Kinder, con più latte e meno cacao, che era riuscito ad assaggiare una sera di pioggia mentre correva a cercar rifugio dall’acquazzone. Come lui anche un bambino, sorpreso senza ombrello dal forte temporale, correva tra le pozze diretto verso una casa che lo stava aspettando calda e asciutta e nel suo saltellare zigzagando fra le pozze e le gocce, aveva perduto una confezione intera di barrette di cioccolato che erano andate a finire ad un pelo dal povero Cacao il quale, prima le aveva maledette per lo spavento procuratogli e poi, dopo aver meglio inquadrato di cosa si trattasse, le aveva addentate e se le era spolverate in un battibaleno. Era stato male per due giorni di seguito, perché per un minuscolo topino quale lui era tutta quella cioccolata anche se con più latte e meno cacao, era davvero troppa. Aveva capito la lezione ma allo stesso tempo aveva acquistato definitivamente il buon gusto del dolce ed il sapore del primo morso dato ad una di quelle sei barrette, che si era digrumato come sei semi di miglio, ancora aleggiava allettante nella sua bocca solleticandogli il palato.

La sua golosità particolare non era passata inosservata né ai fratelli né agli altri cuccioli che invece si rimpinzavano di tutto quanto si trovava a portata di zampa e quando la fortuna o la prodezza di qualche topo adulto lo permetteva si gettavano sul formaggio come dei bambini avrebbero fatto in una piscina piena di panna. Fu per questo che alla lunga, gli altri topini presero a canzonarlo per questa suo particolare appetito rivolto verso tutto ciò che era dolce, chi lo chiamava Topella Motta, chi Tanti Topi Perugina, Giantopotto, Magnum Tople e così via. Gli appellativi per il povero Cacao si sprecavano ma lui appena sentiva nell’aria il buon odore del cioccolato non riusciva a resistere e si gettava trotterellando alla ricerca dell’origine di tanto profumo. Ma un bel giorno ebbe la sua rivincita. Era un bel mattino di fine ottobre, quando il sole gratifica gli ultimi coraggiosi con qualche sprazzo di caldi raggi in mezzo al freddo dell’autunno che se ne sta andando a finire dritto dritto dentro all’inverno, Cacao stava rincasando dopo un nottata di infruttifere ricerche gastronomiche e già si vedeva a tavola con tutti i suoi fratelli a consumare qualche seme, magari delle croste ritrovate intorno ai cassonetti della nettezza, bucce di frutta varia ed altre prelibatezze del genere che per gli altri rappresentavano una vera e propria ricercatezza, una golosità a dirla tutta, mentre per il nostro topo cioccolatista altro non erano se non soltanto una magra, anzi magrissima consolazione; sconsolo e rassegnato era giunto alla finestra, attraverso i cui spifferi si sarebbe calato nello stanzone che ospitava la sua allegra e numerosa famigliola, quando d’un tratto lo vide. Era adagiato su di un fianco, colpito a morte nella parte superiore ma praticamente intatto da metà in giù, la sua essenza lo stava abbandonando lentamente scivolando tra le pietre del marciapiede che degradava ripidamente verso la piazza principale del paese, un rivolo lungo e scuro che si insinuava fra pietra e pietra e correva veloce verso il niente. Lo riconobbe immediatamente, appetitoso come se lo era mille e mille volte immaginato passando davanti alla vetrina del bar, dove se ne era innamorato vedendolo ritratto in una foto pubblicitaria, un inconfondibile Magnum Double Chocolate con doppia copertura di cioccolato inframmezzata da un succulento strato di crema mou, infine racchiuso dentro questa dolce corazza un cuore di crema al cacao con minuscoli granuli di cioccolata, roba da ultimo desiderio. Si guardò intorno furtivo, non si soffermò nemmeno a pensare a chi poteva aver mangiato un gelato così presto di mattina e soprattutto a chi poteva aver gettato o lasciato cadere una prelibatezza del genere, assestò un colpo deciso con i robusti incisivi infilandoli nel legno dello stecco e sollevandolo leggermente da terrà lo portò via con se infilandosi in un pertugio fra i mattoni e l’imbotte della finestra attento a non perderne nemmeno una goccia, mentre invece il gelato si stava sciogliendo inesorabilmente. Entrò nello scantinato e si avviò velocemente verso il rifugio della sua famigliola, li trovò tutti intorno ad una serie di quelle che lui avrebbe definito “digeribili schifezze” e tutti si voltarono a guardarlo sorpresi ed increduli di ciò che aveva avuto il coraggio di portare a casa. Cacao ne fece assaggiare un po’ a tutti i fratelli, una slinguatina per uno e poi si mise comodamente seduto nel suo angolino preferito a gustarsi lentamente quella delizia mentre gli altri continuavano a osservarlo ma stavolta con gli occhi sgranati dalla dolce visione e le lingue penzoloni a strusciare inconsolabili le bocche agognanti che gridavano silenziosamente e senza ritegno “Slurp”. Cacao terminò il suo golosissimo pranzo, si preparò un giaciglio per trascorrere il sano riposo giornaliero e si addormentò con un sorriso beato sul musetto e delle belle macchie di cioccolato sparse sulle zampette e su tutto il rotondo corpicino. Da quel giorno nessuno osò più prenderlo in giro per la sua incontenibile, zuccherosa, dolce golosità.

Come per tutti i cuccioli, di qualsiasi genere essi fossero, uccelli, pesci, gatti, cani e topi; come per i suoi fratelli, tutti e undici nessuno escluso, anche per Cacao la dura legge della natura volle che una volta divenuto autosufficiente, abbandonasse il nido natio. Quell’ambiente familiare e conosciuto in cui era venuto al mondo ed era stato amorevolmente allattato, curato e svezzato da Mamma Topa, quell’incrocio di cunicoli stretti, di buchi nei muri, di corse nei tubi e di angoli comodi in cui addormentarsi a pancia piena sul pagliericcio, quel luogo che aveva rappresentato per lui un rifugio sicuro adesso non gli apparteneva più. Così con il suo modesto bagaglio legato stretto alla punta di uno stuzzicadenti che portava in spalla se ne andò, dispiaciuto per il distacco ma allo stesso tempo fremente di curiosità per il futuro che lo stava aspettando, nuova casa, nuova vita, nuove avventure, sognando dolci a volontà. Salì lungo le grondaie e ridiscese per i muri si, infilò in anfratti e ne risbucò fuori mentre col suo musetto tremolante annusava a destra e a manca, lasciandosi indirizzare dal suo fiuto verso quella che sarebbe divenuta la sua nuova casa. Sali, scendi, gira e rigira, in breve tempo si ritrovò in una soffitta, calda e accogliente e visto che il freddo aveva già fatto capolino, pensò bene di costruire il suo giaciglio proprio sotto al tubo dell’acqua calda in questo modo anche senza il tepore dei ,fratelli avrebbe potuto addormentarsi ugualmente al calduccio. Girovagò per tutta la soffitta alla ricerca di spaghi, pelucchi, legnetti e quanto altro gli potesse servire per la costruzione del suo letto e finalmente dopo ore e ore di frenetica ricerca e laborioso impegno la sua “suite” era pronta. Si addormentò tanto era stanco, senza pensare al mangiare, vuoi per l’emozione di quel giorno speciale o vuoi per la gioia di esser riuscito a trovare un ottimo appartamentino per trascorrere tranquillo il suo inverno, insomma tanto era accaduto che dolci, gelati e zucchero non erano passati nella sua mente per tutta la giornata ma appena addormentato, con il pancino vuoto che brontolava e i dentini affilati che sembravano infilarsi in un bel dado di cioccolato fondente, la fame lo andò a trovare in sogno. Il nostro Cacao si trovava in bel prato di campagna, verde e luminoso, con il sole alto nel cielo che scaldava le sue fragili ossicine, correva e saltava sull’erba fresca fino a raggiungere un angolo di bosco imbandito per l’occasione, una lunghissima tovaglia era apparecchiata sul prato e lungo il percorso in cui Cacao si accingeva ad addentrarsi, erano disposte tutte le più prelibate leccornie di questo mondo, dolci con la panna, profiteroles giganteschi con enormi bignè ripiene di crema, gelato sfuso ai gusti di fragola, kiwi, croccantino, bacio e pinolata, torta di semolino, torte della nonna e tortini del nonno, torta sacher, dolci di frutta, fiumi di cioccolato e vassoi colmi di cioccolatini al rhum, al cocco, cremini, gianduioti, baci perugina, kinder cioccolato e menta da succhiare. Cacao era al settimo cielo percorreva scodinzolando tutta la tavola con gli occhi che gli brillavano come due piccole perle nere incastonate nella pelliccia grigia, l’acquolina in bocca e la lingua penzoloni, su e giù, su e giù prigioniero dell’indecisione, cominciare dal profiteroles o dai gianduiotti, affondare i denti nel dolce di frutta o affogarsi nella panna, così fra un indecisione e l’altra si fece mattino e il povero Cacao si destò di soprassalto con i crampi allo stomaco e il rimorso di non essersi gettato su qualche buon piatto almeno nel sogno. Stirati i piccoli muscoli e concentrata la mente sulla sua mutata situazione, il topino si mise subito in cerca di cibo, per il momento si sarebbe accontentato di qualsiasi cosa, anche del formaggio, poi a stomaco pieno e dopo aver meglio studiato e conosciuto i dintorni della nuova dimora, si sarebbe messo a caccia della sua cena preferita, cioccolato. Detto fatto dopo una breve e sommaria ispezione dei dintorni, imboccò una ripida discesa e dopo un paio di scodinzolate si infilò fra uno stipite e la porta che lo avrebbe portato in quello che, di li a poco, si sarebbe rivelato un vero e proprio paese della cuccagna. Si era introdotto in una casa, più calda e più accogliente della soffitta in cui aveva trascorso la notte e di cui presto si sarebbe dimenticato non appena avesse preso confidenza con  le comodità e l’abbondanza che quel luogo gli avrebbe potuto offrire. Eh sì, quello sì che sarebbe stato vivere. Il cibo non sarebbe mancato di sicuro, qualche avanzo caduto o un bel foro nella pattumiera avrebbero risolto tutti i problemi per desinari pranzi e cene e il resto del tempo lo avrebbe potuto impiegare a caccia di dolci. Una veloce ma meticolosa ispezione lo portò in breve a conoscenza di tutta la casa e infine, infilatosi dietro un grosso mobile, si ritrovò in un luogo che faceva proprio al caso suo, nascosto alla vista degli umani ma molto pratico per le sortite notturne e per gli attacchi in cucina, adesso era veramente a posto niente e nessuno lo avrebbe mai più smosso dalla sua nuova e sicura fortezza. Dopo un paio di giorni di routine casa e cibo mentre gironzolava indisturbato per le stanze disabitate, i padroni erano fuori per lavoro probabilmente, si rese conto che, proprio sopra la sua casa c’era la cava del cioccolato, un enorme ciotolona blu ricolma di tutti i cioccolatini più prelibati dentro la quale Cacao si mise prontamente a banchettare indisturbato, sazio e beato in quel laghetto di cioccolata. Andò avanti così per qualche altro giorno e con l’andar del tempo la golosità di Cacao faceva sì che fosse sempre più avventato nelle sortite di caccia, tanto da ritrovarsi a mangiare nella ciotola anche mentre i padroni erano in zona. Tutto andò bene fino ad una domenica pomeriggio, era una di quelle domeniche uggiose di pioggia che aveva costretto sia Cacao che i padroni di casa a rimanere rintanati fra le quattro comode e tiepide mura, stavano consumando quelle serene ore comodamente seduti in salotto, la coppia sul divano davanti alla tivù, il topino a pancia piena e al calduccio sopra il videoregistratore che con il suo monotono ronzio lo aveva presto accompagnato in un mondo di sogni beati. Tutto ad un tratto la donna lanciò un urlo che ancora nel vicinato si rammentano, tanto che tutti si affacciarono a finestre e balconi per vedere che cosa fosse mai accaduto, l’uomo ruzzolò di sotto al divano sul quale si era oramai appisolato,  con gli occhi sgranati dalla sorpresa e la mente che ancora rincorreva un pallone che sarebbe sicuramente entrato in rete, cercò di riprendersi mentre anch’egli si chiedeva cosa fosse successo. La donna gridava farfugliando parole senza senso mentre indicava Cacao tranquillamente accovacciato nel suo angolino, l’uomo resosi conto a quel punto di quanto stava accadendo, si precipitò a munirsi di scopa e si avventò sul povero Cacao che, sorpreso e sbigottito quanto lo era stato poc’anzi il padrone di casa, si tuffò dietro il mobile e corse a rifugiarsi nel suo covo. Dopo un’accurata ispezione della zona incriminata la donna trovò delle barette di kinder cioccolato rosicchiate dal topo e la stecca di fondente alle nocciole con le chiare impronte digitali e dentali del neo nemico, disperata cominciò a correre su e giù per la casa tenendosi le mani nei capelli e l’uomo dal canto suo prese a rincorrere anche le ombre cercando di schiacciarle con la scopa, insomma tanto se la presero e tanto si disperarono che il giorno seguente corsero in mesticheria a comprare l’armamentario completo per la guerra ai maledetti topastri. Esche avvelenate, trappole a scatto, trappole a gabbia, collante per topi, tric e trac, bum, botte e saette, disseminarono la casa di tutto ciò che avevano trovato, tanto da farla somigliare più a un percorso di guerra che ad una tranquilla abitazione di città  e cosa più importante fecero sparire tutta la gran delizia che era stata primo, secondo, contorno, e dessert dell’ormai non più gaudente Cacao. La ciotolona blu giaceva ribaltata sul mobile ad indicare la sua carenza di contenuto e ad agire da chiaro e fermo monito nei confronti dello sprovveduto topo il quale, inopportunamente, aveva osato approfittare di tanta generosità, certamente non diretta a lui.

Cacao se ne stette nascosto e rintanato nella sua tana di batuffoli e carte di caramelle per quasi due giorni, era rimasto terrificato dalla reazione dei due umani che, a parer suo, era stata anche troppo esagerata, in fondo era solo un piccolo topino, quali danni poteva mai causare una creaturina così minuta e silenziosa, non disturbava e non andava a dare noia a nessuno, aveva soltanto consumato un po’ di cioccolatini, eh mamma topa mia, che sarà mai! Ce n’erano così tanti che sarebbero bastati per lui e per loro per quasi tutto l’inverno, d’altra parte Cacao mica se la sarebbe presa se loro ne avessero mangiati senza avvertirlo o senza prima chiedere il permesso, anzi se lo avesse saputo se ne sarebbe andato in giro a cercare qualche rimasuglio di merendine o resti di gelati e glie li avrebbe portati in cambio e se lo avessero chiesto avrebbe procurato loro anche del formaggio. Invece niente, urla, sbraiti, corse e scope in testa, ecco che cosa gli avevano riservato, ecco l’allegra accoglienza di quella casa ma alla prima occasione se ne sarebbe andato via da quel ritrovo di matti, avrebbe certamente trovato qualcuno che sarebbe stato ben felice di accoglierlo con se e dividere con lui un pezzo di Toblerone, anche scaduto. Mise il muso appena appena fuori dal mobile, fiutando anche la pur minima traccia della eventuale possibile presenza di quei due strampalati padroni di casa, con piccoli e silenziosi passettini sbucò fuori dal rifugio per affacciarsi nella stanza silenziosa che l’accolse fredda e inospitale. Guardingo come non mai cominciò a ispezionare i dintorni del suo covo, meravigliandosi del fatto che tutti i segnali da lui disseminati in giro erano stati spazzati via, non c’era il suo odore sulle pareti, non c’erano i suoi escrementi qua e là per le stanze, anzi per la stanza, perché a parte il soggiorno e l’ingresso tutte le altre porte erano state chiuse, sigillate sprangate, vietato l’ingresso, vietato l’accesso, stop, alt, fermi. Si sentì improvvisamente in trappola e cominciò a correre lungo le pareti annusando, salì sui divani, anch’essi ormai ripuliti dai sui onorevoli residui, guardò ovunque nella speranza di trovare una traccia, un segnale, qualcosa che gli indicasse lo stato della situazione e infine lo trovò proprio nell’assenza di indizi, nell’assenza di tracce, tutto svanito scomparso. Fu colto da un terribile spavento quando vide la ciotola blu rovesciata sopra il mobile, cercò di sollevarla con le sue forze di topolino e ci riuscì quel tanto che fu sufficiente per rendersi conto che anche lì sotto c’era il vuoto. Si mise a correre di nuovo per tutta la porzione di casa che gli era rimasta in possesso, così da poter effettuare un ulteriore e più accurato controllo e finalmente trovò qualcosa, era un quadrato di cartone di venti centimetri di lato con in mezzo un bel morso di gianduiotto, quello con dentro le nocciole sbriciolate, che lo salutava allegramente e sembrava chiamarlo con un lieve profumo, attraente come il canto delle sirene e giusto quando stava per poggiare la zampina sopra il cartone sentì, nascosto sotto il buon odore di cioccolato, un olezzo acido che gli strizzò la gola per un attimo e solo allora si rese conto che il cartone era completamente cosparso di uno strano materiale semiliquido tutt’altro che attraente. Non era solo la sua rinomata golosità che in quel momento gridava di desiderio, erano due giorni oramai che non mangiava e anche il suo stomachino stava lamentandosi per la fame, la situazione nuova e preoccupante l’aveva momentaneamente distratto dalle necessità del suo piccolo ma  pur sempre bisognoso corpicino,  dopo aver visto quel pezzo di cioccolatino invitante e saporito il suo stomaco aveva preso per un attimo il sopravvento sulla ragione e il comando della situazione ma proprio quando la zampina si stava per poggiare sul cartone, la mente riprese il timone chiedendosi come mai quel bocconcino prelibato fosse là e cos’era quella roba maleodorante tutta intorno? Fu per questo che premette lievemente la punta del più piccolo dei suoi diti sul liquido e la risposta alle sue domande fu trovat, era colla. Cosa  diamine ci faceva della colla tutta intorno al cioccolatino, che strana invenzione era mai quella, chissà gli umani cosa credevano di fare con quell’acchiappacitrulli, lui non si sarebbe mai sognato di farci nemmeno cadere l’ultimo dei suoi peli su quell’affare appiccicoso, figuriamoci se vi avrebbe mai posato una delle sue zampine. Così si allontanò melanconicamente da quel delizioso boccone, certo ed era vero, di essere scampato a un qualche strano tranello sicuramente preparato per lui da quei due strambi degli umani. A questo punto la nuova situazione era ben delineata, il suo campo di azione si era notevolmente ridotto visto che poteva spaziare a suo piacimento solo nel soggiorno e nell’ingresso, le vie di uscita a terra erano bloccate e le finestre erano troppo alte per cui non gli rimaneva che attendere il momento opportuno e scapparsene proprio dall’ingresso principale, forse sgattaiolandosela, brrrr… che brutta parola per un topo, tra le gambe dei padroni di casa. Decise allora di rifugiarsi di nuovo dietro al mobile dove vi avrebbe trascorso la notte per fare invece buona guardia alla porta durante il giorno, in attesa che l’uomo o la donna uscissero o entrassero, a quel punto avrebbe cercato altrove un rifugio meno pericoloso di quello in cui si era andato ad infilare. Ah, pensare che per i primi tempi era stato tutto così paradisiaco, calduccio, bon bon, mentine ahh che delizia. A proposito l’ora di pranzo era passata da un bel pezzo e lui aveva addirittura dovuto rinunciare alla cioccolata onde evitare di rimanere incollato su quella specie di trappola di cartone, era proprio arrivato il momento di cercare qualcosa da mangiare, sì ma dove? La cucina era off limits, la ciotolona blu era stata svuotata di tutte le sue bontà ed il suo pancino reclamava a più non posso. Prese di nuovo a fare il giro dei possedimenti, certo a quel punto di accontentarsi di ben poco, magari anche di un filo ma che fosse almeno di lana o di cotone e non il solito acrilico, indigesto e insapore. Fu a questo punto che, gira che ti rigira, si trovò davanti ad un sacchettino dall’aspetto anonimo ma dal profumo gradevole e invitante, protese il suo nasino verso quella bustina verde per riconoscerne i sapori più nascosti e dopo essersi convinto della commestibilità di ciò che gli si era parato davanti addentò l’immobile preda e finalmente placò la sua smisurata fame. Non si chiese come mai quel bocconcino ghiotto fosse rimasto alla sua portata, come mai dopo aver fatto sparire ogni pietanza tranne la trappola al cioccolato, dopo aver ripulito tutto con acque e saponi, dopo aver sprangato ogni via di uscita, avessero lasciato qualcosa da mangiare per lui. Forse la stanchezza, forse lo stress, forse la fame ma Cacao non si fece domande, ne prima di mangiare ne dopo aver mangiato, si rintanò nel rifugio, dove ancora le carte di caramella profumavano l’ambiente e si addormentò con il sorriso sul musetto, pronto appena sveglio a tentare la sortita e fuggire lontano da lì. Dopo, sì dopo se ne sarebbe andato, sarebbe scappato via e avrebbe cercato un posto pieno di torte e gelati, si sarebbe fatto una scorpacciata memorabile e poi avrebbe cercato una nuova casa dove finire di trascorre l’inverno ormai alle porte. Chiaramente non fece mai tutto questo, non fece scorpacciate fughe e nuove tane, non fece niente di tutto ciò perché Cacao non si risvegliò più, o meglio non si risvegliò da questo lato del mondo.

Il risveglio dall’altro lato del mondo fu veramente paradiasiaco. Non aveva ancora aperto gli occhi ma già le sue narici avevano ricevuto il buongiorno, odorava intorno a sé profumi lievi e vellutati che lo cullavano e lo coccolavano mentre suoni melodiosi accompagnavano come dolci nenie il suo dondolante e lento riapparire alla luce. Si ricordava di essersi addormentato alle soglie dell’inverno in una inospitale casa di città, nascosto dietro la mobilia e pronto alla fuga da un momento all’altro. Ricordava il buio e il freddo che si sentiva arrivare da fuori e confrontava, ancora con gli occhi chiusi, le soavi melodie che udiva ed il tepore che provava mentre ancora si rotolava nella sua morbida e comoda tana di cotone che chissà da dove era sbucata fuori durante la notte e quei profumi così inebrianti e primaverili stonavano con gli ultimi ricordi che gli sobbalzavano nella memoria. Stabilì che stava ancora sognando e formulata quell’affermazione decise di crogiolarsi ancora un po’ in quel comodo giaciglio che anche se era solo un sogno era talmente confortevole che valeva la pena di dormire ancora e di gustarsi appieno tanto inatteso benessere. Giunto che fu al termine dei beati sonni decise che era arrivato il momento di aprire gli occhietti e darsi da fare, fuggire da quella casa era il primo passo da compiere e non era più tempo di indugiare e dopo essersi dato del pelandrone si decise finalmente ad aprire gli occhietti. Meraviglia delle meraviglie tutto intorno a lui era cambiato, erano spariti i mobili, di più era sparita la stanza, più ancora era sparita la casa e tutta la città che le stava intorno. Davanti a se una infinita distesa verde punteggiata di fiori, con uccellini che cinguettavano e farfalle che svolazzavano e ovunque topi, topi di tutte le forme e le dimensioni, di tutti e colori e le varianti di pelo e tutti che si gettavano allegramente in vasche piene di… piene di… di… formaggio? Formaggio, intorno a lui forme, tranci, fette, appese agli alberi come frutta e esplose da terra come funghi, con forme, colori, sapori, odori mai visti e conosciuti, molli, secchi, stagionati, freschi, aromatizzati, senza crosta, qualità e quantità inimmaginabili, in una distesa che finiva dove l’occhio la poteva accompagnare e chissà cosa c’era oltre. Cacao rimase sbigottito, prese a pizzicarsi la pancia e il musetto, a tirarsi le orecchie e i baffi, a mordersi la coda ma tutto ciò che faceva lo portava ad una sola ed unica risposta, non era un sogno. Il suo sbigottimento aumentava di minuto in minuto, più si guardava intorno e più rimaneva sconcertato dalle meraviglie che gli si presentavano dinanzi e non riusciva ancora a credere ai propri occhi. A bocca aperta e con la lingua penzoloni, divenne il bersaglio di un topo giocherellone che passandogli davanti si divertì ad infilargli un bel pezzo di cacio fra i denti e se ne passò via sghignazzando, Cacao rimase pietrificato e ancora incredulo seguì i balzelli del topo fino a che questi se ne tornò indietro chiedendogli come mai rimanesse li stecchito come un baccalà, invece di andare a divertirsi come tutti quanti e a sgranocchiarsi una bella forma di grana o un bel pezzo di pecorino. Cacao si tolse il formaggio di bocca e sentendosi un po’ sciocco e un po’ imbarazzato chiese all’allegro compagno dove mai fossero finiti e cosa fosse tutta quell’abbondanza di formaggio, sembrava quasi di essere nel paradiso dei topi. L’altro lo guardò un po’ sorpreso poi si rese conto che probabilmente il compagno, che se ne stava lì allibito, era nuovo del posto ed allora gli confermò che effettivamente erano proprio in paradiso, eh sì il paradiso dei topi in tutta la sua fragrante, profumata, formaggiosità. Cacao era passato a miglior vita e quella sarebbe stata la sua allegra e nutriente dimora per il resto dei tempi.

Ne aveva sentito parlare spesso ma non ci aveva mai veramente creduto, la mamma più volte gli aveva rammentato di essere un bravo topino per guadagnarsi il paradiso e lui aveva sempre pensato che fosse solo un tranello per tenere buono lui e tutti i suoi fratelli, un paradiso dei topi tutto groviera e grana dove le bianche e candide anime dei topini più meritevoli scavavano gallerie di formaggio da una forma all’altra ma sì e chi ci avrebbe mai creduto? Eppure non era mai stato particolarmente buono da meritarsi il paradiso ma in fondo non era nemmeno stato particolarmente cattivo da non meritarselo e forse la sua estrema golosità era stata perdonata anche grazie agli ultimi tristi giorni passati nascosto, al riparo dalla furia dei padroni della casa in cui lui si era innocentemente ritrovato. Somme e sottrazioni non erano mai state il suo forte però, in conclusione dei suoi calcoli, giunse a stabilire che alla fine la realtà di fatto confermava quello che per lui aveva avuto valore nella sua vita precedente, cioè che in fondo in fondo non era stato poi così cattivo da non meritarsi la pace e l’abbondanza in cui si era ritrovato e a dire il vero si era sempre pentito delle marachelle combinate a mamma Topa o ai topi suoi fratelli. Cominciò così a girovagare sul prato fiorito disseminato di infinite qualità di formaggio e passeggiando spelluzzicava qua e là piccoli morsi di cacio, assaggiando e assaporando le specialità del luogo, un po’ di grana, un morso di groviera svizzero e poi uno di olandese, robiola, edamer, mozzarella, tomino e poi e poi e poi… ancora e ancora da non poterne davvero più da riempirsi prima la pancia e dopo anche gli occhi. Giocava,  camminava e mangiava; rosicchiava, chiaccherava e passeggiava; saltellava salutava e si abbuffava. Dopo tanta abbondanza, immerso ormai appieno in quel paese delle delizie, dopo un pezzo di pecorino sardo, fra il gorgonzola e la feta ebbe un attimo di melanconia e gli ritornò a mente il dolce sapore del cioccolato, la cremosità dei gelati, la polposità dei canditi e la spumosità della panna ma soprattutto provò un brivido di desiderio ricordando il sapore delizioso di un bel Magnum double al cioccolato o meglio ancora al caramello. Beh, cosa c’era da preoccuparsi, era o no nel paradiso sicuramente avrebbe trovato ciò che cercava, bastava guardarsi meglio intorno, cercare o chiedere. Si mise allora a scorrazzare in lungo e in largo per il prato chiedendo a chiunque informazioni ma i più lo guardavano stupiti, altri non capivano perché mai cercasse dei dolci con tutto quel buon formaggio a disposizione e lo canzonavano sonoramente, altro che paradiso, qui c’era solo formaggio, buoni sì ma che già gli sbucava dagli occhi e dalle orecchie tanto ne aveva mangiato, no questo paradiso da topi non faceva al caso suo. Il paradiso per lui si era trasformato ben presto in un vero e proprio inferno. Si fermò all’ombra di una quercia, tra forme di cacio e topi saltellanti di gioia e ripensò ai primi momenti, quelli durante i quali aveva ben pensato di essersi meritato ciò che aveva davanti, eh sì, non era stato poi così cattivo ma si vede che non era stato poi nemmeno così buono, altrimenti sarebbe finito in un paradiso su misura per lui, poi un ratto di grossa taglia si fermò a chiedergli cosa avesse e perché non fosse gioioso come tutti, Cacao gli spiegò la sua situazione e il ratto dopo essersi fatto una sonora risata canzonatoria gli disse mentre ancora continuava a sghignazzare, che oltre le colline vi erano altri paradisi e che spesso altri animali o addirittura uomini a volte andavano e venivano da un paradiso all’altro, se avesse cercato avrebbe sicuramente trovato quello che faceva per lui. Rasserenato da questa scoperta e rinfrancato nelle speranze si mise alfine in cammino alla ricerca del paradiso dei golosi.

Ne vide allora di luoghi strani e divertenti, trovò il paradiso degli elefanti, dove chiaramente i topi non erano ben accetti, passò molto vicino al paradiso dei gatti ma non osò avvicinarsi, neppure quanto bastava per vedere di cosa si trattasse, rimase così con il dubbio che quel paradiso fosse in fin dei conti l’inferno dei topi e che in un posto solo avessero riunito i gatti beati ed i topi dannati. Fu solo dopo il paradiso delle scimmie in cui era stato costretto a districarsi in una selva di bucce di banana e quello dei cani, dove gli parve di vedere un povero micio rincorso da un branco di randagi ululanti che gli fece tornare a mente il suo concetto di paradiso dei gatti, che riuscì a scovare il paradiso degli umani. A differenza di tutti quelli che aveva attraversato fino a quel momento non ricordava affatto alcun ambiente della terra, era una distesa di batuffoli di nuvola su cui la gente se ne stava placidamente chi a riposare, chi a fare musica, chi a parlare, a discutere o solo ad ascoltare, ognuno insomma poteva dedicarsi ciò che della vita gli era maggiormente piaciuto. C’erano donne che danzavano e uomini che cantavano in allegri gruppi, bambini che scorrazzavano fra risa e schiamazzi e nonni che si beavano nel vederli giocare. Addentrandosi tra tanta pace e tranquillità scoprì luoghi davvero interessanti, c’erano immense sale da ballo dove innumerevoli coppie danzavano i più svariati ritmi, dalla rumba al rock’n’roll, grandissimi stadi dove venivano giocate interminabili partite di calcio e lunghissime piste dove abili sciatori zigzagavano sollevando spruzzi di neve paradisiaca, illimitati laghi di aranciata dove bambini si tuffavano e nuotavano allegramente e in fondo dietro alla montagna di mattoncini lego finalmente lo vide, uno sterminato mare di cioccolata. I suoi occhi non credevano a tanta grazia che gli si era parata dinanzi a soddisfazione dei suoi ambiti desideri, corse a più non posso e appena fu sulla riva di quell’oceano dolce, si tuffò immergendosi nel liquido denso e marrone in cui poté piacevolmente nuotare fino a giungere ad una spiaggia di cioccolato bianco vicino a degli scogli di Toblerone con le nocciole, ottime da rosicchiare. Sul dorso, a farfalla, a rana in puro stile topolibero, nuotava e si riempiva la bocca di quella essenza così deliziosa e poi si distendeva sulla polvere di cacao ad abbronzarsi proprio come un topo marinaro. Era proprio convinto di aver finalmente trovato il suo paradiso ma così invece non era. Per quanto poteva aver verificato quel lido marinaresco di cioccolata era frequentato quasi esclusivamente da femmine della razza umana e questo era talmente irrilevante per lui quanto invece divenne fastidioso prima e insopportabile poi per le golose abitanti della spiaggia. Intorno a lui si formò un via vai di curiose e indispettite facce sporche di cioccolata, le meno importune si limitavano a guardarlo, lasciandosi disegnare sui volti un campionario di smorfie disgustate vario e sorprendentemente divertente, quelle invece che non riuscivano per niente a sopportare la presenza di un topo nel loro paradiso personale, non si limitavano certo ad osservarlo ma lasciavano ben intendere con inopportune esclamazioni o con indici esclamativi ed interrogativi puntati verso l’impaurito musetto di Cacao, qualcuna addirittura mentre passeggiava disinvolta intorno al topo disteso ad accioccolatarsi lasciava che un po’ di polvere di cacao si alzasse controvento in modo, se possibile, da infastidire il nostro amico e portarlo alla sofferta decisione di andarsene da qualche altra parte. Certo non erano atteggiamenti da paradiso ma d’altra parte Cacao era un abusivo ed ebbe la bontà e la razionalità di comprendere che quel paradiso non era stato certo creato per lui. Immensamente triste e infinitamente sconsolato dette un ultima leccata ad un onda ed una buona rosicchiata ad uno scoglio, poi mogio mogio decise che sarebbe stato meglio per tutti che lui se ne fosse tornato tra i fiori e il groviera del paradiso dei topi. Riprese mestamente il suo cammino percorrendo a ritroso tutti i mondi che aveva già visitato e giunto che fu al paradiso dei gatti, vuoi per la paura vuoi per la disattenzione girò a destra invece che a sinistra, prima di quello delle tartarughe o forse andò diritto invece di curvare dopo quello dei pesci rossi, insomma fatto sta che a un certo punto non seppe più orientarsi e cominciò a chiedere a destra e a manca informazioni per ritrovare l’eden in cui per lo meno il cacio non gli sarebbe mai mancato, magari ogni tanto imparando meglio la strada si sarebbe fatto un viaggetto fino al mare di cioccolata e se ne sarebbe rimasto giusto il tempo di un paio di tuffi dagli scogli di toblerone. Rinfrancato da questa decisione e preoccupato invece per aver smarrito completamente la strada si ritrovò ai bordi di una piatta ed estesa vallata, era uno dei pochi luoghi da lui attraversati che gli era apparso, a prima vista, quasi completamente disabitato, vide due umani lontano all’orizzonte, c’erano degli orsi, vide farfalle, api e procioni, un gruppo di bambini e bambine e poi quasi non rendendosi conto di come potesse non averlo ancora visto, fermò il suo sguardo su quell’immenso, altissimo, gigantesco vasetto di Nutella che si trovava esattamente al centro della vallata. Non credeva ai suoi occhi ma la sua gola lo guidò e la sua pancia dette il carburante per le sue gambe che non ebbero certo bisogno di pensarci due volte, in un battibaleno arrivò alle pendici del vasetto e ancora stava pensando a come fare che già lo aveva scalato e si stava per tuffare beato, quando i suoi occhi furono catturati da una visione, potremmo dire appropriatamente, paradisiaca. Due nerissimi occhietti a spillo, un nasino fine ed aguzzo con ai lati due lunghissime paia di fluenti baffetti e più in basso un sorriso che mostrava dei candidi incisivi pronti a mordere amorevolmente. Quei due occhietti lo stavano guardando interessati almeno quanto i suoi guardavano sorpresi la dolce visione di quella graziosissima ed elegante topina che sedeva comodamente sul bordo del vasetto, con una zampina immersa nella Nutella a disegnare ghirigori senza fine prima di raccogliere un po’ di quel nettare e portarselo voluttosamente alla bocca. Il povero Cacao rischiò di finire a capofitto nella cioccolata ma si riprese in tempo per formulare imbarazzatissimo una semplice ingenua frase di circostanza, si presentò e le chiese il nome, le raccontò di come lui fosse finito in quel gustoso paradiso e lasciò che lei gli raccontasse le sue avventure che erano almeno altrettanto emozionanti. Si chiamava Pralina ed era la più deliziosa, carina, dolce, soffice topina che lui avesse mai incontrato, non era rimasto un granché nel paradiso dei topi ma non era rimasto attratto da nessuna delle sua abitanti e nella sua vita precedente non aveva mai incontrato due occhi così profondi, una voce altrettanto suadente ed un animo gentile e sensibile quale quello di Pralina. Cacao e Pralina cominciarono a lasciar trascorrere il tempo, che in paradiso non esiste, fra due parole e una stretta di zampa, una scorpacciata ed un po’ di meritato rilassamento, persi l’uno negli occhietti vispi dell’altra, finalmente entrambi felici di aver trovato il paradiso dei paradisi, l’eden dei cuori gentili e golosi uniti per l’eternità in un oceano di Nutella.


25 GENNAIO 2001

 

Ardea

Ardea si era persa, non riusciva a ricordare come e quando ma si era persa.

La testa le faceva tanto male mentre strani e confusi pensieri le roteavano nella mente. Cercava di orientarsi e di capire cosa le stesse succedendo; come si era ritrovata seduta per terra tra fiori e piante, con le mani in grembo, le gambe divaricate e due piccole scarpette bianche di vernice che spuntavano fuori da sotto un buffo vestito di bambola? Si era come risvegliata improvvisamente in uno stranissimo posto, a metà tra il meraviglioso e lo spaventoso e non ricordava assolutamente come avesse fatto ad arrivarvi. A dire il vero non ricordava un bel niente di niente, era sicuramente da qualche parte a fare qualche cosa e poi, improvvisamente, si era ritrovata…, si era ritrovata…, ecco bella domanda; dove si era ritrovata? Adesso però era lì, anche se non aveva la benché minima idea di dove fosse questo lì, però esisteva e lei ci si trovava proprio nel mezzo. Si toccava, si sentiva e quindi c’era, non era un sogno e le sembrava talmente normale esserci quanto le sembrava assurdo l’esserci arrivata e le appariva altrettanto normale non sapere dove fosse ma sapere che era lì con uno scopo, doveva partire e lo doveva fare subito, incamminarsi da questo lì di chissà dove per trovare la strada, sì la strada per un altro chissà dove lei poteva avere una casa, una famiglia, qualcuno che si stava preoccupando per lei, qualcuno che in quel preciso momento la stava cercando, la stava aspettando.

Era stanca ed affamata.

Le sembrava di aver camminato per giorni interi, senza mai fermarsi ma non ricordava davvero come e ancor più non ricordava dove, poi si era come risvegliata, d’improvviso e si era trovata in quel singolare ed a suo modo affascinante luogo. Ardea non si sentiva minacciata, l’ambiente era strano, nuovo, sconosciuto ma accogliente, percepiva addirittura il benvenuto da ognuna delle cose che la circondavano, anche se provava un vago senso di paura, indipendente da ciò che le stava intorno, qualcosa dentro di se. Una piccola flebile voce le diceva che, almeno per il momento, era meglio aver paura e di certo non specificava la durata di questo cosiddetto momento.

 La vocina interna le impartiva ordini precisi:

<Senza tremare, andare avanti, con attenzione e con molta calma.>

Nella sua mente si formava, come dissolvendosi dalle nebbie, la fonte di questi tutt’altro che imperiosi ordini, una nuova ma antica figura, qualcuno che le sembrava di ricordare, un immagine che le donava sensazioni di pace, di calma ma anche di correttezza, di morale e di sentirsi svaniti, una sorta di nonno, che senza fare da saggio ma con la rassegnazione dell’umiltà e senza l’arroganza dell’ambizione le diceva:

<Meglio aver paura che buscarne.>

<Beh, nonno> pensò <Andiamo avanti con calma e vediamo cosa avrà in serbo per noi il futuro.>

Ma lei era stanca ed affamata e li intorno di tutto c’era tranne qualcosa che le potesse sembrare, non dico saporito ma quantomeno commestibile.

In lei albergava il dubbio della sua provenienza, smarrita e smemorata senza sapere dove si trovava, come ci era arrivata e cosa ci era venuta a fare. Ma aveva la sua voce interna da seguire, aveva i suoi ordini a cui obbedire, sentiva chiaramente e serenamente che poteva fidarsi di se stessa e della voce che sentiva e allora, come un eroina, brandire il vessillo e cominciare la marcia. Così finalmente decisa alzò gli occhi e cominciò a scrutare il nuovo mondo, verde e lussureggiante, che si stendeva sotto i suoi piedi. L’immensa pianura, che partiva dal punto dove si trovava ed arrivava fino ad un lontanissimo quanto altissimo monte dinanzi a lei, le ricordava i film di Tarzan o i cartoni animati di Mowgli, verde, verde, verde all’infinito in mille sgargianti tonalità, erba alta, piante dalle forme più strane, contorte ma aggraziate ed intorno un frastuono indescrivibile di cinguettii di chissà quante varietà di uccelli dai piumaggi vellutati e luminosi, strani e sconosciuti squittii di piccoli animaletti, versi di tutte le tonalità, dalle più gravi alle più acute, che appartenevano ad animali di chissà quali forme e grandezze. Africa, l’Africa lussureggiante dei tropici, o l’India con la sua jungla intricata o forse ancora l’Amazzonia. Immensa distesa di piante a perdita d’occhio e bestie feroci; ecco cosa le dava quella vaga sensazione di panico che la faceva tremare dal ginocchio in giù ed anche dal ginocchio in su, un luogo meraviglioso come quello in cui era capitata, abitato da così tanti tipi di piccoli animali, poteva non serbare brutte sorprese? Poteva, dietro un albero, sotto il fogliame, nascosto nella melma in riva al fiume, poteva non esserci qualche strana, orrenda, feroce bestiaccia? Leoni, tigri, coccodrilli, qualcosa ci doveva pur essere, esisteva forse un posto così bello e altrettanto sicuro?

Infine, stanca e affamata ma decisa, mosse i primi passi nella sua nuova vita e cominciò serena il suo lungo cammino. In fondo, cosa poteva capitarle di peggio che essere precipitata in questo incubo così reale, beh poteva essere costretta a rimanervi ma al momento era meglio non pensarci.

La natura intorno a lei viveva tranquillamente ignorandola, sì decisamente si trovava in un luogo tropicale, in qualunque parte del mondo fosse situato era comunque un posto caldo e umido, pieno di fiori, piante e animaletti che le scorrazzavano tra i piedi e sopra i capelli come se lei non esistesse, come se non la temessero. Così poteva pur essere perché quelle dolci bestiole niente dovevano temere, la sua intenzione era tutt’altro che bellicosa, era piuttosto lei che titubante avanzava nella jungla temendo quasi di calpestarne qualcuna che le si fosse malauguratamente trovata vicina. Dalle piante più basse penzolavano strani frutti verdi e lunghi e delle piccole scimmiette dal pelo fulvo se ne stavano cibando allegramente gettando tutto intorno i poveri resti di quello che sembrava un incrocio fra un baccello ed una banana. Ardea si avvicinò alla pianta ed allungò la mano per cogliere uno di quegli strani frutti ma quando fu a portata di mano la più dispettosa tra le scimmie penzolanti si volse verso di lei con uno scatto repentino e le urlò contro, mostrandole una più che rispettabile dentatura, gialla ma ben fornita di acuminatissimi incisivi ed inondandola con il disgustoso odore che ne veniva impunemente emanato, visto che quella mattina non era certamente stata omaggiata da una neanche minima strigliata di dentifricio, cosa di cui avrebbe avuto sicuramente bisogno; dopodichè le sferzò un colpo sulla mano prima che con essa riuscisse a stringere il baccello. Con la mano dolorante ed arrossata per la vergogna di essere stata colta con le mani nel vasetto della marmellata, Ardea si ritrovò con il sedere per terra e con la scimmia che le gironzolava intorno incuriosita ed imbronciata. Aveva sbagliato, aveva mosso i suoi primi passi in qual mondo, con le sue regole ed i suoi confini invisibili ed aveva immediatamente sbagliato. Gli animali intorno a lei non la temevano ma ciò non voleva certo dire che la avrebbero invitata a condividere le bontà locali e le specialità della casa in un banchetto comune scimmie e…, e… , scimmie e cosa, lei cos’era una bambina, mmmhhh no… no… troppo cresciuta ma non ancora da considerarsi una donna, mmmhhh… una ragazza, una… una…,

<Mimmmina, ecco chi sei. Anche se sei grande e puoi davvero chiamarti donna, io così ti avrei chiamata e così ti chiamerò, mimma, la mia mimmina>

<Grazie nonno>  rispose Ardea alla voce che sentì arrivare da chissà dove <è molto dolce e tu puoi chiamarmi pure come più ti piace, io, se non ti disturba, almeno davanti a questo coso peloso e indispettito che mi balzella intorno ai piedi, preferisco sentirmi donna, almeno per affrontare la situazione.>

A proposito, c’era da affrontare la situazione che, mentre lei si perdeva in chiacchere, era ulteriormente evoluta. La piccola scimmia, chiamata in causa dal maldestro avvicinamento di Ardea a quello strano albero da frutta, si era a questo punto arrogata il diritto di domandarle chi fosse, non a parole certo ma annusandola, toccandola e assaggiandola con la lingua, proprio come fanno gli animali e anche i bambini piccoli! Fra l’incuriosito e il divertito e con un pizzico di paura, Ardea lasciava che l’animaletto verificasse le sue buone intenzioni, decisa a chiedere, chissà come, scusa ed a fare o quantomeno provare a fare amicizia con qualcuno, con… qualcosa, con… con quel batuffolo di pelo rossiccio,  anche solo per ritrovare un po’ di sicurezza e di fiducia, per lo meno per quei primi momenti dopo il suo rocambolesco arrivo in quel mondo di fiabe o addirittura per trovare un compagno per il suo lungo cammino.

<Scusa> le disse mentre la scimmietta continuava ad annusare quello che per lei era un nuovo e strano essere da cui emanavano odori tra l’impaurito, lo stanco e l’imbarazzato <Scusami, io sono arrivata in questo posto…, anzi per meglio dire mi ci sono ritrovata, perché sai non so esattamente come ci sono capitata qui, tu mi potresti rispondere?>

Ma la scimmia non poteva certamente comprenderla, oltre al fatto che era tutta presa a passarle le narici sulla pelle morbida e profumata, così Ardea continuò.

<Certo che no. Mica puoi parlare tu. E io invece che sto qui come un stupida sciocca a fare due chiacchere con un animale. Ma tu sei l’unica con cui io posso comunicare adesso> concluse sconsolata per poi riprendere ancora.

<Io non so come riuscire a farmi capire da te, io sono stanca e soprattutto affamata, scusami se ho toccato il tuo albero non lo farò più, almeno che tu me lo permetta, io… io… troverò un albero da cui  poter cogliere dei frutti e mangiarli ma tu… tu… li vorresti mangiare insieme a me?>

Fu in quel momento che, con uno scatto fulmineo, quello strano cespuglio di pelo fulvo sparì davanti agli occhi di Ardea che lo vide poi riapparire dopo un tempo così breve da sembrare che non se ne fosse mai andato, solo che aveva in mano una banana, cioè un baccello, o comunque quella cosa fra la banana ed il baccello.

<Baaa!> Le disse la scimmietta.

<Perlomeno sulle iniziali ci troviamo d’accordo, che sia banana o baccello sempre baaa si può chiamare.> confermò Ardea, avvicinandosi delicatamente al frutto stretto tra le mani dell’animale, lo prese tra le dita e tirò lentamente finché si convinse che la scimmia glie lo stava porgendo, lo sbucciò, lo morse e finalmente poté cominciare a placare la sua fame.

<Io mi chiamo Ardea. Ardea, A A Ardea.>

<Aaa> Esclamò la scimmietta.

<E tu, tu come ti chiami, io Aaa e tu?> domandò Ardea cercando a gesti di mimare l’io e il tu.

<Maa!> precisò e scappò via.

Ardea la chiamò, corse verso dove le sembrava che fosse fuggita ma non vide più niente, così di nuovo sola e sconsolata se ne ritornò all’albero, anzi al Baano, come decise di chiamarlo. Si perché non sembrava un banano, più che altro era un rovo, un cespuglio anzi, perché non aveva spine, mentre le sembrava di ricordare che i banani avessero il fusto lungo e fossero altissimi tipo le palme e poi i frutti assomigliavano proprio alle banane sia per la forma che per il sapore, solo che dentro alla buccia c’erano proprio delle specie di fagioli, come in un baccello, dei fagioli dolci dal sapore di banana. Fu così che fra pensieri di frutta e di scimmiette, circondata dalle bucce di baaa, Ardea si addormentò stanca, soddisfatta del suo primo incontro e satolla.

Il mattino dopo al risveglio nuove sorprese attendevano Ardea, celate da foglie o nascoste dietro gli alberi, oltre ad una meravigliosa giornata di sole e ad una scimmietta dispettosa. Chissà quali scoperte avrebbe potuto fare nel lussureggiante verde di quella pianura infinita. Maa le stava saltellando tutto intorno roteando le braccia pelose con grandi volute, lanciando urli e stridendo in quel suo vocabolario mozzato, sembrava quasi la stesse chiamando e allo stesso tempo che la volesse svegliare solo perché indispettita dal suo continuare a bearsi nel mondo dei sogni. Era giorno ormai, la foresta aveva tutta se stessa da offrire, animaletti da inseguire spaventandoli, frutti da mangiare, alberi  da cui lanciarsi e con capriole, atterrare su morbidi tappeti di erba, foglie, fiori, insomma per Maa quella era sicuramente l’ora migliore per svegliarsi e voleva convincere di questo anche Ardea. Assonnata e stordita, quasi spaventata dalle urla insistenti di Maa spalancò gli occhi con un mezzo grido soffocato che le chiuse per un attimo la gola, come se si fosse risvegliata da un incubo, solo che l’incubo era li davanti a lei, un incubo peloso e saltellante. La scimmietta insisteva, visto che era riuscita a svegliarla adesso doveva convincerla a seguirla, così anche per Ardea quel tremendo risveglio si sarebbe potuto trasformare in una meravigliosa giornata.

<Aaa, Aaa!> strillava e poi indicando se stessa le diceva <Maa, Maa!> quasi come a consigliarle di seguirla. Ardea si alzò a fatica, in quello che più che un risveglio le pareva un incubo e si mise a seguire Maa, tenendola per una delle sue piccole e morbide manine e lasciandosi trasportare con ancora gli occhi socchiusi ed il passo barcollante. Maa si faceva strada fra le fronde delle piante ed i rami degli alberi, mentre Ardea, ancora nuova a tali passeggiate, si lasciava schiaffeggiare dalle foglie e evitava a malapena i rami. Dietro ad una delle foglie più grosse che si era ritrovata appiccicata al viso, le si aprì uno spettacolo meraviglioso, racchiuso in una cintura fittissima di alberi e arbusti, celato alla vista di chi non lo conosceva e ignaro fosse passato ad un solo palmo da quel luogo incantato, si nascondeva un minuscolo laghetto. Come un diamante incastonato su di un anello finissimo, una pietra preziosa e luminescente, abbagliante, tanto da rendere invisibile ciò che le stava intorno, se ne stava placido e protetto dal verde che lo circondava, i riflessi della luce si divertivano a saltar fuori da ogni piccola increspatura della superficie e regalare intorno visioni sfuggevoli di arcobaleni che si disegnavano sulle foglie, sui tronchi scuri e sul bel vestitino bianco di Ardea. Ecco sì, il suo vestitino, il suo bel vestito, adesso che era sulla riva del lago poteva vedersi per intero, riflessa in quello specchio naturale e limpido si guardava, si ammirava e le sembrava tutto così naturale quanto curioso. La cosa che al momento le appariva più strana era che, nonostante l’aspetto del luogo dove era stata catapultata, nonostante si fosse persa da chissà quanto tempo e conservasse in se la sensazione di aver camminato per giorni e giorni, nonostante la notte passata a dormire stesa ai piedi di quello strano banano, nonostante tutto, si ritrovava a questo punto con il suo vestito ancora di un color bianco candido, quasi trasparente, sembrava una nuvola a passeggio nei prati, così inadatto all’ambiente che la circondava, pieno di pizzi, trine, volant e ricami pronti a rimanere impigliati in ogni ramo, in ogni foglia, pronti a strapparsi e macchiarsi, a rovinarsi ad ogni passo. Invece rimaneva candido, integro, luminoso e immacolato da sembrare l’unico abito che avrebbe mai potuto indossare in quel paese di chissà dove. Era tra il perlato ed il traslucido, solo a guardarlo, anche nell’immobilità dell’osservazione si sentiva il rumore del tessuto contro tessuto, come uno strofinio leggero, una nenia frusciante che accompagna i sogni di un bambino, la risacca del mare nel buio della notte, nel silenzio colmo di attesa sotto ad una pallida luna, bianco, una veste estiva con spalline appena accennate dalle quali prendevano l’avvio freschissime braccia, anch’esse bianche, fasciate da soffici volute di pizzo che le ricadeva fino ai sottili polsi e liberava le lunghe ed affusolate mani di Ardea. Uno scollo, nello stile imperiale dell’ottocento, celava le sue forme di donna acerba e uno stretto corpetto le delineava il girovita da cui la sua figura ne sgorgava fuori come in un esplosione che culminava nella serenità del suo volto limpido e innocente, incorniciato in lunghi capelli corvini raccolti in un turbante naturale da cui alcuni lampi di crine fuoriuscivano come grida verso la luce. Le larghe spalle di Ardea, candide e vellutate respiravano della luminescenza donata loro dalla generosità che il vestito offriva visto da dietro, fino alla chiusura, stretta, che teneva poi tesi i davanzali, sorretti e avvolti da elaborate coppe ricamate in girigogoli di trine e merletti. Lento, da sotto i seni leggermente pronunciati, scendeva in rigagnoli goffrati di seta, formando disegni, righe ed incroci di luce bianca, illusioni dell’occhio inesperto che lo andava osservando, come un lampo improvviso che non vedi ma la mente tua raccoglie, quasi dietro di te e ti costringe a voltarti ad osservare la fonte di cotanto baluginare ed i tuoi occhi, ormai riempiti di luce riflessa, ne rimangono abbagliati. Lento, come un sonnacchioso fiume di pianura, lento fino a lasciarsi cadere a terra dove sembrava continuare a spargere i brillanti rintocchi delle sue trame, dove il bianco e lo splendente si insinuavano fra le felci e le erbe che attorniavano Ardea, avvolgendola in un morbido bozzolo di seta vegetale.

Dopo essersi rinfrescata e rifocillata e dopo aver giocherellato con Maa al gioco del rincorrersi e del ridere, sfinita dai salti e dalle arrampicate fatte con la sua nuova amica, Ardea seduta ai piedi di un enorme albero dalle lunghe fronde, piene di rosse bacche dall’aspetto invitante, beata in quel paradiso terrestre fu prima scossa dal fragore di un fortissimo tuono e poi assalita dalle urla, animalesche era proprio il caso di dire, di Maa. Un enorme boato ed una scossa al terreno l’avevano rapita dall’eden in cui si era rinchiusa e riportata con i piedi per terra. Il rumore, quasi lo sbuffo di un gigante che aveva digerito ed il tremore che ne era seguito, provenivano dalla montagna alle cui pendici si trovava il laghetto di diamante, sulle cui rive Ardea e Maa stavano giocherellando. La montagna in realtà altro non era che un vulcano borbottante, un Vecchio Brontolone, come venne spontaneo ad Ardea di chiamarlo, ma la scossa di poco prima ed il frastuono che l’aveva accompagnata, erano stati come un avvertimento, proprio come se qualcuno l’avesse voluta scuotere dai giochi e riportarla alla realtà dell’impresa camminatoria che dal profondo di se stessa aveva sentito di dover compiere.

<Buongiorno Ardea, mi duole quasi dirtelo ma sembra che da queste parti sia in voga il detto “Il bel gioco dura poco” e aggiungerei in questa occasione  “Prima il dovere e poi il piacere”. Credo comunque che avrai modo, nei giorni a venire, di trovare diletto nel paesaggio intorno a te anche se e bene che tu tenga presente quello che senti dentro, non sai quale ma tu hai un compito. Sono comunque sicuro che in questa meraviglia di posto troverai certamente il modo di divertirti e perdonami se ogni tanto verrò a guastarti le feste con le mie frasi fatte e la mia noiosa retorica.>

<Buongiorno a te nonno, non preoccuparti tu puoi dirmi tutto ciò che vuoi e ricordati che mi fa star bene il solo sapere che tu ci sei. Certo che però non te ne scappa una, non ci si può distrarre attimo con te, cos’è fai pure i botti?>

<No no no, io con i botti non c’entro, non sono io a comandare quello che ti sta intorno. Io sono solo la tua coscienza noiosa, quell’antico sapere che ti rimette in riga, o  che beh…almeno ci prova.>

<Ma se le cose stanno così allora tu sei me, la mia memoria perduta, il mio passato, ciò che io non ricordo ma che è dentro di me, ciò che io so su tutto questo ma non mi posso dire. Tu cioè io so dove sono e cosa sto facendo ma lo tengo chiuso in me, nascosto, nascosto dentro di te, è qualcosa del genere?>

<Uhhmmm…, sei troppo complicata Ardea, beh… credo che sia qualcosa di simile, la tua guida inconscia e a volte forse incosciente, per il viaggio che stai compiendo. Perdonami Ardea ma io sono qui per ricordarti che non sei libera.>

<Nonno, cioè… io… si no… tu… cioè… oh insomma a me va bene nonno, sì nonno ma tu non sei qui per tenermi prigioniera, tu non sei cattivo, tu mi guidi e mi ricordi soltanto di stare attenta, tu vedi i pericoli che io non voglio guardare, nonno… nonno… nonno? Nonno ci sei? Nonno?>

Maa le saltò in braccio, fra lo spaventato e l’affettuoso, distogliendola dai complicati pensieri che le stavano attraversando la mente in quel momento. Avrebbe avuto modo di parlare ancora con la sua memoria, con quel “nonno”, a suo modo affettuoso e premuroso, che la controllava e la guidava allo stesso tempo. Strinse forte a se Maa e si mise in viaggio anche per quel secondo giorno, anzi perché no, perché non tenere conto dei giorni che sarebbero trascorsi e chissà quanti ne sarebbero trascorsi prima di cominciare a capire qualcosa o prima che cominciasse a non avere più importanza l’aver capito o meno. Trovò, seminascosto dall’erba alta che la circondava, un lungo bastone, diritto e nodoso che l’avrebbe anche potuta aiutare nel suo cammino e decise che vi avrebbe inciso un segno per ogni giorno e non sapendo in che mese fosse li avrebbe fatti tutti di ventotto giorni, seguendo il ciclo lunare, così il ventottesimo giorno avrebbe fatto un segno diverso per ricominciare con un nuovo ciclo. Cercò una pietra sulla riva del Lago di Diamante e con essa tracciò due piccoli solchi sul bastone, per indicare il secondo giorno, e poi di nuovo in cammino, il Vecchio Brontolone alle spalle e davanti a lei, per ora, solo domande, poi si vedrà.

<Andiamo nonno, rimettiamoci in cammino e cerchiamo di scoprire le bellezze del posto, sperando che ci siano solo quelle e che non ci sia qualche brutta sorpresa in giro.>

Uscì dalla fitta boscaglia che circondava il Laghetto di Diamante accompagnata da Maa che, fatti pochi passi, le saltò delicatamente in braccio cingendola al collo con uno dei suoi arti pelosi, avvicinò il musetto al viso di Ardea, quasi come se le stesse rivelando un segreto e con l’altro braccio sembrò indicare qualcosa. Là, dritta davanti a loro e contorniata da rosee nuvole si ergeva una immensa e meravigliosa montagna, ripida, maestosa e dolce allo stesso tempo, con la vetta appuntita che si incuneava nel cielo. Irradiava un sensazione appagante di respiro, come un sollievo, come dire finalmente, la sua meta, ora lo sapeva, non sapeva perché e non sapeva quanto tempo le sarebbe occorso ma sapeva che doveva raggiungere quella vetta, con la fatica che le ci sarebbe voluta e la paura che l’avrebbe accompagnata ma là, su quella cima le sarebbe stato risposto e Ardea chiedeva una risposta. Serena, finalmente sicura, almeno della sua destinazione, si mise nuovamente in viaggio, sotto i caldi raggi del sole e con il vento tiepido che le carezzava il volto e le scompigliava teneramente i capelli, come avrebbe fatto la mano di una madre.

Passavano i giorni, Maa spariva e riappariva, Ardea camminava, si riposava, si rifocillava, giocava con  Maa e poi riprendeva il suo cammino ed alla sera cercava un rifugio, sotto qualche albero, tra le rocce o tra le foglie gentili e accoglienti delle piante più basse e si addormentava, stretta tra le braccia di Maa che, durante la giornata sembrava divertirsi a scomparire improvvisamente e altrettanto pareva nel riapparire ma la notte le due singolari amiche non si separavano mai. L’una a cercare le braccia dell’altra, i respiri uniti in un ritmo costante e sincronizzato con gli sbuffi lievi che il Vecchio Brontolone aveva preso a emettere, le gambe rannicchiate, le ginocchia quasi a toccare il mento e i piedi che scambiavano lievi tocchi con le punte delle dita, le loro fronti in continuo contatto quasi a significare che nel sonno riuscissero a comunicare meglio che con i ridicoli gesti dell’una e gli acuti schiamazzi dell’altra, una posa che, a poterla guardare dall’alto, avrebbe avuto le sembianze di un cuore. Erano ormai ventotto i segni sul bastone di Ardea, si era compiuto un primo ciclo di quella luna che ogni sera si affacciava sul cielo blu delle caldi notte della vallata, illuminando d’argento i fiumi e gli specchi d’acqua, facendo compagnia a quegli animali che proprio di notte cominciavano a vagare per la foresta in cerca di prede,  di cibo o di nuovi compagni. Quella notte i sogni la cullarono e la strapazzarono. Era riuscita ad assopirsi molto presto, nonostante che il Vecchio Brontolone quella sera volesse dire la sua più del solito, sembrava proprio offeso e indispettito e non riusciva a smettere di rumoreggiare, la nottata non prometteva certo bene, gli sbuffi densi e insistenti avevano un vago sapore di peperoncino, il Vecchio Brontolone non aveva digerito la cena, chissà poi cosa mangiavano per cena i vulcani borbottoni. Forse proprio cullandosi sulle liane di questi pensieri assurdi e divagatori Ardea aveva preso sonno ed i sogni avevano preso lei.

Si rivedeva piccolissima, appena nata, scendere un lungo sentiero, stretto e tortuoso che partiva da una specie di labirinto di spirali sempre più strette, sempre più attorcigliate su loro stesse e negli angusti vicoli di questo ritorto, bolle di sapone galleggiavano nell’aria, più come chiocce che come gabbiani, spandendo intorno a loro una tenue sensazione di calore. Dal dipanarsi di questo intreccio di vicoli e vicoletti, di stradelle invase dal ballonzolare ritmico di queste uova chiocce, la piccola Ardea se ne veniva tranquilla, serena e spensierata quasi saltellando, come fanno appunto le bambine, che mentre passeggiano ignare per il mondo, lasciano libero il pensiero e questo fa loro prigioniere e le porta a spasso nella fantasia di cavalline indomite e le piccine si ritrovano poi senza volerlo a procedere a saltelli, magari canticchiando, che a guardarle te le immagini con i calzoni corti, la maglia a righe rosse marinare ed un cappello di paglia da collegiale con un esagerato fiocco rosso che lascia agitare le sue punte nel vento fresco del nord i mattini d’autunno. E proprio questa era l’immagine che si mise a galoppare nella sua mente, una bambina piccola e spensierata che scendeva lungo un sentiero e si sentiva anche lei un po’ bolla di sapone, anzi nuvola, batuffolo, mentre più che scendere il sentiero si ritrovava a rotolarlo lentamente e saltellava e si adagiava al terreno in cerca di un posto per il ristoro e saltellava accalorandosi e posava mollemente la sua mole pacifica in cerca di ombra, finché saltellando giunse alla fonte e potè finalmente bere e terminando la sua lemme corsa sentirsi pervasa di calore, come penetrata dalla pace e bere a più non posso e sentire la freschezza dell’acqua che ti scende nella gola ed il calore della pace e la freschezza dell’acqua, la pace, l’acqua, pace, acqua, calore, freschezza, il calore, la freschezza… . Un grosso boato, uno sbuffo di fumo più denso del solito che sparse intorno anche del cattivo odore e la cenere che volteggiava annoiata soffiata dal vento ed infilata in ogni pertugio, sotto ogni cosa, sì che al mattino dopo Ardea si sarebbe trovata dormiente stesa sopra una coltre di cenere nonostante non si fosse mossa, il Vecchio Brontolone era capace di far arrivare i suoi soffi fino a chissà dove e chissà come. Il sogno era ormai interrotto, inconsciamente Ardea stava tentando di ricucire lo strappo causato dallo scossone ma ad ogni punto il sogno serbato ingrigiva e quello svolazzante svaniva, il mattino successivo avrebbe però ricordato tutto nitidamente, come se prima lo avesse vissuto e poi sognato e chiaramente non ci avrebbe capito un accidente ma quella sarebbe stata l’ultima delle sue preoccupazioni.

Si svegliò coperta di cenere e dopo un battito di ciglia, il sogno le sembrò infatti l’ultima cosa di cui occuparsi e preoccuparsi. Come sempre, chissà perché, non c’era mai il tempo per riflettere sulle cose, sembrava che tutto camminasse in una sorta di lotta contro il tempo, arrivare da qualche parte ma soprattutto arrivarci in tempo. Allora non riflettere, non pensare ma agire mentre poi, durante le camminate, a tutto riusciva a pensare tranne che a trovare risposte alle domande che si era posta i giorni addietro, come se non se ne dovesse curare, vagava meravigliata delle scoperte e delle visuali che ogni giorno le si paravano dinanzi nuove e attraenti. Ogni questione irrisolta rimaneva in attesa di una risposta, anzi della risposta e Ardea era convinta che alle sue domande ci sarebbe stata un'unica risposta che le avrebbe soddisfatte tutte assieme. O forse questa sua, chiamiamola distrazione, era appunto tale solo perché ogni volta c’era sempre una novità buona o cattiva da affrontare, un tramonto da ammirare o un precipizio da saltare e… e purtroppo c’era anche questa volta e questa novità era cattiva. Il sole era completamente oscurato da una enorme nuvola grigia e tetra, il rumore degli strilli e dei lamenti degli animali era quasi assordante, versi impauriti, spaventati a morte da qualcosa, la stessa cosa che aveva provocato il fumo e la cenere. Maa accanto a lei strideva e si sbracciava nel tentativo di farle capire qualcosa. Ma c’era poco da capire in quel momento, l’unica cosa da fare era fuggire, fuggire dalla foresta in fiamme come stavano facendo tutti gli animali. Dalla cima del Vecchio Brontolone uscivano ancora lenti gli ultimi rigurgiti di lava, mentre tutto attorno all’alto cono del vulcano, in quella porzione di foresta che era stato il mondo nuovo di Ardea, quei luoghi dove era precipitata da chissà dove, i luoghi che l’avevano accolta, curata, nutrita, dove aveva cominciato a ritrovarsi a capirsi a sentirsi, dove aveva sperato e sognato dove aveva cercato una risposta, tutto era bruciato, devastato, arso e fumante. Ardea fuggiva con Maa stretta tra le sua braccia, le lacrime agli occhi portate dal fumo ma anche dalla paura e dalla tristezza e il suo vestito, quel suo maledetto vestito bianco, immacolato anche in quella circostanza. Nemmeno in mezzo a tutta quella polvere, alla fuliggine a quello scalpitare e correre, nemmeno allora si era macchiato. Anzi no a vederlo bene l’orlo era tutto nero, anzi no anche più su e più su ancora e ancora più in alto e cresceva e si muoveva verso di lei. A quel punto Ardea lanciò un grido altissimo, la paura, la sorpresa, il fiato corto per la corsa e adesso anche tutto quel brulicare sul vestito, perché non era sporco, no, Ardea si era resa conto che ciò che le stava salendo lungo la veste bianca altro non era che una colonia intera di formiche che fuggivano dalla foresta e non avevano trovato di meglio che farsi dare un passaggio da lei. Le trasportò con se al riparo e per la piccola gioia di salvarle e perché perdere tempo a liberarsi di loro sarebbe stato certamente più pericoloso di quanto fosse fastidiosa l’indescrivibile sensazione che un milione di formiche le stavano oramai dando su tutto il corpo. Giunta infine dove l’erba era di nuovo verde e dove l’aria era respirabile, Ardea si gettò a terra stanca, sfinita e stremata. Ne aveva avuti di risvegli burrascosi, con Maa che strillava o che saltava, con animaletti che le si erano addormentati tra le pieghe del vestito o tra i capelli ma un risveglio come quello non le era mai capitato e sperava davvero che ne glie ne capitassero più, né come quello né di peggiori.

<Non ne sarei tanto sicuro, anzi ho proprio paura mimmina mia che di questi bruschi risvegli ne avrai a vedere altri, mi sa che quel fumicone del Vecchio Brontolone non abbia esaurito qui la sua carica.>

<No, no, no, non ne voglio più di risvegli così, né di addormentarmi così e tantomeno di stare sveglia con quel coso pronto a sbuffare e lanciare fuoco da tutte le parti, non lo voglio, non voglio più stare qui, me ne voglio andare, voglio andare, via, via via lontano lontanissimo>

<Mimma, certo che te ne devi andare lontano, beh… mah… hmm… mi… mi sembrava di averne già parlato di questo, non avevamo già detto che tu dovevi andare, beh… si certo non avevamo capito dove e certo nemmeno perché, però ero sicuro che avevamo già parlato del fatto che dovevi andare.>

<Ma io ho paura nonno, non voglio stare in questa foresta, con il rischio che da un momento all’altro quel coso si svegli e bruci tutto quanto, me compresa e anche Maa, io ho paura, paura paura.>

E scoppiò a piangere, mentre Maa le teneva la testa e le carezzava i capelli, il corpo disteso su verdi foglie, l’aria finalmente pulita, la luce stava tornando e anche la calma stava riprendendo il suo posto nell’animo di Ardea mentre Maa la accudiva e la confortava, carezzandola e cantandole una specie di nenia, con quegli strani ed insensati suoni che sembravano a volte delle parole.

<Ia-aaa, Ia-aaa, Ia-aaa, Ia-ooo.> mentre carezzava, cantava e carezzava, cantava e carezzava, e Ardea ritrovava la sua forza il suo coraggio e la voglia di arrivare fino a dove doveva arrivare.

Altri giorni erano trascorsi, altri sorgere di sole, altre notti stellate accompagnate dal chiarore della luna. Ardea camminava non più serena, non più tranquilla. Adesso fuggiva, la confusione si estendeva dentro la sua testa, non solo chi, dove, come perché, mille erano le domande che le si ripresentavano a turno nel silenzio della sua solitudine nel mezzo della foresta, interrotto soltanto dalle grida e dagli sberci della piccola Maa che tentava, invano a dire il vero, di risollevare l’umore di Ardea. Non solo era stata gettata nel lì di chissà dove, da qualcuno di chissà chi, non solo ubbidiva a quel trasporto, che comunque al momento le aveva salvato la vita, che l’aveva costretta a intraprendere quella lunga passeggiata senza meta, non solo combattere con le sue paure immateriali e con il timore di ritrovarsi davanti a qualche vorace felino o a qualche strano mostro ma sentir nascere dentro di sé il timore di essere minacciata anche dalla natura, sepolta da una catastrofica eruzione, soffocata dal fumo o arsa dalle fiamme della foresta ardente. Fu a quel punto che, come al solito i suoi mille pensieri furono interrotti dalla suadente e pacificante voce celata dentro la sua testa.

<Ma tu sei Ardea> precisò < Sei tu che bruci tutto ciò che abbandoni, sei tu che lasci la tua miccia dietro di te, dopo Ardea, la foresta arde, brucia di te e tu temi te stessa.>

<Ma io non voglio che tutto venga distrutto, io non voglio che nessuno abbia a soffrire per colpa mia, non voglio ardere un bel niente. Non ho arso e non arderò proprio niente né col fuoco né con il mio nome, che… che … che non so nemmeno chi me l’ha dato, non so nemmeno se è veramente il mio nome, non so un bel niente ecco cos’è, altro che ardere, che misteri del mio nome e… e… . Qui navighiamo nei misteri nonno e tutte le volte che ti faccio le domande tu scappi, dici che sei me … o… o che sei in me e o che… oh… uffa… ecco.>

<Mimmina, mimmina mia, mimma, mimma, ma che cos’è la vita se non una lunga passeggiata senza meta e senza ritorno, chi mai potrà portarti via la tua foresta, chi ti ruberà i ricordi di ciò che hai passato la dentro chi ti sottrarrà le gioie e le paure che hai provato>

<Nonno stavolta sei proprio… proprio… oh, uffa, no, io non voglio che la foresta sia distrutta, io non voglio essere la causa della distruzione della foresta, non io. Non voglio, ecco… oh!>

<Ciò che tu lasci alle tue spalle non potrai riviverlo, la foresta che attraversi è il tuo presente e diventa il tuo passato non appena sollevi il piede per compiere un nuovo passo. Quello che è bruciato è il tuo passato, potrai ricordarlo, potrai riderlo o piangerlo, ma non potrai mai riviverlo, non potrai mai tornare indietro, ogni volta che poggi il piede abbandoni dietro di te il tuo passato e un po’ di foresta. E la foresta bruciando ti ricorda che non potrai tornare indietro>

<Ma io non voglio tornare indietro, ho la mia meta davanti a me, già sono scampata a chissà quale belva si sarebbe potuta mai celare la dentro e adesso è tutto bruciato e io non voglio, non voglio tornare indietro e … nonno? Nonno, nonno ci sei? Ecco, lo sapevo. Arriva spiega e poi va via, non mi lascia mai il tempo di replicare. E poi spiega, cosa spiega dice dice e non dice proprio un bel niente. E adesso con chi mi posso arrabbiare, con chi posso sfogarmi> prese a dire mentre intanto colpiva la povera Maa con lievi buffetti in tutto il corpo.<Chi dovrà sottostare alle mie ire? Uhh uuuhhh! Scappa piccola scimmietta perché sei tu il mio prossimo bersaglio.> e la vita finalmente riprese.

Maa si mise a correre e a saltellare, si aggrappava ad un ramo poi correva qualche metro con quella sua buffa andatura a quattro mani, poi di nuovo fra i rami, gridando, come sua consuetudine, di quegli urli sguaiati che solo delle antipaticissime scimmiette possono fare.

<È inutile che scappi tanto ti prendo, brutto e pestifero ammasso di peli, tanto ti prendo ti prendo e ti torturo di solletico, prima prendo delle foglie e me le infilo nelle orecchie, uff, uff, aspettami, poi ti tengo ferma con una mano, hei ma dove vai vieni qua, che ti devo torturare e non ce la faccio più a correrti dietro.>

E Maa pazza, più pazza della povera Ardea saltellava a destra e a manca sbeffeggiando la sua inseguitrice e vincendola sia nella corsa che nell’agilità che nel fiato. Spariva e riappariva, spariva e riappariva ed alla fine, mentre Ardea ormai sfinita crollava a terra fra sguaiate risate e vani tentativi di arrotolare delle foglie per infilarsele nelle orecchie, riapparve la dolce Maa con due banane, pardon con due Baae, una per sé e l’altra per la spensierata Ardea, che nell’affanno più completo, con il respiro mozzato dalla corsa e dalle risa, ancora continuava a mimare le torture che avrebbe inflitto alla scimmia se l’avesse presa e poi, poi si ritrovarono affettuosamente abbracciate, come due sorelle a gustarsi quello spuntino, a dire il vero più che meritato, dopo la fatica dei giochi e la ritrovata serenità. La lunga camminata ancora le attendeva e le forze disperse andavano recuperate in fretta, buon appetito.

Dopo albe e tramonti, dopo foreste e radure, dopo banane, bacche e altri frutti strani, dopo i giorni del cammino, quella sera segnò di nuovo il suo bastone per la ventottesima volta, con un segno più alto a definire la fine di quel secondo ciclo. Le scendeva una lacrima lungo la guancia ed il riflesso brillante della luna faceva sembrare argenteo quel rivolo di timore che le stava attraversando il volto. Adesso aveva paura ma era andata avanti. Aveva vinto, aveva deciso di proseguire nonostante i pericoli che la potevano attendere, nonostante la stanchezza e le avversità che la attendevano dopo ogni passo, dietro ogni albero, ogni roccia, ogni collina, aveva deciso di ascoltare la sua voce interna, il suo istinto ed il terrore di Maa ed aveva deciso di continuare il suo cammino ma non l’aveva fatto per la paura, per il timore di soccombere sotto cumuli di cenere o di venire bruciata lei stessa insieme alle sue domande ed a quell’ammasso di pelo che ormai non si separava più da lei o era lei a non volersi separare dalla dispettosa ma premurosa Maa. L’aveva fatto e lo stava facendo per la vita, la sua vita. Più volte si era fermata a rileggere la sua nuova storia, più volte mentre la luna cresceva, aveva guardato il suo futuro, l’aveva cercato o per lo meno aveva cercato di scorgerne una traccia, un piccolo appiglio ma sicuro, che le desse la forza per andare avanti. Procedeva di giorno e temeva ogni sera, poi si era convinta, non causa di disastri ma vittima degli stessi terremoti che scuotevano l’intera vallata. Proseguire, sì per fuggire ma proseguire per giungere al compimento del suo destino, seguire il fiume che la trasportava, quello ideale del suo destino, un fiume che si apriva continuamente in nuovi bracci a volte più larghi a volte più stretti ma che lasciva a lei la facoltà di decidere, di scegliere da quale parte voleva che il suo destino la portasse. Proseguire per sapere, per conoscere, per crescere, non per paura di uno sbuffo più violento che il Vecchio Brontolone avrebbe potuto gettarle addosso. Tutto questo l’aveva spronata e l’aveva accompagnata nella sua avanzata durante i giorni appena trascorsi, fiera aveva mosso un passo dopo l’altro, aveva vinto, aveva sconfitto le sue paure e procedeva alla ricerca di se stessa, avendo ormai da tempo rinunciato a cercare qualsiasi altra forma di vita umana in quel deserto di verde e di animali. Adesso però era lì, era arrivata di nuovo a quel confine invisibile fra un ciclo della sua luna ed uno nuovo, aveva tracciato il segno sul suo bastone come ogni sera prima di addormentarsi, solo un po’ più lungo e quella sera certo non sarebbe riuscita ad addormentarsi. Il ricordo di quello che era successo il mattino dell’eruzione non l’avrebbe potuta mai abbandonare, era lì, presente nella sua mente e vivo come appena accaduto,  il suo spavento, le urla di Maa che tentava di svegliarla e di portarla via da quel materasso di cenere che le si era creato sotto al proprio corpo, poi il crepitare della foresta in fiamme e la visione di quella che a lei era sembrata un immensa distesa di niente, solo cenere in terra e fumo in aria e quello strano odore di peperoncino, quel sapore piccante sulle labbra. Forse fu proprio la paura, forse la tensione, l’attesa, la speranza di un inutile attesa, vedere arrivare il nuovo giorno per essere sicura che non succedesse niente, forse tutto questo o forse solo la stanchezza, solo il normale cambiare dalla luce del giorno al crepuscolo e poi il tramonto, fatto è che pur non volendo Ardea si addormentò.

Il mattino successivo ci fu una nuova eruzione. Ardea non si ritrovò sepolta sotto coltri di cenere, non fu risvegliata dalle grida impaurite di Maa, non fu scossa dai tremiti della terra, fu proprio risucchiata d’improvviso da un profondo sonno mentre si vedeva raggiante passeggiare tra fiori colorati e profumati e ne mangiava, coglieva i più grossi e li portava alla bocca come fossero succulenti dolcezze. Certo che in quella foresta le dolcezze le erano proprio mancate, budini, tortine, panna, crema e cioccolato, hmhmmhh il cioccolato e allora che fare, meglio godersele, almeno in sogno. Coglieva e mordeva, coglieva e mordeva, coglieva e mordeva ma mano a mano che ne assaggiava il sapore cambiava, si inacidiva sempre più fino a divenire piccante come se succhiasse del ferro, fu un attimo realizzare il sapore del sogno e sentirlo reale nella bocca, d’improvviso le attraversarono la mente immagini di distruzione, di fuoco, di disperazione e terrore. Tutto questo ebbe la durata di una frazione di secondo, si sentì portare via, come se una grande mano l’avesse agguantata nel profondo del sogno e la stesse tirando con forza e vigore, via, via dalla pace, via dal riposo, via dalla quiete e dalla serenità e poi precipitare nella realtà, nella dura e spaventosa realtà. Sentì una voragine sotto di se, come se il suolo d’improvviso si fosse allontanato repentinamente e cominciò a urlare di paura e di sgomento e urlando si risvegliò in una foresta verde, calma e quieta e per un attimo, un piccolissimo attimo, credette che il sogno l’avesse ingannata, che si fosse soltanto burlato di lei, che avesse approfittato della sua fragile anima. Poi il rumore, enorme e terrificante ed il cielo si riempì di colori, di suoni e delle interiora del Vecchio brontolone, lanciate a gran velocità e a grande distanza. Come non aveva voluto credere ma come Ardea temeva, il compito del vulcano era proprio quello di distruggere la strada dietro di lei, anzi la strada che lei avrebbe dovuto percorrere, che lo avesse fatto o meno e questa volta si sarebbe dovuto impegnare più di quella passata per cancellare dalla vista di Ardea tutta la vegetazione ancora intatta tra l’enorme bocca infuocata e la sonnacchiosa fuggitiva della foresta. 

Maa sopraggiunse dall’interno della foresta urlando a squarciagola, correva a più non posso verso la radura dove Ardea aveva momentaneamente trovato rifugio, agitava le lunghe braccia sopra la testa nel tentativo, a dire il vero del tutto umano, di attirare l’attenzione verso il pericolo che incombeva e allo stesso tempo sembrava che imprecasse o invocasse qualcuno, su in alto oltre le nuvole, oltre il cielo. La scena era oltremodo comica ma Ardea era ormai sprofondata in una crisi di paura e disperazione dalle quali persino la bizzarra Maa avrebbe avuto difficoltà tirarla fuori, nemmeno se ci si fosse messa con ruspa e paranco, sì che l’allegra scimmietta non aveva certo bisogno di impegnarsi per strappare ad Ardea qualche simpatico sorriso se non una risata piena, di quelle da tenersi la pancia ma stavolta ogni tentativo dello scalmanato batuffolo di pelo risultò inutile e la tristezza rimase sul volto e nei pensieri di Ardea, persi tra domande e preoccupazioni, tra paure e illusioni. Piangeva di lacrime calde che le grondavano direttamente sulle scarpette, ancora bianche e immacolate come il suo vestito, di nuovo scampato indenne a bruciature, cenere e fumo. Del resto la sua tenuta, tutt’altro che da battaglia, era invece risultata da sempre refrattaria alle macchie di qualsiasi tipo, frutta, erba e terra nulla potevano contro il candore abbagliante della sua luminosa uniforme, tantomeno aveva riscosso successo in questo campo Maa, la regina delle impiastricciature e degli inzaccheramenti. Spesso e volentieri si lasciava infatti trasportare a spalla o addirittura in braccio come un bebè e di sicuro non era una rappresentante del partito dei candidi, tantomeno l’avrebbero scritturata per le dimostrazioni della fiera del bianco, forse con un detersivo avrebbe avuto più possibilità, sì un detersivo capace di cancellare le impronte delle sudice zampacce di Maa avrebbe avuto sicuramente un successo interplanetario. Ardea però aveva paura e la sua veste contribuiva ad alimentare il terrore, sì certo sentiva di essere al sicuro dall’eruzione che pur sembrando impossibile non voleva colpire lei ma soltanto impedirle di ritornare sui suoi passi, ma il rumore, il calore e la distruzione che portava, lasciava nel suo cuore e nella sua delicata mente uno sgomento profondo. Si alzò in piedi, mentre le lacrime calde continuavano a sgorgarle copiose e a rotolarsi sulla pelle liscia del suo volto prima di perdersi nelle trine del vestito o cadere ad innaffiare l’erba, quell’erba che domani sarebbe bruciata.

Passarono alcuni giorni prima che Ardea trovasse la forza di alzare la testa ma mai dimenticò di camminare, non abbandonò la sua lenta corsa verso quel traguardo di cui non conosceva… non conosceva… beh di quel traguardo non conosceva un bel niente e…

<Là, oltre il traguardo, come lo chiami tu c’è il mondo, il mondo che hai lasciato e che ti appresti a ritrovare, c’è la tua nuova vita, ci sono i tuoi amici, i tuoi parenti, la scuola il lavoro, la tua intera nuova  vita e…>

<Si nonno, ci credo, ma… come mai nessuno è venuto a cercarmi fin’ora? Perché nessuno verrà a cercarmi domani? Perché nessuno verrà a cercarmi, vero nonno? Nessuno mi ha data per dispersa, nessuno si è infilato le mani nei capelli, colto dalla disperazione pensando a me e a dove potrei mai essere. Dove sono i miei genitori, cosa ho fatto di male per meritarmi il loro oblio, perché non…>

<Benedetta figliola come posso spiegarti cose che non so, che non sai. Loro sono tutti là, genitori, parenti, amici e anche nemici e ti stanno aspettando. Mettila come vuoi ma questa è come dire… hmm quasi come … come… quasi come una prova sì ecco, una prova da superare, se riesci ad arrivare fino alla Montagna Rosa, quella là dritta ed enorme davanti a te, ecco che … op la … la prova e superata. Ma loro ti ameranno, che tu ce la faccia o no, non è un impegno non è un obbligo, loro sono lassù e sperano che tu desideri raggiungerli, lo sperano davvero con tutto il cuore e anche se non te ne accorgi loro ti controllano in ogni momento, per ogni tuo movimento.>

<Nonno, prima che tu sparisca come sempre, ti volevo ancora una volta dire grazie per le tue parole, tu riesci sempre a calmarmi anche se non sempre riesci a rassicurarmi. Spero comunque di trovare in ciò che hai detto la forza e la pace interiore per continuare testarda la mia salita verso quelle meravigliose ed invitanti nuvole rosa e là spero di trovare anche te nonno… nonno?… Nonno?… Nonno! Sei peggio di quella bertuccia di Maa, appare dice la sua e poi puff, come se niente fosse, senza avvertire svanisce come è apparsa,  maleducato tu come lei, sì maleducato> sentenzio ironica Ardea <maleducato tu e questa palla di pelo.>

<Maa?> le chiese la scimmietta.

<Si Maa è maleducata e impertinente per giunta, sì,sì,sì.> e incominciò a canzonarla e a punzecchiarla con buffetti divertiti e a loro volta impertinenti.

Cominciarono a rincorrersi tra l’erba e i fiori e finalmente Ardea dimenticò la tristezza portatale da quella seconda eruzione.

Ce ne fu un’altra, la terza, ventotto giorni dopo.

Ardea aveva infine accettato completamente la funzione purificatrice delle eruzioni, si era soffermata sul limitare della foresta bruciata e dopo un approfondito esame si era resa conto che non c’erano animali tra la cenere, nessun essere vivente era rimasto colpito dal cataclisma. Aveva mandato Maa a controllare meglio, anche se non era convinta che la scimmietta avesse ben compreso ciò che lei chiedeva e Maa se ne era tornata tranquilla e a mani vuote. No non c’erano pericoli, anche se il ritrovarsi davanti ad un tale spettacolo, con fiamme che si levavano altissime e rocce infuocate che vengono sparate alte nel cielo, mette addosso una certa paura. Sì paura, quella paura che adesso, misurato il pericolo, poteva paragonare a quella provata da bambina, quando nelle feste di paese nel bel mezzo della serata più importante si sentivano scoppiare nell’aria, colorati e furibondi, i fuochi d’artificio.

Le due allegre compagne continuavano ogni giorno la loro serena camminata, ognuna presa dai propri pensieri e distratta dai propri interessi. Così Ardea vagava tra i meandri reconditi della sua mente e ripensava ai giorni trascorsi, a quanti passi aveva calcato su quella terra accogliente e inospitale allo stesso tempo, tra i mille avvenimenti di quella strana avventura, rifletteva sul fatto che, più passava il tempo, più camminava e meno sentiva la stanchezza, quasi come se il percorso la stesse nutrendo, come se la stesse rafforzando, come se il suo corpo si stesse fortificando di giorno in giorno grazie a chissà quale evento, oltre al fatto che ingurgitava quantità industriali di Baane, Aacci, Mee e altri strani frutti, benchè guardandosi riflessa negli specchi d’acqua dove ogni giorno si abbeverava con la dispettosa compagna,  non avesse notato alcuna differenza nelle sue sembianze né chiaramente in quelle del candido vestito che appariva anzi ancor più luminoso ogni giorno, passeggero indenne di infinite peripezie tra acqua, fuoco, piante e frutta.

Bene! Giunti a questo punto i compiti sembravano comunque chiari, primo: camminare, beh non era difficile, la stanchezza non si faceva mai sentire e Maa era una compagna di viaggio di tutto dispetto, mmhhhm… cioè no… ecco sì… di tutto rispetto, sì, così va bene; le giornate passavano tranquille e la noia non aveva mai fatto capolino durante l’interminabile passeggiata nella jungla del mondo sconosciuto. Aveva invece sentito, con gioia visto le prelibatezze del luogo, i morsi della fame e dopo un iniziale preoccupazione, anzi un vero e proprio terrore, mangiare era diventato un divertimento. Il primo giorno si era già vista costretta a cibarsi di formiche, cavallette e bacherozzi vari serviti su piatti di corteccia d’albero. Il che non le avrebbe fatto solo schifo ma addirittura non sarebbe riuscita lei stessa a condannare quelle piccole bestiole a diventare il suo pranzo quotidiano. Già se le immaginava tremanti tra le sue mani e urlanti di terrore, chissà poi come urlano le formiche? Si vedeva mentre portava quella pietanza tutt’altro che succulenta alla bocca, ne sentiva lo scricchiolare della dura corazza, inutile difesa contro i suoi robusti denti, si immaginava di inghiottire il tutto per poi sentirle risalire mentre avrebbero camminato veloci nella sua gola alla ricerca di una via d’uscita, aaaaahhhhhh!!! Poi aveva incontrato Maa e mangiare era diventato uno spasso. La piccola scimmia le aveva insegnato a riconoscere i vari frutti, a scegliere i più saporiti, i più maturi ed i più polposi, a non lasciarsi ingannare dalla forma e dal colore ed a riconoscere quelli più adatti al pranzo e quelli per la cena, che poi di notte non l’avrebbero disturbata con gorgogli rumorosi o strani movimenti interni capaci di svegliarla di soprassalto nel cuore della notte. Le sorprese già abbondavano in questo covo di meraviglie e non c’era bisogno di procurarsene con la golosità. Procedendo nell’elenco si poteva trovare come secondo importantissimo compito quello di sfuggire alle grinfie del vulcano, il Vecchio Brontolone e le sue eruzioni calcolate, precise e ormai prevedibili era un pericolo relativo e poi quella boccaccia focosa non aveva realmente l’intenzione di farle del male, certo intenzione era un parola grossa, sembrava quasi che il vulcano potesse avere  una mente, sì e magari un anima. La stava spingendo lontano da sé, lungo un percorso ben definito, la allontanava spaventandola solo per indirizzarla verso la sua meta finale. Ed eccoci qua, terzo raggiungere questa sconosciuta ed incognita meta; cosa c’era laggiù, oltre la montagna, oltre quella vetta acuminata e rosea, al di là di quello che per lei era diventato il proprio mondo, al di là di se stessa e Maa cosa c’era? La vita? Una città? Persone che l’amavano? O c’era forse la fine, la fine di tutto o era l’inizio che l’attendeva oppure… Ardea si fermò, sentì chiaramente dentro di sé che qualcosa non stava andando, la sua ostinata presunzione che quella fosse soltanto una passeggiata e non un viaggio costellato di misteri pronti a svelarsi nella loro delicatezza o nella loro malvagità, la stava forse tradendo, probabilmente primo, secondo e terzo non erano le sole cosa da tenere presenti in quel mondo, l’antica sensazione di paura doveva essere prontamente recuperata e tenuta accanto all’attenzione per poter andare avanti nel cammino. C’era qualcosa, qualcosa stava accadendo in quel preciso momento, era una cosa nuova, mai provata e la stava divorando dentro, poi il dolore si placò, Maa gettò nell’aria uno dei suoi strilli più acuti e corse a rifugiarsi sulla cima della palma più vicina continuando a gridare a più non posso, Ardea alzò gli occhi e finalmente la vide.

Enorme, maestosa, meravigliosa nella sua imponenza, nonostante la paura che incuteva. Era impossibile non rimanere come ipnotizzati ad ammirarne le forme, la fierezza, i colori. Si trovava a circa cento metri da Ardea, il suo colore era come oro scintillante sotto un cielo che per la prima volta si stava riempiendo di nubi minacciose e cariche di pioggia, cariche di violenza e di tempesta. Le sue striature erano gocce di petrolio che scendevano lente dal possente dorso fino a perdersi nel bianco del ventre, il quale sembrava chiamarla inattesa ospite di una cena di gala. Eccola finalmente, temuta, sognata in incubi di paura e di terrore, indesiderata quanto perennemente presente nei suoi timori era arrivata, quella bestia feroce, la padrona della valle che veniva a riscuotere il suo credito, il mostro che l’aveva tenuta sveglia le prime notti e che l’aveva accompagnata silenzioso in quegli ultimi giorni finalmente era arrivato, infine si era presentato in tutta la sua mirabile inaspettata bellezza ed in tutta la sua enorme potenza distruttiva. Poi la tigre ruggì e l’intera valle si riempì di quel gorgoglio che fece perdere alla scena tutta la sua mirabile poesia e ne rese chiara la violenza, la crudeltà e la malvagità. Ardea conobbe quella paura e quel terrore che infinite volte si era immaginata e vide davanti a se la morte che la stava aspettando, cominciò a piovere, mentre nubi sempre più nere si addensavano nel cielo ed i primi lampi accompagnati dai fedeli tuoni squarciavano il cielo, facendo da eco ai ruggiti sempre più profondi e sempre più vicini.

<Aiuto nonno, che sta succedendo, cosa… cosa devo fare, cosa posso fare… nonno… nonno per favore dimmi che ci sei, nonno!>

<Tieniti forte mimma, tieniti molto forte e credi, tieniti agli appigli che troverai perché sta per arrivare e sarà violenta, credi, credici Ardea, credici fino in fondo.>

<Tieniti forte, si certo dove, come, a cosa e che devo tenere, qui bisognerebbe che sapessi volare e probabilmente se volassi adesso rimarrei folgorata da un fulmine mentre me ne scappo alta nel cielo…aiuto nonno aiutami. Maa, Maa, oh mamma!>

Non era possibile che ciò fosse vero, no,  non c’entrava niente, era un colpo di grancassa tra violini stridenti, anzi no, era una batteria intera che rullava nel sottofondo di una serenata alla finestra. No, va bene camminare, va bene scappare o meglio essere indirizzata verso una meta sconosciuta, va bene il Vecchio Brontolone, le eruzioni e gli incendi, va bene che doveva aver paura e lei sciagurata, dopo un inizio nel terrore, si era data alla pazza gioia scorrazzando con Maa per la foresta e facendo da padrona in un mondo non suo. Va bene, va bene ma questo adesso cosa c’entrava? Se tutto questo era un enorme sogno precostituito e lei aveva solo dei compiti da rispettare, quale significato aveva quella malefica meraviglia che le si poneva davanti? Poi un ruggito riempi nuovamente la valle, il cielo rombò e la tigre cominciò ad avanzare lentamente. La risposta alle sue domande apparve a quel punto chiara, no non c’entrava niente ma c’era. Era una macchia di vernice caduta su un dipinto di valore, un’ammaccatura in un vaso d’argento, uno schiaffo sulla faccia di un bambino, qualcosa che non doveva assolutamente esserci però c’era. Il cielo era completamente nero, quasi come fosse notte ma nel cielo non c’era la sua compagna notturna ad illuminarle il cammino, non c’erano le stelle a rallegrarle la vista, a formare figure di volti o di strani animali, c’erano solo lampi di fuoco e rombi di tuono. E la tigre continuava ad avanzare lentamente.

Fu il tempo di un pensiero, un lampo attraversò il buio del cielo e in un lampo la tigre le fu addosso, sbattendola con forza a terra, lasciando che il suo bel vestitino bianco si sporcasse del fango che correva veloce sotto la pioggia battente. Maa urlava con tutto il fiato che c’era nella sua piccola gola, sbracciandosi a più non posso nell’inutile tentativo di spaventare o quanto meno distrarre la tigre. I lunghi artigli dell’animale si infilarono tra le trine e i merletti, lacerando il candore dell’abito e facendo apparire rosse macchie di sangue tra i veli trasparenti ed i soffici tessuti.

Ardea rimase più colpita dal suo corpo e dal proprio vestito che dall’irruenza, dalla potenza e dalla violenza di quell’enorme bestia striata d’oro. Non aveva mai pensato di essere vulnerabile, aveva avuto paura fin dal primo giorno ma la suadente voce che l’aveva accompagnata l’aveva rassicurata inconsciamente e nella sua anima si era accoccolata la sventata certezza che lei stessa e il proprio corpo fossero invulnerabili; non si era mai ferita, non aveva mai provato dolore, si era sentita stanca ma non di fatica, stanca perché sperduta, stanca perché stufa ma mai provata, mai sfinita. Non aveva pensato che qualcosa del genere potesse mai accadere a lei, era l’incantesimo che si spezzava, la magia che incontrava il proprio antidoto era la vita vera dopo giorni e giorni di sogni.

Il cielo appariva ancora più buio del nero più scuro e i lampi si susseguivano infiniti uno dopo l’altro quasi a formare un manto striato di oro e di nero anche sopra la vallata oltre a quello che già la sovrastava ferendola e terrorizzandola. Il ruggito era frastornante sentito da così vicino e il fetore che fuoriusciva dalle fauci della Tigre era quello delle paludi, dove acque contaminate ristagnavano senza vita. La sua pelliccia era invece una sirena infida che cantava e attirava a sé morbida, vellutata, calda ed invitante e mentre Ardea si perdeva nel vortice misto di paura, delirio e gioia incosciente, pronta a cadere definitivamente, a lasciarsi andare, ad abbandonare quella inutile lotta impari, mentre la piccola Maa scesa dalla palma si era avvicinata alle due lottatrici e continuava ad urlare a squarciagola cercando di attirare su di se l’attenzione, quando la tigre si erse in tutta la sua infinita possenza, ferma sulle zampe posteriori con gli artigli al cielo e lanciando un ruggito che per un attimo sovrastò il rumore dei tuoni, in quel momento quando tutto era ormai perduto davanti agli occhi di Ardea si parò uno spettacolo terrificante ma liberatorio. La tigre alta sopra di lei si arrestò, volse il suo sguardo verso Maa fissandola con odio per un attimo di troppo, ingenuamente distratta da quell’insignificante animaletto saltellante che riuscì invece ad ottenere quello per cui stava rabbiosamente lottando. Una delle migliaia di fulmini che saettavano violenti intorno a loro aveva colpito in pieno la temibile mastodontica bestia. Per un attimo il cielo, la terra, l’animale e la luce erano furono un tutt’uno, un'unico cuneo di energia che cercava di spezzare in due quel piccolo fragile mondo. La forza dell’uragano che si era scatenato sembrava in un primo momento essersi alleata alla tigre mentre invece le si era rivoltata contro riducendola in un ammasso di polvere fumante. Dopo un breve e fuggevole attimo in cui era parso che il fulmine si fosse nutrito dell’energia della tigre e questa di quella della saetta, apparsa come sua alleata agli occhi impauriti di Ardea, la natura aveva trovato dentro di se la forza per distruggere il più mortale dei pericoli che in quel momento si stavano abbattendo su Ardea, che avrebbe potuto farcela a salvarsi dalle forze del vento o della pioggia ma non avrebbe avuto alcuna possibilità contro quella sinuosa, ammaliante, feroce e potente bestia, il male sotto una forma mirabile ed il male era stato sconfitto.

Rimase lì, sotto la pioggia battente che piano piano smorzava la sua forza, con il sedere immerso nel fango, i capelli come un putrido turbante intorno alla sua testa, le mani piene del suo sangue, sgorgato da ferite poco profonde ma che erano riuscite a farle comunque sentire la forza del male. Maa le corse incontro senza smettere di lanciare i suoi acuti versi e la circondò con le zampacce pelose formando con l’amica un unico amorfo ammasso di paura e amore sotto le ultime goccioline di pioggia. Ardea piangeva, piangeva della paura e rideva, rideva della vita e di ciò che le era sembrato brutto prima che tutto questo accadesse. Il suo vestito il suo bellissimo e inattaccabile vestito era ridotto ad un ammasso di stracci, l’acqua lo aveva inzuppato completamente e il fango lo rivestiva completamente nella parte posteriore,  luminose “o” di sangue lo ornavano beffarde dove la tigre aveva affondato i suoi artigli. Strappato, scucito, macchiato, sformato, cosa stava succedendo al suo involucro magico che fino ad allora l’aveva accompagnata e ingannevolmente rassicurata della sua invulnerabilità?

<È la paura che ti ha attraversato, mimmina mia, è il terrore che si è insinuato in te, è il soffio gelido della morte che ti ha appena sfiorata, ti sei tenuta, hai creduto ed hai resistito. Il mondo intorno ha sentito la tua forza, ha letto nella tua intimità la voglia che hai di arrivare fino in fondo, di affrontare in prima persona ogni pericolo ed ogni ostacolo ed ha reagito con te per combattere il male che ti era venuto a trovare, abbi cura di te e del tuo vestito> precisò inaspettata la calda voce del nonno <Lavalo, togli il fango e asciugalo al sole ed il vestito ti ringrazierà.>

<Che sollievo nonno sentire la tua voce calma e serena in questo momento ma come al solito non ho capito niente di quello che hai detto; lava, il mondo intorno, la voglia di arrivare, quanti misteri ancora nonno. Comunque seguirò ancora il tuo consiglio, avrò cura del mio vestito, di me e di Maa ed arriverò in cima alla Montagna Rosa. Dopo quanto è accaduto sento che non è più possibile per me indugiare, il mio futuro mi attende, il mio destino è dietro quelle nuvole soffici e silenziose che nascondono ciò che mi attende al di là della cima.>

Tese la mano alla fedele compagna ed insieme ripresero il cammino verso la loro incognita meta.

Una quarta eruzione concluse nel peggiore dei modi quei tremendi giorni di paura e di sconforto e una quinta ridestò all’improvviso Ardea esattamente ventotto giorni dopo. Fu alla fine della fuga dalle ceneri e dai lapilli che si spingevano più lontani, quando il terreno verde fra lei e la foresta bruciante, non avrebbe mai più potuto pronunciare la parola ardente, arrivò a dimensioni che Ardea considerò sicure, fu proprio allora che in un momento di rassegnata pace, con un briciolo di piacere per il nuovo scampato pericolo, con la serena consapevolezza che poteva certo essere lei la causa di tanta distruzione ma poteva anche non esserlo e poi se proprio doveva, poteva esserne la causa morale ma non di certo materiale a meno che non fosse sonnambula e si alzasse di notte a dar fuoco alle polveri nel ventre del Vecchio brontolone, ecco fu allora in quel preciso momento che si accorse e ciò le provoco un moto di letizia, che da chissà quanto tempo ormai, aveva smesso di contare i giorni. I segni dell’ultima luna incisi sul bastone erano poco più di una decina e non ricordava se aveva smesso tutto insieme o se ne aveva segnati alcuni dopo averne dimenticati altri. Si sentì cresciuta, si senti libera, libera dal suo cammino, non più doverlo fare ma farlo per il proprio piacere di arrivare incontro al suo destino, libera dalle sue paure e dalle sue preoccupazioni, poteva continuare il suo viaggio nell’immensa vallata perché lei lo desiderava, senza le spinte di un benevolo ma sibillino nonno, senza affidarsi all’amica Maa ma proseguire comunque insieme a lei, perché era la sua compagnia che desiderava, farlo e fare tutto ciò che poteva proprio perché poteva, perché era in grado di farlo e perché le dava finalmente piacere e soddisfazione.

All’inizio era rimasta terrorizzata da ciò che era accaduto al suo corpo ed al vestito, quella candida veste che l’aveva accompagnata per monti e per valli, nelle acque limpide ed in quelle più torbide, tessuti che avevano resistito al verde dell’erba e a tutti i tipi di frutta più strani, colorati e succosi che avesse mai potuto vedere e assaporare. Quei veli, quelle trame che erano rimaste illese agli attacchi dei più temibili nemici del bianco avevano infine ceduto. Il suo vestito così candido da far invidia a quelli delle pubblicità, un vestito così resistente e così capace di darle sicurezza, quella sicurezza che l’aveva abbandonata sotto gli artigli famelici della tigre, mentre il vestito si stracciava insieme alle sue carni e si tingeva del rosso del suo sangue insieme alla sua pelle. Poi lo aveva accudito, lo aveva lavato dal fango e dal sangue e la solita previdente Maa le aveva portato erbe che solo lei poteva conoscere, erbe che sembrava quasi che si fosse inventata proprio per portarle ad Ardea e con quelle strofinando, lavando, strusciando e sciacquando, ridare giorno dopo giorno la lucentezza al vestito, quel vestito così meravigliosamente assurdo e così incredibilmente magico che ogni giorno rammendava da solo i propri strappi, quei veli che improvvisamente tornavano intatti, là dove gli artigli avevano reciso con violenza, quel vestito che si risargiva grazie alle cure di Ardea e alle invenzioni di Maa come nello stesso modo stava facendo la sua pelle. Le immonde impronte di bestia sparivano dal suo corpo senza lasciare cicatrici, senza lasciare traccia della loro violenza, svanendo magicamente sostituite da nuova carne, da nuova pelle, da nuovo cotone, da nuovo lino, da nuova fluttuante organza. Il vestito come la sua pelle, la sua pelle come un vestito. E con il passare dei giorni accettare ancora una volta quel nuovo mistero, certa che un giorno le sarebbe stato svelato tutto e poi… e poi camminare con Maa verso le nuvole rosa.

 

Oramai non ne aveva più timore, le sembrava quasi parte del paesaggio o parte della sua vita ma quella sesta eruzione, con lanci di lapilli così in alto e così luminosi da sembrarle i più bei fuochi d’artificio che avesse mai visto non potè fare a meno di farle battere il cuore ancora una volta. La terra sotto i suoi piedi tremava più del solito, d’altra parte era sempre più lontana dal Vecchio Brontolone ed il vulcano doveva impegnarsi e sforzarsi sempre di più per riuscire a raggiungere e ardere la foresta che lei aveva attraversato. Con l’aiuto di Maa si era arrampicata su di un albero sufficientemente alto da permetterle la visione di tutta la pianura fra lei e l’origine dei fuochi. Guardando in alto lo spettacolo era meraviglioso, da rimanere a bocca aperta, guardando in basso le si strozzava in gola un lamento di paura e di sofferenza, quasi a voler rifiutare ciò che vedeva, spazi immensi di grigio e di niente. Ma nel suo cuore quel niente era riempito di fatti di giornate di corse spensierate insieme a Maa e di riflessioni con il nonno. Eh si il nonno, proprio lui che aveva ragione, non poteva tornare indietro ma il suo cammino lo portava dentro di se e non l’avrebbe abbandonata mai.

Le notti che accompagnavano le eruzioni erano spesso accompagnate dai sogni più  strani, quei sogni l’avevano sempre turbata almeno quanto gli scossoni del terreno ed i vertiginosi lanci di luci incandescenti che il Vecchio Brontolone si divertiva a provocare durante le luminose notti di luna piena e chissà, oltre alle roventi esibizioni del vulcano, quali altre potevano essere le cause dei suoi inquietanti incubi. Forse era quella sorta di telepatia che pareva unirla direttamente con il ventre rovente del vulvano o forse quella sera, molto più semplicemente potevano essere state quelle allettanti quanto strane bacche violacee. Poteva essere stata anche la stanchezza, quel giorno aveva camminato molto più del solito e forse più del dovuto ma il sole, l’aria fresca e la pianura l’avevano spinta a mettere un passo dietro l’altro e il panorama denso di prati e rovi variopinti aveva allietato a tal punto il suo procedere spedito che si era ritrovata ad aver camminato tutto il giorno senza mai fermarsi ed era giunta alla sera tanto felicemente sfinita quanto satolla per le deliziose bacche di cui si era rimpinzata per tutto il viaggio. Aveva trovato riparo, sotto l’ultimo fitto rovo prima che l’immenso manto verde si trasformasse in roccia e cominciasse una lenta salita verso l’altipiano che l’avrebbe poi condotta fino alla vetta, fino a quel nuovo territorio che si preparava ad accoglierla nella sua imperterrita corsa verso l’incognito. Un terreno aspro ed arido che almeno a prima vista, non avrebbe potuto bruciare, chissà allora lassù a quali nuove e terrificanti sorprese poteva mai andare incontro, frane, massi, scoscesi, quanti e quali tranelli avrebbero scandito il ritmo che finora era stato tenuto dal vecchio Brontolone o forse ancora lui avrebbe tenuto il conto dei suoi giorni in quell’universo di meraviglie? Si era accoccolata, quasi come fanno i gatti quando si arrotolano su se stessi e confondono la testolina con la coda che, a guardarli di sfuggita, danno l’impressione di una ciambella di pelo, ecco sì, acciambellata, si era comodamente acciambellata sotto il rovo, Maa le si era distesa intorno quasi a circondarla con il corpo e la lunga coda, l’ultimo raggio di sole augurava la buona notte a tutta la valle e Ardea si era assopita immediatamente, cedendo al suadente richiamo dell’inconscio. Il sogno, come molti di quelli che aveva fatto, si affacciò nella sua mente irruento e prepotente, un piccolo vortice nell’acqua che la risucchiò all’istante e la portò a rivivere situazioni già viste, già vissute, fatiche già sudate e corse già fatte. Doveva essere un raduno a livello internazionale, qualcosa tipo la maratona di New York ma non a scopo benefico e nemmeno per puro e semplice divertimento, erano tutti lì, radunati in un enorme gruppo, ognuno con il suo bel numerino sul petto, allenati, pompati, gasati, tutti pronti alla partenza. Sembrava quasi che il premio fosse la vita e poi d’improvviso partiti, senza attendere il via, senza il colpo di pistola, senza il fazzoletto abbassato, senza un segnale. Via partiti, una massacrante rincorsa dove solo uno sarebbe riuscito ad arrivare, solo uno, poi… sì un attimo… solo un attimo… un momento per favore… solo un attimo ancora, voglio vedere come va a finire...

<Aaa, Aaa, ooocooo ooocooo Aaaa Aaaa.> gridava la povera Maa mentre il sole appena sorto combatteva con il fuoco la battaglia a chi scaldava di più, mentre quella settima eruzione, appena avvertita da Ardea, così presa dall’attività agonistica del sogno, si stava già spegnendo nella lontana bocca del Vecchio Brontolone ed il fuoco stava consumando gli ultimi resti di verde, di piante, di palme e di foresta che ancora resistevano imperterriti all’azione distruttiva del passaggio della non più ignara ma comunque non colpevole Ardea. Così come sempre, risucchiata dal sonno e dal sogno come da un enorme tubo di aspirapolvere, centrifugata in una lavatrice taglia grande, frullata in un megamix di un robot da cucina, Ardea aprì gli occhi e gridò. Eppure non c’era niente di nuovo, eppure era la solita eruzione, oppure cosa stava succedendo quella volta.

<Aiuto Maa, Maa aiuto dove sei?> continuava a gridare mentre qualcosa la stava scuotendo da tutte le parti, trascinandola sul quello scomodo terreno improvvisamente divenuto duro e sassoso e non più morbido e coperto di tenera erbetta. Grida grida, trasformò le sue urla in una sonora, isterica e senza fine risata, quando si accorse che il mostro che la stava sballottando nessun’altra era se non la previdente Maa che, non riuscendo a svegliare Ardea, ormai abituata alla cocente sorpresa dell’eruzione, aveva pensato bene di trasportarla al sicuro, visto che quella volta avevano seriamente rischiato di diventare un prelibato menù arrosto al prossimo pranzo di gala fra gli avvoltoi e le aquile della montagna, visto che tutti gli altri animali erano scomparsi chissà dove, sfuggiti chissà come al fuoco e all’irruenza del Vecchio Brontolone senza lasciare tracce. Maa era invece tutt’altro che contenta, quasi come una sorella maggiore stava riprendendo seriamente la compagna sprovveduta che invece se la rideva sia per l’amenità dell’accaduto che per lo scampato pericolo, anche perché questa volta, il pericolo maggiore per lei si era rivelato poi essere la pelosa e arrabbiatissima Maa.

<Ooocooo ooocooo Aaa ooommeee, Aaa ooommeee ooocooo uuuuciaaa> continuava a brontolare, se così si può dire e Ardea vinte le risa e colma di emozione per l’attenzione e l’affetto ancora una volta dimostratole dall’amica le si fece incontro. Amica, oh si amica e che amica, come non ne ricordava, certo la sua memoria non era un buon argomento di misura ma se ci fosse stato nel suo passato qualcuno al pari di Maa se ne sarebbe certamente ricordata ma questo qualcuno nei suoi ricordi in quel momento non c’era. La tirò a se e l’abbracciò stretta, consolandola a sua volta, rassicurandola del proprio buono stato di salute e del fatto che avesse avuto ragione a comportarsi come aveva fatto mentre lei invece si era rivelata solo una pigrona pronta a spaventarsi di tutto e a non reagire prontamente quanto l’attenta e previdente scimmietta.

<Grazie, grazie piccola Maa, grazie per i giorni e le notti in cui tu hai vegliato su di me, grazie per il cibo che mi hai portato, grazie per quanto ancora farai che me lo meriti oppure no, grazie di tutto l’amore che mi doni senza che io te lo chieda.>

Rimasero abbracciate per molto tempo a rimirare il Vecchio Brontolone all’orizzonte che, dopo la sua consueta borbottata, se ne rimaneva ancora un po’ a fumare tranquillo, quasi dovesse riposarsi dello sforzo compiuto. Il sole era alto sopra di loro a illuminare quell’enorme distesa di terra nera che le divideva dal vulcano e dall’altro lato, la breve ma forse altrettanto difficile strada che le separava dalla Vetta Rosa, dall’arrivo. Dall’arrivo o dalla partenza? S’incamminarono come al solito mano nella mano alla ricerca di una via per l’altipiano e vista l’ora, a giudicare dalla posizione del sole, a cercare qualcosa da mangiare. Si avviarono lasciando l’alba alle loro spalle e con un tremolante lembo di trina che sventolando pendeva dall’orlo del vestito non visto.

Giocarono insieme quel giorno, giocarono a rincorrersi su di un territorio nuovo, su una roccia calda inframmezzata da ampi spazi erbosi che racchiudevano veri angoli di paradiso con ruscelli trasparenti e fiori colorati. Alberi verdi e rigogliosi contornavano ameni laghetti che si aprivano improvvisamente lungo il corso dei fiumiciattoli e su quelle rive era poi delizioso riposarsi e rinfrescarsi della fatica che su quella salita si faceva sentire anche dopo poche ore di cammino e non più solo a fine giornata come era stato nella soffice e verde pianura che avevano abbandonato. Le rive erano ricche di piante di ogni tipo: c’erano Baani, c’erano Mei, anche se i frutti sapevano più di pesca che di mela nonostante l’aspetto fosse esattamente identico a quello del famoso frutto proibito, c’era il Ceolo, beh, per lo meno il sapore era quello del cetriolo anche se più che un ortaggio qui si trattava di un vero e proprio frutto di colore rosso acceso ma con la stessa scorza bitorzoluta e dura di un normale cetriolo che in questo caso però penzolava da un albero fatto come tutti gli alberi devono essere fatti. Di queste delizie Ardea e Maa si cibavano in abbondanza per far fronte allo sforzo della salita che ogni giorno faceva sentire sempre di più la propria asprezza. Fu la sera prima della nuova eruzione che Maa se ne accorse, forse non l’aveva visto forse non aveva voluto vederlo ma quel piccolo brandello di tessuto che si era staccato all’inizio della salita era diventato adesso come una piccola coda che pendeva dall’orlo del vestito. Ardea era in piedi su di un masso e guardava l'orizzonte mentre il vento le accarezzava lento i capelli e le portava l’aria frizzante e leggermente acida di fumo proveniente dalla valle, un enorme buco nero si stendeva sotto di loro e in fondo lontano lontano ma mai tanto lontano da impiegarci tutto il tempo che ci era voluto ad arrivare lì, si vedeva il Vecchio Brontolone, già aveva preso a fumare e Ardea aspettava di sentire qualche scoppio da un momento all’altro. Fu proprio il vento che accarezzava dolcemente Ardea a muovere quel lembo di trina come se fosse la coda dispettosa di un topolino e Maa cominciò a fissarlo un po’ ipnotizzata un po’ sorpresa e mentre Ardea perdeva i suoi pensieri in profondità colme di dirupi e di improvvisi crepacci, mentre volava con la fantasia cercando di arrivare più lontano di dove la sua realtà la stava lasciando camminare, in quel momento Maa la chiamò con un piccolo strano melanconico verso.

<Aaa, oo oo Aaa eiito oo oo!> riuscì ad articolare alzando la piccola mano, rosa sul palmo e fulva di peli ispidi e setolosi sul dorso, indicando quasi con timore il piccolo strascico di veste che si muoveva piano al ritmo del vento della valle.

Ardea gridò, della disperazione e della paura, se la tigre era riuscita a strappare e tagliare il suo candido indumento, se il fango in quella notte di tempesta e di paura era riuscito a sporcarlo e ad incrostarsi tra la trame dei fili bianchi, se soltanto in quei momenti di estremo pericolo, di dolore, di distruzione e di sangue, se soltanto nel momento in cui aveva rischiato la vita le tracce del dolore e della paura erano rimaste visibili su quella candida veste, allora cosa voleva dire a quel punto, in quel momento, ai piedi della Vetta Rosa a pochi passi dall’arrivo, dalla sua meta, cosa significava adesso quella fettuccia sventolante? E fu proprio mentre Ardea la guardava sbattere dietro di se, con le mani sul volto in un moto di terrore e di smarrimento che un alito di vento più sostenuto degli altri, in un momento in cui Ardea mostrava tutta se stessa alla sua offesa, in piedi sulla roccia, che la trina dell’orlo si mosse rapida, come fa un frusta e tirò via di sé quanto ancora rimaneva cucito alla gonna e con un impeto di follia ed un senso di liberazione se ne volò via mentre Maa saltava nel tentativo di recuperarlo e Ardea allungava invece appena le mani verso quella coda di aquilone e gli occhi le si riempivano di calde lacrime che si divertirono a solcarle il volto triste di disperazione. Cosa ancora la stava aspettando su quelle pietre ripide tra quegli anfratti freschi e ricchi di doni per lei quanto lo erano di eventi imprevedibili e talmente incogniti da apparire ostili. Si addormentò cullata da Maa, ancora una volta consolatrice ufficiale e datrice di coraggio per la nostra eroina mancata, ancora una volta tremante nella notte di luna piena con i borbottii grevi del vulcano che già cominciavano a cullarla, desiderosa com’era di addormentarsi e riuscire a non pensare.

Durante la notte l’eruzione cominciò furente e rumorosa ma anche quella volta l’assordante frastuono non disturbò Ardea, più che i botti o i fulminei bagliori dei lapilli gettati nel cielo, fu forse il solito sapore agro e piccante a svegliarla, quella disgustosa sensazione di ferro in bocca che riusciva a sentire sia con il naso che nella gola, lo odorava e al tempo stesso ne sentiva il sapore acuto nel naso, sulle labbra e nella bocca. Appoggiata con i gomiti su di una piccola aiuola verde che misurava poco più di quanto lei e Maa ne potevano occupare, una culla ritagliata appositamente per loro tra le rocce che sempre meno lasciavano il posto alle piante man mano che la salita si inerpicava lungo la cresta del monte, con i palmi delle mani a circondare il volto rotondo e cereo illuminato nella notte quasi come una luna piena esso stesso, gli occhi rivolti verso il lontanissimo vulcano che si stava esibendo in quella che lei non sapeva sarebbe stata l’ultima eruzione a cui avrebbe assistito, si alzò cercando con un riflesso automatico che però in precedenza doveva non aver ripetuto, quel bastone che le aveva fatto da calendario prima e da trofeo per la trovata serenità poi, quel bastone che invece giaceva ormai abbandonato da qualche parte nella pianura, probabilmente ridotto in cenere come tutto il suo passato. Un altro abbandono o una nuova crescita, un altra dimenticanza o un nuovo smarrimento, chissà. In piedi davanti allo spettacolo dell’eruzione, che una volta di più la affascinava nei suoi luminosi colori e nella sua potenza e al tempo stesso le incuteva un timore reverenziale, quasi dovesse ogni volta comunque ringraziare il Vecchio Brontolone di aver fatto il suo dovere senza aver recato danno a lei. Le ci era voluto così tanto tempo per arrivare alle pendici della montagna mentre le ceneri ed i lapilli del vulcano giungevano invece a sfiorarla dopo pochi attimi dalla loro partenza dal profondo della gola del Vecchio Brontolone. Con calma, mano nella mano Ardea a Maa si allontanarono dai luoghi in cui dell’eruzione se ne potevano vedere i risultati a terra mentre davanti a loro si presentava una breve distesa di cenere grigia a delimitare il punto di non ritorno fino al quale Ardea avrebbe dovuto camminare quel mattino, ceneri che celavano il terreno sconnesso sottostante, non più di soffice pianura ma di insidiosa roccia, sì che Ardea ben due volte si ritrovò carponi con le mani nella cenere che sbuffava davanti ai suoi occhi come una nuvola di borotalco. Per fortuna però il fuoco non era mai arrivato vicino a lei, rumori, odori l’avevano avvolta e strapazzata, era fuggita per paura e per la grande impressione che quell’evento ogni volta scatenava in lei, si allontanava per sicurezza e per non rimanere soffocata dai fumi dei lapilli o da quelli delle verdi piante che le ardevano sotto gli occhi, in quella che da tempo oramai le sembrava più una festa per un suo traguardo raggiunto che una vera e propria minaccia. Ma proprio in quel suo tranquillo cammino intrapreso più serenamente del solito che invece la sua calma si incrinò, ebbe un attimo di esitazione e le sembrò quasi come se un altro incantesimo fosse stato improvvisamente spezzato, come se un eclissi avesse attraversato il giorno rompendo la luce, come se il tempo si fosse messo a correre all’indietro, come se l’acqua risalisse i monti e i pesci crescessero sugli alberi, non poteva crederlo ma era vero, era lì sotto i suoi occhi, il vestito il suo candido rilucente vestito bianco aveva una grossa macchia grigia proprio dove le sue ginocchia si era piegate affondando nella cenere calda e sulla spallina destra vi erano due vistose bruciature, perfettamente circolari come se il tessuto fosse stato attraversato da bilie infuocate che l’avessero trapassato lasciando un impronta dietro di loro. No, non poteva essere o meglio era ma non doveva essere o meglio cosa stava succedendo ancora di nuovo e che significato poteva avere adesso che la cima rosea della sua meta era ormai vicinissima quasi da poterla toccare con le dita. Maa le saltò in braccio e Ardea ancora una volta sbalordita da ciò che accadeva in quel mondo sperduto, la strinse a sé e sentì in quel momento come una sensazione di malinconia, di nostalgia, come una consapevolezza che presto si sarebbe dovuta separare da quella che fino ad allora, aveva creduto potesse essere la sua eterna amica.

Non aveva più con se il bastone a farle da calendario ma adesso ci pensava la sua non più candida veste a cadenzare i giorni che passavano, dopo quella prima terribile scoperta, i danni irreparabili sul suo abito continuarono ad accumularsi e a stringere strane e inconsuete alleanze, dove non c’erano macchie c’erano strappi, dove non era scucito le patacche la facevano da padrone. Ogni giorno che trascorreva si poteva leggere sulle pieghe dei tessuti, nello scurirsi del candore che dopo aver optato per un crema chiaro era diventato passo dopo passo, di un bel beige deciso dopodiché il marrone, prima chiaro e poi scuro, avevano preceduto il nero che divenne la tonalità definitiva di quanto era rimasto ancora addosso ad Ardea. Sì perché non solo la sua tunica di luce piano piano si era andata sporcando fino a diventare un irriconoscibile sacco da spazzacamino ma dopo i piccoli fori e la trina dell’orlo volata via come parole gridate al vento, le impunture avevano ceduto una dopo l’altra e dove i tagli scuciti non si intersecavano per mano della sarta che le aveva confezionato addosso quella specie di seconda pelle, ci pensava l’usura a rendere le trame talmente lise da produrre strappi e squarci ad ogni passo ad ogni movimento del corpo durante quella salita alla Vetta Rosa che stava diventando ogni giorno di più una vera e propria scalata. Mangiare era un passatempo ormai dimenticato da Ardea, la piccola Maa scompariva ogni tanto, come aveva fatto i primi giorni, per ricomparire all’improvviso con qualche strano frutto procurato per nutrire Ardea, così concentrata nella sua impresa da non rendersi nemmeno conto del passare del tempo. Il tempo, sì quel tempo bizzarro che scorreva nella misteriosa vallata, se si voltava mentre era appesa alle rocce della montagna, circondata dalle nubi, poteva distintamente vedere la punta conica del Vecchio Brontolone ancora fumante e grigio ma non infinitamente distante, i suoi occhi la potevano ingannare ma le pareva che non potessero esserci più di dieci giorni di cammino fra il vulcano e la montagna, ingannandosi potevano essere venti, vogliamo esagerare, un mese ma non cinque, sei, sette o chissà quanti di più ne erano invece passati. Il tempo; puntava un obbiettivo, scalava lasciando che le mani le sanguinassero per lo sforzo, lo raggiungeva dopo un tempo infinito, quando invece poco prima le era apparso solo a qualche decina di metri da lei. Scalava e sbucciava i suoi ginocchi, si arrampicava e feriva le sue mani mentre il vestito le si consumava addosso, la sua pelle, persa l’iniziale invulnerabilità, era divenuta una corteccia di sangue rappreso e croste, sulle mani, sulle braccia, sulle gambe e sul corpo tutto, perché tutto utilizzato nell’assoluta impresa di raggiungere l’ambita cima. Di notte riposava vinta dalla stanchezza, una sensazione che negli ultimi tempi aveva provato sempre più insistentemente e sognava discese, discese infinite e verde, quel verde che aveva lasciato a valle e che desiderava tanto ritrovare, Maa la cullava leccandogli e disinfettandogli le ferite, cercando di nutrirla e di dissetarla nel dormiveglia del suo delirio notturno. La cullava nel tentativo di renderle meno agitati i sogni di quelle ultime notti prima dell’arrivo e cantava nenie cantilenose che permettevano ad Ardea di perdersi in un sonno di pace e di tranquillità. Maa come un attenta madre la accudiva teneramente la notte e la sorvegliava attenta di giorno mentre la giovane scalatrice si cimentava in imprese da free climbing e da alpinismo estremo lungo le pareti sempre più scoscese della Montagna Rosa.

Smise di scalare quando giunse ad uno spiazzo vicinissimo alla vetta, il suo corpo era circondato da piccoli brandelli di quello che un tempo era stato un vestito candido come la neve, anzi di più come la luce, la sua mente ritrovò in un attimo la razionalità perduta in quei giorni di arrampicata furiosa e si sedette appoggiando le spalle alla montagna, con lo sguardo diretto verso il sole là dove il vulcano non fumava più, là dove un tempo aveva camminato, riso, gridato, temuto e corso pericoli sconosciuti, Maa le sedette accanto e le prese la mano.

<Aaa, aanca, ootagna aatta, iima iicina, Aaa iivata, Maa etta!>

<Maa resta? E Ardea dove va? Dove mi porteranno quelle nuvole rosa piccola Maa?> domandò con un filo di delusione ma consapevole che così sarebbe stato <E perché mai ci dovrei andare senza di te, ti porterò con me invece, ci terremo strette strette, vedi Maa, ecco lassù la Vetta Rosa, sono pochi metri, alla velocità di questo mondo lumaca forse ci vorrà ancora un giorno ma lo faremo insieme tu aggrappata a me io stretta a te.>

E così partirono, Ardea nuda della sua scomparsa veste e Maa dolcemente appoggiata alla sua schiena a farle da calda pelliccia per quell’ultima, serena, lenta salita. Mentre il sole calava per l’ultima volta sulla verde vallata che era stata un tempo, mentre le ultime gocce di luce rendevano appena appena chiari gli ultimi appigli a cui la coraggiosa scalatrice si sarebbe dovuta affidare, Ardea pianse, di gioia e di speranza, per il mondo che stava lasciando alle sue spalle e per quello che avrebbe desiderato trovare oltre la cima. Ancora una volta la tenera Maa faticosamente ma con l’amore di cui era capace, le cantava filastrocche senza senso nelle orecchie e ansimando quasi come se a tenere il peso di tutto fosse lei anche la dolce  Maa pianse della  gioia e della speranza, per la vita che avrebbe atteso finalmente Ardea.

Arrivarono faticosamente sulla cima, infilando la testa in quelle morbide tenere nuvole rosa, profumate e allettanti e Ardea si perse in quel bearsi, fondendosi in tutt’uno con l’essenza della sua cara Maa, convinta di aver raggiunto infine la sua meta di potersi adesso sciogliere nell’essenza del nirvana di quel paradiso rosa che era riuscita a raggiungere, quell’eden di beatitudine celestiale che l’aveva chiamata, che l’aveva attirata a se, che ancora adesso come una enorme mano sentiva chiuderlesi intorno, quasi come a lasciarsi cogliere come un frutto maturo dall’albero della vita di cui aveva oramai percorso tutta la strada. Da beatificante la sensazione divenne piano piano quasi fastidiosa e poi leggermente spiacevole, fino a diventare opprimente, si risvegliò di soprassalto dal suo incantesimo, come se le sensazioni dolci provate fino a pochi attimi prima fossero solo sirene che con il loro soave canto l’avevano attratta in un ingannevole tranello, là da dove non sarebbe più  riuscita a fuggire da sola, allungò le braccia, tese le mani e spalancò la bocca in un grido di aiuto, persa nelle nebbie rosa della sua desiderata meta.

<Maa, Maa ti prego predi le mie mani, Maa dove sei, Nonno, nonno aiuto nonno. Aiutatemi per favore, tiratemi fuori di qui, che cosa devo fare adesso? Cosa sta succedendo?> continuava a gridare mentre la voce le si spezzava in un pianto che finora le era sempre rimasto chiuso dentro, riusciva infine a sfogare la sua paura fino in fondo, vivendo del terrore che la stava attraversando in quel momento <Maa ti prego non ti vedo, dove sei fatti sentire Maa. Aiuto nonno, nonnoooo!>

<Sei arrivata Ardea, sei arrivata alla fine del tuo cammino, adesso lascia che sia fatto di te ciò per cui ai lottato fino ad ora, lascia che la tua vita si sciolga in questo abbraccio intorno a te buona fortuna mimmina, buona fortuna e addio>

<Nonno nooo, nonno non mi lasciare sola, nonno ho paura, questa cosa mi sta stringendo, mi sento soffocare, Maa Maa dove sei? Maaaaaaaaa!>

<Aaa ao, ao, Maa ama Aaa, ao Aaa ao>

Non riusciva a capire. No, non capiva. Sentiva quel cunicolo che l’aveva catturata inaspettatamente, farlesi sempre più aderente, sentiva il suo corpo ingombrante farsi strada a fatica e non capiva. Pochi attimi prima stava beandosi serena, certa di essere finalmente arrivata alla meta, certa che di lì a poco sarebbe stata capace di capire tutto, capire da dove era arrivata, capire come e perché aveva fatto tanta strada e soprattutto capire dove e perché stava andando, era convinta che avrebbe superato la cresta della montagna e che guardando oltre avrebbe finalmente visto la sua destinazione, il luogo, il posto, la cosa, la persona, insomma il suo destino e avrebbe fatto sentire a tutto e a tutti il suo sospiro di gioia perché ce l’aveva fatta. Poi l’inattendibile, il torrente era divenuto prima un fiume, poi un mare, poi si era alzato il vento e un uragano aveva travolto ogni cosa, non si vedeva più terra non si vedeva più luce, non si vedeva più. I colori se ne erano andati, migliaia di sfumature svanite in un attimo, prima vedere tutto, sentire con gli occhi il calore dell’iride completa, avere in testa i ricordi che pullulano di colori e dopo non vedere più niente, sentire il freddo, il gelo che si aggrappa violento agli occhi e che ne strappa i colori ad uno ad uno come si strappa una bandiera al vento, un lembo per volta. Ritrovarsi avvolta da un bianco gelido che si incunea dentro gli occhi e si impadronisce della mente, sentire e poco dopo non sentire più, come immersa in un acqua che travolge e riempie. Così Ardea si era ritrovata circondata dall’acqua arrivata da chissà dove, tra le nuvole della Vetta Rosa, trascinata impotente, sbattuta, inghiottita e poi pigiata a forza in quel pertugio buio. Aveva tentato con tutte le sue ormai esigue forze di resistere, le braccia esili e sfinite avevano lottato contro il liquido che la circondava e contro le pareti del canale in cui si era andata ad infilare nell’inutile tentativo di uscirne fuori o cercando almeno di non andare avanti, sentendo il terrore che le toglieva le forze. Piangeva ancora Ardea e sentiva svanire la coscienza dentro di sé. Un filo dopo l’altro si smagliavano il suo sapere, i ricordi, le giornate di sole, il Vecchio Brontolone, i sogni che le avevano tenuto compagnia, i giochi, le corse spensierate. Avanzava contro tutte le sue forze, contro la sua volontà, contro ogni lembo di pelle, contro tutta se stessa, avanzava ed ogni minimo spostamento in avanti era un filo che se ne volava via e che non sarebbe mai più tornato, Baane, erba soffice, laghetti cristallini e poi terribile, il nonno, quella coscienza antica che le aveva dato il coraggio di andare avanti e la piccola amorevole Maa che l’aveva più volte materialmente trascinata o spinta nel suo lungo peregrinare verso quella spaventosa e incognita meta. Poi tutto ad un tratto fu colpita da una sensazione allo stesso tempo di pace e di terrore, sentì che presto non avrebbe ricordato più niente dei mesi passati e questo la rattristava, di più la atterriva privandola delle sue sicurezze, delle certezze, delle basi che fino a quel momento l’avevano accompagnata e sorretta, che le avevano indicato la strada ed erano state il suo fine ed il suo mezzo, il suo alibi e la sua crociata. Perdere la memoria di se stessa, delle esperienze vissute, tutte quelle cose fatte, viste, udite e sentite, i sapori, i colori, gli odori, dimenticare tutto, di più perdere tutto sentirselo strappare di dosso, sentirselo estirpare, come se le aprissero il costato per strapparle via la vita, proprio da dove ad ogni battito la vita si crea. Poi d’improvviso il contrario, sentire la gioia di poter un giorno ritrovare ancora tutto dentro di se, nascosto, celato inconscio, non come spada da battaglia ma come benda, per le ferite più profonde, quelle che sarebbero arrivate fino nei recessi più reconditi del suo cuore. Visse un attimo, quell’attimo che è l’eternità e capì tutto. L’attimo che si trova esattamente nel mezzo, a cavalcioni di quell’ultima cresta riuscì a vedere al di là e poteva ancora vedere il di qua e capì tutto. Seppe in quel preciso momento che avrebbe vinto una nuova vita e che avrebbe perduto la vita che aveva, seppe chi era, come mai era, da dove veniva, dove sarebbe arrivata e perché e vide nitidamente davanti a sé la vita sua e di tutti e questa fuggevole e nitida visione le donò la pace e l’energia per oltrepassare la vetta e gettarsi con gioia al di là del rosa delle nuvole e dimenticare tutto, la verità era, la verità era… era…

Il dottore la sollevò tenendola per i piedi, le dette una prima e sommaria controllata, non la prese a sculaccioni, come invece fanno sempre nei film e nei racconti, l’avvolse in un candido telo di cotone, si avvicinò alla madre esausta che ancora stava stringendo con forza le dita livide del padre e la porse loro pronunciando poche chiare parole:

<È proprio una bellissima bambina!>


13 FEBBRAIO 2001

 

Casa

Pazza!

Giochi d’acqua

<Tic, tic, tic, tic, tic, ahahhhahhahahah!!!!> nel silenzio della notte.

<Cos’e?> chiede Pina e Lino risponde:

<Il rubinetto che perdeva e adesso ha pareggiato!>

Lino e Pina abitavano nell’appartamento di via delle Condotte da oltre dieci anni. Lavoravano entrambi, Lino era capo reparto spedizioni in una fabbrica di Lampadine, Pina era al reparto tappezzeria di una fabbrica di divani. Il tempo libero era per loro una merce estremamente preziosa e proprio per questo, per quanto era loro possibile, cercavano di trascorrerlo in pace nella tranquillità della casa o in allegria con gli amici, a cena in pizzeria o a ballare nei locali di Latino Americana. D’estate poi facevano tutti assieme delle belle gite al mare a godersi il sole ed a fare lunghi bagni pieni di nuotate, di tuffi e di schizzi anche se di ben altri spruzzi ci occuperemo fra in po’. Lino e Pina erano molto felici insieme ed erano soddisfatti della loro vita insieme, questo chiaramente non li portava certo a pensare che, in fondo, non avevano molta cura del loro pur sempre bello e accogliente appartamento. Lino era da sempre un supersprecisone, i suoi calzini usati ritrovavano la luce anche dopo anni di sepoltura sotto la montagna di panni che ogni giorno rovistava nella ricerca di una camicia pulita, cosa vana e di un paio di jeans che almeno non fossero macchiati. Pina da cosciente donna di casa era almeno un po’ più precisa ma anche lei non dedicava e non riusciva certo a far dedicare a Lino del tempo a rassettare, pulire o sistemare la casa. Alle pulizie venivano insomma riservate attenzioni solo per quanto bastava a poter vivere pacificamente, senza ritrovarsi sommersi dallo sporco e dalla polvere. Di tutte le stanze quella che aveva risentito maggiormente della trascuratezza e dell’uso sconsiderato da parte dei padroni si casa era sicuramente il bagno. Abbastanza spazioso e dotato di tutti i servizi: vasca, doccia, lavandino, bidè e water. Grande lo specchio alla parete sopra il lavandino, pure lui dimentico della brillantezza di un tempo e offuscato dalle migliaia di docce vaporose che si erano condensate sulla sua superficie. Altrettanto grande e con un artistico panorama sulla chiesetta del quartiere era la finestra, la quale però non veniva usata quanto sarebbe stato opportuno per un bagno, lasciando che i vapori e l’umidità insieme alla polvere si posassero indisturbati su ceramiche e piastrelle, su legni, vetri  e cromature varie. In questa trasandata situazione, con l’acqua che sguazzava placida dalla vasca al lavandino, dal bidè alla doccia, dalla cassetta al water e viceversa, imperatore sovrano di tutti i sanitari regnava incrostato e incontrastato il perfido Conte Calcare de Calcaris. I poveri accessori del bagno vivacchiavano con le loro superfici tutte opache e con gli scarichi corrosi ed intasati, per non parlare dei rubinetti dove il calcare cresceva come l’edera fa su di un muro. Tutti i buchi erano otturati e la poca acqua che riusciva ad arrivare schizzando difficilmente ce la faceva a scorrere via tranquilla, ritrovandosi a gocciolare da tubo a tubo con lentezza e fatica. Unico diversivo alla situazione erano i giochi d’acqua, fatti di spruzzi e schizzi proprio come quelli che Lino e Pina facevano al mare con gli amici. Così i coinquilini del bagno passavano le loro giornate.

Campione assoluto di triplo schizzo mortale era Gino il Lavandino.

<Ehi guardate un po’ qua!> esclamava mentre faceva roteare l’acqua come se fosse avvolta da un tornado e poi la sparava nella capiente pancia di Maresca la Vasca o nelle occasioni speciali e di maggior spettacolarità, nel più piccolo Raffè il Bidè.

La più pazzerella era sicuramente Mascia la Doccia, era veramente schizzata! Ogni volta che apriva bocca erano schizzi.

<Aaaaahhhhh! Non ne posso proprio più di vedere questi volteggi da esibizionista, getti qua, spruzzi la, salti mortali e intanto riempie di schizzi tutti quanti è l’ora di finirla> gridava dall’alto con la sua vocina stridula e dopo poco le faceva eco Raffè dal basso della sua postazione.

<Pavla bene questa> cominciava con il suo accento alto borghese o meglio, forse basso nobile. Qualcuno lo chiamava duca ma nessuno era riuscito a avere notizie certe sulle sue origini, si diceva che fosse stato utilizzato addirittura dalla Regina di Francia durante la rivoluzione francese  e che se la fosse data a gambe prima che le cose precipitassero, da allora in Francia non ci sono più stati i bidè ed ancora oggi se ne vedono pochissimi, una rarità.

<Sì sì, pavla pavla cvitica gli spvuzzi altvui e poi non fa altvo che schizzave da tutte le pavti, non sta mai fevma, sta mai fevma. Ah lo diceva mammà, stai attento alle compagnie che fvequenti e invece guavda qui dove mi sono vitvovato, tva la plebaglia, la plebaglia, guavda dove mi sono vitvovato, tutti quanti a schizzave e l’acqua poi non se ne va più!> brontolava Raffè mentre anche lui ci metteva del suo con getti e spruzzi da tutte le parti.

La più tranquilla di tutti era certamente Maresca troppo oppressa dalla sua mole e dalla mole di calcare che la sovrastava, il più delle volte sonnecchiava indisturbata e russava gorgogliando acqua con un suono cupo e profondo, poi ogni tanto si risvegliava mettendosi a brontolare contro tutto e contro tutti senza che nessuno la avesse infastidita o senza che ci fosse un motivo valido per arrabbiarsi.

<Ma la volete finire, ronf ronf, eh? Ah si dicevo la smettete di bofonchiare che mi disturbate, mi ero appena appisolata e come al solito i vostri inutili borbottii mi si sono infilati nei tubi, ronf ronf> e così come si era svegliata si riaddormentava senza che nessuno in verità si curasse di lei più di tanto.

L’unico invece che cercava, a dire il veno invano, di trovare un rimedio alla situazione era Walter il Water, il poverino era perennemente intasato e nonostante il cattivo odore che emanava dalle sue torbide profondità non era riuscito a far capire a Lino e Pina che in bagno c’era bisogno di una ripassata a fondo. Era il più anziano di tutti e dall’alto della sua vetustà era l’unico che si rendeva conto che, se non fosse cambiato qualcosa, ben presto sarebbero stati sostituiti tutti con degli accessori nuovi, fiammanti e chiaramente non intasati e corrosi dal temibile Conte Calcare che a poco a poco li stava consumando tutti senza che quegli sprovveduti dei suoi compagni se ne avvedessero.

<Basda, basda!> cercava di intervenire con il suo vocione profondo e intasato <dod litighiabo fra di doi, gui le gose sodo boldo serie, se dod trobiamo un ribedio alla sbelda ci ribeddiamo il bosdo e buodadotte > borbottava esalando cattivi odori tra le sue frasi ormai quasi incomprensibili mentre gli altri gli davano addosso con megaschizzi e spruzzate artistiche e qualcuno gli faceva anche la linguaccia. Così il previdente ma inascoltato Walter si ritrovava solo alla sera a pregare San Itario, protettore dei bagni, affinché prima che fosse troppo tardi, venisse trovata una soluzione a questa situazione oramai insostenibile. Ed era proprio di notte che meglio si poteva sentire il rumore del perfido Conte de Calcaris che succhiava lo smalto dalle porcellane e il cromo dai rubinetti degli ignari abitanti di quello che ormai si poteva chiamare soltanto gabinetto e tra un morso ed una succhiata lo si poteva udire ridere e sghignazzare soddisfatto del suo spuntino notturno.

<Eh eh eh> ghignava malefico <qui ho trovato davvero il paessse della cuccagna, credo proprio che non me ne andrò fino a che non li avrò ssspolpati tutti ad uno ad uno eh eh eh!> e giù di nuovo a succhiare. <Bravi, bravi, riposssate, eh eh eh> sibilava tra i suoi aguzzi denti il malvagio vampiro dei sanitari <che quando avrò finito con voi me ne compreranno di nuovi, eh eh eh, non avrò più a che fare con delle porcellane ssstantie o dei rubinetti rugginosssi come voi e potrò ricominciare a sssucchiare ceramica giovane e bellissimi e funzionali missscelatori luccicanti di cromo. Me ne farò un sol boccone eh eh eh!> e riprendeva a mordere e succhiare.

Intanto la notte Walter pregava e si sa, le preghiere vengono ascoltate.

Fu così che un bel giorno Lino fu chiamato in ufficio dal gran capo in persona, il quale gli comunicò che sarebbe stato promosso alla direzione del reparto con mansioni di supervisione e ufficio e naturalmente, relativo congruo stipendio. Lo stesso accadde a Pina che per la sua disponibilità e competenza fu premiata con un aumento saporito. La sera festeggiarono in un ristorantino intimo a lume di candela e poi rientrarono felici nel loro appartamento. Dopo aver aperto rimasero per un attimo fermi sulla porta, si guardarono intorno accuratamente e in quel momento seppero come avrebbero impiegato una parte dei soldi che si erano visti piovere sotto forma di aumento. Avrebbero assunto una donna per fare le pulizie di casa.

Fu così che due giorni dopo sulla porta del bagno apparve Luisa, un donnone enorme, alta almeno un metro e ottanta per novanta chili di peso che alla faccia della sua stazza, riusciva ad infilarsi anche negli angoli più reconditi per succhiar via la polvere e scrostare la sporcizia. E poi, meraviglia delle meraviglie, aveva anche la pozione magica per sconfiggere il nefasto duca de Calcaris, il potente flacone di Messer Scioglicalcare, un prodotto scrostante e igenizzante allo stesso tempo, una vera manna per i poveri abitanti del bagno. Luisa era di poche parole e di molte pulizie, cominciava presto finiva presto e strano ma vero, puliva anche il water. Il cortese Walter da parte sua si lasciava pulire e strusciare bene a fondo, spalancava la sua gola e lasciava che Luisa ci infilasse le sue manone per togliere anche la pur minima traccia di sporco. Nel bagno regnava ormai brillante e luminosa la Regina Scintilla. Luisa rivoltava il bagno come un calzino una volta alla settimana, strusciava, insaponava, scrostava e poi passava su dovunque un panno morbido morbido che lasciava su tutti un gran sorriso.

Maresca si era addirittura messa a dieta e adesso era sempre sveglia e attenta, Mascia trascorreva tranquilla le sue giornate ad ascoltare musica rock con le cuffie mentre il solito vanitoso di Gino il Lavandino passava tutto il tempo a rimirarsi nel grande e luminoso specchio.

<Guarda che meraviglia, ma guarda che splendore, eh sì io l’ho sempre detto che sotto tutta quell’opacità nascondevo un corpo da lavandino di prima categoria>

<Beh beh cosa dive, cosa dive, siamo tutti più splendenti, tutti più belli, più belli, ci voleva pvopvio, ci voleva pvopvio, sì sì ci voleva pvopvio> aggiungeva Raffè e felice più di tutti scrostato e stasato, con il suo nuovo timbro da baritono, Walter cantava romanze da mattina a sera gorgogliando ritmi antichi e nuovi con la sua gola lustra lustra e la sua voce finalmente libera.

<Questa volta ci è andata davvero proprio bene> sentenziò felice Walter <Rischiavamo di finire alla discarica e invece grazie alla mano sapiente di Luisa ed al Cavaliere Messer Scioglicalcare, adesso abbiamo liberi perfino gli scarichi più profondi!> e giù a cantare stornelli, serenate e arie da opera lirica, finalmente tutti felici e splendenti.

Ed il malefico Conte che fine aveva fatto? Nel bagno se ne parlò ancora per poco ma fu dimenticato velocemente e definitivamente. Giunsero ogni tanto notizie frammentarie che si trasformarono con il tempo in leggende e novelle, pare, dico pare, che lo avessero visto alcuni mesi dopo in un gabinetto pubblico mentre attaccato ad un rubinetto rugginoso, succhiava quel poco di metallo che ancora c’era rimasto. Perfido, scolorito, lurido e sporco come non era mai stato.

Tempo che passa

<Tap, tap, tap, tap, tap> un rumore nell’armadio.

<Cos’e?> chiede Saverio e Luca risponde:

<Sono i tuoi vestiti che passano di moda!>

Saverio era sempre stato affezionato a quella camicia, l’aveva portata quasi ogni sera nell’estate del ’75, era il suo gioiello, il suo portafortuna. Aveva quella camicia indosso quando si era dichiarato a Marisa, in ginocchio sulla sabbia della Versilia, con le luci lontane ed il rumore del mare come sottofondo. Indossava quella camicia anche la sera successiva, quando Marisa aveva ceduto e dopo un breve attimo di timidi gesti d’affetto le aveva finalmente strappato il primo bacio, il primo di una infinita serie di baci che li avevano accompagnati fino all’altare, quando si erano sposati nel 1980. La sera prima del matrimonio, durante la festa di addio al celibato, Saverio aveva ancora una volta, l’ultima, indossato scherzosamente la sua cara camicia che con quei disegni astratti e i colori sgargianti tanto era andata di moda cinque anni prima. Dopo quella simpatica e allegra serata la camicia fu ancora una volta lavata, stirata, piegata per essere infine riposta nell’armadio, lassù in alto, dove ci si arriva solo montando sullo sgabello, lassù dove finiscono tutte le cose per non essere gettate via, lassù nel dimenticatoio, tra la naftalina ed i vestiti stretti, fra buste di cellophane e borse in pelle di coccodrillo ricevute in eredità dalla zia zitella. Quattro anni dopo nacque Luca, un bel bambino paffuto con gli occhi azzurri ed i capelli neri, eh sì, anche lui come suo padre avrebbe fatto girar la testa a parecchie fanciulle, magari anche con l’aiuto di una bella camicia alla moda.

La vita nell’armadio non è poi quella gran cosa che si potrebbe pensare, è quasi sempre buio e di solito l’unica attività è il riposo. Lì, appesi tutti in fila a cercare di rinfrescarsi e deodorarsi, anche grazie a quei magnifici sacchettini profumati che le nonne ancora preparano con i fiori di lavanda o con i più moderni gel preconfezionati altrettanto profumanti. Ci si arrabbia con il cappotto appena entrato che porta nell’armadio un gran puzzo di fumo e lo si scuote bene bene, si chiacchiera delle esperienze vissute, si intavolano discussioni, si esprimono opinioni quasi come al bar ma in fin dei conti l’evento più rilevante, l’Evento con la e maiuscola è sempre e soltanto uno, quando, aperte le ante, si viene scelti per la passeggiata della domenica o per la serata al ballo o al cinema, insomma l’importante è essere indossati e l’autorità all’interno dell’armadio la si acquista nel quanto si è indossati e in quali prestigiose occasioni. Tutti per esempio vorrebbero fare la passeggiata della domenica mentre a nessuno piace andare in pizzeria, tanto va sempre a finire che si ritorna pieni di patacche e si viene infilati dentro alla lavatrice, quel terribile marchingegno pieno d’acqua che si fa tornare come nuovi ma consuma le fibre e poi con tutto quel ruzzolare è proprio una gran tortura.

Nell’armadio di Saverio erano stipati un sacco di vestiti.

Il più importante, ricercato e aristocratico e di conseguenza quello più snob e antipatico era sicuramente Completo Elegante. Giacca, pantaloni e gilet grigio antracite, raffinatissimi e sempre stirati e profumati. Le occasioni di uscita erano abbastanza rare, qualche matrimonio, forse un battesimo e un paio di convegni all’anno ma sicuramente erano le più ambite e quelle che di conseguenza, davano maggior lustro all’abito che vi avesse partecipato, questo chiaramente eleggeva Completo Elegante a capo supremo ed indiscusso dell’armadio e lo rendeva un tipo dispotico e con un po’ di puzza sotto il naso a dir la verità. Anche camice da sera e pantaloni eleganti si davano delle arie mentre camicioni di felpa e jeans meno rinomati, pur vedendo la luce tutti i giorni lo potevano fare solo per andare al lavoro o per le serate in famiglia, così rimanevano letteralmente a tasche aperte ad ascoltare le storie che i più pregiati abiti raccontavano loro, magari inventandosi qualcosa ogni tanto. Poi su in cima, sepolta sotto polvere e anni, riposava la nostra camicia Anni 70, sola e perseguitata, non passava infatti giorno senza che Completo Elegante o gli altri vestiti di pregio avessero da far notare la loro superiorità ed il loro valore. Sì, un po’ con tutti ma in maniera particolare ed assillante proprio con la povera camicia in stile anni ’70.

<Domenica scorsa è stato proprio un bel battesimo, anche se quel bambino non la smetteva più di belare> cominciò subito acido Completo Elegante <per fortuna non lo abbiamo mai preso in braccio, mancava proprio che magari ce la facesse addosso, così poi ci toccava andare in lavanderia a farci spruzzare tutti quei gas pestiferi addosso che ce li portiamo dietro per chissà quanto. Però la festa è stata bella, abbiamo ballato l’intero il pomeriggio con un delizioso vestitino color pesca, pieno di tulle e di trine, che ci ha fatto il solletico per tutto il tempo, ah birichino. E tu Anni 70, dov’eri domenica scorsa, e ehhmm… quella prima e poi quella prima ancora? Ah ah ah! Oh scusa dimenticavo, hai così tanta polvere addosso che non ce la fai nemmeno a muoverti figuriamoci ad uscire dall’armadio. Oooohh poverina, come mi dispiace, ah ah ah!>

<Sabato sera sono andata al cinema con Pantaloni di Velluto> si intromise Camicia Sportiva per rincarare la dose <mi sono strusciata per tutto il film con un maglioncino di cachemire, ahh… che esperienza morbida morbida. La prossima settimana daranno un poliziesco, sicuramente torneremo al cinema, speriamo di incontrarlo di nuovo. E tu? Qual’è stato scusa, l’ultimo film che hai visto? Era a colori o in bianco e nero? C’era già il sonoro? Ah ah ah!> e poi via tutti a ridere camicie, pantaloni, giacche, perfino i calzini e le mutande nel cassetto ridevano, tutti tranne Anni 70, ormai rassegnata alla sua busta di nylon e al buio dell’armadio.

La moda però è un po’ mattacchiona, in fondo non c’è più niente da inventare, si può solo rispolverare, ridisegnare, mescolare, così ogni tanto rivediamo vestiti che ci ricordano le foto della mamma da ragazza o camicie che riconosciamo nelle foto tessera sulla patente di papà, di quelle con i becchi lunghi e il colletto rigido. Per questo l’inverno del duemila vide rinverdire i fasti degli anni ’70, rivisitando e riesumando colori, disegni e stile che avevano fatto un epoca, quella della discomusic e delle febbri da sabato sera. Saverio ormai quarantenne impiegato, non avrebbe certo più indossato la sua amata camicia in stile anni ’70 ma Luca, che andava in discoteca almeno tre volte alla settimana, non si lasciò sfuggire l’occasione che gli si presento ghiotta e succulenta. Era già da qualche giorno che elogiava questo ritorno allo stile degli anni in cui i suoi genitori erano stati ragazzi come lui, si informava su com’era vivere allora, senza giochi elettronici, senza tv a colori, senza le tv commerciali, senza computer, senza tutto! Oh! Ma insomma che grigiore, forse proprio per combattere il bianco e nero di quegli anni erano venuti fuori colori e stili così attuali oggi, da essere nuovamente di moda. Faceva la corte a sua madre nella speranza che acconsentisse all’acquisto, magari con una piccola aggiunta al budget a sua disposizione, di una di quelle vistose camice, così da poterla sfoggiare con gli amici in discoteca e soprattutto con le ragazze che tanto gli giravano intorno e lui non poteva sicuramente deluderle. La madre proprio non ci sentiva da quell’orecchio, non aveva alcuna intenzione di investire in due etti di tessuto luccicante, che sarebbero durati il tempo di una mezza stagione, per questo quasi per scherzo, consigliò a Luca di provare a chiedere al padre se mai gli avesse dato la sua in prestito, che da qualche parte nell’armadio doveva ancora sicuramente essere. Luca non pose tempo in mezzo, dopo aver avuta la conferma da Saverio dell’esistenza della camicia, fu al padre che si mise a fare la corte, pregandolo di regalargli la sua camicia così alla moda. Per il padre fu quasi un colpo al cuore, la sua camicia, la sua adorata camicia, prestata al figlio per andare a scatenarsi nei moderni e forsennati balli delle discoteche. Giammai! Ma… forse… chissà… però… quasi quasi. Beh! Alla fine Luca riuscì a convincere il padre e fu così che entrò in possesso della più bella camicia in stile anni ’70 che avesse mai visto. No non ce n’erano come quella nelle vetrine dei negozi, non ne aveva viste indosso a nessuno di così sgargianti, particolari e lucenti, nonostante l’età era proprio come nuova e poi, oh raga! Era originale! La indossò per provarla e passò il resto della serata a rimirarsi allo specchio. Anni 70 fu colta alla sprovvista, anni di buio di polvere e di soprusi e poi d’improvviso la luce e che luce, quella psichedelica e colorata della discoteca, con fumi, raggi laser e ballerine sui cubi. Con mille altre camicie, maglioni e camicette con cui simpatizzare, far amicizia e perché no strusciarsi nella penombra di un pub o sulla sella del motorino. Per Anni 70 fu una seconda giovinezza le sembrò di rivivere le serate d’agosto sulla Versilia, tra balli e sabbia e adesso che si era trasferita si dimenticò del tutto di quei fastidiosi, arroganti ed antipatici coinquilini dell’armadio. Luca era strafelice del regalo fattogli dal padre e a Saverio sembrò quasi di riconoscersi nel figlio, così identico a lui. Anche a Marisa gli sembrava di rivedere il marito esattamente com’era più di vent’anni prima, che a guardare le foto sembrava fossero state scattate il giorno prima al figlio. Fra scherzi balli e lazzi l’inverno trascorse felice e sereno, la moda fece il suo corso e… si sa quanto effimera sia, tutto ad un tratto cambiò. Anni 70 rimase qualche giorno nei cassetti della camera di Luca, avvistasi di questo Marisa, molto previdentemente, la ripose di nuovo nella sua busta di nylon e l’accomodo lassù in alto, dove ci si arriva solo montando sullo sgabello, lassù dove finiscono tutte le cose per non essere gettate via, lassù nel dimenticatoio, tra la naftalina ed i vestiti stretti, fra buste di cellophane e borse in pelle di coccodrillo ricevute in eredità dalla zia zitella. Tutto come prima? Nient’affatto Anni 70 aveva ormai riconquistato la sua verve e la sua vitalità da ballerina, si ripresentò agli abitanti dell’armadio che ormai l’avevano data per spacciata in qualche discarica o fatta straccio per la polvere e di lei avevano continuato solo a parlarne male. Il suo ritorno fu tutt’altro che indolore per Completo Elegante e i suoi degni compari.

<Ciao babbei!> esclamò simpaticamente vendicativa Anni 70 <cosa avete fatto ultimamente, siete andati ad un barboso matrimonio o al concerto di fine anno, oppure siete stati al cinemino a vedere le ultime battaglie spaziali, eh come mi dispiace per voi, io ultimamente sono andata in disco quasi tutte le sere, venerdì rock, sabato latino americana, domenica pomeriggio hausmusic,  poi martedì al pub e giovedì a cena al ristorante cinese, uuhhh che vita bamboli! E voi! Vi siete annoiati con la solita vita?> sentenziò saggiamente a questo punto <oppure come avevo fatto io in questi ultimi anni, vi siete riposati in attesa di un qualche breve ma perlomeno esaltante momento? Adesso sono tornata nella mia bustina di plastica ma uuhhh…momenti come quelli che ho passato valgono una vita intera chiusi nella plastica e sepolti sotto polvere e coperte di lana. Adesso vi racconterò come sono andate le cose…>

Fu in questo modo che le posizioni nell’armadio cominciarono ad equilibrarsi, niente più supremazia, niente snob o puzza sotto il naso. Anche Completo Elegante che si era divertito ad ascoltare gli elettrizzanti racconti di Anni 70, cominciò a rendere partecipi gli altri delle sue autorevoli prestazioni a cerimonie e appuntamenti. Da quel momento tutte le uscite importanti o meno non furono più motivo per pretendere autorità e potere ma solo il modo per far arrivare notizie fresche e brillanti dall’esterno e magari per mandare qualche messaggio passionale o piccante a un vestitino di seta o a un bel maglione di lana.

Da allora capita ogni tanto che Saverio, la sera prima di andare a letto, mentre Luca naviga al computer o legge e Marisa si anima con i romanzi in tivù, monti sullo sgabello, prenda la camicia in stile anni ’70 dal ripiano più alto dell’armadio, la tolga dalla sua confezione di plastica e delicatamente la indossi. Poi sfila davanti agli specchi ricordando la sua beata gioventù e quando talvolta Marisa lo coglie in flagrante, indossa anche lei la sua camicetta di lustrini e insieme ballano il ritmo immaginario, lento e coinvolgente che li riporta ai loro sereni ed appassionati anni dell’adolescenza. E intanto Paillette e Anni 70 rivivono con loro, fra abbracci e mosse scatenate, gli antichi sapori di mare, danze e amore.

Ma che caldo fa

<Cosa ci fa un termosifone al polo con una stufa?> chiese improvvisamente Elena a Claudia, la quale rimase in silenzio sbigottita.

<Rompe il ghiaccio> concluse sorridendo la sorella.

L’avevano bramata, sognata, desiderata, cercata ed infine trovata. Una villetta su due piani più garage, mansarda e prato intorno. Cucina, sala, studio e una stanza per i ragazzi a piano terra; quattro camere al piano superiore più due bagni, uno per Anna e Marco ed uno per i ragazzi. Finalmente dopo tanto cercare e dopo tanto discuterne avevano scelto e non era stato certo facile. Marco era stato irremovibile, lui aveva senz'altro bisogno di un garage molto ampio dove parcheggiare la sua auto e dove tenere gli attrezzi da giardino. Aveva di conseguenza bisogno anche di un giardino da accudire, dove coltivare le sue rose e continuare a far incroci fra le varie razze, per ottenere nuove forme e colori per nuovi concorsi e molto probabilmente nuovi premi, da aggiungere a quelli già ricevuti, il giardino era per lui essenziale, il rientro dal lavoro era dedicato alla moglie, ai figli e infine al relax immerso fra i suoi fiori. Il lavoro nella filiale di una rinomata fabbrica giapponese di componenti elettronici gli dava molta soddisfazione ed un buono stipendio ma consumava i suoi nervi ad un ritmo irrefrenabile. Anna dal canto suo non avrebbe mai rinunciato ad una cucina ampia nella quale dilettarsi a preparare deliziosi manicaretti ed a una stanza tutta per se da adibire a studio, dove avrebbe scritto i suoi pezzi da opinionista, pubblicati su importanti e rinomati giornali. A Filippo, ormai ventenne universitario a economia e commercio, non sarebbe bastato avere una camera a sua completa disposizione, già ce l’aveva, desiderava invece ardentemente una mansarda, da trasformare a seconda delle occasioni in sala studio per le sue ricerche , in sala riunioni per gli incontri con gli amici o stanza riservata, assolutamente off-limits per le due pestifere e curiose sorelle, se avesse desiderato un po’ di privacy per qualche tenero incontro. Elena e Claudia, in perenne competizione fra di loro ma solidamente alleate contro il fratello maggiore, avevano deciso dopo quattordici anni di convivenza che fosse giunto il momento di avere camere separate. Insomma dopo essere vissuti per anni stretti fra quattro mura troppo piccole per un famiglia così numerosa erano riusciti a soddisfare i desideri e i bisogni di tutti.

Una casa di tali dimensioni aveva certamente bisogno di un buon impianto termico con termosifoni in ogni stanza ed una caldaia che riuscisse a rifornirli adeguatamente, così da mantenere il giusto tepore in tutti gli ambienti e visto che Marco e la sua famiglia si erano trasferiti nella nuova casa a fine ottobre avrebbero dovuto mettere subito in moto la caldaia a gas da trentamila calorie situata in cantina, nuova di pacco, pronta per il collaudo e la messa in moto, pronta ad affrontare con calore l’inverno che avrebbe cominciato a farsi sentire di li a qualche giorno. La caldaia, nuova fiammante era lì pronta all’uso ma purtroppo ancora silenziosa e fredda, c’era ancora un unico piccolo impercettibile problema. Negli ultimi anni la casa era stata abitata da una coppia di anziani che, prima di trasferirsi in riviera a trascorrere i giorni della loro vecchiaia, si erano riscaldati utilizzando una vecchissima caldaia a gasolio. Avevano fatto richiesta per il servizio del gas cittadino più per forma che per necessità e per un motivo o per l’altro alla fine non erano mai stati eseguiti i lavori necessari per l’allacciamento alle condutture, le quali si fermavano a circa duecento metri dall’impaziente caldaia che, un po’ la burocrazia un po’ le difficoltà oggettive, fra scavi e allacciamenti, sarebbe rimasta inerte e taciturna almeno fino all’inverno dell’anno successivo. Beh, dopo litigi, telefonate e corse a metà novembre fu riattivata la vecchia caldaia che, con la sua enorme bocca coperta da una grata attraverso la quale si potevano vedere le fiamme, più che altro sembrava un treno a vapore. Anche questa trovava posto in cantina, nell’angolo più buio e più sporco, era una vecchia caldaia a carbone riadattata per funzionare a gasolio, carburante che fu prontamente consegnato e immesso nel deposito collegato alla “ vaporiera”. Così la soprannominarono le gemelle Elena e Claudia, dopo essersi divertite a buttarvi dentro un po’ di cianfrusaglie che grazie all’antiquata tipologia del bruciatore erano divenute cenere in quattro e quattr’otto. La grande bocca infatti permetteva non soltanto di accedere alla caldaia ma volendo, di usarla per quella che era stata la sua iniziale funzione, bruciarvi carbone, legna o qualsiasi altro oggetto combustibile. Era un bel po’ che non veniva revisionata ma entrò in funzione e a pieno regime fin dal primo tentativo, nonostante che l’idraulico avesse guardato un po’ sconcertato tutti quei manometri e indicatori vari che chissà cosa avevano voluto segnalare ai tempi in cui risaliva la caldaia, visto che oggi ci si limitava ai soli indicatori della temperatura e della pressione. Vaporiera, fiera e impettita, orgogliosa del suo lavoro, sparò un paio di profondi colpi di tosse e poi cominciò ad irradiare il suo calore in tutta la casa ed ai piani superiori tutti le vollero subito bene. Ai piani superiori, perché nel sottosuolo tutto sarebbe stato presto diverso. L’idraulico era riuscito addirittura a collegare un timer al vecchio bruciatore, così ogni mattino alle cinque Vaporiera si metteva in moto ed in casa era subito calore mentre in cantina era subito musica. La Vaporiera era un vero e proprio sergente di ferro e per gli sventurati abitanti della cantina fu un inverno molto, molto ma molto caldo.

Vaporiera si svegliava al primo rintocco di campana e con un ruggito da leone dava, a suo modo, il buon giorno a tutti.

<Allora pelandroni sono già le cinque e il mio bruciatore è già in funzione, pronto e attento. Sono già in contatto con tutta la casa tramite i dodici termosifoni al mio comando e voi non vorrete mica rimanervene li a poltrire? Aaavanti! Uno due, uno due, sveglia, sveglia, svegliaaa!> gridava mentre cominciava la ginnastica quotidiana e guai a chi non obbediva, la sua capiente bocca era sempre all’erta e ben disposta a bruciare qualsiasi cosa le fosse capitato a portata di griglia <forza, forza, muoversi, scattare, giù dalle brande, avanti o vi infilo in bocca uno per uno e vi faccio allo spiedo, uno due, uno due ssscatttarrrè!>

In ogni casa ci sono dei luoghi adibiti a deposito o ripostiglio per tutti quegli oggetti che ormai non vengono più utilizzati, passeggini, lumiere, valige di cartone e vecchi mobili, che puntualmente vanno a dormire in soffitta mentre quelli che si pensa debbano poter essere utilizzati, la cassetta degli arnesi, vasi di ceramica, la vecchia bicicletta, una pala, il tavolo da ping pong, questi finiscono puntualmente nelle cantine pronti a essere rimessi in movimento in qualsiasi momento, anche se in realtà rimangono dimenticati almeno quanto quelli della soffitta. A far compagnia alla temibile Vaporiera erano stati scompostamente e frettolosamente adagiati in cantina, con il dire che poi tanto domani ne avremo sicuramente bisogno e poi non erano più stati toccati, un completo da sci composto da salopette, giubbotto, sci, scarponi, guanti e racchette di quando Filippo aveva dodici anni e che nessuno era mai riuscito a buttare via; la cassetta degli arnesi di Marco, regalo dei suoceri, che Marco non aveva mai utilizzato, troppo impegnato con i fiori e gli unici attrezzi che conosceva erano cesoie, zappette e palette; una scatola di bambole di Elena che ogni anno, per la locale fiera di beneficenza, pensava di donare al parroco ma che puntualmente dimenticava di fare; la collezione completa dei libri Harmony annate 1985, 1986, 1987, 1988, recuperata da Claudia presso rigattieri vari e banchi di modernariato e che dopo l’entusiasmo dei primi batticuore era finita in uno scatolone e li era stata abbandonata; l’enciclopedia della donna all’avanguardia, risalente al 1975, appartenuta ad  Anna e non più tanto all’avanguardia per la moderna famigliola. Così ogni mattino alle cinque la sveglia si annunciava con un roco ruggito della Vaporiera e per tutti gli sventurati abitanti della cantina cominciava la giornata di addestramento militare, uno due uno due.

<Non è assolutamente possibile continuare in questo modo> cominciò a dire Tuta da Sci dopo poco più di una settimana <neppure quando mostravo la mia abilità sui più prestigiosi campi da sci ero costretta ad allenarmi così tanto, ogni mattina la stessa storia, io non ce la faccio più, mi dolgono tutte le cuciture, ma ora glie ne dico quattro a quella!>

<Ma sei pazza?> gli rispondeva Cassetta per gli Arnesi <se tanto tanto ti sente, quella, come dici tu, è capace di aprire la bocca e fumarti in men che non si dica, ieri ho visto il padrone di casa che ci buttava delle sterpaglie, l’ha riempita bene bene e lei si è lamentata? Ma neanche per sogno ha dato una gran boccata e se li è fatti fuori in un attimo, piuttosto speriamo che non mi faccia fare l’inventario anche oggi, non ne posso più di contare viti e bulloni.>

<Soldato Cassetta vogliamo fare silenzio o no. Vediamo un po’ forse hai bisogno di tenerti occupata la mente per riuscire a frenare la lingua, potresti fare l’inventario del tuo contenuto e portarmelo qui appena pronto, ché se non è uguale a quello di ieri ti faccio assaggiare il mio bruciatore, RRRRROOOOOAAAARRRRRRR!!!>

<Ecco lo sapevo, sssi sssiiiii, sssubito, mannaggia a te Tuta, allora cominciamo di bulloni ce n’è, no le pinze, aspetta quante ne ho contate ieri, uff!> sbuffò disperata Cassetta per gli Arnesi cominciando la conta.

<Io continuo a dire che dovremmo fare qualcosa ma per il momento, uno due, uno due, meglio obbedire fino a che non ci viene una buona idea> concluse Tuta da Sci.

<Uno due, uno due> sembrava quasi che cantassero le bambole, mentre in fila indiana si applicavano alla corsa mattutina <uno due, uno due, tutte insieme su, piegamento, vaiiii!> e tutte si fermavano e si producevano in flessioni di vario tipo, dal semplice inchino delle bambole di plastica ad un vero e proprio arrotolamento per quelle di pezza, anche loro terrorizzate dalla rovente boccaccia rossa di fuoco delle Vaporiera <uno due, uno due, su bambine andiamo e pazienza, meglio faticare che ritrovarsi a bruciare nella pancia di questo despota> e via piegamenti e corse in giro per la cantina.

<Su bambine, su bambine> scimmiottava ironicamente Vaporiera <camminare, correre, piegamenti, avanti e pochi discorsi, ho dodici termosifoni ai miei comandi, sparsi in tutta la casa, e tengono d’occhio gli altri fannulloni come voi, avanti che ho da fare l’ispezione a tutta la casa, non ho tempo da perdere, forza, via. Iiiiispezione, Soldato Cassetta allora ci siamo con quest’inventario?>

<Comandi sergente, ssssi, duecentocinquantotto, duecentocinquantanove, no trecentocinquantanove, no ma dov’ero rimasta, duecen… no aspetta ssi ssi sergente, sssubito, sarà meglio ricominciare da capo.>

I più buffi ma d’altra parte i più preoccupati, erano chiaramente i libri e l’enciclopedia, consapevoli che la carta di cui erano composti li avrebbe condannati in pochi attimi a diventare cenere, così anche loro corse, corsette e piegamenti e guai a mescolarsi, l’ispezione richiedeva quotidianamente il controllo del dorso ed ogni numero doveva essere assolutamente conseguente a quello prima altrimenti, RRRRROOOOOAAAARRRRRRR!!! Erano guai.

L’inverno fu molto lungo e molto caldo in tutta la casa, ogni tanto Anna o Marco arrivavano con qualche strano aggeggio, vecchi attrezzi o giornali che puntualmente finivano nella Vaporiera, la quale non mancava mai di far sapere a tutti quanto fossero deliziosi gli sfortunati oggetti che le capitavano in bocca e anche se non era la verità, alimentava le paure dei già terrificati inquilini della cantina, affermando che quegli oggetti fossero i disubbidienti abitanti della casa che venivano inceneriti per aver mancato agli ordini impartiti da lei stessa. Così ogni mattino sveglia all’alba, corsa in cantina, flessioni, inventario, ispezione e gli indisciplinati dovevano passare il resto della giornata a pulire e lustrare gli ottoni della Vaporiera o a spazzar via le ceneri che le svolazzavano intorno, miseri e carbonizzati resti degli sfortunati ribelli che avevano assaggiato la dura legge del sergente Vaporiera, solido e inflessibile come un vero e proprio militare. Leggende che cominciarono a girare per la cantina affermavano infatti che la terribile caldaia fosse stata un tempo a scaldare gli alloggi degli ufficiali di un cacciatorpediniere della marina militare, a bordo del quale aveva appreso e fatto proprie tutte le più ferree e dure leggi della disciplina accademica. Altre voci circolanti per la casa assicuravano che avesse fatto addirittura parte del riscaldamento centrale di una prigione nelle Antille Olandesi prima di essere trasbordata sul cacciatorpediniere e poi via via racconti terribili che si perdevano nella notte dei tempi, corredati da tetri risvolti e di poco obbedienti cadetti che prima o poi finivano tutti tra le poco accoglienti fauci della Vaporiera. E sì quell’inverno fu molto caldo, terribile e molto, molto, molto lungo ma alla fine anch’esso ebbe termine.

Vaporiera si era già accorta che nella casa c’era sempre meno bisogno di lei, il timer che le avevano collegato non dava spesso l’avvio al suo potente bruciatore perché già il tepore della primavera lasciva entrare i suoi primi tiepidi raggi di sole ed i termosifoni erano spesso freddi, eccezion fatta per la mattina, quando ancora il Sergente Vaporiera riusciva a tartassare i suoi sfortunati allievi. Sapeva che a causa della bella stagione sarebbe rimasta spenta per un bel pezzo e di conseguenza aveva bisogno di lasciare un bel brutto ricordo di se stessa per ritrovare tutti attenti e impauriti quando l’inverno successivo sarebbe stata riaccesa. Per questo furono raddoppiate le corse, i piegamenti, gli inventari e le ispezioni e di conseguenza furono raddoppiate le punizioni,  le povere bambole di pezza ormai completamente ricoperte di fuliggine passavano quasi l’intera giornata a strusciare maniglie e grate, manometri e termometri per far bella lustra la ferrea carrozzeria del Sergente Vaporiera. Ma il caldo arrivò inesorabile e la caldaia se ne andò in letargo.

<Iiiaaahhhuuuuooommmm, ma che ore sono?> chiese il primo volume dell’enciclopedia.

<Mah, sembrerebbe proprio che siano le otto passate> risposero gli scarponi <niente sveglia stamani? Sergente, sergente ehi dico, Sergente Vaporiera, ehi brutto ammasso di ferraglia> osò apostrofarla visto il silenzio <dico, ci sei oppure no?>

Ma la caldaia rimaneva silenziosa, finalmente. Ci furono due giorni di festeggiamenti ininterrotti. Le bambole fecero il bagno e spolverarono tutti i libri, Cassetta degli Arnesi passava le giornate a spargere viti e bulloni per tutta la cantina e tutti pensarono bene di divertirsi più che potevano fino a che il Sergente Vaporiera se ne fosse rimasto a dormire. Poi dopo una settimana arrivarono in cantina due operai con la tuta blu ed una chiave inglese, smontarono i tubi che portavano il gasolio al bruciatore della Vaporiera e collaudarono la caldaia murale che se ne era rimasta zitta e nascosta in un angolo per tutto l’inverno. Fuori i lavori erano terminati ed anche gli ultimi duecento metri erano stati completati, la casa era finalmente collegata all’impianto gas della città. La caldaia da trentamila calorie era pronta a partire già da adesso per l’acqua calda e il prossimo inverno avrebbe mantenuto il giusto tepore in tutta la casa.

<Buongiorno> disse Trentamila Calorie alla prima doccia del mattino successivo <salve io sono la nuova caldaia, spero proprio che diverremo amici e scusatemi se farò un po’ di rumore a tutte le ore del giorno, è il mio lavoro, spero di non disturbare i vostri momenti di riposo>

Scarponi da Sci, Cassetta degli Arnesi, Collezione Harmony e tutta quella che era diventata un’allegra brigata, esultarono a quelle parole, consapevoli di ciò che significavano, Vaporiera avrebbe taciuto per sempre e le paure potevano essere definitivamente dimenticate. La primavera trascorse serena e l’estate le fece compagnia fino all’autunno che verso la fine a causa di giornate particolarmente rigide fece sì che Vaporiera avesse un sussulto, il suo abituale momento di risveglio era dunque arrivato. Ma, come mai non era ancora entrata in funzione? Qualcosa non quadrava e cos’era quell’aggeggio appeso al muro così silenzioso e pulito che emanava un simpatico tepore? Una nuova caldaia? Giammai pensò e dopo un attimo di smarrimento gettò uno dei suoi famosi ruggiti.

<Gngngngngggnngngngnngn> fu il solo rumore che ne uscì fuori, una specie di lamento, un piagnucolio che all’inizio fece impaurire gli abitanti della cantina che temettero un inaspettato ritorno del Sergente Vaporiera ma che poi lasciò cadere il tutto nella più canzonatoria ilarità, quanto tutto il seminterrato si avvide che Vaporiera ormai poteva soltanto lamentarsi e non fare più paura a nessuno. Passò poco tempo ma quando si rese conto che nessuno la teneva più in considerazione a Vaporiera non rimase che raccontare tutta la verità e chiedere perdono agli abitanti della cantina.

<Ebbene sì, era tutto falso, avevo soltanto bisogno di voi per tenere lustra la mia corazza di ferro e funzionanti tutti i miei manometri, erano anni che nessuno mi faceva più la manutenzione e rischiavo di rompermi da un momento all’altro se non mi fossi tenuta in forma ma avevo bisogno del vostro aiuto e farvi paura mi è sembrato l’unico modo per convincere tutti voi a sporcarvi ed impegnarvi per me, non ho mai bruciato nessuno e credo proprio che non sarei stato in grado di farlo, chiedo perdono a tutti quanti, me ne resterò qui al buio, sola sola, a scontare le mie colpe e non posso darvi torto se non potrete mai perdonarmi, Gngngngngggnngngngnngn, gngngngngggnngngngnngn, gngngngngggnngngngnngn> termino piangendo e lamentandosi.

Passarono alcuni giorni e mossi da commozione ma decisi comunque a far pagare a Vaporiera tutte le sue colpe, Cassetta degli Arnesi e Tuta da Sci, capitanati dal Volume Indice dell’enciclopedia della donna all’avanguardia, si recarono in delegazione da Vaporiera per dargli comunicato di quanto era stato deciso nell’ultima Assemblea della Cantina.

<Quello che ci hai fatto passare è imperdonabile> cominciò Volume Indice <ma noi abbiamo deciso comunque di risparmiarti, anche se è tanta la strada che dovrai fare per riguadagnarti la fiducia e l’amicizia di noi tutti. Tu sei l’oggetto più antico di questa casa, ne conosci le storie e gli avvenimenti, conosci cose fuori da qui che hai potuto vedere prima di essere installata in questa cantina. Se vorrai provare a diventare nostra amica, non ti rimane che tenerci compagnia raccontandoci tutto ciò che noi non sappiamo o non abbiamo potuto conoscere della casa e del mondo antico>

<Gngngngngggnngngngnngn> prese a dire vaporiera e trovato l’entusiasmo grazie alla proposta che le era stata fatta aggiunse una sola e semplice parola <si!>

Adesso ogni sera prima che in cantina si spengano le luci, Vaporiera racconta, inventando un po’, storie vere e inverosimili dei bei tempi andati nella casa e delle avventure in Sudamerica e sui cacciatorpediniere, le bambole sedute tutte attorno con la bocca e gli occhi spalancati dallo stupore, i libri severamente in ordine sparso con i numeri sui dorsi ben mescolati, gli arnesi tutti fuori dalla cassetta ad ascoltare i racconti di “Nonno Vaporiera” ed un dolce e sereno tepore a tenere compagnia grazie al moderno impianto di riscaldamento comandato dal simpatico Trentamila Calorie.

E buon appetito!

<Cosa fa un cuoco su di un palcoscenico, con delle pentole?> domandò ingenuamente Elisa.

<Suona la batteria!> rispose Fabrizio scuotendo la testa.

A Elisa era sempre piaciuto far da mangiare, aveva imparato da sua madre Michela, che a sua volta aveva appreso dalla propria mamma, Berta, l’abilità dell’arte culinaria, manicaretti e pietanze prelibate non avevano segreti per nessuna delle tre. La nonna Berta aveva imparato a cucinare per necessità ed aveva scoperto di avere un vero e proprio talento naturale nello svolgere il suo mestiere, con tre carote una cipolla e un po’ di farina riusciva a portare in tavola un piatto di paste succulente e appetitose. Di questo dono ricevuto, che aveva sua volta tramandato alla figlia e alla nipote, ne aveva fatto il proprio lavoro e con l’esperienza e la passione era divenuta una cuoca rinomata. Crescendo Michela ne aveva seguito le orme, ampliando ancora, per quanto fosse stato possibile, i già ricchi e completi menù di Berta, le loro ricette erano arrivate a comprendere ogni tipo di oggetto commestibile che si fosse visto sopra, sulla e sotto la terra, le pietanze preparate dalle loro mani avrebbero potuto essere materia d’esame nelle migliori scuole di cuochi a Parigi a Roma e anche a New York, se mai avessero rivelato a qualcuno le loro misteriosissime ricette di famiglia. Ma, sia per Berta che per Michela, utilizzare quei personalissimi sistemi di cottura nell’intimità del ristorante che erano riuscite ad avviare con soddisfazione e che adesso dirigevano con maestria e padronanza, era la realizzazione di un sogno bramato e la gioia della loro vita, davvero non avrebbe desiderato nulla di più e poi in fin dei conti ogni ricetta è un segreto e un segreto non si rivela mai a nessuno. Al contrario della madre e della nonna che avevano coniugato la loro arte in cucina con il lavoro, Elisa aveva preferito intraprendere la carriera imprenditoriale in compagnia del marito Fabrizio e, con impegno prima e soddisfazione poi, insieme erano riusciti a mettere in moto la loro attività, una fabbrica di abbigliamento con una clientela molto vasta, che ormai navigava da sola verso una consolidata affermazione. Fabrizio, figlio di sarto e sarto anch’egli, curava tutta la parte produttiva dedicandovisi con grande entusiasmo mentre Elisa si occupava con attenzione e con impegno della parte amministrativa. Ma quando le prendeva, qualunque fosse la situazione del momento, Elisa era non solo irremovibile ma anche inarrestabile, più di una volta le era capitato di alzarsi nel bel mezzo di una riunione e correre a casa a realizzare qualche nuova ricetta, che poi magari avrebbe confidato alla madre e alla nonna. In quelle occasioni nessuno aveva mai avuto da ridire, anzi comunque fosse finito l’incontro di lavoro, sicuramente il pranzo, offerto poi a tutti i partecipanti, sarebbe stato memorabile, insomma quando le scappava le scappava non c’era niente da fare doveva cucinare.

La cucina di Elisa era attrezzata almeno quanto quella del ristorante della nonna Berta e la ricordava molto, la zona fuoco esattamente nel centro della stanza con tutto intorno la più moderna tecnologia al servizio della culinaria: tritaquesto, grattaquello, spremiquell’altro, congela, scongela, frulla, scalda, schiaccia, impasta, amalgama, passa. Ogni più moderno robot da cucina aveva il suo comodo posto nei ripiani intorno a Elisa e come in una catena di montaggio gli ingredienti partivano da un lato del bancone nella loro forma originale, giravano tutta la stanza passando attraverso le varie fasi di lavorazione, trita, schiaccia e impasta per poi finire in padella sotto una forma completamente nuova e diversa e con un sapore ed un profumo che non si sarebbe potuto dimenticare facilmente.

L’attrezzatura a disposizione di Elisa per la sua passione ed il suo diletto in cucina erano i più vari ed i più moderni che si potessero trovare in commercio. Disposti sui diversi piani di appoggio disponibili in cucina si potevano infatti notare: uno sbuccia ortaggi elettronico bifasico, un tritatutto computerizzato con gradazione di finezza, un passaverdura elettrico a cambio sequenziale, uno sbattiuova con separatore e montaggio delle chiare a neve automatico, uno sbucciafrutta con frullatore, una gelatiera con reparto frigo e dosatore di porzioni, un macinacaffè a sensibilità di umidità, una macchina da caffè con dosatore di latte per la macchia e di alcolici per la correzione. Più tutta una serie di altri utensili anch’essi comunque elettrici: coltelli, affettatrici, grattugie, spremiagrumi, tostapane e via via via senza più fine, insomma in cucina non mancava proprio nulla, bastava rimboccarsi le maniche e vaiiii…

Elisa aveva ricevuto in dono, dalla nonna e dalla madre, non solo la naturale disposizione a far ben riuscire ogni pietanza da lei preparata ma anche tutta una serie di utensili da cucina che risalivano all’epoca in cui la nonna aveva cominciato la sua attività di cuoca, quando la preparazione di ogni piatto veniva affidata alle mani e a pochi altri attrezzi che certamente non funzionavano ad elettricità ma con olio di gomito e sudore della fronte. Aveva disposto anche questi nella sua spaziosa cucina dove, ad ogni parete, era sistemata una mensola che correva per l’intera lunghezza e su questi ripiani avevano trovato posto a far bella mostra di sé i mestoli e gli utensili della nonna Berta. C’era un passatutto in lamiera a manovella, un frullino a ruota dentata, un macinacaffè anch’esso a manovella, una caffettiera napoletana a beccuccio con tazzine in porcellana di Capodimonte, un tritacarne da banco, grattugie, coltelli e coltelloni, macinatoi, spremitori, taglieri, mestoli in legno e in metallo e tutto in ottimo stato di conservazione e perfettamente funzionante, anche se non più utilizzato ormai soppiantato dalla praticità e dalla funzionalità dei moderni robot elettronici. Elisa era veramente entusiasta della propria cucina le piaceva l’ambiente pratico e luminoso, le piacevano tutti i suoi utensili moderni, quotidianamente utilizzati e quelli antichi anche se ormai erano solo un simpatico ornamento delle pareti e soprattutto le piaceva tantissimo scorrazzare fra quelle quattro mura, con pentole fumanti o con vassoi delle pietanze più prelibate.

Dopo alcuni anni di rodaggio la fabbrica di Elisa e Fabrizio aveva raggiunto una certa notorietà sul mercato locale, il lavoro dava loro molta soddisfazione e da un po’ di tempo stavano cercando di espandere il loro nome a livello mondiale ed erano riusciti, tramite fidati collaboratori, ad entrare in contatto con degli importanti acquirenti addirittura nella lontana e popolosissima Cina. Mamma mia! A vestirli tutti ci sarebbe stato da lavorare per tutta la vita. Così dopo numerose trattative ed estenuanti riunioni erano riusciti a stabilire un accordo vantaggioso per entrambi e i loro prossimi nuovi clienti cinesi sarebbero presto venuti in Italia a firmare il contratto. Per Elisa e Fabrizio questo accordo era molto importante, doveva essere preparato tutto a dovere per l’arrivo degli ospiti orientali, niente doveva andare storto altrimenti si sarebbe corso il rischio di far saltare l’accordo, tra l’altro la fama da “Mestolo d’Oro” di Elisa, tramite gli stessi collaboratori che avevano già assaggiato i suoi manicaretti, era per l’appunto arrivata fino in Cina e i clienti curiosi e golosi avevano deciso che la firma al contratto sarebbe stata apposta alla fine di un lauto pasto consumato a casa dei due artisti, il sarto e la cuoca.

Intanto in cucina la vita scorreva tranquilla, si fa per dire, come sempre. I robot da cucina e gli utensili più moderni correvano qua e là tutto il giorno, intorno a piatti esotici o a veloci ma pur sempre elaborati spuntini e tra una frullata e una macinata non abbandonavano certo il loro hobby preferito, quello di insultare e canzonare i mestoli antichi e gli utensili tradizionali, abbandonati senza speranza sopra le mensole della cucina a far bella mostra di se ma niente più.

<Oggi mi sono fatto fuori tre banane, quattro mele e due pere, in un sol colpo di lama> si vantava Frullatore e rivolgendosi ai mestoli aggiunse <beh, a voi certo ci sarebbe voluto tutto il giorno solo per sbucciarli, se i vostri ingranaggi rugginosi ancora girano, dico no? Ah ah ah ah!>

<Come no> rispose Mixer <chissà se i loro ingranaggi hanno ancora i denti, forse se li sono fatti otturare tutti, perché erano pieni di carie rugginosa! Ah ah ah ah!>

<Sì, sono andati dal dentista dei mestoli ah ah ah ah> aggiunse Coltello Elettrico <sicuramente qualche dente se lo sono dovuto far levare e adesso parlano tutto cosci, sciao sciao, sciamo i mesctoli scienscia denti, ah ah ah ah>

<Io ieri ho passato dieci litri di minestrone in tre minuti e me lo sono fatto tutto a pezzetti piccini, piccini, piccini ma cosi piccini che i padroni se lo sono potuto bere in un bicchiere> faceva mostra di se Passatutto Elettrico e rivolgendosi al suo collega, oh pardon, ex collega a manovella <e tu quante volte dovevi far girare la tua lama sdentata prima di poter finire il tuo lavoro? E oggi riusciresti ancora a farla girare, ah ah ah ah>

<No che non ci riuscirebbe, a manovella vanno loro, come i carillon, tirititi tirititi, suonano sì, ma sono tutti stonati ormai! Ah ah ah ah> disse Tostapane voglioso di poter anche lui aggiungere anche la sua.

<O sole mioooooo, ghighighigoooo, stà n’frontammeeeeee, gragragragreee, ah ah ah ah tutti stonati> concluse Spremiagrumi <invece io senti come canto bene, senti come sono ben oliati i miei ingranaggi, vrrrrrrrrrrrrr vrrrrrrrrrrr, vrrrrrrrrrrr! Ah ah ah ah!>

E così via senza mai fine, sì che la cucina sembrava sobbalzare sotto il fragore delle risate di robot e utensili elettrici. Ogni giorno era la stessa storia, tutte le volte che uno di quegli aggeggi elettronici veniva utilizzato aveva sempre da fare la propria esibizione canzonando i vecchi utensili ed ai mestoli abbandonati sopra le mensole, non rimaneva che starsene zitti a subire. Proseguivano poi, novellando delle prodezze compiute e dell’abilità dimostrata nell’eseguirle, di quanto erano stati bravi, quanto avevano saputo fare, quanto era orgogliosa di loro la padrona di casa e così via fino a non poterne davvero più. Eh sì! Quei cosi a corrente avevano proprio bisogno di una bella lezione. Ma cosa potevano fare i poveri mestoli di legno e gli utensili a manovella contro i più moderni ritrovati della tecnica culinaria? C’era davvero bisogno che accadesse qualcosa di inaspettato.

E quel qualcosa finalmente avvenne.

Era il gran giorno, anzi la gran sera, i cinesi erano arrivati e tutto doveva filare liscio. Si erano trattenuti tutta la giornata in fabbrica visitando i vari reparti ed erano rimasti molto soddisfatti della scelta effettuata, i prodotti che si apprestavano ad acquistare erano di ottima fattura ed avrebbero avuto un gran successo nelle boutique della Cina. L’affare sarebbe stato sicuramente concluso, adesso non rimaneva che gustare gli ottimi piatti che la rinomata cucina di Elisa gli avrebbe presentato a conclusione della loro visita. La cuoca infatti, subito dopo i primi convenevoli, se ne era subito scappata a casa, si era rinchiusa in cucina ed aveva cominciato i preparativi per quello che doveva essere il gran finale, un bicchiere di tisana calda per rilassarsi ed un ultima occhiata al giornale prima di partire a tutto vapore, aveva in mente un sacco idee nuove e si sarebbe divertita a cucinare almeno quanto i suoi ospiti si sarebbero divertiti a gustare le sue prelibatezze. Ma l’occhiata al giornale guastò il suo buonumore e la tisana le andò a finire di traverso, la cronaca locale riportava una notizia disastrosa! <ATTENZIONE> diceva a caratteri cubitali <per lavori di manutenzione, nella giornata di oggi sarà tolta la corrente a tutte le abitazione di viale dei tigli fino alle ore 21,00> questa proprio non ci voleva, Elisa si guardò attorno e solo in quel momento si accorse che tutti i suoi elettrodomestici tacevano addormentati, la corrente sarebbe tornata appena in tempo per l’arrivo dei Cinesi ma cosa avrebbe dato loro da mangiare, senza corrente non era in grado di far funzionare i suoi preziosi aiutanti di cucina, cosa avrebbe combinato adesso e come sarebbe andata a finire la serata, avrebbero firmato il contratto o sarebbe finito tutto quanto per aria? Si consultò allora con il marito che, appena udita la notizia crollò imbarazzatissimo sulla poltrona del suo ufficio, stavano appunto parlando della cena con i manager stranieri e così dopo essersi sbarazzato di loro, affidandoli al direttore del marketing, cominciò ad elencare con la moglie le possibili alternative. Trattoria Lo Zozzone, scartata, gli ospiti erano troppo eleganti per quel locale il rischio che tutto potesse precipitare era esageratamente alto; Hao Mao ristorante cinese, non era proprio il caso, i Cinesi non erano certo venuti in Italia per mangiare i loro piatti nazionali; così avanti, ristorante indiano Stai Mahl, nemmeno a parlarne e poi in fin dei conti i loro clienti erano venuti fino in Italia proprio per assaggiare qualche buon piatto speciale cucinato da Elisa, Fabrizio era disperato ma Elisa doveva fare qualcosa, così dopo un attimo ancora di smarrimento la brava cuoca ebbe un idea geniale, beh, per lo meno avrebbe tentato, si sarebbe servita dei mestoli della nonna Berta e con quelli avrebbe cucinato una serie di piatti tradizionali a cui gli antichi legni e i vecchi metalli avrebbero certamente dato un sapore inimitabile.

Cominciò a sminuzzare la verdura con il macinino a mano, ne lessò altra che dopo cotta, fu filtrata con il passatutto a manovella, per i contorni grattugiò l’insalata a strisce, le carote a filini e il formaggio a riccioli con le grattugie a mano,  preparò condimenti e arrosti, minestre e sughi e fu talmente allietata dalla soddisfazione provata nell’utilizzare quegli utensili che si servì di tutti, ma proprio di tutti, per preparare quella cena. Utilizzò i vecchi mestoli di legno per agitare, mescolare, sciabordare; tagliò pane, formaggio e carne con i coltelli della nonna; montò a neve le chiare d’uovo con il frullino e addirittura triturò i chicchi nel vecchio macinino, sì anche il caffè sarebbe stato preparato alla vecchia maniera e servito nell’antica caffettiera napoletana con le tazzine di Capodimonte. Insomma nessun utensile rimase sulla propria mensola, per fare questo o per fare quello tutti furono utilizzati e tutti in coro come alpini si misero a cantare la loro gioia e la loro rivalsa sui robot della cucina.

<La lallallalalalllalalallalala la la la la la ah sì sì sì era proprio tanto che non macinavo, che bello sgranchirsi i denti, gnam gnam gnam, e ora una bella sveglia al sapore di caffè> prese a canterellare il macinino da caffè.

<Frulla frulla frullallà, quanto è bello girellar, frulla frulla frullallà, uova e panna far montar.> canticchiava il frullino.

<Trita, sgrana, frulla e impasta quanto e bello far la pasta> cantavano in coro il passatutto e lo spiana pasta.

<Ma che bello cucinare, ma che bello far mangiare, ma che bello tutti assieme in cucina scorrazzare> cantavano allegri e spensierati mestoli e utensili <la corrente non ci occorre, maciniamo senza fili, funzioniamo con le mani, siam contenti siam felici>

Mentre la cucina era tutto un turbinar di macinate, frullate e rimestate, tutte debitamente a mano ed i poveri elettrodomestici se ne dovettero rimanere in disparte miseramente spenti ed inutilizzati.

La cena fu un trionfo, i piatti furono spolverati uno dopo l’altro ed i cinesi non smisero mai di mangiare, guardarsi fra di loro, annuire con la testa e continuare a mangiare, per tutto il tempo. Dopo caffè, ammazzacaffè e dolcetti, fiaccati dal gran numero di pietanze a cui nessuno era stato in grado di rinunciare, satolli e soddisfatti i cinesi confabularono brevemente fra di loro, prima scossero la testa, poi annuirono ed infine sorrisero. A questo punto il capo della delegazione si alzò, si complimentò con Elisa prima e con Fabrizio poi, dopodiché, con la pancia piena ed il palato soddisfatto, pose entusiasta la sua firma sul contratto confidando che se invece di vestiti avesse acquistato cibo, quello di Elisa sarebbe stato sicuramente il più venduto in tutta la Cina.

Intanto in cucina, sparsi fra tavoli, mensole ed acquai, i mestoli, i passatutto, i macinini ed i frullini, esausti per il gran lavoro, riposavano entusiasti di aver dato prova delle loro qualità. Erano stati capaci di dar vita a piatti squisiti senza l’aiuto di nessun motore elettrico ma solo con manovelle e ruote dentate che tra l’altro non avevano per niente stonato, anzi avevano gorgheggiato come in un opera lirica ed i loro acuti erano brillati nella penombra delle candele, sparse per la stanza ad illuminare i lenti ed antichi ma riusciti, preparativi per la cena. La rivincita era stata un vero successo su tutta la linea, i robot da cucina allibiti di ciò che avevano visto non sarebbero stati più in grado di proferire parola, in futuro non avrebbero potuto far altro che rispettare ed ammirare gli utensili tradizionali che, da quel giorno, non furono più abbandonati sulle mensole. Elisa ricominciò ad utilizzarli quasi ogni giorno, grazie ai prelibati risultati ottenuti, riscoprendo metodi e sapori dimenticati a cui aggiunse un pizzico della sua personale arte.

Canta che ti passa

<Lo sai perché i topi si nascondono in soffitta?> chiese Riccardo alla mamma che non rispose e lo fissò con uno sguardo interrogativo.

<Perché così fanno mangiare la polvere ai gatti!> sentenziò mentre Donatella lo fissava sbalordita.

Abituarsi alla vita di soffitta non è certo una cosa facile. Dopo aver servito devotamente i padroni di casa fino al giorno prima, ritrovarsi d’improvviso relegati tra gli odori della muffa e gli scricchiolii sospetti è veramente un destino assai  amaro da digerire ma lo si è comunque costretti a fare anche se lentamente e con molta difficoltà. La frenetica attività di un mobile o la luminosa esistenza di un lampadario si fermano, come spente da un interruttore, per venir relegate senza apparente motivo alla silenziosa solitudine ed al consumarsi lento nell’inesorabile scorrere del tempo. Immersi nel buio e nella polvere si riesce prima o poi ad adattarsi anche al noioso tran tran del sottotetto, a quel punto anche uno piccolo topo, un geco o una falena danzante al lume fioco della luna, diventano un lieto momento di distrazione nella buia tristezza della soffitta. Infatti per prima cosa bisogna proprio abituarsi alla penombra che impera sovrana fra quelle quattro sguarnite mura, le finestre sono solitamente piccole e molto molto sporche, così la poca luce che potrebbe filtrare dall’esterno rimane imprigionata fra la polvere e le ragnatele, che ormai da decenni vivono e prosperano sulla superficie dei vetri, le poche lampadine che penzolano sconsolate dal tetto e che di solito hanno una potenza molto ridotta, raramente vengono accese dai padroni di casa e quelle poche volte è soltanto per brevi e frenetici ma per i soffittari dolcissimi, momenti.

Antonio capitava in soffitta con poca frequenza, a volte saliva per riporvi un soprammobile caduto in disuso o per cercare qualche documento di cui si era presentata l’improvvisa necessità, un paio di volte all’anno arrivava fino lassù per accatastarvi un’ulteriore scatola di giornali della ciclopica quanto dimenticata collezione della moglie Donatella, la quale ancor più raramente si affacciava alla buia piccionaia e appena aperta la porta, gridava ogni volta “Mamma mia quanta polvere”, si metteva le mani nei capelli, richiudeva velocemente la porta e ridiscendeva la stretta scala che la portava di nuovo nel mondo della normalità. Riccardo, il figlio, era capitato ufficialmente in soffitta solo un paio di volte ed in entrambe le occasioni era stato prontamente riportato da basso per un orecchio, dopo essere stato trovato a tentare di raggiungere l’abbaino che gli avrebbe aperto l’entusiasmante strada per i tetti o a rotolarsi con qualche amichetto tra la polvere dei vecchi abiti ed i resti di qualche animaletto sventurato, che aveva stabilito la sua eterna dimora tra quelle buie mura. Chiaramente dopo questi pericolosissimi e sconvenienti eventi a Riccardo era stato categoricamente proibito di salire in soffitta, la porta era stata chiusa a chiave e le chiavi erano state accuratamente nascoste. Si sa però come vanno le cose in questi casi, cerca oggi cerca domani il furbo Riccardo riusciva sempre a scoprire il nascondiglio, nella zuccheriera del servito buono in bella mostra nella vetrina del salotto o nella tasca del vestito elegante del padre appeso nella parte più alta dell’armadio e quando l’occasione si era presentata propizia era sempre riuscito ad infilarsi di nascosto nel sottotetto con gli amici a combinare qualche guaio che poi puntualmente, anche se con qualche mese di ritardo, veniva scoperto con disappunto dei genitori e cambio del nascondiglio per la chiave. Ma ognuno di questi eventi non era poi così frequente come gli abitanti della soffitta avrebbero sperato.

Il pezzo più antico nella soffitta era certamente Armadio, rinchiuso lassù praticamente da sempre, un mobile con due ante enormi e lo specchio all’interno, tutto in massello di noce anche se ormai completamente e minuziosamente traforato dai tarli che avevano lasciato una inservibile trina di legno come incarto per le coperte, anch’esse ricamate dalle tarme e per gli abiti dismessi, accuratamente avvolti in buste di nylon colme di naftalina. Antiquato già quando Donatella e Antonio, novelli sposi, si erano stabiliti nella casa, per Armadio non c’era stata altra destinazione se non la soffitta e per lui l’ingresso di tutti gli altri sfortunati abitanti della mansarda era stata l’unica fonte di svago e di gioia da molto tempo a questa parte. Fra gli inquilini storici della soffitta c’erano anche Para e Lume, una coppia di Abat-jour con lo stelo in ceramica, riccamente e pacchianamente addobbato di rametti, foglie e fiori di vari colori, con il cappello ingiallito dalla polvere e dal calore delle lampadine che un tempo avevano irradiato la loro luce dai comodini di qualche letto e le frangine che ancora penzolavano meste. Come in tutti i ripostigli che si rispettino non potevano certo mancare Baule e Cassapanca, altra coppia di mobili stagionati, anch’essi riempiti a non finire di cianfrusaglie di tutti i tipi e di tutte le epoche. Baule era piccolo e tozzo con il suo bel portellone bombato tutto scantucciato dal tempo e dall’usura dei bei tempi che ormai se ne erano andati, Cassapanca, tutta in legno di rovere, era la più giovane fra i mobili e la più ingombrante e vuoi per la moda vuoi per la scomodità, era finita ben presto anche lei nell’oscuro dimenticatoio. Sparsi qua e là, senza un preciso ordine e con estremo pericolo per i disavveduti visitatori che nella fioca luce delle lampadine da 25 candele si fossero avventurati in quella selva di oblio senza ben guardare dove venissero messi i piedi, si poteva intravedere un triste campionario di umane necessità che tali non erano ormai più. Un carrozzina blu, con le galettine che un tempo forse erano state bianche, le cromature morse dalla ruggine e la gomma delle ruote così indurita che a toccarla si sarebbe ridotta in polvere, tra gli intimi era conosciuta con il nome di Inglesina. Un cavallo a dondolo di ferro e legno appartenuto ad Antonio ed uno in plastica del figlio Riccardo soprannominati Tex e Pony, non potevano certo mancare. Poi ancora un teatrino di marionette, un vaso da notte di qualche nonna e poi ancora alberi di Natale e addobbi vari, costumi di carnevale, due reti da letto, un fasciatoio di quando Riccardo era piccolo, i suoi abitini da bebè, i giocattoli e i biberon. Tutto gelosamente nascosto nella parte più recondita ed inaccessibile della casa, seppellito sotto una coltre protettiva, si fa per dire, di polvere anch’essa stagionata.

<Uffa, ecco che sta per arrivare un nuovo giorno> sbuffò Armadio alle prime avvisaglie dell’aurora sollevando un bel po’ di polvere <un nuovo giorno che trascorrerà lento e ozioso in attesa di finire, per poi ricominciare ancora domani. Aaahhh che tedio, che noia, uffa, uffa, ufffffaaaa!> terminò con un nodo alla serratura e le lacrime che scendevano, lente anch’esse, lungo gli enormi specchi offuscati.

<Ehi, ehi, ehi!> esplose immediatamente Para <guarda che la vita quassù è già una lagna, non importa che ti ci metta pure tu con i tuoi lamenti. Bubbububù bubbù bubbù>

<Sì i tuoi lamenti. Bbubbububù bubbù bubbù> gli fece eco Lume.

<Ogni mattina è la stessa storia, ma cosa fai non dormi la notte per aspettare che arrivi il primo raggio di luce e poter dire uffa! Bubbububù bubù bubù>

<Sì e poter dire uffa! Bubbububù bubbù bubbù> continuava Lume lamentoso tanto da far arrabbiare Para ancor più di quanto era riuscito a fare Armadio.

<Eeeee… e smettila di farmi da eco, anche tu!> lo interruppe infatti Para <mi bastano già i lacrimoni di Armadio, non c’è bisogno che tu faccia scendere giù anche i tuoi. Uffa uffa ufffffaaaa! Uffa lo dico io!>

<Ma possibile che ogni mattina si debba assistere a questa sceneggiata?> chiese Tex <Dico, la vita quassù è già abbastanza grigia e polverosa, possibile che dobbiamo prendercela fra di noi! Ormai lo conosciamo com’è fatto Armadio, è un sentimentalone ed ha sicuramente più ragione di tutti noi di lamentarsi della noia di questa soffitta. Lui è quassù da chissà quanto tempo, ecco perché è così, vorrei vedere te fra trenta o quarant’anni> terminò rivolgendosi a Para il quale per tutta risposta emise un solo e semplice sbuffo.

<Uffa!> e la polvere intorno a lui si agitò per un breve momento.

<È vero, e vero> confermò Pony aggregandosi alla conversazione che si faceva sempre più interessante.

<È vero, e vero> esclamarono tutti.

Nel silenzio della noia qualsiasi occasione era buona per movimentare la giornata, ma dopo poche battute ancora, la conversazione si spense tra i borbottii e gli ultimi lamenti.

<Bisognerebbe fare qualcosa> proponeva qualcuno.

<Sì sì, bisognerebbe fare qualcosa tutti insieme> confermava qualcun altro.

Ma dopo pochi minuti nessuno aveva ormai più la forza di proseguire con proposte o idee fresche. E no! La freschezza non abitava di certo in soffitta.

Antonio lo aveva sempre desiderato, era un patito della musica ed inoltre gli piaceva sia ballare che canticchiare ma soprattutto gli piaceva ascoltare ed il vecchio impianto stereo, regalatogli dai genitori quando lui era ancora ragazzino, ormai non soddisfaceva più le esigenze delle nuove tecnologie, sintetizzatori, equalizzatori, diffusori, erano davvero troppo ingombranti e inadatti alla musica incisa sui CD, doveva assolutamente ammodernare la sua discoteca personale. Fu così che con estrema gioia di Antonio e con la complicità e la soddisfazione di Donatella anch’ella patita del ballo e di Riccardo che era costretto ad ascoltare i suoi CD a casa di amici, fece ingresso nella casa un nuovissimo impianto stereo con surround, subwoofer e quanto di più moderno ed innovativo ci potesse essere al momento, tutto concentrato in una scatolina di pochissimi centimetri. Non per questo lo spazio abbondante che avanzò fu lasciato al vecchio impianto che invece, sorpreso e sconsolato, fu relegato immediatamente in soffitta con tutti i suoi equalizzatori, diffusori, sintetizzatori e con tutti i dischi a quarantacinque, trentatré e pure a settantotto giri. Con i vari pezzi ammonticati l’uno sull’altro senza un ordine logico, fu abbandonato tremante ed impaurito nel buio del sottotetto con i fili sparsi tutt’intorno insieme ai dischi e a qualche vecchia musicassetta.

<E tu… tu chi sei?> chiese timidamente Inglesina <da dove sbuchi fuori, anzi da dove sbuchi dentro a questo mondo di polvere e di vecchiume> continuò prendendo coraggio.

<Io… io… io sono Stereo e tu… tuuttuttuu chi sei?> chiese tremante.

<Pare che sia un telefono, sì sì sembra proprio di sì, ecco cosa abbiamo ricevuto in dono un telefono, tuuttuttuu tuuttuttuu> si intromise il solito impertinente Para.

<Tuuttuttuu tuuttuttuu> fece naturalmente eco Lume.

<Lasciatelo stare> intervenne Tex <dategli almeno il tempo di capire dove si trova e che brutta fine abbia fatto, poveretto>

<Ha fatto la fine che abbiamo già fatto anche noi, poveretto e noi allora siamo tutti pooovereeettiii> insistette Para, e Lume naturalmente aggiunse la sua.

<Tutti pooovereeettiii>

<Non ci fare caso a questi scorbutici, sono solo annoiati e arrabbiati dal far nulla> riprese Inglesina <tu non aver paura, di nessuno di noi, siamo tutti buoni, siamo solo tristi, tristi e annoiati, non facciamo mai niente quassù>

Così chi prima chi dopo tutti raccontarono le proprie storie su come fossero finiti in soffitta e per alcuni giorni la tristezza abbandonò il sottotetto, ognuno rivisitò la propria storia, come, quando e perché era arrivato ma dopo il solito inizio entusiasmante, quando ognuno ebbe raccontato le proprie vicissitudini, la quiete ritornò la padrona incontrastata della soffitta, ignara di aver trovato in Stereo un non ancora rivelato nemico del silenzio. Per qualche tempo i giorni continuarono però a trascorrere pigri e ancor più tristi, dopo il breve attimo di frenesia seguito all’arrivo di Stereo, il quale dopo breve tempo si era anche lui stesso lasciato avvolgere dalla malinconia e dalla noia.

<Uffa, ecco che sta per arrivare un nuovo giorno> sbuffò Armadio alle prime avvisaglie dell’aurora sollevando un bel po’ di polvere <un nuovo giorno che trascorrerà lento e ozioso in attesa di finire, per poi ricominciare ancora domani. Aaahhh che tedio, che noia, uffa, uffa, ufffffaaaa!> terminò con un nodo alla serratura e le lacrime che scendevano, lente anch’esse, lungo gli enormi specchi offuscati.

<Ehiehiehiehi!> intervenne immediatamente Para <non ricominciamo con la solita lagna!>

<Solita lagna> ripetè immediatamente Lume.

<Non ricominciate tutti!> esclamo estenuato Tex <cerchiamo davvero di inventarci qualcosa di nuovo da fare, possibile che tutte queste grandi menti polverose non riescano a tirar fuori un ideuzza, una proposta, uno spunto qualsiasi per poter fare qualcosa di divertente o per lo meno qualcosa che ci faccia trascorrere il tempo senza noia e senza melanconia, uffa!>

<Sì, uffa uffa ma intanto neppure tu sei capace di tirar fuori un idea brillante, qualcosa che ci illumini e ci agiti un po’!> intervenne Inglesina.

<Sì, ci vorrebbe qualcosa che ci scuota e ci strapazzi, qualcosa che ci dia una mossa insomma> continuò Pony.

<Sì sì che ci muova e che ci scuota> gridarono tutti, tutti tranne Stereo che dopo essersi seppellito sotto la malinconia e la tristezza della soffitta a sentir tutte quelle richieste si era finalmente dato lui una scossa ed aveva ritrovato la sua originale vivacità.

<Io, io… chiedo scusa a tutti, davvero, proprio non ci avevo pensato prima ma chissà come ho fatto a non arrivarci subito, a non capire, forse il buio e la polvere di questa soffitta sono così pesanti da seppellirci anche l’animo ed io ho pensato solo a star qui a commiserarmi, senza mai cercare veramente di risollevare le mie sfortunate sorti> annunciò Stereo che a questo punto fu da Para che non poteva certamente rimanere in silenzio in occasioni come queste.

<Sì sì, sentiamo un po’, ecco l’ultimo arrivato, ecco il risolutore di tutti i nostri problemi, gente largo, addio tristezza, addio noia e malinconia, addio polvere, sentiamo quale sarebbe l’idea geniale che sei venuto a proporci, dev’essere davvero geniale se ti ci è  voluto tutto questo tempo per tirarla fuori>

<Certo sì, per tirarla fuori> aggiunse Lume.

<Beh… a dire il vero la mia idea è la più  semplice che potessi mai avere, anzi forse l’unica e chiedo scusa proprio perché era così semplice che ci avrei dovuto pensare subito…>

<Sì sì ma adesso forza su, dicci qual è quest’idea?> lo interruppe Pony

<Sì sì, dicci qual è> chiesero tutti.

<Ma a voi, piace cantare e ballare?> chiese mentre metteva su un disco e poco dopo scoppiò la rivoluzione.

Non era mai capitato che in soffitta ci fosse tutto quel rumore ma anzi no, non era proprio rumore, era un qualcosa con un po’ di logica, era molto melodioso ma dico, ecco, sembrerebbe proprio che ma sì è musica, musica sì e che musica. Nessuno riuscì a resistere ai ritmi, bastarono pochi minuti e con rapidi cambi di dischi e cassette Stereo incominciò a far assaggiare agli ospiti del sottotetto alcune delle sue canzoni preferite, melodie lente, pop, rock, liscio e musica scatenata. Armadio batteva il tempo con le ante, Tex e Pony cominciarono a dondolarsi a ritmo di swing ed Inglesina fece cigolare le sue vecchie ruote in languido slow e dopo poco ripresero a girare come se non si fossero mai fermate, Baule e Cassapanca si svegliarono dall’annoso torpore e sorprese e sbalordite presero a sbattere i loro coperchi a tempo di salsa. Finalmente un po’ di movimento per tutti, era proprio l’ora, Para e Lume agitavano freneticamente le loro trine e dopo un po’ si misero a ballare abbracciati, travolti dal ritmo di un velocissimo rock.

<Sì sì sì, era proprio quello che ci voleva> esclamò Para fra una piroetta ed un caschè.

<Sì sì sì , ci voleva> aggiunse la sua eco Lume.

<Adesso si che è vita, la la la guarda che mossa, ah, non sapevo di avere così tanto stile nel ballare, ci voleva proprio un po’ di movimento e un po di rrritmo e via a passo di valzer> canticchiò Armadio mentre sbatacchiava le ante di qua e di là.

<Voi stile, ma guardate bene le mie ruote come si destreggiano con questi ritmi sudamericani> intervenne Ingelsina con fare da smorfiosetta.

<Certo che sei proprio carina mentre balli ed io come ti sembro, ti piace il mio stile, la la tapparappappa, e vai lalalala> disse Tex prendendo al volo la civetteria di Inglesina.

<Yuppi yuppi> galoppava Pony al ritmo del rock <che bella la musica, mi piace proprio e poi è cosi bello stare tutti assieme a ballare e a cantare>

<Sì tutti insieme a ballare e a cantare, la la la lallllallllalalaalalalalalla!> aggiunsero in coro gli abitanti della soffitta.

Da allora Stereo rimase spento solo per brevissimi momenti, al mattino nella soffitta arieggiava musica lenta, qualche liscio e un po’ di musica pop, tanto per non stancarsi subito, poi tra vecchi ricordi e nuovi racconti delle casalinghe vite dei soffittari si faceva qualche lezione di canto e nel pomeriggio salsa, merenghe e valzer per prendere il ritmo e movimentare la giornata, alla sera viaaaa rock, rap, tango e discomusic e tutti a ballare. Con le lampadine penzoloni al tetto che si accendevano e spengevano al ritmo della musica insieme a quelle di Para e Lume, sembrava quasi di essere in una discoteca, ballare fino a tardi e poi stanchi e sfiniti ma soddisfatti e allegri, uno dopo l’altro si addormentano tutti e tra i sogni della notte ancora qualche anta sbatte, una ruota gira e Pony dondola dolcemente sognando di cavalcare immense praterie. Stereo era certamente il più felice e soddisfatto di tutti. No, davvero non aveva mai suonato tanta musica, nemmeno quando era al piano di sotto, ora si che si sentiva appagato, questa sì che era vita, questo era vivere frenetico e divertente, fra le risate e i vecchi racconti di tutti i suoi nuovi amici. Poi al mattino…

<Ehi, ecco che sta per arrivare un nuovo giorno> annunciò fremente Armadio alle prime avvisaglie di aurora, sollevando quella poca polvere che ancora riusciva a posarsi <un nuovo giorno che trascorrerà allegro e ritmato tra un ballo, una canzone e una bella storia, per poi ricominciare domani, aaahhh che meraviglia, che vita, vita, vita, vitaaaaaaa!> terminò con un nodo di emozione alla serratura e lacrime di gioia che scendevano al ritmo di blues lungo gli specchi lucidi e luminosi.

Carta e cartoon

<Sai perché la polvere si adagia comodamente sui libri?> chiese Laura al figlioletto.

<Perché… sono letti?> rispose interrogativo Andrea.

Il salotto di Andrea non era molto grande ma per far stare comodi lui, papà e mamma davanti alla TV era più che sufficiente e quando si riuniva con i suoi amici per guardare tutti insieme i cartoni animati, ognuno riusciva sempre a trovare una collocazione. Chi sul divano, comodo comodo, chi semidisteso sui braccioli di una poltrona, chi in terra sul tappeto, seduto o sdraiato, tanto la posizione non aveva alcuna importanza, anche a testa in giù sarebbero stati in grado di guardare i loro amatissimi cartoons. Andrea era un bambino come ce ne sono tanti, si alzava malvolentieri al mattino per andare a scuola e faceva un sacco di storie per vestirsi e fare colazione, appena tornava a casa dava subito l’assalto alla TV, per scarrellare fra tutti i canali disponibili alla ricerca del cartone preferito e magari non mangiava nemmeno pur di rimanere incollato allo schermo. Dopo pranzo o quello che almeno ad Andrea pareva un pranzo, anche se non certamente a Laura la mamma e tanto meno a Salvatore il papà, con fatica la madre riusciva a fargli fare i compiti nel ristretto tempo disponibile, prima che ricominciasse una nuova sfilza di cartoni animati nei vari programmi TV, così tanti da non fare in tempo a finire di guardarne uno che su un diverso canale ne iniziava già un altro. Quando Andrea non stazionava appeso o steso o attorcigliato da qualche parte in salotto, con gli occhi incollati allo schermo della TV, da solo o con gli amici, era sicuramente in qualche altro salotto o cucina o cameretta, con gli occhi incollati alla televisione di qualcun altro. Laura e Salvatore erano davvero disperati, non sapevano proprio come fare per riuscire a staccare Andrea dalla TV, sarebbe stato semplicissimo proibirglielo o impedirglielo e in passato ci avevano già provato ma la reazione di Andrea era stata catastrofica. Ogni volta aveva rivoltato la casa come un calzino fino a trovare il telecomando nascosto o le batterie scomparse e quando era stata una semplice proibizione a tentare di fermarlo, con tanto di punizioni, ritorsioni o mansioni di pulizia in casa qualora avesse disubbidito, era stato ancora peggio, Andrea era arrivato a non mangiare o non dormire o non andare a scuola pur di scoraggiare il papà e la mamma e riconquistare la sua televisione. I genitori erano seriamente impensieriti, anche perché le notizie ricevute dagli insegnanti erano preoccupanti, il rendimento di Andrea era discontinuo, scarso e disinteressato, insomma era un vero e proprio disastro, se non avessero inserito Cartoonatica tra le materie per il secondo quadrimestre, non ci sarebbe stato nessun giudizio positivo. Salvatore aveva provato in ogni modo, insieme alla moglie lo avevano accompagnato in gite all’aria aperta, al mare o in campagna e alcune volte a visitare un museo od una mostra, tanto per riuscire a distrarlo dalla cartomania ma ogni volta il rientro era traumatico, non appena Andrea metteva piede in casa si impadroniva del telecomando e non si curava più di niente, tutto come prima.

Il salotto di Andrea non era molto grande ma ci entravano comodi comodi un divano, due poltrone e un mobile a parete con mensole e cassetti su cui era sistemato lui, l’incriminato, l’incontrastato protagonista dei momenti trascorsi fra quelle quattro calde e accoglienti mura, il televisore, il dittatore, padrone assoluto della mente di Andrea. In realtà Televisore altro non era che un bonaccione tranquillo e il più delle volte si divertiva lui stesso a seguire i programmi trasmessi, fossero appunto cartoni animati, documentari, telegiornali o film, anche se provava un po’ di soggezione per i film del terrore, infatti quando erano proprio di paura paura, li trasmetteva tenendo occhi e orecchie ben chiusi fino alla parola fine. Sui ripiani intorno a lui trascorrevano la loro pacifica esistenza un orologio in pietra serena, del cui peso la mensola si lamentava continuamente, una serie di candele profumante, un vaso con dei fiori seccati, soprammobili vari, mille altri ammennicoli e abbandonati e polverosi, i libri. Alcune decine di libri, la maggior parte dei quali erano proprio per ragazzi, regalati ad Andrea negli ultimi compleanni, onomastici, Natale, Epifania e così via ma mai aperti e letti. I poverini se ne stavano tutti ordinatamente in fila, rigidi rigidi, per non esser mai stati aperti e trascorrevano annoiati le giornate senza poter parlare fra di loro delle impressioni e delle emozioni che avrebbero potuto suscitare in Andrea se li avesse letti mentre Andrea non li aveva nemmeno sfogliati. C’erano libri di avventure con pirati ed espolratori, pericolose arrampicate in montagna, navi spaziali e mostri verdi, rossi e di mille altri colori e se ne stavano tutti lì mogi mogi in attesa che arrivasse il momento di essere letti ma questo momento non arrivava mai.

<E dire che avrei una storia davvero emozionante da raccontare> sospirò Il teschio dei Carabi <e quel bambino non la vuole proprio leggere, ci sono dei pirati cattivissimi da sconfiggere e l’eroe della storia è lì che aspetta che Andrea cominci il libro per poter andare a combatterli e salvare la fanciulla prigioniera> concluse scuotendo la copertina in segno di sconforto.

<E io allora?> intervenne Mondi nello spazio <Ci sono intere popolazioni che aspettano di essere liberate dal governo tirannico del Re del Male e gli eroi non sono ancora partiti con la loro veloce astronave perché Andrea non ha cominciato a leggermi, quei poveretti sono tutti in trepida attesa pronti a rivoltarsi contro il cattivo guidati dagli occhi del ragazzo, ma quegli occhi non si fanno vedere!>

<Non siete i soli che aspettano di essere letti> si intromise Mostri e mostrari, una raccolta di tutte le più mostruose mostruosità con cui si potesse avere a che fare <ci sono più di cinquanta mostri mostruosi di cui leggere tra le mie pagine, descrizioni, schifezze varie e disegni ma quel bambino non ne vuole proprio sapere di leggerli e i mostri sono tutti tristi e non fanno che piangere dalla mattina alla sera, una lagna mostruosa. Io non ce la faccio più!> continuò il libro <se potessi cambierei copertina per diventare una raccolta di barzellette, almeno passerei il tempo ridendo invece che in questa valle di lacrime e sospiri>

<È tutta colpa di quello scatolone nero> si intromise Animali da tutto il mondo <sì, il coso lì, come si chiama, il televisore ecco, quello che non c’è bisogno di leggere o di impegnare il cervello, dice che fa tutto lui, luci, colori, suoni, gli manca solo di fare gli odori e poi anche il caffè, ci vuole rubare il lavoro quello e noi avremmo invece tante cosa da insegnare e lo potremmo fare in un modo che a lui non riuscirebbe mai ma chi si crede di essere?>

A quel punto sentitosi chiamato in causa, Televisore, nonostante la sua estrema timidezza, volle dire la sua.

<Eeehmmm… scu… scusate signori libri, io… io veramente non ho nessuna colpa. Io sono stato costruito per trasmettere immagini e suoni, non e certo colpa mia se le persone e in modo particolare i bambini preferiscono guardare me piuttosto che leggere voi, io lo so che siete importanti, sapete prima di cominciare a lavorare mi sono letto tutto il mio libretto delle istruzioni ed ho imparato un sacco di cose su come funziono e su quello che posso fare nella mia vita di televisore, per me siete stati utilissimi e molto importanti, per me e per chi mi ha costruito, se non ci fossero stati libri come voi io adesso non ci sarei nemmeno>

<Vedo allora che siamo tutti d’accordo> disse Il teschio dei Caraibi riprendendo la parola <ma come fare allora a far capire ad Andrea che anche noi saremmo importanti, interessanti e affascinanti per lui?>

<Sarà davvero difficile> sentenziò preoccupato Atlante Geografico <anche il padre e la madre cercano in tutti i modi di fargli leggere dei libri ma lui niente, a malapena apre quelli di scuola, è proprio un caso disperato, mi sa tanto che non ci riusciremo mai!> concluse sconsolato il libro e tra tristi sospiri la conversazione si spense definitivamente così ognuno ritornò a sonnecchiare tra la polvere della libreria e a contare i secondi scanditi da Orologio di pietra.

<Tic toc tic toc, prima o poi verrà il momento, tic toc tic toc, prima o poi avrà bisogno, tic toc tic toc, prima o poi ci sarà chi lo metterà alle strette e Andrea dovrà chiedere aiuto a qualcuno, tic toc tic toc, allora imparerà, eh se imparerà!> e continuò imperterrito a rincorrere il tempo che passava.

Passa oggi passa domani arrivò davvero il momento in cui qualcosa cambiò e scattò proprio grazie alla televisione la mola che fece leva, finalmente, sulla curiosità e la voglia di conoscenza del distratto Andrea. Tra i tanti programmi divertenti a cui assisteva, oltre ai consueti cartoni animati, ce n’era uno che lo portò inconsapevolmente a porsi delle domande. La trasmissione era articolata proprio in una serie di quesiti ed era molto avvincente, l’atmosfera scendeva cupa e silenziosa sui concorrenti ed il protagonista che cambiava più volte nel corso della serata sempre teso, sudato e pensieroso, sembrava proprio che cercasse di trovare dentro di sé qualcosa che in realtà non c’era, una risposta. Il gioco era si sviluppava dietro ad una serie di domande che davano al protagonista la possibilità di vincere sempre di più mano a mano che ne aumentava la difficoltà. Ad Andrea piaceva l’atmosfera, piaceva lo spettacolo ma non aveva mai fatto particolarmente caso alle domande fino a che, una sera, assistette alla trasmissione nel suo salotto con gli amici e si accorse che loro rispondevano, anche se sbagliando a volte e lui rimase particolarmente sorpreso di come loro potessero sapere le risposte, lui credeva che, come le chiamava lui “le cose” appunto, si sapessero da grandi, a un certo punto della vita queste “cose” arrivassero e si stabilissero nella mente delle persone grandi ma evidentemente non era così e assistette allibito ai trionfi dei suoi amichetti che si sfidavano a chi avesse risposto esattamente alle domande. Spesso sbagliavano sì ma ciò che lo sbalordiva maggiormente era che altre volte le risposte erano esatte. Andrea cominciò a chiedersi come facevano dei bambini come lui a sapere cos’era il Pamir o il pappafico, come si chiamavano le isole nel Centroamerica, chi aveva scoperto il nonhocapitodove o chi aveva inventato il nonmiricordocosa. Così con estrema attenzione e circospezione, facendo finta di nulla insomma, cominciò ad indagare su come tanta sapienza fosse mai arrivata nella mente dei suoi amici, in fondo non più grande della sua e di conseguenza secondo il suo ragionamento non più capiente. Scoprì in questo modo che Sandro aveva letto un racconto sui pirati e lì aveva scoperto che il pappafico era la vela quadra più alta dell’albero di trinchetto, quello a prua della nave e che vi aveva trovato altre strane parole che indicavano le varie parti di una barca, babordo, tribordo, la randa, il timone, la coffa, sì la coffa gli era subito piaciuta, una gabbia di legno posta in cima all’albero maestro, dove uno dei marinai stava di vedetta ad avvistare navi da assaltare o isole dove sotterrare i tesori. Simona disse che a lei piaceva tanto sfogliare l’atlante di suo padre e che aveva conosciuto attraverso le cartine dell’Asia cos’era e dov’era il Pamir, un posto tutto monti che faceva da cappello all’India, sì quel paese triangolare infilato proprio sotto al continente. Samuele aggiunse la sua e così fece anche Daniele e Rita e Giorgia e Flavio, insomma tutti raccontarono a modo loro come erano arrivati a conoscere così tante e svariate cose, ognuno in modo diverso solo che Andrea si rese conto che tutti avevano appreso quelle notizie dai libri, di racconti, di figure, di storia o di storie ma comunque da libri quelle notizie erano arrivate. Non chiuse occhio per gran parte della nottata, pensando e ripensando a ciò che era accaduto quella sera, poi nel buio della casa, in punta di piedi, tornò in salotto, si arrampicò sul mobile fino ad arrivare a quello, fra i libri ordinatamente collocati sui ripiani, che gli sembrò più adatto per iniziare. Dopo aver sfogliato pagine su pagine, sempre più appassionatamente, si addormentò con un sorriso sulle lebbra e con Atlante geografico fra le braccia e in quella posizione il mattino dopo lo ritrovò, con immensa e soddisfatta sorpresa la mamma Laura la quale corse immediatamente a comunicare la finalmente lieta notizia a Salvatore. Ma il più felice di tutti fu sicuramente Atlante geografico che quella mattina, appena fu riposto potè raccontare la sua elettrizzante esperienza a tutti i suoi amici libri.

<Sapeste che emozione> cominciò Atlante geografico con voce tremante <quando mi ha afferrato con le sue piccole dita, poi mi ha stretto al petto e siamo corsi ad infilarci sotto le coperte, ha iniziato a sfogliare le pagine ed ogni volta per lui era una vera sorpresa poter vedere foto di luoghi lontanissimi o leggere sulle cartine i nomi di posti impronunciabili. Alla fine si è fatto tardi ed eravamo così stanchi che ci siamo addormentati con la luce accesa ma è stata un esperienza straordinaria, non riesco a tener ferme le pagine e se è per questo nemmeno la copertina>

<Che fortuna che hai avuto> disse Mondi nello spazio <chissà se anche a noi toccherà tanta buona sorte?>

<Già, chissà se anche noi potremo giocare alla lettura con il piccolo Andrea, così da insegnare a lui ciò che sappiamo> aggiunse Il teschio dei Caraibi.

<Speriamo che si interessi anche a noi e che finalmente ci legga, non siamo fatti per fare i soprammobili noi, uffa vogliamo crescere, insegnare, e imparare> continuò Mostri e mostrari insieme a tutti i libri, libretti e raccolte di racconti che si agitavano impazienti sulla libreria fra soprammobili, vasi e orologi.

<Tic toc tic toc, prima o poi verrà il momento, tic toc tic toc, prima o poi verrà per tutti, tic toc tic toc, prima o poi la curiosità e la fantasia lo faranno crescere e Andrea continuerà a chiedere aiuto a chi glielo potrà dare, tic toc tic toc e allora conoscerà, eh se conoscerà e non potrà smettere più!> sentenziò Orologio di pietra e continuò imperterrito a scandire il tempo che passava.

Andrea si gettò letteralmente a capofitto tra i suoi libri, ne fece una vera e propria un’allegra scorpacciata e in un battibaleno se li lesse tutti, imparò ad usare l’atlante ed a mettere i segni alla pagine più avvincenti, in modo da ritrovarle immediatamente, quando ogni tanto voleva rileggere i momenti più spettacolari di ogni storia. Laura e Salvatore erano veramente entusiasti, oltre a quelli della libreria Andrea prese confidenza, finalmente, anche con quelli di scuola ed i suoi rendimenti cominciarono a migliorare sostanzialmente. Furono acquistati altri libri, anzi Andrea andava da solo in libreria e sceglieva quelli che lo attiravano più, altri li scambiava con gli amici e ogni tanto si ritrovavano tutti insieme a casa di qualcuno a guardare la televisione e gareggiare a chi riusciva a rispondere alle difficili domande dei quiz oltre che chiaramente a guardare gli amatissimi e divertenti cartoni animati.

Finalmente sul mobile di salotto regnava l’allegria assoluta, i libri letti o in attesa di passare sotto gli occhi desiderosi di conoscenza di Andrea parlottavano fra di loro concitatamente, chi raccontava delle emozioni provate e fatte provare al piccolo lettore, chi narrava le sue storie e chi raccontava delle esclamazioni di Andrea o delle espressioni di sorpresa o di paura che il ragazzino si era lasciato sfuggire nei momenti più avvincenti dei vari racconti.

<Eravamo nella foresta fitta fitta e quando è balzata fuori la tigre anche Andrea ha fatto un gran balzo, manca poco che cadiamo tutti e due dalla sedia> raccontava Avventure nella jungla.

<Sapessi allora che salto ha fatto quando d’improvviso, mentre tranquilli tranquilli camminavamo nel buio della città, il mostro ci è sbucato proprio davanti, io tremavo tutto e Andrea mi ha chiuso, ha acceso tutte le luci di casa e poi è tornato per finire il racconto> ricordava Il mostro nel buio.

Adesso ogni libro condivide piacevolmente con gli altri l’emozione della propria storia e insieme seguono con apprensione le vicissitudini dei vari protagonisti fino al lieto fine che, immancabilmente, lascerà tirare un gran sospirone di sollievo a tutti quanti. Atlante geografico, Il teschio dei Carabi e gli altri sono finalmente riusciti nella loro impresa e felici, soddisfatti e trionfanti, tra una lettura, un racconto e un emozione, si sistemano comodi sulla loro mensola e ogni pomeriggio, pop corn e patatine a portata di pagina, guardano anche loro un bellissimo cartone animato alla TV.

Fumata bianca

<Sai perché le macchine vecchie tossiscono quando le metti in moto?> chiese Matteo al nonno Rosario, il quale rimase sorpreso e non seppe come controbattere.

<Perché fumano> lo apostrofò il nipote.

Ogni sera al ritorno dal lavoro Rosario parcheggiava la macchina nel garage, infilandola, con estrema abilità e a marcia indietro, nella stretta apertura della vecchia rimessa, tanto che in trent’anni di rientri dal lavoro non aveva mai fatto un graffio a nessuna delle auto che aveva posseduto. Quella che guidava adesso era una berlina rossa a quattro sportelli, aveva sedici anni ed era riuscita a passare indenne la prima revisione nonostante gli acciacchi dell’età. Milva la chiamava, lui che della cantante, a sua volta soprannominata la Rossa, era sempre stato un estimatore e rossa era la sua automobile e anche con quell’aggettivo la vezzeggiava mentre con panni morbidi la lustrava o la spolverava. Se ne andava in giro parlandoci e chiamandola affettuosamente per nome, Milva appunto. Da quattro anni Rosario era in pensione ma non aveva perso l’abitudine di togliere Milva dal garage ogni mattino, per poi farvela rientrare ogni sera con quella sua precisa manovra a marcia indietro. La metteva in moto e Milva quando poteva faceva rombare il suo motore al primo giro di chiave altre volte aveva bisogno di un po’ di carezze, poi rimanevano qualche minuto all’interno del garage per permettere al motore di scaldarsi un poco prima di cominciare la girata quotidiana, neanche fosse un pilota di formula uno e chiedesse alla povera Rossa chissà quali prestazioni. Rosario si limitava infatti a scorrazzare tutto il giorno su e giù per il paese, prima il giornalaio, poi i giardinetti, poi andava a prendere i nipoti a scuola a volte accompagnava la moglie a fare spesa e poi accomodava con cura i sacchetti pieni di acquisti dentro la capiente bauliera, sempre linda, sempre pulita, fuori e dentro, una volta alla settimana o la lavava lui stesso o la portava all’autolavaggio, non quello automatico con le spazzole, con quelle stramaledette ruzzole rischiavano ogni volta di graffiargli la carrozzeria. No, lui la portava dal suo amico Nello che la lavava a mano, con un morbido panno in pelle di daino,  sintetica. Saverio non era innamorato della sua auto, però ci teneva molto e dopo il pensionamento era diventato un passatempo e un utile mezzo con cui far fronte ai tanti e svariati obblighi di cui fra moglie, figli, nipoti e amici era riuscito occuparsi. Rosario non era mai stato un grande pilota, sarebbe stato uno di quelli che un tempo venivano spregevolmente soprannominati “Guidatori della domenica”, cioè quelle persone che non utilizzando mai il loro mezzo nei giorni lavorativi, quando la domenica portavano in giro la famiglia non erano in grado di esibire una rispettabile capacità di guida e solitamente intralciavano il traffico o per la ridottissima velocità con cui si spostavano o perché le manovre eseguite erano di quelle che facevano mettere le mani nei capelli agli altri automobilisti. Ecco, Rosario era un guidatore della domenica tutti i giorni, un guidatore della settimana insomma. Raramente riusciva a mettere la quarta e la quinta ormai non sarebbe più entrata, tanto ne era passato di tempo da l’ultima volta che aveva ingranato quella marcia, lo si riconosceva da lontano proprio per questo, il rumore che la Rossa faceva ed il gran fumicone, con relativo cattivo odore che produceva, era inconfondibile e la gente avvisata dal rumore e dall’odore faceva in tempo ad evitare l’incontro o lo scontro con lui. Insomma voleva molto bene a Milva e la accudiva come una figlia, ma non era un pilota e tanto meno un meccanico e di motori proprio non se ne intendeva.

Nel garage non trovava posto soltanto la Rossa, c’erano anche tante cianfrusaglie, un po’ come in tutte quelle stanze che prima o poi vengono ad assumere la sola funzione di ripostigli e dimenticatoi e oltre a stracci, aggeggi e ammennicoli vari, trovavano posto in garage la Bicicletta da donna di Rosa, la moglie di Rosario, lo Scooter del figlio Fausto, il Monopattino del nipote Matteo, la Lavatrice, gli Arnesi da giardino e tutte le altre cose inutili ma mai gettate che rimanevano ammonticate un po’ qua un po’ la, senza fissa dimora. I poveri abitanti del garage erano costretti ogni mattino ed ogni sera ad una razione di fumenta tutt’altro che terapeutiche. In quei pochi ma terribili minuti, in cui al mattino Rosario faceva riscaldare il motore e in quelli che gli erano necessari per parcheggiare la macchina alla sera, riusciva ad intossicare tutti gli inquilini del garage tanto che questi fra un colpo di tosse e una lacrimata se la rifacevano con Milva, causa incolpevole di tanto danno ed ogni sera al suo rientro la tempestavano di rimproveri.

<Ma tu guarda questa> si faceva sentire Bicicletta da donna <guarda che io gia me la prendo quando esco da qui la mia dose di gas di scarico, non c’è bisogno che tu mi inondi con quel tuo fumo denso e puzzolente!>

<Ma… io veramente… ma… guarda che…> provava a rispondere Milva subito interrotta.

<Ah ma guarda che impertinente, prova a difendersi> riprendeva Bicicletta da donna <io quando esco da qui sono costretta ad attraversare una jungla di gas di scarico, prima di arrivare finalmente al parco e poter girellare tranquillamente tra il verde, i profumi dei fiori e i bambini che schiamazzano, ah come mi piacciono i bambini che giocano nei prati. E tu invece cosa fai, dovunque tu vada spargi codesto fumichio nero e puzzolente su tutto e su tutti, ah non hai proprio scusanti, per niente!> concludeva tutta indispettita.

<Ma… veramente… guardate che anche io…> provava a replicare la Rossa.

<E io allora, cosa dovrei dire io> intervenne Lavatrice <mica sono fatta per andare a giro, non dovrei neppure sapere cos’è lo smog, invece ogni mattina ed ogni sera senza errore e senza fallo, brummm brummm si sveglia questa e mi spernacchia il suo fumo maleodorante dritto dritto nell’oblo, oh guarda che io non te lo posso pulire il tuo gas di scarico, sudicio è e sudicio te lo lascio. Eppure anche io ho il mio bel motore ma il mio va ad elettricità e non fa fumo, non spruzzo robaccia in faccia agli altri, io!>

<Io un motore ce l’ho> disse con fare superiore Scooter <ma non faccio né tutto quel fimo né tantomeno la gran puzza che fai tu, io sono catalitico e con il mio motore pulito non inquino e non do noia a nessuno, non come te fuffuffu fuffuffu e spargi cattivo odore, benzinaccia e olio bruciato dappertutto!>

<E nessuno pensa a me> fece la vocina di Monopattino <anch’io non inquino e sono fatto per l’aria aperta, quella pura e pulita delle piste e dei giardinetti e poi io non do noia a nessuno, perché mi butti il tuo brutto fumo negli occhi, mi fai sempre lacrimare, ecco ogni volta va a finire che piango per colpa tua sniff, sniff>

<È vero, è vero> si fecero sentire gli Attrezzi da giardino e tutti gli altri <tu ci fai sempre piangere tutti, è l’ora che tu la finisca!>

E così ogni sera, al rientro nel garage, Milva era costretta a sorbirsi i rimproveri e gli improperi dei coinquilini e un po’  il suo carattere da bonacciona un po’ la timidezza, le avevano impedito fino ad ora di rispondere a tono alle accuse che le venivano rivolte. La più scontenta però era proprio Milva che di quel tossire e sfumacchiare non ne poteva davvero più. Non era di certo colpa sua se Rosario aveva cura del suo aspetto ma non del suo cuore meccanico e la poverina più che funzionare male, traballare e far fumo non aveva altri mezzi per far capire al suo padrone che c’era qualcosa che non andava e non sapeva davvero come persuadere gli altri della sua innocenza fino a che una bella sera prese il coraggio a quattro ruote e fra una ramanzina di Lavatrice e un rimbrotto di Bicicletta da donna Milva intervenne decisa e racconto a tutti come stavano davvero le cose.

<Adesso basta!> cominciò con un cipiglio che sconvolse tutti quanti <io non ho nessuna colpa di tutto questo, sono sedici anni che servo fedelmente il mio padrone e lui ha molta cura di me, solo che non ha ancora capito che sotto il cofano ho un motore e che questo motore va curato tanto e anche più di quanto si ha cura della carrozzeria e degli interni. Lo so che emetto un gran fumo nero e che faccio tanta puzza per questo e che per di più i miei gas sono nocivi e pericolosi ma io non ne ho alcuna colpa, ho provato in tutti i modi a farglielo capire, a volte non mi metto in moto la mattina, altre faccio scossoni, traballo, sussulto, davvero ho provato di tutto ma non sono proprio riuscita a farglielo capire e in più ogni sera mi tocca sorbirmi le vostre lamentele, fumo di qui, puzza di là, lacrime su, smog giù, uffa non ne posso proprio più. Io sto male, sono tutta intasata, avrei bisogno di un tubo di scappamento nuovo per poter finalmente respirare per bene e lasciar respirare anche gli altri e invece niente e voi brontolate me!>

A questo punto nessuno ebbe il coraggio di replicare e nei giorni seguenti ad uno ad uno tutti i garagisti chiesero scusa alla Rossa Milva, nessuno aveva parole che riuscirono consolarla e tutti si preoccuparono per lei ma d’altra parte loro non potevano fare niente e in più si dovevano sorbire incolpevoli la puzza, il fumo e l’inquinamento. Non rimaneva che aspettare sperando che qualcosa potesse cambiare e che Rosario finalmente infilasse la testa anche sotto il cofano invece che soltanto sotto il tettuccio.

L’attesa per fortuna non duro ancora molto e venne incontro agli abitanti del garage un aiuto del tutto inaspettato. Furono emesse numerose modifiche al nuovo codice della strada e fra queste ce n’era una la quale imponeva che anziché ogni dieci anni, le automobili dovessero sottostare ad una revisione più frequente e che dopo la prima ne dovesse esser fatta una ogni biennio, inoltre tutte le automobili controllate da più di due anni dovevano essere immediatamente sottoposte ad un nuovo e più severo esame. Rosario, sorpreso e indispettito, si informò presso il suo meccanico di fiducia il quale gli confermò il tutto e gli offrì la sua collaborazione per far sì che Milva riuscisse a passare anche questo nuovo esame, così il meccanico comincio a guardare di qui e ad osservare di là finchè apostrofò malamente Rosario, aveva una gran bella macchina e la teneva molto bene fuori ma sotto il cofano era proprio un gran macello, non sapeva da dove cominciare, ci sarebbe voluto tanto lavoro questa volta per assicurare la promozione alla Rossa, eh sì Rosario era stato attento alle apparenze e si godeva la sua bella auto rossa sfavillante ma il motore era molto malato e il tubo di scappamento era tutto otturato, lo avrebbe dovuto cambiare sicuramente.

Alla fine dei lavori il meccanico presentò a Rosario un conto chilometrico tanto che gli fu necessaria l’auto per andare in fondo a leggere il totale. Certo, sottolineò il meccanico, che se avesse avuto un po’ più cura del motore di Milva tutte quelle spese non sarebbero state necessarie, meglio una piccola ispezione ogni tanto che dover correre ai ripari quando ormai i guai sono stati già fatti. Rosario pagò, prese il rimprovero e si ripromise che avrebbe fatto dei controlli periodici alla sua bella macchina, non solo lavaggio e lucidatura, non solo aspiratura della polvere tra i sedili e nel bagagliaio, d’ora in poi avrebbe fatto guardare a chi se ne intendeva più di lui, anche dentro il cofano, motore, pompe, carburatori e filtri erano importanti quanto e più della scintillante carrozzeria della Rossa, aveva imparato davvero una bella lezione a proprie spese e che spese, Rosario era già arrivato a casa a bordo di Milva con il conto in tasca e il totale era ancora in officina che aveva da partire.

Arrivò a casa sconsolato ma pieno di buoni propositi, posizionò l’auto con la parte posteriore verso il garage ed entrò a retromarcia, lentamente e con la solita puntigliosa attenzione, tutto sarebbe apparso esattamente come sempre se non fosse stato per l’insolita mancanza dei fumiconi che accompagnavano ogni partenza ed ogni rientro della Rossa. Scese dall’auto chiuse il portone di ingresso e dopo aver dato la buonanotte a Milva spense la luce e sparì dietro la stretta apertura che comunicava con la casa. Per un attimo vi fu silenzio, poi Lavatrice e Scooter confabularono brevemente fra di loro chiedendosi cosa mai fosse accaduto, l’auto che mancava da due giorni era rientrata senza spargere intorno tracce della sua presenza, sembrava proprio lei ma c’era qualcosa di strano, cos’era accaduto alla solita puzza che si portava sempre dietro e tutto il fumo intossicante che emanava, dove era stato succhiato via. Anche gli Attrezzi da lavoro si aggiunsero alla piccola riunione e proprio quando ebbero deciso che qualcuno avrebbe dovuto informarsi in proposito, Milva parlò e lo fece con un tono tutto nuovo.

<Buonasera cari amici> iniziò con il suo nuovo timbro di voce, squillente e melodioso <salve, beh cosa c’è, non avete niente da dire? Siete rimasti tutti, finalmente a bocca aperta? Sono proprio contenta per voi ed anche per me, alla fine ci sono riuscita…>

<Ci sei riuscita?> chiese Bicicletta da donna <E come hai fatto, come si è convinto il padrone a porre rimedio a tutto quel fumo senza arrosto?>

<Sì, come l’hai convinto? E a te cos’hanno fatto per ridarti questa voce da soprano, che sembravi un trombone stonato fino a due giorni fa?> chiese Monopattino.

<Sì sì, dicci dicci, cosa è successo su dai racconta> domandarono tutti in coro.

Milva prese a fare il resoconto delle sue fortunose avventure in officina, la nuova legge, il meccanico, i pezzi sostituiti e perfino il lunghissimo conto che Rosario era stato costretto a pagare a causa della sua negligenza e disattenzione. Finalmente adesso le uscite del mattino ed i rientri della sera non avrebbero più causato occhi gonfi, raucedine e lacrimoni a nessuno e non ci sarebbero state fumicate nere a ricoprire di smog e di veleni gli abitanti del garage. Lavatrice cominciò allora a mandare la sua centrifuga a tutta velocità per festeggiare degnamente la nuova voce della Rossa, il nuovo tubo di scappamento catalizzato e soprattutto la nuova atmosfera che aleggiava all’interno del garage, Bicicletta da donna partecipò alla festa scampanellando a più non posso, Monopattino si mise a girare vorticosamente per tutta la stanza e Attrezzi da lavoro sbatacchiavano fra di loro le parti metalliche sì che alla fine ne venne fuori una sorta di melodia confusionaria a cui non poterono fare a meno di unirsi Scooter con le sue trombe e tutti gli altri ospiti della rimessa e di certo non rimase fuori dai festeggiamenti Milva che si fece sentire a tutti con il suo clacson e con il nuovo sussurrato, ritmico, rombo del motore. I festeggiamenti andarono avanti per tutta la nottata e furono così rumorosi che anche i vicini si affacciarono alle finestre, chi per controllare, chi per brontolare, chi impaurito per ciò che poteva essere successo. Fino all’alba si sentirono rumori nel garage di Rosario, poi ritornò una nuova serena quiete che avrebbe albergato nel garage per molto, molto, molto tempo.

Da allora infatti nel garage tira un’aria decisamente migliore per tutti.


5 MARZO 2001

 

7

Capitale, aggettivo – Teologia - peccati capitali, sette vizi considerati radice dei peccati più gravi: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia.

7

Non ho fatto altro che vederli

intorno a me

mentre bocche più grandi dei miei occhi

cercavano di spiegarmi

che non avrei dovuto farli.

Mi hanno fatto leggere libri

che ne erano pieni

raccontato storie

che li narravano e li celebravano

e mi hanno ricordato ancora

che non avrei dovuto compierne.

Li hanno stesi su di un tappeto rosso

lungo fino a me

lasciando

che ad ogni passo

si posassero lievi come piume

per quanto invece gravi

avrebbero potuto essere.

Li hanno fatti passare sotto i miei occhi

rendendoli ridicoli

insulsi, semplici

appunto veniali

per quanto complessi

tragici, malati

appunto capitali

invece fossero.

Li ho fatti miei

come ognuno di noi

li ho compiuti, fatti, pensati, agiti, osannati

mi hanno fatto urlare

come un vampiro nella nebbia

e ancora odo le mie grida

di soddisfazione e goduria

per ogni volta

che su quel tappeto rosso

di sangue e di vergogna

ho compiuto passi

raccogliendone uno.

Me li avete fatti desiderare

bramare, volere, pretendere

me li avete lasciati compiere

insieme a voi vigliacchi

che con una mano indicavate la retta via

e con l’altra porgevate a me

gli ori della mente

potere, piacere, importanza, gloria

compiacimento, oblio e pigrizia

ed io distratto e stolto

come ognuno di noi

me ne sono cibato abbuffandomene

ricordando a voi di starne a dieta.

Adesso navigo danzante

fra le maree

fra la disperazione e la rabbia

per aver lasciato

che ogni umana tentazione

si cibasse di me

e con una mano indico la retta via

e con l’altra porgo

a chi passa

gli ori della mente altrui

a tentarli sadico

come un demonio qualunque

mentre dentro di me combatto

per aiutare me e te a depredarli tutti

della loro inutile sostanza

che non si tocca e non si sente

e che non serve a niente.

Superbia, (latino superbia) – stima eccessiva di sé ostentazione di un’alterata e più o meno presunta superiorità – Teologia – il primo, per gravità, dei sette peccati capitali, consistente nell’amore disordinato di sé che mira a porre in evidenza la propria persona fino a disconoscere la dipendenza da Dio.

            Superbia

Sto

come re sul trono

tronfio

alla mia balconata

sotto il sole cocente

che rende rubiconde

le mie già paffute guance

e lascio beato

che le mie gesta insulse

sfilino dinanzi a me

ed all’umanità tutta

a mostrar la gloria che le risplende

come olio di gomito

che ha lustrato le armature

che a guardarle adesso

accecano.

E bene sia che accechino anche gli altri

che ciechi

si prostrino ai miei piedi

io che sono e fui

e che per sempre rimasi

ignaro

che domani l’ossa mia

diverranno la polvere più minuta

che il vento abbia spazzato via lontano

e che di me non si ricorderà nessuno

per quanto sia sembrato a me

d’aver fatto cose e compiuto gesta

che avrebbero dovuto essere scolpite nella pietra

ignaro ancor di più

che pure la dura pietra si consuma

sotto lo stillicidio dell’oblio e del tempo.

Eppure mi vestii con panni d’oro

declamai versi, feci musica, comandai e possedetti

e tutti s’inchinavano dinanzi a me

che il solo loro gesto m’ingrassava dieci chili

per ogni schiena che si piegava

ed io credetti d’esser meglio di ognuno di loro

e di aver tanto fatto acchè loro avessero da ringraziarmi

lodarmi, benedirmi ed esaltarmi

sì che con loro m’esaltai

e al pari dell’Unico mi sentii

e con tal potere dettai leggi e feci oltraggi

perché solo io lo potevo e volli.

Adesso misero che sono

vago

non d’una disperazione sola

ma d’ogni granello che m’appartiene

piango e soffro per centomila

quant’io credetti di valere in vita

ed ora rimpiango

d’esser l’ultimo dei diseredati

che mai per caso

chinarono la testa dinanzi a me

e che adesso per centomila granelli

volano di letizia e di pace

che non mi fu mai data in vita

perché la ritenni grama gioia

e che non conquistai con la morte

perché gramo son’io

che vago ancora per il buio

a cercare la miseria pia senza lanterna.

Avarizia, (latino avaritia) – eccessivo desiderio di non spendere, avidità di denaro cupidigia – Teologia -  vizio che si oppone alla comune norma secondo la quale i mezzi devono essere subordinati al fine ultimo, sopravvalutazione dei beni terreni a disprezzo di quelli soprannaturali.

            Avaritia

Serrata

in dentro alla saccoccia mia

stretto lo nodo che impedisca

anche al più spensierato dei pensieri miei

di cogliermi distratto e spenderesolo anche una parola

ma che dico, un alito

senza pensar ch’è meglio non lo fare

che di gente con le mani tese

ce n’è a frotte

chi chiede l’elemosina

chi venderebbe tutto

anche la moglie

a poco prezzo, a offerta.

Ma lo migliore acquisto

tanto rimane quello

che lo presi allora

e ancora non l’ebbi pagato

che a averne di soldi

ne troveresti un turbine di gente a chiedere

ma è meglio stare attenti

colle maniche strette

sì che neanche una stilla di sudore ne vada persa

della fatica mia.

La meglio poi che sento

è quella che m’impone

non solo di non comprar pagando

ne donar dei miei guadagni o delle cose mie,

magari le più brutte e vecchie

che voglia di gettar n’avrei

ma poi chi mi vestirebbe domani

se abbandonassi oggi la vecchia palandrana,

non donerai giammai, che tetro verbo a nominar,

manco una buona parola per qualcheduno

manco un pensiero.

Tutto ho a tener per parte mia

e tutto porterò con me ovunque vada

e non avrò pietà

di chi abbisogna di un cantuccio di pane

di un tetto o di una mano a fare dire o costruire

non sia mai detto che qualcuno dica

ch’io mai qualunque cosa abbia dato.

E di tante ricchezze io me ne fò vanto

di quanto ho e di quanto ho da avere

e mi sia sveltamente dato

che il debitore sia un misero, un borghese o una banca

che i titoli sian solidi, azioni o obbligazioni

che i giochi in borsa portino a me

più di quant’io possa mai immaginar di spendere,

che poi mai li spenderei,

non in una vita ma in duecento

e quando all’ammasso avrò tutta la roba

la porterò con me fin nella fossa

che voi immeritevoli

non ne abbia a godere manco se mi son morto

e come un falco che ghermisce un lepre

così stretta mi terrò la borsa nella fossa mia

che mi sarà scavata.

Ma ora che in quella fossa già ci misi un piede

mi ritrovai pieno di cose, denari, averi, poderi e titoli

sì che non avrei bisogno della terra

per rimanerci sotterrato

e sento che mi manca

tutto quello che non ho mangiato

perché costava

e i posti dove non andai

perché c’era da pagar biglietti

e di gente intorno a me feci vuoto di spazio e di amore

quell’amore che m’hanno detto

scalda il cuore e l’animo

sì che di freddo ne sento adesso

in questo buio castello ove rinchiusi me

la mia solitudine e la tristezza

che se anche ne avessi a bruciar di cose

non scalderebbe il foco come l’elemosina,

che solo adesso,

andrei a fare a quel poverello

ch’è ormai degli angeli di fame deceduto

prima che io pensassi mai

d’infilar la mano in tasca.

Lussuria, (latino luxuria) – brama sfrenata di piaceri sessuali – Teologia -  piacere sessuale direttamente desiderato conseguente ad un atto non ragionevolmente giustificato.

             Luxuria

Nuda

distesa su comodi cuscini

e ricoperta appena

di candide lenzuola immonde

che ove non mostrano le carni spudorate e desiderate

lasciano che si veda in per traverso almen le forme

che ammiccano insicure e lascive dall’alcova

che quando non fu più d’amore

lo fu solo per la voluttà e per la carne.

Nasce in me da chissà quali remoti ricordi

quando fanciullo mi cibavo

suggendo da mammelle materne la polpa della vita

o ancora prima

quando da quelle labbra spalancate

me ne sgusciai fuori non sazio

ma ancora di più affamato

di quelle labbra stesse che mi generarono

e non fu l’amore che mi riportò a loro

ma la voglia di mescolare il corpo mio

con quello di una femmina

di mischiar con essa odori, suoni e grugni

dei godimenti che i corpi nostri avessero a donarci

e rotolar con lei sotto lenzoli, insulle scale e in ogni luogo

che anche se non apparisse ad occhi innocenti

fu per me adatto a divenire alcova

non di carezze platoniche ma di violente mani

che s’andassero a infilare dentro pertugi scuri

celati a chi non si conviene.

Di tanto porcile n’ebbi infine il corpo pieno

anche se mai fu sazio di conquistar donzelle

d’ogni regione e colore e ancor di più d’ogni età

dalle più vecchie e profanate dame

esperte e altrettanto vogliose

alle più innocenti fanciulle e ancor di più bambine

che avessero a stuzzicar pensieri miei maligni

che come navi scalcinate naufragano nella testa mia

fino a bramar, chissà, per non aver perduto nulla

di fonder le mie forme con altri uomini

imberbi o nerboruti

che m’avessero a pigliare o a me si concedessero.

Infine, ancor mai sazio

ma stanco e soddisfatto

di ogni goduria e d’ogni piacer carnale

m’addormentai  solo

come neanche un cane con la rabbia sta

e rovistai tra le lenzuola sporche

delle mille pennellate date

che come pittore sopraffino spalmai senza ritegno

e senza sapere che tutto quel sortire fuori

altro non era che un buco

che stava in dentro a me

povero d’amore

che non mi fu mai dato e che non seppi cercare

e adesso vecchio e malandato

guardo quei corpi chiari nella televisione e alla finestra

e penso che a me nulla han lasciato

se non la voglia di un sorriso, di un pianto e una carezza

data da una madre al bimbo suo mentre sonnecchia nella culla

ch’è però pronta a divenir domani alcova d’amore sano

o di pestilenza infame, inutile e cialtrona.

Invidia, (latino invidia) – sentimento di rancore e di astio alla vista della felicità e dei vantaggi altrui – Teologia – tristezza provocata dal bene altrui ingiustamente intesa come eclatante dimostrazione della propria inferiorità a prova di ingiustizia subita.

Invidia

Mi passano davanti superiori

come se lor più di me

ne avessero di chissà cosa

dentro a lussuose automobili lucide ed enormi

diretti alle loro auguste dimore di quaranta stanze

mentre distrattamente

poggiano gli stanchi sguardi

sopra orologi di ori e diamanti

che brillano alla luce del giorno quanto lo fan di notte

riflessi nei luccicar dei loro averi.

Specchiano il bianco e candido sorriso

di dentature molate a mano da architetti della bocca

che glie ne forniron di novelli

per meglio apparire in società.

Si avvolgono al caldo di pelli di animali

che dalla Tundra o di Siberia camminaron tristi

fin sulle loro spalle, in su quel corpo

sagomato con lo scalpello e con il bisturi

pittato da artisti e declamato in versi vani da scrittori

quand’io non potrò mai averne

né di pelli con cui rivestirmi

né di corpi mirabili e pregiati

da ammantare con cotanta bambagia pelosa.

Per questo solo, per così misera cosa

io nulla potei se non odiar loro e odiarne la condotta

e nel contempo bramare d’esser loro stesso

o di poterne almeno vivere la vita facile e placida

colma di agi e frivolezze

a contar li denari che si tengono nascosti o manifesti

dentro banche sicure o dentro scrigni d’oro

che solo il cofanetto potrebbe dar la gioia e lo sostegno

alla grama vita mia.

Ne voglio e ne pretendo

e scambierei la pellaccia mia vizza

con la loro sì scura di soli artificiali e viaggi in alto mare

e scambierei i mie conti da pagare

con quelli che hanno in cassaforte

i loro nomi sui libri e sui giornali

la fama che li copre e li riveste

di cui non posso far altro che sbavarne di malata voglia

sì, ché alla fine gli altri

sempre meglio che a me furon dotati,

le più belle donne e le migliori idee,

le fortune e le occasioni ghiotte

che se ne cibano senza badare al caso

mentr’io mi getterei a caporifitto.

Guardo i loro occhi, i loro capelli,

la loro vita e le loro vacanze

e non c’è meglio che volerle per me

ed ogni mattina mi alzo prima del sole

con il tormento in mano

bramando i loro tempi, i loro riposi,

i lavori puliti, le piste e le sigarette truccate

da fumarsi in pace in un angolo di bar

mentre a me tutto questo è proibito

perché non lo potei arrivare, perché

nelle misere mie tasche

e nella grinzosa anima che m’accompagna

potei guardare fino a fondo senza di nulla trovare.

Allora glie ne darei di foco

ardarei loro e il mondo intero

pur di avere quel che loro n’hanno

e che io non potei mai giungere a sapere

li violento nella mia insana mente e li uccido

per far sì che manco loro abbiano a goder di ciò

che a me è vietato di conoscerne il sapore

e manco l’odore.

Brucio loro e le loro menti

per tutto ciò che sono riusciti ad avere ed io no

per quel che sono riusciti a fare, a dire,

a sapere, a conoscere e ad urlare

ed io no.

Mi misuro allora

con l’ultimo degli sfortunati della terra

fino a scovar che anch’egli

è più giocondo di quant’io lo sia mai stato

sì che alla fine, ne provo ghigno pure per lui

e mi ritrovo perso, misero e solo. 

Gola, (latino gula) – forte desiderio, bramosia – Teologia – appetito disordinato di cibi e bevande.

                  Gula

Non fu la fame

che mi fe’ indugiare nella scelta

quell’attimo di più

perché il dilemma era soltanto fra il prima e il dopo

se avessi ad ingoiare avanti

un cannolo ripieno di delizie e poi una sfoglia

coperta di glassa e caramello

o se meglio fosse l’incontrario.

Non era l’appetito che mi fece avvicinare al banco

a rimirar preziose e luccicanti

le gioie che l’artista di cucina ebbe compiute

e messe in bella mostra

dietro un vile contrafforte di vetro

a separarle dalla mia mano, grassoccia e tremula

che ancora non riusciva a sceglierne

mentre i piedi paffuti sotto le gambe tozze

pareano saltellare come quelli di un bimbo bramoso

quant’io sarei, dinanzi ad un gelato porto

ma non voluto dare.

La voglia incontenibile

di gettarmi su tanta delizia

scatena la mia lingua

che impaziente di assaggiare qualsivoglia delicatezza

percorre avanti e indietro la murata delle mie labbra

come sentinella in attesa di veder lontano

o meglio vicino

ciò che gli fu ordinato di annunciare.

La mia faccia si confonde in una smorfia

che mi rende pari all’animal

che grufola di ghianda in ghianda

e come lui io me m’ingrasso

non solo di lardo, di dolcetti e cibi cotti

ma anche della morbosa delizia

di saper che ciò che m’introdussi in sacco

dalla bocca di qualcun altro di sicuro lo cavai fuori

e nulla avrei mai speso di me

per dare ad altro stomaco

quel che avrei potuto mangiar io.

Come porco sullo spiedo gira

io vagolo la vita che mi gira intorno

come navigatore sperso all’equatore

e m’abbrustolisco le carni marce di fuori

quanto le ebbi dentro

loro insieme all’anima mia

che mai si degnò di chiedermi distratta

se io n’avessi di bisogno

o se di tale ingurgitare foss’io schiavo

nella malefica illusione

che nell’incorporare tutto

divenissi io padrone

di chi per me n’avea preparato

mentre bavoso e flaccido degli anni che ho passato

mi ritrovo io ad esser servo della fame mia

che avea da riempir dei stomaci

che a mettercene roba ce ne voleva

perché quei sacchi vuoti

non eran nella pancia mia grassa e beata

ma nell’anima cieca, vile e sbandata.

Ira, (latino ira) – moto dell’animo improvviso e violento che si rivolge contro qualcuno o qualcosa suscitato generalmente da offese altrui – Teologia - indebito e violento desiderio di vendetta, di condanna o di punizione.

                  Ira

Monta

e come cavallo furioso galoppa

per valli tormentate e colli impervi

come se se ne andasse in pace al trotto

su di una pista piana e ben battuta.

Mi trascina

fantino ignaro delle profondità in cui mi può menare

verso lande sconosciute ove gridar

è l’arma per far intender se e le proprie ragioni

cieca mi conduce a combattere guerre e devastar paesi

a schiacciare gli amici come i peggior nemici

a calpestar l’amore mio e della dama

per cui lo cuore mio ne batte.

Ed in un turbinar di parole rosse e schiaffi

rode di gelosia, rode di supremazia e di inutilità

irrompe nell’animo lieve e fa scompiglio di ogni affetto,

di ogni ricordo, di ogni lacrima versata

tramuta le risa in ghigno malefico

scuote come tremoto

sì che la voce mia poi s’altera e diventa come il tuono

rombando a destra e a manca

che pare lo Dies Ire

tanto funesta e scura

vibra sopra le genti e sopra il mondo intero.

La gente poi ti teme e ti ribrezza

che non si può fidare

di chi se ne fa prender spesso e a malo caso.

C’è poi quella dei giusti

che pure il Figlio del falegname

la scagliò contro a coloro che gli invasero la casa

ma quella e di disperazione

per la parola che se n’andò perduta

non udita da genti che altro avevano a pensar

che non pregare ma ordire biechi affari in suolo sacro

e guadagnar monete da celare.

Nefasta, inutile e volgare

mi prende a volte per le più semplici cose della vita

come uno spillo

che anziché pender da una parte

va dall’altra contrario al voler mio e al mio interesse

così m’impadronisco del sapere

con piglio scuro l’ammonisco e lo scaravento via

sì che capisca che chi comanda qui

è chi di voce ne ha da vender e assai.

Sempre n’arriva

per cose contro noi

talvolta a nostro inciampo

talvolta a nostra colpa

ma d’ogni azione che ho visto fatta per sua mano

contro un uccellino, contro la vita o contro l’uomo

con un cannone, con la bomba o con la carezza in mano

mai ne ho veduta una

che abbia risolto vite, questioni o lazzi

senza che poi se ne sia discusso

ai tavoli dei potenti o dinanzi ad un bicchiere.

Allora io mi chiedo

a che servì

se non a liberarmi l’animo impellente

gridare contro un bimbo o contro un deficiente

che ti sorpassa a destra o contromano

meglio sarebbe stato

contro un muro a calci e pugni

sciogliere il duro cuor che mi fe’ peso e non su te

che non m’avevi mai offeso.

Accidia, (greco akedia) – difetto di operosità nel fare il bene, negligenza, inerte indifferenza verso ogni forma di azione – Teologia – fastidio o tedio nell’operare il bene, negligenza per ciò che riguarda le cose di Dio.

                  Akedia

Sto

immobile

e me ne passa assai diversi in testa

ne programmo e ne stabilisco

di quello che da fare ci sarebbe

e come e quando e sempre di sicuro sia domani

che sia portare a te, che sia chiamarti

che sia una cosa bella e grande, che sia un peso

o una piuma leggera

l’una sicura cosa è che giammai la si fa oggi ma dimani.

Giovine principiai a rimandare

quando sui banchi duri seppi che poteo studiare poi

quello che oggi aveo di tra le mani

e in quella scuola di tentazioni empita

imparai subito a rimandare a mai.

Ce ne son state di cose brutte assai

che poi d’un tratto a forza di lasciarle rotolare

mi son tornate indietro doppie

e sulla gobba poi mi son rimaste pese e vistose

se non agli altri a me

che altro non so che fare

che pianger la miseria mia

che tutti i guai mi caricano il collo

e non mi dico nello specchio dell’anima

che tale colpa fu mia sola

per non aver fatto, oppur detto,

una semplice cosa che era di piuma

ma piombo m’era parsa

tanto non aveo passione di condurla.

Così me la ritrovo avanti, ogni dì pronta,

a farmi passar la voglia

persino di mangiare e far l’amore

pronta a dare di consigli

solo quelli ch’è meglio di non fare

tanta la gente, tante le azioni che n’abbisognano di me

delle mie mani, dei denari che reco in saccoccia

dei pensieri miei, dell’arme e dell’amore

che basterebbe un gesto, una carezza

una parola in un orecchio, un soldo dentro la coppa

grinzosa delle cineree mani del poverello

che fuori della porta si prostra ai piedi miei.

Di sicuro qualcuna della cose ne farò

ma adesso no

perché di certo cose più magne ed importanti

la vita mia n’ha da fare

che non giustizia, dare amore o peggio

con le mani mie, calce e cazzuola costruire

per me o per altri

con la fatica non sola del sudore

ma della mente, del pensiero

che già riempirsi il capo di parole me ne stufa.

Forse potrei far uno, forse due

ma il gabbio poi mi piglierebbe a doverne far cento

allora meglio lasciare che il tempo passi

senza che il dito mio mosso si sia

senza che il mal che ne consegue se ne vada via

tenendo sottobraccio tutto il bene mio

a ritrovarmi poi senza una casa, senza ventura

amici e conoscenza, senza coscienza

di ciò che aveo e che voleo donare

ma che non ebbi nella mente tempo a fare.

Adesso mi ritrovo zeppo di occasioni perse

per l’indolenza che mi tenne molle sul divano

col dio telecomando nella mano

ma sempre fisso sul solito canale

che anche decidere di dare mossa al dito

fu cosa difficile da fare, più che da dire.

Vuoto di tutto ciò che non riuscii a donare

perché la mano nella tasca non gettai

per trarre un soldo solo d’elemosina

adesso tutto quello che non feci non mi ritorna fatto

e quello che non donai non fece spola a me centuplicato

né nella materia né tantomeno nella gioia

che quale sia sì la cosa ch’era a fare

mi fe’ fatica dirla e anche pensare

ora non ritrovo manco le mosche in mano

che fa fatica a loro far oggi compagnia

e rimandano a domani

anche il solletico da farmi in sulle mani.

Fonti: Enciclopedia Rizzoli Larousse 2000 – Zingareli 2001 edizioni Zanichelli.

15 APRILE 2001

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CORTEO STORICO "BEATA GIOVANNA"

LA NAZIONE - GIOVEDI' 21 MAGGIO 2001
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24 MAGGIO 2001
24_maggio_2001
3° CONCORSO NAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA "TRE VILLE" - TREVIGLIO (BG)
ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE - ARTISTA SEGNALATO PER IL RACCONTO "AIKO DELLA PIANURA"


2 GIUGNO 2001
2_giugno_2001
34° EDIZIONE "PREMIO HANS CHRISTIAN HANDERSEN" - SESTRI LEVANTE (GE)
ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE PER LA FIABA "CROAK", DALLA RACCOLTA "ALLO STAGNO"


3 GIUGNO 2001

CHE BUFFA FATTORIA!
ALTRO CHE POLLO!
Dopo che Artemisio, il gallo vanesio della fattoria, era stato cucinato con un saporito contorno di patate arrosto e insalata mista, nel pollaio erano rimasti senza un capo, senza una guida insomma senza controllo e non solo, l’intera fattoria era rimasta senza la sveglia. A dire il vero il pollaccione era finito nel forno proprio perché negli ultimi tempi, non era riuscito a far valere i propri gradi di gallo all’interno del pollaio ed inoltre non solo non scandiva le ore della giornata con i suoi chicchirichì ma non si preoccupava più nemmeno di dare la sveglia mattutina. Artemisio era stato proprio un gallo vanesio, aveva passato intere giornate a guardarsi e rimirarsi ovunque ed ogni volta rimaneva puntualmente incantato dalla sua fiera immagine. Imbambolato e sbalordito davanti ad ogni occasionale specchio, dimenticava di segnalare le varie ore del giorno con i suoi acuti squilli. Al mattino poi era così preso dal riposo e dai sogni di gloria e di successo, da raggiungere grazie alla sua bellezza ed al bel canto che raramente faceva sentire, che non poteva certo svegliarsi per gridare chicchirichì a squarciagola, avrebbe potuto rischiare di perdere la sua splendida voce e poi da gallo fioco non avrebbe potuto conquistare nessuna pollastra. La gran confusione, conseguente al lavoro mal svolto da Artemisio, continuò in tutta la fattoria ancora dopo che il galletto venne servito fumante su un gran vassoio d’argento. Gli animali erano ormai abbandonati a loro stessi, chi si svegliava a notte fonda, chi si alzava solo a mezzogiorno, chi andava a dormire con il sole ancora alto. Le mucche senza un segnale orario a cui far riferimento facevano il latte un giorno alle tre di notte e il giorno dopo alle quattro del pomeriggio ed il contadino era davvero disperato. Gli altri animali poi se ne stavano tutto il giorno a chiedere da mangiare, visto che non c’era nessuno che ricordasse loro quando fosse il momento del pranzo e quando quello del riposo. Le oche dormivano di giorno e starnazzavano tutta la notte, i maiali invece grufolavano dalla mattina alla sera tutti contenti, dato che non c’era nessuno a dir loro di andare a letto se ne potevano stare tutto il giorno a mangiare e rotolarsi nel loro fango, le mucche muggivano a turno e così alla fattoria non c’era mai un momento di pace. Nel pollaio poi era una gran baraonda, le galline non covavano più le uova e trascorrevano il loro tempo a beccare il grano e a becchettarsi fra di loro, ognuna a cercare di sembrar migliore delle altre e i poveri polli non riuscivano a far valere il loro piccoli bargigli. Insomma nessuno era capace di mettere ordine nel pollaio.
<Ehi! Quello è il mio posto riservato, co co co coccodè> inveiva Giannina Gallina <Fatti in là, e vai a posare le tue piume spennacchiate da qualche altra parte! Co co co coccodè >
<Ma che dici? Co co co coccoroccodè> replicava Serenella Pollastrella <Io me ne sto dove mi pare e non sei certo te con codesto beccaccio sbeccato che mi puoi dare ordini. Co co co coccoroccodè>
<Calma, calma. Co co coccoroccocco> provava a portar pace Filippone Pollaccione <Signore gallinelle state buone, in fondo c’è posto per tutti> non l’avesse mai detto a quelle parole le due galline gli si avventarono contro felici di aver trovato un bersaglio comune da riempire delle loro beccate.
<Gallinella a chi? Co co co coccodè, co co co coccoroccodè> esplosero entrambe <Vieni qua che ti pettiniamo le piume a dovere> e via a rincorrersi per tutto il pollaio, per tutta l’aia e per tutta la fattoria e poi abbandonato questo battibecco si gettavano a capofitto in un altro litigio o in un’altra zuffa.
Fu proprio per caso che una bella mattina Guendalina, una fra le galline più smorfiose, depose un uovo che, rotola rotola fra le zampe indifferenti delle gallinelle, andò a finire proprio sotto le ali delle vecchia Abelarda, una pollastra spennacchiata e sorda che non si curava più di ciò che accadeva nel pollaio. Al riparo dalla confusione che imperava nella gabbia l’ovetto, che non sarebbe stato certo covato dalla sventurata gallina Guendalina, se ne rimase invece al calduccio sotto le poche ma accoglienti penne di Abelarda, la nonna di tutte le galline. Con estrema sorpresa dell’anziana Abelarda dopo un po’ di giorni da quell’uovo sbucò fuori un giallo e ruspante pulcino che si mise subito a lanciare il suo richiamo con tutta la voce che aveva.
<Pio pio pio> pigolava per il pollaio <Pio pio pio, ma che confusione che c’è qua!> si accorse subito il pulcino.
Fu chiamato Carletto e in men che non si dica si trasformò prima in un bel pollo robusto e aitante e poi in un colorato, fiero e battagliero gallo con tanto di cresta e bargigli. Ogni giorno Carletto Galletto si allenava di nascosto a lanciare i suoi chicchirichì. Lontano dal pollaio aveva provato la sua voce fino a che non era divenuta forte ed imperiosa pronta ad essere ascoltata e temuta da tutti, era davvero giunta l’ora di rimettere in riga la fattoria. Quando ritenne che fosse arrivato il momento giusto entrò nel pollaio e… chicchirichì di qua, chicchirichì di là, chicchirichì su e chicchirichì giù in men che non si dica vi riportò l’armonia e la pace. All’inizio qualche gallina smorfiosa che non aveva voglia di rimettersi a covare le uova per il fattore e qualche pollo pollaccione che temeva di finir bollito con le verdure, cercarono di ostacolare l’ottimo lavoro di Carletto ma alla fine la sua grinta ed il suo imperioso animo riuscirono a vincere la diffidenza e la pigrizia degli abitanti del pollaio ed infine ritornò la quiete e l’ordine ovunque.
<Voi galline subito a covare le uova e voi pollastri a razzolare nell’aia, su su. Chicchirichì chicchirichi!> ordinava a destra e a manca e alla sera radunava tutti e comandava deciso <Adesso tutti a riposare che domani ci attende una giornata di lavoro e di razzolamento, ci penserò io a svegliarvi. Chicchirichì chicchirichi!> e tutti obbedivano contenti in fondo di essere guidati da un galletto di tal tempra e con così tanto cervello.
La vita riprese tranquilla non solo fra le galline ma in tutta la fattoria. Al mattino Carletto dava la sveglia ed il buon giorno a tutti con una sonora sventagliata di chicchirichì e poi ad ogni ora del giorno lanciava il suo sonoro richiamo ed alla sera un ultimo sommesso chicchirichì dava la buona notte all’intera fattoria. Il contadino era veramente felice, tutti gli animali avevano ricominciato a fare il loro dovere, le mucche muggivano di giorno e davano il loro latte al mattino, le oche starnazzavano quando il sole era alto per poi nascondere la loro testa sotto le ali e dormire dopo l’ultimo canto del gallo, i maiali grufolavano di giorno e riposavano la notte senza più chiedere da mangiare in ogni momento. Il fattore era proprio contento, aveva trovato un nuovo gallo per il suo pollaio e per tutta la fattoria. Costruì per il galletto un bellissimo trespolo che fissò sul tetto del granaio ed ogni mattina Carletto saliva fino la sopra per dare la sveglia lanciando i suoi acuti chicchirichì, chicchirichì, chicchirichì e tutti finalmente si svegliavano felici e pimpanti.

Carletto Galletto

PORKY BUILDING
La primavera stava raggiungendo il culmine del suo frizzante percorso, i colori avevano ormai invaso i prati ed i boschi, fiori e farfalle giocavano a nascondino, confondendosi fra di loro. Le api avevano già da tempo ripreso il loro faticoso ma meraviglioso lavoro, anche per quest’anno ci sarebbe stato miele per tutti i golosi. Le formiche si dilungavano in file infinite che si dipanavano come gomitoli sparpagliati per campi e per prati, le coppie di tutte le razze avevano coronato i loro sogni ed i desideri invernali e le femmine di ogni razza attendevano con ansia l’arrivo dei piccoli, che di lì a poco avrebbero cominciato a nascere e scorrazzare per l’allegra fattoria, per i campi e per i boschi tutto intorno. Anche Gelsomina la Maialina era in dolce attesa e grazie alle previdenti cure del premuroso marito, Giovannone Porcellone, dette alla luce nove teneri, rosei, cicciottelli maialini. La prima cosa che i nove fratellini si preoccuparono di fare fu chiaramente quella di cercare qualcosa da mangiare e subito si attaccarono voracemente alle mammelle di Gelsomina, la quale fu ben lieta di riuscire a sfamarli tutti. I piccoli maialini si trasformarono velocemente in porcelli cicciottelli. Grufolavano serenamente nel porcile, liberi di girovagare per tutta la fattoria alla ricerca di eventuali spuntini fuori orario, da poter aggiungere ai generosi pasti che il contadino si preoccupava di far loro trovare sempre pronti. In breve tempo i nove fratelli diventarono dei bellissimi, enormi, imponenti maiali pronti per trasformarsi in prosciutti, salami, pancetta e mille altre prelibate e succulenti leccornie per gli uomini. Naturalmente nessuno dei nove maiali era al corrente della fine che avrebbe dovuto fare, insaccati e venduti un tanto all’etto o bolliti e serviti per il cenone dell’ultimo dell’anno con un contorno di lenticchie e spumante. Tra loro però ce n’era uno che di essere cicciottello non era per niente contento, anche se non sapeva che proprio il suo peso lo avrebbe potuto destinare a diventar prosciutto. Ciccio, questo era il nome del minore dei nove fratelli, aveva sempre mangiato tutto con gusto ma non era mai rimasto contento di veder aumentare la sua mole così velocemente, per questo un bel giorno, tra lo sbigottimento generale e la derisione dei grossi fratelli il maialotto decise di dare un aspetto tutto nuovo al suo corpaccione. Ogni mattina Ciccio si alzava molto presto, appena il gallo faceva sentire il suo primo chicchirichì e cominciava a correre tutto intorno alla fattoria.
<Op op, op op, op op, puff puff, puff puff, puff puff> erano le sole parole che riusciva a pronunciare.
Campi, vallate, colline e boschi erano la sua palestra e dopo la corsa che aveva impegnato e consumato tutto il suo corpo il robusto maiale si dedicava al sollevamento pesi, alzava il carro del contadino, si caricava in spalla i sacchi pieni di sementi e poi piegava le sue zampe e si ritirava su faticosamente ma con un sereno sorriso sul faccione che ogni giorno si faceva sempre più smilzo.
<Che dobbiamo fare> chiedeva preoccupata Gelsomina la Maialina.
<Non so proprio da chi abbia preso> sentenziava Giovannone Porcellone.
<Se continui così non ti si vede più nemmeno!> lo canzonavano i suoi grossi fratelli <Noi ci gustiamo il mangiare del contadino e facciamo fuori anche la tua parte>
<Abbuffatevi pure, op op, op op, op op> rispondeva Ciccio mentre correva spensierato <io preferisco riempirmi di erba sana, aria fresca e insalate prelibate, puff puff, puff puff, puff puff> concludeva sollevando il carro del fieno.
Ciccio infatti rifiutava i papponi che il buon padrone preparava per tutti i maiali ed invece di mangiare nel trogolo con i suoi fratelli correva nel campo e si abbuffava di tenere piantine di insalata o brucava l’erba e il fieno insieme alle mucche ed ai cavalli. Il contadino, che se lo vedeva sparire di sotto gli occhi credette all’inizio che il suo maiale soffrisse di chissà quale strana malattia ma dopo un consulto con il veterinario che si prendeva cura di tutti i suoi animali, dovette accettare l’incredibile evidenza Ciccio si era messo a dieta e non solo, aveva trasformato la fattoria in una palestra ed in pochi mesi aveva dimezzato la sua ingombrante mole ed aveva fortificato i possenti muscoli di cui era dotato, il contadino da una parte era contento e divertito del suo animale che era diventato una vera e propria attrazione fra le fattorie del circondario, dall’altra vedeva miseramente svanire una sostanziosa fonte di guadagno ma dopo aver vinto due premi speciali, espressamente inventati dalle giurie dei concorsi dopo aver esaminato lo strano e muscoloso maiale, si avvide che i guadagni potevano giungere non solo dai salumi ma anche dalle stranezze del buffo animale che gironzolava sereno per la sua fattoria. Gli altri maiali invece si facevano beffe di lui cantilenando continuamente canzoncine che lo ridicolizzavano.
<Ciccio, Ciccio dove sei sparito? Ciccio Ciccio adesso è dimagrito! Ciccio Ciccio non ti preoccupare, ci pensiamo noi al tuo mangiare!> e altre ancora e poi tutti insieme ridevano e mangiavano <Gruf gruf gruf, questa sì che è vita, per niente al mondo rinuncerei a questo buon pappone, gruf gruf gruf, caro Ciccio non sai proprio quello che ti perdi> continuavano in coro, ignari di quello che di lì a poco li attendeva.
L’inverno successivo i maialotti furono infatti serviti nei migliori ristoranti del paese o affettati nelle macellerie e nei supermercati delle città vicine e il fratello maggiore, Porcellone Mangiatutto, che aveva sempre mangiato più di tutti gli altri, fu servito come piatto principale ai festeggiamenti per la fine dell’anno, al cenone dei contadini, dopo aver rosolato lentamente, saldamente infilzato in un enorme girarrosto. Ciccio, che ormai tutti alla fattoria compreso il contadino e la moglie, chiamano affettuosamente Muscolino, continua ad allenarsi ed a vincere concorsi speciali, sazio e soddisfatto delle gustose insalate e delle buone verdure che la contadina gli fa trovare fresche ogni mattino. Eh sì è proprio salutare la vita di campagna!

Muscolino Porcellino




CORAGGIO DA PECORA
Fulmine era stato un ottimo cane da pastore, aveva fatto sempre il suo dovere ed aveva protetto il gregge da i cattivi intenzionati, sia che fossero ladri di pecore che cani randagi o lupi affamati. Erano ormai più di quindici anni che rendeva i suoi servigi al fattore, il quale tra l’altro non si era mai lamentato di lui anzi era sempre stato generoso di elogi e complimenti e molto spesso lo aveva premiato con saporite leccornie, di quelle che soltanto i cani possono apprezzare, come ossi, frattaglie e roba del genere. Fulmine sapeva tenere in buon ordine il gregge e le pecore non si azzardavano mai a disubbidirgli ed anche le più testarde, dopo che per un paio di volte avevano provato a fare di propria iniziativa e che erano state prontamente inseguite, riacciuffate e riportate nel gregge da Fulmine, avevano rinunciato alla loro indole ribelle. Le meste pecorelle ubbidivano sì al padrone ma soprattutto davano retta al buon Fulmine che con i suoi abbai ed i suoi calmi ringhi era riuscito sia a farsi rispettare che voler bene da tutte le pecore del gregge. Fulmine però non era più il cane di una volta, le sue corse erano divenute un lento trotterellare e doveva sempre più ricorrere ai ringhi ed agli abbai per riuscire a mantenere il controllo delle pecore al pascolo. Il fattore era molto affezionato a Fulmine e non aveva mai pensato di procurarsi un nuovo cane da pastore, anche perché fino ad allora tutto era filato liscio e non si erano mai presentati problemi sul rendimento di Fulmine. Il cane invece aveva ormai gli acciacchi della vecchiaia, ringhiava roco, abbaiava fioco, correva lento e non ci sentiva quasi per niente, per fortuna fino ad allora era riuscito a svolgere il suo lavoro senza che nessuno ne subisse alcun danno ed anche le pecore erano soddisfatte di come svolgeva il proprio lavoro e gli volevano un gran bene. L’inverno era stato particolarmente freddo e nel bosco su in alto, in cima alla montagna, non c’era rimasto un granché da mangiare. Fu per questo che affamato e arrabbiato, il Lupo Zannone scese fino alla valle dove si trovava la fattoria e odorando di qua e di là con il suo nasone arrivò fino al prato dove il gregge si recava ogni giorno a pascolare. Appena si avvide di tanta cuccagna, servita per lui su quel verde fraticello, il lupo sgranò gli occhi dalla contentezza e la bocca piena di denti affilati per la fame, dopo la dieta che era stato costretto a fare finalmente avrebbe potuto riempirsi la pancia con un buon pasto e non lo preoccupava certo doverselo guadagnare con la forza e con l’astuzia, in fondo era la sua specialità. Osservò le pecore, osservo il padrone e osservò il vecchio Fulmine, passò l’intera notte a studiare un piano ed il mattino successivo partì all’attacco del gregge sfruttando la disattenzione del pastore e la lentezza del buon Fulmine, si avvicinò furtivo ad una delle pecore e cominciò a mettere in atto il suo programma.
<Bene bene, cominciamo l’appello. E tu chi saresti?> domando il lupaccio Zannone ad una pecora che sventuratamente si era trovata a portata di zampa.
<Io sono la Peeecora Beeeatrice, eee tu inveeece chi sareeesti?> chiese sospettosa.
<Io sono il nuovo cane da guardia> mentì il lupo <oggi è il mio primo giorno di lavoro e devo fare conoscenza con tutte voi. Voglio proprio cominciare con te, vieni mettiamoci comodi comodi all’ombra del bosco e facciamo conoscenza>
I due si allontanarono dal gregge soli soletti, mentre il padrone dormiva beato e Fulmine riposava quieto e tranquillo, sicuro che nulla potesse accadere. La povera Pecora Beatrice sarebbe presto divenuta un pranzetto prelibato per il Lupo Zannone se la Pecora Beniamina non si fosse accorta dello strano animale, che sembrava un enorme cane nero, che si era allontanato con la sorella.
<Beeee, beeee, beeee!> cominciò a belare impaurita Beniamina cercando di attirare l’attenzione delle altre sorelle le quali prontamente si misero tutte a belare più forte che potevano, appena si resero conto che quel grosso animale nero insieme alla loro sorella altri non era che un brutto lupo malintenzionato.
<Beeee, beeee, beeee!> belavano le pecorelle <Beeee, beeee, beeee!> belavano forte ma il pastore dormiva così profondamente che non riuscirono a svegliarlo e il vecchio Fulmine riposava tranquillo, non udendo con le sue ormai malandate orecchie tutto quel gran belare. Il Lupo Zannone intanto stava trascinando la povera Beatrice nel bosco e se nessuno fosse prontamente intervenuto non l’avrebbero rivista mai più. Il lupaccio era quasi riuscito ad addentrarsi nel buio del folto bosco e dato che nessuno era ancora intervenuto la Pecora Belinda si fece coraggio e si gettò all’inseguimento del furbo Lupo Zannone e della povera pecora Beatrice.
<Beeee, beeee, beeee!> gridava mentre correva a perdifiato verso il boschetto.
<Beeee, beeee, beeee!> gridavano impaurite le sorelle cercando di svegliare il pastore o di farsi sentire dal vecchio Fulmine.
Nel frattempo Belinda, dopo aver corso a più non posso, aveva raggiunto il lupo e aveva avvertito la sprovveduta sorella del guaio in cui si stava cacciando. Con le sue poche ma decise forze, la strappò dalle fauci del Lupo Zannone e con insieme presero a scappare dirigendosi verso il gregge, dritte dritte verso Fulmine e il pastore, veloci verso la salvezza. Beatrice corse via a più non posso raggiungendo le sorelle ma Belinda stancata dalla rincorsa in soccorso della sorella fu presto raggiunta dal lupaccio, gettata a terra e addentata dal feroce Zannone. Finalmente tutto quel gran belare fu udito dall’assonnato Fulmine, il quale sorpreso dell’accaduto e disperato di non aver compiuto il suo dovere proprio nel momento del bisogno, si mise a correre verso il lupo ringhiandogli contro per spaventarlo e abbaiando con quanta voce gli fosse ancora rimasta per svegliare il padrone. Proprio mentre la povera Belinda stava per avere la peggio e soccombere tra i denti acuminati del Lupo Zannone, giunse finalmente di gran carriera il buon vecchio Fulmine che con tutte le forze che gli erano rimaste si avventò sul lupastro e in quattro e quattr’otto lo mise con le spalle a terra, dopo averlo morsicato bene bene alle zampe, sulla pancia e perfino sotto la gola. A quel punto anche il pastore si era svegliato disturbato da tanto trambusto e accortosi di quanto stava accadendo aveva imbracciato il fucile e si era messo a correre anche lui verso i due animali in lotta. Il lupo ed il cane se le stavano dando di santa ragione, erano ormai entrambi feriti e sanguinanti quando il pastore arrivò con il fucile spianato pronto a sparare, a quel punto il Lupo Zannone, vistosi alle perse, pensò bene di darsela a gambe e dopo essere riuscito con difficoltà a liberarsi dalla morsa di Fulmine, cominciò a correre con quanto fiato aveva in gola e con la coda tra le gambe, cercando rifugio nel fitto della foresta da cui era venuto. Il pastore sparò un paio di colpi a casaccio nell’oscurità del sottobosco senza riuscire a colpire il lupo che comunque da allora non si fece più vedere in giro e per un bel po’ di tempo dovette accontentarsi di radici e di erba. Il giorno successivo arrivò alla fattoria un bellissimo cucciolone di cane da pastore chiamato Saetta, avrebbe rimpiazzato sul prato l’anziano Fulmine dopo che questi gli avesse insegnato ben bene il mestiere. Con il tempo il gregge è tornato a pascolare tranquillo, sotto l’occhio vigile del giovane Saetta ed il vecchio Fulmine ha potuto infine godere il meritato riposo standosene tranquillo nell’aia della fattoria in attesa del rientro del vigile Saetta e delle sue care amiche pecore che ancora ogni sera lo salutano calorosamente belando, felici di rivederlo.
Belinda Pecora
 
QUANDO IL GATTO CI METTE LA CODA
Puffy era arrivato alla fattoria come regalo fatto da un amico di un amico di un amico, come sempre succede quando uno si ritrova con una nidiata di sette od otto bellissimi micetti e non sa proprio dove infilarli, come crescerli e non vuole certo abbandonarli da qualche parte. Non rimane quindi che regalarli a qualcuno pur di disfarsene senza mettere in pericolo la loro tenera e pelosa vita. Una famiglia con dei bambini piccoli e che vive in campagna all’aria aperta è sicuramente la miglior dimora per qualsiasi animale, figuriamoci per dei gatti, curiosi, impiccioni e astuti come sono troverebbero sicuramente il modo per divertirsi e infastidire tutti gli altri senza danni, colpe o svantaggi per loro stessi. Il piccolo gattino, a cui era stato dato il nome di Puffy, proprio perché appariva come un batuffolo di cotone, tanto era il pelo che circondava il suo esile corpicino, in breve tempo era diventato un enorme micione, con una coda lunga lunga, un mantello folto di color ambrato, due orecchie enormi, un bel paio di baffi lunghi lunghi e celati in una foresta di peli, due grandissimi occhi marroni, vispi e maligni. Puffy che non era per niente tenero come il suo nome avrebbe potuto far pensare, non era nemmeno poi così cattivo come gli altri animali della fattoria lo ritenevano. Sì certo, è vero, rincorreva tutti gli animali della fattoria, pulcini, galline, oche, maiali e perfino il cane Fulmine che ormai non riusciva più a tenere il passo con il proprio nome; faceva grosse scorpacciate di topi, ratti e uccellini, come tutti i gatti d’altronde e quindi non era in fondo diverso da qualsiasi altro gatto e in fondo non faceva altro che seguire il suo istinto naturale. Ma la vera malvagità del perfido Puffy era in realtà tutta nascosta dietro la sua pungente e sveglia maliziosità.
A Puffy piaceva un sacco passeggiare per la fattoria, gironzolava di qua e di là senza una meta precisa alla ricerca di qualche guaio, di un allocco da prendere in giro o di una bella zuffa in cui infilarsi. D'altronde per lui non era come per tutti gli altri animali che avevano il loro posto dove stare, quello in cui andare e quello a cui non si potevano nemmeno affacciare. No lui aveva aperta ogni porta, fosse quella del trogolo dei maiali che quella della cucina del contadino e se per caso ne avesse trovate di chiuse, avrebbe sicuramente trovato il modo per infilarsi, sinuoso com’era, in qualche fessura che l’avrebbe fatto arrivare ovunque. Bighellonava senza un posto verso cui andare e poi d’improvviso entrava nelle stalle, si accoccolava da qualche parte, in quella sua strana forma a ciambella pelosa o cominciava a leccarsi ed a pulirsi ben bene il suo folto mantello di pelo e tra una slinguata e l’altra trovava sempre il tempo per tormentare i poveri animali che gli fossero capitati a tiro.
<Sì sì, brave brave mucche, lasciate pure che il contadino vi munga> prendeva a dire rivolgendosi alla famiglia Vitelloni che se ne stava tranquilla a ruminare il fieno <Regalategli ogni giorno il vostro buon latte, che quando poi non sarete più in grado di farlo o quando una mattina si dovesse alzar male, con il naso storto o con il vento che gli rigira i capelli, deciderà all’improvviso di mandarvi al macello, così senza avvertir nessuno. Allora addio care mucche, tutte bistecche e bollito, ossi buchi e filetto. Eh sì belle mie è proprio così che vi ringrazierà il contadino, tanti saluti a tutte buon appetito. Io invece me la godo, servito e riverito. Perché io son gatto e non ho da far servigi a nessuno per meritarmi il pasto> e continuava a pettinare il suo pelo e a ripulire la sua coda fino a che non gli veniva voglia di prendersela con qualcun altro allora riprendeva il suo vagabondaggio verso la prossima vittima della sua lingua maliziosa.
Il perfido Puffy era un davvero un tormento per tutti e quello che faceva maggiormente imbestialire i poveri abitanti della fattoria era vedere il gattaccio in mezzo all’aia, lanciare il suo mieloso miagolio mentre con la coda dritta si strusciava subdolo alle gambe di chi passava di là, pronto ad essere coccolato e accarezzato. E tutti giù ad ammirarne e esaltarne i pregi, quanto fosse grande, quanto fosse bello, che bel vestito di pelo avesse e così via e il malefico micio se ne stava lì beato a farsi lodare e a gongolare degli elogi a lui riservati mentre gli altri animali si dovevano meritare con il lavoro ogni pasto, figuriamoci un complimento.
Era un pomeriggio come tanti, il sole stava per incominciare la sua lenta discesa verso il tramonto e gli animali si preparavano all’ultimo pasto prima di andarsene a riposare. Puffy era intento a lustrare la sua peluria, leccandosi in una posa acrobatica mentre stava in equilibrio sulla staccionata vicino al trogolo dei maiali i quali tranquilli tranquilli grufolavano e si abbuffavano del loro squisito pastone quotidiano, intanto il gatto per non smentirsi aveva attaccato con la sua solita solfa.
<Ah! Io si che son beato, servito e riverito, lisciato e coccolato, nutrito e curato, basta un miagolio fatto storto che subito tutti si preoccupano per me e si premurano che non mi manchi nulla. Povero micetto, mi dicono, stai miagolando, hai bisogno di qualcosa, hai fame, vuoi del buon latte o un forse vuoi un po’ di carezze> blaterava il malefico Puffy, tormentando la povera famigliola Maialotti e poi ancora <Invece voi, ah poveretti! Mangiate mangiate e poi puff, tutti prosciutti e salamini, porchetta, zampone e cotechino, mangiate mangiate e diventate belli grassi così il contadino vi pesa e se gli andate a genio, vi trasforma in rigatino in men che non si dica> miagolava Puffy, tormentando e terrorizzando i poveri porcelli rosa ai quali invece piaceva tantissimo riempirsi il pancione con il pappone che il contadino preparava per loro. E Puffy miagolava, miagolava e si leccava, si leccava e miagolava ed era così intento a prendere in giro i maiali che non si avvide che stava sopraggiungendo il contadino. L’omino guidava il suo carretto sgangherato di ritorno dal lavoro nei campi e appena vide il gatto appollaiato sullo steccato pensò bene di passargli vicino e di prenderlo al volo per coccolarlo un po’, strusciarselo un poco addosso e fargli tante tante carezzine e tante coccole, aveva proprio voglia di tenerlo in braccio e di sentirlo ronfare mentre faceva le fusa con quel suo rumore cosi buffo e piacevole, rrrrrroooonnnnrrrrooonnnn e poi ancora rrrrrroooonnnnrrrrooonnnn.
Accadde tutto in un attimo, sbadato fu il fattore che con le ruote davanti colpì lo steccato, facendo definitivamente perdere l’equilibrio al gatto che già se ne stava instabile sopra la staccionata, sbadato fu Puffy che non si era avvisto dell’arrivo del padrone e che in un battibaleno precipitò a terra lanciando un miaoooooooooo di terrore e di sorpresa. Tutto sarebbe finito lì, con uno spavento e un batticuore se il ciuchino Orecchione si fosse fermato in tempo ubbidendo agli ordini del contadino ma il testardo animale invece proseguì il suo passo, senza dar retta agli ordini e senza curarsi della bestiola miagolante. Orecchione proseguì, il carretto andò ancora avanti e la coda del gatto Puffy finì dritta dritta sotto le ruote mentre ancora miagolava le sue solite parole.
<Tutte bistecche…..miaooooooooooooo!>

Il contadino si precipitò in suo soccorso e portatolo in casa si preoccupò immediatamente di chiamare il veterinario per prestare le cure del caso al gatto incidentato, il quale mesto e pesto se ne stava immobile senza miagolare e senza alzare la testolina. Il perfido Puffy aveva avuto infine una bella punizione per la sua maliziosità e la sua superbia. La coda infatti si era spezzata in due e il dottore era stato costretto a pelarla tutta e a fare una buffa ingessatura a forma di bastone che costrinse il micio a strascicarsi dietro la sua nuova coda, pesante com’era, per un bel po’ di giorni, tra le risate e le prese in giro di tutti gli animali della fattoria. Quando poi il gesso fu tolto ancor di più lo canzonarono e risero di lui, costretto a nascondersi in casa per un bel pezzo, per non farsi vedere in giro con la sua coda rosa rosa tutta spelacchiata. Ma anche quando il pelo fu ricresciuto, folto e lungo, non pose rimedio al danno irreparabile che era stato causato, la coda dell’ormai buffo micio se ne stava dritta dritta fino a metà per poi curvare inesorabilmente ed irrimediabilmente in una svolta decisa e visibile, sì che Puffy da allora fu costretto ad andarsene in giro mogio e silenzioso senza più canzonar nessuno, tanta era la vergogna per quella specie di punto interrogativo che si era ritrovato al posto della coda e per l’intera fattoria fu un gran sollievo e una vera soddisfazione, la calma era finalmente tornata.
Puffy il Gatto
 
LA MUCCA POMPIERE
Nella stalla della fattoria c’erano sei bellissime, grosse e generose mucche da latte che portavano dei nomi veramente variopinti, il fattore si era infatti affidato alla fantasia dell’arcobaleno per battezzarle nel modo più opportuno. Gigiona, Azzurra, Viola, Bianchina, Celestina, e Nerina erano i loro nomi ed ognuno rispecchiava fedelmente il carattere dell’animale che lo portava. Grigiona era sicuramente la più burbera di tutte con il carattere come quello di una grigia giornata di pioggia, esattamente il contrario di Azzurra allegra, solare e canterina come un fresco giorno di primavera, Viola era la più distratta, svanita e suonata, come lo strumento, Bianchina era invece quella che comandava la piccola mandria, chiara, sicura e pronta nelle sue decisioni, Celestina era la più mite e tranquilla come un cielo senza nuvole e poi c’era Nerina, Nerina era… era … Nerina era Nerina. Una tipa davvero particolare, a suo modo un po’ ribelle, sempre a scombussolare l’ordine, sempre contraria a tutto, anche solo per creare un po’ di confusione. Usciva tranquilla con il branco e poi invece prendeva un’altra direzione, tanto per far capire che nessuno le avrebbe detto dove doveva andare, rientrava e si metteva sempre al posto di qualcun’altra, scombussolava gli orari di mungitura del povero contadino e quando gli prendeva se ne stava tutta la notte a muggire alla luna piena. Le sue compagne un po’ la sopportavano, un po’ la prendevano in giro e Nerina finiva sempre con il combinare qualche guaio, si perdeva lontana dal pascolo magari dopo essersi nascosta alla vista delle compagne, a volte non si lasciava mungere dallo sconsolato contadino e magari poco dopo cominciava a spruzzare da tutte le parti perché le sue mammelle invece traboccavano di buon latte, pronto per essere bevuto.
Il contadino la conosceva bene, anche se non c’era mai verso di sapere esattamente come prenderla, un giorno le potevi fare una carezza e mungerla tranquillamente, il giorno dopo non si lasciava nemmeno avvicinare e il fattore non ne poteva proprio più delle sue stranezze. Ormai si era deciso, visto che non riusciva mai a cavarci fuori abbastanza latte per quanto fieno Nerina si mangiava, non rimaneva che venderla, alla prossima fiera del bestiame avrebbe portato Nerina e l’avrebbe venduta a chiunque glie l’avesse chiesta, anche a poco prezzo pur di liberarsi di lei. Le compagne della sventurata mucca l’avevano avvertita che se non voleva diventare presto una bistecca, si doveva dar da fare e lasciar stare tutte quelle sue stranezze, in fondo mangiare e lasciarsi mungere era un lavoro dignitoso e per niente faticoso, l’erba dei pascoli ed il fieno del contadino erano molto buoni e anche le sue mani erano molto delicate, quando al mattino presto andava nella stalla per mungerle. Ma la stranezza della buffa Nerina continuava giorno dopo giorno e non solo di giorno.
<Muuuu, muuu, sveglia gente, è notte fonda> si mise a muggire una sera la stravagante Nerina.
<Ma cos’hai da urlare a quest’ora della notte> la rimproverò Bianchina <Adesso è il momento per riposare e dunque anche tu va a dormire, chiudi quella boccaccia e riposati che domani mattina, presto presto, il contadino verrà a mungerci>
<Ah no! A me non mi munge!> sentenzio Nerina.
<Su, su che è una bellissima nottata> prese a dire Azzurra arzilla e felice come sempre <cantiamo una bella ninna nanna tutte assieme e addormentiamoci serenamente>
<Dormiamo dormiamo, che è tardi> disse timidamente Celestina.
<Che succede? Chi muggisce?> chiese Viola, così distratta che un attimo dopo già dormiva di nuovo e non si ricordava più di niente.
<Questa non è una stalla è una discoteca> brontolò seria la mucca Grigiona <Cos’è tutto questo trambusto a quest’ora della notte? Vogliamo dormire o ci mettiamo a fare pazzie?> poi lanciò un muggito arrabbiato e si mise di nuovo a riposare.
Ma non c’era niente da fare Nerina ricominciò a muggire come se niente fosse ed a tenerle sveglie per tutta la notte. Che ci volete fare, era fatta così, ogni volta si inventava sempre qualcosa di bizzarro per stravolgere il normale andamento della stalla.
Capitò una notte un violentissimo temporale. Gli alberi si piegavano dal vento che tirava e pioveva così forte che non si vedeva nemmeno la casa del contadino, le porte e le finestre che non erano state ben chiuse sbattevano violentemente di qua e di là e il buio della notte era rotto soltanto dal bagliore dei lampi che illuminavano il cielo facendosi seguire da tremendi rombi di tuono. Le povere mucche se ne stavano strinte strinte e impaurite in attesa che tutto finisse e ad ogni lampo tremavano di paura e ad ogni tuono sobbalzavano di terrore. Nel mezzo alla tempesta uno dei tanti fulmini che saettavano in cielo andò a finire proprio nella stalla, dritto dritto nel deposito del fieno, che prese fuoco in un attimo minacciando in breve di incendiare l’intera stalla. Le povere mucche, disperate e tremanti di paura presero a muggire con quanto fiato avevano in gola e a tirare più forte che potevano le corde che le tenevano legate, prigioniere nella loro stalla che stava per diventare un gran girarrosto. Nessuna di loro sapeva cosa fare e Bianchina cercando di prendere la situazione per le corna, ordinò a tutte di restare calme, il contadino sarebbe sicuramente arrivato a momenti, le avrebbe salvate e messe al sicuro e tutto sarebbe finito prima di poter correre il rischio di diventar bistecche anzitempo. Purtroppo il contadino era rintanato in casa, con le porte e le finestre sbarrate non poteva vedere il fuoco che stava incendiando la sua stalla nonostante il gran piovere e proprio il rumore della pioggia e del vento, dei tuoni e dello sbatacchiare di cose gli impediva di sentire le sei povere mucche che muggivano per la gran paura.
<Buone buone, che ora arriverà sicuramente il contadino a liberarci> disse Bianchina.
<Muggiamo forte che il contadino ci sentirà> fece Azzurra.
<Che succede?> chiese Viola.
<Buone buone> sussurrò Celestina.
<Che stalla di matte!> brontolò Grigiona.
<E no, io non ci sto!> sentenziò Nerina <Che mi facciano pure alla brace se vorranno ma non è questo il momento di fare la bistecca!> detto questo prese a rosicchiare il cordone che la legava e le impediva di fuggire via da quel forno. Mastica mastica Nerina riuscì a liberarsi dopodiché prese a rodere la fune che legava le sue compagne e quando le ebbe liberate tutte si precipitò alla porta della stalla e con un paio di calcioni ben assestati riuscì a spalancarla dando modo a lei a alle sorelle di allontanarsi dal pericolo. Le sei mucche corsero fuori sotto la pioggia fitta e fredda, sperse tra il vento, i lampi e i tuoni ma finalmente al sicuro.
Nel frattempo il contadino, infine accortosi che stava accadendo qualcosa di terribile alla fattoria, era uscito di casa e aveva assistito a quest’ultima scena pur senza poter far niente in soccorso delle sua adorate mucche. Bagnato fradicio e in lacrime corse ad abbracciare la coraggiosa Nerina, una vera eroina che aveva salvato se stessa e le sue compagne. La stalla era ormai completamente in fiamme, un attimo ancora e sarebbero finite tutte arrosto.
Dopo quanto accaduto il contadino si affezionò a tal punto alla mucca Nerina che decise di non venderla più e di continuare a sopportare le sue stranezze qualunque esse fossero. Ma da quella volta, anche Nerina cominciò ad essere più disciplinata nelle sua azioni e più serena con le compagne e anche con il buon contadino. Adesso si lascia mungere tranquilla tranquilla, pascola insieme alle sorelle che sono diventate tutte sue amiche e alla notte riposa pacifica e ordinata al suo posto, senza infastidire nessuno con muggiti notturni o scalpitii improvvisi ed alla fattoria è tornata infine la calma e la serenità per tutti.
Nerina la Mucca
 
DOLCE PRIMAVERA
La primavera era ormai esplosa in tutto il suo splendore, spargendo intorno calore e colori. Alla fattoria gli animali erano tutti in fermento, l’aria frizzante della stagione appena avviata faceva aumentare le pulsazioni dei cuori innamorati e metteva energia nelle zampe dei più piccoli i quali scalpitavano della loro incontenibile voglia di crescere. La casa, i fienili, le stalle, tutto si poteva vedere sotto una nuova luce, le piante avevano invaso ogni angolo libero, colorando il tutto con mille sfumature di verde, punteggiate da una miriade infinita di colori colti direttamente dall’arcobaleno e spruzzati a caso tutto intorno sotto forma di fiori. Allontanandosi un poco, camminando lentamente tra i campi e andando ad inoltrarsi nel bosco, questo brulicare di colori continuava senza interrompersi perdendosi a vista d’occhio. Nella fattoria si respirava un aria di febbrile operosità, stava cominciando una nuova stagione che avrebbe portato nuove conoscenze, nuovi cuccioli e nuova voglia di starnazzare, muggire, grufolare, abbaiare e chicchiricare in qua e in là per l’aia, per i prati e per i campi. Tutte le attività della fattoria prendevano un nuovo avvio ed il fattore già sognava e immaginava giocondo, a quanto grano avrebbe prodotto, alla farina, alle uova, ai prosciutti, al miele, al latte, alle cosce di tacchino, al… al…al miele? Già il miele, eh sì il miele. Certo che al contadino sarebbe piaciuto un sacco un po’ di buon miele ma invece, anche per quella stagione, alla fattoria tutti avrebbero dovuto farne a meno, le arnie erano vuote ormai da due anni e in giro non si era più vista un’ape nemmeno con la lente d’ingrandimento, nemmeno in fotografia! I fiori poverini sbocciavano e davano il meglio di loro in colori e profumi ma in giro non ce n’era nemmeno un’apersbaglio e dopo un po’ se ne appassivano senza essere stati impollinati e anche questo era proprio un bel guaio, per i frutteti e per tutte le coltivazioni che invece se ne stavano li frementi ad aspettare un insetto generoso, quale solo l’ape sapeva essere, che se ne andasse in giro a spargere il polline di fiore in fiore. Il contadino era molto triste per questo ed aveva ormai deciso che si sarebbe disfatto delle arnie ormai inutilizzate o che alla prossima fiera degli animali, che però ci sarebbe stata l’anno successivo, avrebbe acquistato un bello sciame d’api da convincere a rimanere intorno alla sua fattoria, per il momento le sue coltivazioni, gli alberi e i fiori del campo avrebbero dovuto accontentarsi delle poche api selvatiche che ancora si aggiravano nei dintorni. Ma una bella mattina di sole mentre il paffuto fattore se ne stava sconsolo sconsolo a guardare da lontano le arnie vuote, accadde d’improvviso ciò che non si sarebbe davvero mai aspettato e a cui i suoi occhi lucidi non volevano proprio credere.
L’ape Gelsomina e il suo sciame erano arrivate nella campagna direttamente dalla zona industriale della vicina città. Era passato tanto tanto tempo da quando i nonni dei nonni dei loro nonni, avevano costruito quei bei favi che ancora penzolavano dagli alberi di un lungo viale del paese, che però passava nel mezzo a fabbriche e capannoni ed era transitato tutto il giorno e anche la notte, da automobili, camion, rimorchi e motorini. Le coraggiose e robuste api avevano resistito a tutte le difficoltà a cui quella scomoda situazione le aveva costrette a far fronte ma alla fine, stanche, disperate e sconfitte erano dovute fuggire dal caos massacrante, dal rumore infernale e dall’inquinamento dilagante che non solo rischiava di far del male a loro ma che nel frattempo aveva quasi completamente distrutto tutte le piante della zona e le api non avevano più nessun fiore da cui succhiare il prezioso nettare fonte principale della loro vita. Fu per questo che sfinita dalle avversità, l’intera colonia si rivolse alla regina pretendendo di fuggire da quel posto infernale.
<Zzz zzz non vogliamo più rimanere in questo posto grigio zzz zzz, vogliamo colori e profumi zzz zzz!> protestava l’ape Pittrice.
<Zzz zzz vabbè che siamo api operaie zzz zzz ma non vogliamo andare a lavorare in fabbrica> gridava l’ape meccanica.
<Zzz zzz vogliamo fiori e nettare da succhiare zzz zzz, non fumo grigio e automibili> gridavano in un unico ronzio <Zzz zzz fiori, fiori, fiori, fiori, zzz zzz> chiedevano in coro tutte le api.
Tale fu la protesta e d’altronde tale era la difficoltà di continuare a vivere tra le fabbriche e i camion, che alla fine l’ape Gelsomina, che era la regina di tutte le api, dette il suo consenso alla partenza. Preparati i bagagli, sistemati i piccoli, riunito tutto lo sciame le api se ne partirono alla ricerca disperata di una nuova casa, magari soleggiata, profumata e perché no anche colorata.
Ronza ronza, dopo giorni di estenuante ricerca lontano dalle fabbriche, lontano dalla città, alla fine lo sciame arrivò proprio alla fattoria e dopo aver girato in tondo per due giorni, le api si decisero ad avvicinarsi alle arnie del contadino. Questi, nel vedere ciò che stava accadendo, divenne raggiante di felicità, finalmente erano tornate le api, forse non tutto era perduto, forse presto ci sarebbe stato del buon miele per tutti. Il contadino cominciò a tenere d’occhio quelle che già considerava le sua api, nella speranza che decidessero di fermarsi davvero alla fattoria. Chissà se quelle casette che aveva costruito con le sue mani, sarebbero state di gradimento alle api. Queste ronzarono un po’ in giro e alla fine, quando tutto parve loro sicuro e tranquillo, ronzarono felici e si infilarono dentro alle loro nuove case.
<Zzz zzz hei ma qui c’è un sacco di posto!> disse l’ape architetta.
<Zzz zzz guardate, qui possiamo costruire tante cellette di cera per i nostri piccoli> disse l’ape baby sitter.
<Zzz zzz e qui c’è tanto spazio per metterci tanto miele, che ce ne avanzerà sicuramente> disse l’ape pasticcera.
E quello che sarebbe avanzato se lo sarebbe preso il raggiante contadino che in cambio avrebbe donato loro delle case grandi e accoglienti, fresche per l’estate e calde in inverno, tanta attenzione e tanto tanto tanto prato, ricolmo di fiori che avrebbe coltivato e concimato personalmente. Sicuramente avrebbero vissuto da ottimi vicini, scambiandosi favori e regali. Ma se il contadino era felice, le api lo erano almeno il doppio, dopo aver vissuto tanti anni nella puzzolente e fumosa città, erano finalmente approdate in un isola di profumi e colori, con il sole che le avrebbe accompagnate nel loro frenetico lavoro quotidiano a cercar nettare di fiore in fiore e ad impollinare le piante dei campi e dei frutteti, le quali avrebbero così prodotto dei buonissimi e succosi frutti per il contadino e per tutti. E per la gioia delle api, il premuroso contadino desideroso di ringraziarle, portava ogni giorno una nuova pianta piena zeppa di fiori e la metteva davanti alle arnie, in modo da far assaggiare alle sue api un sapore diverso e nuovo ogni giorno e produrre in questo modo un miele unico e irripetibile. Da allora alla fattoria viene raccolto il più buon miele che sia mai stato assaggiato e nei dintorni tutti invidiano piacevolmente il contadino per chissà quale strano e sconosciuto ingrediente segreto possegga che in realtà poi, è soltanto quello di avere delle api felici e ronzanti.
Ape Gelsomina
LA CORSA DEI SALTI
Alla fattoria i conigli non vengono tenuti in gabbie strette ed inospitali, il contadino ama tutti i suoi animali e anche se prima o poi devono diventar pietanza, a lui piace farli vivere sereni e soprattutto liberi. Come tutti gli altri abitanti della fattoria, i conigli possono scorrazzare tutto il dì in lungo e in largo per il grande recinto che circonda la tenuta e qualche volta ma molto molto raramente, i più coraggiosi si arrischiano anche ad uscire fuori. La poca frequenza delle loro uscite non è dovuta però ad un eccessivo timore del contadino, no, anzi il pover’uomo li lascia correre finché vogliono, tanto sa che all’ora di cena tutti ritornano al loro posto, affamati dei buoni bocconi che solo lui regala. No, il motivo per cui solo in pochi si arrischiano ad uscire dai recinti e se lo fanno, si allontanano solo per poco tempo e per pochi metri, è che i racconti degli abitanti più anziani della fattoria narrano di terribili mostri, di grossi animali selvatici e affamati che si nascondono oltre il sicuro confine della fattoria e da sempre queste leggende hanno messo paura a grandi e piccini, ai cuccioli ed ai più cresciuti.
Ma si sa che c’è sempre qualcuno che si crede più coraggioso degli altri o che lo vuol fare credere agli altri senza esserlo in realtà. Fu proprio per dar prova di un coraggio da conigli, che in realtà non c’era, che Emilio il Coniglio ed i cuginetti Placido, Duilio, Sereno e Venanzio decisero, durante un noioso pomeriggio di sole, di fare una bella gara di salti. Non solo si sarebbe dovuto stabilire chi sarebbe arrivato prima ad un traguardo che doveva ancora essere stabilito ma soprattutto chi se ne sarebbe, saltellon saltelloni, andato il più lontano possibile dalla fattoria, addentrandosi nel bosco buio, distante e solitario. I cinque conigli cominciarono la disputa ancor prima di aver spiccato il primo balzo, pareva quasi che fossero abituati a chissà quali imprese, loro che da bravi conigli erano invece più avvezzi a star tranquilli e in disparte. Ma i focosi cuccioli, che ancora tanto avevano da imparare, lasciavano che i sogni e i desideri parlassero per loro stessi.
<Io son capace di fare cento salti dentro il bosco senza farmi scorgere da nessuno> si vantava Venanzio <e se qualche mostro mostruoso si dovesse accorgere di me, gli faccio una bella giravolta sotto il naso e me ne ritorno saltellando tranquillo tranquillo verso la fattoria, prima ancora che il mostro abbia avuto il tempo di dire né ai né bai>
<Ma figuriamoci!> lo canzonò il cugino maggiore Placido <neanche non ti conoscessi, vorrei proprio vederti davanti ad un orso con le fauci spalancate mentre lancia il suo ruggito, ti ci vedo sì a fare la giravolta ma infilato in uno spiedo, cotto a puntino e servito in tavola all’orso, con tanto di tovaglia, tovaglioli, coltello e forchetta> e continuò ancora vantandosi a questo punto lui, di prodezze che in realtà non avrebbe mai avuto il coraggio di compiere <Io sì che avrei il coraggio di farlo, anzi di salti dentro il bosco ne farei mille e non mi preoccuperei affatto se qualche mostro nascosto dietro un cespuglio o nel tronco di un albero mi dovesse vedere, si provassero ad uscire allo scoperto mentre attraverso il bosco> continuava a mentire il bianco batuffolo di pelo, tremante al solo pensiero di effettuare realmente quanto stava raccontando <Gli faccio un bel salto sotto agli occhi, mi piazzo proprio nel bel mezzo della sua fronte e poi spicco un salto alto alto e lungo lungo, che in un battibaleno sono già alla fattoria a sgranocchiar carote ed insalata!> terminò infine Placido fra lo stupore dei cugini che a bocche spalancate ascoltavano la narrazione di tutte quelle prodezze che non sarebbero mai state compiute. Fu a quel punto che il minore di tutti i coniglietti Emilio, trovato fra le pieghe del suo pelame un coraggio sconosciuto, riuscì a prender la parola per raccontare a tutti l’impresa ancor più ardua e pericolosa che lui avrebbe compiuto.
<Io… io…> iniziò quasi tremando ma quando ebbe tutti gli occhi puntati su di se, per timore di essere zittito ancor prima di incominciare visto che era il minore, srotolò il suo discorso senza più riprender fiato <Io me ne faccio un baffo dei vostri propositi, io attraverserò il bosco a balzelloni e me ne ritornerò indietro sano salvo e impettito, che ci siano i mostri oppure no. E che si facciano vedere se ne hanno il coraggio, che gli mostrerò i miei dentoni e orsi, lupi o cani randagi che siano se ne ritorneranno al loro covo ratti ratti e con la coda tra le gambe>
I cugini conigli rimasero con le loro bocche spalancate, il naso con il suo incessante fremere ad odorare ogni alito di vento e un filo d’erba penzoloni sconcertati ed increduli davanti alle parole di Emilio. Ma a quel punto la sfida ormai lanciata ebbe il suo irrimandabile inizio. I conigli si misero in posizione di partenza e al segnale stabilito se ne corsero saltellando verso l’uscita, verso i campi aperti, verso il bosco. Sereno però non ebbe nemmeno il coraggio di uscire dal recinto, Duilio si fermò nei campi, Venanzio arrivò davanti al primo albero del bosco e poi pensò bene di tornare indietro a cercar carote e erbetta insieme agli altri, Placido fece un paio di balzi dentro il bosco e poi girò la coda e tornò indietro per cui solo Emilio entrò deciso balzellon balzelloni e sparì dalla vista di tutti nel buio fitto del sottobosco. Gli altri conigli se ne ritornarono mesti e impauriti verso la fattoria e corsero a raccontare tutto ai conigli più anziani. Alla notizia dell’incredibile impresa di Emilio, l’agitazione si sparse per l’intera fattoria, maiali, galline, mucche, tutti erano stati informati della sciagurata sfida dei conigli e della temeraria corsa che il più piccolo di loro aveva intrapreso. L’agitazione per fortuna catturò anche l’attenzione del contadino che dopo un breve controllo e qualche conta, si accorse che era scomparso un coniglio e a seguito di una verifica più approfondita, si rese conto che era sparito Emilio, il più piccolo dei cuccioli e il più peperino di tutti.
Il sole stava ormai tramontando così il contadino si armò di torcia e di pazienza e partì alla ricerca del coniglio temerario. Emilio però si era fermato solo dopo pochi balzelli, là dove la luce del sole già si nasconde tra le fronde degli alberi che gli apparvero allora altissimi e minacciosi. Si era rintanato sotto una radice e aveva cominciato a tremare in attesa che qualcosa capitasse.
E come sempre in questi casi qualcosa capitò.
Era ormai buio e il bosco si cominciò ad animarsi di rumori e forme a lui sconosciute, gufi, lupi, cani, e orsi se ne andavano in giro alla ricerca di cibo ed Emilio era lì, bello che pronto a diventar lo spuntino di qualcuno quando all’improvviso vide una gran luce e una forma terrificante che gli si stava avvicinando. La strana creatura lo prese per le orecchie, il cuoricino del povero Emilio batteva come un tamburino e i suoi baffetti tremavano allo stesso ritmo e il contadino che lo teneva per le lunghe orecchie, lo prese allora in braccio e si rivolse la torcia contro per farsi riconoscere e tranquillizzare lo spaventato animaletto. Emilio ritornò alla fattoria impaurito e vergognoso per la sua impresa ma nessuno dei suoi cugini ebbe il coraggio di prenderlo in giro per questo e poi in fondo lui era l’unico ad essere veramente entrato nel bosco.

Nonostante il suo enorme amore per gli animali, il contadino avrebbe costruito per i temerari cuccioli di coniglio una bella gabbia stretta stretta, in cui li avrebbe rinchiusi per un po’, almeno fino a quando avessero capito che non era proprio il caso di andarsene in giro per ogni dove, quei birbanti avevano certo imparato la lezione ma delle teste matte è sempre meglio non fidarsi. Adesso sono tutti più tranquilli, il contadino a cui non scapperanno nemmeno i più spericolati tra i cuccioli di coniglio, i conigli anziani a cui non spariranno i piccoli ed i cuginetti che se ora ne stanno al sicuro nelle loro gabbie a saltellare fra carote ed insalata, narrando di imprese straordinarie, di animali feroci affrontati e sconfitti, di corse lunghe e di mille altre fantasie divertenti e inventate.
Emilio Coniglio

16 LUGLIO 2001

QUESTO PAZZO MONDO BIMBO!
Il mestiere di bambino è certamente uno dei più difficili che si siano mai visti sulla terra, ci sono sempre un sacco di cose che non si possono fare e un sacchissimo di cose che invece si devono fare. Tutti hanno sempre qualcosa da insegnarci e da dirci, come si fa a fare questo, come a fare quell’altro e per questo è sempre molto complicato riuscire a portare avanti qualcosa nella maniera in cui andrebbe veramente fatta e cioè a modo nostro. Fra le migliaia e migliaia di cose importanti per noi bambini, l’igiene e la cura del nostro corpo è una delle attività che spesso e volentieri ci porta a battagliare con i genitori, i nostri punti di vista e i loro sono sempre molto diversi. Quello che a noi sembra una cosa normalissima, costringe loro a mettersi le mani nei capelli e quello che per noi appare come un sacrilegio, tipo mangiare con le posate invece che con le mani, per loro è la cosa più normale che ci sia, tanto che a volte mi chiedo dove abbiano mai appreso tutte le strane e imprevedibili trovate che mettono in atto ogni giorno, nel fare le cose più semplici nella maniera più complicata possibile. Insomma aver cura di sé, come tutte le occupazioni davvero importanti, è anche esageratamente e incredibilmente noioso!
Per i primi mesi ci hanno pensato le amorevoli cure della mamma e del babbo a coccolarci e a far si che noi si crescesse robusti e preparati al mondo. E che fortuna! Ve l’immaginate se anche da piccolissimi avessimo dovuto fare le cose da soli? Ma li avete visti i grandi che cambiano un pannolino, se tutto va bene ci si annodano dentro anche loro, figuriamoci se ce lo avessimo dovuto cambiare da soli, saremmo rimasti chissà quanto nella cacca prima di riuscire nell’impresa. Meno male che ci ha pensato la loro attenzione ed il loro amore ad aver cura di noi e far sì che tutto funzionasse a meraviglia, beh, almeno per i primi tempi. L’unico problema e che quando poi siamo diventati grandi, tutto avrebbe dovuto cambiare, adesso siamo in grado di fare da soli ma loro sembra proprio che non l’abbiano capito.
Bagnetti e pulizie accurate di tutto il corpo sono all’ordine del giorno e come tutti voi sapete sono occupazioni tutt’altro che attraenti. Cosa c’è di peggio che infilarsi in una vasca piena d’acqua, che di solito è sempre o completamente fredda fredda, quasi gelata oppure c’è da scottarsi i piedini quando la mamma cerca di infilarci dentro per farci il bagno. Il lavaggio poi è disastroso, acqua che entra da tutti i pertugi, dalle orecchie, dal naso, dalla bocca e i capelli tutti bagnati ahhhh, che orrore. Il problema vero però non è tanto lavarsi o farsi lavare ma aver cura di noi, come si fa a dar retta a tutte quelle strane e illogiche regole che i grandi cercano ogni giorno di farci imparare? Non fare questo, fai quest’altro, non raccattare le carte da terra, non mettere tutto in bocca, lavati i denti, lavati i piedi, non sudare, non correre, copriti bene, non mangiare le caramelle con la minestra, non inzuppare le patatine nella panna, non bere troppo, non mangiare poco, ohhh! Uffa! Ma come si fa a star dietro a tutto questo! Io proprio non riesco a capire come fanno i grandi a ricordarsi di fare tutte queste cose e ancor di più non capisco come fanno a farle! Dico ma le avete mai mangiate le patatine con la panna? Mmmmmmmmmmmhhhhhh! Per me sono proprio una delizia!
Certo però bisogna dire che però i grandi a volte hanno anche ragione, l’altra sera mentre mi stavo per addormentare mi ha chiamato il molare inferiore sinistro. So che questo è il suo nome perché ho sentito il dentista che lo chiamava così ma non so proprio cosa voglia dire, io credevo che si chiamasse dentone. Sì, quello grosso grosso in fondo alla bocca, quello che serve per stappare i pennarelli e per schiacciare le noccioline, sì ecco proprio quello, insomma ecco.. lui. Quel pomeriggio eravamo stati dal dentista. Uno fra i più spaventosi grandi che io abbia mai conosciuto, tutto camice dalla testa ai piedi, con la visiera davanti agli occhi, i guanti di plastica e la pila sulla testa, mi ha rovistato in bocca per un sacco di tempo e poi ho sentito che diceva alla mamma che dovevo prendere l’abitudine di lavarmi i denti, altrimenti presto l’avrei perso. Insomma hanno cercato di mettermi paura ma io non avevo alcuna intenzione di cedere, mai e poi mai mi sarei infilato in bocca uno spazzolino da denti, se gli stava bene, al massimo me li sarei strusciati con la panna messa sopra una patatina fritta altrimenti per me si potevano arrangiare. Proprio mentre stavo per addormentarmi, il dentone mi ha invece raccontato una strana storia che gli avevano confidato quei buffi bastoncini di metallo dal sapore schifoso che i dentisti ti mettono sempre in bocca per guardarti i denti da dietro, con lo specchietto o quell’altro fatto a uncino, che fa tanta tanta paura. Quei due tremendi arnesi gli avevano riferito che…

 
L’ULTIMO DEI MOLARI
Gaetanone era un dente, anzi un dentone di quelli belli grossi, che stava nella bocca di un bambino molto goloso, Albertino. Gaetanone macinava di tutto da mattina a sera, caramelle, patatine, cilingomme, panini, merendine, palline di vetro, tappi delle penne, ramoscelli, animaletti di plastica della fattoria che gli era stata regalata per il compleanno. Insomma dentro quella bocca passava di tutto e Gaetanone era lì, sempre pronto a masticare quello che gli veniva messo sopra. Albertino però non si lavava mai i denti. Finché la mamma o il babbo lo avevano fatto per lui, i suoi denti erano sempre stati puliti, luccicanti, belli sani e a posto ma da quando era diventato abbastanza grande da andare in bagno da solo, i denti si erano completamente scordati di cosa fosse uno spazzolino, figuriamoci poi un dentifricio. Il tempo passava inesorabile e Gaetanone continuava a macinare di tutto, per tutto il giorno, colazione, scuola, pranzo, compiti a casa, merenda, giochi, cena, tivù e infine l’ultima caramella prima di andare a letto. La mamma ogni sera chiedeva al bambino se i denti fossero stati lavati e Albertino rispondeva di aver fatto tutto tutto e se ne correva di filato a rifugiarsi nel letto fra balocchi e peluches e intanto il tempo passava, inesorabile. Dopo un po’ però Gaetanone cominciò a sentire un leggero dolore alla testa. Certo, la sbatteva tutto il giorno contro un po’ di tutto e anche contro l’altro dente, Pierone, quello che se ne stava appeso sopra di lui e più passava il tempo più gli faceva male la testa, tanto che alla fine anche il bambino cominciò a piangere dal dolore e a non riuscire più a dormire. Appena però fu scoperto il malanno, la mamma lo portò prontamente dal dentista, il quale lo stese sul lettino e cominciò a scrutarlo con la sua luce sulla fronte e con tutti i ferretti che aveva a disposizione, infilandoglieli in bocca e picchiettando e tastando su tutta la smagliante dentatura del bambino, dentone compreso. Appena trovata la magagna sulla testa dolente di Gaetanone, il dentista infilò nella bocca di Albertino un trapano gigantesco, quasi come quello che serve al babbo per fare i buchi in casa e far arrabbiare le mamma e trapanò ben bene la testa di Gaetanone, poi con del cemento speciale, come quello che il babbo deve mettere nei buchi che ha fatto nel muro per riparare i danni, tappò la testa del povero Gaetanone il quale, dopo tutta quella sofferenza, si sentì finalmente riavere. Aveva pagato caro il fatto di non esser stato lavato e spazzolato ogni sera ed ogni mattina ma adesso era di nuovo tutto a posto e mamma e bambino se ne ritornarono mesti mesti a casa con una sfilza infinita di cure e spazzolature per la salvaguardia del povero dentone. Da quel giorno il bambino si lava sempre i denti prima di andare a letto ed anche dopo pranzo ed i suoi denti sono tutti sani e anche Gaetanone adesso è felice, perché sa che il buco sulla sua testa è stato riparato e non sentirà più alcun male. Ogni volta poi che il bambino si lava i denti Gaetanone si mette in posa gioioso e tranquillo a farsi portar via tutti i batteri cattivi che altrimenti se lo rosicchierebbero piano piano e gongola beato mentre sta lì a farsi strusciare e carezzare dallo spazzolino che lo pulisce a modo e lo lustra bene bene, ora sì che è davvero pronto a masticare e schiacciare di tutto.
Eh sì! Sarà anche noioso, però mi par proprio che aver cura dei denti sia una cosa molto importante. I primi denti che mettiamo, sono detti denti da latte, chissà poi perché, io non ho mai visto nessuno che morde il latte con i denti. Forse sarà perché sono bianchi come il latte o forse perché è con quei denti che abbiamo morso i seni delle nostre mamme e i biberon quando eravamo piccoli piccoli e l’unica cosa che mangiavamo era il latte. Insomma quei denti lì, comunque si chiamino, dopo un po’ se ne cascano via e non è poi così dannoso se non li riempiamo di tutte le nostre attenzioni ma quelli che ricrescono dopo, più grandi e più robusti, devono durare per tutta la vita, quindi è meglio spazzolarli ben bene oggi e ritrovarsi i denti anche domani che andare a giro con dentiere o denti finti come quelli di Dracula che ci mettiamo a carnevale per far gli scherzi alle nonne paurose. In fondo le noccioline sono troppo buone per rinunciare a mangiarle e senza denti sarebbe davvero un grosso problema. I denti però non sono l’unica cosa di cui dovremmo aver cura. Certo però che l’igiene è proprio una cosa barbosa, non siamo mica gatti che stanno lì tutto il giorno senza fare nulla e così possono stare ore e ore a lisciarsi e lavarsi e poi dormire, lavarsi e lisciarsi. Noi bambini abbiamo un sacco di cose da fare, saltare giocare, guardare la tivù, correre, leggere e invece dovremmo stare tutto il giorno a prendersi cura di ogni parte del nostro corpo ma dove lo troviamo il tempo e poi parliamoci chiaro e più divertente giocare con le costruzioni che lavarsi le orecchie. Devo dire però che anche a questo proposito ho sentito un racconto interessante a seguito del quale ho avuto molto da pensare in proposito e alla fine mi sono convinto che darmi una bella lavata alle orecchie, almeno una volta al giorno, è non solo importante ma anche utile. L’altro giorno mi ero messo le cuffie in testa per ascoltare le mie canzoncine preferite alla radio, durante un programma fatto apposta per noi bambini in cui parlano di giochi, di giocattoli, di carte e figurine e fanno ascoltare tante belle musichette e sigle di cartoni animati. Così bardato come un pilota d’astronave, potevo ascoltare la musica senza dar fastidio alla mamma, lei stava guardando il suo barboso teleromanzo alla tivù ed io non volevo certo disturbarla. Mamma mia che strani i grandi, guardano certa robaccia in tivù, tutti baci, abbracci e lacrime a me invece piacciono di più i robot, i mostri, gli animali che si trasformano e anche i cartoni con le streghe, i topi, e le ragazze. Mi sbaglierò ma a me sembrano molto più divertenti e reali i miei cartoni, di tanti film che guardano i grandi. Insomma, me ne stavo lì, tranquillo tranquillo a canticchiare la sigla di non mi ricordo più quale cartone, quando tutto ad un tratto le cuffie mi hanno chiesto se avevo sentito quella storia strana di quel bambino buffo che gli era accaduto quel fatto assurdo. Io ho risposto che non ne sapevo niente e allora mi hanno raccontato che la radio aveva detto loro, che aveva sentito dire dall’antenna, che aveva captato una notizia arrivata direttamente dalla trasmittente di un’ambulanza, dove si era sentito dire che un dottore aveva raccontato che…

 
FACCIAMO SALTARE IL TAPPO
Gino e Pino erano un bel paio di orecchi rosa rosa e leggermente a sventola attaccati alla testa di Filippo, un bambino abbastanza grande da provvedere da solo a lavarsi almeno la faccia, la sera prima di andare a letto e al mattino per riuscire a svegliarsi per bene. Filippo era davvero un bravo bambino in fondo e ogni mattino ed ogni sera si insaponava ben bene le mani e si strusciava il viso con forza, per lavarlo da tutta la cioccolata che era riuscito a spalmarci sopra e dall’unto delle patatine che gli era rimasto ancora tutto intorno alla bocca e non solo. Si lavava dappertutto molto diligentemente ma non osava nemmeno avvicinarsi alle due orecchie. Ci girava intorno, lavava, strusciava ma non infilava mai le dita fra le pieghe dei suoi orecchioni, lo riteneva una cosa davvero molto molto fastidiosa, l’acqua negli orecchi era per lui una vera e propria tortura. Quando la mamma gli faceva il bagnetto cercava sempre di avvicinarsi ai suoi rosei padiglioni ma il bambino cominciava subito ad urlare e sbraitare dicendo che ci avrebbe pensato da solo, tanto se li lavava tutti i giorni, aggiungeva addirittura mentendo spudoratamente, la mamma ci credeva e Gino e Pino se ne rimanevano sporchi ma sporchi sporchi, nelle pieghe, tutto intorno e dentro, là in fondo, quasi ad entrare dentro la testa. Laggiù, proprio nel profondo, lo sporco si era accumulato giorno dopo giorno fino a formare un’insuperabile barriera contro la quale, dopo un po’ di tempo, anche un’energica lavata non sarebbe più servita a niente ma fino a quel momento tutto era filato liscio e senza grane. Per Filippo arrivò finalmente il momento di cominciare a frequentare l’asilo, a lui piaceva tantissimo stare in mezzo agli altri amici, giocavano, saltavano, disegnavano, correvano a perdifiato dalla mattina alla sera e le maestre li lasciavano fare quasi tutto quello di cui avevano voglia. La classe si stava preparando ad una piccola recita di Natale ed i bambini dovevano imparare una breve e simpatica canzoncina, da cantare sotto l’albero preparato dalle maestre ma per Filippo questo fu solo l’inizio dei guai. Il bambino non sapeva leggere le parole e non poteva imparare la canzone che ascoltandola ma Filippo non ci sentiva nemmeno bene, poiché i suoi orecchi erano ormai così zeppi di sporco da aver formato un tappo insuperabile che impediva ad alcuni suoni di essere ascoltati. Sentiva la mamma e il babbo, sentiva le maestre e i compagni ma non riusciva ad ascoltare la musica. Si ritrovò per questo a fare il pesce di Natale sotto l’albero. Fra regali e lampadine, Filippo fu costretto a muovere solo la bocca, senza produrre alcun suono, proprio come fanno i pesci, dato che non era riuscito ad imparare la canzoncina di Natale. A causa di questo contrattempo e per rimediare alla situazione, il bambino si era lavato le orecchie tutte le sere e tutte le mattine, sì che Gino e Pino si erano sentiti riavere dal piacere di essere rinfrescati e sciacquati con tanta frequenza ma all’interno delle orecchie lo sporco era ormai talmente solidificato che nessun tipo di lavaggio sarebbe riuscito a toglierlo da laggiù. Ci dovette infatti pensare un dottore, il quale si accorse di tutto durante una visita di controllo. Il povero bambino fu disteso su di un lettino, fu tenuto ben fermo dalle amorevoli mani della mamma e il dottore, con uno strano aggeggio appuntito, riuscì a lavare Gino e Pino come mai era stato loro fatto. Il piccolo fu sorpreso dei rumori e dei suoni che riusciva finalmente a udire e dopo lo spaventoso incontro con il dottore che sì lo aveva liberato dal tappo nelle orecchie ma gli aveva anche fatto tanta tanta paura, pensò bene di continuare a lavarsi le orecchie ogni giorno, con immensa gioia di Gino e Pino che adesso ci sentono benissimo e sono sempre freschi e puliti. Filippo ha poi imparato tutte le canzoncine dell’asilo e le canta beato e a squarciagola tanto che tutti sono costretti a tapparsi le orecchie per non sentirlo stonare.
Beh! Credo proprio che per noi bambini e anche per i grandi sia davvero importante aver cura di se stessi. Lavarsi e pulirsi ben bene da tutte le parti per mandar via lo sporco che è sempre lì pronto ad attaccarsi ovunque e metter su casa velocemente che nemmeno te ne accorgi, ti lavi al mattino e alla sera hai di nuovo tutto il collo sporco, per non parlare delle dita dei piedi e delle mani sempre piene di cioccolata, patatine fritte, macchie di pennarelli, erba, terra e così via. Per noi bambini è davvero difficile però farci caso, perché certamente abbiamo ben altre e più importanti cose da fare che non controllare se e quanto possiamo esser sporchi ma possiamo esser certi che quando il babbo o la mamma ci dicono che è meglio darsi una lavatina sicuramente ne abbiamo bisogno. Eh sì! I genitori hanno quasi sempre ragione, d’altra parte loro non hanno da fare cose così interessanti come noi, non giocano, non disegnano, non corrono, non imbrattano, non rompono, insomma fanno una vita talmente noiosa che andare a cercare lo sporco o le cose che fanno male deve essere diventato il loro modo di passare il tempo. In fin dei conti bisogna dargli ragione, ci sono infatti un sacchissimo di cose che fanno male ai grandi ed anche ai bambini e a volte non basta lavarsi o cambiarsi la maglietta sporca di erba, cioccolata, tempere, sugo e terra per stare al sicuro ed esser tranquilli di non ammalarsi o farsi male da qualche parte. Tra le cose più noiose che i genitori riservano a noi bambini certamente ci possiamo mettere proprio il fatto di cambiarsi i vestiti. Dico ma li avete visti i grandi? Hanno il vestito per il lunedì, quello per il giovedì, un altro per il sabato e un altro ancora per la domenica a seconda che si vada a pranzo dai nonni o che si vada al mare. Io credevo che i vestiti servissero per coprirsi quando faceva freddo ma invece è tutto un leva e metti, la mattina ti alzi, ti spogliano e ti mettono un vestito diverso, poi quando torni dall’asilo ti cambiano di nuovo. La domenica ti mettono sempre dei vestiti ridicoli, tutti pieni di gale se sei una femminuccia o che ti fanno stare tutto inteccherito se sei un maschietto, poi ogni volta che un po’ di pastasciutta va a finirci sopra sbraitano e te ne infilano un altro che sicuramente si macchierà con il dolce. Allora sì che si infuriano e poi ti dicono che te lo devi tenere, così li guardi per fargli capire che tu mica te lo volevi levare il vestito, in fondo hai freddo e con quella camicia con la panna nel taschino stai proprio bene. Ah i grandi, a volte io non li capisco, anche se devo continuare a dire che spesso hanno davvero ragione. L’altra sera, mentre mi infilavo il pigiamino, quello bellino celeste che mi piace tanto con le barchette, il mare e il sole rosso rosso che sorride e manda tanti raggi, insomma stavo per entrare nel letto quando proprio il pigiama mi ha raccontato una storia fantastica che aveva sentito mentre se ne stava disteso ad asciugare, dopo che la mamma, tanto per cambiare, lo aveva lavato. Era lì tranquillo a prendersi il sole addosso, quello vero di sole non quello disegnato, quando dal terrazzo vicino lo ha chiamato la camicia da notte della bambina del piano di sopra, una molto molto carina con le lentiggini, i capelli rossi e l’apparecchio per i denti e gli ha raccontato una storia che aveva sentito non mi ricordo più se da un lenzuolo del palazzo di fronte o dai jeans del piano terreno ma che diceva più o meno a questo modo…

 
BUTTA VIA QUELLA MAGLIETTA!
A Giacomino piaceva un sacco giocare a pallone, quell’aggeggio rotondo che andava dovunque tu lo calciassi o lo buttassi con le mani era proprio un gioco divertente. Lo lanciava lontano con le mani e poi lo rincorreva e quando lo aveva raggiunto o gli tirava un gran calcio e lo spediva di nuovo lontanissimo per poi andarlo a prendere correndo o lo lanciava via ancora con le mani magari facendolo rimbalzare per terra per poi dargli un calcione e farlo volare in aria alto alto e ammirarlo mentre se ne volava sopra tutti e sopra tutto. A volte si immaginava di essere lui stesso una palla per poter volare sopra i bambini, sopra i prati, i giardini e sopra le strade, poi prendere un altro bel calcio e volare in alto nel cielo fino al sole e ridiscendere fino a terra e rimbalzare ancora e poi ancora. Dopo gli piaceva ritornar bambino e correre da solo o insieme ai suoi amichetti dietro a quella palla, scappare tenendola tra le mani o calciandola lontano da tutti. Ah sì che bello! Il pallone era proprio una gran bella invenzione, almeno quanto le astronavi e la televisione e correre era piacevole e divertente come sognare di andare su marte o volarci, dentro un cartone animato. Giacomino giocava a palla tutti i giorni, correva correva e la mamma gli correva sempre dietro dicendogli di coprirsi, di non sudare tanto dietro a quell’aggeggio infernale, di tornare a casa presto, darsi una bella lavata e cambiarsi la maglietta, insomma le cose che tutte le mamme dicono a tutti i bambini e che chiaramente nessun bambino ascolta. Giacomino ogni giorno tornava a casa sudato fradicio, dopo aver rincorso la palla e gli altri bambini per tutta la mattina e tutto il pomeriggio, correva di filato nella sua cameretta e si metteva a leggere un giornalino o un libro di favole, aspettando che la mamma preparasse la cena. La mamma invece, dopo un po’, andava a trovarlo nella sua camerina e prima lo brontolava bene bene, poi lo spogliava tutto, lo lavava e gli metteva i vestiti puliti e asciutti. Giacomino brontolava e il giorno dopo ricominciava tutto da capo. Capitò una volta che quel sabato ci sarebbe stata la festa di compleanno del suo migliore amico, Luigino e Giacomino non se la sarebbe fatta scappare per niente al mondo. Quella sera invece tornò a casa più sudato che mai e più stanco di quanto non fosse mai rincasato, si infilò bagnato e sporco nel letto e si addormentò in un battibaleno. La mamma appena lo trovò si preoccupò subito di quello che poteva esser successo al povero Giacomino, lo spogliò con delicatezza, lo lavò piano piano mentre il bambino ancora dormiva, lo rivestì con un pigiamino caldo e asciutto, lo rimise a letto e dopo avergli misurato la febbre ed aver visto il termometro salire fino a trentotto, chiamò il dottore e lasciò che Giacomino dormisse tranquillo. Quel sabato non andò alla festa, rimase chiuso in casa ammalato e fu costretto a rimanerci anche tutta la settimana successiva, senza amici e senza pallone. Quando finalmente rivide la luce del sole ed i suoi compagni di mille giochi, ricominciò subito a correre e saltare con loro o dietro a qualche pallone ma da allora, quando la sera ritorna a casa, si lava per benino, si asciuga e si cambia la maglietta sudata prima di mettersi a leggere o a sfogliare un giornalino, aspettando che la cena sia pronta. Da quella volta non si è più ammalato per colpa del pallone. Qualche giorno dopo poi, anche se in ritardo, ha festeggiato il compleanno di Luigino con patatine e salatini, nel mezzo ai giardinetti tra una corsa, un salto e una pallonata.
Uffa! Come si fa a dar torto ai genitori, ne sanno sempre una più di quelle che noi possiamo ribattere, a volte sembra proprio che sappiano addirittura quello che vanno dicendo. A volte però, perché mica sempre hanno ragione, prendiamo per esempio il mangiare, la frutta ecco, certo che la frutta è proprio una delle cose più buone e gustose da mangiare, niente a che vedere con la verdura! Puah! Ravanelli, fagiolini, insalata, carotine, brrrrrr mi vengono i brividi soltanto a parlarne figuriamoci poi se riuscirei mai a mangiarne. I genitori invece non fanno altro che star lì a dirti, mangia la verdurina che diventi grande, mangia le carotine che cresci forte ma insomma, non hanno ancora capito che noi non vogliamo crescere, che vogliamo rimaner bambini! La frutta invece è così gustosa, polposa, succosa, ti puoi sbrodolare tranquillamente mentre ti gusti una pesca e la metà del suo succo se ne cola giù lungo la gola, per poi finire immancabilmente su vestiti, tovaglia e tovaglioli. Per non parlare poi di tutta quella che ti cola lungo il braccio fino al gomito per poi riversarsi, goccia dopo goccia, sul pavimento della cucina. E per questo i grandi si arrabbiano, uffa a un certo punto si perde proprio il gusto di fare le cose, cosa ci sarà mai di male a mangiare una susina o una pera e perderne la metà per la strada, se proprio ci va ne mangiamo un’altra. Ma questo i grandi non lo capiscono e allora siamo costretti a mangiare tutti imbacuccati con bavagli, bavaglini e tovaglioli, sennò ci sporchiamo il vestitino nuovo e magari la frutta ce la sbucciano pure e ce la tagliano anche a fettine, per non rischiare una macchia sul vestito buono. Ma così, dove finisce il gusto dello sbrodolamento? Ad ogni modo la frutta più buona è certamente quella colta direttamente dagli alberi e magari mangiata stando penzoloni su di un ramo. Beh, lo so anch’io che in città non si trovano più ormai tanti alberi da frutto e che la campagna e sempre molto lontana da raggiungere per noi bambini ma state sicuri che c’è sempre un nonno, uno zio o anche qualche papà con la passione del giardinaggio, che nel proprio orto o giardino ha anche qualche alberello, magari un susino o un albicocco o, fortuna delle fortune, magari addirittura un ciliegio. Allora alla carica e chi più ne trova più ne mangi. Arrampichiamoci sopra e gustiamoci la frutta, come dicono i grandi, dal produttore, l’albero al consumatore, noi bambini. Beh, lo so, lo so che mi ripeto ma pure in questo caso devo dire che i grandi a volte hanno proprio ragione, sì perché l’altro giorno, mentre giocavo alla Formula 1 nell’automobile di papà, questa mi ha raccontato che mentre era ferma al semaforo rosso, perché quando il semaforo, sì il marziano, quel coso lungo e verde con tre occhi colorati, verde avanti, giallo attenti, rosso fermi, insomma appunto quando il semaforo ha l’occhio rosso acceso bisogna fermarsi e mentre era ferma al semaforo rosso, le si è affiancata un ambulanza che stava ritornando dall’ospedale e le ha raccontato l’avventura di cui era stata partecipe, era successo che…

 
COME PERE COTTE
Nonno Ademaro si stava preparando ad affrontare una nuova estate, il caldo si faceva sentire sempre più opprimente, la scuola era già finita e i bambini, quei cosi scorrazzanti e schiamazzanti, non erano contenti di uscire a giocare e urlare tutto il giorno, no, adesso volevano uscire anche la sera, a far danni per le strade e soprattutto nel suo orto. Nell’orticello di nonno Ademaro un pesco, un pero e un ciliegio se ne stavano stracarichi di frutti, per il momento ancora piccoli e acerbi, in attesa che qualcuno li liberasse da quell’enorme peso e Ademaro pretendeva che questo onore toccasse soltanto a lui, lui solo doveva essere quello che avrebbe goduto, meritatamente si deve dire, dei frutti dei propri alberi, quelle bellissime piante che aveva curato, concimato e accudito con tanto amore da tantissimo tempo. Ma l’estate arrivava, il caldo maturava i frutti e faceva uscire i bambini la sera e queste piccole pesti, per rinfrescarsi del gran calore, non avevano di meglio da fare che infilarsi di nascosto nel suo orto e mangiarsi le sue susine, le sue pere e mmmhhmmm le sue buonissime ciliegie. Così facevano infatti Giacomo, Michele e Guido, tre inseparabili amici che, quando arrivava la bella stagione, non contenti di quanto avevano giocato e scorrazzato per tutto il giorno, uscivano anche la sera e fra le tante cose che piaceva loro fare nel buio afoso dell’estate, la più succosa era certamente la mangiata di frutta. Si infilavano nell’orto di Ademaro, che a loro vedere era proprio un vecchietto uggioso e brontolone, che però aveva della buonissima frutta nell’orto e arrampicatisi sugli alberi, uno per uno, per ognuno di loro, uno diverso per ogni sera e si facevano delle gustose scorpacciate di frutta, comodamente seduti sui rami del susino, del pero e del ciliegio. Nonno Ademaro insospettito come al solito dal gran trambusto, si era affacciato anche quella sera alla finestra che dava sull’orto pronto a brontolare e inveire contro le solite tre birbe che gli avevano ormai quasi del tutto svuotato la scorta di frutta, vide i mascalzoncelli appollaiati sugli alberi pronti a spiccare un salto da un ramo all’altro e stava per gridare loro di andarsene, altrimenti sarebbe sceso lui. La gioia, la compagnia, la tranquillità e l’abitudine a volte però fanno brutti scherzi e quella sera mentre se ne stavano pacificamente a ingozzarsi di frutta balzellando da un albero all’altro, si ritrovarono tutti e tre a saltare nello stesso momento, scontrandosi a mezz’aria fra il susino, il pero e il ciliegio. L’improvvisa distrazione aveva fatto sì che Giacomo, Michele e Guido cadessero tutti di sotto dagli alberi, proprio come pere cotte. I tre, da beati e tranquilli della loro scorribanda, perfettamente a conoscenza del fatto che nonno Ademaro era un gran brontolone ma anche un cuore d’oro e non avrebbe mai fatto loro niente di più che una sonora brontolata, si ritrovarono a belare tra la terra e i noccioli del loro ultimo pasto. Nonno Ademaro dopo un brevissimo attimo di soddisfazione si vide invece costretto a correre in soccorso dei tre, non prima di aver avvisato subito il dottore del piano di sopra. L’ambulanza se li portò via tutti quanti. Giacomo si era fatto male ad una spalla, Michele aveva un gran dolore ad un piede e Guido aveva battuto forte il sedere per terra, insomma nessuno dei tre fu in grado di scappare e dovettero ricorrere alle armi della tenerezza per essere curati e accuditi senza buscarsi una sonora risciaquata per la marachella che avevano combinato al povero Ademaro e per il pericolo in cui si erano andati a cacciare con la loro golosità e la loro spavalderia. Dopo una nottata di cure furono finalmente riportati a casa dai rispettivi genitori, arrabbiati e preoccupati nello stesso momento ma teneri e amorosi verso i propri figli e il mattino successivo tutti e tre si videro recapitare un enorme cesto di frutta per colazione. Susine, pere e ciliegie direttamente dall’orto di nonno Ademaro, con l’augurio di una pronta guarigione così che potessero presto tornare a fargli compagnia nelle calde sere d’estate, altrimenti chi avrebbe potuto brontolare se loro non fossero tornati a banchettare su suoi alberi.
Eh sì, i genitori a volte hanno proprio ragione a dirci di stare attenti. Ma non sarà perché sono caduti anche loro dagli alberi? E poi, anche i grandi più brontoloni alla fine sono sempre buoni e generosi con noi bambini e ci perdonano sempre tutto. D’altra parte come sarebbe mai possibile resistere a due belle ciliegie penzolanti da un albero in un’afosa notte d’estate. A proposito di scorpacciate, mangiare non è mica sempre pericoloso, non è certo necessario arrampicarsi sugli alberi per mangiare, basta sedersi a tavola e vedere quello che c’è nel piatto, scansare tutto ciò che non ci piace, anche se i grandi ci dicono che ci farebbe così tanto bene e mettersi in bocca tutto ciò che rimane, magari non necessariamente nell’ordine in cui ci viene proposto ogni giorno. Prima le paste condite con il pomodoro, penne, tortiglioni o spaghetti oppure la minestrina di dado liscia liscia o quella in brodo, con tutti quei pezzi di non so cosa che galleggiano fra palline gialle di olio o di chissà che altro. Dopo immancabilmente carne, braciolina, petto di pollo o di tacchino o se siamo particolarmente fortunati qualche surgelato che abbiamo già visto in tivù, dentro il quale non sappiamo nemmeno cosa ci sia ma non ci interessa, se lo dice la tivù allora va bene ed è buono, anche se dopo lo prima volta non lo vorremmo mangiare più. Sì è buono, sì ma oggi non ci va in modo particolare e così non siamo più costretti a mangiarlo anche se la mamma ne ha comprate dieci scatole e non sa più per chi cucinarlo. Qualche scusa si trova sempre, pur di non tradire le nostre pubblicità preferite. Chiaramente accanto ad ognuno di questi noiosi piatti c’è sempre un contorno e per noi bambini il contorno è solo ed unicamente uno, le patatine fritte, quelle vanno bene con tutto, su tutto e dappertutto. Carne, pizza, aranciata, pastasciutta, minestrina e anche come antipasto ma figuriamoci se i grandi lo capiscono. No, giammai, oggi pisellini, domani fagiolini, il giorno dopo brrrrrrr carotine, insalata e via dicendo, le peggiori torture culinarie. E loro, lì a dire che è per il tuo bene, che fanno bene a questo, fanno bene a quest’altro, fanno crescere, fanno dormire, fanno stare svegli. Uffa ma mangiare qualcosa che piace, mai eh! E poi, se ci fanno mancare quello che ci piace, va a finire che quando magari c’è in tavola qualcosa di veramente buono, ci abbuffiamo a strippapelle e ci riempiamo le guance come criceti. Allora di nuovo tutti a dire, mangia piano, mastica bene, se fai così poi ti fa male. Uffa ma perché se loro hanno perso il gusto del mangiare, noi non possiamo gustarci le cose buone. Anche se devo dire che ogni tanto, come al solito, capita che abbiano davvero ragione. È successo a tutti prima o poi di fare una bella indigestione, certo senza stare davvero male ma quando la pancia strilla, anche se non è grave, fa male tanto tanto. Pensate, mi ha raccontato la forchetta, che gli aveva detto la tovaglia, che mentre era stesa al sole ha sentito dire una cosa davvero buffa da un tovagliolo steso nel prato accanto, era successo che...

UNA MISCELA ESPLOSIVA
Matteo non era un bambino mangione, anzi la mamma lo doveva sempre pregare di mettere qualcosa sotto i denti, una carota, un poco di sogliola, un morso di mela, un po’ di calda minestrina in brodo. Matteo invece, quando ci riusciva, non mangiava quasi niente. Questo perché aspettava sempre che arrivasse il momento delle patatine o del dolce, quello con la panna che a lui piaceva tanto tanto. Certo per lui riuscire a mettere insieme le due cose sarebbe stato il massimo ma sembrava che gli altri non gradissero poi così tanto l’abbinamento delle due pietanze. Non le sue due sorelline, due gemelline tutto pepe sempre a parlare e sparlare di tutto e di tutti ma ordinate e composte a tavola quanto ordinate e composte nel mangiare; primo, secondo, contorno, frutta e se c’è il dolce, blah che pasti insulsi. Tantomeno erano d’accordo i suoi genitori o i nonni, figuriamoci! Come in tantissime altre famiglie, anche in quella di Matteo la domenica è da sempre il giorno in cui viene dedicato più tempo alla preparazione del pranzo, mamma e papà non vanno al lavoro e allora si ingegnano nel preparare deliziosi manicaretti per la famiglia, almeno questo è quello che pensano loro, perché Matteo non è mai stato per niente d’accordo. Pranzi elaboratissimi con tutta quella roba piena di formaggi strani, filanti, sugosi e appiccicosi non era cosa di cui ti potevi fidare. Ma una felice e fortunata domenica, così almeno apparve al momento, Matteo trovò nascosto nel frigo dietro i fagiolini lessi, un meraviglioso e gustosissimo dolce alla panna, proprio di quelli che piacevano a lui, anzi che lo facevano letteralmente impazzire, fortuna ancora volle, si fa per dire penserete voi tra poco, che la mamma avesse preparato e tenesse in caldo dentro il forno, anche un gigantesco vassoio di deliziose patatine appena fritte, pronte ad andare in tavola di lì a pochi minuti. Matteo chiaramente non si lasciò sfuggire l’occasione, prese il dolce dal frigo e le patatine dal forno e con il gustoso e preziosissimo bottino si rifugiò silenzioso nella sua cameretta a divorarsi tutto in un sol colpo. Quando all’ora di pranzo papà e mamma lo cercarono per farlo sedere a tavola, lo trovarono disteso sul suo tappeto di peluche a forma di orso, con una patatina nella mano e la panna nell’altra mentre borbottava parole senza senso. Aveva proprio combinato un bel guaio! Fu portato di filato all’ospedale più vicino e dopo una bella lavanda gastrica e qualche giorno di letto a pollo lesso e mele cotte, Matteo poté alzarsi di nuovo e ricominciare a mangiare normalmente ma da allora ha pensato bene di assaggiare un po’ di tutto, come i suoi genitori, come i nonni e come le sue due antipatiche sorelline, magari non in quantità industriali. Quando ci sono le patate però quelle in più toccano sicuramente a Matteo e quando arriva il dolce è sua la fetta più grossa ma certamente non si lancerà mai più in esperimenti culinari, provando a mescolare i cibi, senza chiedere prima consiglio alla mamma o al papà e di sicuro non ne mangerà più così tanto.
Ehi! Ma è mai possibile che va sempre a finire che i grandi hanno ragione, anche quando si parla di roba gustosa da mangiare, sarà forse perché anche loro si sono fatti qualche scorpacciata di troppo quando erano piccoli, tanto tanto tempo fa e adesso cercano di non far compiere a noi gli stessi errori. Mah! Sarà, ma a me fare le cose strane e bizzarre che mi passano per la testa piace davvero un sacco e non riesco proprio a non farle neanche se i miei genitori me lo ripetono mille e mille volte. A proposito di mangiare ma voi siete mai riusciti a stare composti a tavola? Seduti, impettiti, con i polsi sul bordo, le gambe ben dritte, la schiena così eretta, che dopo un po’ che sei in quella posizione incomincia a farti male dappertutto e così ti smonti sulla tavola, mandando un braccio qua, la testa là, le gambe incrociate sotto il sedere e allora i genitori prendono a dirti cose tipo stai composto, tieni la schiena diritta, se stai in questa posizione poi dopo non ti addirizzi più, quando sarai vecchio te ne pentirai e mille altre strane e uggiose frasi che si ripetono ogni volta. Certo che i papà e le mamme a volte sono davvero noiosi e ossessivi, sempre a dirti cosa e meglio fare, cosa non fare, come stare, dove andare ma come si fa a stare composti a tavola, non è proprio possibile e poi ci sono delle situazioni in cui non si può davvero restare seduti impettiti. Avete mai provato a guardare la tivù stando fermi e composti? Eh no, non è proprio una cosa realizzabile, quando in tivù c’è un cartone o un film di avventura non si può davvero restare fermi, a me piace sdraiarmi tutto torto, magari mezzo sulla mia poltrona preferita e mezzo per terra, sul tappeto e quando poi l’azione si fa interessante cavalco, corro, salto, grido con i mie personaggi preferiti e alla fine mi ritrovo in posizioni davvero strambe; a capo all’ingiù, di traverso sulla poltrona, con le gambe annodate, con le braccia strampalate ed è una cosa superdivertente. La mamma invece non fa altro che dirmi di star composto, altrimenti mi sporco tutto, rompo la poltrona e soprattutto se non sto seduto per bene poi crescerò tutto torto. Questa più che un avvertimento sembra veramente una minaccia, come fanno a dire queste cose i grandi io non lo so proprio. Prendiamo ad esempio le piante, quelle mica stanno scomposte, se ne rimangono lì tranquille tranquille, piantate in terra, ben diritte e dopo un po’ cominciano a stortarsi tutte, eppure non ho mai visto una pianta seduta scomposta davanti alla tivù o a tavola. Come sempre però forse un po’ di ragione le mamme e i papà ce l’hanno. Sì perché proprio alcuni giorni fa sono venuto a sapere dalla mia poltrona preferita, che era stata a farsi ritappezzare dato che l’avevo consumata tutta, che un divano, che era con lei dal tappezziere, aveva sentito dire da una sedia impagliata una storia davvero strana che un po’ di ragione ai nostri genitori la concede veramente, circolava voce in giro che…

 
LA COLONNA PORTANTE
Tommaso era un bambino come ce ne sono tanti, gli piaceva saltare, gli piaceva correre, gli piaceva giocare, proprio come a tutti quanti i bambini. Tommaso aveva una particolarità che lo accomunava a tutti i suoi amici e a tutti gli altri bambini, era molto ma molto molto scomposto. Non si può raccontare quello che combinava nel letto perché neanche lui era in grado di ricostruire quello che succedeva la notte, fatto sta che al mattino la mamma lo trovava quasi sempre dall’altra parte del letto, con la testa al posto dei piedi e magari anche con le coperte tirate su come se si fosse infilato dentro ad un sacco ma spesso e volentieri lo trovava con le gambe penzoloni o addirittura con il corpo mezzo fuori dal letto e mezzo dentro. Questa però non era certo la peggiore particolarità che contraddistingueva il piccolo Tommaso, il modo in cui riusciva a trovare posizioni strampalate al suo corpo era davvero strabiliante. Quando era il momento di mangiare, che facesse colazione, pranzo o cena, riusciva a distendersi quasi completamente sopra la tavola, in una maniera che nemmeno un contorsionista esperto sarebbe riuscito a fare. Mantenendo le gambe incrociate ma divaricate sotto il sedere e appoggiando la testa sul braccio da un lato del suo posto e con il resto del corpo dalla parte opposta, in modo che la sua colonna vertebrale faceva quasi un giro su se stessa, oltre che divincolarsi come un serpente in fuga. Lo stesso faceva davanti alla tivù, mentre si divertiva seguendo un cartone animato o un telefilm avvincente, riusciva a girare tutta la stanza e a distendersi infine fra la poltrona e il pavimento, in una delle sua solite pose artistiche da quadro astratto. Sì, come quelli di Picasso, quelli che piacciono tanto ai grandi, quelli che sembrano dipinti da un bambino di cinque anni a cui non piace per niente disegnare. E la sua posa astratta e incomprensibile la si ritrovava ovunque, anche a scuola, tra il banco e la sedia o nei momenti di gioco con gli altri bambini. Non che i genitori o le maestre stessero lì a guardarlo senza dire niente, anzi tutti più o meno cercavano, con le buone o con le meno buone, di persuaderlo a tenere una posizione meno complicata ma Tommaso non si faceva convincere da nessuno, continuava imperterrito a distribuirsi su tavoli, letti e poltrone, in modo artistico e complicato. E così continuò a fare fino a che, durante un normalissimo controllo dal suo pediatra, questi notò che, se il piccolo Tommaso avesse continuato ad utilizzare quelle pose fantasiose, avrebbe sicuramente avuto da lamentarsi quando sarebbe diventato più grande. Era il momento di rimediare ai danni già fatti e di impedire che se ne facessero di nuovi e più rilevanti. Per questo motivo e con gran disperazione di papà e di mamma ma soprattutto di Tommaso, il dottore fu costretto ad imbrigliarlo in un busto rigido che gli avrebbe impedito ogni movimento non corretto ed ogni posa non adatta alla sua delicata colonna da bambino. Così gli importantissimi ossicini che formavano la sua spina dorsale, avrebbero avuto il tempo ed il modo di formarsi e di impilarsi nella maniera più corretta, cosicché poi Tommaso avrebbe potuto ricominciare a saltare come e più di prima. Dopo tre mesi di torture Tommaso venne infine liberato e, scampato ogni pericolo per il futuro della sua schiena, da allora in poi pensò bene di comportarsi diversamente, anche perché a forza di portare quel rigido busto si era ormai abituato a pose più semplici e meno pericolose anche se meno artistiche di quelle in cui si era ritrovato in passato. Chi lo osserva oggi vede il solito bambino scomposto che guarda la tivù, seduto e arrotolato come tutti i bambini del mondo. Sì ma avreste dovuto vederlo prima.
Accipicchia mi sa proprio che gira gira, per ogni cosa che vado a pensare, scopro sempre che forse non è proprio come credevo io. Ecco perché mia nonna, quando mi vede seduto scomposto, mi dice sempre che quando avrò la sua età me ne ricorderò di come mi arrotolavo e per colpa di quei rotoli non potrò più fare tanti dei movimenti che mi piacciono tanto. Sì, va be’, forse ha ragione ma comunque, sarà tra cento milioni di anni, allora si vedrà. E poi uno non può mica stare sempre a pensare a tutto quello che sta facendo. Ci sono delle cose che si fanno con impegno, tipo che so; un disegno con mille colori, tutti mischiati insieme o le costruzioni, palazzi enormi, altissimi con tanti tanti piani di mattoncini colorati, messi uno sopra l’altro, poi ci sono le cose che vengono da sole e facendo le quali non sempre si può esser sicuri di quello che si sta facendo. Per esempio guardare un cartone animato con un gelato in mano, a volte la storia in tivù è talmente avvincente e spericolata che mica si può sapere che fine farà quel gelato, se lo riusciremo a leccare tutto o se finirà spiaccicato sulla poltrona o in terra o se se lo leccherà di tutto gusto il barboncino della nonna. Oppure magari quando siamo a giocare a palla, non si può certo stare attenti a non insudiciarsi o a non sporcare i vestiti. Se l’avversario fugge con la palla bisogna fare di tutto per fermarlo e a volte va a finire che, sia noi che l’altro, finiamo a gambe all’aria fra le risate, l’erba e la terra che ci macchia dappertutto. No, no, la testa è una cosa che va utilizzata con giudizio. Quando facciamo i castelli di sabbia in riva al mare per esempio, bisogna stare concentrati, attenti e vispi, sia perché gli altri bambini non vedono l’ora di venire a spiaccicare la nostra opera d’arte, dato che sono invidiosi di quanto è bella e d’altra parte noi glie lo distruggiamo sempre, ogni volta che cercano di costruire qualcosa. Poi c’è da stare attenti anche perché potrebbe arrivare un onda più grande delle altre e spazzare via tutto il nostro sudato lavoro. Quando invece facciamo le passeggiate sulla spiaggia è impossibile stare attenti e seguire i nostri genitori, ci sono così tante meraviglie sul bagnasciuga che non esserne attratti è praticamente impossibile. Gente che va, gente che viene, bambini che strillano che non vogliono entrare in acqua perché hanno troppa paura, bambini che strillano che non vogliono uscire dall’acqua perché si divertono troppo. Poi c’è l’omino dei palloncini, quello che vende chincaglierie e quello che vende bomboloni untuosissimi, che nessuno mangerebbe mai ma che sulla spiaggia appaiono così buoni che li comprano tutti. E i genitori a dire; stai attento, guarda dove metti i piedi, attenzione c’è una pista con dei bambini che stanno giocando, non mettere i piedi in acqua che ti raffreddi, metti i piedi in acqua che la sabbia è troppo calda, insomma come sempre hanno un sacco di cose uggiose con cui tempestarci mentre noi invece sembra quasi che camminiamo volando, con la testa fra le nuvole e lo sguardo perso ad osservare tutte quelle stramberie. Ma come al solito va a finire che i papà e le mamme del mondo un po’ di ragione ce l’hanno e a convincermi di questo è stato un racconto sorprendente che ho sentito alcuni giorni fa mentre costruivo un fortino di sabbia sulla riva del mare, il secchiello stava dicendo che aveva sentito dire dalla paletta della bambina con il costumino rosa con le trine, che un ombrellone aveva raccontato di una storia che gli era stata narrata dal patino di salvataggio, il quale diceva che…

 
MA DOVE HAI MESSO LA TESTA?
Mattia era un gran sognatore. Lui non aveva la testa tra le nuvole, la teneva ancora più su. Le stelle erano le sue compagne e difficilmente si riusciva a fargli tenere i piedi per terra. Mattia era un bravissimo bambino, era educato, ubbidiente, stava composto a tavola, si lavava, gli piaceva andare all’asilo, dove giocava con tutti i suoi compagni e difficilmente leticava con qualcuno. Era gentile, premuroso e generoso, divideva sempre la merenda con gli altri compagni golosi e cedeva sempre il posto alle bambine per farle salire sull’altalena o su altri giochi e magari si fermava con loro a spingerle. Mattia era un bravo bambino, si applicava su tutto quello che di impegnativo gli veniva proposto, sia che fosse un semplice disegno, un gioco o un ordine dei suoi genitori. Sì ma… quando gli saltava, non c’era proprio niente da fare. Bastava una farfalla a far crollare tutta la sua attenzione, lasciava merende, giochi e disegni, si sporcava come mai avrebbe fatto, entrando magari dentro ad una pozza che aveva scansato un minuto prima e della cui presenza aveva avvertito anche gli altri compagni. Era fatto così e la mamma ed il papà dovevano stare sempre doppiamente attenti, per loro stessi e per quanto non lo era Mattia. Ma si sa, anche i genitori sono stati bambini e qualcosa di bambino è rimasto sicuramente anche in loro e il patatrac è sempre pronto a capitare. Quell’estate Mattia e i suoi genitori erano andati al mare, stavano in un bellissimo albergo pieno di altre famiglie, con tantissimi bambini con cui Mattia giocava dalla mattina alla sera, senza contare tutti quelli che aveva conosciuto sulla spiaggia, con i quali si divertiva a dar noia al bagnino, Mario che raccontava sempre un sacco di storie inventate e voleva far credere loro che fossero fatti realmente accaduti. Mattia si divertiva un sacco al mare; giocava, saltava faceva bagni di mare e bagni di rena, costruiva castelli, piste, montagne e vulcani con i suoi amici e ogni tanto, faceva delle passeggiate sul bagnasciuga con i genitori. Ah, sì, quella era proprio una cosa fantastica, un momento davvero emozionante, mille scoperte lo attendevano lungo la riva. Tanta gente, tanti bambini che riuscivano a innalzare bellissime e stranissime costruzioni di sabbia, giochi, mare, conchiglie, meduse arenate sulla spiaggia e chissà quali altre meraviglie lo potevano attendere ogni volta e lui in questo mondo meraviglioso ci si tuffava a capofitto, tanto che in quelle occasioni i suoi genitori scherzavano con Mattia, dicendogli che avrebbero dovuto mettergli un guinzaglio, come si fa con i cagnolini, così, solo per sapere dove mai si fosse cacciato qualora fosse sparito. Certo sarebbe stata una cosa davvero buffa ma quella volta sarebbe stato meglio se il guinzaglio glie lo avessero messo davvero. Era una bellissima mattina di sole e Mattia passeggiava con i suoi genitori, chiacchierando e guardando di qua e di là. Si fermavano a parlare con un amico del babbo, salutavano la zia della mamma che era al bagno vicino al loro, guardavano i ragazzi fare i tuffi, e quelli che giocavano a pallone, con le bocce o con i racchettoni. Fu proprio in occasione di una di queste fermate ma nessuno riuscì mai a dire quale, che Mattia e i genitori si divisero. Appena si resero conto di quanto era accaduto il papà e la mamma si misero immediatamente a cercarlo chiamando il suo nome a squarciagola e dopo poco non essendo riusciti a cavare un ragno dal buco, avvisarono il bagnino che avvertisse con l’altoparlante della scomparsa del piccolo Mattia, con il suo costumino giallo a righe rosse. Mattia d’altro canto si era fermato a guardare un ragazzo che stava costruendo un castello di sabbia altissimo e poi si era rimesso a camminare, senza accorgersi dell’assenza dei genitori e senza rendersi conto di aver cambiato direzione. Appena però si rese conto di essere rimasto solo la paura lo attanagliò in un battibaleno, cominciò prima a piangere, poi a disperarsi e infine ad urlare,